1920: OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE E SOGNO BOLSCEVICO DI GRAMSCI

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Cinquant’anni dopo lo sconvolgimento industriale del 1920 -il comitato d’occupazione si installò al tavolo di Giovanni Agnelli- ‘Il Ponte’, mensile fondato da Piero Calamandrei, dedicò le 400 pagine di un numero monografico alla ‘Grande Speranza’, l’insurrezione operaia appunto. Era il 1970, erano ancora vicine le convulsioni e le ubbie scatenate dal ’68 francese, che a sua volta aveva creduto di rivivere la tempesta della Comune parigina, coi suoi centomila morti. Enzo Enriquez Agnoletti, direttore de Il Ponte, scrisse che l’occupazione era stata “la più importante svolta di tutta la nostra storia dopo l’Unità: il tentativo di una vera rivoluzione; l’invenzione di un istituto di democrazia operaia in fabbrica; la coscienza che la rivoluzione è legata a un ordinamento democratico nuovo. Non a caso il centro di questa coscienza è stata la Torino di Gramsci, e anche di Gobetti”.

Per Paolo Spriano l’occupazione aveva mostrato “quali energie sappia suscitare una classe operaia che non si limiti a una lotta corporativa, ma sappia investire una società intera, l’assetto dello Stato, la direzione della produzione”. Per Massimo L. Salvadori “quel momento centrale della lotta di classe in Italia divennne “per il proletariato rivoluzionario un grande momento positivo della propria storia, una grande speranza e una grande promessa (…) Mise concretamente in discussione il potere della borghesia  nel luogo dove più totale ed essenziale è questo potere”. Valerio Castronuovo ricordò che Giovanni Agnelli arrivò ad offrire di trasformare in cooperativa la Fiat. Secondo Gino Olivetti, allora leader politico degli industriali, i Consigli operai a Torino “nascevano da un intimo e indissolubile rapporto con gli obiettivi di rivoluzione sociale additati dalla Russia bolscevica”. E’ consenso pressocché unanime che i fatti del settembre 1920 convinsero gli industriali e tutto il padronato, “dopo una fase di estremo sconforto”, a puntare sul fascismo e a farlo  vincente.

Ma veniamo al cervello dell’occupazione, Antonio Gramsci. Non si fece vere illusioni. Tuttavia inneggiò -era prossima la nascita del Partito comunista d’Italia- alla Rivoluzione: allo stesso modo Marx aveva esaltato la Comune di Parigi, pur sapendo in anticipo la sua disfatta (i comunardi erano pochi e quasi solo parigini).

“Domenica Rossa” si intitolò lo scritto di Gramsci sull’Avanti (edizione torinese) il 15 settembre 1920. Esordiva: “Gli scrittori della classe borghese si torcono dalla rabbia. Ciò che gli operai hanno fatto ha un’immensa portata storica: E’ diventata una necessità lo studio e l’organizzazione della violenza. Ogni fabbrica occupata è una repubblica proletaria ‘il cui primo problema è quello della difesa militare” (…) La molteplicità delle repubbliche proletarie non sarà portata necessariamente a confederarsi,  a contrapporre un suo potere centrale allo Stato borghese?  Il problema di costituire il Soviet urbano si pone concretamente alla classe operaia. Se nasce, deve avere una forza armata (…) Oggi domenica rossa degli operai metallurgici deve essere costituita, dagli operai stessi, la prima cellula storica della rivoluzione proletaria”.

Diciannove giorni dopo, il 4 ottobre, a occupazione fallita, il Lenin cagliaritano-torinese, guida degli ordinovisti e presto dei comunisti, anticipava la sicura sconfitta proletaria al referendum -per lui spregevole- che chiamava gli operai ad approvare o respingere la fine dell’occupazione delle fabbriche.  Malediva il Nostro: “La forma del referendum è squisitamente democratica e antirivoluzionaria; serve a valorizzare le masse amorfe della popolazione, a schiacciare le avanguardie che dirigono e danno coscienza politica a queste masse. Le avanguardie del proletariato non devono quindi demoralizzarsi per queste risultanze del movimento rivoluzionario. Il proletariato è uscito ingrandito nell’estimazione pubblica, mentre ancora di più ha mostrato la deficienza e l’incapacità del capitalismo. La situazione politica così creatasi ha posto definitivamente il proletariato come classe dominante. Essa è una molla che irresistibilmente spinge alla conquista del potere”.

Con proclami così, avrebbe potuto il movimento dubitare d’aver trovato la via isolano-piemontese alla Rivoluzione d’Ottobre?  “Tutti gli stabilimenti torinesi in potere degli operai” aveva annunciato l’Avanti del 2 settembre, con foto dei cancelli sbarrati e delle Guardie rosse coi fucili spianati agli stabilimenti Stucchi di Milano; degli operai sui tetti della Lancia, con armi rudimentali e fari con cui di notte esploravano il terreno circostante. Ancora foto: il consiglio di fabbrica della Fiat installato sl tavolo di Agnelli. A Roma, locomotive con drappi rossi e  ferrovieri armati che scioperavano per solidarietà. I ferrovieri erano mobilitati dalla primavera in difesa della Russia bolscevica attaccata militarmente dalla Polonia e dal Giappone. In particolare avevano bloccato o tentato di bloccare la partenza o il transito di cannoni e altri materiali bellici italiani destinati alla Polonia.

Una nave in costruzione in Liguria era stata ribattezzata ‘Lenin’ dalle maestranze del cantiere. I disegnatori dei giornali di sinistra innalzavano sulle ciminiere industriali falci e martelli e vedette bolsceviche. Didascalie come ‘Il fucile sulla spalla dell’operaio è la sola garanzia contro il terrore bianco’. Mentre nelle campagne, dal Mezzogiorno alle cascine della Padania, la lotta dei contadini infuriava dal ritorno dei reduci della guerra, lo scontro di classe nelle industrie trovava i momenti più accesi, oltre che in Piemonte, nei cantieri liguri (dove le Guardie rosse erano inquadrate militarmente), nella siderurgia toscana, nelle manifatture lucchesi.

Non va passato sotto silenzio il conflitto rabbioso tra i comunisti di Gramsci e i socialisti massimalisti da una parte, i capi del sindacalismo CGL -Buozzi e d’Aragona- dall’altra. Gramsci assaliva senza mezzi termini i ‘politicanti del mandarinismo sindacale’: avevano lanciato le masse operaie nella lotta armata dimenticando di fornire loro le armi, “di mettere la classe operaia in grado di impegnare la lotta a sangue”. A Lecco le maestranze si erano fatte sequestrare 60.000 petardi che avrebbero costituito un discreto armamento “e poi, convulsi e pazzi di terrore, domandavano quattro mitragliatrici per armare Milano”. Altri vituperi ai ‘funzionari confederali’: “Quando si trovarono innanzi il grandioso sommovimento rivoluzionario provocato dalla FIOM, cercarono di scaricare su qualcuno la responsabilità della loro cieca imprevidenza, impreparazione, inettitudine”.

Il Lenin isolano moltiplicava le perforanti intuizioni: “Mezzo secolo fa la classe operaia era ancora, secondo Marx, un ‘sacco di patate’. Oggi è la classe industriale che è diventata un sacco di patate, un aggregato di inerti e di imbecilli, senza capacità politica. Le classi medie si accostano al proletariato, una classe giovane e piena di energia in cui è contenuto il destino della civiltà e dello sviluppo umano”. Per la verità in quei giorni Luigi Einaudi definiva gli occupatori delle fabbriche ‘gli Unni nel tempio della civiltà’. E Salvemini: “Gli operai furono messi di fronte al fatto, amaro a riconoscersi, che la loro fatica manuale, aggiunta ai macchinari, non bastava a produrre ricchezza”.

Dalla pensata di Gramsci di lanciare da Torino la rivoluzione bolscevizzante sono passati 93 anni. Il comunismo è morto, schiacciato dai suoi errori come dai suoi crimini, gappismo partigiano compreso. La società del benessere prima, la globalizzazione poi hanno cancellato il proletariato, mettendo al suo posto la fascia bassa della classe consumatrice e proprietaria. Quelle che furono le organizzazioni politiche della lotta operaia -massimalisti, comunisti, anarchici- si sono nanizzate, svuotate di senso e rese ridicole dal fatto d’essere entrate nella coalizione pancapitalista, idolatrice del Pil e satellizzata agli USA. Ciò che resta della causa del popolo si è ridotto alla nicchia piccolo-borghese dei ‘diritti’, al giacobinismo lillipuziano dei fan del duo Boldrini-Rodotà.

A questo punto è certo ingeneroso ironizzare sugli aneliti bolscevichi del 1920, ermeneutici del fascismo. Tuttavia dai fatti reali non si può prescindere: Antonio Gramsci predicò troppe scempiaggini. Se la costituzione gracile non l’avesse fatto morire in carcere a 46 anni, la riverenza per lui degli intellettuali d’ogni colore, specie quelli da premi letterari estivi, risulterebbe semplice feticismo. E sotto la testata ‘Unità’ si toglierebbe quel rigo autolesionista ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’. Nel Fondatore troppi abbagli,  troppa e petulante infatuazione per i fucili dell’Armata Rossa.

Antonio Massimo Calderazzi

ALTI INSEGNAMENTI DEL PENSIERO GRAMSCISTA – CRITICA A LUCIANO CANFORA

Membro non solo di un organismo autorevole, Institute for the Classical Tradition, ma anche di un altro così così, la romana Fondazione Istituto Gramsci, il brillante filologo e storico Luciano Canfora si è lanciato tempo fa sul ‘Corriere’ in un autentico esercizio di bravura: dire e non dire, vilipendere e difendere i ‘topoi’ del presente e morente discorso politico. Una volta mi scrisse d’essere stato rallegrato da un opuscolo “il Pericle elettronico” che a lui studioso della grecità avevo mandato, opuscolo che denigrava il più accanitamente possibile le istituzioni e le idee obbligate del marasma politico a noi contemporaneo. E’ dunque certo che al prof. Canfora l’ideologia demoparlamentare piace come al cane la cipolla. Però deridere apertamente la convenzione risalente ai Padri costituenti non si usa, o costa fatica. Ed ecco che Luciano Canfora lascia che lo si pensi condividere la critica tradizionale alla  “tirannia dei molti”, cioè ad ogni possibile formula di democrazia diretta, ormai matura e attuale dopo un paio di secoli di tedio del parlamentarismo. Canfora stesso appare riferirsi più volontieri alle conquiste dell’arcontato di Solone (594/3) che a quelle della Seconda Repubblica italiana.

Il filologo della Fondazione Istituto Gramsci premette ad altri ragionamenti un plauso a Solone per avere insegnato “che non si deve rischiare di cadere in schiavitù per debiti”. Questo rischio non è oggi molto attuale, però il plauso a Solone gli viene utile per poter deplorare “i finanzieri del tempo nostro, nonché i responsabili delle strutture bancarie, che sull’altrui indebitamento prosperano”. Altra scappellata al politicamente corretto: “Una forte corrente di pensiero politico moderno nella seconda metà del sec.XX, su impulso di una figura notevole come F.Mitterrand, pose il problema della cancellazione del debito di alcuni paesi del Terzo e Quarto mondo”. Canfora sorvola sulle spese militari, sulla corruzione e sul saccheggio dei politici che hanno fatto gigantesco il debito del Terzo e Quarto mondo.

Messa a verbale la propria conformità alla “forte corrente di pensiero politico moderno”, Canfora ammette che “tirannide è parola dal significato in origine non negativo” e che era stato il demo di Atene (il popolo sovrano) “ad attribuire all’abile demagogo Pisistrato una guardia del corpo armata come strumento e garanzia di potere”. Sottolinea pure “che la tirannide nascesse da un significativo consenso popolare era però fenomeno imbarazzante”. E inoltre: “La diretta gestione del potere da parte dei detentori della piena cittadinanza è tutt’altra cosa rispetto alla procedura elettiva che .produce una rappresentanza”. E qui uno si aspetterebbe -abbiamo detto sull’esperienza di due millenni e  mezzo dopo Solone- la pura e semplice constatazione che la “procedura elettiva” perpetua l’oligarchia della Casta: il Mob o Mafia dei politici di professione. Invece il discorso di Canfora trascolora nella descrizione dei ‘doppi negativi di forme politiche positive (monarchia/tirannide, aristocrazia/oligarchia; democrazia/oclocrazia), col risultato di non dire ciò che andava detto: che il meccanismo elettorale è fraudolento,  attribuisce tutto il potere ai professionals della raccolta dei voti.

E d’altra parte Canfora riconosce che “questo arrovellarsi intorno al modo in cui la volontà popolare può lasciarsi deviare fino ad autodistruggersi è problematica nostra e sommamente moderna”. Cioè (interpretiamo noi): il congegno partitico-parlamentare non potrebbe essere più truffaldino; ma Canfora non insiste. Preferisce ricordare che “i critici della procedura decisionale a maggioranza, cioè democratica, opponevano la questione della competenza alla legge del numero”. Ecco completato così il recupero da sinistra dell’argomentazione oligarchica: dobbiamo gestire noi che sappiamo farci eleggere. Non abbiamo alcuna competenza aggiuntiva rispetto ai molti, moltissimi, che oggi studiano, viaggiano, forniscono saperi, intraprendono, dunque potrebbero esercitare la sovranità diretta; però noi sappiamo farci eleggere e sappiamo cooptare coloro che sapranno farsi eleggere. Canfora obietta qualcosa a questo autoperpetuarsi dei professionisti della rappresentanza? Sì: solo che le codificazioni costituzionali del secondo dopoguerra stiano “cedendo il passo al ritorno in grande stile al predominio di coloro che, intrinseci al mondo arduo della finanza, si pretendono competenti”.

Canfora sa benissimo che se il gioco politico tornerà presto in toto ai partitocrati, il risultato sarà ancora più cleptocrazia. Ma non lo dice: non è appropriato dirlo quando si appartiene alla Fondazione Istituto Gramsci, dove si suppone che il Profeta sardo non approverebbe il chiamare pane il pane e ladro ciascun professionista delle urne.

Che si impara infine da un maitre-à-penser gramscista? Che va bene tutto, compreso il predominio della finanza internazionale, purché non si intacchi il ruolo dei politici amici della sinistra intellettuale di Capalbio.

A.M.C.

PER GRAMSCI GLI AVVERSARI ERANO “STRACCI MESTRUATI”

Un giovane politico professionale, membro di una classe appassionatamente amata dal 2% degli italiani -si chiama Domenico De Santis, responsabile organizzativo Pd Puglia- ha provato giorni fa a rispondere alla domanda, centrale al nostro tempo, “Se Antonio Gramsci fosse nato nel 1982 come me, al posto delle Lettere dal carcere avrebbe forse scritto post su fb, o magari twittato qualche messaggio dal suo profilo?”.

Per chi si galvanizzava alla prospettiva di entrare in un Gramsci nato nel 1982, delusione immediata: “Non so rispondere” scrive a muso duro il gerarca in erba. Però riferisce ammirativamente un paragrafo di Gramsci, scritto sulla crisi della rappresentanza a fascismo appena insediato “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Non essendomi mai curato troppo di Gramsci (forse in quanto a lui risale, in piccolo, il settarismo che ha contribuito ad uccidere l’idea comunista nel mondo intero), non sono in grado di valutare il fondamento delle accuse al Gramsci “pedagogo violento e intollerante” del sociologo Alessandro Orsini, di recente pubblicato da “Sette” (Corriere’). Però impressionano; valutate voi: “I documenti dicono che Gramsci, fin quando fu libero di partecipare alla lotta politica, affermò che i giovani militanti di partito dovevano essere educati a chiamare gli avversari politici “porci” e “stracci mestruati”, ed esprimeva il suo giubilo quando i liberali venivano presi a cazzotti in faccia. Il 5 giugno 1920 negò il diritto alla vita degli avversari, affermando che la rivoluzione comunista prevedeva la loro uccisione. Contro i critici della violenza bolscevica era solito riversare una valanga di insulti. Per lui Turati era uomo spregevole. In una lettera a Palmiro Togliatti del maggio 1923 dichiarava di voler distruggere tutto ciò che il riformismo rappresentava. Il 1° settembre 1924 Turati era “un semifascista”. Nei Quaderni, Turati è citato 7 volte con disprezzo immutato. Il 28 agosto 1924 Giacomo Matteotti è definito sprezzantemente ‘un pellegrino del nulla’, per avere sprecato la sua vita politica dietro il riformismo. Gramsci difese energicamente, a proposito della soppressione della libertà di stampa in Russia, quel tipo di società che amava, pur essendo consapevole dell’esistenza della GPU e delle sue funzioni (…) Quando Togliatti ricoprì di fango la figura di Turati, nel giorno della sua morte,si limitò a ripetere quanto Gramsci aveva sempre detto: Turati è un essere ributtante”.

Incalza ancora Orsini: “In una lettera che Gramsci scrive alla moglie (30 dicembre 1929) sull’educazione dei figli, emerge la concezione pedagogica che precede l’arresto: l’educazione al comunismo deve essere basata sulla coercizione. Le menti dei fanciulli devono essere sottoposte a un’autorità esterna anche con la forza e la violenza, se necessario. Il tema dell’educazione torna in una lettera del 27 luglio 1931, quando il figlio Delio stava per compiere sette anni, un’età che Gramsci giudicava decisiva per imprimere l’ideologia comunista nella coscienza del figlio”.

“Gramsci, riassume il sociologo Orsini, accantonò la violenza rivoluzionaria non in quanto negazione del socialismo ma perché, dopo una serie impressionante di sconfitte, era giunto alla conclusione che non poteva essere utilizzata con successo. A questo si riduce la differenza pedagogica tra i due Gramsci: il primo voleva instaurare la dittatura del Partito unico uccidendo gli avversari. Il secondo voleva instaurare la dittatura del Partito unico occupando la mente di migliaia di persone”.

Togliatti -questo lo diciamo noi- confermò l’animus violento e totalitario di Gramsci quando esaltò l’uccisione di Giovanni Gentile, da lui descritto nei termini più insultanti, e ogni altro crimine di tipo gappista. Lenin e Stalin non sono stati affatto soli ad assassinare il comunismo: li hanno aiutati uno stuolo di luogotenenti. Nel nostro paese i sicari migliori furono i gramscisti: i Togliatti, i Longo, i Secchia, i ‘colonnello Valerio’.

A.M.C.

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta