PAOLO FACCHI – IN DIFESA DEI GOVERNI TECNICI

“Keine politik mehr” (di politica non ne facciamo più)

Questa frase sbrigativa mi veniva   ripetuta da occasionali interlocutori nella ancora distrutta Germania del ’48 ‘ e ’49, fra macerie di case e mutilati. Soltanto il disegno delle strade era rimasto delle loro antiche città.

Ora che anche noi, italiani,  dobbiamo camminare fra le macerie della trista e pericolosissima vicenda berlusconiana, non si sa fino a che punto conclusa, forse soltanto sospesa; ora che gli italiani devono apprendere a non dimenticare di quanto fossimo scesi in basso; e di quanto fossimo saliti nella gerarchia dei saltimbanchi e nemmeno dei comici, ma dei commedianti che scivolano su di un palcoscenico dalle assi bagnate; ora è il caso di rivolgersi a coloro che stanno ancora lì con la bocca aperta.

Coloro che non digeriscono i sacrifici del governo Monti e rimpiangono le favole berluscon-bossiane accusano questo nuovo governo di essere soltanto tecnico e non emergente da sovranità popolare. Come se un popolo avesse il diritto di rovinare se stesso. Come se fossero valide soltanto quelle decisioni che sono state prese direttamente dal popolo in forma elettorale, nemmeno dai parlamenti e dai governi; nemmeno da quelle poche persone che hanno la competenza per prendere decisioni presumibilmente le più funzionali.

E un atteggiamento che sembra non tener conto della regola, pur riconosciuta in comune, che chi vuole uno scopo non può non volere i mezzi che ritiene adatti a raggiungerlo. E fa pensare che l’efficacia di tutti i mezzi dipenda da chi li propone,  Il decisore è colui che schiaccia il bottone, e il suo bottone sarebbe quello giusto se lui ha la posizione riconosciuta. Siamo nella suggestione, nella magia. Lo stesso bottone diventa quello sbagliato se lui si è trovato lì senza la valida autorizzazione, che è poi la veste del mago. Un modo di ragionare come questo ha i suoi presupposti ed è molto più diffuso la fra gente di quanto si creda. Fa anche ricordare proverbi come l’occhio del padrone ingrassa la  mucca: non basta la mano del contadino, che certamente meglio del padrone ne sa di fieno e di stalla. Ci sono coloro  che dicono accetteremo di fare dei sacrifici quando ce li chiederà un governo che ha i titoli per chiederceli e quei titolari siamo noi, perché quei sacrifici li dobbiamo fare noi. Soltanto la signora che apre la borsa ha la competenza per sapere se quello che sta acquistando è utile o non lo è. E’ un ragionamento che rende inutili, anche sospetti, tutti i consigli di estetisti, farmacologi, terapeuti e via di seguito. E li sostituisce con la demagogia, la suggestione, l’imbroglio, l’ignoranza saccente.

Si arriva a concludere che soltanto un governo legittimato dal popolo può prendere decisioni per il bene di quel popolo. Ma nella nostra contingenza italiana la mia opinione è che sia proprio il contrario. Perché nel valutare le decisioni di un governo legittimato, votato dalla maggiorana, bisogna vedere come è stata ottenuta questa legittimazione.

Faltar el pueblo, mi sembra si dica nella lingua spagnola. Viene da un vecchio adagio; credo che significhi non si combina niente di buono ingannando la gente. Perché un consenso ottenuto con l’inganno non dovrebbe avere credito alcuno. I signori che rimpiangono la merda berlusconiana, quella che non puzza, perché a lui basta crederlo, e rimpiangono anche quella dei suoi alleati,  perché ci hanno fatto l’abitudine a vederle assieme, si sentono gratificati e non si accorgono dell’inganno che c’era dietro.  Ma questo inganno  aveva soltanto il merito di essere  abbastanza nuovo. Ora non lo è più, e i nostri signori sparano a salve. Anche perché questo continuo parlar da stupidi genera diffidenza.

Questo inganno consisteva nel fatto che gli elettori, e ormai sono quasi tutti elettori, si sentono ripetere alcune cose che pensano loro stessi, o perlomeno che si dicono quando sono fra di loro. E se la sentono ripetere sulla carta stampata, sulla televisione, perfino su certi libri; e quindi con l’autorevolezza che da tali fonti deriva. E vengono anche allenati, incoraggiati, a ripetersele da un’osteria all’altra, magari anche in certi salotti. Certo, tutti sono capaci avere delle opinioni, e ne hanno anche il diritto. Ma  questo non dice nulla sulla qualità di quell’opinione, la quale va giudicata con i mezzi appropriati, e quasi sempre il singolo parlante questi mezzi non li ha. Non ha quello che possiedono in pochi, e che si chiama onesta  competenza. Perché le competenze sono sempre in pochi ad averle e hanno faticato nel procurarsele; e devono faticare per tenerle aggiornate. Il trucco riesce  perché c’è la convinzione che un’ opinione, da opinabile o addirittura sballata, diventa attendibile, diventa vera, se la si ripete in pubblico: se tutti la pensano così, sarà  così che bisogna fare. E si dimenticano che c’è qualcuno che ha interesse a far che tutti la pensino così ed ha anche i mezzi per ottenere quello che gli interessa: è quel qualcuno che controlla i famosi mezzi di comunicazione di massa e ci mette dentro quello che serve a lui. Ma una banalità, una sciocchezza, non diventa una verità perché la si ripete ogni sera in televisione o la si legge ogni mattino su tutti  giornali; e nemmeno se la si ripete a voce, così, distrattamente. Ripetizione, moltiplicazione infinita e incessante sono soltanto quello che sono; non inverano e non santificano nulla.

Se poi quell’opinione, quella sentenza che viene esposta in pubblico è proprio la nostra, chi resisterà alla tentazione di concludere allora avevo proprio ragione, è proprio così che bisogna fare? E la cosiddetta vanità degli ignoranti, che qualche volta sono anche proprio degli imbecilli. E proprio sfruttando questa vanità che si vincono le elezioni, si costituiscono le maggioranze parlamentari. E questi sarebbero i titoli per governare?

Al governo è meglio che ci vadano le persone di competenza, che i problemi se li sono studiati e sanno prospettare soluzioni sensate. E questo lo dovrebbero comprendere anche i parlamenti; che ripetere le banalità degli uomini qualunque è ben diverso dal sapersi orientare in mezzo ai problemi di quegli stessi uomini qualunque.

Paolo Facchi

RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI? SERVE MOLTO DI PIU’

Quando qualcuno invoca la riduzione del numero dei parlamentari spesso pensa in questo modo di abbattere il debito pubblico italiano. È un’illusione populistica. Mille stipendi, per quanto alti, non sono decisivi da un punto di vista economico. Il punto, semmai, è un altro.

Una delle leggi universali della contrattazione afferma che all’aumentare del numero dei negoziatori aumenta il tempo necessario per un accordo e diminuisce il tasso di efficacia dell’accordo stesso. Avere 630 deputati e 315 senatori, senza contare quelli “a vita”, è un po’ come non averne nessuno. Solo molto più costoso. Non a caso la legislazione negli ultimi anni è in massima parte di origine o europea, e quindi viene imposta alle Camere da Bruxelles, o di origine governativa, ed è quindi il potere esecutivo che si fa legislativo e riduce le Camere al ruolo di meri ratificatori.

Se si volesse ridare veramente centralità al Parlamento, nella teoria della divisione dei poteri il legittimo organo legislativo, servirebbe una cura ben più drastica di quelle proposte nel dibattito politico. Oltre a superare il “bicameralismo perfetto”, dotando cioè una sola Camera del pieno potere di emanare leggi, si dovrebbe ridurre il numero di deputati a qualche decina.

Immaginiamo una Camera composta da 70 deputati, dai 20 ai 40 per i partiti maggiori, una decina per i medi, e singoli soggetti che svolgono una funzione di testimonianza per le formazioni minori (da 6 radicali a 1 radicale non cambia molto). In questo modo sarebbe molto più facile e veloce assumere decisioni e sarebbe molto più difficile a lobby e corporazioni locali far pesare i propri veti durante il processo legislativo.

Le obiezioni più ovvie sono che senza approfondimento si possono prendere anche decisioni sbagliate, che appena 70 deputati non sarebbero in grado di far funzionare le varie commissioni, e che non si potrebbero scegliere i membri dell’esecutivo tra i deputati eletti senza compromettere il funzionamento della Camera.

Partendo dall’ultima, questo non dovrebbe essere un problema se si affermasse il concetto che potere esecutivo e legislativo svolgono due funzioni profondamente diverse e che non sarebbe un problema che fossero incarnati in persone diverse. Al legislativo il compito di dare l’indirizzo politico e, diciamo, di sovrintendere a eventuali modifiche del sistema. All’esecutivo il compito di tradurre gli indirizzi in concreto e di gestire l’andamento ordinario del sistema. Nella Camera insomma starebbero i “politici”, al governo dei “tecnici” (anche legati a una certa area politica) capaci di gestire la macchina dello Stato.

Quanto alle critiche sul legiferare in fretta e male, e sul problema delle commissioni, i due aspetti sono legati. Si potrebbe rivoluzionare l’attuale sistema delle commissioni, stabilendo che i loro membri non siano deputati eletti ma tecnici selezionati e successivamente estratti a sorte. Andrebbero create liste, in modo oggettivo, di persone competenti tra le quali scegliere i – ad esempio – sette membri della commissione. Ovviamente chi ne ha fatto parte una volta non potrà essere ri-estratto per una seconda. In questo modo il potere politico potrebbe dare gli indirizzi, ma non sarebbe in grado di “ricattare” i tecnici che nella pratica traducono tali indirizzi in atti specifici. Alla Camera resterebbe comunque un controllo di ultima istanza su quanto prodotto dalle commissioni, dovendo votare o meno i provvedimenti emanati.

Uno dei peggiori mali di quasi tutti i sistemi politici è l’espansione tumorale della politica in ambiti che ad essa dovrebbero rimanere sottratti. Con un sistema simile a quello qui proposto si restituirebbe al Parlamento la sua fondamentale centralità e importanza, ma si troncherebbero le propaggini tentacolari dei partiti all’interno dello Stato e della società.

Tommaso Canetta