LE CHANCES DI GLORIA CHE ANCORA RESTANO A MARIO MONTI

Se l’Uomo del Loden riuscirà a diventare capo dello Stato -salvando il paese da questo o quell’avanzo delle nostre due-tre repubbliche in liquidazione amministrativa- è probabile faccia cose grosse. Più grosse, è ovvio, di quelle fatte a palazzo Chigi, che non sono state grosse (le migliori furono solo abbozzate, o annunciate). Se non riuscirà, ma resterà a sforzarsi di fare lo statista, non è escluso che faccia il nostro bene in altro ruolo, per esempio quello di rilanciare l’edificazione dell’Europa: e in tal caso gioverà alla patria comune del Continente persino più che al paese di provenienza. Se invece tornerà alla Bocconi, o alla Goldman Sachs, o a qualsiasi altro polo di produzione di denaro col denaro (o polo di speculazioni e perdite), il suo fallimento come governante sarà tra i più gravi.

Grave per esempio quanto quello di Giovanni Giolitti, che nel maggio 1915 si fece battere da Gabriele d’Annunzio, dagli studenti patriottardi e dall’abominevole duo Salandra-Sonnino; risultato, 600 mila morti. Oppure grave quanto quello del suo luogotenente Luigi Facta, il presidente del

Consiglio che nell’ottobre 1922 credette di fermare il fascismo, un movimento grosso, con uno strumento piccolo: un decreto di stato d’assedio che il re V.E.III poté agevolmente rifiutare di firmare. A voler elencare altri capi di governo alla fine sconfitti o umiliati, non si avrebbe che l’imbarazzo della scelta. C’è Georges Clemenceau, il Tigre che “trionfando” a Versailles nel 1919 rese inevitabile il secondo conflitto mondiale, implicante in primis la distruzione di Cecoslovacchia, Polonia e Jugoslavia (da lui e da Woodrow Wilson inventate quali “potenze”) e l’annientamento militare della Francia stessa, “trionfatrice” abbiamo detto della conferenza della Vittoria a Versailles. Provò a diventare presidente della repubblica, e non riuscì. Anche il presidente Wilson finì male, però aveva varato l’imperialismo planetario armato degli USA. Un giovanotto aristocratico di nome F.D.Roosevelt, sottosegretario alla Marina nell’amministrazione Wilson, rilancerà in grande l’imperialismo armato. Messa così, Wilson fallì solo in parte.

Se il destino vorrà che Mario Monti finisca semplice bocconiano in chief, oppure uno dei marescialli della macrofinanza, egli Monti si consoli. Non avrebbe potuto essere più completo il fallimento del semidio dei libri di storia, Winston S. Churchill, grazie al cui belluino bellicismo la Gran Bretagna passò dalla superpotenza pentacontinentale del 1939 all’odierno status di commissionaria di borsa e  albergatrice specializzata in ex-sudditi coloniali. Altre débacles disonorevoli, quelle di Manuel Azagna (da dominus della Spagna repubblicana a fuggiasco nel 1939) o di Pierre Mendès-France speranza parigina; quest’ultimo associato nella sconfitta a tutti indistintamente i capi di governo della Quarta repubblica francese. A non voler parlare di Paul Reynaud, ultimo president du conseil della Repubblica precedente alla Quarta, quella abbattuta dalla Wehrmacht nel 1940.

Abbiamo fatto pochi esempi per consolare Mario Monti, ove davvero si rintanerà alla Bocconi, o a Yale, o in qualsiasi ipercapitale finanziaria asiatica. Se invece sarà innalzato a Primo Cittadino, potrà riscattarsi alla grande. In fondo entrerà nei manuali di storia il suo predecessore immediato, un signore che non era stato abbastanza importante nemmeno a Botteghe Oscure, però depose Berlusconi e si fece impresario di Monti. Quante opere grandi potrebbe ancora compiere quest’ultimo da Primo Cittadino! Intanto sorvegliare e correggere Bersani, o qualunque altro naufrago dell’estinta  repubblica. Poi prestare  fideiussione a favore del nostro debito sovrano. Poi imporre il più possibile della sua Agenda, cominciando magari dalle Grandi Invisibili, Equità e Frugalità, proclamate invano un anno fa.

Nel campo di diretta competenza del Comandante supremo delle forze armate, Monti potrebbe forzare la miniaturizzazione di queste ultime e la vendita, non l’acquisto, di cacciabombardieri, drones e superarmi spaziali. Potrebbe cancellare le missioni all’estero, o almeno fatturarle al Pentagono invece che a voi e a me. Potrebbe razionalizzare trentine di sottobilanci della Difesa, p.es. abolendo i Tribunali militari, che ancora esistono e costano. Se poi da Monti venissero, a reti unificate, inputs quali “servono carceri civili” oppure “non costruiamo Tav”, chi dice che sarebbero  inutili?

Infine l’opera più meritoria di tutte: non insediarsi nella reggia dei papi-re; per le modeste necessità degli uffici della presidenza usare solo un quarto del Palazzo infame; vendere o dare in affitto il resto. Meglio ancora sarebbe se il Monti settennale chiudesse del tutto il Quirinale, riducendo di nove decimi consiglieri corazzieri palafrenieri lacché, e cacciando i quirinalisti di tutte le testate. Il ricavato della vendita all’asta di mobili arazzi corazze cavalli e livree. destinarlo alle famiglie dei carcerati, ai reparti di oncologia pediatrica e simili. Se ciò farà, dedicheremo a Monti tutte le vie/piazze/corsi/viali Cadorna Diaz persino Mazzini.

Basilio

MONTI CHIUDA LE CAMERE E LA CONSULTA

Non conta se da Seul sia venuta una minaccia o un segno di scoramento. Se SuperMario (“Potrei lasciare”) abbia lanciato un ultimatum, oppure anticipato un’abdicazione (quel ‘gran rifiuto’ di papa Celestino V che il Poeta chiamò ‘viltade’). Se in definitiva confermi o smentisca di voler entrare nella storia come il maggiore tra i governanti repubblicani. Ciò che conta è se la missione di redimere l’Italia sia o no compatibile con i partiti, la tangentocrazia, il parlamentarismo, le urne.

Non è compatibile. La logica dell’esperienza Monti è antitetica all’elettoralismo. Non solo a quello italiano, o mediterraneo (francese, iberico, ellenico): persino a quello britannico, quest’ultimo peraltro deperito, quasi estinto come modello. Sulla distanza la ‘mission’ del Nostro è di abbattere la Seconda Repubblica, di edificarne una Terza che sia molto più innovativa di quella, poco ardita, imposta da De Gaulle alla Francia. Se Monti non costruirà lo Stato Nuovo, mancherà il suo destino e la gloria. Risulterà niente altro che uno dei successori di Mariano Rumor.

La prospettiva che alle prossime elezioni il gioco torni ai (delinquenziali) soggetti di prima, al Mob dei partiti ladri, fa accapponare la pelle, secondo la perforante formula di Michele Salvati (aveva tentato di razionalizzare alquanto la camarilla del potere). Il cardinale Bagnasco, che nei giorni scorsi ha auspicato che a emergenza economica finita la cosa pubblica ritorni ai suoi gestori ‘fisiologici’, fa come quegli uomini di chiesa che a Chicago benedivano nozze e funerali dei boys di Al Capone; e che a Napoli tributano ad altri boss l’omaggio della processione del Santo. La nostra classe politica è una Camorra Generale che supera i confini delle malavite regionali. Sembra accertato che non più del 3-4% degli italiani ha stima dei partiti e dei politici: ma se si indiranno elezioni, la Camorra Generale raccoglierà assai più del 3-4%. Chi dubita che si reinsedierà appieno la Casta, magari un filo meno sfrontata però altrettanto rapinatrice?

Se Mario Monti vorrà compiere l’opera le urne dovranno restare chiuse molto a lungo, perché i rizomi della gramigna partitica secchino e l’infestazione si riduca. Il senso dell’esperienza Monti va oltre la riduzione dello spread e la nostra riabilitazione agli occhi degli investitori stranieri (sempre che non si accorgano della militanza Fiom e delle non poche Alcoa e Fiat che tenteranno di traslocare). Se Monti vorrà compiere l’opera dovrà affrontare la bonifica della palude malarica che è la nostra politica ‘democratica’.

Si usava dire che la Francia guarì dell’epilessia quartorepubblicana perché aveva un De Gaulle, più il dramma algerino. Ma noi oggi abbiamo Monti, più l’emergenza economica, più la corruzione. Monti non è da meno. Con tutta l’ammirazione dovuta al Generale, la sua grandezza non va esagerata. Che avesse liberato la Francia e partecipato alla vittoria fu una sua amplificazione. La vera gloria fu di avere liquidato l’Impero africano e fatta presidenziale la Quinta Repubblica: oggi largamente ricaduta alle vecchie consorterie, però in qualche misura risanata. I meriti di Monti sono già ragguardevoli, ma si faranno smisurati se demolirà il vecchio ordine e avvierà la Nuova Ricostruzione.

La logica dell’impresa Monti vuole un lungo rinvio delle elezioni. Il Parlamento si può tenere chiuso senza danno, finché sia trasformato in strumento della democrazia diretta, reclutato per sorteggio tra i qualificati e i virtuosi (p.es. tra chi fa vero volontariato). Si possono licenziare i parlamentari, i funzionari, i commessi, gli stenografi; si possono cancellare i bilanci, pagando solo le donne e i filippini per le pulizie delle sale tre volte l’anno; si possono disdettare quasi tutti i palazzi (il solo Montecitorio basterà per un’unica assemblea di 200 sorteggiati). Al tempo della sua gloria la Repubblica romana sospendeva tutte le magistrature a favore del Dictator: sia che incombesse il pericolo (Lucio Quinzio Cincinnato), sia che nascesse l’Impero (Giulio Cesare).

Molti invocano la ‘nuova fase costituente’. Dunque la Costituzione vecchia vada in bacino per estesi e lenti lavori. A titolo simbolico un giudice costituzionale, scelto a sorte, venga immesso nel governo costituito in Comitato di salute pubblica o in Direttorio straordinario. La Consulta venga tenuta chiusa dai corazzieri di re Giorgio. Delle proteste di giuristi, intellettuali, cantautori e calciatori non ci si curi. Sindacati e gruppi antagonisti vengano guadagnati confiscando le grandi proprietà e i redditi spropositati perché si garantisca il pane a tutti.

Se nulla di tutto ciò faranno, Monti e Napolitano si dispongano a malinconica pensione.

Antonio Massimo Calderazzi

CHE PERDONARE AL SEMI-LIBERTADOR MARIO MONTI

Acceso montista quale sono, anche per avere avuto nel passato occasione di parlare all’Uomo, esercito il diritto di rimpiangere le opere grandi che non farà: anche, ma non solo, perchè mille lillipuziani non permetteranno (peggio per Lui, e più ancora per noi, per essersi consegnato a loro invece di spazzarli via).

Prima delle non-opere grandi, chiudere la sudditanza agli USA. Sessantanove anni fa, è vero, a Cassibile (Siracusa) ci arrendemmo senza condizioni a un generale americano (Bedell Smith). Poi per qualche anno fummo aiutati dalla farina e da altri soccorsi inviati, con disinteresse decrescente, da Washington. Ma, quasi un settantennio dopo, il mutuo abbiamo finito di restituirlo. Le ultime rate furono l’ignobile superbase a Vicenza; le missioni mercenarie -ma spese a nostro carico- persino in Afghanistan; i delittuosi stanziamenti bellici che continuiamo a fare, laddove lasciamo morire assiderati gli homeless, raddoppiamo la pena ai carcerati con la tortura del sovraffollamento, tradiamo in altri cento modi i nostri doveri. Solo agli obblighi della servilità non manchiamo mai: non sotto Prodi e d’Alema, non sotto Berlusca e La Russa, non sotto Napolitano, Monti e Terzi di Santagata.  Gli ultimi due volano a Washington anche per confermarci lacché: laddove l’Europa la Russia la Cina e altri protagonisti grossi ci offrirebbero l’occasione per essere più liberi e più eguali.

Altro rimpianto acre: nulla di serio ha fatto/potrà fare Super Mario per correggere alquanto le storture dell’ipercapitalismo: nessuna patrimoniale a carico dei soli straricchi, nessuna avocazione ai redditi “di lavoro” offensivamente alti; nessuna aggressione degna di Dracone legislatore ateniese alle prassi e alle spese del prestigio convenzionale e del fasto pontificio-monarchico: il Quirinale e gli altri palazzi del disonore sono lì, al sicuro dalla ‘sobrietà’ montiana. Nessuna dura opera di giustizia contro le rapine dei politici fecali: ce li ritroveremo tutti a ingozzarsi nel truogolo elettorale già tra un anno, se non prima.

Eppure con Mario Monti, se non la farà più grossa, dovremo essere larghi d’indulgenza. Siamo in molti a sperare che dopo Lui e i suoi professori niente sarà lo stesso (v. in ‘Internauta’ di gennaio lo nostra intervista a Marco Vitale). In molti a sperare che la gestione dei tecnici dimostrerà quanto il sistema progredisce facendo a meno dei politici quasi tutti pregiudicati. In molti a sperare che il governo delle competenze stia prefigurando come migliori saranno la Polis e la vita quando questa o quella formula di democrazia riscattata e qualificata -opposta all’attuale- cancellerà fino all’ultima (beh, quasi) le malefatte dei partiti e dei loro gaglioffi (ce li ha imposti ‘la più bella delle Costituzioni’. Una Camera dei Sorteggiati, invece che degli Imputati, sarà un ottimo inizio -v.la proposta Calenda/Ainis in ‘Internauta’ di gennaio’).

Pur di avere questa Liberazione, senza confronti più redentrice di quella del ’45 (ci addossò il peggiore sistema dell’Occidente) accettiamo di pagare un prezzo: e il prezzo è trangugiare le delusioni inferteci da Mario Monti, Libertador a metà. E perdoneremo anche Giorgio Napolitano, il Sommo Politico che si riscattò imponendo Monti cauto calpestatore dei politici. Giorgio rischia di rivelarsi il più statista  dei reucci settennali del Quirinale, vituperevole palazzo costruito col denaro che avrebbe dovuto andare ai pellagrosi e ai tubercolotici di Cristo.

Antonio Massimo Calderazzi

NEMMENO MONTI TAGLIERA’ LA SPESA

Vendere i gioielli nazionali, oppure spingere la metapolitica

Sergio Ricossa appoggiava così, nel maggio 1997, la formula di Giorgio Peterlongo industriale milanese in merito al debito pubblico: “Il suo merito è di voler correggere la disgraziata anomalia italiana del debito pubblico mediante un’altra nostra anomalia, questa volta felice: l’Italia possiede un patrimonio pubblico all’attivo enorme anche rispetto al debito pubblico al passivo. Ciò che la proposta ci invita a fare è spostare l’attenzione dal conto delle entrate e delle uscite allo stato patrimoniale (…) La semplice ricetta è alienare quote dell’attivo per rimborsare quote del debito pubblico”. In effetti era ed è una delle idee migliori affiorate dalla fine della guerra, in Italia e altrove in Occidente: anche perché muove dal realismo, anzi da due piani di realismo.

Il primo è quello del senso comune: chi è carico di debiti ma possiede gioielli e sale sontuose, venda i gioielli e le sale invece che fare assegnamento sulla temporanea incapacità a confiscare dei  creditori. L’altro piano di realismo è di percezione meno immediata, anzi richiede ragionamenti concatenati e complessi. In breve la proposta Peterlongo, ‘spostando l’attenzione allo stato patrimoniale’, valutava che le entrate non fossero aumentabili e le uscite non fossero tagliabili. Era un pessimismo storico da condividere.

L’ultimo mezzo secolo abbondante dovrebbe averci convinto che la politica, qualsiasi politica anche quella di Ronald Reagan, è incapace di incidere sulla spesa. Non solo nell’Italia di Fini e Fiom, anche nella Germania di Merkel, nella Francia di Sarko, negli USA di Obama, anzi del Federal Reserve System, operano congegni, diciamo così, di ‘stabilizzazione giroscopica”. Nei transatlantici più raffinati apparecchiature pesanti decine di tonnellate, con rotori, motori e un giroscopio pilota, smorzano e quasi annullano le oscillazioni del rollio e del beccheggio. Nelle società avanzate non c’è Thatcher che tenga: quando si ingrossano le spinte liberiste e ‘per uno Stato leggero’, entrano da soli in azione i girostabilizzatori: ricche dame che si mobilitano per Pisapia (un tempo Bertinotti) e per i centri sociali, figli di appaltatori senza cuore che lottano a fianco dei clandestini, capiracket sindacali che esigono la concertazione, vescovi che additano il ‘diritto al lavoro’ (diritto che la realtà nega e che comunque si asserisce solo a beneficio dei sottoproletari ultimi; non, per esempio, dei giovani laureati o dei disoccupati di mezz’età).

I giroscopi della solidarietà, del rimorso storico, della conta dei voti ed altri sventeranno sempre i tagli grossi alla spesa. Sono intoccabili gli sprechi mastodontici, i privilegi odiosi, le rapine quotidiane: si vedano le sovrapensioni e le liquidazioni dei grossi mandarini, di Stato e no. Dunque, dico io, la politica è impotente ad abbassare la spesa. Dovrebbe intervenire la metapolitica: spinte ideali, prima di tutto di natura religiosa, idonee a sospendere attraverso la crociata anticonsumistica i meccanismi della politica convenzionale.

E’ legittimo non credere al ruolo demiurgico della metapolitica. Però il debito pubblico va tagliato. La spesa quasi non scenderà. Le entrate non saliranno. O la metapolitica, concludo io, o vendiamo i gioielli spocchiosi e inutili, cominciando  dal  Quirinale  di Roma e dai quirinalicchi di provincia.                                                                                                          

A.M.C.

GOVERNO TECNICO, PER SEMPRE!

Gli italiani sono quasi tutti gratificati, gioiosamente sorpresi, di avere un governo composto di tecnici invece che di los politicastros (v. “Viva la sconfitta della politica”, by Nemesio Morlacchi). Non pochi di noi sognamo che i tecnici (non necessariamente la compagine Monti) restino a gestire dopo l’emergenza. Non ha limiti la felicità che i capimariuoli dei partiti possano un giorno, a Dio piacendo, essere scacciati durevolmente da tutti i livelli del potere.

Questa la premessa. La conseguenza: il governo Monti, fatto di gente iper-esperta di qualcosa di  rispettabile piuttosto che di frodi partitiche, è la prefigurazione di come potrà essere l’Esecutivo quando vigerà la Democrazia Diretta Selettiva al posto del congegno attuale, ormai largamente riconosciuto il peggiore (una delle rilevazioni più recenti dà che ha stima dei partiti il 10% degli italiani).

Ha scritto (‘Corriere’, 6 dicembre) Michele Salvati, l’accademico ed ex-parlamentare che firmò il progetto del Pd: “In nessun paese civile il discredito per la politica e i partiti è elevato come in Italia. L’idea che nel 2013 si ritorni alla politica che abbiamo conosciuto in questi anni credo faccia accapponare la pelle a tutti”. E inoltre: “Il governo Monti mette in crisi la stessa funzione di rappresentanza dei partiti, il loro ruolo di tramite tra la società e le istituzioni (…) E’ colpa del sistema politico se le cose sono diventate così dure. La politica democratica, dipendendo dalla continua approvazione degli elettori,  fa ovunque fatica ad adottare una ‘vista lunga’, a perseguire un indirizzo vantaggioso per il Paese nel lungo periodo”.

Quando ci convinceremo che il suffragio universale è dannoso ed è un’impostura, quando scopriremo che per gestirci non abbiamo bisogno degli eletti, tenie intestinali della politica, quel giorno potremo decidere che la Polis, il corpo politico deliberante, sia composto p.es. di mezzo milione di ‘supercittadini’, persone estratte a sorte -per turni brevi- tra quegli iscritti all’anagrafe che risultino al di là di ogni dubbio possessori di determinati requisiti oggettivi: cultura, esperienze lavorative, meriti civici quali il volontariato prestato per x anni, etc. Informati e documentati telematicamente, i supercittadini-per-un-turno potranno anche partecipare alle decisioni più importanti, senza muoversi di casa. Una quindicina d’anni fa Mario Monti dichiarò concepibile un futuro passaggio alla democrazia elettronica.

All’interno di questa Polis ‘neo-ateniese’ si potranno accorpare, sempre per sorteggio e in rapporto  a meriti e a circostanze oggettivabili cioè fattuali, un certo numero di classi a qualificazione crescente e di numeri progressivamente più ristretti. Nella classe base verrebbero individuati random  i decisori e gli amministratori meno elevati;  in una categoria di media qualificazione e di numeri più piccoli (p.es. ordinari d’università, tecnici settoriali di riconosciuta competenza, imprenditori anche modesti ma che vantino risultati accertabili, operatori sociali) verrebbero sorteggiati i membri pro tempore di assemblee e organismi di livello intermedio. La classe più alta, un’élite di poche centinaia di persone che abbiano raggiunto le posizioni del livello massimo, fornirebbe per sorteggio e per turni brevi  (non rinnovabili, oppure rinnovabili una sola volta) i membri del governo, i quali potrebbero anche alternarsi alla guida dello Stato (fa così la Svizzera).

La società, non la politica cioè l’elettoralismo, produrrebbe le decisioni. La deliberazione avverrebbe in rapporto alla saggezza dei migliori e non, come oggi, in rapporto ai giochi elettorali.

E’ ovvio che non parliamo solo dell’Italia. La peggiocrazia espressa dalle urne governa i sistemi rappresentativi più pretenziosi di tutti, quelli americano e britannico, da quasi tre secoli e con risultati scadenti. Proprio negli USA sono state formulate, una ventina d’anni fa, le ipotesi più avanzate sulla liquidazione della democrazia rappresentativa, dunque della delega elettorale. La storia di ogni altro paese a reggimento parlamentare-partitico fornisce solo conferme peggiorative rispetto a quelle anglosassoni.

Nei 70 anni che è durata, la Terza Repubblica francese, col suo centinaio di governi, si confermò il peggiore dei prodotti del parlamentarismo (elettoralismo più scandali). Tra l’altro la Troisième si macchiò d’aver voluto due Guerre mondiali: la Prima, vittoriosa, la dissanguò di energia vitale oltre che di sangue, la Seconda le inflisse la più grave sconfitta militare della storia intera. L’uomo della strada, quello chiamato a combattere o ad offrire i figli alla patria, avrebbe voluto, se suo fosse stato il potere come ad Atene, due guerre così terribili? Dopo una Quarta Repubblica persino più malata della Terza, la Francia fu salvata da un quasi monarca, benemerito demolitore delle sue istituzioni e prassi demoparlamentari.

Ma è la crisi attuale dell’Occidente a fornire le prove più decisive contro la gestione dei politici. Dal 2008 è costata quasi 8 mila miliardi di dollari solo agli Stati Uniti. Se le grandi nazioni capitalistiche sono tanto indebitate è perchè i loro politici hanno addossato alle generazioni future  il prezzo dell’elettoralismo. Se i governanti e i decisori non avessero avuto  bisogno di farsi rieleggere, avrebbero valutato i problemi in rapporto a considerazioni elettorali, o invece avrebbero deciso al meglio della loro prudenza?

Far deliberare e governare ai migliori, scelti a caso (random) però per turni brevi e sotto la vigilanza delle varie istanze di democrazia diretta, referendum compreso, significherà anche l’impossibilità che le grandi masse si facciano trascinare dai demagoghi. Le grandi masse non meritano di contare. I molto qualificati, i più dotati, i più efficaci nella loro azione, se privati dal sorteggio e dal turno di volgere a vantaggio proprio o dei partiti e cricche i frutti della loro gestione, risulteranno per definizione i governanti migliori e i più disinteressati. Alla fine del mandato dovranno dare rendiconto non ai greggi elettorali, ma a giudici che potranno espropriarli di tutto e gettarli in carcere. Il giudizio degli elettori, sono secoli che è illusorio: essi possono solo eleggere altri politici, per definizione altrettanto pessimi quanto quelli estromessi.

Non c’è più bisogno di dimostrare che i politici eletti sono i peggiori tra noi. E’ vero, a volte si eleggono scienziati e grandi tecnici: ma nei partiti non contano nulla, ostaggi dei politicastri.

A.M.C.

BISOGNA FARE GLI ITALIANI, IN FRETTA

La lezione del centocinquantenario

COME E COSA CAMBIARE PERCHE’ QUALCOSA CAMBI

Fatta l’Italia restano da fare gli italiani. C’è quasi da vergognarsi a citare la celeberrima tra le massime del Massimo D’Azeglio, come dicevano alcuni miei antenati un po’ faceti; è infatti da sempre sulle bocche di tutti. Eppure non si riesce ad esimersene, per la buona ragione che a fare gli italiani, nell’unico significato plausibile dell’espressione, nessuno ci ha mai provato. Con una sola eccezione, forse: quella di Mussolini, che non mancò di prefiggersi l’ambizioso obiettivo ma lo perseguì a modo suo, mascherando i semi-neonati da figli della lupa, armando i più grandicelli balilla di libro e moschetto e obbligando i gerarchi con pancetta a saltare attraverso cerchi infuocati. Il tutto con i risultati ben noti.

Sarebbe perciò ora di finalmente provarci, visto che in un secolo e mezzo le cose non sono gran che cambiate. Anzi, per la precisione, moltissime cose sono cambiate in meglio, ma molte, troppe e soprattutto assai gravi, sono cambiate in peggio. Contribuendo per di più, in una misura della quale i più non sembrano o fingono di non rendersi conto, a determinare una situazione di emergenza, quella attuale, con pochi precedenti storici, come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti articoli (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte Vparte VI e parte VII)di questa serie che ora andiamo a concludere.

Chi potrebbe infatti negare, se messo alle strette, che il rischio di default nazionale molto probabilmente non incomberebbe o potrebbe essere sventato molto più facilmente se il paese non fosse afflitto più che mai dall’evasione fiscale di massa e dall’economia sommersa, dalla corruzione dilagante e dalla criminalità organizzata? Tutte piaghe, queste, il cui enorme costo per lo Stato e per la comunità nazionale è stato evidenziato da stime più o meno approssimative alle quali viene generalmente attribuita una sufficiente attendibilità.

E quel “più che mai” non ci è sfuggito distrattamente dalla tastiera. Mentre Mario Monti e la sua squadra di tecnici, ridicolmente accusati di lentezza, sono impegnati a portare avanti un programma di misure sufficientemente meditate, coerenti e sperabilmente eque, al tirare delle somme, nella distribuzione dei sacrifici per salvare conti pubblici e banche, rilanciare una crescita che langue da lunghi anni o almeno scongiurare una recessione che potrebbe rivelarsi micidiale o addirittura letale, cosa ci dicono le cronache?

Ci dicono, spietate, che le mafie spadroneggianti del Mezzogiorno imperversano ormai anche nella capitale ufficiale (dove cresce altresì la criminalità spicciola) e dintorni dopo avere piantato le tende intorno all’ex capitale morale già ribattezzata Tangentopoli. Che nelle poche grandi imprese parastatali e private che ci rimangono persistono ad imperversare la corruzione attiva e passiva e pratiche illecite di ogni tipo, si continua imperterriti a foraggiare partiti e amministratori pubblici centrali e locali come se Mani pulite fosse stata solo uno scherzo di cattivo gusto, e grandi manager inetti, irresponsabili o semplicemente disonesti vengono regolarmente premiati con liquidazioni astronomiche.

Quanto poi all’evasione fiscale, che naturalmente si intreccia abbondantemente con la criminalità e la corruzione ma è altrettanto largamente praticata anche indipendentemente da esse, pare che da qualche tempo venga combattuta con maggior vigore e che nuovi strumenti utili al riguardo siano in via di adozione da parte del governo “tecnico”. Intanto però si deve constatare che in altri paesi più virtuosi del nostro i controlli sono di regola più rigorosi e sistematici, la penalizzazione anche detentiva degli evasori non infrequente e così pure le loro denunce da parte dei cittadini.

Da noi, invece, l’ex capo del governo e i suoi seguaci bollano la ventilata tracciabilità dei pagamenti come un sopruso da Stato di polizia, mentre un numero certamente molto elevato di potenziali contribuenti è pronto a trasferire i propri capitali in qualche paradiso offshore, quando non l’abbia già fatto, nell’eventuale imminenza di misure più drastiche. Il tutto, fra l’altro, rendendo stupefacente il candore con cui tanti sottoscrivono o caldeggiano misure fiscali di emergenza quali l’imposizione della patrimoniale o il ripristino dell’ICI sulla prima casa ma solo a partire da un certo livello di reddito e in forma progressiva. Perfetto, ovviamente, in linea teorica; peccato che, in pratica, il garzone del macellaio, l’assistente del medico privato e il cuoco di ristorante rischierebbero molto, per i ben noti motivi, di pagare più del rispettivo datore di lavoro se non addirittura di pagare solo loro, come avviene su vasta scala per l’IRPEF.

E’ giusto incolpare di tutto ciò solo la classe politica? I più continuano a farlo anche col favore del linguaggio corrente, poichè termini come appunto classe e tanto più casta possono accreditare il concetto che si tratti di un personale in qualche modo separato o distinguibile dal resto del paese. Così evidentemente non è, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, e bisognerebbe quindi trarne le debite conseguenze sia in sede di attribuzione delle responsabilità sia di proposizione dei rimedi più opportuni.

Le colpe dei politici sono incontrovertibili, ma pur ammettendo (senza concederlo) che la maggior parte di loro anelino non solo a gestire il meglio possibile la cosa pubblica ma anche, dichiaratamente o meno, a “fare gli italiani”, questa ipotetica maggioranza deve fare pur sempre i conti con una maggioranza o una forte ed agguerrita minoranza di non politici, ossia di comuni cittadini, scarsamente disposti a lasciarsi fare o rifare e forse congenitamente incorreggibili, secondo teorie o credenze in voga da tempo immemorabile. Tra di esse non manca, per contro, quella secondo cui a impegnarsi in politica sarebbero i cittadini peggiori, che ci permettiamo però di non sottoscrivere su due piedi se non altro per simmetria con l’altra ipotesi suddetta.

Non è comunque il caso di scervellarsi per assodare se gli italiani siano davvero incurabilmente individualisti ovvero anarchici per principio o non piuttosto refrattari per natura a qualsiasi disciplina, e/o litigiosi e incostanti, maleducati e cinici, frivoli e faciloni, ecc; e tanto meno, se davvero sono tutto ciò o una parte di ciò, perché lo siano. Certo è che le loro pecche non riguardano soltanto i rapporti tra cittadino e Stato ma anche quelli tra i cittadini stessi. In sintesi complessiva è lecito, senza pretesa di originalità, parlare di carente senso civico, riscontrabile sui piani più diversi e nelle forme più macroscopiche e deleterie come in quelle apparentemente meno nocive e al limite poco più che folcloristiche.

Il che sia detto, lo ripetiamo, non ignorando affatto i pregi della gens italica, che sono tanti compresi quelli tradizionalmente negati da luoghi comuni tuttora tenacemente diffusi soprattutto all’estero. Di recente un giornalista americano, congedandosi dopo anni dal paese, ha reso omaggio non solo al “vibrante istinto creativo” del suo popolo (oggi, per la verità, piuttosto appannato) ma anche, “cosa forse sorprendente per molti stranieri”, alla sua “prodigiosa etica del lavoro”, lamentando però che “le doti di fantasia e le giornate lavorative di 12 ore finiscono spesso col portare all’immobilismo”. Per produrre progresso, infatti, l’etica del lavoro o se si preferisce professionale, per quanto abbinata alla creatività, deve trascendere la sfera individuale diventando etica anche civica e sociale.

Un’etica degna di questo nome, in altri termini, deve esplicarsi a tutto campo. E’ probabile che il lavoro nobiliti l’uomo ma è certo che cessa di farlo se, ad esempio, l’imprenditore che lavora anche più di 12 ore quotidiane non applica le norme sulla sicurezza del lavoro e ritiene giusto evadere le tasse. E’ vero tuttavia che gli evasori, o almeno quelli non tali per principio, possono sentirsi in qualche modo giustificati (e anche qui non manca il nesso con la problematica più attuale) se lo Stato esattore si dimostra incapace o restìo a combattere seriamente l’evasione e nel contempo colpisce duramente i contribuenti in regola spendendo inoltre in modo dissennato, se non peggio, il loro denaro. Ciò non basta a rendere la giustificazione accettabile, ma serve ugualmente a richiamare l’attenzione su un nodo a prima vista cruciale della questione: il frequente palleggiamento delle responsabilità tra governanti e governati. Nodo però solubile, come si è detto, respingendo la distinzione tra le due parti per quanto qui ci interessa.

L’evasione fiscale, naturalmente, è solo una delle componenti sia pure più appariscenti, dibattute e oggettivamente importanti di un quadro assai ampio. Altre apparentemente minori non sono però meno significative. Si pensi al traffico automobilistico dentro e fuori delle nostre città. Qualcuno avrà ben notato che i veicoli in circolazione si dividono in tre categorie di dimensioni all’incirca uguali: quelli che rispettano l’obbligo tuttora vigente (per quanto ne sappiamo, ma già questo dubbio è eloquente) di tenere accesi giorno e notte luci di posizione e anabbaglianti; quelli che ritengono sufficiente un rispetto parziale tenendo accese solo le prime, e quelli che viaggiano a luci completamente spente anche in caso di nebbia, tempo piovoso e tenebre già calanti.

Il tutto impunemente e quindi nella presumibile convinzione che tutto sia più o meno lecito, di fatto se non di diritto, nonché con conseguente discredito delle norme in generale e non senza analogie, ad esempio, con quelle concernenti il finanziamento pubblico dei partiti. Sempre in tema di traffico, qualcuno avrà altresì notato che in autostrada quasi nessuno più segnala il passaggio sulla corsia di sorpasso, chissà se contando militarmente sul fattore sorpresa, un’ipotesi valida anche per la caduta in disuso pressocchè totale del clacson.

La sostanziale scomparsa della polizia stradale potrebbe far pensare ad una scelta strategica delle autorità competenti, apparentemente indifferenti ai primati nazionali in materia di incidenti ma in compenso ostinate nell’imporre o tollerare limiti di velocità spessissimo assurdamente bassi e semi-impraticabili e quindi, forse, considerati utili solo per consentire ai comuni di fare periodicamente cassa e a fini di eventuale risarcimento danni (che assicura miglioramenti contabili del PIL), al pari di quelli invece elevati ma altrettanto sistematicamente violati. Per fortuna qualcuno comincia ad imparare a fermarsi alle striscie pedonali, almeno quando viaggia a velocità moderata.

Le pubbliche strade, e piazze, tornano poi a proposito anche per un altro motivo. Quelle di Milano soffrono di cronica e multiforme sporcizia per la quale, secondo un articolo apparso un mese fa sul Corriere della sera a firma Andrea Bosco, “le responsabilità dell’amministrazione vanno di pari passo con l’indifferenza, la maleducazione, la mancanza di senso civico dei cittadini” (compresi tra l’altro i cosiddetti writers, nella cui produzione “la creatività è stata sostituita dallo scarabocchio”). Quanto alle strade extraurbane, lombarde e naturalmente non solo, chiunque può contemplare i loro bordi pullulanti di rifiuti di ogni genere, che contribuiscono a creare uno stridente quanto significativo contrasto con la pulizia spesso maniacale delle abitazioni private, per cui quelle italiane generalmente brillano al confronto anche con i maggiori paesi europei.

Passando a tutt’altro, ma sempre nello stesso discorso, annotiamo che Sergio Romano, ancora dalle pagine del Corriere, ha ricordato recentemente un pregio della scuola secondaria americana, per il resto (escluso forse lo sport), alquanto scadente come emerge anche dalle graduatorie PISA, peraltro ancora più severe nei confronti della scuola italiana. Si tratta della capacità che gli studenti vi acquisiscono, grazie ad un’assidua pratica, di dibattere in modo pacato, ordinato e approfondito su qualsiasi tema, mettendo a confronto anche serrato diverse opinioni e tesi. Di qui l’ascoltabilità e la presumibile costruttività dei dibattiti politici in TV o altrove, benché sembri che al riguardo le cose stiano peggiorando anche negli USA, forse sotto i colpi della crisi economica. Ma certo i talk-show d’oltre oceano non sono precipitati al livello attuale di quelli italiani, ridotti a indecorose gazzarre che vedono gareggiare in intemperanza e aggressività spesso volgari anche personaggi fino a ieri noti per i loro modi urbani. Si è arrivati così al punto che un esperto di TV come Aldo Grasso auspica l’esclusione dei politici da simili tenzoni, passando persino sopra al fatto che, a quanto purtroppo risulta, esse fanno audience.

Di scuola si deve comunque riparlare arrivando al cuore del problema. Appare chiaro, almeno al sotto- o soprascritto, che il quadro fin qui tracciato influisce in modo pesante, e al limite determinante, sul livello di governabilità del paese, fortemente abbassato non solo dalla precarietà dello Stato di diritto ma anche dalla carenza di una società civile in grado di sopperire alle inadempienze della classe dirigente. Come rimediare ad un inconveniente così grave? Massimo Calderazzi ha ragione di negare che non basta fare quadrato intorno alla bandiera della Costituzione per raddrizzare un sistema politico non funzionale, anche se, in attesa di cure più radicali, non è possibile rinunciare alla funzione regolatrice, nei limiti del possibile, di una legge fondamentale pur bisognosa di modifiche e aggiornamenti, a meno di non puntare al tanto peggio tanto meglio.

Caldeggiare cure più radicali, tuttavia, non significa necessariamente voler buttare tutto all’aria, ma neppure confidare ulteriormente in espedienti di ingegneria istituzionale ancorchè rivoluzionari la cui efficacia dipende pur sempre da chi è chiamato ad applicarli, ossia dal fattore umano, risollevando insomma una volta di più il proverbiale problema del difetto nel manico. In un paese come l’Italia, mi pare, l’introduzione della democrazia elettronica e a sorteggio proposta da Massimo rischierebbe, a dire il meno, di fare la stessa fine del sistema bipolare e di questa o quella legge elettorale. Per non parlare poi, sempre sulla base delle esperienze già fatte, dell’opportunità di ricorrere a qualche “uomo forte” per imporre al malato la ricetta miracolosa.

Optare per cure radicali significa, piuttosto, puntare proprio sulla radice del male, quella additata per primo da un altro Massimo, non D’Alema bensì il marchese D’Azeglio, anche se in tal caso l’inesistenza di toccasana ad effetto immediato può scoraggiare i più impazienti. Non si tratterebbe infatti di imitare esempi storicamente recenti di operazioni relativamente rapide e più o meno drastiche, quanto tragicamente fallimentari. Il tentativo di Stalin di forgiare con l’aiuto di svariati bagni di sangue il nuovo uomo sovietico, genialmente irriso da Michail Bulgakov nel suo esilarante, malgrado tutto, “Cuore di cane”, culminò nella catastrofe anche morale dello Stato nato nel 1917, ed esiti analoghi ebbero la Rivoluzione culturale cinese e il genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia.

L’obiettivo da perseguire, invece, con la necessaria gradualità, continuità di impegno e l’investimento di adeguate risorse sia umane che materiali, è quello di migliorare la qualità culturale e comportamentale della popolazione, oggi per vari aspetti in regresso a cominciare dall’analfabetismo di ritorno. Con particolare riguardo, comunque, all’innalzamento del livello di coscienza e responsabilità sociale e di senso civico, al di fuori possibilmente di qualsiasi ideologia e mirando semmai ad una specifica accentuazione della capacità di confrontarsi con culture diverse dalla propria, peraltro bisognosa di rafforzamento e riscoperta.

Un compito educativo o rieducativo, dunque, ambizioso e complesso quanto indispensabile per assicurare una governabilità finora cronicamente precaria promuovendo la maturazione di una società civile all’altezza delle moderne esigenze e valorizzando le migliori tradizioni, vocazioni e potenzialità del paese. Un compito, naturalmente, che spetta innanzitutto, ma non solo, alla scuola, per quanto bisognosa anch’essa di riqualificazione e potenziamento, e quindi di una decisa  inversione di rotta nella politica nazionale più recente, che non a caso contrasta in modo stridente con le tendenze negli altri paesi più avanzati e alle prese con difficoltà economiche simili alle nostre.

Un compito, inutile dirlo, il cui svolgimento in campo scolastico richiede che si vada ben oltre lo spazio, la cura e il peso didattico ridicolmente esigui sinora riservati all’educazione civica, perciò comprensibilmente trattata dagli studenti, dalle famiglie e dagli stessi insegnanti persino peggio delle ore di religione di un tempo e dell’educazione fisica. La funzione comunque insostituibile della scuola a tutti i suoi livelli dovrebbe però essere integrata da specifiche iniziative della società civile attraverso nuove forme di volontariato impegnate in un’inedita missione nazionale di ampio respiro.

Un’impresa paragonabile, insomma, mutatis mutandis, a quella inscenata nel 19° secolo dai populisti russi nell’impero zarista per risvegliare e riscattare le masse contadine dalla loro ancestrale deprivazione e arretratezza. Oppure, per citare un altro esempio meno noto, ad un progetto a malapena avviato da Maria Montessori, profetessa poco fortunata in patria ma ancor oggi ascoltata e attivamente celebrata all’estero: quello di educare gli uomini fin da piccoli a battersi per la pace dopo la traumatica esperienza della prima guerra mondiale con le sue innumerevoli e insensate carneficine.

Due secoli fa il grande Schopenhauer interpretava una nozione alquanto diffusa all’estero definendo gli italiani gente “al di sopra di qualsiasi ambizione, al di sotto di ogni bassezza”. Meno pessimista e sbrigativo del collega (che peraltro diceva peste e corna pure di lui, neanche fosse italiano), un altro colosso del pensiero non solo teutonico come Hegel, dopo avere banalmente attribuito agli italiani un connaturato e incoercibile individualismo, ammetteva che avessero “superato l’egoismo più mostruoso, degenerato in tutti i crimini” grazie al “godimento delle arti belle, trovandovi per così dire un’unità” limitata però “solo alla bellezza, non già alla razionalità, all’unità superiore del pensiero”. E così concludeva: “gli italiani sono nature improvvisatrici, in tutto dedite all’arte e al godimento sensibile. In presenza di tale indole artistica, lo Stato deve per forza essere qualcosa di casuale”.

Dopo avere bene o male smentito il poeta francese che ci definiva “paese dei morti”, sarebbe forse ora che, passati altri 150 e più anni, si rendesse obsoleta anche l’immagine dipinta dal filosofo tedesco. Ciò, ovviamente, per quanto riguarda la sua componente negativa, perché quella positiva andrebbe possibilmente conservata, nella realtà, ancorché adeguatamente contemperata. E non è certo scontato che uno sforzo di ulteriore automiglioramento comunque da farsi debba necessariamente impedirlo.

Franco Soglian 

14 ANNI FA PROPONEMMO MARIO MONTI AL QUIRINALE

Per la serie, “l’avevamo detto noi”, emerge dal nostro archivio un articolo (Contrelzeviro )(dal settimanale ‘La Svolta”, 23 maggio 1997 ) che già parlava dell’attuale presidente del consiglio…

Una più desolante dell’altra le previsioni che si fanno per il dopo-Scalfaro. E’ corso il nome di un inquilino della Farnesina, con credenziali quali “al Fondo Monetario Internazionale ha acquisito un ottimo inglese”. Tralasciamo alcuni speranzosi ancora più implausibili, per arrivare all’ipotesi agghiacciante: “Se D’Alema diverrà capo del governo, Prodi potrebbe passare al Quirinale”. Un vaticinio così atroce non è venuto da gente che vuole male all’Italia -nel qual caso si spiegherebbe- bensì dagli inviati di punta di ”Time’, grande testata di un Paese alleato e amico, come si usa dire. La quale testata ha pubblicato di recente uno speciale sullo Stivale. Fortuna, per detti inviati di punta, che negli States non si appassionano alle nostre cronache. Altrimenti, puta caso Prodi si insediasse davvero nella Reggia della Repubblica con la sua bonomia di cobra dalla bocca senza denti, ve li immaginati gli scongiuri sui marciapiedi di Manhattan al passaggio dei giornalisti menagrami di ‘Time’?

Basta deridere i fan newyorkesi di Romano; e basta scherzare sulle cose serie. Potremmo considerare candidature meno esiziali: e qualcuna risulterebbe un ‘godsend’, un regalo degli Dei. Ecco quella avanzata, non per scherzo, da questa rubrica ‘Contrelzeviro’: Mario Monti. Perché nume della Bocconi, sì certo. Perché agisce con dignità nella plancia dell’Unione Europea, unica patria cui votarsi dopo gli scempi di tante guerre, anche. Monti è l’uomo che il 27 aprile 1997 ha detto al ‘Corriere della Sera’ verità misurate ma severe sulla nostra classe di governo: “La vita politica è andata avanti spesso con un afflato etico verso la solidarietà verbale (…) Nella tradizione italiana ci sono molti punti di forza, non il rispetto delle scadenze e delle cifre”. Quando l’intervistatore ha ricordato una definizione di Prodi (“i parametri di Maastricht sono tabelline che si infischiano della realtà”)  Monti ha risposto grave che “questi valori quantitativi hanno un significato di riforma dei comportamenti”. In che sono sbagliati i nostri comportamenti? Monti: “Scarsa affidabilità complessiva. Oggi in Europa sono molto diffusi i dubbi. Solo otto o dieci anni fa tutti gli elementi del modello dell’economia sociale di mercato, che poi è diventato la costituzione di Maastricht, venivano contestati dalla cultura politica italiana (…) L’Italia non ha una tradizione di grande affidabilità nel rispetto degli impegni. In quanto la moneta unica determina una convivenza enormemente più stretta di prima, l’Europa richiede più di prima affidabilità reciproca. Ogni Paese ha bisogno, più di prima, che tutti gli altri rispettino gli impegni”.

Nella nostra interpretazione, sotto il garbo di Mario Monti c’è l’amara denuncia di una disonestà nazionale cui non può che corrispondere, nella classe politica, una ripugnanza istintiva per le leggi dell’etica. Uno che pensa queste cose non è un tipico politico italiano: dunque  a lui andrebbe affidata la prima magistratura. Non solo. Il popolo farebbe bene a dargli pieni poteri per fare piazza pulita di ‘questi politici’. Forse il professor Monti sarebbe troppo civile, e troppo clemente, per liberare a frustate il Tempio dai mercanti. Ma la sfortuna vera è un’altra: i nostri politici potrebbero sì mettere uno come Monti a capo dello Stato o del governo, ma col proposito fermo di legargli mani e piedi.

Antonio Massimo Calderazzi

VIVA LA SCONFITTA DELLA POLITICA

 

Per capirci meglio

Il momento più alto della storica seduta di Montecitorio del 12 novembre è scoccato quando Domenico Scilipoti si è alzato per pronunciare l’omaggio funebre a Silvio Berlusconi (forse) politicamente deceduto e una sferzante condanna dei vili che l’hanno tradito. A molti i suoi nobili e appassionati accenti avranno senza dubbio ricordato quelli attribuiti da Shakespeare a Marcantonio nell’orazione in onore di Cesare assassinato. Questo per quanto riguarda l’aspetto soprattutto emotivo della conclamata fine di un’era.

Sotto il profilo storico-politico spicca invece un altro Leit-motiv. Anche l’eminente statista e anestesista calabrese si è unito al coro di quanti, nelle file di quello che resta (forse) il partito di maggioranza relativa, hanno denunciato a gran voce la sconfitta della politica in cui si sarebbero tradotte le forzate (dallo spread e dalla magistratura, da Sarkozy e dai comunisti, dai poteri forti e, in ultima analisi, da “questo paese di merda”, oltre naturalmente ai traditori) dimissioni del Cavaliere e la sua sostituzione con un governo tecnico senza attendere l’indispensabile investitura popolare.

Basta a suffragare una simile versione delle cose il fatto che la denuncia abbia riscosso l’adesione perfino di Romano Prodi? Rincresce di dover rispondere di no.

Da premettere, innanzitutto, che i governi nascono giuridicamente in parlamento, secondo la vigente Costituzione, anche se sulla base politica di un voto popolare. E muoiono sempre in parlamento, normalmente per una perdita anche solo parziale (in una delle due camere) della maggioranza, come è avvenuto o stava avvenendo in questo caso, oppure per effetto di sconfitte politiche confessate, risentite o comunque evidenti in quanto tali.

Neanche in questo caso l’evidenza si può negare. Ma ammettiamo pure che la svolta dei giorni scorsi sia avvenuta in modo alquanto contrastante con il meccanismo introdotto di fatto dopo il crollo della cosiddetta prima repubblica. Il contrasto non può impedire di vedere che proprio la politica deve intervenire con ogni suo mezzo lecito disponibile per rimediare alle suddette sconfitte specialmente in situazioni di emergenza come quella attuale.

Se l’intervento riesce con qualche speranza di successo si tratta di una vittoria e non di una sconfitta della politica, o al massimo della sconfitta di un certo disegno o programma politico (nella fattispecie, l’instaurazione del bipolarismo e la consacrazione dell’elezione popolare diretta o semi-diretta del presidente del Consiglio), fallito per una determinata combinazione di motivi politici come in politica è sempre possibile.

A tutto ciò va aggiunto che, nell’Italia degli ultimi due decenni, i governi tecnici o comunque di emergenza si sono distinti per la loro salutare efficienza certo più di quelli cosiddetti politici. Amato e Ciampi salvarono il paese dalla minaccia di bancarotta e reso possibile l’adesione all’euro, con buona pace di chi oggi avversa la moneta comune. Dini varò una riforma pensionistica che sarebbe stata sufficiente a far quadrare i conti pubblici se non fosse sopraggiunta la crisi planetaria e i governi politici l’avessero fronteggiata meglio.

Una riforma, tra l’altro, cui il centro-destra fece seguire una brusca impennata dell’età pensionabile con lo scalone Maroni, che il centro-sinistra si affrettò a cancellare e la parte avversa evitò, poi, di ripristinare. Oggi, in piena emergenza, la Lega nord ostile al governo Monti si oppone in modo intransigente a qualsiasi elevazione dell’età pensionabile, anche minima rispetto a quella disposta dal suo stesso ministro. Dio ci salvi, dunque, almeno per il momento, dai governi politici, e viva le sconfitte della politica se proprio vogliamo classificare così quella avvenuta il 12 novembre.

Nemesio Morlacchi

QUALI TERAPIE PER L’ITALIA ANORMALE

Il bilancio che abbiamo provato a tracciare dell’Italia centocinquantenne (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte V e parte VI) si presta alle più diverse valutazioni a seconda dei diversi possibili angoli visuali. Nel complesso, non crediamo tuttavia che possa considerarsi soddisfacente e in ogni caso, allo stato attuale, abbastanza  rassicurante per il futuro. Il paese non è certo da buttare ma le sue pecche e carenze sono innumerevoli, gravi e, nella migliore delle ipotesi, almeno pari ai suoi pregi e potenzialità. Forte sarebbe la tentazione di definirlo malato incurabile, data appunto la sua avanzata età statuale, se non fosse che mai è stato sottoposto, o ci sbagliamo?, a terapie adeguate.

Proprio su quest’ultimo punto, d’altronde, si accentra il discorso che più ci interessa, da portare avanti e poi finalmente concludere senza allargarlo troppo. Quale che sia l’esito di un attendibile checkup nazionale, sembra comunque lecito ribadire e partire dal presupposto che il paese assai raramente sia stato governato  in modo sufficientemente oculato, responsabile e lungimirante. Che ciò possa derivare anche da difetti più meno connaturati o storicamente generati del popolo italiano, lo abbiamo già rilevato. Certamente influenti sull’insolvenza delle sue classi dirigenti, non possono essere ignorati neppure in sede di esame dei possibili rimedi alle loro conseguenze.

Guvernè bin, come diceva Giolitti, uno dei migliori o dei meno peggio, non significa soltanto amministrare il paese “con la diligenza del buon padre di famiglia”, secondo una vecchia e consacrata formula. Significa anche, all’occorrenza, andare ben oltre l’ordinaria amministrazione fronteggiando con coraggio le emergenze più critiche, perseguendo con tenacia la soluzione dei maggiori problemi di fondo, sfidando se necessario l’impopolarità e le eventuali resistenze. Tutto ciò è troppo spesso mancato, come ad esempio, in modo particolarmente vistoso, all’indomani della prima guerra mondiale e nel momento cruciale della seconda, e in generale nei confronti della corruzione, della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale.

Quanto all’impopolarità, l’ultimo della lunga serie di nostri presidenti del Consiglio, non contento di esprimere comprensione per gli evasori, benché campione dichiarato ed esaltato della liberalizzazione ha confessato di non poter mantenere le promesse al riguardo per timore di perdere i consensi delle categorie interessate. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, oggi novantenne, rivela invece di essersi trovato pronto a dimettersi in almeno tre occasioni se non fosse riuscito ad imporsi su questioni ritenute vitali, nel presupposto che “un capo di governo deve sempre accettare il rischio di venire deposto”.  E il generale de Gaulle, com’è noto, si ritirò a vita privata dopo la bocciatura per referendum della regionalizzazione della Francia da lui propugnata.

Nell’Italia prefascista le dimissioni dei governanti non erano una rarità; qualcuno persino eccedeva. Sono diventate estremamente rare negli ultimi tempi, che hanno visto casi addirittura madornali di attaccamento alla poltrona per nulla nobilitato da lotte ad oltranza per cause sacrosante, o almeno apprezzabili, ma incomprese. Quella di Massimo D’Alema, fattosi da parte dopo un’imprevista sconfitta in elezioni regionali, è rimasta un’eccezione. Silvio Berlusconi compie il suo “passo indietro” solo dopo una lunga e pervicace resistenza, ancora convinto di rappresentare il più grande statista della storia nazionale, godere un alto prestigio all’estero e cadere vittima del tradimento, esattamente come lamentava dopo il 25 luglio 1943 Benito Mussolini. Dal quale (qualcosa bisogna pure riconoscergli) il più recente ”uomo della provvidenza” si distingue almeno per avere rispettato, malgrado una certa disinvoltura interpretativa, le regole democratiche, a dispetto delle mire autoritarie addebitategli dagli avversari.

Frattanto, ha assunto dimensioni massicce e le forme più smaccate la moltiplicazione dei privilegi e delle prebende della classe politica in generale, l’ormai famigerata “casta”, in stridente contrasto con le ripercussioni della crisi economico-finanziaria sui redditi del grosso della popolazione e al punto da dare corpo all’immagine di una vera e propria deriva cleptocratica. Si è così giunti al più sconcertante tra i tanti primati negativi via via accumulati dal paese: i politici ed amministratori più pagati e tuttavia più inetti, e fors’anche più corrotti, dell’Occidente.

La crisi che fa incombere sull’ottava potenza economica mondiale lo spettro del default, avendo messo finora al tappeto solo la piccola e ben più povera Grecia,  ha messo tanto più a nudo l’irresponsabile imprevidenza e insipienza dei suoi governanti, non a caso trattati come inaffidabili e al limite minorati dai loro colleghi dell’Eurozona. I quali, sempre più preoccupati per la sorte della moneta comune, si sono visti infine costretti, insieme alle autorità di Bruxelles e Francoforte, a porre sotto umiliante tutela quelle di Roma per di più bersagliandole con una escalation di ultimatum.

Tutto ciò ha ulteriormente accentuato ed esasperato l’anomalia del caso italiano, di una nazione, cioè, appartenente per censo e lignaggio all’élite planetaria ma sempre afflitta da squilibri e piaghe secolari, da cronica inefficienza e instabilità politica e ora anche dall’inedita prospettiva del declino e del regresso. Si spiega, perciò, che da un lato abbia preso piede, in un paese che fino a poco tempo fa vantava livelli tra i più elevati di partecipazione al voto, la tendenza ad un crescente astensionismo e siano ricomparsi movimenti di tipo qualunquistico. E che, dall’altro, non manchino proposte di rinnovamento radicale di un sistema politico comprensibilmente giudicato non all’altezza di un compito che rimane comunque insostituibile.

L’amico Massimo Calderazzi e anche Gianni Fodella caldeggiano su questa rivista nientemeno che il rimpiazzo della democrazia rappresentativa, imperniata su parlamento e partiti, con un governo di tecnici eletti a rotazione da un consesso di cittadini selezionati periodicamente mediante sorteggio e con sistematico ricorso a referendum popolari per via elettronica, rispolverando così un antico modello ateniese debitamente aggiornato. L’idea è meno peregrina ovvero avveniristica di quanto possa apparire a prima vista. Qualcosa del genere è stato infatti già sperimentato in sede locale o regionale negli Stati Uniti e addirittura nella Cina ancora ufficialmente comunista, e magari si arriverà a realizzarla su scala più o meno vasta in un futuro non necessariamente lontano.

Essa solleva però due obbiezioni, pur prescindendo da un’analisi politologica che richiederebbe una specifica competenza. Entrambe riguardano specificamente proprio il caso italiano con la sua conclamata anomalia. Perché pensare, innanzitutto, a soluzioni così rivoluzionarie, ad una fuga in avanti così difficile da concepire in un paese che non brilla più da secoli per spirito innovativo e il cui unico esempio dato sinora agli altri e da non pochi altri effettivamente seguito, con i ben noti risultati, è stato quello di un regime fascista?

Nauseato per l’attuale condizione nazionale e affascinato dal modello Pericle, Massimo non esita ad auspicare la sua introduzione, se necessario, mediante un colpo di Stato e una dittatura ad hoc. Chi si sentirebbe di sottoscrivere data l’esperienza già fatta in materia? Qualcuno, oltre a tutto, ha ricordato nei giorni scorsi che anche il precedente ateniese non suona particolarmente incoraggiante in quanto il governo illuminato di Pericle spianò la strada alle molteplici malefatte del suo allievo Alcibiade, del resto guerrafondaio come il celebrato cugino.

Ma guardiamo all’oggi. Da quando è nata, o se si preferisce risorta, l’Italia si crede pari se non addirittura migliore degli altri maggiori Stati europei, indipendentemente dalla loro età per i più ben più avanzata; e anzi, per la precisione, dei più forti e progrediti tra essi. Se ciò avviene, diciamo, a livello ideale o retorico, a livello pratico sono questi paesi i nostri termini di riferimento abituali ed è ad essi (naturalmente con la più recente quanto ingombrante aggiunta degli Stati Uniti) che ci sforziamo più o meno alacremente e coerentemente di assomigliare. D’altra parte, tutti hanno avuto, hanno tuttora e continueranno ad avere i loro problemi, le loro crisi e le loro pecche. Nessuno, però, è gravato da trascorsi complessivamente paragonabili a quelli italiani, come abbiamo già cercato di chiarire; e, soprattutto, nessuno versa oggi in una situazione generale, di immagine e di sostanza, in termini quantitativi e qualitativi, anche soltanto avvicinabile a quella italiana.

Non mancano ovviamente punti sui quali possiamo vantare qualche superiorità, e che non bastano tuttavia a modificare una condizione di inferiorità quanto meno sotto il profilo della gestione politica. Fuori d’Italia, quest’ultima bene o male funziona, senza che si avverta un particolare bisogno di profondi rinnovamenti; neppure in Spagna, paese di democrazia giovane, di sviluppo economico recente e ancora fragile, e però governato meglio (malgrado una disoccupazione doppia della nostra) e comunque in modo molto più apprezzato all’estero, mercati finanziari compresi.

A questo punto conviene citare nuovamente D’Alema, non perché sia il moderno Aristotele bensì in quanto autore, qualche anno fa, di un libro intitolato “Un paese normale”. Personalmente non l’ho letto ma mi risulta abbia additato tra i primi un obiettivo ormai largamente condiviso: quello appunto di curare i mali nazionali senza perseguire palingenesi più o meno rivoluzionarie ma una più banale normalizzazione. La quale può significare soltanto portarsi ai livelli e moduli predominanti nel resto dell’Europa occidentale (senza dimenticare che anche buona parte di quella orientale sta progredendo rapidamente in tale direzione), cercando beninteso di salvaguardare le positive peculiarità nazionali che pure esistono.

Gli sforzi in questo senso, sinora, hanno dato frutti insoddisfacenti, ma nulla vieta e semmai tutto consiglierebbe di insistere, malgrado le delusioni. Resta però da vedere come, ossia giocando quali carte e scartando invece quali altre. Un dibattito nazionale al riguardo è tutt’altro che inedito e poco frequentato, ma pur rispondendo evidentemente ad un’esigenza largamente sentita si mantiene troppo spesso sulle generali oppure si concentra eccessivamente su temi di dettaglio. Da decenni si reclama, soprattutto a sinistra, un “nuovo modo di fare politica”, senza che nessuno abbia mai chiarito o capito in che cosa esattamente consista. A destra si contava molto sull’effetto B, ovvero sulla ventata d’aria fresca, creatività e capacità propulsiva apportata dall’avvento al potere di un grande imprenditore, di un “uomo del fare” in luogo dei profeti di “convergenze parallele”, “teste d’uovo” e dottori sottili di questo o quel colore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel mondo politico e tra gli studiosi ed esperti, adesso, ci si confronta soprattutto,  quotidianamente e accanitamente, su come cambiare o ritoccare il sistema elettorale, nel pur giusto presupposto dell’indecenza del vigente Porcellum. Con il dovuto rispetto per la sapienza e l’autorevolezza del professor Sartori e di altri vecchi e nuovi guru, nonché per la tenacia e l’abnegazione di Mariotto Segni e di altri combattenti per la nobile causa, sembra in realtà fatica sprecata e tempo perso. Non si vede infatti cosa ci si possa aspettare da un nuovo cambiamento della legge elettorale dopo gli esiti dei precedenti, a meno di non voler provare proprio tutti i modelli esistenti al mondo prima di dichiararsi vinti, naturalmente senza alcuna garanzia di trovare quello buono. Non è comunque intellettualmente lecito sostenere oggi che i voti di preferenza siano indispensabili quando ieri li si bollava come un invito a nozze per le mafie, oppure lamentare che i deputati non siano scelti dal popolo ma dai capipartito come se nella spesso rimpianta prima repubblica avvenisse il contrario. O, ancora, stigmatizzare l’eccessivo premio di maggioranza previsto per la Camera e rivelatosi tuttavia perfettamente inutile ai fini dell’agognata governabilità.

Stupisce quindi che anche una persona di buon senso come Romano Prodi, contrario oggi ad un governo tecnico giudicato incompatibile con il bipolarismo, auspichi l’adozione di una legge elettorale che confermi quest’ultimo; e ci auguriamo anzi, questa volta, che l’ex premier smentisca una simile esternazione dichiarandosi frainteso dalla stampa, come ormai i politici nostrani fanno quasi sistematicamente. L’esperienza dimostra in modo incontrovertibile, mi sembra, che con le leggi elettorali non si confermano, almeno dalle nostre parti, né il bipolarismo, rimasto sinora una pia illusione come a maggior ragione il bipartitismo (il cui antesignano Veltroni, peraltro, dissente adesso da Prodi), né qualsiasi loro contrario.

Di qui, per concludere, la seconda obbiezione che credo di dover rivolgere alla proposta della democrazia elettronica. Tutto lascia pensare che i più brillanti ed ingegnosi ritrovati tecnici, di cosiddetta ingegneria costituzionale o altro, forse utili per risolvere al massimo qualche problema molto specifico all’interno di un determinato sistema politico, difficilmente possano rispondere all’esigenza di crearne uno nuovo, sufficientemente funzionale, per sostituirne un altro inficiato dalla prolungata e comprovata inadeguatezza delle classi dirigenti di un determinato paese. Se i tentativi di riuscirvi sono falliti su scala ridotta, come sperare che possano andare a buon fine mirando così in alto?

Siccome però il problema di un leniniano “che fare” si pone, anzi certamente si impone all’ordine del giorno, e quindi alle proposte che non convincono è quasi d’obbligo replicare avanzandone delle altre, diciamo subito che per rimediare ai gravi difetti del sistema politico e del personale politico appare necessario tenere ben presenti anche quelli del paese in generale e del suo popolo, indissolubilmente intrecciati con i primi come si è già detto e ripetuto. Ma ne riparleremo alla prossima puntata, ossia nell’ultimo articolo di questa serie.

Franco Soglian

ABOLIZIONE DEGLI ORDINI PROFESSIONALI: ORA C’E’ UN TERMINE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora una data c’è: 13 agosto 2012. Entro questo termine o gli Ordini professionali saranno riformati, o verranno aboliti. Il governo Monti non ha affrontato direttamente le liberalizzazioni nell’ambito delle professioni, ma ha promesso di farlo in tempi brevi. Brevissimi.

Se nei prossimi 252 giorni non si troverà la quadratura del cerchio, gli Ordini saranno aboliti. I rappresentanti delle professioni sanno di avere la pistola alla tempia. Si dovrà trattare su tutto e rapidamente. Questo governo ha dato prova di serietà, rapidità e competenza. Ci si aspetta che non vengano lesinate anche nella seconda tornata di provvedimenti, si auspica più improntati alla riforma che non al taglio.

Attenzione però: non è finita. Le lobby e le corporazioni, portatori di interessi legittimi ma talvolta contrastanti con quello generale, non si arrendereanno facilmente. Sarà compito di tutti vigilare che non si scampi la tagliola del 13 agosto 2012 con qualche escamotage: magari una mini riforma che cambia tutto perchè non cambi niente. Per aiutare il governo a fare bene, sperando che duri, si dovrà restare vigili e affamati.

Tommaso Canetta

da LaStecca

DRACONE FACCIA I PRIMI DRENAGGI

Il banchetto dei Proci nella casa di Ulisse, cioè del Popolo, non è fatto solo degli usurpatori e dei ladri di una classe politica da cancellare intera. E’ fatto anche di un mandarinato parecchio meno meritocratico di quello dell’Impero celeste. Burocrati senza la cui complicità le tangenti, i favoritismi, il malaffare sarebbero più difficili.

Sbaragliare la Casta non basterebbe. Per cominciare, i burocrati di fascia alta -militari, diplomatici e paramagistrati compresi- sono strapagati per ciò che danno. I generali, gli ammiragli, i diplomatici vengono trattati sontuosamente anche quando fanno canagliate come comprare cacciabombardieri, ordire spedizioni belliche produttrici di salme,  aggiungersi indennità.

Poche settimane fa abbiamo appreso degli stanziamenti per abbellire o mantenere lussuosi alloggi ‘di servizio’ assegnati a Roma e altrove non solo agli alti gradi militari, onusti di glorie belliche inesistenti  (oltre 300 mq per l’appartamento di un feldmaresciallo da pochade), ma anche alla  caposegretaria di non so quale ministro. Quasi tutti i dirigenti di rango, i magistrati della fascia amministrativa superiore, i consiglieri di Stato e molti altri bonzi ricevono assai più di quanto meritano. Di questo si parla poco.

Ossia: non solo la politica è marcia, anche la top dirigenza di tutti gli organismi pubblici, dal centro ai Comuni, agli enti territoriali, economici e non, necessari oppure odiosamente inutili. C’è poi lo scandalo dei compensi quasi delittuosi ai grandi manager pubblici e privati (i quali ultimi privati non sono affatto, se fanno andare banche imprese società che senza i soldi del contribuente si afflosciano di colpo). Oggi si aggiunge la grande crisi a giustificare, nelle strutture pubbliche ma non solo, l’abbattimento generalizzato e progressivo di compensi, pensioni  e liquidazioni dal livello medio-alto in su, per esempio oltre i centomila lordi annui. Si giustifica l’indilazionabile cancellazione, a tutti i livelli, dei diritti acquisiti.

Si giustifica infine la decimazione nei ranghi superiori: uno su dieci semipadreterni andrebbe destituito o degradato random, cioè a sorte, perché con la sua sventura ammonisca i suoi pari, nonché gli inferiori. Su ogni decimato ricadrebbe l’onere di dimostrare le eventuali benemerenze oggettive che, a suo tempo, dessero adito a un reintegro a mezza paga. Qualche know-how e qualche esperienza si perderebbe, ma i rincalzi più giovani che sostituissero i decimati avrebbero idee fresche, e certo esigerebbero meno €.

Nelle forze armate, fatta la decimazione (da esse peraltro inventata), dovrebbero seguire misure rivoluzionarie: uscita dalla Nato; fine delle missioni all’estero, tranne le improbabili necessità di interventi strettamente umanitari -inondazioni terremoti epidemie-  soltanto in paesi confinanti o quasi; cancellazione di ogni capacità offensiva e ridimensionamento delle stesse capacità difensive (da quale Slovacchia o Yemen ci sentiamo minacciati?); divieto definitivo di nuovi equipaggiamenti aeronavali, corazzati e simili; vendita all’estero di navi, aerei, carri e di ogni materiale non richiesto dalla protezione dell’ordine pubblico; importanti tagli su tutti gli organici; dismissione della maggior parte degli immobili; miniaturizzazione del Ministero, degli Stati Maggiori e delle loro sedi fisiche. Insomma le residue Forze armate dovrebbero diventare una riserva back-up dei Carabinieri e di altre polizie. Il bilancio della Difesa andrebbe ridotto di tre quarti.

La rappresentanza all’estero è forse la più superflua e la meno produttiva delle funzioni pubbliche, senza confronti meno importante che la manutenzione di scuole, argini e tombini. Lo Stivale dovrebbe uscire da tutte le convenzioni diplomatiche, non importa quanto secolari; rinunziare alle reciprocità e alle competizioni nel fatuo (‘il mio garden party deve essere più elegante del garden party dell’Austria o della Colombia’). Dovremmo chiudere quasi tutte le ambasciate, cominciando dai paesi membri dell’Unione europea e dalla Santa Sede. In qualche caso, non sempre, attribuiremmo scarni compiti diplomatici ai consolati generali (uno per paese). I cognomi patrizi, oggi senza vergogna lardellanti i ranghi della ‘Carriera’, dovrebbero attirare i licenziamenti: in tal caso la decimazione potrebbe essere più clemente.

La partecipazione ai pochi organismi internazionali che risultino veramente utili non dovrebbe comportare sedi permanenti ed alteri dignitari, bensì modesti uffici tecnico-operativi, con prevalenti compiti di promozione economica. Abili piazzisti un po’ tamarri  sostituirebbero con vantaggio signorili consiglieri di legazione con ottimo tight, impareggiabili a far ballare le mogli dei ministri finlandesi. Anche il bilancio degli Esteri andrebbe ridotto di tre quarti, tra l’altro vendendo la Farnesina. Il Quirinale, se nessuno  vorrà comprarlo in quanto abitato male nei secoli da Papi, da Monarchi poco amanti del popolo e da Primi Cittadini ingolositi dal fasto tanto quanto i papi e i monarchi, meglio regalarlo  per fare economia.

I bilanci di questa e di ogni altra Somma Istituzione   -includendo il Parlamento, le Regioni ecc., che sono per niente sommi- andrebbero sventrati. Delle Province, tutte da abolire, resterebbero le sole sigle sulle targhe e negli indirizzi. A tutto il personale da licenziare -un paio di milioni di persone- dovremmo assicurare un assegno di sopravvivenza rapportato non alle retribuzioni precorse bensì alle necessità poco più che alimentari delle famiglie di ceto medio-popolare.

Tutto ciò, ed ogni altra vera riforma, richiederà la riscrittura della Costituzione, del Codice civile, degli statuti regionali in genere scritti da giuristi di fiducia della Casta. Richiederà il passaggio da questa democrazia parlamentar-truffaldina e dall’iperliberismo a un congegno selettivo di democrazia diretta e al semisocialismo, con più doveri che diritti, e forte di poteri draconiani.

Se no, tenetevi il peggior sistema d’Occidente.

AMC