EROICHE MA SENZA FUTURO COME PEARL HARBOR LE PRODEZZE ANTISISMICHE DI TOKYO?

Sono talmente impavidi, i giapponesi, nel prepararsi ad affrontare il rischio lontano di un terremoto catastrofico nell’area allargata della capitale (38 o 40 milioni di abitanti), da costringerci a pensare che essi stiano vivendo il quinto zenit assoluto della loro storia millenaria: un ottantennio dopo che il loro ferreo arcipelago attaccò il colosso americano nelle Hawai semiaffondandone la flotta, egemone del Pacifico. O come centocinquanta anni fa, quando l’imperatore Mutsuhito mise fine ai molti secoli di potere delle dinastie degli ‘shogun’ e aprì l’era delle riforme Meiji, la modernizzazione più vittoriosa della storia. Subito dopo la quale il Sol Levante sconfisse l’esercito dell’Impero cinese e, soprattutto, nel 1904, annientò a Tsushima la flotta russa accorsa dal Baltico per sostenere, con un viaggio di vari mesi, le aspirazioni asiatiche dell’impero zarista.

Oggi il pericolo di un futuro sisma epocale sovrasta il Giappone come minacciava nel 1274 la flotta d’invasione di Qublai Khan, imperatore della Cina. Erano 900 navi e 40 mila guerrieri, ma non riuscirono a sbarcare. Ritornarono sette anni dopo con 4400 navi e 140 mila uomini. Quasi tutti sanno che un tifone -chiamato ‘vento degli Dei’)- annientò gli invasori.
Se nel lontano secolo XIII il popolo nipponico riconobbe che la salvezza era venuta dagli dei, la grande svolta della seconda metà del Novecento -l’esplosione modernizzatrice che immise il Giappone nell’era industriale – coinvolse direttamente le condizioni di lavoro, di vita e di anima della nazione. Una stirpe tanto imbevuta delle glorie della Patria non avrebbe potuto sottrarsi. La modernizzazione ebbe un successo stupefacente.

Il multisecolare isolamento dell’arcipelago finì quasi di colpo nel 1853 quando il commodoro Perry, al comando di una piccola squadra navale americana, si presentò nella baia di Tokyo latore di un messaggio del presidente Usa, accompagnato dalla minaccia di imporre coi cannoni l’apertura di alcuni porti alle navi e al commercio dell’Occidente.
Il governo dello Shogun tentò qualche resistenza, ma presto cedette.
Una reazione patriottica espresse un breve moto di xenofobia, che di fatto non ostacolò ma favorì la completa, entusiastica apertura alle influenze esterne. Risultarono sviluppi fulminei. Salito al trono nel 1867 l’imperatore Mutsuhito, passato alla storia col nome di Meiji, esercitò i poteri che aveva tolto alla dinastia shogunale e riuscì a galvanizzare tutte le forze morali ed economiche. In un tempo incredibilmente breve il Giappone si dette una cultura industriale e il necessario patrimonio di tecniche avanzate.
Mai nel mondo una trasformazione profonda era stata così trionfale.
Sorse una potenza manufatturiera, temibile anche sul piano militare.
Gli allievi avrebbero superato i maestri.

L’8-9 febbraio 1904 una modernissima marina nipponica stupì il mondo con la strepitosa vittoria sulla squadra russa a Tsushima. Per farsi una Marina possente Tokyo aveva puntato sul know-how della Gran Bretagna; per le forze di terra aveva adottato i metodi e le tecniche della Prussia, che nel 1870 aveva sbaragliato la Francia del Secondo Impero. Il vincitore di Tsushima, ammiraglio Heihashiro Togo, si rivelò uno dei maggiori uomini di guerra al mondo. Trentasei anni anni dopo, 7 dicembre 1941, Pearl Harbor fu la più fatale delle sfide della storia nipponica.

Da quasi mezzo secolo l’Impero del Sol Levante non faceva che vincere guerre. Aveva battuto la Cina, ponendo le premesse per la conquista del regno di Corea (oggi diremmo ‘le due Coree’). Aveva sconfitto e umiliato il colosso russo. Negli anni Trenta del Novecento i nipponici avevano conquistato la Manciuria e avevano resistito alle ripetute intimazioni di Washington. Quando, alla fine di uno sterile negoziato diplomatico, il presidente F.D.Roosevelt compì la provocazione bellicista finale decretando l’embargo sulle forniture strategiche al Giappone (prima di tutto quelle petrolifere), i giapponesi sentirono arrivata l’ora suprema: o l’Impero si sottometteva all’egemonia degli USA nel Pacifico, o sfidava il destino. Scelsero il rischio finale: attaccarono Pearl Harbor. Forse sapevano, forse no, che Washington avrebbe stravinto il secondo conflitto mondiale, anche grazie all’arma atomica: sta di fatto che accettarono la prospettiva della catastrofe nazionale. La quale venne. Un ventennio dopo il Paese rinacque prodigiosamente, facendosi leader della competizione tecnologica globale.

Oggi gli ingegneri, gli architetti, i governanti che a Tokyo vogliono abbattere il nemico finale, il Grande Sisma, sono gli stessi lottatori che ottant’anni fa affrontarono il Titano statunitense. Vincere contro la geologia è altrettanto temerario quanto tramortire gli USA nel 1941 e spazzare l’anno dopo dall’Asia il colonialismo europeo. Trionfare nelle prime fasi della crociata antisismica sarà possibile, così come furono possibili le vittorie dell’era Meiji e le smaglianti conquiste del 1941-42.
Ma nessuno sa se i successi iniziali sul terremoto basteranno: i costi materiali e quelli umani saranno proibitivi. E’ verosimile che i progettisti del Sol Levante realizzino le tecniche per fare antisismici i nuovi grattacieli e i nuovi megaedifici; e i vecchi? gli interventi strutturali che consentiranno alle grandi costruzioni di ondeggiare senza crollare saranno più ardui e più costosi che riedificare da zero. Potrebbero venire a mancare sia le ricchezze, sia le volontà.

Nel dicembre 1941 saggezza avrebbe voluto che Tokyo si piegasse ai ricatti di Franklin Delano Roosevelt e del segretario di Stato Cordell Hull.
Fu preferito l’eroismo. Non è certo che contro la Natura l’eroismo basterà. Sarà certa l’ammirazione del mondo.

Antonio Massimo Calderazzi

L’EUROPA E’ IL MEDITERRANEO (CON LE SUE APPENDICI NORDICHE)

In risposta al commento del Prof. Gianni Fodella all’articolo “Monti si ispiri all’alba Meiji…”   

Caro Gianni,

mi inorgoglisco di dare del tu a chi alcuni lustri fa mi insegnò da maestro -maestro è chi conosce ciò che i discepoli ignorano- che in Asia gli sviluppi di prima grandezza possono arrivare senza segni premonitori, o con segni che solo i cognoscentes e gli iniziati colgono. Ti riferivi sorattutto alla Cina: tu sapevi, io no, che la attendeva un futuro portentoso, più vasto che il suo impero smisurato del tempo della gloria piena.

Oggi ti devo un altro riconoscimento: ciò che in Internauta di novembre hai precisato quanto al mio pezzetto sulla Restaurazione Meiji in Giappone e all’insegnamento che Mario Monti dovrebbe trarne per entrare nella storia è integralmente vero: “L’ascesa del Giappone causò lutti e rovine ai paesi vicini, sofferenze ai giapponesi”. Antimilitarista dalle elementari, negatore anche delle guerre patriottiche e ‘giuste’, davo per conclamati i lutti, le rovine, le sofferenze provocate dal ferino espansionismo del Sol  Levante.

Invece ti chiedo: non fu positivo per l’umanità che un paese arretrato si trasformasse di colpo in grande nazione moderna? Dal loro Walhalla, Goethe e Prometeo dovettero ammirare per lo meno il fatto animale, la bravura senza limiti, la fulmineità dell’azione degli scardinatori Meiji. Se nel 1941-42 l’orgoglio imperiale di americani inglesi olandesi francesi fu stracciato dai nipoti dei pescatori, contadini e samurai morti di fame; se Filippine Malesia Singapore Indocina Indonesia caddero ineluttabilmente a conquistatori quasi scalzi; ciò non insegnò molte cose al mondo intero?

All’Asia insegnò che poteva liberarsi della dominazione occidentale. Passata la guerra la vittoria finale andò a quelle nazioni, non agli imperialisti. Se nessuno al mondo poté concepire che americani britannici olandesi francesi sapessero vincere le vittorie dei nipponici, vuol dire che le imprese del Giappone tra il 1868 e il 1942 furono un’eruzione senza precedenti di energia umana e, inevitabilmente, di genio creatore. Nulla di simile è più avvenuto, a parte l’insuperabile vittoria dei vietnamiti sul dinosauro statunitense. Detto questo mi darò vinto se qualcuno  dimostrerà che il Giappone avrebbe potuto farsi una terribile Cartagine capace di umiliare Roma senza battere l’impero degli Zar prima, poi, per un corto biennio, tutte le potenze coloniali di allora.

Ricordo queste cose non per duellare sulle prodezze militari che seguirono alla trasfigurazione Meiji. Al contrario, per condividere il tuo giudizio: “Gli artefici della Restaurazione non fecero ricorso a ideologie o ad esempi del passato, non agirono in funzione di idee preconcette, ma con disincanto e determinazione”. Hai piena ragione quando scrivi che con pari disincanto e determinazione Mario Monti “dovrebbe dichiarare apertamente che l’Italia può fare a meno dell’Europa, mentre l’Europa non potrebbe esistere senza l’Italia”.

E soprattutto ammiro senza riserve la tua definizione dell’Europa: “quella entità geoculturale che  sarebbe meglio chiamare Mediterraneo con le sue appendici nordiche”. Nulla è più coraggioso e perforante, oggi, che rimettere il Mediterraneo al cuore della Storia.

Credimo il tuo

A.M. Calderazzi