Si unisca Europa come Sacro Romano Impero

Il Continente non si unirà mai in una supernazione pari agli USA, e di essi assai più illustre, se resterà fatto di paesi uguali tra loro. Uno di essi dovrà guidarlo, anzi pacificamente soggiogarlo, come facevano Roma e l’impero della nazione germanica.

Non meriterà di soggiogare l’inadeguata Francia, che dedicò oltre due secoli dalla fine di Napoleone a sognare rivincite impossibili e, in quanto implicanti massacri, autenticamente delittuose. Non meriterà la Gran Bretagna, odiatrice d’Europa: nel suo futuro c’è la condanna a saldarsi ad un’antica colonia divenuta colossale padrona. Non meriterà di soggiogare l’ex-impero sovietico, abbattuto dall’interno per aver tentato di imporre un fideismo detestato e inefficiente alla parte meno consapevole del vecchio continente. Non risulterà degna di imperare alcuna delle potenze parziali: Spagna Austria Svezia Polonia Italia.

Resta la Germania, difficile com’è da considerare congeniale, ma con la sua storia sofferta e alta degna d’essere prima. La Germania darà al continente una civiltà più valida se il suo primato sarà spirituale, come spirituale è il suo retaggio più vero. Né economico né tecnologico. L’Europa non avrà bisogno di più economia. Di più tecnologia. Di più gestione. Di più politica.

Avrà certamente bisogno di più pensiero e di più valori. La Germania cui siamo avvezzi oggi non promette di largheggiare in pensiero. Ma la Germania ancora da scoprire, nascosta, sì. Suona bislacco, ma quest’altra Germania esisteva mille anni fa, ed ebbe vita breve. Il suo momento più alto fu il travagliato regno degli svevi Hohenstaufen; poi il blocco.

Con Federico I° Barbarossa apparvero venire a fruizione le promesse degli imperatori Ottoni, una dinastia che si impegnò a sconfiggere le spinte centrifughe del feudalesimo. Barbarossa aveva dalla sua grandi armi: le idee-forza dell’impero, delle crociate, della cavalleria: però tutte destinate a soccombere. In seguito la terra tedesca espresse un imperatore, Federico II, anche più grande del nonno Barbarossa.  Il secondo Federico sarà da molti considerato il maggiore degli Hohenstaufen, anzi il massimo tra i Cesari germanici. Ma non era abbastanza tedesco. Innamorato del Mediterraneo, del Levante, della Sicilia, della Puglia, ci appare distaccato dalla sua terra, ed anche annunciatore di alienazioni a venire, di razionalismi, di secolarizzazioni; quasi un anticipo di Rinascimento.

Ma l’impero fu Medioevo, non Rinascimento. Nell’Età media l’impero diventa un orpello; si fa appannaggio degli Asburgo. Dunque il geniale costruttore di Castel del Monte, il re di Gerusalemme che non si fa crociato, il regnante che si circonda di sapienti arabi e di armati saraceni, non è tedesco se non in parte. Vedremo che il Continente ha bisogno dell’energia spirituale di ottocento anni fa: energia tedesca, come tedesco era l’impero.

Incarnò il Medioevo Federico I, il più germanico dei sovrani, possente per armi ideologiche ancor più che per quelle materiali, ancor più che per i territori, le marche, i castelli, le giurisdizioni. Il Geist dell’impero era la cultura cavalleresca e cristiana e non – come per il secondo Federico – i riferimenti classici e cosmopoliti.

 

Che attendere dal Reich dell’età spaziale

Si usa numerare come ‘secondo’ l’impero di Bismarck: ma esso non fu impero. Fu il parziale compimento dell’unità nazionale: un exploit risorgimentale. Berlino divenne una capitale pantedesca, però non si mise a capo di un continente plurale, fatto anche di paesi non tedeschi. In qualche misura erano parte del sacro romano impero anche l’Olanda, la Borgogna, la Boemia, la Polonia. Più di un dinasta straniero aspirò alla corona di Carlo Magno.

Anche il Reich di Hitler fu un non-impero. Il Führer soggiogò militarmente molti paesi, ma fu accettato pienamente solo dall’Ostmark austriaco. L’impero di Hitler fu una sfera d’occupazione, non la riduzione in unità delle nazioni subordinate. La Germania unirà il continente se le componenti di quest’ultimo risulteranno parti di un tutto ‘sacro e romano’. Se rinunceranno a sentirsi nazioni.

L’unità dell’impero futuro dovrà essere unità morale prima che operativa. Il sessantennio dell’Unione di Bruxelles ha ossificato la sopravvivenza degli Stati membri senza dare vita a una patria di tutti. La Germania dovrà anche apportare alla causa europea un ‘imperatore’ eccezionale che si faccia Mosè o Maometto, cioè il condottiero di un popolo irresistibile.

L’Europa ‘delle nazioni’ continuerà a credere d’avere diritto a non riconoscere l’egemonia della componente germanica. Quest’ultima dovrà guadagnarsi l’egemonia come se la guadagnò Atene, per la sua oggettiva superiorità.  Il Mosè tedesco sarà portatore di idealità più alte delle altre. Non i primati dell’economia, non quelli della scienza e della tecnica, bensì la superiorità dei valori darà diritto a dominare il Continente. Nessuna idea-forza dell’Europa attuale vanta l’altezza del Geist germanico: occorre dunque che la statura di quest’ultimo non sia abbassata dai compromessi e dalle ruvidezze del realismo di Otto von Bismarck e di Angela Merkel.

Passata la parentesi semi-millenaria del Sacro romano impero, la stirpe tedesca perse tutte le occasioni che fecero grandi le altre  nazioni occidentali. Perché nel prossimo secolo potrebbe andare diversamente? Risposta, perché la stirpe tedesca è intellettualmente atletica. E perché è molto popolosa. Esistono più possibilità che altrove in Europa che sorga un capo come furono Maometto e  Lutero, un maestro capace di azioni straordinarie come moltiplicare il potenziale e la creatività del suo popolo. Cos’erano le tribù arabe prima di Maometto?

Se il fatto religioso fu tanto decisivo nell’Islam, è ancora più plausibile che il futuro Reich tedesco sia “sacro” e “romano”, come un millennio fa. Ma nell’attuale era della secolarizzazione, è probabile che il ruolo svolto dalle fedi trascendenti venga sostituito da altre idee-forza, morali, culturali, artistiche. Di queste idee la civiltà e l’antropologia germaniche sono insolitamente ricche: sono le più importanti dell’Occidente.

Nessuna contrada dell’ecumene occidentale può vantarsi culturalmente superiore rispetto alla germanità. Per esempio, il futuro Reich tedesco potrebbe forse aspirare a una sorta di delega continentale nelle cose della guerra. Tuttavia il grado di militarizzazione della società germanica non raggiungerà mai quella della società americana; nemmeno quello della Francia del Front Populaire nelle varie fasi della Revanche: la quale fu protezione ossessiva dalla vendetta germanica rivolta contro le sopraffazioni del trattato di Versailles. E’ dal cataclisma del 1945 che la patria tedesca ripudia il bellicismo.

Sarà grazie alla Germania se l’Europa tornerà prima sul pianeta. Prima non militarmente: gli USA sono qui a dimostrare la miseria d’essere primi per flotte, per deterrenti nucleari, per albagie diplomatiche, per virulenze produttive. L’Europa sarà prima perché fu l’ombelico del mondo, il grembo e l’intelligenza della civiltà primigenia d’Occidente.

Noi vediamo nel nostro ‘Regno di mezzo’ la nazione che un giorno guiderà le altre perché Europa torni ombelico del mondo. Se non Germania, chi? Nessun popolo meriterà di più. Non quello britannico, che oggi si sente un’appendice. Non quello francese, che nei duecento anni seguiti al tramonto del sogno napoleonico non seppe mai liberarsi di vanaglorie e smanie belliciste. Non la Spagna e l’Austria, ridotte a periferie. Non alcuna delle nazioni che ebbero fasi importanti, come Paesi Bassi e Polonia/Lituania, ma che oggi hanno quasi niente da insegnare.

Quanto al nostro Stivale, nel Settantennio seguito alla Seconda guerra mondiale esso è stato dimentico di avere nella sua storia – più lunga e più ingente delle storie altrui – generato spesso novità gigantesche, nel bene come nel male. La Saturnia Tellus avrebbe titoli per aspirare a una ‘mission exemplaire‘. Ma ha contro di sé una legge non scritta che non ammette le risorgenze veramente grandi.

Ammiriamo la Germania non per il turgore del Pil, ma per la forza del retaggio, per quanto ha dato alla civiltà, pur nell’orrore dei crimini del dodicennio hitleriano. E’ la Germania che salverà l’Europa dalle aberrazioni di tutte le Abu Dhabi ultracapitaliste e consumiste del pianeta. Essa dovrà essere il Mosè collettivo dell’andare verso quella terra promessa che è l’Europa unita e grande.

 

Mai monolitismo

Ma la storia tedesca non deve spaventare le piccole patrie d’Europa. La storia tedesca è il contrario della troppa compattezza, di ogni eccesso di monolitismo, di centralismo soverchiante. Già dalla metà del sec. XI la Germania perdette la parziale coesione che si era affermata nella fase precedente. Divamparono le lotte sezionali, dinastiche e genericamente politiche in Sassonia, Baviera e Svevia. Vari signori e numerose città economicamente forti sfidarono gli imperatori. Non dimentichiamo che tra tutte le grandi stirpi occidentali quella germanica ha il passato meno felice dal punto di vista dell’unità nazionale.

Prima del 1871 non esistette uno Stato della Germania intera, e questa completezza si affermò solo col sorgere, a valle della disfatta del 1918, di una repubblica federale, Weimar. Prima del 1871 esistette un ambito imperiale che nominalmente sovrastava su una vasta pluralità di formazioni statali, ma che solo di rado poteva concretamente collocarsi alla testa del Reich. Il Sacro romano impero era una struttura maestosa, ma non una vera nazione e non un autentico vertice. Solo il crollo del 1918 cancellò le “potenze parziali di Germania” capeggiate da Baviera, Sassonia e Württenberg. Nel 1918 ciascuna di esse aveva una propria struttura di governo e un esercito, magari di un pugno di uomini.

Risulterà sviante credere che nell’anno 9 d.C. le legioni conquistatrici di Augusto imperatore furono fermate “dalla Germania”, impersonata da quell’Arminio che annientò l’esercito di P. Quintilio Varo. Arminio/Herrmann è giustamente onorato come il primo eroe tedesco. Ma non era che il principe dei Cherusci, l’etnia che seppe vincere nella Teutoburgerwald.  Arminio non fondò nemmeno uno Stato parziale, anzi tre anni dopo la vittoria fu ucciso dalla sua stessa gente. Passerà mezzo millennio prima che sorgesse un regno ‘teutonico’.

Si può anzi dire che i tedeschi non poterono né vollero aprirsi un futuro ampio fuori del loro Raum immediato in Europa. Non fu certo una stirpe di dominatori su terre lontane. A visitare chiese e monumenti tedeschi, specialmente in provincia, colpiscono le testimonianze che essi offrono quanto alle conquiste degli scomparsi illustri. Molta araldica, spesso al di là degli status e dei vanti autentici. Le imprese militari, non sempre all’altezza delle tradizioni guerriere. Per il resto, memorie di una società dei secoli dal quindicesimo al diciottesimo, con poche ambizioni, dunque con pochi titoli alla gloria.

In Francia la rivoluzione trasformò un popolo di sudditi in una nazione di conquistatori, momentaneamente irresistibili. All’inizio della tempesta napoleonica i tedeschi restarono passivi. Le minoranze più reattive, dapprima si galvanizzarono per le sfide poste dal fatto storico e per le stesse vittorie repubblicane e napoleoniche. Poi si imposero le realtà dure: non l’uomo universale bensì quello francese, specificamente il soldato del grande Corso, stava coprendosi di gloria. Nacque un complesso d’inferiorità dei tedeschi.

Giunse nel 1805 la battaglia “al sole di Austerlitz” dei tre imperatori, quando il genio di Napoleone ebbe la meglio sui feldmarescialli austriaci e russi. Un anno dopo i francesi conquistarono Berlino, ad umiliazione della Prussia che sotto Federico il Grande aveva trionfato sulla Polonia e sui suoi alleati. Per tutti i tedeschi una sconfitta dura: troppo debole il pur agguerrito esercito prussiano per resistere alle divisioni francesi.

Napoleone istituì in Germania una confederazione satellite che ridusse fortemente il numero dei potentati sovrani. La sconfitta di Berlino non fu la premessa del risorgimento germanico. Tuttavia ingigantì le aspirazioni di rivalsa dei tedeschi soggiogati, secondo gli incitamenti di Fichte e di von Kleist.

Segnando la fine della leggenda napoleonica, la battaglia di Lipsia incoraggiò i patrioti tedeschi a volere la liberazione dall’occupante. A Waterloo fu l’armata prussiana di Blücher a dare il colpo di grazia alla vanagloria francese.

 

Un paradosso della storia tedesca: Federico II, siciliano e pugliese

Il secondo Federico, il più famoso sovrano del Medioevo e certo il più geniale tra gli imperatori germanici, trascurò il suo regno tedesco, contribuendo molto ad indebolirne la coesione.  Questo Federico nacque e morì in Italia, visse soprattutto a Palermo. Fu proclamato re di Germania che aveva due anni. Divenne re di Sicilia due anni dopo. Fece la prima visita in terra tedesca nel 1202 (era nato a Jesi nel 1194), accolto bene in Svevia ma non altrettanto in altri ducati e margraviati. Fino al 1218 – morte dell’imperatore Ottone IV, deposto dai principi tedeschi – agivano ancora i partigiani di altri aspiranti alla corona imperiale.

Abbastanza presto il nipote di Federico Barbarossa afferma il suo potere in Italia, non così in Germania. Nel 1231 concede ai principi tedeschi il Privilegio di Worms, che li rende pressoché indipendenti. Della sovranità imperiale rimane un residuo. Il regno germanico è scosso da conflitti gravi: l’anno stesso del Privilegio di Worms il primogenito di Federico, Enrico, alza la bandiera della ribellione. Si sottomette qualche tempo dopo, la rialza nel 1234. Il padre è costretto ad amnistiare quei signori che non si riconoscono suoi vassalli.

 

Stupor mundi

Federico II fu, secondo la definizione dell’abate di San Gallo, lo ‘stupor mundi’, tanto la sua visione e le sue opere si differenziarono dai retaggi tradizionali del Medioevo. Il maggiore di tutti i sovrani di Germania, il secondo Federico risulta abbastanza estraneo alla vita del suo regno. Invece di fondere in unità i principati e le città libere che lo compongono, egli consegna il paese ai suoi sovrani parziali: in pratica opera come il presidente di una confederazione chiamata impero. Il potere imperiale non era fatto per unificare una terra tedesca che non aveva mai conosciuto un’autentica coesione.

La gloria di Federico II resta, ma è universale e non tedesca. Egli si sentiva siciliano e pugliese piuttosto che il sovrano di una nazione germanica unita. Conosceva forse sei lingue, era proteso verso le culture che venivano dal Mediterraneo e dall’Oriente. Gli storici sono quasi unanimi nell’additare nel secondo Federico l’assertore o l’anticipatore di una civiltà a venire, promessa di Rinascimento. Ma quando egli morì la terra tedesca si trovò più divisa che mai.

 

Storia remota

Solo a fatica si può affermare che i successori Ottoni di Carlo Magno dettero vita a una patria germanica. Venivano incoronati re ad Aquisgrana. Quando diventavano imperatori, essi sovrastavano gli altri principi tedeschi in rango e prestigio; assai meno per potenza. I popoli di Sassonia o di Franconia, che espressero vari imperatori, non si sentivano specialmente solidali agli altri dello spazio germanico.

Ottone I il Grande, figlio di Enrico, fece sforzi strenui per stringere all’impero i grandi ducati di Baviera, Svevia e Lotaringia, ma le relative aristocrazie riluttarono. Meglio collaborarono i vescovi e i grandi abati: infatti furono generosamente ricompensati, cominciando dalla fiscalità. Nell’assieme i re della dinastia sassone ottennero risultati unitari non esigui; perciò furono in grado di contenere ad Est l’aggressività di slavi e ungari: lo provano i castelli fioriti sulle loro terre e le dure sconfitte inferte (in particolare nel 955) ai magiari.

Gli imperatori della casa di Sassonia, pur non esercitando abbastanza potere sui territori che si collegavano per eleggere il re di Germania, conseguirono considerevole autorità. In ogni caso avviarono l’espansione della germanità nell’Europa orientale.  Morto Corrado di Franconia (918) i duchi tedeschi elessero a suo successore l’energico sassone Enrico l’Uccellatore. Diciotto anni dopo gli successe il figlio Ottone il Grande, il quale rafforzò il ruolo dell’imperatore; tra l’altro inaugurò le calate germaniche a Roma, fatte per ricevere la corona imperiale dalle mani dei pontefici, oltre che per ribadire l’autorità dei successori sassoni di Carlo Magno sui sommi detentori del potere ecclesiastico. In quella fase la Chiesa accettava il primato degli imperatori.

Questo tuttavia per non più di centocinquant’anni. Dopo emersero evidenti i limiti del potere imperiale. Risultò che in Germania non vi era un vero governo dell’imperatore. L’autorità di quest’ultimo si fondava sui possessi suoi propri e sul buon volere dei duchi e margravi suoi vassalli. Una delle imprese militari di Ottone II, una spedizione marittima contro i pirati musulmani, fallì in uno scontro navale nel Mediterraneo. Poco dopo l’imperatore morì, a ventotto anni, e così finì il breve controllo germanico su quel mare. Ottone II aveva sposato Teofano, figlia dell’imperatore di Bisanzio, che da vedova fece l’energica reggente per conto del figlio treenne Ottone III.

Nell’anno 1000 il terzo Ottone ordinò grandi onori a Carlo Magno, il fondatore del Sacro romano impero. Poco dopo morì ventiduenne, Non aveva fatto in tempo a compiere alcuna impresa. Riapparvero le fratture dovute alla parcellizzazione feudale. Numerosi baroni presero a non riconoscere gli eletti all’impero. I feudi divennero ereditari e si frazionarono a loro volta. La struttura portante del regno di Germania si indebolì a lungo termine.

Si arriva al secondo imperatore Hohenstaufen, re di Germania nel 1152. Succeduto a Corrado III, Federico I Barbarossa è un capo e un organizzatore di forte tempra. Qualcuno ha sostenuto che nel Medio Evo solo Enrico Plantageneto è pari al primo Federico. Tuttavia le coalizioni che egli suscitò furono degne di lui. Il papato innanzitutto, per la lotta delle investiture; poi i Comuni italiani, che lo sconfissero duramente a Legnano.  Federico finì col venire a patti col papa: cento anni dopo l’umiliazione di Canossa (1077), a Venezia Federico dovette tenere la staffa ad Alessandro III.  Barbarossa è inviso a molti storici, e agli italiani in generale. Conquistò e distrusse Milano. Tuttavia fu valoroso come sovrano e come uomo. Morì all’inizio della terza Crociata, annegando in un fiume di Cilicia.

Sappiamo che il secolo XII vide, insieme alla conferma della strutturale debolezza del potere imperiale, anche l’incremento dell’attivismo germanico verso Est. Contribuì l’espansione demografica di tedeschi e fiamminghi. Il tempo di Barbarossa fu l’ultimo splendore dell’impero. La sua autorità era riconosciuta in linea di principio anche dai potentati slavi.

Fu Federico che volle le nozze del figlio Enrico VI, padre del grande Federico “siciliano e pugliese”, con Costanza d’Altavilla. Con quelle nozze il vasto regno normanno andò ad aggiungersi ai territori dell’impero.

 

Minnesänger e Meistersänger

Il secolo dodicesimo, l’età di Federico Barbarossa, vide il fiorire dei Minnesänger (o Minnesinger), i raffinati poeti e suonatori di piccola arpa che fecero grande la letteratura cortese in terra tedesca. Cantavano soprattutto l’amore platonico, ma il loro era uno slancio che esaltava anche la natura, la fede, gli altri sentimenti della cultura cavalleresca, pervenuta sotto il Barbarossa ai conseguimenti più alti. Rispetto all’arte dei trovatori provenzali, la Minne germanica aveva accenti più profondi ed etici, oltre che più colti. Il genere ebbe diffusione molto larga, anche fuori dei castelli feudali. Walther von der Vogelweide fu probabilmente il massimo dei Minnesänger.

Col tempo (oltre un secolo) l’arte dei Minnesänger evolvette nel movimento dei Maestri Cantori (Meistersänger o Meistersinger). I primi erano trovatori di classe nobile; lo dicono i loro nomi aristocratici: Enrico di Veldeke, Federico von Hausen, Enrico von Morungen, Neidhart von Revental, Enrico di Meissen.

L’evento più celebrato dell’attività culturale pubblica in Germania era la ‘sfida poetica’ nella Wartburg, il maniero dove l’elettore di Sassonia ospiterà e proteggerà Martin Lutero impegnato nella traduzione tedesca della Bibbia, scaturigine della lingua nazionale colta. La biblioteca dell’università di Heidelberg possiede il famoso codice di Manesse; tra l’altro include una tavola raffigurante una sfida alla Wartburg tra sette Minnesänger attorno al famoso Klingsor von Ungerlant.

Ricordiamo altri nomi di spicco della Minne: Kristan von Hamle, Walther von Klingen, Ulrich von Liechtenstein. Anche Wolfram von Eschenbach fu un celebre ‘trovatore’ alla tedesca.  Forse era superiore a tutti Walther von der Vogelweide, nato nella pseudoitaliana  Bolzano.

Richard Wagner dedicò a Tannhauser un’intera e famosa opera, nella quale questo Minnesinger
appare un eroe romantico che vive esperienze mistiche. La sua biografia si prestò alle leggende. Andò alla crociata del 1228.  Protetto dai signori di Baviera, ebbe feudi in Austria ma li perse e vagò per le corti d’Europa conducendo vita da artista gaudente; e da molto di più, se due secoli dopo Hermann von Sachsenheim lo esaltò in un poema. Secondo la leggenda, Tannhäuser viveva sul Venusberg, il monte fatato di Venere. Lo abbandonò per andare pellegrino a Roma, dove papa Urbano II subordinò l’assoluzione dei suoi peccati alla fioritura di un ramo secco che il poeta teneva in mano: allora Tannhäuser tornò al monte della Dea.

Ancora più  significativa in termini realistici fu l’esistenza del maestro cantore Hans Sachs,  calzolaio ma anche brillante intellettuale, cui Wagner dedicò ‘I maestri cantori di Norimberga’; Sachs nacque e morì  (1576) nella ricca Norimberga. Scrisse pagine infiammate a esaltazione della Riforma luterana. Celebri i suoi libelli antipapisti, che Lutero elogiò senza riserve ma che inizialmente i maggiorenti della sua città condannarono. Hans Sachs fu così attivo nel campo delle produzioni sceniche – sempre ambientate nel proprio tempo, e sempre a Norimberga – che fu considerato l’iniziatore del teatro tedesco. Scrisse anche un poema allegorico dall’eloquente titolo ‘Die wittembergisch Nachtigall’ (Nachtigall=usignolo).

Se i Minnesänger erano membri dell’aristocrazia, i Maestri Cantori erano essenzialmente borghesi, in particolare artigiani molto coltivati.  Dovevano obbedire a regole tecniche molto rigorose, dovevano possedere una buona cultura musicale e letteraria, avere un’alta coscienza della loro arte nonché della funzione sociale del loro impegno. I moventi personali non erano ammessi: la loro era un’arte civile; oggi forse la chiameremmo ‘impegnata’. Le regole e gli stili venivano insegnati in apposite scuole, le quali selezionavano e premiavano i migliori. Poiché prevalevano le finalità di edificazione spirituale, la Bibbia forniva i temi e gli spunti più impegnativi.

Insomma Minnesänger e Meistersänger dettero testimonianza all’eticità dell’impegno culturale tedesco. Tra l’altro il fenomeno dei Maestri Cantori aiuta a meglio apprezzare la straordinaria importanza nella spiritualità della Riforma della musica sacra e corale. Le cantate da chiesa, i mottetti, gli oratori, le Passioni sono al cuore della creazione musicale e della coscienza tedesche. E’ un apologo che, vocata all’impegno etico, l’anima germanica si sia espressa nella musica sacra (nella connotazione ‘pietistica’ di J.S.Bach) piuttosto, per esempio, che nel melodramma, così frequentemente retorico e fatuo.

 

Gli Svevi in lotta col destino

I grandiosi piani di Enrico VI, il figlio di Barbarossa, furono spenti dalla morte. L’orfano suo figlio, il futuro Federico II, non aveva due anni. Insorsero la Renania, la Vestfalia, la Toscana, persino la Sicilia. Filippo di Hohenstaufen, fratello dell’imperatore scomparso, tentò di succedere, ma si trovò contro potenti avversari tedeschi. La contesa civile durò un decennio. Cominciò, sia pure contrastata, l’eclissi della Germania.

La grande parentesi degli Ottoni, pur non realizzando l’unificazione dell’Occidente cristiano, vide l’allargamento della sfera germanica in Europa e nel Mediterraneo. Però essa si tradusse in effettiva autorità sui governi (sia feudali, sia cittadini) solo in Germania e in Italia. Al di sotto del livello dell’impero le autonomie territoriali, ed anche quelle ecclesiastiche, si rafforzarono incessantemente.

I processi di unificazione nazionale e di centralizzazione del potere furono senza confronti più efficaci in Francia e in Inghilterra che in Germania. In terra tedesca si fece sentire a lungo la rivalità, per esempio, tra il Barbarossa ed Enrico il Leone, duca di Sassonia. L’imperatore riuscì ad assestare un duro colpo al suo avversario quando, in seguito al ricorso alla giustizia di alcuni vassalli sassoni Federico dichiarò il loro duca decaduto dai suoi possessi.  Dopo un periodo di esilio, il potente duca riebbe i propri beni allodiali (=liberi da soggezioni), ma le dominazioni che teneva in feudo dall’impero furono assegnate ad altri principi. Si noti che Federico non riuscì a ingrandire il dominio diretto del re rispetto all’alta nobiltà.

L’impero sacro e romano era, per i tempi, uno stato di diritto. Si affermò il principio che nessun territorio tedesco devoluto feudalmente all’impero potesse restare nelle mani del re. La monarchia non potè imporre una propria effettiva coordinazione. Pesò l’antica rivalità tra le casate protagoniste, specialmente tra la sveva e la guelfa. Pesarono il principio della monarchia elettiva e le crescenti interferenze dei papi nella successione regia. In altre parole, non sorse una vera monarchia nazionale. Al contrario crebbe nei secoli il potere dei sovrani parziali. L’impero germanico non fu mai sopraffattore: non lo sarà, se risorgerà come Europa unificata.

Il trionfo dei prìncipi parziali non fu completo se non dopo la rovina degli Svevi, passata la metà del Duecento. Ma già all’aprirsi del regno di Federico II era risultato che l’autorità del sovrano dipendeva dalla consistenza del suo territorio, cioè dal patrimonio della casata imperiale, nonché dal continuo patteggiamento con i prìncipi sovrani. Quando Enrico, primogenito di Federico II, si ribellò al padre, l’autorità imperiale cominciò a sfaldarsi, mentre i prìncipi sia laici, sia ecclesiastici si rafforzarono. L’elezione del re di Germania si confermò prerogativa di sette Elettori: gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte-palatino sul Reno. I possessi degli Elettori divennero Stati nei quali si rafforzarono i concetti di ‘nazione parziale’, a detrimento dell’entità nazionale.

Alla metà del secolo XIII la dinastia sveva finì e si ebbe un ‘Lungo interregno’: andò dalla morte di Federico II al 1273 (elezione imperiale di Rodolfo d’Asburgo e potenziamento delle grandi casate: i Lussemburgo divennero re di Boemia). Il regno tedesco si configurò come una cangiante federazione di prìncipi di cui l’imperatore era il capo simbolico. L’aristocrazia minore e le municipalità più prospere si collegarono in leghe per resistere ai prìncipi non amici e per aggregarsi in nuclei più consistenti. Persistettero i contrasti tra le varie componenti, le quali erano alleanze non sempre armoniche e durature.

Le dimensioni territoriali delle varie aree politiche variavano molto: piccole quelle della Germania centrale, ampie quelle dell’Est e del Sud. La Germania della seconda metà del sec. XV è un assieme che comprende anche l’Austria, la Borgogna, la Boemia, ancora per poco parti della Svizzera, e varie centinaia di signorie feudali, cittadine, ecclesiastiche e degli ordini militari.

La dinastia degli Staufen terminò con la morte del secondo Federico e dei successori Corrado IV re di Germania 1254; Manfredi, nato da Federico II e da Bianca Lancia, 1266; Corradino, figlio di Corrado IV, fatto decapitare a Napoli da Carlo d’Angiò (1268).

Il sec. XIII vide la ripresa dell’espansione germanica nelle terre slave. Espansione, sappiamo, che fu condotta non dal potere imperiale, bensì dai grandi vassalli tedeschi dell’Est, in particolare dai margravi di Brandeburgo e dai duchi di Sassonia. Non si trattò solo di conquiste politico-militari, anche di un’autentica colonizzazione. Gruppi compatti di tedeschi, più evoluti e più scolarizzati delle popolazioni tra le quali si insediavano, dettero vita ad autentiche cittadelle di germanesimo. Tutto ciò fu efficacemente aiutato dagli 0rdini militari tedeschi. Per esempio in Ungheria i coloni tedeschi furono chiamati da re Bela IV quando il paese richiese d’essere ripopolato dopo le devastazioni mongole. Ancora più incisivo fu l’arrivo dei tedeschi in Boemia, incorporata nell’ecumene imperiale germanico sin dall’impero carolingio. Qui i tedeschi non facevano solo gli agricoltori: formarono il ceto che prese a dominare il regno.

A partire dagli inizi del XIII secolo le città portuali di Lubecca e di Brema-Amburgo allargarono i traffici e l’influenza tra le etnie pagane del Baltico, cominciando dalla Livonia. Nel 1202 nacque l’Ordine militare dei Cavalieri Portaspada, successivamente fuso con i cavalieri Teutonici. Le etnie locali si opposero violentemente, ma furono sgominate. Ne risultò la germanizzazione della regione del Baltico.

La corona imperiale passò alla casa di Lussemburgo-Boemia tra il 1378 e il 1437; gli imperatori furono Venceslao e Sigismondo. Dopo i principi elettori vollero un terzo imperatore Asburgo. Sia egli, sia il successore Federico di Stiria (un Asburgo) furono sovrani deboli e di poche risorse. Risultato, sorse la confederazione dei Cantoni elvetici e la ritirata della germanizzazione dell’Est.

Massimiliano d’Asburgo fu un sovrano più energico: da lui il titolo imperiale restò stabilmente alla sua famiglia. Sposando Maria di Borgogna, Massimiliano pose la premessa della dilatazione della casa d’Austria.

Quando, nel 1378, l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo morì e gli succedette il figlio diciassettenne Venceslao, fu la prima volta in quasi due secoli che l’accesso al trono imperiale avveniva senza contrasti. Venceslao era già re di Boemia e vicario del padre al vertice dell’impero. Ma, scrive lo storico Laffan di Cambridge, “le difficoltà che incombevano su un monarca di Germania si dimostrarono superiori alle sue capacità, pur notevoli. Coll’avanzare degli anni Venceslao divenne squilibrato e violento; rinunciò a governare; più volte fu minacciato di deposizione da suoi vassalli. L’anarchia fu aggravata dal contrasto tra pretendenti alla tiara pontificia. Nel 1394 Venceslao fu catturato e tenuto in custodia.  Nel 1400 gli elettori del Reno lo deposero ed elessero Roberto III del Palatinato, il cui regno fu un fallimento. Per le divisioni tra i principi elettori, nell’autunno 1410 la Germania ebbe tre re, finché il 21 luglio 1411 fu eletto Sigismondo, il più dotato tra gli imperatori che precedettero Massimiliano I.  Sigismondo era anche crudele; in ogni caso era costretto ad essere amico di  chiunque gli fornisse le risorse che non possedeva. Non mancarono nei secoli di mezzo le parentesi di guerra guerreggiata. Per ventisette anni Federico III evitò di visitare la Germania meridionale, nell’assenza quasi costante di un potere  centrale.

Uno Stato nazionale moderno nacque propriamente in Germania solo con la sventurata repubblica federale di Weimar, nel 1919. Le componenti della federazione non erano più sovrane, laddove lo erano entro certi limiti gli Stati e le monarchie che Bismarck aveva federato strettamente in quello che chiamò Secondo Reich. Gli oltre millecento anni che trascorsero tra l’elevazione imperiale di Carlo Magno e la repubblica di Weimar dimostrarono ad abundantiam la vocazione dei paesi germanici a non accettare un’unità monolitica, e persino l’inclinazione a combattersi. Solo nel 1938 il Reich hitleriano fu in grado di inglobare l’Austria e le terre boemo-morave che erano state “sempre” parte del Raum germanico.

La sconfitta assoluta del 1945 ha dato alla Germania una unità etnica che non era mai esistita. Il rimpatrio coatto dei tedeschi dalla Polonia, dalla Prussia orientale, dai Sudeti, dalla Transilvania e dall’Ungheria ingrossò la popolazione del 1945.

 

Al cuore del problema

A quale delle Germanie storiche spetterà di capeggiare l’Europa? Non a quella millenaria e parzialmente gerarchica del Primo Reich fondato da Carlo Magno. Dominò per secoli, ma fu un campione sconfitto, sconfitto dai suoi rivali esterni come dalle sue componenti ribelli. Non la Germania solo letteraria, la Germania dei pensatori, dei musicisti e dei poeti. Goethe dette il suo nome a un’età intera, e il XXII secolo avrà certamente bisogno di più pensiero. La Germania è stata terra di pensatori. Tuttavia i presagi sono che le antologie letterarie potranno essere accantonate senza danno quando i confini del mondo si allargheranno allo spazio.

Meno che mai sarà Weimar a determinare il futuro d’Europa. Weimar fu al tempo stesso intellettualismo borghese, trasgressione e un conato fallito di conciliare spiriti plutocratici e legalitari con sperimentalismi e avanguardie. Tra l’altro la repubblica di Weimar fu il tentativo di aderire agli aspetti più futili del wilsonismo antitedesco, aspetti che avevano trionfato a Versailles.

Va resistita la tentazione di disseppellire dalle librerie una premonizione di grandezza germanica.

Troppo facile  e in ultima analisi inutile ragionare: Hitler è stato il nefando assoluto, il futuro spetterà ai grandi idealismi, all’eroismo del bene e del bello. I poeti e i sapienti tedeschi cominciarono nove secoli fa a definire il bene, quando Hartmann von Aue, il primo cantore dell’età della cavalleria, offrì lo slancio della lirica al coevo impegno del grande Federico I, sovrano detestato dagli italiani, per rialzare la signoria imperiale, lo ‘honor imperii’.

L’impulso di una regina benefica dei nostri giorni quale Angela Merkel, di accogliere nelle sue terre ‘tutti i profughi’ sembrò trovare una profezia quando Hartmann von Aue scrisse “der Arme Heinrich”, poema della carità cristiana. La trama: malato di lebbra, il cavaliere Heinrich va in pellegrinaggio a Salerno, la più celebrata scuola medica dell’alto medioevo, nello spasimo  di guarire. Si sente dire che l’avrebbe salvato solo la volontaria offerta di tutto il sangue da parte di una fanciulla. Una contadinella si offre di immolarsi per amore. Heinrich rifiuta una salvezza che è indegna di un cavaliere; per questo guarisce e sposa la umile e dolce popolana.

Agli anni di von Aue, scaturigine prima del bell’ideale, risale anche il “Parzival” di Wolfram von Eschenbach. Niente è più sublime della leggenda di Parsifal, così cara agli aneliti cristiani e germanici. Mai come in questo romanzo ‘di formazione’ si perseguì più compiutamente la fusione di fede e di orgoglio cavalleresco. Tale fusione era al cuore della ‘ideologia’,  dell’aspirazione ideale del Sacro  romano impero al tempo del nonno di Federico II.

Richard Wagner fu il bardo di una tradizione poetica che è doveroso non considerare uccisa dal bestiale paganesimo nazista. Wagner si spinse oltre la pietas di Parsifal e di Lohengrin, eroi cristiani oggi più che mai apportatori di salvezza; più che mai protettori contro i feroci démoni dei lager di sterminio (ma anche contro quelli inumani del mercato, delle borse e dell’edonismo). Chi non voglia farsi abbagliare dalla luce della fede cavalleresca del medioevo tedesco incontrerà nei Lieder di Walther von der Vogelweide (nato a Bolzano verso il 1170) il lirico della condizione umana senza frontiere e senza tempo, in qualche misura senza cavalleria.

 

Una mistica più silenziosa delle altre

Presto si aprirà la struggente età della mistica tedesca. Essa anticipò di tre secoli il drammatico ripensamento luterano della fede germanica. Facciamo i nomi di due donne che soprattutto oggi ci sfidano a respingere un sozzo materialismo che ci appare il nostro dominatore: Mechthild von Magdeburg e Hildegard von Bingen. Quando ci interroghiamo perché le grandi menti e i grandi cuori di terra tedesca meriterebbero di condurci verso un mondo di idealità, ricordiamoci in particolare di Ildegarda, la quale dal suo monastero sommessamente rinfacciava al possente imperatore Barbarossa i tradimenti degli ideali. E i cronisti raccontano che Federico era impressionato.

Siamo arrivati alla poco conosciuta età dei mistici tedeschi, la quale include l’intera vita del domenicano Meister Eckhart, massimo del mistici suoi connazionali. Uno dei suoi seguaci, Johannes Tauler, morto verso il 1361, in primavera si copriva gli occhi col cappuccio perchè il dolce rigoglio della natura non lo distogliesse da Dio. Il misticismo di Ildegarda e di Meister Eckhart anticipa le conquiste più pure della Riforma.  Anticipa, come vedremo, gli aneliti  del Pietismo, che in terra tedesca motiverà la grande sintesi tra la fede cristiana e le istanze di progresso dell’Illuminismo nazionale.

Abbiamo visto in ‘Der Arme Heinrich’ il quasi paradisiaco poema cristiano di Hartmann von Aue,  remoto manifesto della spiritualità germanica, cioè del lineamento più nobile della Anschauung del Sacro romano impero. La tempesta rivoluzionaria dell’ideale cristiano verrà con Lutero più di tre secoli dopo. La cristianità intera, anzi l’intera civiltà  dell’uomo, devono quasi tutto alla risorgenza cristiana invocata da Martino, agostiniano di Wittenberga.

Si usa evidenziare che il trionfo della Riforma fu asserzione forte della germanità. E’ certamente vero che Lutero fu vittorioso condottiero della sua stirpe contro le turpitudini, anche antiche, della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza religiosa e di utopia che aveva più volte agito, per secoli, nei movimenti ereticali fuori del contesto tedesco. Il successo di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

Peraltro la Baviera, l’Austria e altri principati dell’impero respinsero il messaggio della Riforma, e questo non contribuì a unire la nazione. In aggiunta ai ducati storici che vollero restare nella fedeltà a Roma, ci furono regioni -Palatinato, Assia, Brandeburgo- in cui si diffuse il calvinismo, confessione distinta dal luteranesimo.

 

Dopo la Riforma, il Pietismo

Quando venne la volta del Pietismo, l’anima germanica espresse un altro contributo universale. Quei grandi spiriti che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in un’epoca già attraversata dalle incredulità illuministe/razionaliste. Il Pietismo sorse come movimento di correzione del protestantesimo, anche per reazione alle tre ossificazioni dogmatiche seguite alla Riforma: il settarismo delle controversie teologiche, le chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla fusione tra magistero religioso e autorità del principe. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore. Più interiorizzazione, più devozione, più commozione.

Fu un raddrizzamento della Riforma, uno che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali (culturali e religiosi) il movimento di fatto ‘pietista’ assunse altri nomi: parliamo specialmente del puritanesimo e del metodismo. I pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultra-confessionale del misticismo medioevale tedesco, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi della “età di Goethe: del grande Settecento tedesco.

 

I secoli inerti

Lo storico Golo Mann, figlio dell’osannato Thomas (che quando fu il tempo giusto si fece civis americanus, poeta cesareo delle Potenze vincitrici e araldo di liberalismo) Golo dicevamo lamenta nella sua “Storia della Germania moderna” che all’eruzione vulcanica della Riforma seguì, inerte per la Germania, il secolo diciassettesimo e le fasi buie del diciottesimo. Eppure in queste fasi cominciò a nascere il sentimento nazionale. Lutero non era stato solo il teologo dell’incontro individuale con Dio: anche la guida dell’insurrezione germanica.

La guerra dei Trent’anni infierì nelle terre tedesche senza suscitare slanci vitali. Mentre le grandi stirpi dell’Europa -inglesi, iberici, francesi, olandesi, russi- si lanciarono alla conquista dei continenti e all’espansione dei traffici oceanici, la società dei paesi germanici si ridusse alla gestione di territori e posizioni guadagnate nel passato. “Non partirono spedizioni nei continenti – annota Golo Mann- non imprese dei navigatori; non dinamismi mercantili”. I traffici e le esplorazioni avevano fatto grandi i portoghesi, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli. Per non parlare delle lontane stagioni degli italiani, culminate nella scoperta dell’America. Golo Mann sottolinea che i tedeschi furono assenti dalle esplorazioni e dalle conquiste fino alle esigue acquisizioni coloniali e navali della fase guglielmina, a cavallo tra Ottocento e Novecento: allora Bismarck, che non sentiva l’imperialismo oceanico, valutò di dover fare concessioni alle spinte espansive generate dall’impetuosa crescita delle industrie germaniche.

Il tardivo colonialismo tedesco fu un’esperienza senza futuro, proprio per il fatto di non avere spessore storico. Gli acquisti tedeschi in Africa e nel Pacifico andarono tutti perduti, in quanto la Germania non si era protesa verso il mondo tra i secoli XVI e XVII. Insomma per Golo Mann l’espansionismo germanico fu condizionato dall’ossessione della spinta verso Est: verso l’acquisizione di terre sul Baltico (Lega Anseatica, Ordini militari), in Polonia, in altre aree slave. La Germania restò ferma quando i paesi europei si lanciarono verso i continenti, I programmi navali dell’ammiraglio Tirpitz vennero tardi e suscitarono la reazione implacabile degli interessi britannici. Prima del tardo Ottocento la Germania parcellizzata in troppi piccoli Stati non aveva agito come una nazione.

Trionfando su Napoleone III il cancelliere Bismarck sembrò fondare il Secondo Reich: ma esso durò quarantotto anni, pochi per la vita di un impero. Fu ancora più breve il Reich di Adolf Hitler. Come quello di Bismarck, cominciò anch’esso a Sedan, dunque ancora con una vittoria militare sulla Francia, antagonista dimostratasi velleitaria sia quando retta da un sovrano napoleonide, sia quando appaltata a un’oligarchia di notabili repubblicani, con Poincaré, Daladier e Reynaud. Invece, osserviamo noi, andrebbe detto che non nacquero mai nè il Secondo, né il Terzo Reich. Se sorgerà una Germania davvero egemone in Europa, quello sarà il Secondo autentico Impero dopo il tempo degli Svevi. Sarà il conduttore sovranazionale del Continente.

Se il Sacro romano impero rinascerà, quale realtà plasmata dal XXII secolo, non avrà altri precedenti che le grandi dinastie medievali degli Ottoni e degli Svevi. I dinasti che cinsero la corona imperiale dopo Federico II Hohenstaufen mancarono di ispirazione germanica: Carlo V era un fiammingo, distaccato dalle cose tedesche, all’incirca come distaccati furono i Cesari asburgici che gli seguirono. L’età barocca non conobbe un vero impero, anche quando coloro che regnarono a Vienna cingevano una corona imperiale.

Si usa sottolineare che il trionfo della riforma luterana fu affermazione forte della germanità. E’ certamente vero che l’agostiniano di Wittenberg fu condottiero della sua stirpe contro le turpitudini anche antiche della Chiesa romana. Tuttavia il luteranesimo obbedì anche a una coerenza di fede e di utopia che aveva più volte agito nei movimenti ereticali, fuori del contesto tedesco. La vittoria di Martino asserì un sentimento nazionale che nei secoli sappiamo debole e contrastato. Ribellione germanica contro il cattolicesimo degenerato, dunque.

 

Il magistero di Melantone

Morto Lutero nel 1546, il movimento della Riforma ebbe per alcuni anni una guida vigorosa e al tempo stesso temperata in Filippo Melantone, poco conosciuto ai più, ma talmente saggio che al successore di Martino andò l’appellativo onorifico di ‘Praeceptor Germaniae’. Philipp Melanchthon, nato nel Baden nel 1497, si chiamava in realtà Schwarzerd ed era figlio di un armaiolo. Grecizzò il suo nome in Melancton e, conseguito giovanissimo il dottorato in filosofia, pubblicò a ventiquattro anni in latino il primo importante lavoro di teologia dogmatica protestante, un testo che in quattro anni ebbe già 17 edizioni. All’università di Wittenberg ottenne la cattedra di ebraico e di greco. Nel 1530 fu autore della ‘Confessione di Augusta’ quasi intera. Presto la sua fama di teologo si fece grande a livello europeo: lo richiesero di insegnare, oltre all’università di Tubinga, anche il re di Francia e il re d’Inghilterra. Egli declinò per dedicarsi interamente all’edificazione teologica riformata. Redasse una ‘Confessio saxonica’ da presentare al Concilio di Trento, ma la guerra glielo impedì. Alla scomparsa di Lutero si trovò alla testa del  movimento protestante. Gli indirizzi che egli tracciò per le facoltà umanistiche tedesche tedesche fecero di lui il ‘Praeceptor’ nazionale.

Non tutti i luterani seguirono compatti Melantone. Rispetto a Lutero, egli mirò a posizioni equilibrate che non escludessero l’incontro con i cattolici, e invece attenuassero le divergenze teoriche. I propri seguaci dichiarati furono chiamati ‘filippisti’. Sarà giusto che in futuro Melantone rappresenti, nel retaggio offerto dalla Germania all’Europa, il superamento delle spinte rigoriste e dello spirito di contrapposizione.

Il Pietismo fu l’altro contributo universale dell’anima tedesca. Quei grandi spiriti della germanità che furono gli uomini del Pietismo portarono più avanti l’opera risanatrice della Riforma. In un commosso impegno etico essi difesero il retaggio protestante in una fase già attraversata dalle incredulità illuministe e razionaliste. Il Pietismo sorse come correzione del protestantesimo, anche per reazione a tre ossificazioni dogmatiche del luteranesimo realizzato: il settarismo delle controversie teologiche; i mali delle chiese territoriali e la mondanizzazione prodotta dalla coincidenza tra magistero religioso e autorità del principe sovrano. Il Pietismo invocò un cristianesimo fatto di sincero fervore di fede. Più interiorità, più devozione, più commozione.

Fu una riforma nella Riforma, una che acquistò un’intensa caratterizzazione tedesca. In altri ambiti nazionali, culturali e religiosi il movimento “pietista” assunse nomi diversi: puritanesimo, metodismo, presbiterismo etc. In Germania i pietisti erano sorretti dalla consapevolezza del valore ultraconfessionale del misticismo medievale, apparentemente così sommesso. Il misticismo-pietismo manterrà una funzione creativa ancora agli inizi dell’età di Goethe, cioè del grande Settecento tedesco.

Si usa indicare come il pietista cronologicamente primo l’alsaziano Ph. J. Spener, autore di un’opera di edificazione, “Pia desideria”. Predicò alla corte di Sassonia a Dresda, influenzò l’università di Lipsia. Il discepolo. H. Francke convertì la religiosità pietistica in un’azione pedagogica. La quale non mancò di antagonizzare gli avversari: essi combatterono i pietisti quando eccedettero nell’esibire il loro émpito di fede.

Un ispirato organizzatore di cultura e di pratica pietistica fu il conte Nikolaus Ludwig von Zinzendorf. Nel 1722 ospitò nel suo possedimento di Herrnhut una prima congregazione di pietisti: protestanti cechi che si organizzarono in Fratelli Moravi. Essi espressero una corposa letteratura e sperimentazione della ricerca interiore. Qualcuno ritiene che ebbero qualche influenza sull’esperienza goethiana. La comunità degli ‘Herrnhuter’ costituì un movimento a sè nell’ambito del Pietismo.

Mentre in Francia e altrove avanzava la cultura dei lumi, in Germania le prime espressioni dell’Illuminismo trovarono premesse e apporti nel Pietismo. Anche le conquiste filosofiche di G.W. Leibnitz devono qualcosa ai contenuti e alle esperienze missionarie del Pietismo. Il cui pensiero e la cui azione, soprattutto in quanto contrapposti ai precetti del razionalismo illuminista, furono protagonisti del Settecento tedesco.

L’ultimo Settecento fu il momento più alto della cultura germanica. Si giovò dell’avvampare della lingua tedesca, in precedenza ancora discriminata a favore del francese e, ai livelli più accademici, del latino. L’ambiente culturale del Settecento tedesco, intriso sì di Illuminismo ma anche modellato dalle esperienze pietistiche, fu come la placenta del Romanticismo, insuperata espressione del’anima germanica.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Anche di Lessing, il maggiore degli illuministi tedeschi, occorre segnalare che partecipò alle conquiste morali e intellettuali del Pietismo. Egli fu l’opposto dell’intellettuale accademico. Non concluse il percorso scolastico e rifiutò la teologia. La lettera scritta al padre, pastore protestante, per motivare tale rifiuto, asserì le ragioni della cultura laica, non clericale, senza peraltro negare il valore della tradizione germanica, così imbevuta di moventi religiosi. Per sostentarsi fece il segretario di un generale prussiano durante la guerra dei Sette anni. A Wolfenbüttel fece il bibliotecario del feudatario.

I primi lavori teatrali di Lessing affrontarono direttamente temi quali il pietismo e gli ebrei, con la piena (e nuova) consapevolezza apportata dall’Illuminismo: egli razionalista additò il fervore e l’onestà del Pietismo; si schierò con decisione a fianco degli esponenti della cultura ebraica (fu amico del filosofo Moses Mendelssohn). Aderì alla Massoneria, allora lievito di tolleranza e di favore alle nuove vie dell’esperienza religiosa. Il suo lavoro teatrale ‘Miss Sara Sampson’ (1755) pose fine alla fase ‘libertina’ dell’Illuminismo. E’ stato notato, autorevolmente (Marino Freschi) che in Germania l’Illuminismo “è impegnato più che altrove, attraverso lo strenuo rapporto dialettico col Pietismo, ad attingere una nuova coscienza rigorosamente morale”.

Va segnalato che al di fuori del Pietismo agirono individui e piccole comunità che risalivano alla tradizione dei mistici: pensatori che offrirono testimonianze di ricerca interiore e di tolleranza. Gottfried Arnold, morto nel 1714, fu autore di scritti di spiritualità cristiana “letti ancora ai tempi di Goethe”. Abbiamo già ricordato il conte Zinzendorf, che ospitò a Herrnhut la prima congregazione di pietisti esuli dai territori austriaci.

Lessing scrisse per il teatro “Nathan der Weise” che è un capolavoro dell’Illuminismo tedesco e, secondo alcuni, uno dei migliori prodotti della drammaturgia nazionale. L’azione si svolge in una Gerusalemme ideale dove si confrontano le menti delle tre grandi religioni monoteiste. In Lessing il filosemitismo e la critica al fondamentalismo cristiano si uniscono ad altre componenti essenziali dell’Illuminismo germanico, così aperto all’interiorità e all’utopia del Pietismo. Un altro autore razionalista “con una nostalgia pietistica” è Christan F. Gellert. Anche in Christoph M. Wieland si ritrovano appigli e riferimenti al Pietismo. Insomma in Germania il propagarsi dell’Illuminismo si può dire coevo e congeniale all’esperienza pietista.

Arrivò il largo svecchiamento filosofico che fu il grande apporto di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo discepolo Christian Thomasius. Di questi due il Freschi, studioso del Settecento tedesco, ha sostenuto che ebbero il merito di un’autentica rifondazione della cultura nazionale più impegnata: “Non si deve mai disgiungere il peculiare rapporto di attrazione e repulsione che intercorre tra i due grandi protagonisti del secolo: Pietismo e Illuminismo”.

Nulla si può aggiungere sulla grandezza di Goethe. Invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione luterana e pietistica. A Weimar Goethe lanciò quasi una nuova civiltà, all’interno della quale si staglia grandioso anche il lavoro di Friedrich Schiller. Alcuni riferimenti al Pietismo si ritrovano nell’opera di Klopstock. Con la prima delle sue ‘Oden’, composta a 23 anni, Klopstock interpretò gli slanci della lirica tedesca verso una natura, anzi una ‘Mutter Natur’ divinizzata. Si annunciano le estasi e il panteismo del sacro che saranno il nerbo dello Sturm und Drang e l’aurora del Romanticismo.

L’ispirazione religiosa pervade il poema ‘Der Messias. Ein Heldengedicht’ di Klopstock. Sulle prime tre intense cantiche del poema sorse forse l’empito sentimentale che divenne aurora di Romanticismo. Cominciò a finire l’Illuminismo scettico.

Johann  Gottfried Herder, pastore luterano, a  Königsberg scolaro di Kant e filosofo della storia,  condusse la cultura del suo tempo a superare le astratte proposizionì dell’Illuminismo e a riscoprire le matrici popolari della tradizione.  Herder segnò la liquidazione del conformismo illuministico. Alle generazioni giovani propose l’arte medievale, dunque il genio germanico testimoniato da quell’arte. In sostanza intraprese a rigenerare la cultura tedesca, liberandola dai condizionamenti francesi.  In questo fu per il giovane Goethe un entusiasmante Virgilio.

Il maggiore poeta tedesco di tutti i tempi ricevette da Herder il senso più vero della missione.  Nulla si può aggiungere alla grandezza di Goethe; invece è giusto segnalare gli apporti che gli vennero dal passato vicino, cioè dalla religione nazionale, luterana e pietistica. A Weimar Goethe e Schiller alzarono quasi i muri di una nuova civiltà.

 

Lirismo e profezia in Hölderlin

Hölderlin (1770-1843) è uno degli astri più splendenti del firmamento poetico tedesco. Anch’egli, come Schiller, figlio della declinazione pietistica del protestantesimo. In lui un cristianesimo messianico si compenetra in una intensa, emozionante rivisitazione della classicità greca.  In Hölderlin fede ed ellenismo si fondono in un Geist sublime, utopico-mistico, vivificato dagli impulsi della modernità romantica. A Tubinga egli ebbe come compagni di studio Hegel e Schelling.

Assunto un incarico di precettore a Bordeaux, nel 1802 fece a piedi il viaggio del ritorno in Germania. La prova lo menomò e fino alla morte visse da eroico e vivido recluso.

Nelle esemplari parole di Marino Freschi, il Nostro “autore di grandi inni classici e cristiani, Hölderlin tenta di intuire i presagi della prossima epifania degli antichi Dei. Forte delle due tradizioni dell’Occidente, il poeta si proponeva di pronunciare un nuovo messaggio spirituale per la Germania e per il mondo intero. Hölderlin istituiva un intenso dialogo tra il mito della Grecia e la sua visione della Germania che, terra della sera, d’Occidente, diventa la terra fecondata dall’antico spirito che risorge nell’utopia aurorale e nella visione del ritorno degli Dei. Anche nel frammento del romanzo “Hyperion oder der Eremit in Griechenland (Iperion o l’eremita in Grecia), del 1797-99, il grande poeta lega Grecia e Germania in una strabiliante operazione di attualizzazione”.

Marino Freschi aggiunge che nel dramma “Tod des Empedokles” (Morte di Empedocle) l’atto del filosofo che vuole morire nel cratere dell’Etna rinnova l’idea dell’immolazione cristica, dell’eroe-filosofo che si innalza alla santità. “E’ il canto supremo della palingenesi e della rinascita. Nell’intensità profetica e utopica della sua poesia Hölderlin assume una posizione  autonoma tra Classicismo e Romanticismo”. Per Freschi, ciò è vero anche per altri due scrittori del periodo che i critici chiamano ‘l’età di Goethe’: Jean Paul Richter e Heinrich von Kleist.

 

Terra del Romanticismo

Alla fine del Settecento la Germania si impone come patria del movimento romantico. L’università di Jena, dove insegnarono Schiller, Fichte, Schelling e Hegel, vide le prime smaglianti prove del Romanticismo. Quel periodo lo sentiamo come un’età eroicamente giovanile: Novalis, il più ispirato dei poeti romantici (si chiamava in realtà Friedrich von Hardenberg), morì a ventinove anni. Karl Philipp Moritz a 37, Heinrich von Kleist a 34, Georg Büchner a 24.

Von Kleist era nato in una famiglia di generali prussiani; un discendente, feldmaresciallo, morirà in un campo di prigionia sovietico. Fu specificamente tedesca la vicenda dello scrittore, uno degli intellettuali più impegnati  nella mobilitazione delle coscienze contro l’invasore napoleonico. Una delle opere esasperatamente patriottiche di Kleist fu ‘Die Hermannschlact’, che esaltò la vittoria di Arminio sulle legioni romane. Ora i nemici da scacciare erano i reggimenti di Napoleone.

Si usa ritenere Richard Wagner il massimo cantore del nazionalismo germanico. Certamente fu il principale tra i mitografi nordici, il maggiore esponente della nuova asserzione del paese che Bismarck aveva trasformato in un moderno impero industriale. E’ stato sostenuto che le opere di Wagner sono fra le conquiste più significative dell’Ottocento tedesco, alla pari con le intuizioni filosofiche di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche.

Il Novecento si annunciò in Germania con i drammi di Gerhart Hauptmann: “Vor Sonnenaufgang” (Prima dell’alba) e “Die Weber (I tessitori), nei quali campeggiano i temi sociali e le aspre esistenze dei proletari della natia Slesia. Affrontò frontalmente la proposta del Naturalismo il poeta simbolista Stefan George, sacerdote dell’arte per l’arte e della poesia pura. Il suo cenacolo animò la Monaco di fine secolo, assieme all’opera dei fratelli Thomas e Heinrich Mann. Il primo, insignito del premio Nobel, scrisse nella Grande Guerra un saggio (“Considerazioni di un impolitico”) in cui sembrò anticipare un avvicinamento alle operazioni di Nietzsche e di Oswald Spengler (“il tramonto dell’Occidente”). Il fratello Heinrich esordì come raffinato decadentista ma approdò a posizioni radicalmente democratiche e antiguglielmine.

Hermann Hesse, che risultò lo scrittore più letto del sec. XIX, nacque in una famiglia pietista e nella Grande Guerra si fece svizzero. Bertolt Brecht, che si collocò su un terreno opposto alla ricerca intimistica e alle rivisitazioni romantiche, scrisse le pagine tedesche più importanti per il teatro, soprattutto negli anni Venti del Novecento. Egli cominciò come espressionista – l’Espressionismo è stato la più importante delle avanguardie tedesche – ma col tempo si allontanò dalle esasperazioni di quel movimento per collocarsi su posizioni modernamente dissacratorie. Restano dirompenti le espressioni brechtiane contro la guerra.

Ernst Jünger fu tra i pensatori più visionari del Novecento. Nella Grande Guerra fu eroe come pochi. L’altro massimo testimone contro l’immanità di quel conflitto fu Erich Maria Remarque (“Nulla di nuovo sul fronte occidentale”). L’ascesa di Hitler nel 1933 aprì una tragedia smisurata -il trauma assoluto- nella comunità intellettuale tedesca. Si suicidarono Walter Benjamin, Kurt Tucholsky, Ernst Weiss, Stefan Zweig, Ernst Toller. Klaus Mann, figlio di Thomas, trattò con la maestria connaturale alla famiglia il dramma dell’emigrazione politica.

Il maggiore poeta tedesco del Novecento, vertice assoluto della lirica occidentale, nasce a Praga in una famiglia germanica: Rainer Maria Rilke.

 

Bach, il più grande dei Pietisti

Agli albori della piena germanizzazione del Sacro romano impero campeggiano l’esperienza della mistica tedesca e, assai più, il Pietismo. Quest’ultimo dette forma alla letteratura germanica fino agli esordi della ‘Età di Goethe’.  Ma le espressioni assolute del Pietismo non vennero in letteratura, bensì nella musica sacra. Qui il dominatore fu Johann Sebastian Bach, preceduto da pochi precursori e seguito da meno ancora continuatori, certo di rilievo ben minore. I documenti insuperati della spiritualità germanica di tutti i tempi sono di J.S. Bach: le Cantate sacre, le Passioni, i Corali, i Mottetti, le  Messe, i Magnificat, gli Oratori, pinnacoli non solo del repertorio sacro, ma dell’intera civiltà musicale del pianeta.

Bach non ebbe precursori, eredi o continuatori alla sua altezza, malgrado la schiera degli organisti di area germanica -nella quale si può includere Dietrich Buxtehude, fiorito a Lubecca, che risulterebbe oriundo danese, o addirittura svedese- sia folta e degna.  Anche G.F. Händel, F. Mendelssohn e, per i suoi insuperati ‘leader’ romantici, Franz Schubert, hanno confermato la primazia musicale tedesca sorta nel Settecento con J.S. Bach.

La solitudine di Bach è un esito inquietante. La spiegazione va cercata, in ambito musicale, nell’esaurimento del pensiero creatore come pellegrinaggio dello spirito; ma anche nella stanchezza della motivazione religiosa. Non poteva andare diversamente, visto che ai lancinanti dilemmi e alle invocazioni del Pietismo seguirono, persino in Germania, i tralignamenti musicali della scuola italiana/francese e dello ‘stile galante’.

Progressivamente insidiata dal razionalismo e dalla secolarizzazione -quest’ultima l’opposto del sentimento pietistico- nemmeno la Germania seppe prolungare la stupefacente creatività e l’intensità delle conquiste bachiane. Gli epigoni veri, anzi i compagni d’avventura di Johann Sebastian, sono stati i grandi dell’Ottocento romantico, o classico-romantico: Mendelssohn, K.M. von Weber, Beethoven, Schumann, Brahms hanno dominato soli l’universo della musica europea fino all’apparizione dell’Impressionismo di Claude Debussy e della vivida pattuglia spagnola de Falla, Granados, Albéniz.

E’ tedesco il massimo giacimento musicale del mondo moderno,  da Gluck  e da Gustav Mahler ai classici moderni quali Richard Strauss e Arnold Schönberg.

Non sono stati gli iniziatori riconosciuti del Pietismo coloro  che hanno spinto ai livelli più alti  l’ispirazione religiosa in Germania. Non sono stati i poeti, i prosatori, i drammaturghi del Settecento, nonché i grandi organisti dell’area germanica. E’ stato soprattutto Johann Sebastian Bach, senza confronti superiore ai predecessori e ai successori che portavano il suo cognome. Delle due dozzine di musicisti Bach, quelli decorosamente rispettabili sono soprattutto quelli venuti prima. I meno meritevoli sono i quattro figli del Nostro, tutti passati al conformismo della scuola italiana.

Nessuno potrà risarcire la musica germanica del lungo oscuramento che colpì Johann Sebastian. In un concorso si arrivò, lui vivo, a preferire a J.S. un compositore della modestia di Georg Philipp Telemann. Johann Sebastian è il massimo dei musicisti religiosi di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E, insistiamo noi, è il massimo dei pensatori germanici ispirati dal Pietismo. Non poteva essere che così. Il Pietismo fu la risposta del Geist nazionale all’involuzione del cristianesimo tedesco dopo le straordinarie conquiste di Lutero, di Melantone, di Ulrico di Hutten. L’ispirazione religiosa del pensiero tedesco pagò il prezzo della vittoria sul papismo su almeno due piani: 1) l’ipertrofia dello spirito di controversia teologica; 2) l’ufficializzazione della fede in religione di Stato e dunque la sua mondanizzazione. Ciascuno degli innumerevoli ‘sovrani parziali’ di Germania sentì di potere signoreggiare sulle coscienze dei sudditi. Anche queste storture volle sanare il Pietismo.

 

I primati del futuro

La Germania si ingigantirà prima in Europa. Prima sui piani più nobili, non per dimensioni. Riscattata dalle infamie di un passato recente, però brevissimo, sarà eticamente inattaccabile. Si aggiungerà una qualità nuova: allargherà il distacco spirituale rispetto alle altre grandi componenti d’Europa. Constaterà d’essere passata in testa alla colonna della storia. Si parlerà di nuovo primato dello spirito tedesco. La Germania del futuro non lontano sarà davvero il Secondo Reich, la resurrezione dell’Impero sacro e romano.

Quale delle Germanie del passato sarà all’altezza del retaggio imperiale?  Condizionati dai secoli non possiamo che rispondere: ai tempi della grandezza l’Impero era degli Ottoni e degli Staufen, specialmente Federico I.  Sotto il Barbarossa il pensiero fu ancora pienamente cristiano, cavalleresco, medioevale; l’imperatore morì alla Crociata. Alcuni dei suoi valori erano i più alti fino allora concepiti. Dopo, l’ispirazione religiosa si smorzò, la modernità e il razionalismo si allargarono assieme all’assertività borghese.

Il grande revival germanico non potrà che differenziarsi, forse contrapporsi, ai precetti della modernità quale la conosciamo. Il razionalismo ha ‘fatto’ la modernità e la modernità ha tralignato, soffrendo la caduta di Lucifero. La salvezza non potrà che venire dal recupero dei valori -nel Medioevo specificamente germanici- che l’Illuminismo e il Rinascimento  internazionali avevano ripudiato.

 

Il corteggio dei Grandi Spiriti

Chi guiderà la Germania al momento di rigenerare l’Europa, facendone il Secondo vero impero sacro e romano, si proporrà al Continente affiancato da un manipolo dei massimi tedeschi. Garantiranno per l’eticità della stirpe due imperatori Hohenstaufen, Martin Lutero, Filippo Melantone, Ulrich di Hutten cavaliere umanista della Riforma, e poi Johann Sebastian Bach, Goethe, Hölderlin che presagì il ritorno degli Dei ellenici, Rainer Maria Rilke e la schiera degli insuperati classici del Romanticismo. Assieme ad altre  grandi anime, che Dante avrebbe messo in Paradiso, questi Paladini rassicureranno gli europei: quello germanico sarà il più spirituale dei retaggi.

A CERTE NAZIONI ANDO’ INSOLITAMENTE MALE

Anche i popoli, non solo gli individui, hanno il Destino: favorisce alcuni, perseguita altri. Senza uscire dall’Europa, che c’è di simile tra la vicenda nazionale della Svezia e quella, per esempio, della Polonia? La prima è andata avanti senza drammi gravi. A partire dal secondo millennio a.C. commercia già coi paesi mediterranei. In epoca storica prende forma un regno incentrato a Uppsala. Verso l’800 dell’era cristiana cominciano le spedizioni vichinghe che portano gli “svedesi”, lì chiamati Vareghi, fino a Bisanzio. Nel secolo XII nasce la capitale attuale. Nel XIV la Svezia si unisce alla Norvegia e si salda anche alla Danimarca.

Quando diventa re, Gustavo Vasa caccia i danesi (1523) e avvia l’egemonia nel Baltico. Nella guerra dei Trenta Anni, Gustavo II Adolfo campeggia e solo alcuni insuccessi del carismatico Carlo XII fermano l’espansione svedese. In seguito un sovrano viene assassinato, un altro deposto, finché la corona passa a Jean Bernadotte, un maresciallo di Napoleone. Da allora il regno di Svezia si fa sempre più prospero e soprattutto saggio: il capolavoro svedese fu una neutralità monolitica.

Quasi diametralmente opposta è la sorte della Polonia: si direbbe una vicenda di soli spasmi e di sole lacerazioni. Tribù slave cominciarono a installarsi nei bacini della Vistola e dell’Oder un sedici secoli fa e nel 1023 un Boleslas diventa re, ma presto le aggressive campagne dell’Ordine Teutonico disgregano un regno che appariva promettente. I sovrani polacchi fanno grandi progressi unendosi alla Lituania degli Jagelloni e raggiungono il Mar Nero. Alla fine del Seicento la successione di conflitti e di dissesti conduce il regno sull’orlo del baratro. Una nobiltà anarchizzante paralizza la nazione: la monarchia, elettiva, è impotente. Le guerre di successione e la rivalità tra le Potenze- Francia Svezia Russia Austria- sono la norma. Alla prima (1772) delle spartizioni della Polonia partecipa anche la Prussia. Nel 1795 la Polonia sparisce. Il napoleonico ducato di Varsavia è effimero, la Galizia torna all’Austria, la Posnania si germanizza, il grosso della Polonia è degli Zar. Tutti i tentativi di sollevazione vengono schiacciati. Il dominio russo dura fino al 1914, seguito dall’occupazione tedesca.

I soprusi e gli errori del trattato di Versaglia (Versailles), con la congiunzione della Revanche imperialistica della Francia, con le stoltaggini dell’ “idealismo” di Woodrow Wilson -improvvisamente trovatosi egemone della pace- producono un momentaneo risorgere della nazione polacca. Parigi sceglie Varsavia come principale alleata dell’Est europeo, artificialmente ingrandita a spese della Germania. Insieme alla Cecoslovacchia, altra repubblica inventata a Versailles, la nuova Polonia, fatta importante al di là della logica, serve alla Francia per minacciare il Reich.

L’assalto di Hitler nel 1939 apre la Seconda guerra mondiale: ma anche Stalin invade la Polonia. Le sciagure che seguono alla doppia aggressione suggellano una millenaria storia fatta soprattutto di tribolazioni e di occasionali eroismi. Si arrivò a spiegare nel lunare modo che segue le cariche, ovviamente disperate, della cavalleria polacca contro i Panzer germanici: tenendo le briglie tra i denti i cavalleggeri potevano indirizzare i loro moschetti contro le feritoie dei carristi nemici. Varsavia aveva orgogliosamente rifiutato le richieste di Berlino, che inizialmente non andavano molto oltre Danzica, nonché un passaggio attraverso il Corridoio polacco.

Ma se sono prevalentemente funeste le cronache della nazione polacca, ci sono alcuni grandi paesi, onusti di gloriosi conseguimenti, i cui ultimi due secoli hanno collezionato sventure e rovesci che governanti più saggi avrebbero scongiurato. Il caso più impressionante è la Francia. I vanti rivoluzionari e napoleonici non contrappesarono le infamie delle ghigliottine e i massacri del bellicismo sistematico. La nazione non si rialzò dalla disfatta in Russia della Grande Armée. I pronostici dell’azzardo finale a Waterloo erano tutti luttuosi. La guerra che Parigi volle alla Prussia nel 1870 fu una catastrofe, foriera di due conflitti mondiali. L’insurrezione comunarda nella capitale (1871) costò decine di migliaia di morti e, peggio, generò una leggenda che riaffiorerà, ancora a Parigi, in guise eroicomiche nel Maggio 1968.

La fissazione antigermanica costò alla Francia quasi un milione e mezzo di morti nella sola Grande Guerra. Nel 1940 condannò il paese a subire la più grande e ingloriosa disfatta militare della storia: laddove nel futuro della Francia e della Germania non c’era che un esito obbligato, l’alleanza per sempre. A Versaglia la supposta nazione dell’intelligenza cartesiana credette di dover incoronare di gloria quel Georges Clemenceau, del quale si poté dire che addossò soprattutto a sé le superflue carneficine dell’ultima fase della Grande Guerra (quando le Potenze centrali già inclinavano a una pace di compromesso). Clemenceau fu il bellicista estremo che incarcerò e considerò di far fucilare il solo statista nazionale, l’ex presidente del Consiglio Joseph Caillaux, il quale aveva fatto passi politici concreti per mettere fine all’eterno odio franco-tedesco; nel 1917 aveva tentato di favorire la cessazione della carneficina.

Alla Conferenza della pace Clemenceau e i governanti parigini della sua risma attuarono il coacervo di tutti i possibili errori antitedeschi: le conseguenze furono la Seconda guerra mondiale e, nelle Ardenne, la disfatta assoluta della Francia. I mali che seguirono, a Dien Bien Phu e in Algeria, furono poca cosa rispetto al bellicismo revanchiste. Tenuto conto di tutto, alla Francia non sarebbe andata peggio se negli ultimi due secoli fossero tornati a regnare i sovrani ‘buoni a niente’ (Rois fainéants) della casa merovingia.

A.M. Calderazzi

Quando Churchill dovette farsi magliaro

Lo statista più menzognero del secolo XX fu Stalin (“Nell’Urss il potere è del popolo”), oppure F.D. Roosevelt (“Il Giappone ha attaccato Pearl Harbour a tradimento” e “Non manderò i ragazzi a combattere oltremare”)? Per più di un motivo è difficile rispondere, e infatti chi scrive si sottrae. Invece furono dette a livello sommo numerose bugie meno mastodontiche: qui uno dei mentitori “per necessità” più sfrontati fu Winston Churchill: con tutta la maestria dello stile con cui spacciava bugie, ossia faceva il magliaro.

Sorprendentemente indegno del suo prestigio fu il falso cui si costrinse nei giorni drammatici del giugno 1940. La Wehrmacht e la Luftwaffe avevano già annientato l’esercito francese, fino a quel momento considerato il più potente del mondo. Sessanta divisioni non esistevano più. Parigi, dichiarata città aperta, era già caduta, le strade della Francia erano invase da milioni di profughi e di militari fuggiaschi che cercavano di mettersi in salvo. A Bordeaux e nei castelli e alberghi, dove il governo e l’alto comando della repubblica morente erano riparati, si tentava febbrilmente di decidere tra la resa e alcuni conati di prosecuzione della lotta -il più temerario, perché inconsistente secondo il comandante supremo Maxime Weygand e il potenziale capo dello stato e del governo Henri Philippe Pétain- era quel trasferimento generale nel Nord Africa francese, l’ultima speranza del presidente del consiglio Paul Reynaud per non accettare la sconfitta finale (infatti la Francia chiese l’armistizio il 18 giugno).

In questa situazione di catastrofe finale il premier britannico faceva coraggiosamente una spola giornaliera da Londra per tentare di dissuadere i governanti alleati dall’abbandonare la lotta, o quanto meno per cercare di ottenere che la flotta francese, ancora intatta, si consegnasse nei porti britannici: nel qual caso Londra avrebbe rinunciato a tenere impegnata la Francia al patto del 28 marzo, che le vietava una pace separata. Nell’ultima delle impossibili missioni presso i vertici dell’alleato sconfitto, il primo ministro Churchill fece ricorso prima a una proposta cervellotica e implausibile, poi alla più spudorata delle menzogne. La proposta: i governi britannico e francese avrebbero dichiarato una “unione indissolubile” tra i loro paesi e i loro imperi. “Ogni cittadino francese avrà immediatamente la cittadinanza della Gran Bretagna; ogni suddito britannico diverrà cittadino francese”. La sensazionale pensata visse poche ore. Ne fu elettrizzato solo Paul Reynaud, rimasto solo a volere la lotta ad oltranza: annunciò emozionato che l’indomani avrebbe incontrato Churchill in un porto bretone per proclamare l’Unione franco-britannica”. Non uno dei ministri del suo governo e dei generali dell’alto comando appoggiò il presidente del Consiglio. Fu concorde il giudizio che l’Albione avrebbe fatto della Francia un vassallo o “un altro Dominion”. Tra l’altro il progetto supponeva fiducia nella finale vittoria del Regno Unito, fiducia che in quel momento era condivisa da pochi. Si pensava che Hitler avrebbe trionfato anche sulla Gran Bretagna. Anni dopo Reynaud confesserà che il rifiuto unanime dell’Unione escogitata da Churchill “fu la più grande delusione della mia vita”.

La menzogna spudorata, sempre per scongiurare l’uscita della Francia dalla guerra: Churchill fece arrivare ai vertici francesi la propria ‘convinzione’ che occorresse tentare di ottenere da Roosevelt un’immediata decisione di intervento nella guerra contro il Reich. Il primo ministro britannico sapeva alla perfezione che il presidente USA non era il Re Sole, non poteva decidere alcuna guerra. Poteva deciderla il Congresso -a determinate condizioni- e sempre che la volesse l’opinione pubblica. Il presidente poteva coll’inganno plagiare il Congresso e la nazione; e infatti questo otterrà a tempo debito Roosevelt: ma gli furono necessari circa 18 mesi, laddove per “salvare” la Francia si disponeva di poche ore. In più, per realizzare l’intervento nel conflitto mondiale il guerrafondaio Roosevelt ebbe bisogno dell’attacco a Pearl Harbour, da lui sistematicamente provocato con un interminabile e finto negoziato col Giappone, consistente nel respingimento di ogni richiesta nipponica. Tokyo lanciò i propri siluranti e bombardieri a Pearl Harbour dopo che Washington aveva bloccato le forniture da cui il Giappone dipendeva quasi totalmente. Per trascinare in guerra gli Stati Uniti Roosevelt ebbe bisogno di un’esplosione di sdegno patriottico del suo popolo, e la ottenne portando all’esasperazione le spinte espansioniste del Giappone.

La frode di Churchill consisté nel tentativo di far credere a Reynaud e agli altri responsabili francesi che la salvezza potesse loro venire da Washington entro le decine di ore che restavano prima del colpo di grazia del Reich. Sembra accertato dagli storici che Reynaud indirizzò al presidente plutodemocratico l’implorazione insinuata da Churchill, pur sapendo che essa nell’immediato era assurda. Com’è noto Roosevelt rispose no, peraltro con un messaggio che non mancava di esaltare “l’eroismo” dei francesi. Reynaud dovette dimettersi e il maresciallo Pétain -nominato suo successore anche col voto del leader socialista Léon Blum- chiese l’armistizio.

A.M.Calderazzi

GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio

ECONOMICS TRUMPS POLITICS AND HUMAN RIGHTS

Great Britain and Germany both refuse to isolate Russia or to boycott her exports: Germany needs her gas and oil, and German companies have invested 22 billion in Russia; and England wants her cash for its financial markets. Putin sees this economic opening and, utilizing it, is now pushing for a referendum in Crimea in 10 days’ time with which to cement his grip on power there and, with Russian troops still in Crimea, to continue pressuring the Ukrainians to abandon their drive for closer ties with the EU and US. Despite Kerry’s refusal to believe it, this is indeed a zero-sum game.

Interestingly, perhaps now the NSA’s interception of the German Chancellor’s phone calls, and the monitoring of Russia’s, wasn’t such a bad idea after all. Certainly Snowden’s aiding Russia by disclosing the reach of the NSA has made the world, as we have seen in the Crimea, a much less safer place now than before. And Snowden’s new friends (Russia and China) have revealed themselves to be far less concerned about human rights than the country which he forsook, indeed, to be eminently authoritarian and militaristic, with no respect for human rights. (China seized Tibet and committed, and still commits, grave human rights violations there; and both China and Russia freely commit abuses daily against ethnic minorities and political opponents.) The only country able to stand up to them, the US, Snowden has irrevocably weakened, making the world after his disclosures a much more dangerous place indeed. Edward’s vainglory and hubris blinded him as to who the real enemies are. Does he really believe that the US is a greater threat to world peace than either China or Russia? Edward forgot something very elementary about life: without prudence, one finds “The road to hell is paved with good intentions.”

Again we see in world history how economics trumps politics: what ought to be done by the EU isn’t being done; and as a result Putin knows there is a breach in the wall of diplomatic sanctions for him to escape through. What might have forced him to withdraw due to the unyielding unanimity of the EU, he can now more safely afford to ignore given the disunity within EU’s ranks, and hence the lower level of sanctions threatened. The West has lost this crucial battle with a dictator who is no respecter of nations or of laws; and that will only embolden him further, and give sustenance to China’s hegemonic desires as well.

The world thinks in enlightenment terms; that is, that man’s sinfulness is an outmoded concept, a leftover of a bygone theological era; that one need only tie countries closer together economically, and eternal peace and prosperity must and will be the inevitable result. No: a leopard can wear a Brooks Brothers suit, but underneath, like it or not, it remains a leopard still. Russia has (and has always had) an authoritarian leader.  To appease such usually ushers in greater trouble later. Putin wants the power of the former Soviet Union redivivus. Great Britain and Germany have unwittingly aided him in his power quest, and in the process sacrificed the territorial integrity of The Ukraine—and shown Putin all too clearly that, so far at least, he has nothing to fear from the EU, which up till now has shown itself to be a weak and vacillatory body with no stomach for confrontation when and where it counts.

 Len Sive Jr.

ACCETTARE LA GUIDA DELLA GERMANIA PER LE VIRTU’ ANTICHE NON PER IL PIL

Sono passate le elezioni tedesche e i commentatori di fascia alta hanno evitato di unirsi agli autodidatti, che la responsabilità dei nostri guai la assegnano all’avarizia della Merkel. Hanno fatto bene, i commentatori che conoscono la storia. Tuttavia nessuno dei più noti tra loro ha portato fino in fondo, come coerenza vorrebbe, la riflessione sui portati attuali della grandezza germanica.

Hanno ragione a prenderla da lontano: dal trionfo di Arminio sulle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo; dall’ammirazione di Tacito per i costumi dei Germani e per il loro comunismo primitivo; da Lutero e dai Discorsi alla nazione di Johann Gottlieb Fichte alla geniale, inattaccabile razionalità della Mitbestimmung, al rifiuto di Berlino di allinearsi ai più recenti propositi tardo-coloniali di Obama & Hollande. Nessun osservatore colto omette di ricordare che il Welfare moderno lo fondò il duro junker Otto von Bismarck (il quale, aggiungiamo noi, nel 1923 trovò un seguace in Miguel Primo de Rivera, dittatore militare a Madrid: anch’egli avviò quel Welfare State che gli agiati notabili liberali del liberalismo spagnolo avevano totalmente ignorato). Nessuno che scriva sul Reich dei nostri giorni può sorvolare sul crimine assoluto della Germania, i campi di sterminio, crimine di fronte al quale siamo ancora senza parole.

Venendo alle questioni dell’oggi e del domani, occorre dire chiaro che, azzerati i residui della nostra settantennale deferenza verso il dominatore statunitense, va accettata, puramente e semplicemente, la leadership europea della Bundesrepublik. Per come è  il mondo, per come sono i Germani d’oggi, per come siamo noi, non possiamo che fare come loro. La fierezza nazionalistica, con almeno diciassette secoli di decadenza rispetto al tempo della grandezza; col peggiore sistema politico dell’Occidente; con un debito pubblico che non potremo mai estinguere, la fierezza nazionale non ci spetta. Quanti se ne ergono ad assertori fanno ridere: per l’indipendenza non abbiamo né i mezzi né la legittimità. Nei secoli del servaggio abbiamo solo esercitato la libertà di cambiare padrone o di tradire alleato: ultimi, Salandra e Badoglio.

A parte che resta valida la corrosiva definizione di “nazionale” fatta nel 1862 da Johann Nestroy commediografo viennese: “Nazionale è il fatto che nessuno capisca una parola della lingua che parli”. Dicono che i primi insegnanti e burocrati scesi dal Nord in Sicilia dopo l’Unità furono presi per inglesi.

Il tempo di altri maestri o modelli è passato per sempre. La Francia, ha scritto qualcuno, “è troppo leggera”: lo confermano  il bellicismo e il tardosciovinismo di Hollande: il quale fu salutato come campione di progressismo ed emulo delle glorie ‘socialiste’ di Mitterrand, ma per la Siria è sembrato fare all’incirca come il socialista Guy Mollet in Algeria. La Gran Bretagna fu ed è un pinnacolo di egoismo e sgradevolezza. Tokyo, Pechino e Seul possono insegnarci molte cose, Londra e New York quasi nessuna, Berlino o Monaco, d’ora in poi, quasi tutte.

Claudio Magris germanista ha opportunamente scritto delle “tante insipienze politiche del passato tedesco”. In effetti, l’ultima vittoria dei tedeschi nella storia moderna fu la Riforma. Seguì la stagnazione dei secoli XVII e XVIII: mentre gli inglesi si impadronivano del mondo, per poi dargli la lingua, i tedeschi accettavano la parcellizzazione e il localismo di centinaia di stati principeschi. Occorse l’umiliazione degli occupatori napoleonici a Berlino perché i tedeschi si riscattassero con la guerra di liberazione, con le glorie del romanticismo, con le riforme degli Stein, degli Humboldt, Scharnhorst  e Geisenau, infine coi primati in quasi tutti i saperi. L’insipienza politica c’è stata ed è durata secoli, dalla fine del Primo Reich -il Sacro romano impero della nazione germanica- al cataclisma del 1945.

La Germania d’oggi, coi successi e con la saggezza con cui si regge, raccoglie i dividendi di positività non politiche del passato che sono ingenti al punto di cancellare le mostruose aberrazioni di Hitler e dei suoi carnefici (la Russia, madre di tutti noi, non ha ancora cancellato le aberrazioni di Stalin). Nonostante tutto il rigoglio del suo capitalismo e della sua modernità, la Germania del Duemila gode i frutti delle virtù passate. Della probità degli antichi clan contadini e guerrieri come di quella della burocrazia prussiana o renana. Della ribellione di Martino agostiniano contro la vendita delle indulgenze; delle conquiste spirituali di Eisenach, Koenigsberg e Heidelberg; della splendida rigenerazione ottocentesca.

Oggi la Germania è opulenta ma è stata frugale, ossia virtuosa, nei millenni. Con tutte le sue colpe -ma anche il popolo di Dio, nel Vecchio Testamento, sterminava i nemici, bambini compresi- essa resta una società etica. Dobbiamo accettarne la guida perché siamo meno etici.

l’Ussita

LA LEZIONE DI BERLINO-EST

Ha osservato su ‘Time’ Peter Gumpel, un esperto di cose germaniche, che non la vicenda argentina bensì la rinascita della Germania orientale dopo la riunificazione, dovrebbe dare coraggio alla Grecia in caso di estromissione dall’euro. Nel 2001 l’Argentina fece default, uscì dal circuito finanziario internazionale, attraversò vari mesi di caos, però prima del previsto si mise sulla strada di un vigoroso risanamento. Ma andò così perché l’Argentina aveva abbondanti materie prime da esportare, per di più in una fase di quotazioni alte. La Grecia non ha né questa né altre cornucopie , e comunque non è tempo di corsi favorevoli ai venditori.

Le due Germanie, sostiene Gumpel, fecero cose accessibili anche ai greci. Non mirarono a risultati immediati, ma scelsero pazienza, metodicità e naturalmente rigore. Riformarono le istituzioni dalla A alla Z. Per garantire la pace sociale investirono risorse pronte e abbondanti e fu la Germania dell’Ovest sia a fornire tali risorse -1,6 trilioni di euro in un ventennio, ma non è finita- sia a imporre norme e metodi come certo non potrebbe fare oggi con la Grecia. In proporzione, gli apporti internazionali alla ricostruzione ellenica non sarebbero esigui. In rapporto a questo accostamento tra Grecia e Germania, c’è una circostanza da non trascurare: Angela Merkel, una tedesca dell’Est, mostrò quello che valeva proprio nel contesto della rinascita est-tedesca. Nel febbraio scorso fu lo stesso ministro delle Finanze della Merkel, Wolfgang Schauble, a stabilire un parallelo diretto tra la Repubblica Democratica tedesca e quella ellenica: “Troppo Stato in entrambi i casi. Atene avrebbe importanti attivi da privatizzare, come fece Berlino Est”.  Le privatizzazioni nella RDT, aggiungiamo noi, sono state un caso da manuale di efficienza e di rigore. Se nessuno può escludere che qua e là si siano verificati illeciti ed errori, gli uni e gli altri non devono essere stati gravi. L’organismo istituito per privatizzare, in uno Stato dove pressoché tutto era pubblico, ha funzionato ammirevolmente.

C’è chi afferma che le riforme istituzionali necessarie alla Grecia dovranno somigliare per radicalità a quelle attuate nella Germania dell’est. Sembra un’esagerazione. Però è innegabile l’esigenza di interventi su varie strutture portanti dell’intero sistema ellenico: per esempio, sullo status e sulla remunerazione della  maggior parte dei dipendenti pubblici. Si afferma che guadagnano il 25% più dei lavoratori privati, però lavorano meno ore e non sono licenziabili. Non è chiara l’attendibilità di queste asserzioni, peraltro verosimili. E’ chiaro che in Grecia il lavoro dovrà diventare più produttivo, cioè costare meno. E che molti dovranno emigrare, così come fecero tanti tedeschi dell’Est. Dopo la riunificazione i Laender orientali, pur avendo ricevuto tanti capitali, persero almeno un sesto degli abitanti.

fonte Time 

 

LA GERMANIA RITORNA ALL’ETICA ANTICA DI WITTEMBERG

Dopo la caduta di due potenti a Berlino

Le impressionanti dimissioni di Karl-Theodor zu Guttenberg, forse il più brillante dei politici tedeschi d’oggi, pronosticato successore di Angela Merkel, non solo da ministro della Difesa ma anche da deputato al Bundestag, sarebbero meno significative se non fossero seguite di pochi mesi alle dimissioni di Horst Koehler da capo dello Stato germanico.

Tralasciamo che le due dimissioni obbligano a confronti crudeli col costume politico di altri paesi, primo il nostro. Guttenberg ha lasciato una posizione di vertice per aver copiato da altri parte di una propria tesi di dottorato. Non gli è bastato rinunziare pubblicamente, come ha fatto, a una qualificazione accademica parzialmente indebita: il ministro della Difesa ha giudicato di non poter sostenere più a lungo la deplorazione di ambienti quali quello universitario. Soprattutto un caso di coscienza individuale, dunque.

Solo apparentemente politica, in senso tradizionale, l’occasione del ritiro di Koehler. Ha dovuto dimettersi da presidente della Repubblica pochi giorni dopo avere sostenuto, in un discorso ai reparti germanici operanti in Afghanistan, che la Germania è in quel conflitto (nel quale si uccidono anche i bambini) per non pregiudicare i propri interessi di nazione grande esportatrice. La condanna dell’opinione pubblica, immediata e corale, non ha lasciato scampo al Bundespraesident. La storia della Germania moderna è tale da non permettere più che la guerra -una guerra altrui, oltre a tutto- trovi giustificazioni. Troppo atroci i drammi provocati e sofferti dalla Germania.

Lacerante il confronto con l’Italia. Qui pochi mesi fa il capo dello Stato ha potuto affermare che la guerra nell’Afghanistan “è giusta”, e quasi tutti gli italiani hanno lasciato fare. Hanno permesso al nominale rappresentante della nazione, dunque anche di me e di voi, di affermare il contrario della verità. Come fossimo ai tempi infami del machiavellismo quotidiano. Beata Germania, non ha avuto che pochissimo Rinascimento, nessun papa erotomane e quasi nessun Cesare Borgia. I suoi letterati ‘rinascimentali’ sono stati ininfluenti, le sue donne più celebri non furono promosse da troie a dame. La guerra d’Afghanistan non è giusta, ma gli italiani non si curano. Facevano così persino nei tempi gloriosi della repubblica di Mario e Silla.

Koehler e Guttenberg, in quanto politici di carriera, potrebbero avere scheletri nei loro armadi. La pubblica corruzione, pur tanto inferiore alla nostra, non è sconosciuta a Berlino, ossia in un grande contesto economico nel quale ingente è il ruolo dei poteri pubblici. Se un giorno i due importanti dimissionari si riveleranno anch’essi corrotti -non possediamo elementi in tal senso- i molti riferimenti all’etica nazionale che seguono in queste note risulteranno sbagliati. Fino a prova del contrario i due restano testimoni onorevoli di una verità che per secoli prima del nazismo – autentico Golgota dell’anima tedesca- era stata contestata da pochi e con poco fondamento: essere i tedeschi il più etico dei popoli che hanno fatto la grande storia.

Senza risalire a Tacito, la Riforma rivelò la vocazione germanica alla legge morale. Quale che sia stato l’impulso personale di Lutero, fu il contesto tedesco a determinare la rivolta contro le degenerazioni romane (nel piccolo, anche avignonesi cioè francesi). Il destino spirituale della nazione fu segnato per sempre dalle tesi aurorali affisse a Wittenberg da Lutero, frate agostiniano. Fino all’irrompere dell’Illuminismo l’intera vicenda nazionale fu innervata da quella specifica ispirazione religiosa che fu il Pietismo, affiorato agli inizi del Seicento. Ancora nel 1755, in piena asserzione (a livello intellettuale e non popolare) dell’Illuminismo, un dramma sentimentale di Lessing, il maggiore illuminista tedesco, marcava il rifiuto delle componenti libertine e scettiche dell’ideologia dei lumi. Ideologia, peraltro, impegnata più che altrove, attraverso il confronto coll’insegnamento pietistico, a conseguire traguardi essenzialmente morali. La risposta veemente al materialismo razionalistico venne da pensatori tedeschi di formazione luterana. Quando apparve Johann Gottfried Herder, che da Kant aveva derivato spunti anti-illuministici, si delineò più netto l’antagonismo alle suggestioni razionalistiche spinte.

Col farsi più invasivi gli spiriti scettici e mondani che venivano da Parigi, il pontifex maximus Wolfgang Goethe alzò la sua voce per condannare quanto meno quello ‘spirito affaristico del Termidoro’ che allora -oggi no- negava direttamente gli intimi precetti di probità della piccola borghesia colta di Germania, ancora saldamente ancorata ai valori luterani e pietistici. Il Termidoro presente potrebbe vincere la partita ma c’è speranza.

Tornando ai due potenti da poco caduti a Berlino, può valere la pena di ricordare che il dramma Wallenstein di Schiller additò in chiave tragica il crollo che può lacerare il tessuto etico dell’uomo di successo. Sembra marchiare il presidente federale che motivava la guerra per conto terzi con gli imperativi dell’export, quell’altro dramma schilleriano Kabale und Liebe. Condannava duramente uno dei principi tedeschi, il quale vendeva i suoi sudditi per le guerre oltreoceano di un sovrano straniero. Alcuni termini sono cambiati rispetto al 1784 del Kabale, ma la sostanza della denuncia schilleriana è perfettamente attuale duecentoventisei anni dopo, allorquando il potere berlinese per bocca di Koehler attentava alla legge morale nell’interesse di Mammona. Nella fase odierna, in cui la Germania è tentata di identificarsi nella possanza e sapienza della sua macchina produttiva, la logica ultima dell’economicismo è il massimo dei pericoli per l’anima tedesca.

Osservò uno storico della letteratura, Marino Freschi, che tra il Reno e il Baltico il teatro politico è stato per secoli “la denuncia urlata della miseria tedesca”. Oggi la “miseria tedesca” è soprattutto l’oltraggioso benessere che a molti consente di andare all’ufficio con auto da 300, persino 500 cavalli. Nel 1914 il motore del caccia di Richtofen superava di poco i 100 cavalli. E nel 1802 Friedrich Hoelderlin, uno dei massimi lirici dei tempi moderni, viaggiò da Bordeaux al suo domicilio tedesco a piedi. A piedi era andato a Lubecca J.S.Bach per ascoltare il grande organista Buxtehude. I successi materiali della Germania minacciano lo spirito assai più che, altrove, i tagli alla cultura. Adesso come ai giorni di Schiller si profila una scissione micidiale tra i valori del successo e quelli della gente comune che cantava i corali di Lutero.

La legge morale ci riporta ancora a Koehler e a Guttenberg. E’ la legge cui essi sembrano avere obbedito. Così vi obbedirono, nelle circostanze più tragiche in assoluto, i 150 congiurati che pagarono con la vita per aver tentato di abbattere Hitler il 20 luglio 1944. Non sapremo mai quanti di loro avevano davvero sperato di salvarsi; cioè quanti, senza tale speranza, si sarebbero negati alla congiura. Morirono due feldmarescialli, Rommel e von Witzleben, e un grosso manipolo di generali di rango. Gli altri erano tutti esponenti dello strato superiore della società tedesca, l’alta nobiltà in prima linea. Persero la vita uomini e donne per il fatto d’essere parenti stretti di congiurati. I 150 scelsero, invece che la ragione e l’istinto di sopravvivenza, la coerenza coi principi che per oltre quattro secoli dalla ribellione di Lutero erano stati al cuore dell’etica germanica.

Uno di essi si chiamava Ludwig Freiherr zu Guttenberg. Il fatto che nel 2011 un uomo del suo sangue abbia osservato la stessa legge -pur in circostanze che al confronto sono quasi giocose- conferma il nostro assunto iniziale. Forse in terra tedesca la coscienza parla con voce più alta.

Antonio Massimo Calderazzi

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

UNA CRESCITA VERDE E’ POSSIBILE

In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.

F.S.

Corruzione nell’Europa occidentale e in Italia

…ma non siamo il fanalino.

Corruzione male europeo,o meglio paneuropeo, non c’è dubbio. Lo comprova l’abbondanza di strumenti per combatterla messi in campo negli ultimi decenni dalle maggiori organizzazioni continentali: due convenzioni del Consiglio d’Europa (1999), due dell’Unione europea (1995, 1997) più una specifica direttiva di Bruxelles (2003), una convenzione dell’OCSE (formata in maggioranza da paesi europei) del 1997 e sottoscritta finora da 38 Stati membri, e altre ancora. Senza contare quella dell’ONU, aggiuntasi nel 2003 ad una precedente delle stesse Nazioni Unite per la lotta contro la criminalità organizzata internazionale (Palermo, 2000). L’apprestamento e l’attivazione, inevitabilmente laboriosi, di un simile dispositivo hanno dato risultati in qualche caso apprezzabili ma complessivamente non ancora soddisfacenti e tanto meno definitivi. Resta comunque acquisito il significato di un impegno collettivo eloquente riguardo alla sua motivazione.

Il male, tuttavia, non è equamente distribuito nel vecchio continente. Ne sono particolarmente flagellate la Russia post-sovietica e il resto dell’Europa ex comunista, sulle quali ci siamo già soffermati negli scorsi mesi. Al di qua dell’ex cortina di ferro le cose vanno nell’insieme alquanto meglio ma la situazione si presenta ugualmente seria, in parte anche grave e semmai in via di peggioramento. Ne fanno fede le ormai ben note classifiche annuali di Transparency International, tuttora preziose benché la loro assoluta attendibilità venga oggi messa in discussione e si cerchino strumenti alternativi di indagine e valutazione di un fenomeno dalle molte facce e con aspetti spesso inediti.

Anche i dati più recenti di TI confermano la superiore virtuosità dell’area nordica dell’Europa occidentale, i cui paesi si collocano in blocco nei primi dieci-dodici posti della graduatoria mondiale con voti intorno a 9 su 10. In loro compagnia si trovano Svizzera e Olanda, mentre un po’ più giù nella scala, con voti intorno a 7-8, si situa il grosso dei paesi della fascia centrale con in testa i maggiori (Germania, Gran Bretagna e Francia, in posizioni vicine a quella degli Stati Uniti). Più giù ancora non solo geograficamente troviamo l’area mediterranea, con Spagna e Portogallo intorno ad una stentata sufficienza e Italia e Grecia, invece, molto al di sotto di essa.

Ma c’è anche una differenza di qualità. A sud la corruzione si presenta più o meno diffusa in ogni settore, benché non paragonabile a quella dilagante, ad esempio, in Russia, come abbiamo visto. Nel centro-nord, invece, predomina un settore specifico che è quello dei rapporti tra imprese esportatrici o investitrici ed enti finanziatori, pubblici e privati, da un lato, e mercati esteri, in particolare del mondo sottosviluppato, e relativi governi e altri organismi pubblici dall’altro. In questo campo, quanto meno, si sono registrati negli ultimi anni gli scandali più clamorosi e comunque di più rilevante entità. Che poi si tratti di un aspetto minore della corruzione rispetto agli altri dipende dai punti di vista. Sembra però che stia perdendo quota la teoria del “when in Rome”, cioè la tendenza ad assolvere quanti si comportano male per un necessario adeguamento ad usi e costumi locali.

Lo si potrebbe spiegare anche col fatto che le infrazioni delle regole vigenti, quando sono punite, provocano esborsi decisamente cospicui. E’ accaduto a grossi nomi dell’industria tedesca e britannica come Siemens (multata per 1,6 miliardi di dollari in Germania e Stati Uniti), Daimler (185 milioni) e BAE Systems (400 milioni), quest’ultima per vendite di armi all’Arabia Saudita. Tra le società programmaticamente impegnate a combattere la corruzione brilla invece la svedese Ikea, che ha adottato severe misure per mantenere pulite le proprie attività su un mercato scabroso come quello russo, rivaleggiando quindi con il comportamento esemplare che viene attribuito all’americana Texaco (oggi integrata nella Chevron) in Africa.

Condanne a pene carcerarie sono toccate a vari politici francesi di spicco per forniture militari all’Angola negli anni ’90 in violazione dell’embargo decretato dall’ONU. Ancora più di recente sono venuti alla luce abusi ed illeciti connessi ad analoghe forniture della Francia al Pakistan. Traffici di armi e altro con paesi dell’ex Jugoslavia durante e dopo la guerra civile hanno inoltre fatto dapprima la fortuna e provocato poi il crollo di una banca austriaca, il Hypo Group Alpe-Adria, vicina al ben noto quanto controverso leader carinziano Joerg Haider e infine nazionalizzata. Ciò non impedisce all’Austria di figurare tra i paesi relativamente virtuosi nonostante qualche altro trascorso non edificante in fatto di collusioni tra politica e affari.

Non così, invece, la Spagna, teatro fra l’altro di uno scandalo di colossali proporzioni che anche per la sistematicità e la durata delle pratiche corruttive ricorda da vicino vecchi e nuovi casi nostrani. Si tratta in particolare delle isole Baleari, dove, con l’apparente favore del regime di “comunità autonoma” vigente nell’arcipelago, ha imperversato per un trentennio quello che è stato definito un “laboratorio della corruzione politica in Europa” (“Le Monde diplomatique”, giugno 2010), fondato su una selvaggia speculazione immobiliare e tradottosi nel saccheggio delle casse pubbliche a vantaggio dei partiti. Centrale, tra questi, il ruolo di una piccola formazione locale a base clientelare alleata però a periodi alterni con i socialisti (PSOE) e con i popolari di destra.

La Spagna, ciò nonostante, ha conservato una quotazione, se non brillante come già accennato, almeno sensibilmente migliore di quella dell’Italia. Alla quale dedichiamo qui, per ora, solo un breve cenno, partendo dall’amara constatazione che per il nostro paese non sembra esserci limite al peggio. Anche nel 2009, infatti, è proseguito un trend negativo che dura da numerosi anni. Come la stampa quotidiana e periodica ha ampiamente riferito e più o meno adeguatamente commentato nello scorso ottobre, la graduatoria di IT ci colloca al 67° posto nel mondo, tra Ruanda e Georgia, dopo il 63° del 2008, con una riduzione del voto da 4,3 a 3,9.

Tra i commenti merita rilievo quello dell’on. Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati PDL, apparentemente dimentico che già la Corte dei conti aveva reso noto in febbraio che i casi di corruzione erano aumentati rispetto all’anno precedente del 229% e quelli di concussione del 153%. Secondo l’autorevole parlamentare la situazione nella pubblica amministrazione è migliorata, ci possiamo consolare perché non siamo il fanalino di coda nell’Europa occidentale (alle nostre spalle resta infatti la Grecia) e, comunque, il disegno di legge anti-corruzione approvato nello scorso marzo dal governo consentirà di risolvere definitivamente il fastidioso problema. Come quello dei rifiuti di Napoli, è da presumere.

Franco Soglian

TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini