GLI ERRORI TOTALI SU EBREI E URSS NON I CRIMINI PERDETTERO ADOLF HITLER

Non sembra  richiedere dimostrazione l’asserire che non furono i crimini atroci ad abbattere il Führer, furono alcuni errori di fondo. Il primo e, sulla distanza, il più catastrofico, fu di odiare gli ebrei. Dal punto di vista di Hitler l’ebraismo non avrebbe dovuto essere il male assoluto da spegnere, bensì l’avversario da aggiogare al carro del trionfo germanico, poi da utilizzare. Il Faraone, i sovrani assiri e babilonesi, Ciro il fondatore dell’impero persiano, Alessandro Magno, la Roma degli imperatori Tito e Adriano, l’Islam, tutti -salvo Ciro-. oppressero e massacrarono gli israeliti; ma non valutarono di doverli far scomparire. Li assoggettarono e sfruttarono.

I regni antichi della Bibbia, comprese le ‘gloriose’ sovranità di Davide e di Salomone, nonché quella di Erode, furono vassalli di dominatori stranieri. Troppo piccola e debole la nazione degli ebrei. Nei due millenni che seguirono alla dispersione finale per mano di Tito e di Adriano, tutte le aggregazioni di ebrei nel mondo accettarono la sottomissione ai sovrani che le sovrastavano, da quelli orientali a quelli di Spagna, Francia e di ogni altro regno cristiano.

Gli ebrei non furono solo oppressi: anche valorizzati come una delle stirpi più dotate,  creative e ricattabili. Al Andalus, cioè la Spagna maomettana, accordò grande favore a tutti quegli ebrei -erano tanti- che avevano più intelligenza e denaro di altre etnie. Nella Russia meridionale l’intero regno dei Cazari si convertì nel VII secolo alla religione dei giudei. Tutta la storia dell’Occidente è stata segnata dall’oppressione e al tempo stesso dalla valorizzazione e sfruttamento della stirpe ebraica. Quest’ultima, troppo esigua per l’indipendenza, accettava il servaggio e prosperava: nonostante le vessazioni, i pogrom, persino i parziali stermini.

Se Hitler avesse fatto come tutti indistintamente i dominatori della storia, il Terzo Reich sarebbe stato rafforzato e fatto più efficiente dal vassallo ebraico: un vassallo volenteroso, assuefatto a servire. L’ elemento ebraico ai vertici della finanza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti (qui molto influente anche in politica) avrebbe persino ostacolato, se il Führer non fosse stato accecato dall’antisemitismo, la crociata antigermanica degli angloamericani. Soprattutto nella Washington di Franklin Delano Roosevelt, tutti i Baruch e i Morgenthau e tutti i tanti intellettuali d’ingegno passati negli USA non avrebbero fomentato il bellicismo antitedesco di Woodrow Wilson e del suo discepolo demoplutocratico, l’impresario del bugiardo New Deal.

Gli ebrei di qualità avrebbero fatto come tutti i loro predecessori della storia: sarebbero stati una delle strutture portanti del Terzo Reich, e avrebbero risparmiato a Hitler l’infamia dei Lager di sterminio.

Il secondo errore assurdo di Hitler è stato, naturalmente, far guerra all’Urss. L’assalto a Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Francia aveva senso, prometteva d’essere vittorioso. La Francia, unico osso duro, era stata già umiliata dai germanici nel 1870 e agli inizi della Grande Guerra. Gli altri paesi europei erano prede facili del lupo hitleriano. Invece il fango, il gelo e la vastità della Russia avevano abbattuto Napoleone. Qui Hitler sbagliò tutte le valutazioni. Tanto più in quanto sembra accertato che Stalin, mentre disprezzava i suoi futuri, implausibili alleati Churchill e Roosevelt (“Non sono che dei democratici”), ammirava con poche riserve Adolf Hitler. Dicono i libri di storia che il dittatore sovietico riluttasse a credere all’assalto germanico ancora negli ultimi giorni della pace con Berlino. Se l’ammirazione di Stalin era vera, l’Urss avrebbe dovuto essere l’alleata, non la vittima del Reich. Il patto Molotov-Ribbentrop era tutt’altro che insensato per entrambi i dittatori che lo stipularono.

La Russia rovinò il Führer come aveva rovinato Napoleone e il Primo Impero. Se il III Reich non fosse stato tramortito in Russia, è dubbio che Gran Bretagna e Stati Uniti sarebbero riusciti a battere la Germania e i suoi scadenti alleati. La guerra d’Indocina e le imprese belliche americane che ad essa sono seguite hanno distrutto la presunzione di superiorità militare degli USA, e hanno seppellito per sempre il prestigio guerresco del Regno Unito. Senza le vittorie dell’Armata Rossa e quelle del generale Inverno, non è probabile che la Seconda Guerra mondiale sarebbe finita in Europa con la disfatta e il suicidio di Hitler. Logica avrebbe voluto che i due dittatori si saldassero in vera alleanza. Nemmeno è certo che Londra avrebbe voluto la guerra ad oltranza a un Reich amico dell’Urss, ipoteticamente rafforzato dalla cooperazione del giudaismo germanico e dalla non ostilità del giudaismo del mondo.

I quadrimotori angloamericani seppero certo radere al suolo le città e le industrie del Reich. Ma se il Reich non si fosse automutilato in Russia, è dubbio che i quadrimotori l’avrebbero avuta vinta sulla Luftwaffe e sulla contraerea di Hitler.
E’ dubbio persino che la volontà di combattere di Londra sarebbe stata dell’acciaio vantato a guerra vinta. Un compromesso tra la voracità tedesca di conquista e il pragmatismo britannico sarebbe stato nell’ordine delle cose: tanto più in quanto Hitler, già nei giorni trionfali del giugno 1940, aveva dato segni di non mirare all’umiliazione della Gran Bretagna. Infine i vertici britannici non potevano ignorare che nemmeno la rovina dello sfidante germanico avrebbe scongiurato la fine della grandezza e dell’impero britannico.  Dunque una composizione con Berlino non era assurda.

Conclusione. Adolf Hitler firmò la propria condanna quando, fallito il Putsch del 1923, scrisse dalla prigione bavarese il “Mein Kampf”, mettendo l’odio agli ebrei e al comunismo al centro della sua opera. Fu allora che sbagliò le decisioni programmatiche fondamentali. Vendicare l’umiliazione di Versailles, sì. Insignorirsi del continente europeo, sì. Strappare alcune colonie alla Gran Bretagna, magari con un negoziato, sì. Invece lo sterminio degli ebrei, i quali lo avrebbero aiutato a vincere, fu illogico. Altrettanto lo fu la guerra totale all’Urss.

Antonio Massimo Calderazzi

LA BISMARCKATA DI ANGELA MERKEL

Diciamo bismarckata secondo un uso della politica spagnola. Per esempio chiamarono ‘sanjurjada’ il tentativo di pronunciamiento, nel 1932 ( secondo anno della seconda repubblica di Spagna, quella prima rosea poi rossa) fatto dal generale José Sanjurjo. La sanjurjada abortì, il generale fu condannato a morte (condanna non eseguita). Nel 1936, essendo il più alto in grado dei generali africanisti, fu designato a capeggiare la ribellione militare del 18 luglio (Franco non compariva ancora). Ma Sanjurjo morì nella caduta del piccolo aereo che aveva preso per raggiungere le operazioni golpiste. Si disse che il velivolo era appesantito dal baule contenente l’alta uniforme che il Nostro, peraltro corpulento, avrebbe indossato alla sfilata della vittoria.

Dunque la bismarckata della Cancelliera. Avrà sbagliato ad annunciare ‘accogliamo tutti’, cosa impossibile.Ma non avrà creduto di compiere un atto straordinario, degno dell’alto orgoglio di Otto von Bismarck? In particolare, degno dell’irraggiungibile astuzia di quando, nel 1870, provocò la Francia col ‘dispaccio di Ems’ a dichiarare e a perdere la guerra alla Prussia?

Dicono gli storici -però non tutti- che il maestoso predecessore di Angela Merkel dovette il suo maggiore trionfo al fatto di avere manipolato un telegramma da Ems del suo sovrano, Guglielmo I re di Prussia. Il dispaccio respingeva la pretesa di Parigi che re Guglielmo si impegnasse a vietare per sempre al nipote Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen di accettare la corona di Spagna ( che per poco più di un anno andò ad Amedeo di Savoia, dopo il quale venne la Prima Repubblica di Spagna).

Quasi certamente è vero che senza la prontezza di riflessi e la furbizia ulissiaca di ritoccare il dispaccio, il Secondo Impero francese non avrebbe mosso il conflitto, per essere sbaragliato e abbattuto in poche settimane. Forse il riluttante Napoleone III era in cattive condizioni di salute quando fu plagiato a ordinare una guerra che peraltro il suo primo ministro e soprattutto lo Stato Maggiore assicuravano già vinta. Non era l’Armée de Terre ‘la più potente al mondo’? Bastarono due battaglie, Reichshoffen e Sedan, e l’imperatore fu sconfitto, fatto prigioniero, deposto. Il Cancelliere poté proclamare il Secondo Reich della nazione germanica.

Teoricamente la svolta della Kanzlerin di aprire la Bundesrepublik a grandi masse potrebbe un giorno risultare un atto politico più fatidico che unificare la Germania nel 1871. Con un fiat ella è sembrata cancellare un secolo di abominio contro il suo paese: cominciando dalle menzogne della propaganda franco-britannica sulle atrocità dell’occupazione germanica del Belgio nel ’14. Per non parlare della più tremenda delle accuse: ‘i tedeschi non potevano non sapere dei forni crematori’. Per qualche giorno le sinistre e i germanofobi del pianeta hanno inneggiato ai tedeschi, forse anche a Tacito che venti secoli fa li aveva detti essenzialmente etici. Questo a Bismarck non era riuscito, pur avendo lanciato il Welfare germanico e dominato la scena europea per un trentennio.

Come tutti sanno, Bismarck cadde (1890) per aver provato ad imporsi a Guglielmo II, divenuto imperatore alla morte del padre Federico III (aveva regnato tre mesi). Qualche storico arriva a congetturare che il Cancelliere avesse concepito di poter trasformare se stesso, il figlio Herbert (suo braccio destro nel governo) e i Bismarck discendenti in una dinastia di quasi-sovrani: come i maestri di palazzo Carolingi che finirono col togliere la corona di Francia ai Merovingi. O come gli shogun nipponici che furono i sovrani di fatto del Giappone per secoli. A tanto la Merkel, nei panni di Bismarck, non sarebbe arrivata.

Il Cancelliere di ferro e principe di Schoenhausen visse i suoi ultimi otto anni da pensionato. Per buonuscita aveva ricevuto il ducato di Lauenburg, che nel lontano passato era stato un piccolo Stato sovrano. Quando nel 1892 andò a Vienna per il matrimonio del figlio Herbert di cui voleva fare un maestro di palazzo carolingio, Berlino proibì che si facessero onori al grande Otto. Il quale si vendicò facendo scrivere sulla propria tomba, sotto il nome, ‘fedele servitore di Guglielmo I’; non del Kaiser regnante. Quando uscirà di scena, forse Angela nutrirà meno rancore, ammantata come sarà nella gloria di aver tentato di “accogliere tutti”.

Molto tragica invece la fine dell’ultima principessa Bismarck a entrare nella storia: nel 1944 si tolse la vita nella sua tenuta est-tedesca, all’arrivo dell’Armata Rossa.

A.M.C.

LA GERMANIA E’ L’OPPOSTO DEL MALE ASSOLUTO

Nel momento in cui parecchi intendono l’imperativo dell’Europa, cento anni dopo l’esplosione della Grande Guerra, principalmente come l’imperativo di resistere all’egemonia tedesca, il recente scritto Sinfonia Germanica di Paolo Facchi provoca a riflettere, e a litigare. Già docente di filosofia all’università di Trieste, uno dei protagonisti della navigazione controcorrente del mensile milanese “Il Confronto” (1965-70) e laico come pochi tra i collaboratori di Internauta, Facchi esordisce impeccabile: “Una ventata di stupidità è arrivata (agosto 1914) sulle classi dirigenti europee, sufficiente a far partire la macchina della guerra. Purtroppo la macchina era pronta a partire, e qui dobbiamo cercare fra gli intellettuali. Questa stupidità si trovò alleata con una certa furbizia delle classi privilegiate, che calcolavano di fare la guerra per evitare la rivoluzione; perfino di certi gruppi della sinistra più radicale (Lenin, Mussolini) che pensavano di fare la guerra per arrivare alla rivoluzione“..

“Proprio con l’imperatore Guglielmo II, con i suoi consiglieri e ministri, assistiamo a uno di quei casi nei quali si manifesta nella storia la stupidità. Egli si riteneva certo che l’impero britannico non sarebbe intervenuto in difesa del Belgio, perché il re d’Inghilterra era suo cugino. A qualcuno che gli rimproverava quanto fossero trascurate le tombe di Fichte e di Hegel, rispondeva: ”Non c’è posto nel mio impero per uomini come Fichte e Hegel”. Non sapeva quanto sia pericoloso per un popolo dimenticarsi dei suoi maestri!”

“Il presidente francese Raymond Poincaré non avrebbe detto queste stupidaggini. Ma si comportò da irresponsabile quando spinse a fondo sull’alleanza della Francia repubblicana con la Russia autoritaria e imperiale. A guerra avanzata c’era stata da parte dei germanici qualche offerta di pace. Il Poincaré rispose sdegnoso: ”Non dovranno offrirci la  pace, dovranno chiedercela”. Siamo costretti a pensare che l’irresponsabilità sia un aspetto del cretinismo. Questa terribile prima guerra mondiale, nella quale tutti si trovarono coinvolti senza sapere perché”.

Venendo all’oggi. Sulla premessa che “la Germania è il paese d’Europa dove si lavora di più”, Paolo Facchi valuta che “questo modo di lavorare, che è anche un modo di vivere e di esistere, è bene in armonia con uno dei più diffusi luoghi comuni sulla mente germanica: essere il tedesco un popolo che non conosce il senso del limite”. Per la verità, a settant’anni dal 1945 -espiazione prima, virtuosa operosità e orrore per la guerra poi- si potrebbe pensare che il senso del limite lo abbiano davvero acquisito, i germanici. Che lo pratichino, p.es., ben più degli americani, oggi velleitariamente impegnati a cercare di annettersi l’Ucraina,  dimentichi di avere scritto in Indocina e altrove le pagine più vergognose; infine d’essere il popolo più militarista della storia.

L’empatia col pensiero di Paolo Facchi si fa in salita da quando il suo De l’Allemande,  ben meno benevolo di quello di Madame de Stael, prende a variare sul tema che “C’è sempre un altro momento che caratterizza l’agire germanico: ci si vanta quando gli altri si vergognano. Nella storia della Germania prussiana si creò il costume di vantarsi di violenze crudeli come puro segno della presenza prussiana…La gente deve capire che siamo arrivati noi”.

Che uno studioso  dalla mente affine a quella di Montaigne, Paolo Facchi, riesumi le atrocità dei Lager per deplorare che “grazie alla laboriosità dei suoi cittadini, e anche alla loro incapacità di inserire nel vivere quotidiano quel tanto di otium che lo rende sopportabile, la Germania ha riserve di denaro maggiori” ci sembra un caso di overkill:   una bomba blockbuster per distruggere la garitta di una sentinella. E ci sembra bieco  additare il Male nella sola direzione della  Germania, allorquando nei settant’anni trascorsi dall’ultimo crimine del Terzo Reich la vicenda del pianeta è stata fittissima di crimini. Si sente Facchi di sostenere che i misfatti di George W. Bush in Irak o quelli di Obama in Afghanistan e in Pakistan attestano l’etica e la tolleranza che mancarono ai succubi di Bismarck e di Hitler? Si sente di dire che le torture francesi in Algeria vanno ‘collocate nel contesto’, e così pure i genocidi tra etnie africane? Si sente di contrapporre all’avarizia “Alle wollen unser Geld” del Finanzminister bavarese Markus Soeder (Facchi l’ha fustigata con un ritaglio da Spiegel ) la filantropia e lo spirito di carità del premier Cameron, oppure l’afflato francescano della finanza milanese, nonché delle Duecento Famiglie che possiedono il capitalismo francese? Più ancora: negherebbe che il retaggio prussiano non è fatto delle sole durezze di Scharnhorst e di Bismarck, bensì anche del senso delle regole che dava a quel mugnaio la fiducia che “ci sono giudici a Berlino”? Ha dimenticato, Paolo Facchi, di avere egli stesso evocato la “inquieta ma pacifica Germania del Wilhelm Meister?”.

A parere del sottoscritto Porfirio, questa Sinfonia germanica  è, per dirla come Gioacchino Rossini, il péché de vieillesse  di uno tra gli spiriti più equanimi che sia dato incontrare.

Porfirio

ECONOMICS TRUMPS POLITICS AND HUMAN RIGHTS

Great Britain and Germany both refuse to isolate Russia or to boycott her exports: Germany needs her gas and oil, and German companies have invested 22 billion in Russia; and England wants her cash for its financial markets. Putin sees this economic opening and, utilizing it, is now pushing for a referendum in Crimea in 10 days’ time with which to cement his grip on power there and, with Russian troops still in Crimea, to continue pressuring the Ukrainians to abandon their drive for closer ties with the EU and US. Despite Kerry’s refusal to believe it, this is indeed a zero-sum game.

Interestingly, perhaps now the NSA’s interception of the German Chancellor’s phone calls, and the monitoring of Russia’s, wasn’t such a bad idea after all. Certainly Snowden’s aiding Russia by disclosing the reach of the NSA has made the world, as we have seen in the Crimea, a much less safer place now than before. And Snowden’s new friends (Russia and China) have revealed themselves to be far less concerned about human rights than the country which he forsook, indeed, to be eminently authoritarian and militaristic, with no respect for human rights. (China seized Tibet and committed, and still commits, grave human rights violations there; and both China and Russia freely commit abuses daily against ethnic minorities and political opponents.) The only country able to stand up to them, the US, Snowden has irrevocably weakened, making the world after his disclosures a much more dangerous place indeed. Edward’s vainglory and hubris blinded him as to who the real enemies are. Does he really believe that the US is a greater threat to world peace than either China or Russia? Edward forgot something very elementary about life: without prudence, one finds “The road to hell is paved with good intentions.”

Again we see in world history how economics trumps politics: what ought to be done by the EU isn’t being done; and as a result Putin knows there is a breach in the wall of diplomatic sanctions for him to escape through. What might have forced him to withdraw due to the unyielding unanimity of the EU, he can now more safely afford to ignore given the disunity within EU’s ranks, and hence the lower level of sanctions threatened. The West has lost this crucial battle with a dictator who is no respecter of nations or of laws; and that will only embolden him further, and give sustenance to China’s hegemonic desires as well.

The world thinks in enlightenment terms; that is, that man’s sinfulness is an outmoded concept, a leftover of a bygone theological era; that one need only tie countries closer together economically, and eternal peace and prosperity must and will be the inevitable result. No: a leopard can wear a Brooks Brothers suit, but underneath, like it or not, it remains a leopard still. Russia has (and has always had) an authoritarian leader.  To appease such usually ushers in greater trouble later. Putin wants the power of the former Soviet Union redivivus. Great Britain and Germany have unwittingly aided him in his power quest, and in the process sacrificed the territorial integrity of The Ukraine—and shown Putin all too clearly that, so far at least, he has nothing to fear from the EU, which up till now has shown itself to be a weak and vacillatory body with no stomach for confrontation when and where it counts.

 Len Sive Jr.

ACCETTARE LA GUIDA DELLA GERMANIA PER LE VIRTU’ ANTICHE NON PER IL PIL

Sono passate le elezioni tedesche e i commentatori di fascia alta hanno evitato di unirsi agli autodidatti, che la responsabilità dei nostri guai la assegnano all’avarizia della Merkel. Hanno fatto bene, i commentatori che conoscono la storia. Tuttavia nessuno dei più noti tra loro ha portato fino in fondo, come coerenza vorrebbe, la riflessione sui portati attuali della grandezza germanica.

Hanno ragione a prenderla da lontano: dal trionfo di Arminio sulle legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo; dall’ammirazione di Tacito per i costumi dei Germani e per il loro comunismo primitivo; da Lutero e dai Discorsi alla nazione di Johann Gottlieb Fichte alla geniale, inattaccabile razionalità della Mitbestimmung, al rifiuto di Berlino di allinearsi ai più recenti propositi tardo-coloniali di Obama & Hollande. Nessun osservatore colto omette di ricordare che il Welfare moderno lo fondò il duro junker Otto von Bismarck (il quale, aggiungiamo noi, nel 1923 trovò un seguace in Miguel Primo de Rivera, dittatore militare a Madrid: anch’egli avviò quel Welfare State che gli agiati notabili liberali del liberalismo spagnolo avevano totalmente ignorato). Nessuno che scriva sul Reich dei nostri giorni può sorvolare sul crimine assoluto della Germania, i campi di sterminio, crimine di fronte al quale siamo ancora senza parole.

Venendo alle questioni dell’oggi e del domani, occorre dire chiaro che, azzerati i residui della nostra settantennale deferenza verso il dominatore statunitense, va accettata, puramente e semplicemente, la leadership europea della Bundesrepublik. Per come è  il mondo, per come sono i Germani d’oggi, per come siamo noi, non possiamo che fare come loro. La fierezza nazionalistica, con almeno diciassette secoli di decadenza rispetto al tempo della grandezza; col peggiore sistema politico dell’Occidente; con un debito pubblico che non potremo mai estinguere, la fierezza nazionale non ci spetta. Quanti se ne ergono ad assertori fanno ridere: per l’indipendenza non abbiamo né i mezzi né la legittimità. Nei secoli del servaggio abbiamo solo esercitato la libertà di cambiare padrone o di tradire alleato: ultimi, Salandra e Badoglio.

A parte che resta valida la corrosiva definizione di “nazionale” fatta nel 1862 da Johann Nestroy commediografo viennese: “Nazionale è il fatto che nessuno capisca una parola della lingua che parli”. Dicono che i primi insegnanti e burocrati scesi dal Nord in Sicilia dopo l’Unità furono presi per inglesi.

Il tempo di altri maestri o modelli è passato per sempre. La Francia, ha scritto qualcuno, “è troppo leggera”: lo confermano  il bellicismo e il tardosciovinismo di Hollande: il quale fu salutato come campione di progressismo ed emulo delle glorie ‘socialiste’ di Mitterrand, ma per la Siria è sembrato fare all’incirca come il socialista Guy Mollet in Algeria. La Gran Bretagna fu ed è un pinnacolo di egoismo e sgradevolezza. Tokyo, Pechino e Seul possono insegnarci molte cose, Londra e New York quasi nessuna, Berlino o Monaco, d’ora in poi, quasi tutte.

Claudio Magris germanista ha opportunamente scritto delle “tante insipienze politiche del passato tedesco”. In effetti, l’ultima vittoria dei tedeschi nella storia moderna fu la Riforma. Seguì la stagnazione dei secoli XVII e XVIII: mentre gli inglesi si impadronivano del mondo, per poi dargli la lingua, i tedeschi accettavano la parcellizzazione e il localismo di centinaia di stati principeschi. Occorse l’umiliazione degli occupatori napoleonici a Berlino perché i tedeschi si riscattassero con la guerra di liberazione, con le glorie del romanticismo, con le riforme degli Stein, degli Humboldt, Scharnhorst  e Geisenau, infine coi primati in quasi tutti i saperi. L’insipienza politica c’è stata ed è durata secoli, dalla fine del Primo Reich -il Sacro romano impero della nazione germanica- al cataclisma del 1945.

La Germania d’oggi, coi successi e con la saggezza con cui si regge, raccoglie i dividendi di positività non politiche del passato che sono ingenti al punto di cancellare le mostruose aberrazioni di Hitler e dei suoi carnefici (la Russia, madre di tutti noi, non ha ancora cancellato le aberrazioni di Stalin). Nonostante tutto il rigoglio del suo capitalismo e della sua modernità, la Germania del Duemila gode i frutti delle virtù passate. Della probità degli antichi clan contadini e guerrieri come di quella della burocrazia prussiana o renana. Della ribellione di Martino agostiniano contro la vendita delle indulgenze; delle conquiste spirituali di Eisenach, Koenigsberg e Heidelberg; della splendida rigenerazione ottocentesca.

Oggi la Germania è opulenta ma è stata frugale, ossia virtuosa, nei millenni. Con tutte le sue colpe -ma anche il popolo di Dio, nel Vecchio Testamento, sterminava i nemici, bambini compresi- essa resta una società etica. Dobbiamo accettarne la guida perché siamo meno etici.

l’Ussita

LA LEZIONE DI BERLINO-EST

Ha osservato su ‘Time’ Peter Gumpel, un esperto di cose germaniche, che non la vicenda argentina bensì la rinascita della Germania orientale dopo la riunificazione, dovrebbe dare coraggio alla Grecia in caso di estromissione dall’euro. Nel 2001 l’Argentina fece default, uscì dal circuito finanziario internazionale, attraversò vari mesi di caos, però prima del previsto si mise sulla strada di un vigoroso risanamento. Ma andò così perché l’Argentina aveva abbondanti materie prime da esportare, per di più in una fase di quotazioni alte. La Grecia non ha né questa né altre cornucopie , e comunque non è tempo di corsi favorevoli ai venditori.

Le due Germanie, sostiene Gumpel, fecero cose accessibili anche ai greci. Non mirarono a risultati immediati, ma scelsero pazienza, metodicità e naturalmente rigore. Riformarono le istituzioni dalla A alla Z. Per garantire la pace sociale investirono risorse pronte e abbondanti e fu la Germania dell’Ovest sia a fornire tali risorse -1,6 trilioni di euro in un ventennio, ma non è finita- sia a imporre norme e metodi come certo non potrebbe fare oggi con la Grecia. In proporzione, gli apporti internazionali alla ricostruzione ellenica non sarebbero esigui. In rapporto a questo accostamento tra Grecia e Germania, c’è una circostanza da non trascurare: Angela Merkel, una tedesca dell’Est, mostrò quello che valeva proprio nel contesto della rinascita est-tedesca. Nel febbraio scorso fu lo stesso ministro delle Finanze della Merkel, Wolfgang Schauble, a stabilire un parallelo diretto tra la Repubblica Democratica tedesca e quella ellenica: “Troppo Stato in entrambi i casi. Atene avrebbe importanti attivi da privatizzare, come fece Berlino Est”.  Le privatizzazioni nella RDT, aggiungiamo noi, sono state un caso da manuale di efficienza e di rigore. Se nessuno può escludere che qua e là si siano verificati illeciti ed errori, gli uni e gli altri non devono essere stati gravi. L’organismo istituito per privatizzare, in uno Stato dove pressoché tutto era pubblico, ha funzionato ammirevolmente.

C’è chi afferma che le riforme istituzionali necessarie alla Grecia dovranno somigliare per radicalità a quelle attuate nella Germania dell’est. Sembra un’esagerazione. Però è innegabile l’esigenza di interventi su varie strutture portanti dell’intero sistema ellenico: per esempio, sullo status e sulla remunerazione della  maggior parte dei dipendenti pubblici. Si afferma che guadagnano il 25% più dei lavoratori privati, però lavorano meno ore e non sono licenziabili. Non è chiara l’attendibilità di queste asserzioni, peraltro verosimili. E’ chiaro che in Grecia il lavoro dovrà diventare più produttivo, cioè costare meno. E che molti dovranno emigrare, così come fecero tanti tedeschi dell’Est. Dopo la riunificazione i Laender orientali, pur avendo ricevuto tanti capitali, persero almeno un sesto degli abitanti.

fonte Time 

 

LA GERMANIA RITORNA ALL’ETICA ANTICA DI WITTEMBERG

Dopo la caduta di due potenti a Berlino

Le impressionanti dimissioni di Karl-Theodor zu Guttenberg, forse il più brillante dei politici tedeschi d’oggi, pronosticato successore di Angela Merkel, non solo da ministro della Difesa ma anche da deputato al Bundestag, sarebbero meno significative se non fossero seguite di pochi mesi alle dimissioni di Horst Koehler da capo dello Stato germanico.

Tralasciamo che le due dimissioni obbligano a confronti crudeli col costume politico di altri paesi, primo il nostro. Guttenberg ha lasciato una posizione di vertice per aver copiato da altri parte di una propria tesi di dottorato. Non gli è bastato rinunziare pubblicamente, come ha fatto, a una qualificazione accademica parzialmente indebita: il ministro della Difesa ha giudicato di non poter sostenere più a lungo la deplorazione di ambienti quali quello universitario. Soprattutto un caso di coscienza individuale, dunque.

Solo apparentemente politica, in senso tradizionale, l’occasione del ritiro di Koehler. Ha dovuto dimettersi da presidente della Repubblica pochi giorni dopo avere sostenuto, in un discorso ai reparti germanici operanti in Afghanistan, che la Germania è in quel conflitto (nel quale si uccidono anche i bambini) per non pregiudicare i propri interessi di nazione grande esportatrice. La condanna dell’opinione pubblica, immediata e corale, non ha lasciato scampo al Bundespraesident. La storia della Germania moderna è tale da non permettere più che la guerra -una guerra altrui, oltre a tutto- trovi giustificazioni. Troppo atroci i drammi provocati e sofferti dalla Germania.

Lacerante il confronto con l’Italia. Qui pochi mesi fa il capo dello Stato ha potuto affermare che la guerra nell’Afghanistan “è giusta”, e quasi tutti gli italiani hanno lasciato fare. Hanno permesso al nominale rappresentante della nazione, dunque anche di me e di voi, di affermare il contrario della verità. Come fossimo ai tempi infami del machiavellismo quotidiano. Beata Germania, non ha avuto che pochissimo Rinascimento, nessun papa erotomane e quasi nessun Cesare Borgia. I suoi letterati ‘rinascimentali’ sono stati ininfluenti, le sue donne più celebri non furono promosse da troie a dame. La guerra d’Afghanistan non è giusta, ma gli italiani non si curano. Facevano così persino nei tempi gloriosi della repubblica di Mario e Silla.

Koehler e Guttenberg, in quanto politici di carriera, potrebbero avere scheletri nei loro armadi. La pubblica corruzione, pur tanto inferiore alla nostra, non è sconosciuta a Berlino, ossia in un grande contesto economico nel quale ingente è il ruolo dei poteri pubblici. Se un giorno i due importanti dimissionari si riveleranno anch’essi corrotti -non possediamo elementi in tal senso- i molti riferimenti all’etica nazionale che seguono in queste note risulteranno sbagliati. Fino a prova del contrario i due restano testimoni onorevoli di una verità che per secoli prima del nazismo – autentico Golgota dell’anima tedesca- era stata contestata da pochi e con poco fondamento: essere i tedeschi il più etico dei popoli che hanno fatto la grande storia.

Senza risalire a Tacito, la Riforma rivelò la vocazione germanica alla legge morale. Quale che sia stato l’impulso personale di Lutero, fu il contesto tedesco a determinare la rivolta contro le degenerazioni romane (nel piccolo, anche avignonesi cioè francesi). Il destino spirituale della nazione fu segnato per sempre dalle tesi aurorali affisse a Wittenberg da Lutero, frate agostiniano. Fino all’irrompere dell’Illuminismo l’intera vicenda nazionale fu innervata da quella specifica ispirazione religiosa che fu il Pietismo, affiorato agli inizi del Seicento. Ancora nel 1755, in piena asserzione (a livello intellettuale e non popolare) dell’Illuminismo, un dramma sentimentale di Lessing, il maggiore illuminista tedesco, marcava il rifiuto delle componenti libertine e scettiche dell’ideologia dei lumi. Ideologia, peraltro, impegnata più che altrove, attraverso il confronto coll’insegnamento pietistico, a conseguire traguardi essenzialmente morali. La risposta veemente al materialismo razionalistico venne da pensatori tedeschi di formazione luterana. Quando apparve Johann Gottfried Herder, che da Kant aveva derivato spunti anti-illuministici, si delineò più netto l’antagonismo alle suggestioni razionalistiche spinte.

Col farsi più invasivi gli spiriti scettici e mondani che venivano da Parigi, il pontifex maximus Wolfgang Goethe alzò la sua voce per condannare quanto meno quello ‘spirito affaristico del Termidoro’ che allora -oggi no- negava direttamente gli intimi precetti di probità della piccola borghesia colta di Germania, ancora saldamente ancorata ai valori luterani e pietistici. Il Termidoro presente potrebbe vincere la partita ma c’è speranza.

Tornando ai due potenti da poco caduti a Berlino, può valere la pena di ricordare che il dramma Wallenstein di Schiller additò in chiave tragica il crollo che può lacerare il tessuto etico dell’uomo di successo. Sembra marchiare il presidente federale che motivava la guerra per conto terzi con gli imperativi dell’export, quell’altro dramma schilleriano Kabale und Liebe. Condannava duramente uno dei principi tedeschi, il quale vendeva i suoi sudditi per le guerre oltreoceano di un sovrano straniero. Alcuni termini sono cambiati rispetto al 1784 del Kabale, ma la sostanza della denuncia schilleriana è perfettamente attuale duecentoventisei anni dopo, allorquando il potere berlinese per bocca di Koehler attentava alla legge morale nell’interesse di Mammona. Nella fase odierna, in cui la Germania è tentata di identificarsi nella possanza e sapienza della sua macchina produttiva, la logica ultima dell’economicismo è il massimo dei pericoli per l’anima tedesca.

Osservò uno storico della letteratura, Marino Freschi, che tra il Reno e il Baltico il teatro politico è stato per secoli “la denuncia urlata della miseria tedesca”. Oggi la “miseria tedesca” è soprattutto l’oltraggioso benessere che a molti consente di andare all’ufficio con auto da 300, persino 500 cavalli. Nel 1914 il motore del caccia di Richtofen superava di poco i 100 cavalli. E nel 1802 Friedrich Hoelderlin, uno dei massimi lirici dei tempi moderni, viaggiò da Bordeaux al suo domicilio tedesco a piedi. A piedi era andato a Lubecca J.S.Bach per ascoltare il grande organista Buxtehude. I successi materiali della Germania minacciano lo spirito assai più che, altrove, i tagli alla cultura. Adesso come ai giorni di Schiller si profila una scissione micidiale tra i valori del successo e quelli della gente comune che cantava i corali di Lutero.

La legge morale ci riporta ancora a Koehler e a Guttenberg. E’ la legge cui essi sembrano avere obbedito. Così vi obbedirono, nelle circostanze più tragiche in assoluto, i 150 congiurati che pagarono con la vita per aver tentato di abbattere Hitler il 20 luglio 1944. Non sapremo mai quanti di loro avevano davvero sperato di salvarsi; cioè quanti, senza tale speranza, si sarebbero negati alla congiura. Morirono due feldmarescialli, Rommel e von Witzleben, e un grosso manipolo di generali di rango. Gli altri erano tutti esponenti dello strato superiore della società tedesca, l’alta nobiltà in prima linea. Persero la vita uomini e donne per il fatto d’essere parenti stretti di congiurati. I 150 scelsero, invece che la ragione e l’istinto di sopravvivenza, la coerenza coi principi che per oltre quattro secoli dalla ribellione di Lutero erano stati al cuore dell’etica germanica.

Uno di essi si chiamava Ludwig Freiherr zu Guttenberg. Il fatto che nel 2011 un uomo del suo sangue abbia osservato la stessa legge -pur in circostanze che al confronto sono quasi giocose- conferma il nostro assunto iniziale. Forse in terra tedesca la coscienza parla con voce più alta.

Antonio Massimo Calderazzi

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

UNA CRESCITA VERDE E’ POSSIBILE

In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.

F.S.

Corruzione nell’Europa occidentale e in Italia

…ma non siamo il fanalino.

Corruzione male europeo,o meglio paneuropeo, non c’è dubbio. Lo comprova l’abbondanza di strumenti per combatterla messi in campo negli ultimi decenni dalle maggiori organizzazioni continentali: due convenzioni del Consiglio d’Europa (1999), due dell’Unione europea (1995, 1997) più una specifica direttiva di Bruxelles (2003), una convenzione dell’OCSE (formata in maggioranza da paesi europei) del 1997 e sottoscritta finora da 38 Stati membri, e altre ancora. Senza contare quella dell’ONU, aggiuntasi nel 2003 ad una precedente delle stesse Nazioni Unite per la lotta contro la criminalità organizzata internazionale (Palermo, 2000). L’apprestamento e l’attivazione, inevitabilmente laboriosi, di un simile dispositivo hanno dato risultati in qualche caso apprezzabili ma complessivamente non ancora soddisfacenti e tanto meno definitivi. Resta comunque acquisito il significato di un impegno collettivo eloquente riguardo alla sua motivazione.

Il male, tuttavia, non è equamente distribuito nel vecchio continente. Ne sono particolarmente flagellate la Russia post-sovietica e il resto dell’Europa ex comunista, sulle quali ci siamo già soffermati negli scorsi mesi. Al di qua dell’ex cortina di ferro le cose vanno nell’insieme alquanto meglio ma la situazione si presenta ugualmente seria, in parte anche grave e semmai in via di peggioramento. Ne fanno fede le ormai ben note classifiche annuali di Transparency International, tuttora preziose benché la loro assoluta attendibilità venga oggi messa in discussione e si cerchino strumenti alternativi di indagine e valutazione di un fenomeno dalle molte facce e con aspetti spesso inediti.

Anche i dati più recenti di TI confermano la superiore virtuosità dell’area nordica dell’Europa occidentale, i cui paesi si collocano in blocco nei primi dieci-dodici posti della graduatoria mondiale con voti intorno a 9 su 10. In loro compagnia si trovano Svizzera e Olanda, mentre un po’ più giù nella scala, con voti intorno a 7-8, si situa il grosso dei paesi della fascia centrale con in testa i maggiori (Germania, Gran Bretagna e Francia, in posizioni vicine a quella degli Stati Uniti). Più giù ancora non solo geograficamente troviamo l’area mediterranea, con Spagna e Portogallo intorno ad una stentata sufficienza e Italia e Grecia, invece, molto al di sotto di essa.

Ma c’è anche una differenza di qualità. A sud la corruzione si presenta più o meno diffusa in ogni settore, benché non paragonabile a quella dilagante, ad esempio, in Russia, come abbiamo visto. Nel centro-nord, invece, predomina un settore specifico che è quello dei rapporti tra imprese esportatrici o investitrici ed enti finanziatori, pubblici e privati, da un lato, e mercati esteri, in particolare del mondo sottosviluppato, e relativi governi e altri organismi pubblici dall’altro. In questo campo, quanto meno, si sono registrati negli ultimi anni gli scandali più clamorosi e comunque di più rilevante entità. Che poi si tratti di un aspetto minore della corruzione rispetto agli altri dipende dai punti di vista. Sembra però che stia perdendo quota la teoria del “when in Rome”, cioè la tendenza ad assolvere quanti si comportano male per un necessario adeguamento ad usi e costumi locali.

Lo si potrebbe spiegare anche col fatto che le infrazioni delle regole vigenti, quando sono punite, provocano esborsi decisamente cospicui. E’ accaduto a grossi nomi dell’industria tedesca e britannica come Siemens (multata per 1,6 miliardi di dollari in Germania e Stati Uniti), Daimler (185 milioni) e BAE Systems (400 milioni), quest’ultima per vendite di armi all’Arabia Saudita. Tra le società programmaticamente impegnate a combattere la corruzione brilla invece la svedese Ikea, che ha adottato severe misure per mantenere pulite le proprie attività su un mercato scabroso come quello russo, rivaleggiando quindi con il comportamento esemplare che viene attribuito all’americana Texaco (oggi integrata nella Chevron) in Africa.

Condanne a pene carcerarie sono toccate a vari politici francesi di spicco per forniture militari all’Angola negli anni ’90 in violazione dell’embargo decretato dall’ONU. Ancora più di recente sono venuti alla luce abusi ed illeciti connessi ad analoghe forniture della Francia al Pakistan. Traffici di armi e altro con paesi dell’ex Jugoslavia durante e dopo la guerra civile hanno inoltre fatto dapprima la fortuna e provocato poi il crollo di una banca austriaca, il Hypo Group Alpe-Adria, vicina al ben noto quanto controverso leader carinziano Joerg Haider e infine nazionalizzata. Ciò non impedisce all’Austria di figurare tra i paesi relativamente virtuosi nonostante qualche altro trascorso non edificante in fatto di collusioni tra politica e affari.

Non così, invece, la Spagna, teatro fra l’altro di uno scandalo di colossali proporzioni che anche per la sistematicità e la durata delle pratiche corruttive ricorda da vicino vecchi e nuovi casi nostrani. Si tratta in particolare delle isole Baleari, dove, con l’apparente favore del regime di “comunità autonoma” vigente nell’arcipelago, ha imperversato per un trentennio quello che è stato definito un “laboratorio della corruzione politica in Europa” (“Le Monde diplomatique”, giugno 2010), fondato su una selvaggia speculazione immobiliare e tradottosi nel saccheggio delle casse pubbliche a vantaggio dei partiti. Centrale, tra questi, il ruolo di una piccola formazione locale a base clientelare alleata però a periodi alterni con i socialisti (PSOE) e con i popolari di destra.

La Spagna, ciò nonostante, ha conservato una quotazione, se non brillante come già accennato, almeno sensibilmente migliore di quella dell’Italia. Alla quale dedichiamo qui, per ora, solo un breve cenno, partendo dall’amara constatazione che per il nostro paese non sembra esserci limite al peggio. Anche nel 2009, infatti, è proseguito un trend negativo che dura da numerosi anni. Come la stampa quotidiana e periodica ha ampiamente riferito e più o meno adeguatamente commentato nello scorso ottobre, la graduatoria di IT ci colloca al 67° posto nel mondo, tra Ruanda e Georgia, dopo il 63° del 2008, con una riduzione del voto da 4,3 a 3,9.

Tra i commenti merita rilievo quello dell’on. Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati PDL, apparentemente dimentico che già la Corte dei conti aveva reso noto in febbraio che i casi di corruzione erano aumentati rispetto all’anno precedente del 229% e quelli di concussione del 153%. Secondo l’autorevole parlamentare la situazione nella pubblica amministrazione è migliorata, ci possiamo consolare perché non siamo il fanalino di coda nell’Europa occidentale (alle nostre spalle resta infatti la Grecia) e, comunque, il disegno di legge anti-corruzione approvato nello scorso marzo dal governo consentirà di risolvere definitivamente il fastidioso problema. Come quello dei rifiuti di Napoli, è da presumere.

Franco Soglian

TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini