L’ULTIMO APOLOGETA DELLA GUERRA MADRE DELLA STORIA

Com’è indignato, Ernesto Galli della Loggia, perchè papa Benedetto XV – definì “inutile strage” la guerra del 1914-  “ha avuto la meglio, ha vinto”! Peggio: “Sono ormai solo roba d’archivio le due altre interpretazioni di quell’evento bellico: quella del presidente Wilson (la guerra come l’ultimo scontro tra la libertà dei popoli e la tirannide della Realpolitik) e quella di Lenin :”una semplice lotta intestina al capitalismo imperialista, anticamera della rivoluzione mondiale”.

Come deplora, il Nostro, il tono e i contenuti delle commemorazioni centenarie!  “Tutto un ricordo della cecità dei politici di quegli anni, delle bugie della propaganda, degli orrori delle trincee, della crudeltà degli ordini, dei disagi disumani della vita quotidiana, della carneficina degli assalti, delle mutilazioni. Tutta un’analisi critica della retorica, dei miti, delle lugubri cerimonie del lutto, dei cimiteri di guerra, dei monumenti ai militi ignoti e non. Tutto un ripescaggio di diari strazianti. Solo questo insomma sembrerebbe che fu quel conflitto per gli europei di oggi. Un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

Ecco ‘tutto il resto’, che dovrebbe gonfiare di sana allegria gli europei, invece di andare avanti a commiserare vedove e orfani: “Tanto per dirne una, l’acquisita indipendenza di tre o quattro nazioni europee”. Posto che la loro indipendenza fosse tanto importante per tutti noi da esigere un conflitto mondiale,  va ammesso che la vita delle genti divenne molto più bella  dopo il nascere delle Figlie della Guerra! Fu una Polonia voluta gigantesca dai disegni germanofobi di Parigi e dalla cerebralità di Woodrow Wilson, l’insigne inventore della Società delle Nazioni, generatrice di paci sempiterne (peccato che non seppe impedire la morte dell’Abissinia, la militarizzazione della Saar, le rapine del Sol Levante in Cina, infine la Seconda Guerra Mondiale).

Furono tre repubbliche baltiche, non propriamente generate da Serajevo. Sorte tra il 1920 e il ’22, durarono meno di vent’anni  (furono catturate da Stalin), dopodiché gemettero mezzo secolo sotto l’Urss; ora sono sguattere e guardarobiere della Casa Bianca. L’Estonia ha un terzo di popolazione russo; si vedrà quanto a lungo vivrà indisturbata. Anche Lituania e Lettonia hanno minoranze che guardano a Mosca. Le creazioni meglio riuscite di Versailles furono naturalmente Cecoslovacchia e Jugoslavia. La prima morì nel 1938; rinacque sventurata, poi si spaccò sul serio. La seconda, subito dilaniata dalle lotte tra serbi, croati ed altri, si è frantumata in quattro o cinque Stati. Tutti odiatori dell’unità  imposta dai vincitori del 1918-19, elargitori di felicità.

Altro beneficio del massacro fu, secondo Galli dL, “il definitivo tramonto di ceti sociali come l’aristocrazia”. Questo è vero: oggi regna una quasi-uguaglianza in reddito tra l’One per cent e l’altro 99%. Per la verità questa uguaglianza è venuta un novantennio dopo il trionfo del Bene, novantennio includente rivoluzioni e il secondo conflitto mondiale. Da sola, la mattanza apertasi nel 1914 non bastò a livellare e far esultare le nostre società.

 

Aggiunge, il Bellicista di via Solferino, che al solo costo di molti milioni di morti,  mutilati e altre tragedie, gli scampati alle granate e ai gas tornarono dal fronte “con un senso nuovo di cittadinanza e di mobilitazione politica”. Salvo nostro errore, tale “senso nuovo” generò comunismo, fascismo, nazismo, altri ismi, di conseguenza un’altra guerra da decine di milioni di morti. “E’ vero -ammette Galli dL “tutte le guerre sono “inutile strage”: ma si dà il caso che esse abbiano quasi sempre l’effetto di cambiare il mondo”. Secondo noi, per avere un mondo migliore non resta che Benedetto XV faccia sapere dal Cielo d’essersi pentito: le guerre non sono né stragi, né inutili.

La collera di GdL non si placa, anzi  si fa furibonda: “Oggi la dimensione della potenza come cuore e strumento della politica ci appare bestemmia. Sempre inutile e disumana ci appare la morte. Per effetto di tutto questo la guerra è completamente uscita dal nostro orizzonte pratico ed emotivo: se non come male assoluto (…) Provi ognuno a decidere quanto realistica sia l’idea di un mondo senza conflitti”. Anatema finale: “Questa è l’ideologia che attualmente ci opprime: intrisa di individualismo e di umanitarismo. Siamo  indotti a vedere nella guerra null’altro che un puro e semplice insieme di negatività che cancellano tutto il resto”.

“Tutto il resto” lo abbiamo visto: Cecoslovacchia, Jugoslavia, comunismo, fascismo, Hitler, Stalin,WW2. Questa riabilitazione della guerra come Madre della Storia è talmente forsennata/esilarante da risultare frenopatia (dementia praecox). Ma non  preoccupiamoci granché del turbamento degli studenti del prof.Galli dL. Passati gli esami, i giovani rideranno senza freni del bellicista in cattedra. Al Corriere della Sera, piuttosto, non sono esterrefatti delle assurdità stampate sui benefici dei massacri?

E tuttavia: mala tempora currunt. Nello sconciato Corriere d’oggi – così egemonizzato da materie come Valentino Uomo, Lifestyle, Estri della Moda, Benessere femminile, Food writing, Sapori&Amori, Cene in terrazza, etc- perché non dovrebbe esserci posto per i surriferiti pensieri Dr.Stranamore/ Signor Veneranda? Oltre a tutto essi sono ammantati di nostalgie bismarckiane (“per le grandi questioni, sangue e ferro”) e clausewitziane. Nostalgie ridicole, è vero. Ma anche il nuovo corso Lifestyle/Sapori&Amori di via Solferino è ridicolo.

Porfirio

GALLI DELLA LOGGIA: DEMOCRAZIA DA CAMBIARE

“L’estate del 2011 sta facendo suonare un campanello d’allarme generale per tutti i regimi democratici”, crede Ernesto Galli della Loggia. Noi, che vorremmo un campanello forte come molte campane a martello, consideriamo fievole, esilissimo, l’allarme di questa estate. Non sa segnalare un pericolo incombente, non annuncia tempi nuovi. I regimi democratici della cui salvezza Galli d.L. si preoccupa meriterebbero un trauma brutale, un sisma distruttore.

Ad ogni modo il Nostro ha ragione su un punto centrale: col suffragio universale ciò che conta è raccogliere voti. Raccogliere voti vuol dire ormai una cosa sola, allargare la spesa pubblica e, ineluttabilmente, tassare. “E’ la regola generale dei regimi democratici. Hanno perduto di peso o sono svaniti i motivi di consenso di tipo politico-ideologico. Le motivazioni materiali hanno sostituito quelle immateriali. La crescita dei redditi e la rivoluzione dei consumi occupano sempre più l’orizzonte delle nostre società. Ogni elemento ideale è stato espulso. L’unica sostanza delle democrazie è diventata la tutela di sempre nuovi diritti (…) Di conseguenza la finanza è diventata l’effettivo padrone degli Stati, dei governi e della società nel suo complesso. Il vero disavanzo delle democrazie è il non saper essere che democrazie della spesa”.

Galli d.L. ha il merito grande di additare una soluzione (di solito i politologi non lo fanno; analizzano, sistematizzano, filano lana caprina). <C’è un’unica strada: trovare alla democrazia nuovi contenuti. Contro l’unidimensionalità economicistica riscoprire la politica; allargarne lo spazio ai valori essenziali che ci preme salvaguardare. Nei tempi, forse durissimi, che ci attendono, la sola speranza della democrazia è in una politica siffatta>.

Trovare alla democrazia nuovi contenuti. Sarebbe stato meglio se il politologo cui dobbiamo questa consegna sacrosanta avesse offerto esempi di nuovi contenuti. Lo facciamo noi, derivando dalla prima delle sue premesse “Tutto ha inizio col suffragio universale” la conseguenza obbligata. Ebbene, se la politica si è ridotta a ricerca dei voti attraverso la spesa, il suffragio -universale o ristretto- va abolito.

I politici hanno bisogno di voti per essere eletti. I cittadini qualificati, se costituiti attraverso il sorteggio in macrogiurie temporanee di legislatori/governanti per un turno breve, non allungabile né rinnovabile, non hanno bisogno di voti. Responsabili in proprio della cosa pubblica, impossibilitati a diventare politici di carriera, non allargheranno la spesa per vincere elezioni che non esisteranno più.

Altri ‘nuovi contenuti’ per la democrazia, aggiuntivi alla cancellazione del parlamentarismo a tutti i livelli. Per avere tanto saccheggiato, gli ex-politici dovrebbero espiare nei campi di lavoro. Idem i burocrati, in parte corrotti, in parte corruttibili: non si debellerà mai la corruzione senza un’incruenta decimazione, inevitabilmente affidata al sorteggio, dei funzionari. Alcuni innocenti perderebbero il posto, tutti i suoi colleghi imparerebbero; a tempo debito coloro che si dimostrassero innocenti al di là di ogni dubbio sarebbero reintegrati (ma senza indennizzi, altrimenti le lezioni sarebbero troppo leggere).

I ‘diritti acquisiti’ andrebbero espunti dal codice civile, in concomitanza con un ragionevole depotenziamento della proprietà privata. A più lungo termine la politica, rigenerata attraverso la democrazia diretta selettiva, dovrebbe -nel nome dell’antieconomicismo giustamente invocato da Galli d.L.- fermare la crescita e invertire il montare dei consumi: non con i corsi di etica, ma con la responsabilizzazione permanente e, perché no, con le leggi suntuarie e coll’austerità. Si tolga di mezzo chi non è d’accordo.

La globalizzazione non potrà che ridurre l’occupazione e il benessere nelle società industrializzate.  Tanto varrà riscoprire la sobrietà, la felicità di ripudiare il superfluo per vivere meglio. Redditi e pensioni andranno tagliati. Dovrà essere garantito solo il minimo vitale alle famiglie più povere. I ricchi andrebbero indotti, in sostanza costretti, a praticare una filantropia aggiuntiva agli esborsi fiscali: così facevano gli Andrew Carnegie e molti altri titani dell’economia americana, allora rampante.

Ovvia obiezione, i Carnegie elargivano perché quasi non pagavano tasse. Vero: ma se il collettivismo socialista è fallito, nemmeno il capitalismo è in buona salute. I tempi esigeranno il rilancio di una socialità senza scampo e senza larghezze -si mangia ciò che passa il convento-, magari modellata su non fortunate esperienze del passato. Così per esempio il Guild Socialism, sorto in Gran Bretagna un secolo fa nella tradizione  delle antiche confraternite di mutuo soccorso, presto sconfitto dalla voga di un laburismo destinato al finale disonore di Tony Blair, epperò consegnato -il Guild Socialism- a noi posteri dall’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu. Sorry, il marxismo è una distesa di cadaveri, il liberismo soffre di una pluralità di morbi incurabili, occorre cercare altrove.

Ci sarebbe pure la dottrina sociale della Chiesa, ma la Chiesa dovrebbe farsi rivoluzionaria.

l’Ussita

PRESENTE AMARO

Un editoriale recente di G. Galli della Loggia ha descritto così l’errore che ha perduto il comunismo sovietico: non l’oppressione e il terrore ma “il credere che nel mondo ci fosse spazio per qualcosa di diverso dal capitalismo. Se l’Urss avesse mantenuto i Gulag e il Kgb ma lasciato perdere l’abolizione della proprietà privata, la bandiera rossa sventolerebbe ancora sul Cremlino”. Intanto non è vero che il mondo sia condannato senza remissione al capitalismo; e non è sicuro che il comunismo sovietico sarebbe caduto anche se non avesse praticato il terrore.

Ad ogni modo, stando alla logica del Nostro, il comunismo cinese -che non appare intento a ‘trovare spazio per qualcosa di diverso dal capitalismo’- non dovrebbe finire male. Eppure Galli della Loggia denuncia con asprezza l’oppressione praticata dal “comunismo di mercato” di Pechino. Essa non serve, di fatto, ai fini di quella sopravvivenza di cui i sovietici, arroganti ma ingenui, non sono stati capaci?

Sempre negli scorsi giorni Piero Ostellino ha lamentato che la crisi del berlusconismo stia producendo anche la tacita espulsione del pensiero liberale dal linguaggio politico e giornalistico (ma il berlusconismo, chiediamo, non è anche riproposta liberista-liberale?). Ad ogni modo, secondo Ostellino, dopo il tragico secolo dei totalitarismi i principi e i comportamenti liberali dovrebbero essere recepiti dalla storia una volta per tutte; invece “ci si vuole prendere la rivincita su un pensiero al quale si devono le libertà e il progresso di cui godiamo. Si vuole azzerare tutto per ricominciare da capo con una regressione nella teologia (sociale ed economica) medievale”.

Bravo Ostellino: senza volerlo ci addita la via. Se ciò che abbiamo avuto per tre secoli è stato un procedere verso queste libertà e questo progresso, meglio invertire la marcia, meglio riscoprire il Medioevo come fece, impetuosamente e con risultati grandiosi, il Romanticismo. Non c’è bisogno di dimostrare che la modernità non è tutta valore, tutta ascensione verso l’alto. Per non atrofizzarsi, i fori interiori, le coscienze, hanno bisogno ad intermittenza di ripiegamenti, di ritorni al passato. Poco male se il moto trisecolare verso il ‘progresso’ qua e là si ferma.

Teologia medievale, biasima Ostellino. Why not. Il Medioevo fu una delle grandi età dell’uomo, vissuta da menti pari alla sua, alla nostra. Altrettanta luce d’intelligenza quanta oggi. E veniamo al punto: fu ‘teologia medievale’ il comunitarismo, egualitario disciplinato e solidale, fiorito nei cenobi a partire da poco meno di un millennio e mezzo fa. La regola monastica faceva gli uomini eguali. Tutti mangiavano, indossavano, godevano o subivano ciò che passava il convento.

L’insopportabile mondo in cui viviamo, il mondo che idolatra il denaro, il successo, i consumi e le diseguaglianze che denaro successo e consumi generano, avrebbe giusto bisogno di un immenso lavacro, di un ideale ritorno alla ‘teologia medievale’ di Ostellino. La salvezza è una cosa seria. Senza salvezza, per definizione, c’è la fine. Se il futuro immaginabile ha più promesse per le macchine, per il Web e per il denaro che per l’uomo, come non cercare nel passato?

I divari nelle condizioni diventano baratri. E’ certo che nessuno dei valori moderni può ridurli:  i giochi del capitalismo e della modernità hanno regolamenti inflessibili; il comunismo è mancato a tutte le sue promesse. Dunque il solidarismo dei monaci medievali, un collettivismo estremo ma libero, è -con buona pace degli ultimi liberali- un paradigma ideale per il nostro tempo. In purezza irraggiungibile, ma prezioso come modello e come lievito. Inoltre, risultate vane e anche ridicole le lotte del sindacalismo antagonista, riemerge vendicato l’ipervilipeso corporativismo fondato sugli organismi d’arbitrato nei quali padroni e operai sono pari.

Recuperare alcune creazioni del passato è il solo antidoto al veleno ipercapitalista; altri non se ne conoscono. La redenzione di un capitalismo che si fa sempre più illogico e torbido verrà dal ripensamento di  categorie che credevamo confutate dal  Rinascimento edonista e dall’Illuminismo dei cinici.

Non sarà regressione, la riscoperta della “teologia medievale”. Sarà avanzamento e salvezza. Regressione sarà rassegnarci al pensiero e alle pratiche di un turbocapitalismo fatto di miserabili Suv per gli intonachisti, di supercompensi pari a  interi Pil  subsahariani per gli alti manager, tanto spesso artefici di fiaschi.

Il denaro si è fatto dominus di tutto, ma molte altre signorie e dominazioni sono cadute. Potrà cadere anche questa che uccide l’anima. Il sistema -gli idoli del capitalismo- attende una bonifica integrale alla Agro Pontino, per la quale le formule moderne non esistono. Esistono alcune -sobrietà, condivisione, volontariato caritatevole- finora oggetto di scherno in quanto inventate nel Medioevo, e dunque né laiche né progressiste.           

l’Ussita