ROBERTO VACCA – Se i disastri nucleari derivano dalla mancanza di buonsenso

“TEKENO ALTAI!”,  “No alla riaccensione”, cantavano in coro i dimostranti nella Prefettura di Fukui nel Giappone occidentale non lontano da Kyoto. Li abbiamo visti nei telegiornali di oggi. Protestavano contro la decisione annunciata dal Primo Ministro Noda di rimettere in funzione a Ohi due grandi centrali elettronucleari della potenza complessiva di 2350 MegaWatt.

Non ci sono piani per far ripartire le altre 48 centrali nucleari giapponesi spente dopo il disastro di Fukushima. La situazione energetica del Giappone è critica. Si attendono severe limitazioni all’uso dell’aria condizionata – così essenziale per assicurare benessere e produttività dei giapponesi. Curiosamente anticipò che il Giappone sarebbe diventato una potenza dominatrice, se avesse avuto l’aria condizionata S.F. Markham. Era un meteorologo e parlamentare inglese. Nel suo libro del 1942 (“Climate and the Energy of Nations”) sosteneva che hanno dominato vaste aree del mondo proprio i Paesi fioriti fra le isoterme tra 16°C  e 24°C oppure capaci di regolare il clima del loro habitat.

Per quanto tengano all’aria condizionata, molti giapponesi sono restii a sfruttare l’energia nucleare per assicurarsela. Ci sono 11 città nel raggio di 30 kilometri dalle centrali di Ohi. I sindaci di 8 di queste si sono opposti alla riaccensione. Anche questa zona è sismica: una faglia importante è molto vicina a Ohi. Il sindaco di Maizuzu, Ryoto Tatami, ha detto: “Gli standard di sicurezza attuali non sono stati ancora definiti in base alle analisi del disastri di Fukushima.”  Toyojo Terao, sindaco di Kyotamba, ha accusato il governo  di non aver nemmeno analizzato a fondo la situazione dell’offerta e della domanda di energia del Paese.

Parti significative dell’ingegneria della sicurezza e dell’analisi dei rischi tecnologici sono state elaborate proprio dagli ingegneri nucleari. È paradossale:che incidenti gravi di centrali nucleari siano avvenuti a causa di trasgressioni evitabili solo in base al senso comune. Chernobyl fu causato da sprovveduti ingegneri elettrotecnici che in assenza di veri esperti tentarono un esperimento temerario e assurdo. Fukushima è avvenuto perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente a tsunami di decine di metri ed era stata protetta da un muro di soli 8 metri.

Come dice un’antica massima: “Si perse un chiodo e il cavallo perse un ferro. Si perse il cavallo e non arrivò mai il messaggero, così si perse la battaglia e si perse la guerra e si perse l’impero.”

I progettisti e i tecnici più esperti devono eccellere nell’alta tecnologia, ma devono anche possedere immaginazione vivace e infinito buon senso. Devono anche essere aiutati da collaboratori, aiutanti e decisori di grande classe.

Queste doti sono essenziali anche per l’analisi d guasti e disastri. Dopo il fallimento di un’impresa, la malfunzione estrema di un sistema tecnologico, di una macchina importante o di un’organizzazione,  vengono ingaggiati esperti per capire cause, concause, errori, incompetenze – e er suggerire come evitare eventi negativi simili in  avvenire. Questa attività si chiama “autopsia” (in inglese o latino britannico: post-portem o PM). Dopo l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island (28/3/1979)  una commissione dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) fece l’autopsia degli eventi – seguiti minuto per minuto – e pubblicò i risultati sul mensile SPECTRUM nel Novembre 1979 (8 mesi dopo). È una lettura istruttiva: evidenzia errori umani e deficienze di hardware.

Molto istruttiva anche l’analisi, pubblicata sullo stesso numero di SPECTRUM, delle caratteristiche, della posizione e del livello di sicurezza delle 72 centrali nucleari all’epoca in funzione in USA. I giudizi erano fattuali e severi. Riguardavano: management, competenza del personal tecnico, sismicità, livello e tempestività della manutenzione. Il giudizio in un caso critico diceva:

“La sicurezza è scarsa a causa dell’atteggiamento marginale del management e dei controlli inadeguati che esso esercita.. Il management non riesce a eliminare errori e incuria dei tecnici. La selezione del personale è criticabile e i rapporti sindacali sono cattivi. I problemi del management sono aggravati dalle dimensioni enormi dell’azienda. La sicurezza è degradata per scarso rispetto delle specifiche tecniche e delle procedure amministrative e relative alle emergenze.”

Questi giudizi recisi ebbero l’effetto di migliorare notevolmente la situazione. È comprensibile che sterzate positive nella realizzazione e nella conduzione di grandi strutture tecnologiche vengano operate dopo un disastro che faccia molto rumore. Nel  caso delle centrali nucleari i rischio sono alti – ma lo sono anche in altri campi e settori. (Nel mondo 1.200.000 persone muoiono ogni anno in incidenti di  traffico). Bisogna ricorrere alla Gestione Globale della Qualità: una disciplina onerosa da praticare. Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Anche ove sia perseguita seriamente, non riesce ad azzerare ogni rischio. Il mondo è complicato. In certa misura è migliorabile, ma bisogna studiare e impegnarsi per migliorarlo.

ROBERTO VACCA – ENERGIA NUCLEARE, TSUNAMI, ROBOT, POLITICA E COMPETENZA

È passato un anno. Si discute su cause e responsabilità del disastro di Fukushima. La centrale resistette al terremoto e fu avviata automaticamente allo spegnimento. Però lo tsunami alto 20 metri bloccò le pompe di raffreddamento e causò la fusione dei nuclei. Si discute, insieme, di nucleare si-nucleare no. Il rapporto speciale su energia nucleare dell’Economist del 10 Marzo afferma:

A meno di importanti sviluppi tecnologici, l’energia nucleare continuerà a essere una creatura della politica e non dell’economia. Ogni sua eventuale crescita sarà in funzione di volontà politica oppure sarà un effetto collaterale della protezione dei produttori di elettricità da una concorrenza aperta.”

Sulle decisioni politiche influiscono i movimenti di opinione e i dibattiti sulla sicurezza. La svolta giapponese è un indicatore chiaro. Il Giappone era al terzo posto nel mondo (dopo USA e Francia) per potenza installata e numero di centrali. Di 54, ne funzionano solo due. Molte sono ferme per manutenzione e le popolazioni circostanti si sono opposte con successo alla loro riaccensione. Al Giappone manca così un terzo dell’energia elettrica prodotta fino a un anno fa. Il risparmio forzoso è imponente: condizionatori spenti d’estate, illuminazione pubblica e privata al minimo e nuovo deficit della bilancia commerciale dopo tre decenni. Si aggravano localmente gli effetti della crisi economica. Sembra che i giapponesi si avviino a lasciare l’energia atomica.

Le discussioni sulla sicurezza sono decisive – e peculiari. Ogni tecnologia presenta rischi. Per uccidere un uomo basta che il suo corpo sia attraversato da una corrente elettrica di circa un decimo di Ampere – meno di quella che passa in una lampadina. La sicurezza, però, è facile da capire e da assicurare (con limitatori e salva-vita). I morti per elettrocuzione sono pochissimi specie in Europa ove le protezioni sono più stringenti. Anche le automobili sono rischiose e, nel mondo, muoiono ogni anno 1.200.000 persone in incidenti di traffico. I movimenti per abolire le auto, però, sono scarsi e deboli. Molto più energici i verdi anti-nucleari con slogan, marce e propaganda, sebbene nel mezzo secolo da quando c’è l’energia nucleare i morti siano stati poche decine di migliaia. È arduo calcolarli: le radiazioni agiscono a distanza di tempo e spazio e si sommano alla radiazione naturale (da minerali, radon e raggi cosmici).

Che conclusioni trarre per l’Italia? Il CIRN, Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare, conduce una campagna ispirata da esperti del settore. Sostengono che il nucleare sicuro è possibile. Questo è vero, se esistono accertati prerequisiti di competenza e rigore. In Italia certo esistevano nei pochi anni in cui funzionarono le nostre poche centrali nucleari. Discutere di competenza è difficile. Occorrono dati: non facilmente disponibili e compresi solo da chi ha studiato. Anche qui la trasparenza talora è scarsa, come in Giappone su Fukushima. Ci vogliono valutazioni espresse da esperti sulle prestazioni e i record di altri esperti. Spesso sono opinabili.

Molte delle opinioni espresse sono poco meditate e talora viscerali. Già un anno fa pubblicai su La Stampa un pezzo per controbattere chi diceva:”Perfino i giapponesi tecnicamente perfetti hanno avuto Fukushima: figuratevi che succederebbe da noi!” Spiegavo che la rete elettrica nipponica è spaccata in due: la metà orientale alla frequenza di 50 Hertz e l’altra a 60 Hertz. Solo una piccola frazione della potenza producibile può essere trasmessa da una regione all’altra. È una madornale inefficienza sistemica – altro che perfezione tecnica!

Come dico da anni, gli aspetti sistemici sono vitali: non basta essere perfetti, sia pure in alta tecnologia. Le quarantenni centrali di Fukushima erano di buon livello tecnico, ma i progettisti ignorarono il rischio degli tsunami. In quella zona sono fenomeno antico e ben documentato. Ce ne furono di più grossi: nel 1933 con un’onda alta 27 metri e nel 1890 con un’onda di 38 metri. Un recente studio commenta le statistiche sui 70 tsunami che colpirono la regione negli ultimi 12 secoli (vedi in figura: il segmento a destra indica un’onda di 10 metri). Nell’869 un’onda di 70 metri colpì Jorgan e distrusse tutto fino a 4 chilometri entro terra. I progettisti di Fukushima non tennero conto di questi precedenti.

L’ingegneria della sicurezza impone di considerare ogni possibile eventualità e predisporre difese adeguate. Queste mancavano nell’intera struttura della rete elettrica giapponese, nella scelta della località della centrale e nel progetto delle difese contro il mare. Avvenuto il disastro, i tecnici non potevano entrare nelle centrali per non subire gli effetti di radiazioni nucleari pericolose. Si poteva rimediare facendo entrare nei fabbricati robot radiocomandati muniti di telecamere. Anche questi, però, non erano stati predisposti.

Il costruttore americano iRobot mise gratuitamente a disposizione due robot Packbot e due robot Warrior 710 muniti anche di braccia meccaniche per rimuovere ostacoli e manipolare oggetti. I tecnici giapponesi dovettero essere addestrati a usarli. L’impiego pratico potè iniziare solo un mese dopo il disastro. Le difficoltà incontrate erano documentate dal diario di un operatore giapponese, noto solo con le sue iniziali S.H. I diari erano intitolati “Dico tutto quel che voglio”.  Le note di S.H. sono state scaricate da Web (prima che fossero cancellate) da un redattore del mensile SPECTRUM dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers [e.guizzo@ieee.org] . Ne risultano situazioni gravine critiche. S.H. racconta che dopo una lunga operazione in cui aveva dovuto avvicinarsi molto al robot (data la scarsa portata della connessione radio) l’allarme del dosimetro che misurava il livello di radiazioni che aveva assorbito cominciò a suonare. Il suo supervisore gli disse che il dosimetro era difettoso e che continuasse a lavorare.

Solo dopo tre mesi arrivarono alcuni moderni robot giapponesi. Erano modelli in cui i circuiti integrati erano vulnerabili alle radiazioni e avevano dovuto essere schermati opportunamente. Nell’ottobre 2011 uno di questi tranciò il proprio cavo e dovette essere abbandonato.

Le strategie energetiche e i problemi di sicurezza non si risolvono con discorsi (anche se “paiono assai fondati”), né su principi ideologici, né su astratti principi di precauzione. Dobbiamo analizzare i fatti, studiare, addestrare tecnici eccellenti, finanziare ricerca e scuole avanzate.

Roberto Vacca

IL GIAPPONE NANIZZATO DAI SUOI POLITICI

Pensiamo e diciamo in molti la stessa cosa: Fukushima ha rivelato al mondo, al tempo stesso, la grandezza d’animo dei giapponesi e la singolare pochezza dei loro governanti. Sulle qualità della gente abbiamo poco da aggiungere. Sulle carenze della classe dirigente va detto che andrebbero senza dubbio evitate le esagerazioni. I leader naturali della società nipponica hanno avuto la loro parte nei prodigiosi avanzamenti del paese a partire dal 1868, quando i sodali di Mutsuhito, sovrano coraggioso, abolirono lo shogunato e mossero la più impetuosa delle modernizzazioni.

In due-tre decenni il Giappone feudale e rurale si convertì in nazione manufatturiera, all’avanguardia in alcuni settori. La vittoria navale sull’impero zarista, a Tsushima, impartì una lezione all’Occidente. Il paese che nel 1853 la squdretta del commodoro Perry (quattro navi) aveva potuto intimidire l’Impero costringendolo ad aprirsi allo straniero, era già la terza potenza navale del pianeta, più forte della Russia sterminata. Il resto è noto. Il piano di egemonia militare sull’Asia fallì nel 1945, ma il Giappone dette la spinta decisiva perchè i nazionalismi asiatici abbattessero il colonialismo europeo. In più la tecnologia e l’iniziativa imprenditoriale giapponesi dominarono i mercati internazionali fino a vent’anni fa, quando il Sol Levante cominciò a perdere colpi.

Da quel momento è partito il gioco del ridimensionamento: gli inimitabili primati  del Giappone sono andati indebolendosi, in qualche caso miniaturizzandosi. Qualunque guru, non solo di New York e di Francoforte, anche della più modesta delle piazze globalizzate,  può oggi guardare con cipiglio alla performance dei responsabili del sistema-paese nipponico. Figuriamoci dopo Fukushima.

Il capo del governo Naoto Kan è stato giudicato poco meno che inetto. Il londinese ‘Times’ computò che nel tempo messo da Obama tra presentare la candidatura e insediarsi alla Casa Bianca il Giappone si dette 3 primi ministri, 4 ministri delle finanze, 6 ministri della difesa. Come a dire, gli inetti al potere. Il commentatore britannico denunciava: farsa orientale, tregenda di lotte e di camarille, fluviali riunioni per raggiungere il consenso a tutti i costi, in definitiva “an utter absence of leadership”, “the perils of life without decision-making”. Titolo del commento: ‘Chronic lack of leadership costs the nation dear in its hour of need’.

Secondo il ‘Times’, i giapponesi dopo anni di passività si accorgono ora di non potere lasciar fare ai loro mediocri rappresentanti. “Pagano caro per avere permesso alla loro politica di degenerare nel nepotismo, nella gerontocrazia, nelle decisioni sbagliate. Fukushima ha svelato un vuoto di leadership in quasi ogni angolo della realtà nipponica. La nazione viene chiamata a dimostrare calma e resistenza -i giapponesi posseggono tali qualità in abbondanza- ma se non ci sarà un immediato salto culturale esse qualità non saranno messe a valore”.

Un altro esperto di Giappone, Michael Elliott, ha difeso su ‘TIME’ il primo ministro Naoto Kan per avere esortato il paese ad ‘aprirsi al mondo’ e, curiosamente, a “facilitare il rientro al lavoro delle donne dopo avere figliato’. E’ legittimo chiedersi quale balzo in avanti farà il Sol Levante quando i congedi di maternità si accorceranno. Piuttosto Elliott riconosce  che il problema è l’Establishment stesso: ‘burocrati, caporioni di partito, gente di legge, gruppi d’interesse, giornalisti legati al potere. La società nipponica deve volere il cambiamento, anche consegnandone le leve a coloro cui le ha finora negate: le donne, i giovani, gli immigrati persino’.

Mah. Se i giapponesi hanno le qualità che sappiamo ed è la loro classe dirigente così manchevole, le donne i giovani gli immigrati non si dimostreranno migliori della nazione cui appartengono. E’ la classe dirigente da esautorare, a beneficio di un popolo intero dimostratosi così saldo, così migliore delle sue élites. Dei campioni di un popolo  tanto meritevole, espressi non dalle elezioni ma da segmenti selezionati di democrazia diretta, scelti a caso ma in rapporto a criteri oggettivi, agirebbero meglio di una casta incrostata, erede di retaggi ancora più incrostati. Se il meccanismo dei partiti e delle urne produce una leadership scadente,  il meccanismo va ripudiato. Una nazione coraggiosa, fatta di persone mediamente migliori dei loro politici, dovrebbe decidere di gestirsi da sé, senza Establishment.

Jone