Spagna: l’antica sventura dei micronazionalismi

“Verso  il 1500 il miserabile, debole, arretrato popolo castigliano – una razza che decadeva – si impadronì della Catalogna, allora prospera, forte e avanzata”. Così accusava a fine Ottocento il medico Pompeu Gener, uno dei padri del catalanismo d’attacco. Peraltro attorno al 1887 un ampio settore d’opinione a Barcellona (le campagne non spasimavano per la secessione) si attestò su posizioni non separatiste.

Ma è in terra basca che nel 1839 circa prese forma l’estremismo separatista. Agustin Chahu raggiunse presto i toni più irrazionali: “I baschi sono il popolo di Dio, il popolo eletto”. Divenne ossessiva la preoccupazione di definire in termini biologici il ‘fatto differenziale’ della propria stirpe, e di qui lo svilupparsi di un nazionalismo violento, che a suo tempo diverrà terrorismo. Tra i baschi sorge il personaggio Sabino Arana, il più visionario e messianico tra i precursori del Vasquismo di lotta, morto  trentottenne nel 1903. La sua predicazione irredentista dette vita a quello che sarebbe diventato negli ultimi anni di Franco il più grave dei morbi spagnoli.

La domenica di Pasqua del 1882 Arana ricevette “direttamente da Dio” la rivelazione della causa nazionale basca. “Elevando il mio cuore a Dio, della Biscaglia eterno Signore, mi dispongo anche a dare la vita perché la nostra Patria risorga”. Arana predicava che la Spagna che aveva combattuto il Carlismo era una società empia, senza Dio, che voleva spegnere la fede in Cristo in Biscaglia. “La Passione e la Resurrezione di Gesù sono allegoria del peregrinare del popolo basco. I nemici della nazione basca sono le turbe che esigettero la crocefissione sul Golgota”. Si arrivò a definire Sabino Arana  “il Verbo basco fatto carne” e anche “El hermano de Jesucristo”.

Arana dette forma alla sua dottrina a poco più di 23 anni: “La Biscaglia è una nazione e una razza: Viva Euskeria indipendente! Muera Espagna!”. Tra i suoi primi seguaci furono i carlisti e i neo-cattolici integristi. Per coerenza anti-ispanica, il Fondatore condannò le repressioni coloniali di Madrid e acclamò il trionfo militare degli USA sulla Spagna. Questo non attirò ad Arana le simpatie del basco Miguel de Unamuno, rettore a Salamanca e aperto spregiatore di operazioni antiquarie come il disseppellimento della lingua basca, la lingua più strana d’Europa, nonché strenuo e alto assertore della grandezza spagnola.

L’identificazione basca del profeta Arana era così esclusivista che non si riferiva a tutte le province basche: Bilbao, Santander, Guipuzcoa. I matrimoni dovevano avvenire solo tra sposi baschi veri. L’autentico patriota basco doveva parlare il ‘vascuence’, ma perché quella lingua restasse pura, doveva essere parlata solo dai baschi: “Se fosse parlata da altri spagnoli sarebbe una jattura”. Il Maestro arrivò a insegnare: “Se uno spagnolo in punto di annegare in mare chiede soccorso, va risposto ‘Non capisco lo straniero’. Il Nostro sognò di epurare il vascuence da quel 75% dell’idioma che derivava dal latino. Dovette dunque inventare molte parole.

Il nazionalista di Arana doveva odiare la Spagna prescindendo dalle istituzioni che la reggevano. “La Spagna è la nazione più abietta d’Europa, è vile e spregevole. Bisogna desiderarne la distruzione. Guai se la nostra dominatrice si rafforzasse”. Tanto anti-spagnolismo era così viscerale da trascurare quale fosse l’assetto di governo del paese ‘oppressore’. “Giubileremmo se la nazione spagnola fosse devastata da un cataclisma”.

Non trascureremo l’irredentismo catalano; in questi giorni di fine 2017 si ritenta il referendum per l’indipendenza; e di nuovo Madrid minaccia “Sapremo cosa fare”. Ora segnaliamo che un po’ dopo l’apparizione del basco Arana sorse la sommessa rivendicazione di un patriottismo della Valencia, in qualche modo avvicinabile a quelli catalano, aragonese e balearico. Qui le affinità storiche sono tali che essere precisi non è facile. Le prime manifestazioni micropatriottiche furono quasi esclusivamente letterarie, vicine ai soli ambienti borghesi e urbani. Anche qui le espressioni di nazionalismo periferico, avvicinabili a quello catalano, sono fortemente minoritarie.

Anche nella Spagna medioevale, come in altri paesi, si consolidarono regni o altre entità aventi fisionomie e strutture differenziate. Si aggiunse, nei secoli XVI e XVII,  che la monarchia degli Asburgo mantenne, per un generale indirizzo conservatore, la diversità dei retaggi ereditati dal Medioevo. Così ancora nell’anno 1700 vigevano istituti, prassi e peculiarità in parte arcaici, non sopravvissuti fuori della penisola iberica. Quando giunse l’avvento del liberalismo spagnolo, all’inizio dell’Ottocento, esso conobbe innovazioni e fratture analoghe a quelle di altre nazioni contemporanee  – la Francia per prima –  nelle quali le tradizioni unitarie erano più radicate. In Spagna le novità ottocentesche “si fecero perdonare” accettando la sopravvivenza di forme superate e offrendo concessioni al passato che col tempo contribuirono al sorgere di micropatriottismi e di nazionalismi periferici,

Si succedettero epoche ed esperienze diversificanti: il gracile regno visigoto, abbattuto con singolare facilità dagli islamici all’inizio del sec. VIII; Al Andalus, cioè gli otto secoli della Spagna musulmana  (frequentemente infestata da divisioni e conflitti tra clan ed etnie: nell’anno 740 dovette accorrere un grosso esercito dalla Siria per domare una rivolta probabilmente berbera, comunque nordafricana). Il destino egemonico della Castiglia si articolò in molteplici direzioni ed esigette decine di diramazioni territoriali e politiche. Anche l ‘impero carolingio ebbe un ruolo nella costruzione dell’entità spagnola, dovendosi però misurare anch’esso con le velleità indipendentistiche di principi minori. Così la carolingia Marca Hispanica non fu omogenea come vorrebbe la mitologia catalana.

Verso l’anno Mille si parla di vari ‘Reinos de Espagna’ (uno dei quali era il Portogallo), non monolitici ma spesso cangianti in estensione e potestà secondo i diversi dinamismi tra Navarra, Asturie, Castiglia, Leon, Galicia, Guipuzcoa, Aragona. Rodrigo Diaz de Bivar – il Cid Campeador –  pur combattendo per conto del re di Castiglia e Leon, si insignorì in proprio del regno di Valencia. Si prende a parlare di Corona di Castiglia quando Alfonso X regna su metà della Spagna.

Ad Oriente l’Aragona. Barcellona e i feudi pirenaici contrappesano come possono il crescere in potenza della Castiglia. La Catalogna non è ancora un’entità imponente, mentre cominciano a intrecciarsi i cammini di Barcellona e dell’Aragona. Il conte di Barcellona, Alfonso II (1162-96) è anche re di Aragona. Jaime I il Conquistatore dà incremento all’espansione catalano-aragonese.

Attraverso le vicende dettate dalla polverizzazione feudale, nel secolo XII prende corpo il concetto di una Spagna unita. Alfonso VII si intitola già, più o meno legittimamente, “Emperador del Reino”. Si configura una ‘nacion espagnola’, pur divisa in regni. Le fonti carolingie considerano Spagna tutte le terre a sud dei Pirenei: compresa dunque la Catalogna. Ancora in pieno secolo XV ciascuno dei regni della penisola è un aggregato ‘invertebrado’ di terre, di genti, di signorie quasi sovrane, di domini degli Ordini militari, dei possessi dei grandi arcivescovi, in primis tra questi ultimi quelli di Santiago e di Toledo. Straordinaria è la varietà dei localismi giuridici, che finiscono coll’essere mitizzati come ‘fatti nazionali’.

Il primo amalgama importante tra regni avvenne faticosamente a partire dal 1250 tra la contea di Castiglia e quella d’Aragona. Ma la nobiltà difese ferocemente i fatti differenziali che materiavano i loro privilegi. Si ebbero così sviluppi diversi. Per dirne uno: nel 1370 Juan I di Castiglia fece ‘hidalgos’ tutti gli abitanti di una certa giurisdizione ex-feudale. Al contrario alcuni istituti e prassi si andavano omogeneizzando non solo nei maggiori feudi spagnoli (Castiglia, Aragona con Catalogna, Leon) ma anche in Portogallo e nei cosiddetti ‘Ultrapuertos’ (Navarra francese). Prende ad essere meno infrequente la menzione della ‘consuetudo Hispaniae’, cioè di un fondo giuridico comune come fatto unitario capace di contrastare i particolarismi locali.

Verso il 1465 sembra generalizzarsi il fatto che nelle città agisca un ‘corregidor’, difensore dei sudditi modesti contro le sopraffazioni della nobiltà. In genere fu l’area basca che restò al margine della modernizzazione giuridica, dunque degli sforzi di omogeneizzazione. V a  notato che nel regno d’Aragona il potere pubblico si rafforza meno che in Castiglia.

La imponente fase dei Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, dà naturalmente un certo impulso ai processi di unificazione.  Si profila anche il ‘castellanocentrismo’, ossia il primato della Castiglia (che allora non aveva la capitale a Madrid ma a Valladolid, Burgos o altrove). Pochi tra gli studiosi moderni condividono la pensosa visione di Ortega y Gasset: “La Castiglia ha fatto la Spagna, la Castiglia l’ha disfatta”. I processi furono più complessi, le responsabilità più sfumate. I vari ‘regni’ non avevano gli stessi retaggi. L’Aragona, retta da una dinastia barcellonese fino al 1430, era multiculturale e plurilingue sin dal Medioevo; i suoi sovrani regnavano anche su Valencia e Maiorca, nonché in Sicilia e in Sardegna. La stessa grande Castiglia non seppe realizzare un’autentica unità spagnola.

Le cose cambiarono alquanto quando il paese passò agli Asburgo, che gli dettero proiezione universale e rafforzarono la Monarchia.  Al costo naturalmente di non poche incompatibilità tra le istanze locali e la vocazione mondiale della Spagna divenuta potenza planetaria: al costo al suo interno di tensioni gravi e di vere e proprie insurrezioni sociali come quella dei ‘Comuneros’ (la ribellione delle campagne di Valencia e Majorca. Ad alcuni le rivolte apparvero fatti ‘nazionali’: così le ‘Alteraciones de Aragon’ (1591).

Fallì il tentativo unificatore attorno alla Castiglia del conte-duca d’Olivares (1624). Le resistenze dei gruppi dirigenti delle varie corone si irrigidirono. Le Cortes catalane, dopo quelle di Valencia e di Aragona si proclamarono “Un poble franc y llibert, no obligado al servir al Rey” e si negarono alle forti esigenze finanziarie della linea di governo del favorito Olivares. A quel livello non era mai accaduto. Entrò in crisi il sistema, oltretutto impegnato nel lungo conflitto con la Francia.

La Catalogna, o meglio le sue Cortes, cominciò a fare sul serio, in odio al conte-duca. Anche l’Aragona non rispose alle speranze di Olivares, laddove la Castiglia votò stanziamenti importanti. Va detto che la Spagna non fu affatto sola in Europa a vivere una crisi straordinariamente grave: nessun paese sfuggì all’uragano di quel secolo. Ad ogni modo si cominciò a parlare di ‘rebelliòn’ e persino di ‘revoluciòn nacional’  della Catalogna contro l’assolutismo centralizzatore.

Maggio 1638: la Deputazione catalana avvia negoziati diretti con Luigi XIII di Francia e quegli, con Richelieu, si impegna ad aiutare la Catalogna a farsi indipendente. Il 16 gennaio 1641 la Catalogna si costituisce in repubblica, pur sotto la sovranità di Luigi XIII, proclamato ‘conte di Barcellona’. I francesi occupano la Catalogna. Però i catalani – come oggi – non sono uniti dietro la Generalidad: dissentono molti aristocratici, i notabili di numerosi municipi, il clero che si conferma fedele a Filippo IV. Vari personaggi si esiliarono in Aragona e a Valencia. Luoghi importanti come Tortosa, Martorell, Tarragona, Reus, Lérida e Cardona si sollevarono contro i francesi. ‘El desencanto catalano’ nei confronti di Parigi fu immediato. Nel 1646 gli occupatori misero a morte vari oppositori. Insomma guerra civile tra catalani. All’inizio le leadership urbane barcellonesi parteciparono alla sollevazione antispagnola: alla fine si sottomisero.

La Guerra d’Indipendenza contro Napoleone non dà occasione di esprimersi ai nazionalismi periferici. La stessa Catalogna aderisce prontamente nel 1808 alla Giunta Centrale Suprema, proposta non dalla Castiglia ma da Valencia, una delle regioni che poi figureranno in testa al movimento per più larghe autonomie. Contro la Francia si manifesta un sentimento nazionale e patriottico che prevale su ogni pulsione indipendentista. Nel 1810 Napoleone tenta invano di staccare dalla Nazione Aragona, Catalogna, le province basche, la Navarra.

Le Cortes risorgimentali e liberali di Cadice riproposero con ulteriore forza l’ideale nazionale e l’unificazione giuridica; ci furono riserve nella giunta di Biscaglia. L’effimero re Giuseppe Bonaparte avanzò un progetto che organizzava la Spagna, alla francese, in 38 dipartimenti, da chiamare coi nomi dei fiumi locali. Conosciamo l’esito. Invece la contrapposizione tra la rivoluzione liberale di Cadice e i particolarismi ancien régime non poté non alimentare – ed essere alimentata – dalle guerre carliste della fase 1814-41. Alla fine una legge nazionale del 1839 accoglie le ambizioni autonomistiche basco-navarresi, “non a detrimento dell’unità costituzionale”. Sorge il violento nazionalismo di Sabino Arana (da noi ricordato all’inizio) e si induriscono i contrasti tra aree a vocazione industriale, tipo la Catalogna, e la Castiglia, regione leader ma economicamente debole.

La restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della regina Isabella, non cancella il nazionalismo basco e non scongiura il crescere della questione catalana. Si riprende a denunciare che la “arretrata Castiglia” possa prevalere sulla Catalogna: Si riafferma che la Spagna è fatta di due popoli, uno dei quali è catalano.

Arrivati alla modernità, sappiamo che l’insurrezione militare del 1936 sorse anche in odio ai tentativi indipendentistici catalani; e sappiamo che gli ultimi anni del regime di Franco soffrirono un sanguinoso terrorismo basco che culminò nell’assassinio del presidente del governo, ammiraglio Carrrero Blanco, il più fidato luogotenente del Caudillo. Infine il grosso referendum catalano dell’estate 2017 ha fatto temere vicino lo sfasciarsi della nazione.

Morto Franco, la nuova classe dirigente spagnola si è spinta oltre i traguardi più avanzati del riformismo di tipo federalistico. Oggi tutte le regioni godono di un’autonomia decisamente larga: ma alcuni pericoli per l’unità spagnola restano. Fuori del paese le ambizioni verso l’indipendenza appaiono sostanzialmente risibili, ottocentesche anzi donchisciottesche nelle migliori delle ipotesi. Il contesto generale, europeo e internazionale, è tale che in sostanza non si giustificano più autonomie. Il quasi-federalismo risulta eccessivo, bisognevole di contenimento. Né la Spagna né l’Italia sono abbastanza vaste, popolose ed economicamente forti da richiedere ulteriori dilatazioni dei poteri decentrati. Si auspicano arretramenti delle autonomie: non foss’altro che perché queste ultime né in Spagna né in Italia hanno fatto avanzare la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Al contrario, anche in Spagna le regioni (qui chiamate Comunidades autonomas) hanno aperto vasti pascoli nuovi alla corruzione e alla dispersione improduttiva della ricchezza.

Eppure le velleità micronazionalistiche non si sono spente: invece si sono ridotte a realtà relativamente modeste realtà come Francia e Gran Bretagna che furono grandi potenze. La Spagna è davvero abitata da segmenti umani insidiati da patologiche velleità di contrapposizione?

L’ipotesi non appare ammissibile. Non resta che concludere, per ora, che una parte degli spagnoli sono abbastanza ingenui da credere ai mestatori dei micronazionalismi più o meno donchisciotteschi, comunque ai professionisti dell’agitazione. Oppure concludere che parte degli spagnoli sono abbastanza scervellati da fare come i loro compatrioti del 1936: presero a sgozzarsi, persino all’interno delle famiglie, per due fedi che avrebbero meritato distacco. Anzi, salutare cinismo. Oggi Don Chisciotte si dissocerebbe.

Antonio  Massimo Calderazzi

 

Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

LA SPAGNA, DAI DESTINI TRAGICI AL DISDEGNO PER I CONFLITTI E LE VENDETTE

Fanno quarant’anni dalla morte di Franco e, in pratica, dalla fine del suo regime. Da allora la Spagna ha dimostrato ad abundantiam di avere adottato la ‘via italiana’ alla pluto-democrazia, fatta di partiti prevaricatori e corrotti, di mezzadria tra capitale e sindacati, di alta spesa pubblica e dunque di molte tangenti. Invece ha respinto il magistero italiano quanto a regolamento dei conti tra vincitori e sconfitti. Da noi nel 1945 i primi usarono le armi della lotta partigiana per una breve e feroce mattanza dei vinti; in più, improntarono al loro settarismo la nuova Costituzione e addossarono allo spirito pubblico i loro valori e canoni retorici.

In Spagna, poco di tutto ciò e molta volontà di riconciliazione. Per cominciare, non si è tentato di abbattere l’istituzione monarchica, imposta da Franco a un paese che aveva scelto la repubblica. Dal canto suo la monarchia ha in vari modi assecondato la defranchizzazione pacifica preferita dal popolo ai metodi dei nostri partigiani e dei loro mandanti politici. Si fossero trovati ad agire in Spagna, morto il Caudillo, i capi della nostra Resistenza è verosimile avrebbero provato a imporre -coi mitra- i metodi e le rappresaglie del Maquis.

Gli spagnoli non permisero questo. Non lo permisero in particolare le sinistre, comunisti compresi. Infatti nell’ottobre 1944, vigilia del trionfo bellico delle potenze antifasciste, il proletariato e la borghesia progressista di Spagna non dettero alcun consenso al tentativo di un segmento comunista riparato in Francia di riaprire il conflitto civile con la penetrazione di un piccolo esercito nella valle di Aran ( Pirenei). Le truppe di montagna di Franco schiacciarono prontamente gli “invasori” guerriglieri, poi ebbero facilmente ragione delle bande partigiane che avevano provato ad agire in aree poco presidiate del territorio iberico.

I lavoratori e i ceti medi politicizzati di Spagna non si sollevarono contro il regime, nonostante l’imminenza della vittoria alleata. Non dettero alcun appoggio alla velleitaria ‘Resistencia’, che ebbe qualche altra manifestazione. Da quel momento il partito comunista clandestino e quello dell’esilio in Francia e in Messico rinunciarono a ogni conato antifranchista. Quanto ai contadini, essi appoggiarono fattivamente con le cosiddette contrapartidas i reparti governativi che snidavano i ribelli sopravvissuti qua e là come nuclei banditeschi, che per mangiare e rifornirsi non potevano che compiere crimini contro le popolazioni rurali che dicevano di rappresentare. Cessò ogni opposizione organizzata, e nel 1956 il Pce proclamò la “Reconciliaciòn nacional”.

Morto Franco si constatò che la transizione dal regime ‘alla libertà’ si era già un po’ delineata negli anni Cinquanta; si era accelerata, oltre che con le aperture all’Occidente e al mercato, coll’ingresso nel governo di Manuel Fraga Iribarne, nel 1962. Che cioè sin d’allora Francisco Franco aveva accettato la logica del futuro (se non addirittura da quando aveva detto no a Hitler nell’incontro a Hendaye, il 23 ottobre 1940).

spagnaRisalendo nel tempo, all’agonia del parlamentarismo e del potere dei notabili liberal-conservatori, il 13 settembre 1923 l’incruento colpo di Stato del generale Miguel Primo de Rivera avviò l’esperimento di una dittatura non fascista, al contrario filo-proletaria, appoggiata in pieno dal partito socialista. Durò fino al volontario ritiro del Dictador (gennaio 1930), sei anni nei quali il paese vide, oltre alla cancellazione della vecchia politica conservatrice, vasti piani di edificazione economica e di modernizzazione autoritaria, non accompagnati da fatti di repressione. Il governo del generale cadde per gli squilibri tra le risorse disponibili, alquanto scemate per la Grande Depressione, e per l’alto costo dei programmi di modernizzazione e di ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei ceti umili. Cadde di fronte alla netta ostilità dei banchieri e del patriziato latifondista (cui il generale, marchese e Grande di Spagna, apparteneva). La Dittatura aveva fatto nascere il primo, limitato Welfare della storia spagnola: assicurazioni sociali, pensioni, case popolari, ospedali, opere irrigue, ferrovie, canali.

Ma il vanto imperituro della classe dirigente spagnola fu, nel 1914 e nel 1940, l’aver saputo rifiutare la partecipazione ai due conflitti mondiali. La prima volta fu merito soprattutto di un primo ministro conservatore, Eduardo Dato, che sventò i tentativi delle élites sinistriste di intervenire a favore dell’Intesa. Nella drammatica agonia del parlamentarismo il presidente Dato sarà assassinato (1921) da un anarchico. Tutti sanno le crisi di sistema che nel 1931 portarono alla caduta della monarchia, alla Repubblica sventurata e, cinque anni dopo, alla Guerra civile.

Abbiamo richiamato alcuni momenti del Novecento per evidenziare che gli spagnoli, pur con una storia di turbolenze e di odii, sono stati capaci di più saggezza e più misericordia di altre stirpi. Della nostra, per esempio. Gli spagnoli si sono sgozzati nella Guerra civile, ma quando essa si è chiusa hanno respinto le tentazioni e le occasioni di riaprirla. Si sono salvati dai crimini dei regolamenti dei conti.

Hanno smentito, con una nettezza che non era prevedibile, il tragico pessimismo nazionale del 1898, quando la disfatta per mano americana, con la perdita dell’impero e dell’autostima, era sembrata spegnere l’anima della Spagna. In quegli anni il grande pensiero del ‘Rigenerazionismo’ fiorì su un dolore inconsolabile. Joaquin Costa invocò che si sprangasse il sepolcro del Cid Campeador e che un ‘chirurgo di ferro’ amputasse le cancrene nazionali (per molti quel chirurgo fu Primo de Rivera). Il disperato scrittore e

diplomatico Angel Ganivet, prossimo a suicidarsi, aveva negato che i suoi connazionali potessero mai aspirare a un umile benessere. Miguel de Unamuno, rettore a vita dell’università di Salamanca, aveva incatenato la Spagna ai suoi aspri miti nazionali, al punto che il filosofo razionale Ortega y Gasset lo censurava come ‘energumeno’. Quante volte Ortega ed altri grandi intellettuali del tempo avevano fatto tristi vaticinii di saldatura della loro nazione all’Africa invece che all’Europa?

Un secolo dopo la Spagna appare, è, il contrario dei vaticinii. Ha persino una ripresa produttiva meno anemica di quella italiana: con tutto il nostro dinamismo da Expo. Povero Ganivet, figlio della luminosa Granada, che aveva scritto “Uno spagnolo ricco disgusta”!

A.M.Calderazzi

MACELLAI DI POPOLI: NON SOLO QUELLI DEL 1914 MA ANCHE I MANDANTI DELLA ‘RESISTENCIA’ SPAGNOLA

E’ l’anno, a un secolo dalla Grande Guerra, che il mondo esecra come mai in passato i bellicisti che vollero il massacro. E’ sacrosanto così, naturalmente. Non è giusta, tuttavia, l’amnistia che il pensiero unico assegna alle iniziative belliche minori, quelle da alcune migliaia -invece che alcuni milioni- di morti e di drammi: magari nel nome di ideologie piuttosto che di patrie. Per esempio le Resistenze partigiane contro l’occupatore nazista, dopo il rovesciamento delle sorti belliche, uccisero più civili innocenti che militari germanici: data la certezza di rappresaglie inesorabili sulle popolazioni (non potevano mettersi in salvo come di solito i guerriglieri). Queste Resistenze cessarono col trionfo degli Alleati, non delle bande partigiane. Ma almeno queste ultime poterono vantarsi compartecipi della vittoria.

Non così la fallimentare “Resistencia armada”  che i comunisti di Spagna vollero lanciare, specialmente a partire dall’ottobre 1944, contro il regime vittorioso. La Guerra Civile era finita nel marzo 1939 con la totale disfatta della Repubblica. Il grosso dei reparti  sfuggiti all’ annientamento o alla cattura erano riparati in Francia e lì internati senza troppi  riguardi nei campi di concentramento allestiti da Parigi per  gli ex-amici repubblicani. Nel porto di Alicante, ultimo lembo di Spagna non ancora raggiunto dai vincitori, molti di quanti avevano sperato di imbarcarsi su navi britanniche si erano tolti la vita. Gli altri erano stati catturati, con prospettive di clemenza infime.

Nelle settimane precedenti gli ultimi reparti comunisti si erano scontrati in armi con tutte le altre forze repubblicane, capeggiate dal colonnello Casado. Esse volevano la resa immediata, i comunisti esigevano la guerra ad oltranza, sul principio assurdo che “resistir es vencer”. Juan Negrin, capo dell’ultimo governo della Repubblica, condivideva il principio: nel marzo 1939 mancavano cinque mesi allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Se la Repubblica, ridotta allo stremo, avesse potuto reggere cinque mesi gli avversari dell’Asse, amici di tutti i democratici, avrebbero salvato la Repubblica. La storia ha dimostrato che il ragionamento era campato per aria. La Francia stava per subire la peggiore sconfitta della sua storia. La Gran Bretagna correva pericolo d’invasione. Gli Stati Uniti ancora isolazionisti non avrebbero in alcun caso salvato un governo a controllo comunista, per di più già irrimediabilmente sconfitto. Infatti pochi anni dopo Washington prenderà Franco per alleato.

Consumatasi la tragedia della Guerra Civile e dello scontro tra antifranchisti, il Partito comunista mandò in volo nell’Urss i suoi dirigenti principali e si impegnò subito nella riorganizzazione dei militanti finiti nei campi di concentramento di Francia. Caduta quest’ultima, i nuclei comunisti si unirono al Maquis, aiutati/sobillati dal Pcf clandestino. Un dirigente comunista minore, Jesus Monzon Reparaz, che nella Repubblica era stato un pubblico ministero, riuscì a radunare nel Midi una banda guerrigliera che raggiunse una ragguardevole consistenza: sei “brigate” che, dopo lo sbarco alleato in Normandia, molestarono con qualche successo le unità tedesche in ritirata.

In questa fase l’esercito di Monzon si dà una struttura militare classica, con ‘ufficiali’, qualche ‘generale’ e paghe regolari. Ai primi dell’ottobre 1944 Monzon, che ora si considera capo dei comunisti spagnoli, lancia la sua ‘invasione’ della Navarra, naturalmente sgominata in pochi giorni. La penetrazione in un’altra valle pirenaica dura qualche giorno di più, ma l’esito è uguale e le perdite pesantissime. I guerriglieri di Monzon sarebbero stati trucidati fino all’ultimo se  il Partito comunista ufficiale non avesse mandato Santiago Carrillo a ordinare la fine dell’avventura che voleva ‘liberare’ la Spagna con bande partigiane trasformate in esercito di conquista. Jesus Monzon viene degradato e  successivamente dichiarato traditore. Il ‘monzonismo’ diventa un’altra delle deviazioni dalla linea.

Se l’invasione della Navarra fu un disastro, il Partito comunista condusse operazioni guerrigliere nelle regioni montagnose della Spagna fin verso il 1949; una minuscola banda riuscì a sopravvivere come nucleo di fuorilegge fino al 1955. Comunque i resistenti  ce la misero tutta,  pagarono fino in fondo, offrendo la vita e normalmente perdendola, per una causa senza speranza. La Spagna era stanca di guerre, preferiva Franco, detestava la guerriglia, i cui eroismi erano inevitabilmente crimini.

Secondo dati probabilmente attendibili, i bandoleros comunisti (a volte anarchici) uccisero oltre 900 persone, compirono almeno 8000 tra sabotaggi, sequestri, rapine a mano armata, altri delitti. Privi dei rifornimenti e sostegni esterni che erano andati ad altre guerriglie, le bande, per sopravvivere, non potevano che rubare, rapinare, catturare e all’occorrenza ammazzare ostaggi. Furono uccisi cacciatori e pastori per i loro fucili. Avvnnero tutte le ferocie del banditismo politico e delle rappresaglie del potere. Gli scontri a fuoco con Guardia Civil e reparti dell’esercito furono probabilmente oltre 1800. Più di 2000 partigiani furono uccisi. La maggior parte di quelli caduti prigionieri furono successivamente messi a morte da una giustizia militare che non conosceva la clemenza.

Le popolazioni delle zone di attività partigiana non insorsero affatto in appoggio alla guerriglia, ma collaborarono sul campo con la repressione. Gli spagnoli avversarono duramente la Resistencia; cioè difesero lo Stato franchista. Dunque la plancia comando comunista condannò a morte quasi certa i resistenti di Spagna. Il regime non fu mai in pericolo e negli anni Cinquanta, coll’avvio dello sviluppo, poi del miracolo economico, si potenziò definitivamente.  E’ provato al di là di ogni dubbio: Dolores Ibarruri, la Pasionaria, e gli altri capi comunisti non ebbero a cuore la vita umana più dei macellai di popoli del 1914.

A.M.Calderazzi

L’ABBAGLIO DI CREDERE CHE IL POPOLO AMASSE LA REPUBBLICA EROICA DI HEMINGWAY

Tra il 1936 e il 1939 il fratricidio spagnolo distorse il mestiere del corrispondente di guerra. Nel passato egli riferiva sugli eventi nella loro oggettività, ossia nei fatti. Informava,  rinunciando di solito a discriminare in funzione delle ragioni e dei valori dei contendenti. Il conflitto di Spagna trasformò i corrispondenti in fautori e in avversari. 78 anni fa gli inviati italiani, tedeschi e portoghesi -questi ultimi grazie a Salazar- condivisero la causa franchista. La maggior parte dei giornalisti del resto del mondo, in testa quelli sovietici e messicani, parteggiarono per la Repubblica progressista, antifascista, anticlericale. Dati i termini fortemente ideologici del conflitto, fu logico così: ma non è detto che i proletari di Spagna consonassero veramente coi giornalisti ‘impegnati’.

Non va passato sotto silenzio il forte dislivello intellettuale tra i due schieramenti di giornalisti. In quello di destra i soli che godevano di una reputazione importante furono gli spagnoli Ramiro de Maeztu e, un po’ meno, José Maria Peman; più qualche anglosassone di modica fama. Invece avvamparono anzi procombettero per il ‘No Pasaran’ scrittori e intellettuali di cui sappiamo tutto, a volte sappiamo più del giusto: Ernest Hemingway, Ilia Ehrenburg, André Malraux, Arthur Koestler, W.H.Auden, Antoine de Saint Exupéry, John Dos Passos, George Orwell, Langston Hughes. Coll’aggiunta di giornalisti di meno gloria ma abbastanza lanciati, quali Martha Gellhorn (sposerà, a tempo, Hemingway). Non furono molti i giornalisti ‘puri’, poi destinati a primeggiare in patria: vedasi Montanelli. Come che sia, c’è chi ha chiamato la Guerra civile “la edad de oro de los corresponsales en el extranjero”.

Joe Allen del Chicago Daily Tribune, uno dei giornalisti più provetti, riuscì ad intervistare José Antonio Primo de Rivera, l’eroe buono e quasi il Lohengrin del falangismo, nel carcere di Alicante il 3 ottobre 1936, cinque settimane prima della fucilazione; anzi José Antonio era già stato dato per ucciso. Per poter accedere al condannato,  Allen dové convincere in due tese riunioni gli anarchici che dominavano il locale Comitato d’ordine pubblico: non permettendo l’intervista avrebbero confermato che la Repubblica non controllava gli anarchici, e nemmeno Alicante. Quando il giornalista venne in contatto con José Antonio, questi gli apparve furibondo per un’accusa di cui aveva avuto sentore: quella d’avere tradito, per compiacere ai generali golpisti, la vocazione sua e della Falange a lottare per una conversione sociale della destra spagnola. “Ritirerò i miei falangisti dalla ‘Causa’. Ho sempre maledetto l’egoismo dei privilegiati e dei ricchi. Mi hanno chiamato eretico. Mi hanno chiamato bolscevico!”. Nel suo reportage Allen, aperto filo-repubblicano e antifascista, insinuò che forse José Antonio, marchese e Grande di Spagna, dilatava il suo profilo ‘sociale’ per mitigare l’ostilità dei carcerieri. Il fondatore della Falange fu fucilato a trentatre anni l’11 novembre.

Pochi anni prima si era buttato in una mischia politica già drammatica per riscattare l’opera

storica di suo padre Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 si era fatto dittatore della Spagna con un colpo di stato militare concepito e attuato così bene da vincere senza usare le armi, senza sangue. Il paese approvò, tanto grave era la situazione. Il sistema dei notabili liberal-conservatori crollò di colpo. Le sole riserve, inefficaci, furono quelle degli intellettuali. Il regime ottenne immediatamente la collaborazione dell’unica grande forza di sinistra, il Partito socialista, allora non controllato da personaggi corrotti quali quelli che Felipe Gonzales porterà al potere nel 1982.

L’intervista di Allen al morituro che rivendicava la propria coerenza di fascista sociale e si confermava nemico dell’ottuso egoismo delle destre franchiste, resta uno dei momenti più alti dell’impegno morale del giornalismo, nonché uno scoop eccezionale. La storia della Spagna sarebbe stata meno tragica se il padre di José Antonio non fosse stato abbattuto nel 1930 dalla finanza e dai grandi agrari: non dall’opposizione intellettuale/studentesca.

 

Resta il fatto che nella Guerra Civile quasi tutti i giornalisti famosi fecero il tifo per la repubblica, antagonizzando in genere i direttori e gli editori, mettendocela tutta per guadagnare i lettori alla loro scelta. Per quanto grandi fossero il talento e l’antifascismo dei maggiori corrispondenti, il giornalismo occidentale -degli Stati Uniti e dei paesi che cinque mesi dopo il trionfo di Franco si sarebbero trovati in guerra col Reich- fallì alla prova.

Fu anzitutto un fallimento professionale. Se compito del giornalismo politico è capire la realtà profonda prima di descriverla, i grandi inviati lo mancarono. Presi dall’eccitazione dei dispacci dal fronte, e più ancora dalla galvanizzazione ideologica, non si accorsero che nel quinquennio prima d’essere assaltata la Repubblica non aveva prodotto quasi nulla di sostanziale: non la terra ai contadini, non la cogestione delle imprese agli operai, non le provvidenze alla gente minuta che viveva di stenti ai margini dei processi produttivi. Sul piano delle misure concrete -case, più lavoro, un inizio di sanità pubblica, la fondazione del Welfare- i proletari avevano ricevuto molto più dal Generale dittatore.

Risultato: dal giorno che la guerra civile finì, il popolo accettò Franco. E quando, negli anni Quaranta, il vertice comunista riparato all’estero credette di riaprire il conflitto con una “Resistencia armada” -nell’illusione che l’Occidente si proponesse di detronizzare Franco dopo il trionfo sull’Asse-; quando dunque fu tentata la Resistencia, gli ex repubblicani, soprattutto i proletari, non si sollevarono affatto in appoggio alla bande antifranchiste. Al contrario collaborarono sul campo con la Guardia Civil e con le altre forze di repressione che sterminavano senza pietà i partigiani/bandoleros  cioè banditi (per mangiare questi ultimi non potevano non rapinare, qualche volta uccidere, i contadini;  e i contadini si vendicavano).

Spenti del tutto gli ultimi conati comunisti (la Resistencia fu solo rossa), il regime riuscì gradualmente a cancellare le ferite della guerra. Con gli anni Cinquanta cominciarono gli investimenti e il turismo. I primi modesti passi della prosperità guadagnarono di colpo alla Pax di Franco quella classe lavoratrice che i giornalisti-letterati avevano mitizzato come  protagonista della più strenua delle epopee.

Niente di tutto questo seppero presagire le grandi firme, stordite dall’epopea. Non presagirono perché si ingannarono sul reale significato della Repubblica. Essa fece fremere i Machado i Malraux i Picasso gli Hemingway; alle classi povere dette una messe stragrande di slogan settari, dette incitamenti a lottare e a morire. Verso la fine, nel 1938, quando con la disfatta dell’Ebro tutto era già perduto, la Pasionaria garantì persino che “resistere vuol dire vincere”.  Invece volle dire moltissime vittime in più e la fine. La Repubblica dette, è vero, anche molte delle scuole elementari che la Dittatura, ferita dalla crisi finanziaria, non era riuscita a costruire. Però la Repubblica dette le scuole invece del pane; e le dette soprattutto perché gli analfabeti potessero compitare gli slogan e la glorificazione della lotta.

Nelle ultime settimane di guerra i repubblicani si combatterono ferocemente tra loro: i comunisti contro tutti gli altri. Si morì a migliaia. Per capire la Spagna i romanzieri di troppo successo quali il bardo di Per chi suona la campana avrebbero fatto bene ad avvicinarsi ai padri di famiglia, invece che agli intellettuali sulla Senna e a Hollywood.

A.M.C.

DUE SFORTUNATE REPUBBLICHE DI SPAGNA UNA TERZA SAREBBE LOGICA, PERO’ OPPOSTA ALLA NOSTRA

Nei giorni che le piazze spagnole, dopo l’abdicazione di Juan Carlos, si movimentano di manifestazioni repubblicane -per quello che valgono le manifestazioni- vale la pena di ricordare che la repubblica più famosa, quella radical-progressista poi sinistrista nata nel 1931, cominciò a morire ottant’anni fa precisi, giugno 1934: sciopero generale politico dei braccianti e contadini poveri, poi ribellione della Catalogna anarcosindacalista, infine nell’ottobre, sempre 1934, la rivoluzione degli operai e dei minatori delle Asturie, spenta dall’artiglieria. Alcune migliaia di morti, migliaia di corti marziali, una repressione feroce come aspre erano state  le vendette dei proletari e temerari i propositi di edificazione libertaria rivoluzionaria.

Insorgendo, i braccianti, i minatori, i manovali urbani  proclamarono una dura verità: la Repubblica sinistrista non aveva dato nulla al popolo, a parte le parole d’ordine anticlericali e barricadiere, la tolleranza degli incendi di chiese e monasteri e delle violenze classiste; a parte un po’  di scuole più che in passato.  Tra il 1923 e il 1930 il dittatore filosocialista Miguel Primo de Rivera, benché generale e Grande di Spagna, aveva beneficato assai più i proletari. Fu per questo che i lavoratori  dettero chiari segni di avversare la Repubblica degli intellettuali laicisti e massoni, molto più protesi ad asserire se stessi e i loro valori che le rivendicazioni delle plebi.

L’insurrezione delle Asturie e di una parte della Catalogna, più alcuni focolai a Madrid e altrove,  fecero  sorgere delle effimere dittature proletarie e anarchiche, poi le soverchianti unità repubblicane,  comandate da un generale Franco allora leale allo Stato, stroncarono la rivolta. L’ottobre 1934 allargò un groviglio di conflitti secolari, cominciati nel 1808, in coincidenza con la ribellione antifrancese. Nel 1834 si era aperta una successione di guerre carliste, più sanguinose di quel che oggi si creda, finché nel 1898 la disfatta nel conflitto con gli Stati Uniti, con la perdita di Cuba, di Puerto Rico e delle Filippine fece cadere la Spagna in una cupa depressione morale. L’esercito che tornò dalle colonie perse trovò un paese costernato e immiserito, e lo aggravò delle proprie frustrazioni e pulsioni.

Seguirono anni sempre più agitati. Nel 1909 l’odio di classe scatenò a Barcellona una sanguinosa “Semana Tragica” in cui la Chiesa soffrì l’anticipazione degli assalti del 1936 . Nel 1917 uno sciopero generale rivoluzionario dovette essere schiacciato dall’esercito. “La dittatura militare instaurata nel 1923 da Primo de Rivera -scrive Hugh Thomas nella sua Storia della guerra civile spagnola- fu il solo regime che dall’inizio del secolo desse al paese un periodo di relativa calma. L’opposizione liberale riuscì ad espellere il dittatore (1930) e il re (1931) ma non dette alla Spagna un assetto democratico capace di soddisfare le aspirazioni della classe operaia”.

L’insurrezione del 1934 fu dunque l’annuncio e il primo atto della Guerra civile di due anni dopo. Dopo il 1934 -notava l’ambasciatore L.Incisa di Camerana, uno degli italiani che meglio conoscono la Spagna- “le sinistre giungeranno a un diapason di verbosità rivoluzionaria che neppure la vittoria elettorale del ’36 riuscirà a contenere. Miguel de Unamuno affermò che la Repubblica del 1931 era diventata ‘una pozzanghera infetta’. José Ortega y Gasset, uno dei triumviri che avevano lanciato il programma repubblicano, si ritirerà disgustato”.

Non tutti i giovani spagnoli che in questi giorni invocano la fine della monarchia -senza dubbio un’istituzione del passato- sanno o ricordano che la repubblica del 1931 fu la seconda esperienza non monarchica del paese. La prima sorse nel 1873, dopo i decenni delle guerre carliste, le disavventure del regno di Isabella II e la fuga in Francia di quest’ultima. Dopo l’insuccesso di altri tentativi di trovare all’estero un sovrano per la Spagna, nel 1870 fu messo sul trono madrileno il duca Amedeo d’Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II. Abdicò meno di tre anni dopo. La Prima Repubblica che gli seguì si spense in pochi mesi, “incastrata tra la Vandea carlista e l’insurrezione cantonalista delle province meridionali e orientali”. La Seconda Repubblica, quella della leggenda antifranchista, anarchica e comunista, ebbe la sorte della Prima: “Pochi mesi sono passati dalla sua proclamazione e nelle caserme già si congiura, già bruciano nelle città le chiese e i conventi;  nelle campagne gli anarchici già attaccano i municipi e i posti della Guardia Civil” (Incisa di Camerana).

Tutto ciò, per dire cosa? Che se la monarchia riesumata dal Caudillo ebbe un senso per sovrintendere alla liquidazione del franchismo, un quarantennio dopo il suo ruolo appare finito. Ma anche che una riesumazione della repubblica, dopo due precedenti sfortunati e dopo la massiccia importazione dall’Italia del costume corruttivo, non avverrebbe sotto auspici benevoli.

A.M.C.

PROFETIZZO’ ANCHE PER NOI IL MAZZINI DI SPAGNA JOAQUIN COSTA

Tutti i regimi che hanno retto la Spagna nell’ultimo novantennio -Primo de Rivera (1923-30), la Repubblica (1931-39), Franco (1936-75), i socialisti e i conservatori del postfranchismo- si sono richiamati a Joaquìn Costa.  Egli è come se fosse il padre della Spagna tra Ottocento e Novecento. I manuali di storia precisano che in senso stretto  fu il primo pensatore del Regeneracionismo, il risveglio della coscienza nazionale dopo la prostrazione seguita al 1898, quando le corazzate degli Stati Uniti affondarono al largo di Cuba l’intera flotta spagnola, dalle bandiere gloriose ma dagli scafi di legno; e misero fine all’Impero di Madrid. L’abissale umiliazione apparve uccidere la fierezza nazionale: ma un uomo si contrappose per primo alla disperazione e mobilitò i sentimenti delle élites. Per questo si è affermato che gli scorsi novant’anni hanno guardato a Joaquìn Costa, a prescindere dai credi politici. A differenza di Charles De Gaulle, che volle riscattare la Francia dagli smacchi del 1870 e del 1940, il Nostro non ebbe dalla sua né il potere, né il carisma, né le circostanze che fecero di de Gaulle un grande protagonista.

Nato nel 1846 a Monzon, cittadina dell’Alto Aragonese ai piedi dei Pirenei, figlio di un modesto coltivatore, Costa pervenne alla reputazione di caposcuola attraverso sacrifici giovanili eccezionalmente aspri. D’inverno studiava e lavorava in letto, mancando di riscaldamento. Ridusse a pezzi l’unico paio di scarpe che possedeva. Arrivato a insegnare all’università madrilena, rinunciò subito per protesta contro certe linee del governo di Antonio Cànovas del Castillo, una specie di Giolitti spagnolo. Quando il Nostro morì, nel 1911, tutta la Spagna ufficiale e intellettuale si unì nel lutto; ma egli non aveva mai avuto una vera cattedra, né un ruolo pubblico pari alla sua fama. Ciononostante resta un maestro e un simbolo: per capirci, fu un apostolo alla Giuseppe Mazzini, autore di un prodigioso sforzo di scrittore, di promotore e di acceso patriota. “Soy aragonés; espagnol por dos veces” (volte).

Il suo nazionalismo era identificazione assoluta col retaggio  popolare. Dalla vocazione storicistica e dalla tradizione derivava i contenuti più attuali: così per la drammatica questione dei contadini senza terra. Non perdonava ai governanti liberali di avere spogliato i municipi e le comunità tradizionali delle terre che possedevano da secoli. Al di là dei camuffamenti laici e modernizzatori, i liberali arricchirono la nuova borghesia e gli agrari che allargarono i loro latifondi; i contadini poveri non furono in grado di comprare. Tutta la vita Costa lottò, egli non militante di sinistra, per la restituzione delle terre e per la rinascita delle tradizioni collettivistiche. Tentando di far rivivere l’antico, di fatto professava alcune tesi socialiste. La sua era una posizione così radicalmente anticapitalista, legata ai vecchi usi collettivi e alle tradizioni municipali, da fargli rifiutare il concetto stesso dei confini di proprietà.

Il riformatore che amava riproporre in termini nuovi le conquiste del passato, derivava da queste ultime valori quali le ‘libertà aragonesi’, il diritto di non obbedire agli ordini illegali del re (il sovrano non essendo che il più alto dei servitori della nazione) dunque il diritto all’insurrezione, il rifiuto dell’assolutismo e della teocrazia, implicante la separazione tra Chiesa e Stato. Invocava il reclutamento di una nuova classe politica: non tra i tradizionali ‘clientes’ dei maggiorenti e dei partiti ma nella ‘massa neutra’ della media borghesia, delle professioni e dell’imprenditoria (il proletariato era fatto di analfabeti). In più esortava all’azione tutti gli onesti che si vergognavano della miseria dei lavoratori iberici. La Spagna, predicava, doveva europeizzarsi per sfuggire a un destino di africanizzazione.

Col tempo Costa andò abbandonando il romanticismo antiquario, e inasprì la critica del liberalismo conservatore. Prese a negare ogni legittimità al Parlamento. Respinse in toto la versione rappresentativa della democrazia, perciò sfiduciando i ceti dirigenti del suo tempo: una ‘necrocracìa’, un’oligarchia di morti contro la quale era giusto rivoltarsi, essere anarchici. Ma assai più concreta fu la sua famosa invocazione, riferita da tutti i manuali di storia, di un ‘cirujano de hierro’,  un chirurgo ‘ferreo’ cioè deciso, capace di amputare le cancrene nazionali. A questo personaggio mitico andava la missione di azzerare la casta dei politicanti, allora i notabili liberali. Questo avrebbe fatto nel 1923 il generale marchese Miguel Primo de Rivera,  amico del popolo e dei socialisti.

Alcuni, non troppi, hanno creduto di vedere nel ‘chirurgo di ferro’ la prefigurazione dell’autoritarismo fascista che, muovendo anche da impulsi socialisteggianti, undici anni dopo la morte di Joaquìn Costa avrebbe conquiststo l’Italia e fatto scuola in non pochi paesi. E invece nel grande disegno di Costa prevalevano i caratteri egualitari e ridistributori della ricchezza. Però nulla poteva accadere senza il ‘cirujano de hierro’ che abbattesse le istituzioni create per i propri fini da una borghesia neoilluminista che non aveva interesse a saldarsi ai proletari. Per Costa il sistema realizzato, con la Restaurazione borbonica, dal vigoroso conservatore Cànovas del Castillo era rimasto sterile: aveva fatto gli spagnoli fisiologicamente incapaci di avvicinarsi all’Europa: “C’è un’energia vitale -constatava- che manca a un popolo che accetta di farsi spogliare da una classe di potere indegna”.

Un secolo dopo la morte del profeta aragonese queste diagnosi desolate non si attagliano agli spagnoli sottomessi a Zapatero e a Rajoy? Più ancora, non descrivono quella specie di ‘malattia del sonno’ (tripanosomiasi) che, oltre a infierire nell’Africa tropicale, rende noi italiani incapaci di liberarci degli usurpatori che ci opprimono dal 1945? Joaquìn Costa profetizzò anche per noi.

A.M.Calderazzi

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DITTATURA MORBIDA DI PRIMO DE RIVERA

Un esperimento quasi socialista nella Spagna pre-Franco

Sostengo, naturalmente rappresentando me stesso  e non alcun altro di ‘Internauta’,  che solo un Distruttore e Giustiziere saprebbe bonificare la nostra Repubblica, e che lo farebbe nell’unico modo possibile: abbattendo il regime di ladri che la usurpa a partire dalla vittoria angloamericana del 1945. Mai il regime riformerà se stesso. Se a questa convinzione sono arrivato è in quanto nella storia contemporanea varie situazioni di crisi estrema furono risolte da distruttori e giustizieri.

I casi più emblematici furono la Turchia, l’Egitto,  la Spagna. In quest’ultima la spada che taglia il nodo di Gordio la usò nel settembre 1923 il generale Miguel Primo de Rivera. La nazione era giunta all’orlo del baratro. Nei cinque anni che precedettero il 1923 gli attentati terroristici erano stati quasi 1300, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922, 429 conflitti operai, prevalentemente politici. Nel maggio-giugno 1923 lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto  22 morti. Si aggiungeva una disastrosa guerra coloniale nel Marocco.

Il 13 settembre del ’23 Primo de Rivera capitano generale in Catalogna, con un colpo militare tecnicamente perfetto, senza spargimento di sangue, prese il potere e proclamò una ‘Dictadura’ che durò fino al 1930, quando  si ritirò spontaneamente. Aveva messo fine al conflitto coloniale, aveva instaurato la pace sociale dando ai lavoratori, nel meccanismo paritario di conciliazione da lui introdotto, lo stesso potere contrattuale degli imprenditori. Aveva avviato il Welfare State. Ma  era stato indebolito dalla crisi della finanza pubblica. I costi delle grandi opere statali e delle provvidenze sociali, aggiunti ai primi effetti della Depressione mondiale del 1929, avevano fortemente indebitato l’Erario.

Per la precisione va detto che se il dittatore lasciò volontariamente il governo -solo gli intellettuali e gli studenti si erano mobilitati contro di lui- la decisione di sacrificare Primo de Rivera fu presa, come ha scritto lo storico progressista Manuel Tunon de Lara, “dal Re, dall’aristocrazia e dall’alta borghesia”. Il dittatore non era stato amico loro, bensì dei proletari. Infatti aveva apertamente favorito il Partito socialista, capeggiato da F.Largo Caballero, un massimalista da lui scelto come consigliere ufficiale per il lavoro. Nel 1937, ormai conosciuto come ‘il Lenin spagnolo’, Largo diverrà capo del governo della Repubblica in guerra con Francisco Franco.

Sostengo dunque che Primo de Rivera fu, con Kemal Ataturk, prototipo dell’uomo forte che nelle  circostanze più gravi benefica un paese invece di opprimerlo. In altre sedi ho cercato di dimostrare il mio assunto (in forza del quale per lo Stivale sarebbe una fortuna se sorgesse Uno esattamente come Primo). Qui mi limito a riferire ciò che altri dissero del Dittatore. Scriveva nel 1929 il compilatore di Encyclopaedia Britannica, edizione XIV:

“Militare e statista spagnolo, conosciuto come marchese di Estella, nato nel 1870. Promosso capitano a 23 anni per un atto di straordinario valore in combattimento. Nel 1915 governatore di Cadice. Per un discorso pubblico che proponeva di scambiare Ceuta contro Gibilterra, e in più attaccava frontalmente la politica marocchina della Spagna, fu destituito da  governatore di Cadice. Le sue eccezionali doti di soldato, i suoi exploits brillanti, il suo temperamento aperto e privo di affettazione, la sua congenialità coi sentimenti dell’esercito e della nazione gli valsero la fiducia del Re, oltre che degli alti comandi e dell’opinione pubblica. Nonostante il temerario discorso di cui sopra, fu presto promosso generale e comandante della prima divisione di fanteria a Madrid”.

“Nel 1921, eletto senatore per Cadice, invocò con un forte discorso la fine del gravoso impegno bellico in Marocco. Perdette nuovamente il  posto, ma il suo coraggio e patriottismo gli valsero di lì a poco l’incarico più difficile e pericoloso di tutti: capitano generale della Catalogna, dove regnava un terrore che il governo di Madrid non riusciva a fermare. Il nuovo capitano generale conseguì subito un successo commisurato al suo temperamento cavalleresco e ricco di carisma, energico e al tempo stesso generoso”.

Da questo punto segue il testo della Britannica, non tradotto:

“His integrity was proverbial. He soon recognized the chaos in Catalonia as one of the indirect consequences of the breakdown of the parliamentary régime. This was also responsible for the mismanagement of theMoroccocampaign, as well as the ferment in the army brought about by  the niggardliness, the favouritism and criminal recklessness of the central Government. Although the evil had long been diagnosed, nobody had had the courage to uproot it, until the dauntless Marquis de Estella issued the Manifesto datedSeptember 12, 1923, suspending the constitution and proclaiming in its place a directorate consisting of military and naval officers. This military coup d’état was carried out without bloodshed”.

“The methods of the directorate were prompt and radical. This innovation was welcomed with marked enthusiasm. Mindful of the undertaking he had given at the outset, Primo dissolved the directorate on December 3, 1925 and substituted a government composed of civil as well military ministers, mostly young men, as a preparatory step towards a new regime”.

 

Giudizio di Salvador de Madariaga

Al sorgere del regime di Primo de Rivera, Salvador de Madariaga, uno dei maggiori intellettuali spagnoli, era cattedratico di Studi Spagnoli a Oxford, Fellow dell’Exeter College. Nella stessa edizione 1929 della Encyclopaedia Britannica Madariaga sottilinea che l’imperativo del generale è  “to liberate the country from the professional politicians, the men who are responsible for the period of misfortune and corruption which began in 1898 and threatens to bring Spain to tragic and dishonourable end (…) A few drastic measures enabled the new government to gain control over the provincial and political machinery (…) In April 1924 an internal loan was floated- it  was covered nearly eight times over (…) The General tackled the problem of Morocco with characteristic courage. He deserved credit for having succeeded, first in imposing his views on the Spanish army in the field at the risk, non only of his popularity, but even sometimes of his life”.

Madariaga rileva che “i giovani ministri” nominati dal Generale “undertook their several activities unfettered by any parliamentary or constitutional shackles. Good work was at once seen in the ministry of Labour held by a young but experienced Catalan, Mr Aunòs, who tackled the organization of Labour on a co-operative basis with effective vigour. The Department of public works was ably conducted by an expert, the marquis of Guadalhorce. A welcome sign of economic revival came spontaneously from the nation. The Confederacion del Ebro, a free association of all the public bodies interested in the river, was founded in order to adjust the several requirements of irrigation, power, water supply and navigation as between all the regions on the river and its tributaries. It proved a signal success, and other bodies of a similar nature have been created on other rivers. Ambitious schemes for the electrification of the railways and the repair and development of the roads, including motor roads, have been set on foot (…) A successful funding of a short-term debt led to a voluntary exchange of nearly all the outstanding Treasury  bonds for long-term scrip. (…) The best successes of the government have been reaped in the financial field where, owing to a period of peace, the admirable vitality of the country responded with added wealth: The budget was finally balanced”.

“Now and then an outspoken speech (from the opposition) was heavily -though never cruelly-repressed. The Dictator, despite his evident good will and his successes in more than one field of government, has been the prisoner of his political inexperience”.

 Quella che Madariaga chiama ‘political inexperience’ fu la gloria di Primo. Senza dubbio i grandi notabili e i cacicchi Ancien Régime che avevano governato per mezzo secolo dopo le guerre carliste, portando la Spagna vicina alla fine, erano più esperti del Generale nei giochi ed infamie del parlamentarismo. Non più esperti, tuttavia, dei Proci che banchettano nello Stivale. Fortunati:  nessuno dei nostri generali ha la tempra di quel marchese andaluso che amava il popolo e disprezzava los politicastros. Che preferiva andare a piedi da casa all’ufficio. Che ripudiò immediatamente la sua promessa sposa (ufficiale) perché aveva tentato di monetizzare un po’ la posizione di First Lady. E che andò a morire in un albergo di terz’ordine a Parigi, invece che in uno dei castelli della sua classe (la quale  aveva detestato il suo quasi-socialismo).

A.M.Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.

 

QUANDO NACQUE LA SPAGNA MODERNA

La Spagna di oggi, confrontata con quella della tradizione, è una delle società economiche più avanzate. Ai tempi più alti della grandezza, sotto Carlo V, le carestie erano frequenti al punto che si verificavano casi di cannibalismo. Alla fine dell’Ottocento i pensatori del Rigenerazionismo, spiritualmente tramortiti dalla catastrofe del 1898 (disfatta nella guerra con gli Stati Uniti, perdita di quasi tutto l’impero) erano arrivati a pensare la Spagna come un paese africano (“l’Africa comincia ai Pirenei”), condannato alla miseria, negato all’operosità e all’efficienza economica, digiuno di tecnologia, intimamente incapace di rientrare in quel contesto europeo che nel passato aveva condiviso e in parte dominato.

Il paese lacero di 113 anni fa è oggi, a parte le vicissitudini della fase più recente, più o meno prospero come l’Italia. Se il nostro Nord è la macroregione più ricca d’Europa, la Spagna ha comparti produttivi ben più diffusi di un tempo, quando la ricchezza si produceva solo a Barcellona e a Bilbao. La Spagna è stata vicina a superarci, e qua e là raggiunge traguardi che per noi sono ancora ardui. Se da noi tanti operai hanno il garage, in Spagna pure.

Quali forze, quando, hanno prodotto questa mutazione e quasi palingenesi? Si usa rispondere: la fine del franchismo, l’aiuto americano, l’Europa, l’accelerazione economica del mondo intero. E si sbaglia, in qualche misura. Il riscatto da una continuità arretrata che sembrava condannare per sempre la Spagna cominciò un ventennio prima che Franco morisse: allorquando si cominciò a dire che, pur sempre sotto il Caudillo, erano andati al potere i tecnocrati; che avevano soppiantato la vecchia guardia militare e, diciamo così, ‘falangista’. La prosperità cominciò sì a delinearsi con gli aiuti americani e col turismo di massa, ma anche con lo sviluppo di politiche economiche e sociali avviate negli anni Venti, nei sette anni di dittatura di Miguel Primo de Rivera. Infatti per quei sette anni gli storici parlano di ‘modernizzazione autoritaria’.

La Spagna della monarchia liberale aveva preso a raccogliere i frutti della sacrosanta decisione di non partecipare alla Grande Guerra. La neutralità aveva giovato alle produzioni nazionali. Agli inizi degli anni Venti l’accelerazione produttiva si era delineata, i livelli medi di reddito avevano cominciato a salire. Però i rovesci della guerra coloniale nel Marocco avevano esasperato il conflitto sociale di fondo. La condizione dei lavoratori delle manifatture e dei servizi, cioè delle plebi urbane, migliorava lentamente. Tuttavia il proletariato rurale, misero e specificamente sottoalimentato, aveva recepito la predicazione ribellistica dell’anarchismo, caso unico al mondo, e questo contribuiva ad acuire con gli scioperi politici e con gli atti di violenza lo scontro urbano. I conflitti di lavoro avevano preso la piega dell’insurrezione: nel 1922, quattrocentoventinove scioperi politici. Ventidue i morti nello sciopero generale dei trasporti del maggio-giugno 1923.

La Dittatura di Primo de Rivera smentì le aspettative di quanti si attendevano la pura e semplice repressione della rivolta proletaria. Il generale dittatore deviò bruscamente le linee egoistiche e conservatrici del regime liberal-costituzionale. Impostò una correzione corporativa, intrinsecamente filo-popolare, solo in parte importata dall’Italia di Mussolini: non solo moltiplicò gli interventi pubblici nell’economia, che creavano occupazione ma impose la composizione dei conflitti di lavoro attraverso organismi d’arbitrato obbligatorio nei quali i lavoratori erano per la prima volta fatti concretamente uguali agli imprenditori. I sindacati socialisti furono rafforzati invece che sciolti.

Dopo sei-sette anni di sperimentazioni spesso improvvisate quindi disordinate, e di spesa pubblica resa eccessiva dalle spinte paternalistiche, qualche volta demagogiche, il paese fu raggiunto dalle ripercussioni (pur meno gravi che in paesi industrializzati quali Gran Bretagna e Germania) della Grande Depressione americana. Così le azioni positive mosse da Primo de Rivera e dai suoi giovani luogotenenti civili -José Calvo Sotelo, superministro economico, e Eduardo Aunòs ministro del Lavoro e progettista della riforma corporativa- si fermarono. Il consenso soverchiante del paese nei primi anni della modernizzazione filoproletaria scemò per la crisi congiunturale.

La classe lavoratrice guidata dallo storico Partito Socialista, che aveva accettato di allearsi al regime Primo de Rivera, manteneva l’appoggio al Dittatore che aveva parteggiato per i poveri. Ma l’opposizione dei ceti benestanti, degli imprenditori, degli intellettuali liberal-azionisti e degli studenti universitari si fece accanita. Lungi dall’asserragliarsi al potere sotto la protezione dei militari (che gli restavano fedeli) Primo de Rivera si ritirò volontariamente e subito. L’anno dopo la monarchia morì: de Rivera l’aveva costretta a volgersi verso il popolo, ma i tempi esigevano discontinuità.

La Repubblica che nacque in insolita armonia tra i partiti (ma la ‘allegria’ che sembrò levarsi era solo degli studenti e degli attivisti radical-libertari) cominciò a morire poche settimane dopo: mobilitazioni, lotte, scioperi politici, incendi di chiese e di conventi, i primi conati insurrezionali della sinistra e degli anarchici. Nel 1934 i minatori delle Asturie si rivoltarono contro la Repubblica, due anni prima del generale Mola e dei suoi sodali, uno dei quali- Francisco Franco- aveva represso coll’artiglieria l’insurrezione asturiana per conto del governo di Madrid. La Repubblica, inizialmente non rossa ma ‘azionista’ e anticlericale, crollerà per non aver dato la terra ai contadini e per avere offerto agli altri proletari quasi solo sventolio di bandiere, parole d’ordine, più insegnanti che erano anche propagandisti repubblicani, ma ben poca socialità concreta oltre quanta ne avesse avviato la Dittatura.

Lo Stato moderno fatto soprattutto di dirigismo, produttivismo e Welfare non risale al quinquennio repubblicano (1931-36) e alla mobilitazione di guerra guidata dai comunisti, bensì alla scelta filosocialista, alle provvidenze e opere pubbliche di Primo de Rivera: non solo strade e ferrovie, anche case popolari e incremento dei diritti dei proletari. Dopo la vittoria il franchismo, pur configurandosi vendicatore delle persecuzioni subite dal clero, dai latifondisti e dai banchieri, riprese gli indirizzi livellatori di Primo e di Aunòs, spogliando quegli indirizzi dei lineamenti fascistoidi del corporativismo. Le pensioni e la sanità pubblica, oggi pari a quelle italiane, cominciarono con Primo e proseguirono con Franco. Guadagnato l’appoggio degli Stati Uniti (e dunque passato il pericolo che veniva dalle plutodemocrazie occidentali) il regime di Franco portò avanti l’interclassismo di de Rivera e recepì gradualmente le linee di democrazia economica, amicbe del mercato, comuni a tutte le società occidentali. Il miracolo economico spagnolo cominciò pienamente alla fine degli anni Cinquanta.

L’interventismo economico franchista, derivato come sappiamo dal settennio della Dittatura, si era rafforzato durante la guerra civile. Nel 1937 sorge il Servizio nazionale dei cereali, tre anni dopo vengono nazionalizzate le ferrovie, nel 1941 la telefonia. Quello stesso anno sorge l’Iri spagnolo (Ini, Instituto nacional de industria). Dopo d’allora si allargano le partecipazioni pubbliche. La disoccupazione si riduce ai minimi storici.

Si aggiunga, come fattore decisivo, il crescere del potere sindacale inaugurato da Primo de Rivera, animoso e persino temerario regista della lotta alla disoccupazione, delle assicurazioni sociali cominciando dalle pensioni, dell’assistenza sanitaria, delle provvidenze alle famiglie. Il Dittatore istituì di fatto anche la rigidità del mercato del lavoro, non sempre benefica: la franchista Ley de Contrato de Trabajo del 1944 rese molto difficile, o se si vuole costoso, licenziare un lavoratore. L’assetto moderno della produzione e dei rapporti tra le classi risale a Primo e a Franco, non a Felipe Gonzales e a Rodriguez Zapatero.

Il desarrollo, l’accelerazione dello sviluppo, risale alla fase 1948-57. Alla fine di quel decennio le provvidenze di matrice social-autoritaria si accentuano al punto che, come lamentarono gli avversari di destra, todos aspiran a vivir a expensas de todos los demas (di tutti gli altri). E così, in qualche misura, avvenne.

Come ha scritto il noto economista Juan Velarde Fuentes, la linea generale a partire dal primo dopoguerra è stata dominata dagli interventi pubblici; da un nazionalismo economico che ‘ampliava il protezionismo’; dalle componenti corporative; e soprattutto dal “populismo social, obsesionado por el mantenimiento dell’empleo através de rigideces (rigidità) continuas del mercado de trabajo”.

In conclusione. La struttura economica e sociale della Spagna d’oggi, così simile a quella italiana, è il prodotto di forze aggregatesi a partire dagli anni Venti e dal franchismo, quest’ultimo operante già nel 1936 nelle province sottratte alla Repubblica. Solo nel 1959, già cominciati il miracolo e il benessere diffuso, un Piano di stabilizzazione aprì una fase di rettifiche liberiste, consonanti coll’integrazione nell’Europa. Primo de Rivera, forse, vi avrebbe riluttato.

AMC

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ

IDEARIO DI SPAGNA

da M.de Unamuno a Primo de Rivera

Gli eroi, non solo antifranchisti “La guerra civile, la più pura e la più pulita delle guerre” affermò, se si vuole declamò, il grande Miguel de Unamuno, forse il più ispirato tra i pensatori della Generazione del ’98, mosso sì da alcune pulsioni irrazionalistiche però anche, come rettore a vita dell’università di Salamanca, autentico sacerdote o magistrato della scienza. I migliori sono arrivati oggi a rifiutare le guerre mosse oltre i confini, nel nome cioè della patria, della libertà, della democrazia, della rivoluzione, di altre imposture. Come negare che uccidere e morire per un ideale di parte sia meno animalesco che farlo per una cartolina precetto?

Nel senso di Unamuno, nessun conflitto civile è stato tragicamente nobile quanto quello di Spagna, esploso nel 1936 ma in realtà incubato da tre aspre guerre carliste nell’Ottocento, dalla Settimana Tragica del 1909, dalle lacerazioni del 1917. Se non fosse morto l’ultimo giorno del fatale 1936, se oggi dal Walhalla dei giusti potesse parlarci, l’uomo di Salamanca ci direbbe di rispettare i combattenti di entrambe le fazioni.

Invece no. Dalla caduta dei fascismi il pensiero unico conosce in Spagna soltanto eroi antifranchisti; così come le lapidi delle città italiane onorano soltanto i partigiani. Gli avversari di questi ultimi, anche se lottavano per una causa senza speranza, anche se la loro sorte era segnata, tutti sgherri infami. Così per coloro che in Spagna militarono contro la Repubblica prima iperlaicista, poi rossa, non ci furono Hemingway eloquenti. Hollywood si commosse solo da una parte. I morti dei nemici furono ricordati dai soli “poeti reazionari”, quelli con la sahariana di Franco.

Però uno di essi, Victor de la Serna, trovò parole almeno altrettanto intense quanto i fotogrammi di Per chi suona la campana. A un anno dalla ribellione dei militari scrisse su ABC, edizione sivigliana (quella madrilena era fieramente repubblicana) che “Los alferez provisionales”, gli ufficiali meno che ventenni, “erano gli stessi quando la Spagna aveva per sè il Destino. Partivano per l’avventura imperiale d’America e conquistavano province come regni e regni come mondi. Oggi arrossano del loro sangue i parapetti della guerra, loro insultati come i sen^oritos della classe media, che però non avevano quindici centavos per pagare il tram alla fidanzata. Larve di capitani, muoiono gridando Arriba Espan^a e gli si rompe in gola una voce quasi di bambino”.

In questi settant’anni la letteratura e le sue sorelle (cinema, pittura, oratoria, ideologia, sobillazione, eccetera) hanno cantato con infinite variazioni, metti, la prodezza leonina dei difensori di Madrid, specie se accorsi dall’estero. Ogni comandante miliziano, ogni capopolo repubblicano è stato additato a un’ammirazione senza limiti.

Per esempio, l’anarchico Buenaventura Durruti, il capo della colonna autotrasportata che portava il suo nome e che seminò il terrore nei villaggi dove i nemici della Rivoluzione non erano stati ancora tutti sgozzati. Quando Durruti morì (21 novembre 1936, forse colpito da una pallottola vagante, più probabilmente ammazzato da uno dei suoi uomini o da un sicario comunista) l’imponente funerale a Barcellona mobilitò, dicono, 200.000 persone. I corrispondenti stranieri telegrafarono ai loro giornali che Barcellona piangeva.

Ma Durruti aveva commesso foschi crimini in quattro nazioni, i cui tribunali lo avevano condannato alla pena capitale. In Spagna, assieme a Joaquin Ascaso (altro leader anarchico; un suo attendente vantava di avere ucciso 253 persone), uccise l’arcivescovo di Saragozza, cardinale Soldevila, e molta gente comune, compresa una ricamatrice di pizzi a Madrid. Ebbe a scrivere Hugh Thomas, tipico storico antifascista: “Durruti e Ascaso, tuttavia, non erano criminali comuni.

Erano sognatori che assolvevano una missione, personaggi che Dostoevskij sarebbe stato fiero di aver creato”. Ancora Hugh Thomas: “A Lerida la popolazione aveva deciso di risparmiare la cattedrale. Durruti non tollerò, e la cattedrale fu incendiata. Con le sue violenze, Durruti si fece letteralmente odiare dai contadini di Pina, nei pressi di Saragozza, tanto che la sua colonna, per la muta ostilità con cui fu accolta, fu costretta a lasciare il paese”.

Al di sopra di tutti gli eroi della Repubblica, la sinistra d’Occidente e gli intellettuali alla Hollywood hanno deificato Dolores Ibarruri, la Pasionaria. E’ morta a novantaquattro anni, nel 1989, avendo vissuto dopo la sconfitta un mezzo secolo molto confortevole negli agi di Parigi, Mosca, infine Madrid. Ma José Calvo Sotelo, che l’11 luglio 1936 alle Cortes essa minacciò di morte per mano del popolo (“Questo è l’ultimo suo discorso”), fu ucciso due giorni dopo da un commando della polizia repubblicana capeggiato da un comunista, il capitano Fernando Condés.


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