De Gaulle insegnò: le Costituzioni scritte dai partiti si stracciano

Giorni fa il Corriere della Sera (Gerardo Villanacci) ragionava: “In questi lunghi anni di crisi, culturale prima ancora che economica, la politica si è arresa sì al mercato, ma soprattutto allo strapotere dei partiti”. Tuttavia, sostiene il Villanacci, questo momento di grande difficoltà può essere un punto di ripartenza della politica (…) Non si esclude che “in una prospettiva futura possa esservi democrazia a prescindere dai partiti”. L’Autore non prova nemmeno a sostenere che la democrazia sia essenziale al superamento delle attuali crisi di sistema. E’ possibile, diciamo noi, che essa democrazia sia addirittura nociva. La Cina trionfatrice e le nazioni neo-industriali si curano della democrazia?

Matteo Renzi sembrò vagheggiare in segreto di emulare a suo modo il de Gaulle del 1958: e non si può dire fosse solo un velleitario. Il suo successo iniziale non era stato cosa da poco. Persino Mario Monti si era trovato a disporre in un frangente grave delle possibilità che avevano fatto trionfare de Gaulle. L’abbattimento della Quarta repubblica fu l’unico successo pieno del Generale: la vittoria del 1944 sull’occupatore germanico non spetta né a lui, né al Maquis, bensì ai marescialli di Eisenhower).

A Matteo Renzi, come a Mario Monti, mancò la fede in sé stesso. Non capì che la sua missione grossa avrebbe dovuto essere di liberare lo Stivale dai Proci, non solo di rottamare i più marpioni. Gli mancò l’audacia di cancellare la Quatrième italiana, la repubblica più oligarchica e più tangentocratica del mondo occidentale.  Nel ’58 de Gaulle vinse perché osò abbattere le istituzioni del parlamentarismo. Il Generale capì ciò che Monti e Renzi non intuirono: che le malerepubbliche si possono/devono sovvertire, per il bene della nazione. La condizione ha da essere il prescindere dalla legalità, dalle Carte e dalle Corti, tutte controllate in esclusiva dai politici professionali.

Forse Monti e Renzi potrebbero ancora tentare, magari insieme. E forse sovvertire la nostra Quatrième risulterà sorprendentemente facile: come facile fu nel 1923 il sorgere della bonaria Dictadura spagnola di Miguel Primo de Rivera. Il plauso del popolo, in primis gli operai e i contadini, durò almeno un quinquennio, nel quale l’economia spagnola intraprese il cammino che la porterà ai successi di 95 anni dopo.

Da noi quasi nessuno si spinge a proporre di capovolgere la nostra storia contemporanea. Eppure tutto sarà meglio che oggi, se un uomo superiore agli altri rimuoverà lo scadente nostro meccanismo di democrazia rappresentativa. Intanto lo Stivale non cresce da un quarto di secolo: non è sicuro ma è probabile che mortificando i partiti e i politicanti, il veicolo Italia avanzi meglio. Andò così in Francia sessant’anni fa: stracciata la Costituzione del 1946, assegnati i pieni poteri a un uomo, la Francia riprese lena. Senza le sacrosante demolizioni del Generale, la Quatrième si sarebbe rassegnata a finire come noi. Noi siamo peggio della Quatriéme. Essa è passata alla storia come un’epoca di instabilità politica e di conflitti sociali.

Non abbiamo un de Gaulle, naturalmente. Ebbene, proviamo a darcelo. Non criminalizziamo, bensì sosteniamo chi riesca ad imporsi sulla consorteria dei politicastri.

Nel momento che la Quarta nacque, de Gaulle profetizzò: “Non sarà nemmeno un governo d’assemblea, ma da birreria”. Si rivelò subito una dittatura dei partiti. I partiti, che Pétain aveva soppresso, apparivano l’essenza stessa della libertà e dell’antifascismo. Chi su questo avanzava riserve era immediatamente bollato ‘cesarista’ e ‘bonapartista’. Ma andò esattamente come aveva previsto il Generale: “Quando si scatenerà la burrasca verranno a rifugiarsi sotto la mia ala. Potrò dettare le mie condizioni”.

Tra il 1947 e il 1951 il partito comunista di Maurice Thorez, con 814 mila iscritti e cinque milioni di elettori, è la prima forza politica e soprattutto esercita una specie di monopolio dell’intelligenza francese. L’economia va molto forte ma ai francesi non basta: la Quarta è detestata come il regime dell’instabilità, dell’impotenza, dell’inettitudine a gestire l’immenso capitale accumulato dalla Francia nel suo impero coloniale, secondo solo a quello britannico.

Tra il 1950 e il 1956 la Quatrième ebbe 12 governi. Vogliamo elencarli tutti, a disdoro della classe politica insediata dalla Costituzione  del 1946: G. Bidault, R. Pleven, H. Queuille, R. Pleven, A. Marie, E. Faure, A. Pinay, R. Mayer, J. Laniel, P. Mendès-France, E. Faure, G. Mollet. Nel 1953 l’elezione del presidente della Repubblica richiese 13 scrutini.

Quando il 3 giugno 1958 de Gaulle entra a palazzo Matignon, chiamato dal capo dello Stato René Coty in quanto “il più illustre dei francesi”, i partiti capitolano. Ricevuti in tutta legalità i pieni poteri, de Gulle stende la Costituzione della Quinta repubblica, al cui centro è la fine dell’egemonia dei partiti e l’esautorazione del Parlamento. Tutti i partiti si oppongono, in testa quello che era stato il possente PCF, ma il referendum del 28 ottobre 1962 approva col 62% dei voti.

Il Generale dimostrerà di essere non il solito dittatore, bensì il grande riformatore che occorreva alla Francia -e all’Italia di sessant’anni dopo- dimettendosi nel 1969, il giorno stesso che conobbe il risultato del referendum del 27 aprile. I partiti ebbero la loro vendetta, ma la Quinta Repubblica resta iper-presidenziale.

Anche l’Italia dovrà liberarsi delle istituzioni imposte dai partiti: dovrà liberarsi dalla democrazia rappresentativa. L’Italia non soffre dei duri problemi coloniali della Francia -l’Algeria!- e non dispone del personaggio della croce di Lorena. In compenso i politici italiani sono ‘N’ volte più corrotti e più corruttibili di quelli francesi del 1958. Il suo retaggio storico – dalle guerre civili di Roma al potere temporale dei Papi e all’asservimento a tutti gli stranieri – è tra i più inquietanti. Un giorno un uomo di tempra dovrà abbattere questa repubblica.

E’ quasi certo che non occorreranno i carri armati: gli italiani gioiranno. Si aprirà la conversione a quella delle varie formule di democrazia semi-diretta che prometterà di bloccare il ritorno dei Proci  usurpatori.

Antonio Massimo Calderazzi

La gloria falsa di Churchill e quella vera di Caillaux pioniere dell’asse franco-tedesco

Farabutti e carnefici, macellai di popoli, furono senza eccezioni i governanti che centoquattro anni fa vollero la Grande Guerra; guerra che riprese nel 1939 dopo una tregua ventennale. Parliamo innanzitutto di Raymond Poincaré, presidente della repubblica francese nel 1914, nonché dei tanti suoi modesti imitatori e seguaci: per esempio gli italiani Antonio Salandra, presidente del Consiglio (nelle Memorie  lamenterà che la guerra non gli aveva fruttato un titolo nobiliare); per esempio Sidney Sonnino, negoziatore del patto di Londra; più ancora Vittorio Emanuele III, accanito custode delle tradizioni militaresche dei Savoia (i quali, bisogna ammetterlo, erano stati bravi a farsi, da Medii feudatari alpini, sovrani di rango). Di Gabriele d’Annunzio tacciamo. Invocò la mattanza, contribuì a renderla inevitabile ma fece questo in quanto poeta epico-lirico, sfortunatamente preso in parola da tanti aspiranti cadaveri del Carso.

Ma addirittura pazzi furono coloro che, invasati di autodistruzione, vollero l’immane carneficina sapendo o intuendo che essa, oltre a cancellare i loro troni, avrebbe spento se stessi nonché le loro famiglie. Tra le teste coronate il perfetto suicida fu perciò lo zar Nicola II. Le cronache dicono che nel firmare l’ordine di mobilitazione generale contro Austria-Ungheria e Germania scandì parole che attestavano presentimenti luttuosi. Ma firmò, plagiato in particolare da un ministro degli Esteri, Sergjei Dmitrovic Sazonov, che lo dominava.

Lo aveva convinto che l’impero russo non poteva rinunziare a quell’ineguagliabile occasione di raggiungere le estreme mete occidentali: l’egemonia nei Balcani e nell’Est Europa, la leadership panslava, la tradizionale aspirazione al mare caldo. Sazonov – spalleggiato da uno Stato Maggiore umiliato sì di recente dal Giappone ma singolarmente fiducioso di vincere un confronto bellico con gli Imperi Centrali – era un mestatore nel torbido, scellerato in cilindro come i suoi pari del tempo, rotto a qualsiasi canagliata sulle vite di milioni di sudditi, pur di conseguire le spregevoli glorie del mestiere diplomatico. La Russia era talmente immensa da non avere necessità di conseguimenti geopolitici. Nicola firmò, con la mobilitazione, la propria condanna a morte. In piena coerenza i trionfatori bolscevichi passarono per le armi l’intera famiglia dello Zar. L’eccidio fu, con la cancellazione dell’impero, l’esito obbligato della più folle delle imprese belliche dei Romanov. La guerra di Sazonov portò una rivoluzione incapace di misericordia.

Nel 1914 solo la Spagna tra le grandi nazioni europee ebbe la saggezza di rifiutarsi al conflitto mondiale. Presiedeva il governo il conservatore Eduardo Dato, ed egli riuscì a far fallire i conati di alcuni circoli radicaleggianti -includenti il futuro padre della fallita repubblica Manuel Azagna- : invocavano che la Spagna si unisse alla crociata  dell’Intesa in quanto più progressista di quella di Berlino e Vienna. Non era tanto più progressista, e in ogni caso la nazione spagnola non aveva alcun motivo per combattere. La sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti aveva cancellato nel 1898 le ultime ragioni perché la Spagna cercasse di conservare qualcosa dell’antico ruolo planetario.

A Madrid prevalse il senso comune: la neutralità consentì al regno borbonico di fare eccellenti affari vendendo a tutti i belligeranti, e in più di avviare la sua prima industrializzazione. Se oggi la Spagna è nel gruppo di testa delle società moderne, lo deve a non essersi dissanguata nella Grande Guerra.

Assai più sventurato fu l’altro regno iberico, il Portogallo, che partecipò al conflitto dalla parte degli Alleati, degli inglesi in particolare. Fu succube per la sola ragione che le sue vicende politiche non gli consentivano una politica estera autonoma. Nel 1917 il governo che aveva voluto la guerra fu rovesciato, ma il contingente portoghese non fu ritirato dal fronte. Invece nel secondo conflitto mondiale Lisbona riuscì a sottrarsi al destino di fornire carne da cannone.

Pagarono carissimo per i mercanteggiamenti di morte dei loro governanti i paesi minori che non sfuggirono alla sventura di guerreggiare. Ma almeno la Romania conseguì quella volta cospicui vantaggi territoriali (al prezzo di oltre trecentomila morti). I lutti del secondo conflitto mondiale furono nell’assieme ancora più gravi. Comprendendo i vari olocausti si arriva a parlare di cinquanta milioni di morti.

L’aspetto più drammatico fu che la terribile esperienza 1914-18 (ma si continuò a morire per qualche anno, magari di malattie) insegnò quasi niente ai popoli come ai governi. Non erano passati sedici anni da quando gli europei avevano fermato il massacro quando si ebbe la prova che niente era cambiato nel pensiero sulla guerra e sulla pace.

La Germania umiliata da Versailles si era data un dittatore per la vendetta, e nel 1935 il dittatore aveva sfidato il trattato di pace ordinando alle sue truppe di attestarsi in Renania, territorio germanico. Questo scatenò nei circoli nazionalistici francesi, e non solo francesi, un autentico parossismo antigermanico: in pratica si esigeva che i vincitori del 1918 riprendessero subito le armi per stroncare sul nascere il revanscismo tedesco. I vertici francesi e britannici dovevano imporre ai loro popoli un immediato ‘casus belli’. Come se un’intenzione di vendetta, da parte germanica, fosse la stessa cosa di una vendetta effettiva, talmente grave da giustificare una ripresa della strage. Col senno di poi, forse sarebbe stato meglio tentare di soffocare al primo vagito l’espansionismo hitleriano. Ma tanta prontezza nel riaprire una lotta armata straordinariamente atroce, era ragionevole?  Non era piuttosto assurdo dare per scontata la riduzione a zero dell’orgoglio tedesco?

In Francia, i politici che sbraitarono di più nel pretendere risposta fulminea alla rimilitarizzazione della Renania furono Paul Reynaud e Georges Mandel. Oggi quasi nessuno li conosce. Ma Mandel divenne presto ministro ed esponente dei più accaniti tra i fautori dello scontro (finirà assassinato). Quanto a Reynaud, nel 1940 ascese a capo del governo allorquando l’esercito francese, allora considerato il più potente al mondo, fu sbaragliato in poco più di una settimana dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe. Reynaud avrebbe dovuto riflettere prima di assumere le posizioni estreme. Per qualche giorno egli tentò di fare il Churchill francese: annunciò che avrebbe trasferito il governo in Africa per continuare la guerra dall’impero coloniale. Nessuno lo prese sul serio, dovette dimettersi; il maresciallo Petain ottenne i pieni poteri, chiese l’armistizio al vincitore e cancellò la Terza Repubblica. Gli irriducibili parigini mancarono di realismo.

 

Winston Churchill è stato consegnato alla storia come il più glorioso dei lottatori. In effetti nessuno è stato più combattivo di lui, che non aveva mai rinunciato a sperare che il presidente F.D. Roosevelt costringesse il popolo degli Stati Uniti -in maggioranza isolazionista- a entrare nel conflitto per salvare la Gran Bretagna (e per passare l’impero mondiale agli USA). Churchill credette di dover perseguire la vittoria finale senza curarsi dei costi. Costi che furono terribili.

I fatti sono quelli che sono. Churchill fu l’inglese che più di ogni altro volle e condusse il secondo conflitto mondiale. Però nel 1939 il Regno Unito era la maggiore potenza imperiale al mondo. Nel 1945, a guerra vinta, la leadership era sparita -anche dagli oceani-, l’economia era dissanguata, la struttura industriale in pericolo;  la Germania, il Giappone, persino l’Italia si sarebbero rialzati prima e meglio che la superba ex superpotenza. In più si apriva il rapido smantellamento dell’Impero. La fine della grandezza non avrebbe potuto essere più brutale. Si può sostenere che la patria britannica sarebbe stata sommamente fortunata se non fosse stata guidata dal belluino Winston Churchill, assetato di grandi spedizioni aeronavali. Nel 1915 volle quella disastrosa dei Dardanelli, da lui ideata contro il parere degli ammiragli suoi dipendenti. Tentò anche di organizzare una spedizione contro i sovietici, ma questa non gliela permisero, tanto sangue erano costati i gloriosi Dardanelli. Era tale la sua voluttà guerriera che provò a partecipare in persona allo sbarco in Normandia, in divisa di tenente colonnello. Volle comunque, non sappiamo dove, sparare personalmente alcuni colpi di cannone.

Questo vuol dire che non l’epico duello col Reich, bensì una transazione semi-amichevole avrebbe salvato la grandezza britannica. Si è accertato che Hitler non voleva lo scontro frontale con la Gran Bretagna. Nei giorni della trionfale conquista della Francia il Führer spiegò così ai suoi generali la propria decisione di non annientare l’armata britannica a Dunkerque: “Ammiro l’Impero britannico. La sua esistenza è utile al mondo tanto quanto la sua opera di civiltà. Io domanderò alla Gran Bretagna di riconoscere la preminenza della Germania in Europa.  La restituzione delle nostre colonie sarebbe desiderabile, non essenziale…Sono pronto ad offrire all’Inghilterra, se si trovasse in difficoltà, il sostegno del mio esercito. Desidero una pace con la Gran Bretagna su basi compatibili col suo onore”.

Dunque il Führer non mirava ad umiliare il Regno Unito. Voleva mano libera nell’Europa orientale e, senza insistere troppo, voleva una grossa colonia. Da come sono andate le cose, è oggettivo che a Londra sarebbe convenuto addomesticare o placare la belva germanica e quella nipponica, piuttosto che affrontare una guerra disastrosa, piuttosto che accettare la perdita del primato mondiale e del più grande degli imperi.

Anche la Francia del 1939 possedeva un grande impero: e anche alla Francia sarebbe ampiamente convenuto cedere parte di un dominio intercontinentale inutilmente vasto, che Parigi non aveva saputo valorizzare, piuttosto che subire dal Terzo Reich la più grave disfatta militare della storia. Oltre a tutto Parigi si fece imporre la seconda guerra mondiale da un fatto artificioso all’estremo quale un dubbio trattato diplomatico con Varsavia. Versailles aveva innalzato una Polonia gigantesca perchè molestasse da est la Germania. Negli Anni Venti Parigi aveva scopertamente gestito, con un generale francese, il sorgere di un apparato militare satellite polacco, sempre in odio alla Germania. Però la garanzia militare che Francia e Gran Bretagna vollero dare a questa Polonia intesa come ausiliare e sicaria antigermanica era irrealistica. Infatti la Polonia fu annientata in pochi giorni, in totale assenza di soccorsi occidentali; il suo mandante parigino avrebbe avuto un destino terribile pochi mesi dopo. Quasi nessun francese e nessun inglese fu disposto a “morire per Danzica”.

Meglio avrebbe fatto Parigi, già nel momento che Berlino si sottometteva (novembre 1918) a moderare il proprio trionfo, a non infierire sull’avversario sconfitto. Meglio avrebbe fatto Parigi a imboccare la strada dell’intesa duratura con la Germania. La Francia aveva avuto nel 1911 un primo ministro, Joseph Caillaux, che incarnava quella strada. Quell’anno Caillaux aveva scongiurato un conflitto con Berlino a proposito del Marocco (crisi di Agadir); la formula trovata era consistita in uno scambio territoriale nel Congo francese inteso a normalizzare possibilmente per sempre il rapporto col “nemico ereditario”. Ma quello stesso anno un capriccio del catastrofico parlamentarismo Terza Repubblica scalzò dal potere Caillaux e insediò il suo perfetto contrario: Raymond Poincaré, massimo esponente del revanscismo francese, presto elevato a capo dello Stato e a sommo tra i guerrafondai del 1914.

La linea Caillaux -l’intesa di fondo con la Germania guglielmina- fu stroncata duramente. Venne la Grande Guerra. Verso la fine del 1917, col grosso della strage già consumato, con varie divisioni francesi e con alcune unità germaniche prossime all’ammutinamento, e con le Potenze Centrali disposte a cercare con qualche anticipo le vie della pace, l’ex-presidente del Consiglio Caillaux fece qualche passo in Germania in vista di un negoziato che avvicinasse la fine del massacro. Lo scoprì il capo del governo Georges Clemenceau, il “Tigre”, divenuto il terribile demiurgo della guerra ad oltranza. Caillaux fu arrestato coll’accusa d’alto tradimento.

Tenuto in carcere, benché ex-presidente del Consiglio e figlio di un ministro particolarmente autorevole, Caillaux rischiò seriamente la condanna capitale: tale era l’accanimento di Clemenceau contro i “disfattisti” cioè tutti coloro che invocavano o suggerivano la fine dell’eccidio. Nel 1920 l’Alta Corte condannò l’ex primo ministro per  ‘corrispondenza col nemico’  ma non per alto tradimento. Cinque anni dopo il Nostro fu amnistiato. Ma aveva rasentato la fucilazione, o magari la ghigliottina. Fu dunque il martire di una causa -l’amicizia con la Germania- che trionferà quando     Charles De Gaulle e Konrad Adenauer decideranno di capovolgere la storia.

 

In conclusione. Winston Churchill figura ancora ammantato di gloria guerriera. Ma è una gloria non solo sinistra, anche oggettivamente falsa: la guerra di Churchill distrusse la grandezza britannica. Non andò molto meglio dell’impresa dei Dardanelli.  Una gloria ben più vera, voluta dal futuro, spetta a Joseph Caillaux, che anticipò nel concreto l’asse franco-tedesco e, come tale, fu premessa di Europa.

Antonio Massimo Calderazzi

IMPAZZANO GLI INNI ALL’ILLUMINISMO, SI SORVOLA SULLE GHIGLIOTTINE

Riflettendo sui fatti di Parigi il teologo Vito Mancuso ha colto l’occasione per prendere alcune distanze dal retaggio illuminista. I precetti di tale retaggio -diciamo noi-non possono essere nostri, visto che fomentarono quell’esplosione di ferocia che fu il Grande Terrore. In quei mesi, secondo Mancuso, morirono sul patibolo 200 persone al giorno.  In confronto i ‘vendicatori di Maometto’ risultano misericordiosi…

Per verificare i conteggi del prof. Mancuso andrebbe assodato che si intende per Grande Terrore. “Per vari mesi, recita un manuale di storia, è tutto uno sfilare di carrette di condannati. Il Terrore provocò in Francia 16.600 vittime; gli arrestati furono mezzo milione. 2625 ghigliottinati nella sola Parigi. A Nantes i noyades  (annegamenti) del convenzionale Carrier fecero da duemila a tremila morti; altrettanti le ‘colonne infernali’ di Turreau in Vandea; altrettanti una commissione di censimento ad Anger”.

Dopo l’estate di vittorie militari nel 1794 ci si attendeva che il Terrore avesse fine. Invece le lotte all’interno del regime rivoluzionario  fecero andare al massimo le ghigliottine. Nella mitologia repubblicana la Francia era diventata la patria della tolleranza e della fraternità. Invece la menoma discordanza di linea rispetto ai momentanei detentori di potere determinava la morte: trionfava il perfetto contrario della libertà e della democrazia richiamantesi all’Illuminismo.

Tutti sanno che la Terreur  mise a morte  la maggior parte dei distruttori dell’Ancien Régime. Il triumviro Robespierre, pontefice della religione dell’Essere supremo e temporaneo conduttore del gioco politico, fu con Saint Just tra i ghigliottinati di due giorni dopo la svolta dell’8 Termidoro. Seguirono l’11 Termidoro altri settantuno decapitati,  dodici il giorno successivo.  Tra il settembre 1793 e la caduta di Robespierre

(27 luglio 1794) furono ghigliottinati, in genere coi loro seguaci, grandi capi come Hébert, Desmoulins, Couthon (che era un paralitico), Vergniaud, Danton (sua moglie pochi giorni dopo); nonché, assieme a molti qui omessi, il Carrier degli annegamenti  a Nantes.

Si usa dire, con qualche sbavatura maccheronica, che le conquiste della Più gloriosa delle rivoluzioni furono anche conquiste dell’Illuminismo. Però quelle conquiste generarono l’estremizzazione mostruosa dello scontro politico. Non per niente in altri tempi si chiamarono “Terroristi” i protagonisti della fase del Terrore. Il terrorismo dei nostri giorni è ovviamente cosa affatto diversa dal condurre una fase rivoluzionaria secondo scelte anche le più aspre. Ma le ferocie compiute prima del sopravvento di Bonaparte non furono mai moralmente superiori ai metodi dell’estremismo islamico.

Per i cantori della Democrazia, sia quella liberal-capitalista sia quella progressista, l’ultimo decennio del Secolo dei Lumi fu un tempo aurorale, un Avvento, la matrice di un’umanità migliore. Invece fu una stagione spietata, di cui nessuno meni vanto.

Tutta l’intelligenza di un’età aperta da Cartesio non seppe inventare congegni dialettici migliori degli arnesi del boia: la carretta per il patibolo, l’infallibile lama, la cesta in cui rotolavano le teste. Pochi morituri ebbero la sprezzatura elegante di Danton: “Mostra al popolo la mia testa -disse al boia salendo gli scalini- ne vale la pena”.

Nei giorni del trionfalismo républicain  –i milioni di patrioti che cantavano la Marsigliese, la vacua solidarietà dei governanti invitati, l’Occidente quasi tutto Charlie (a chiacchiere), l’apoteosi della Libertà intera, Parigi capitale del mondo, finalmente qualcosa per cui lottare- il maremoto delle fandonie è stato devastante. Solo il Maggio ’68 produsse  un’orgia di non-sense  pari all’attuale.

Repubblica, capofila del consumismo demoplutocratico, non ha esitato a scrivere a tutta pagina l’esilarante titolo “La rivolta di Parigi: Libertà”: quasi la capitale diciamo così ‘del mondo’ si fosse ribellata a re Carlo X, anzi a Napoleone guerrafondaio e distruttore di propri eserciti.

“La Francia si è risvegliata” ha scoperto un esclamativo giornalista del Corriere. “Ha ritrovato unità, passione civile, orgoglio. Ha messo nell’angolo i profeti di sventura, i teorici del declino, i predicatori dell’oscurantismo (…) I francesi, su questo terreno, sono davvero unici e impareggiabili”. Nella foga, detto giornalista si è persino permesso lo svarione di menzionare quel “No pasaran  di un’attualissima linea Maginot”; ignaro che il No Pasaran fu uno slogan madrileno della guerra civile spagnola e non c’entrava con la possente linea Maginot. Quest’ultima si rivelò perfettamente inutile, e restò simbolo di disfatta (la Wehrmacht passò!).

Presto -tempo i prossimi mesi- si confermerà che le ubriacature di retorica patriottica e politicastra portano male. Le menzogne nazionaliste apparvero funzionare nel 1914, ma costarono un milione e mezzo di morti francesi e dilazionarono di poco la fine della grandezza continentale della Francia. L’epopea antifascista del terribile Front Populaire durò pochi mesi. I gridi di battaglia del Maggio 68 sono finiti in chissà quale sciocchezzaio  o meglio dump-ground  della storia.

A.M.C.

UN PENSATORE SULLA SENNA CI VAGHEGGIO’ “SPIRITO DEL MONDO”

Georges Sorel, una delle menti forti della Francia di inizio Novecento, il teorico del sindacalismo rivoluzionario (Réflexions sur la violence, del 1908) e l’intenso seguace del pensiero anarchico di Proudhon, amò l’Italia come pochissimi stranieri, e in Italia, la sua migliore tribuna, trovò ammiratori e discepoli. Mario Missiroli valorizzò molto la lunga collaborazione del francese  al ‘Resto del Carlino’ e curò due raccolte dei suoi scritti.

Il Sorel che avversò il riformismo democratico e il parlamentarismo corruttore, che esaltò l’astensionismo elettorale (“renderebbe accessibile al popolo l’idea della lotta di classe”), non esitò a condividere, in difformità dalla linea del suo governo, le rivendicazioni  micro-imperialiste che ci attendevamo appagate dalla vittoria del 1918. Alla conferenza di Versaglia andarono deluse: dagli acquisti sperati in Dalmazia,  Anatolia e Africa a un ruolo nella tolda-comando della grande diplomazia.  Sorel condivise la convinzione che le potenze borghesi contrastassero l’Italia perché era la Grande Proletaria.

Le quattro righe finali del suo ultimo scritto, vero testamento politico-sociale, steso nel 1920 prima d’essere fiaccato nel fisico (morì nel 1922), dicevano: “Molte ragioni  mi hanno condotto a concludere: quello che un hegeliano chiamerebbe il Weltgeist (lo spirito o genio del mondo-NdR) spetta oggi all’Italia. Grazie all’Italia la luce dei tempi nuovi non si spegnerà”. Comprensibilmente la rivista “Nuova Antologia”, nel pubblicare nel 1928 queste ultime meditazioni del Nostro, precisò che lo scrittore francese “assegnò all’Italia del dopoguerra il primato intellettuale e politico in Europa (…) La Francia non lo possiede più”.

E’ passato quasi intero un secolo e si fa perforante l’interrogativo se Sorel ci assegnerebbe ancora la gloria d’essere il Weltgeist;  o non piuttosto l’abominio di rappresentare il Weltschmerz (Schmerz= il dolore, l’afflizione). E’ vero, tutte le stirpi e tutte le ere hanno sofferto di mali gravi. Ma resisterebbe oggi l’amore per noi del profeta della rigenerazione spirituale in politica se nel silenzioso pensatoio di Boulogne-sur-Seine arrivassero le notizie della nostra Terza repubblica, nata malata da una madre, la Seconda, deceduta nel travaglio di partorire? L’uomo che tutta la vita disdegnò la rivoluzione se non era concepita per far trionfare gli afflati etici, che penserebbe oggi di noi?

Siamo un milieu  (a Marsiglia: malavita) che ancora sembra permettere a un vecchio e vizioso ex-visir, più volte condannato dai tribunali, di  farneticare un proprio futuro come capo dello Stato,  quanto meno come kingmaker. Siamo un contesto che ancora venera un antico stalinista fattosi atlantista, e a lui e successori riserva una reggia sfarzosa, allorquando tutti i bilanci di spesa vengono tagliati, compresi i capitoli sacri come le refezioni ai bambini poveri, la bonifica dall’amianto assassino, la difesa dell’ambiente dai rischi estremi.

La nazione che Georges Sorel idealizzava quando nostri uomini come Pareto, Prezzolini e Papini gridavano il loro furore contro la borghesia trasformista e rinunciataria, ha oggi 41 o più politici di medio livello in carcere per furto; parecchi altri prominenti dovrebbero essere detenuti invece di continuare a imperversare. Taciamo sui delitti finanziari dei colletti bianchi, però constatiamo che quasi tutti i governatori di regione eletti nel 2010 sono stati costretti o indotti a dimettersi. Non pochi personaggi che ci derubavano hanno patteggiato pene non insignificanti, dopo essersi dichiarati superbamente estranei ai fatti delittuosi.

Non uno dei tentativi risanatori di un dinamico premier finora ritenuto irresistibile ha avuto successo pieno. Non sono sparite nè le province, né il ramo più superfluo di un parlamento deteriore. Non vengono assaliti i privilegi spregevoli, i superstipendi, i vitalizi canaglieschi. Sono ancora al palo, cioè passibili di fallimento, le riforme che dovrebbero scongiurare il declino e il disonore.

Georges Sorel non poteva sapere che la Grande Proletaria sarebbe diventata riccastra, metastatizzata dalla corruzione e dall’ingiustizia, sempre meno capace di mondarsi. Dall’Aldilà dei giusti dove si trova, egli vede sgomento le nequizie dell’ex-Weltgeist. Forse non ci ritiene più né il lievito né il sale del mondo. Forse vagheggia oggi un’etnia diversa, in un’altra terra. Forse in un altro pianeta.

A.M.C.

MACELLAI DI POPOLI: NON SOLO QUELLI DEL 1914 MA ANCHE I MANDANTI DELLA ‘RESISTENCIA’ SPAGNOLA

E’ l’anno, a un secolo dalla Grande Guerra, che il mondo esecra come mai in passato i bellicisti che vollero il massacro. E’ sacrosanto così, naturalmente. Non è giusta, tuttavia, l’amnistia che il pensiero unico assegna alle iniziative belliche minori, quelle da alcune migliaia -invece che alcuni milioni- di morti e di drammi: magari nel nome di ideologie piuttosto che di patrie. Per esempio le Resistenze partigiane contro l’occupatore nazista, dopo il rovesciamento delle sorti belliche, uccisero più civili innocenti che militari germanici: data la certezza di rappresaglie inesorabili sulle popolazioni (non potevano mettersi in salvo come di solito i guerriglieri). Queste Resistenze cessarono col trionfo degli Alleati, non delle bande partigiane. Ma almeno queste ultime poterono vantarsi compartecipi della vittoria.

Non così la fallimentare “Resistencia armada”  che i comunisti di Spagna vollero lanciare, specialmente a partire dall’ottobre 1944, contro il regime vittorioso. La Guerra Civile era finita nel marzo 1939 con la totale disfatta della Repubblica. Il grosso dei reparti  sfuggiti all’ annientamento o alla cattura erano riparati in Francia e lì internati senza troppi  riguardi nei campi di concentramento allestiti da Parigi per  gli ex-amici repubblicani. Nel porto di Alicante, ultimo lembo di Spagna non ancora raggiunto dai vincitori, molti di quanti avevano sperato di imbarcarsi su navi britanniche si erano tolti la vita. Gli altri erano stati catturati, con prospettive di clemenza infime.

Nelle settimane precedenti gli ultimi reparti comunisti si erano scontrati in armi con tutte le altre forze repubblicane, capeggiate dal colonnello Casado. Esse volevano la resa immediata, i comunisti esigevano la guerra ad oltranza, sul principio assurdo che “resistir es vencer”. Juan Negrin, capo dell’ultimo governo della Repubblica, condivideva il principio: nel marzo 1939 mancavano cinque mesi allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Se la Repubblica, ridotta allo stremo, avesse potuto reggere cinque mesi gli avversari dell’Asse, amici di tutti i democratici, avrebbero salvato la Repubblica. La storia ha dimostrato che il ragionamento era campato per aria. La Francia stava per subire la peggiore sconfitta della sua storia. La Gran Bretagna correva pericolo d’invasione. Gli Stati Uniti ancora isolazionisti non avrebbero in alcun caso salvato un governo a controllo comunista, per di più già irrimediabilmente sconfitto. Infatti pochi anni dopo Washington prenderà Franco per alleato.

Consumatasi la tragedia della Guerra Civile e dello scontro tra antifranchisti, il Partito comunista mandò in volo nell’Urss i suoi dirigenti principali e si impegnò subito nella riorganizzazione dei militanti finiti nei campi di concentramento di Francia. Caduta quest’ultima, i nuclei comunisti si unirono al Maquis, aiutati/sobillati dal Pcf clandestino. Un dirigente comunista minore, Jesus Monzon Reparaz, che nella Repubblica era stato un pubblico ministero, riuscì a radunare nel Midi una banda guerrigliera che raggiunse una ragguardevole consistenza: sei “brigate” che, dopo lo sbarco alleato in Normandia, molestarono con qualche successo le unità tedesche in ritirata.

In questa fase l’esercito di Monzon si dà una struttura militare classica, con ‘ufficiali’, qualche ‘generale’ e paghe regolari. Ai primi dell’ottobre 1944 Monzon, che ora si considera capo dei comunisti spagnoli, lancia la sua ‘invasione’ della Navarra, naturalmente sgominata in pochi giorni. La penetrazione in un’altra valle pirenaica dura qualche giorno di più, ma l’esito è uguale e le perdite pesantissime. I guerriglieri di Monzon sarebbero stati trucidati fino all’ultimo se  il Partito comunista ufficiale non avesse mandato Santiago Carrillo a ordinare la fine dell’avventura che voleva ‘liberare’ la Spagna con bande partigiane trasformate in esercito di conquista. Jesus Monzon viene degradato e  successivamente dichiarato traditore. Il ‘monzonismo’ diventa un’altra delle deviazioni dalla linea.

Se l’invasione della Navarra fu un disastro, il Partito comunista condusse operazioni guerrigliere nelle regioni montagnose della Spagna fin verso il 1949; una minuscola banda riuscì a sopravvivere come nucleo di fuorilegge fino al 1955. Comunque i resistenti  ce la misero tutta,  pagarono fino in fondo, offrendo la vita e normalmente perdendola, per una causa senza speranza. La Spagna era stanca di guerre, preferiva Franco, detestava la guerriglia, i cui eroismi erano inevitabilmente crimini.

Secondo dati probabilmente attendibili, i bandoleros comunisti (a volte anarchici) uccisero oltre 900 persone, compirono almeno 8000 tra sabotaggi, sequestri, rapine a mano armata, altri delitti. Privi dei rifornimenti e sostegni esterni che erano andati ad altre guerriglie, le bande, per sopravvivere, non potevano che rubare, rapinare, catturare e all’occorrenza ammazzare ostaggi. Furono uccisi cacciatori e pastori per i loro fucili. Avvnnero tutte le ferocie del banditismo politico e delle rappresaglie del potere. Gli scontri a fuoco con Guardia Civil e reparti dell’esercito furono probabilmente oltre 1800. Più di 2000 partigiani furono uccisi. La maggior parte di quelli caduti prigionieri furono successivamente messi a morte da una giustizia militare che non conosceva la clemenza.

Le popolazioni delle zone di attività partigiana non insorsero affatto in appoggio alla guerriglia, ma collaborarono sul campo con la repressione. Gli spagnoli avversarono duramente la Resistencia; cioè difesero lo Stato franchista. Dunque la plancia comando comunista condannò a morte quasi certa i resistenti di Spagna. Il regime non fu mai in pericolo e negli anni Cinquanta, coll’avvio dello sviluppo, poi del miracolo economico, si potenziò definitivamente.  E’ provato al di là di ogni dubbio: Dolores Ibarruri, la Pasionaria, e gli altri capi comunisti non ebbero a cuore la vita umana più dei macellai di popoli del 1914.

A.M.Calderazzi

HOLLANDE, PALINGENESI SVOGLIATA

Nella misura in cui la presidenza Sarkozy è stata un’offensiva mercatista/capitalista, Hollande ha qualcosa -non gran cosa- da offrire alla Francia. Però Sarkò non è stato abbastanza offensivo, non abbastanza protervio del capitale e del mercato. Neanche Berlusconi si caratterizzò nel senso delle idee, in compenso compì tali misfatti e mancò tante occasioni che tutto risultò meglio di lui. In Francia un retaggio stomachevole come quello di Arcore è impensabile. Si torna allora alla domanda: che offre Hollande? La sua carriera è povera di insegnamenti e di testimonianze, al di là di un’evidente decency. Ha minacciato di appesantire il prelievo sui ricchi; ma pochi si attendono che lo faccia davvero.

In mancanza di un ‘passato di Hollande’ si usa riandare a Mitterrand. E’ un riferimento un po’ così. Mitterrand è stato l’unico presidente sinistreggiante della Quinta Repubblica, ma non ha deviato la storia nel senso sospirato dalla Gauche. Poté prendere certe iniziative e atteggiamenti in quanto egli prolungava gli anni Trenta. Fu persino giovane commissario per i combattenti del 1940 prigionieri della Wehrmacht. Hollande, fiorito pochi mesi fa, si misura coi temi di settantadue anni dopo, non risulta avere riproposto concetti degli anni Trenta.

Naturalmente il giornalismo ad effetto non ha interesse a rimarcare le differenze tra l’oggi e il 1981, quando Mitterrand riuscì ad atteggiarsi nei modi antichi, e a vincere. Insediatosi all’Eliseo fece un po’ di spavento alle Duecento Famiglie che possedevano la Francia. Però col tempo le Duecento si acconciarono a piccoli sacrifici. Non voltarono le spalle all’Esagono glorioso. Poche settimane fa un capofila del padronato, Serge Dassault editore del Figaro e capo del grande gruppo aeronautico che porta il suo nome (fabbrica i Mirage e i Rafale) ha sentenziato minaccioso “Gli imprenditori che non hanno già abbandonato la Francia per colpa della patrimoniale lo faranno grazie a Hollande. I ricchi danno lavoro, meglio tenerseli. I poveri non creano occupazione”. Peraltro Bernard Arnoult, l’uomo più ricco di Francia, forse d’Europa, in quanto numero Uno del colosso del lusso LVMH, non accenna a fare come nel 1981, quando si rifugiò fisicamente in Florida e ci restò tre anni, tempo per Mitterrand di mitigare i progetti anni Trenta.

Anche la Francia, come l’Italia e l’Occidente intero, avrebbe bisogno di un lavacro, di una palingenesi mossa dagli ideali di una realistica socialità. Ma né Hollande. né alcun Bersani sono credibili come rigeneratori di ideali. La partecipazione al potere, il condominio col denaro a tutti i livelli, gli insegnamenti stessi della modernità inducono i francesi come gli italiani come gli altri a non curarsi degli allineamenti ideologici. Sarebbe diverso se Hollande Bersani eccetera potessero addurre esperienze concrete, fatti. Non possono. Possono vincere delle elezioni, poi le cose che contano restano uguali.

A sentire Serge Dassault, il consorte di Carlà ha già imposto una patrimoniale “che ha fatto fuggire gli imprenditori”. Chi si sente di dare per certo che Hollande farà più del consorte di Carlà? Dire ‘qualcosa di sinistra’ è alla portata di tutti. Attuarlo, di quasi nessuno.

Porfirio

LA STORIA RECENTE DELLA FRANCIA, ANCHE PEGGIO DELLA NOSTRA

Cominciammo, in età moderna, a sentirci sovrastati dalla Francia prima ancora che un generale ventisettenne figlio di toscani vincesse la campagna d’Italia. A Napoli tre patrioti si fecero impiccare nel 1794 per aver tentato di anticipare (di cinque anni) una repubblica giacobina satellite di quella francese. Un ventennio dopo, la dominazione francese finisce con la Waterloo dell’oriundo toscano, ma tra il trattato di Plombières (1858) e la deposizione di Napoleone III l’Italia deve soprattutto a Parigi la propria unificazione. Nel 1870 Vittorio Emanuele II tenta di pagare il debito di riconoscenza accorrendo in aiuto della Francia, ma viene saggiamente impedito da consiglieri e ministri.

Nei quarantacinque anni che seguono, il nostro rapporto con la Francia è quello tra parenti-serpenti. Se nel 1915 entriamo in guerra a fianco di Parigi (e Londra) è per la canagliata stupida di Salandra, Sonnino ed altri (secondo loro i massacri sul Carso ci frutterebbero più che la neutralità; laddove la Spagna fa affari d’oro restando fuori del conflitto). Nel 194O il Duce corona la sua gallofobia pugnalando alla schiena la Francia. Non basterà il Trattato di Roma e la nascita dell’Europa a ridurre il divario di status tra Parigi e Roma.

Oggi facciamo bene a guardare con dovuta riverenza all’Eliseo, dove si insedia un nuovo monarca quinquennale. Sappiamo che per male che vada riuscirà a gestire la Francia, grazie alla liquidazione del parlamentarismo quartarepubblicano attuata da Charles De Gaulle. Tuttavia non dovremmo dimenticare che, mentre abbiamo cento ragioni per arrossire della nostra storia contemporanea, anche i francesi hanno alle spalle un secolo e mezzo di fallimenti e di errori. Lo “Spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini non fu più velleitario e ridicolo che la dichiarazione di guerra di Parigi alla Prussia di Bismarck, voluta per vanagloria da cortigiani e ministri di Napoleone III, più che dal loro sovrano. La premessa era che la “piccola” Prussia non fosse temibile; e invece le furono sufficienti due giornate campali per azzerare la capacità bellica del Secondo Impero. Seguì una Terza Repubblica sorprendentemente vitale e prospera, ma la vittoria del 1918 esigette prezzi micidiali: non solo un milione e mezzo di morti francesi, ma un’estenuazione complessiva, materiale, morale e demografica, talmente grave che al successivo, fatale confronto bellico, nel 1940, la sconfitta fu fulminea come nel 1870, però più catastrofica. Fu la sconfitta più umiliante della storia.

Lo sfruttamento della vittoria nel 1919 fu il campo su cui l’azione internazionale di Parigi commise gli sbagli più gravi, tali da offuscare durevolmente molte glorie nazionali. Si veda l’oltranzismo alla conferenza di Versailles. La Francia, oltre ad addossare alla Germania tutta le responsabilità -che invece condivideva alla pari- della Grande Guerra, e a pretendere che Berlino pagasse riparazioni spropositate, tentò anche di annettere territori renani, poi di farli secedere dalla Germania perché diventassero un proprio satellite. In più il Quai d’Orsay, assecondato da un bislacco presidente Woodrow Wilson, credette di realizzare il proprio capolavoro inventando o ingigantendo a est-sudest della Germania una collana di Stati funzionalmente antitedeschi -Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Romania- ipoteticamente capaci di impegnare le armate tedesche su campi di battaglia lontani dalla Francia. Al momento della prova ciascuno degli Stati antitedeschi sarà cancellato in pochi giorni. In più, il “trionfo” della Francia a Versailles fu il principale dei fattori che determinarono l’avvento di Hitler, dunque quel secondo conflitto mondiale che annientò la Francia. Tecnicamente le feluche francesi furono, se possibile, più insipienti e fatue delle nostre.

Crollato il Terzo Reich, Parigi credette di ritrovare potenza e prosperità nel suo smisurato impero coloniale, secondo solo a quello britannico; ma si scontrò subito col nazionalismo dei paesi assoggettati. L’8 maggio 1945, quando la Madrepatria festeggiava l’implausibile ‘vittoria’ su Hitler, a Costantina le forze francesi soffocavano il primo tentativo insurrezionale dell’Algeria: 15 mila morti. Cominciava lì la quarta delle guerre sbagliate della Francia (1870, 1914, 1939, 1945), la guerra per tenere l’impero coi cannoni. Nella stessa primavera del ’45 De Gaulle prova a mandare un corpo di spedizione che riprenda Siria e Libano; è costretto a ritirarlo sotto la minaccia dell’VIII armata britannica. Seguono nel 1947-48 la cruda repressione in Madagascar, poi la rovinosa impresa d’Indocina, finita per la Francia col disastro di Dien Bien Phu, per gli USA nella vergogna del Vietnam. Infine venne la tragedia algerina.

Gli italiani, i tedeschi, i giapponesi, i britannici (vincendo nel 1945 si sono ritrovati nazione di second’ordine, satellite diretto di Washington), i sovietici, gli americani (costretti da settant’anni a fare guerre e, tranne quella da essi cercata nel 1941, a perderle) abbiamo tutti una storia di cui vergognarci. Ma anche i francesi hanno proprie onte da lavare, cattivi ricordi da rimuovere. Con la coraggiosa intesa franco-germanica cominciò De Gaulle a redimere la Francia da un ottantennio di umiliazioni ed errori. Forse sarà Hollande a ritrovare, abbandonando certi aspetti della diplomazia sarkosista, la saggezza di quel suo predecessore col kepì, che nel 1958 si fece “re” della Francia, ma seppe, al di là delle apparenze, della force de frappe, del Mirage eccetera, non prendere alla lettera la grandeur.

A.M.Calderazzi

UNE GUERRE, POURQUOI?

Toutes les guerres qui occupent nos livres d’histoire n’ont pas empêché qu’on réagisse à un conflit armé entre peuples et Etats comme à un événement exceptionnel. Si “Guerre et paix” est le titre d’un roman célèbre, c’est “guerre et monde” qui exprimerait la véritable contraposition, la véritable antithèse. Car on peut bien penser un monde sans guerre, – et la guerre comme un refus du monde, un refus de la vie. Pourtant, si la guerre enrichit les cimetières, elle n’est pas on ne dit pas qu’elle est “un cimetière” ; on dit même souvent qu’elle “enrichit la vie”. Et c’est plutôt la paix qu’on compare à un cimetière, quand on parle de “la paix des cimetières”. Mais, bien sûr, ce n’est pas à cela qu’on pense quand on parle de la paix comme d’une manière de vivre. Une vie, en tant que vie, contient en soi la conflictualité. Mais la conflictualité n’est pas nécessairement la guerre.

C’est là le point qu’on en vient trop souvent à perdre de vue.

La conflictualité entre humains alterne avec la collaboration. C’est bien grâce à cette alternance que l’humanité a pu bâtir depuis ses origines ce progrès qui nous étonne de jour en jour. Mais collaboration et conflictualité ont chacune leur forme propre de dégénération. On pourrait appeler “omertà” la dégénération de la collaboration, et on pourrait appeler “guerre” la dégénération de la conflictualité.

Toute collaboration devient redoutable et même dangereuse quand elle s’exerce sans aucune considération du “bien commun” de la collectivité, de ses problèmes, de ses difficultés. On peut alors la désigner du mot italien “omertà” (accord tacite et solidaire). Sous cette forme, elle peut aller jusqu’à devenir destructive de l’ensemble de la collectivité “ou : de l’“ensemble” du vivre ensemble”. On peut en dire autant de la conflictualité quand elle devient “aveugle”, quand il n’y a plus de sélection portant sur les moyens, car c’est la victoire, rien d’autre que la victoire, qu’on poursuit.

Que la guerre soit une dégénération de la vie conflictuelle, on peut l’affirmer facilement du seul fait qu’on se pose à chaque fois la question de sa cause : “encore une guerre, pourquoi?” – c’est la question qui accompagne chaque début de guerre et que se posent les populations et les combattants eux-mêmes.

Il y a toujours quelqu’un qui tire le premier coup. C’est donc à lui qu’on demande “pourquoi?”. Ses réponses sont de deux types:
– J’ai été déterminé,
– Je me sentais obligé.

Quand on parle de contrainte déterminante, on se réfère à une cause, externe et déterminante nécessitante ; quand on parle de justification, on se réfère à une norme à laquelle on aurait bien pu se soustraire, mais à laquelle on a décidé d’obéir. Dans le premier cas, la contrainte, on remonte à une cause, dans le deuxième cas, la justification, on remonte à une décision.

Mais dans les deux cas, l’origine est un acte unilatéral. Et un acte unilatéral n’est jamais sans alternatives possibles. Il s’ensuit que la différence même entre cause et obligation présente une possibilité d’alternative, car elle est subjective et se réfère à la personne qui agit et non à l’action en soi. C’est le sujet qui doit expliciter s’il se sent déterminé ou obligé. Les autres, ceux qui observent sans être responsables, doivent seulement comprendre : écouter ce qu’il en dit, mais aussi faire parler ce qu’ils observent de lui, – mais écouter et observer, il arrive que ce ne soit pas suffisant. Toute détermination peut être vue comme une décision : la décision de se soumettre à une loi de la nature. Mais alors, la “loi de nature” devient une norme, dont on peut chercher l’origine historique. Et on comprend que, si on oublie cette origine historique, on ne peut subir la norme que comme une nécessité : ainsi la défense de la terre des anciens ou sa reconquête si elle a été perdue ; l’honneur de la nation qui en fait tradition. La conséquence est que les individus qui se refusent à obéir se trouvent aussitôt hors de la communié, ils en sont exclus, ils deviennent des isolés, des suspects, ils perdent tout droit à la solidarité personnelle. Un individu n’est rien s’il n’est pas dans une collectivité reconnue, quelles que soient ses décisions collectives : “right or wrong, my country”.

Une guerre est toujours cruelle et destructrice de richesse. Une guerre n’est pas une guerre s’il n’y a pas des morts, des blessés, des destructions. Les guerres sont toujours sales. Pour que la guerre soit acceptée, il faut donc mettre en œuvre un processus de nettoyage. Et les procédés de nettoyage sont en nombre infini, comme infinie est l’intelligence des hommes, surtout quand elle s’exerce dans l’art de mentir.

La plus grossière, la plus simple, des justifications est de dire qu’“on fait la guerre pour avoir la paix”. Bien sûr, “une autre paix”, car on pourrait, sinon, se dire “si tu veux la paix, préserve la paix que tu as”. Bien sûr “une autre paix”, c’est-à-dire “une paix plus juste”, elle-même le plus souvent résultat d’une “guerre juste”.

Mais pourquoi “plus juste”? Parce qu’elle correspond mieux, d’après certaines croyances et certaines valeurs, à ce que mérite son “peuple” et qu’on est en droit de réclamer pour lui ; ce peut être un port, une montagne, un territoire qui sont habités par des gens “comme nous”. Une guerre est appelée “juste” parce qu’on la commence pour se venger d’un tort.

Autres techniques de justification plus subtiles : celui qui a tiré le premier coup se présente comme l’agressé, il a simplement prévenu l’autre, qui aurait tiré le premier. “Mais il n’a pas tiré” – “Oui, mais il avait menacé de le faire”. Ici, la fantaisie est vraiment à son aise dans l’art de voir une menace dans toute parole, dans toute action de l’autre, même dans sa simple présence. Qu’on se souvienne de la fable du loup et de l’agneau : “tu bois de mon eau”.

Un troisième genre de techniques consiste à se fabriquer un idéal, un but final et suprême. Alors “le but justifie les moyens”. Dans les idéologies nationalistes, cet idéal regarde exclusivement son propre peuple, par exemple “les Serbes”. Alors, je suis serbe (italien, français…), – les problèmes des autres ne me regardent et ne m’intéressent pas. Mais on finit par en arriver à comprendre qu’une guerre unilatérale conduit nécessairement à une paix unilatérale, et donc provisoire, qui, dès son commencement, est déjà destinée à mourir. Alors surgit l’exigence d’une paix internationale, qui concerne plusieurs peuples mais est imposée par un seul. C’est la “pax romana” de l’Antiquité, c’est la “pax americana” de notre temps ; mais il y a eu aussi, en Occident, une paix espagnole, une paix anglaise, etc. Un cas original est la “paix de l’Eglise” au Moyen-âge, à laquelle les “princes chrétiens” étaient obligés de consentir sous la menace d’être exclus de la communauté chrétienne et catholique (universelle). Dans tous les cas, il y a quelqu’un qui se fait policier des autres, et le problème se pose alors de savoir s’il agit vraiment au service de la collectivité, ou de lui-même. Ses interventions perdent la qualité de guerres nationales, du moins en apparence.

Une autre justification, souvent cachée, mais pas trop tout de même, est l’unité de la nation, la cohésion interne, l’élimination des subversifs, la résolution de la lutte de classes. Il faut lui montrer un ennemi, et la nation sera compacte. Ici, l’identité de “nous” se constitue à partir de l’existence d’un autre. Si l’autre n’est pas là, il faut se le poser le poser “pour se l’opposer” : je suis occidental, je dois m’opposer à ceux qui viennent de l’Est ; je suis serbe, je ne peux pas (je ne dois pas…) être croate…; je serai toujours plus serbe en étouffant en moi ce qu’il y a de croate. L’exaspération des différences crée l’identité. Une autre justification encore, souvent cachée, est l’unité de son peuple. On se bat contre un autre peuple pour ne pas se battre entre soi. L’armée nationale pourrait être tentée de s’imposer à l’intérieur si elle n’était pas envoyée contre un ennemi extérieur ; l’armée devient une grande école, qui éduque à la discipline sociale, aux vertus du patriotisme. On observe facilement que les pays autoritaires et militaristes sont souvent les moins totalitaires, les plus libéraux à l’intérieur. Mais là, on touche à la différence entre guerre externe et guerre civile. Une opinion courante est que seules les guerres externes ont le droit d’être appelées “guerres” ; les guerres entre citoyens qui avaient un Etat en commun sont difficiles “faciles ?” à confondre avec une “révolution”. “Et, de fait,” Toute révolution aboutit à une guerre civile, ou à des guerres externes, s’il arrive un “Hercule qui sait étrangler le monstre” (Napoléon par Chateaubriand). Mais, parvenu là, le discours tend à devenir trop large…

Paolo Facchi

MAL FRANZESE: IL PATRIOTTISMO BELLICISTA

Dicono sia stata Parigi a trascinare Londra, più una Washington perplessa, e persino il marziale Consiglio supremo di difesa al Quirinale, nella semicrociata contro la Libia. E da mesi ci chiediamo il perché di questa avventura strampalata, priva persino delle motivazioni imperialistiche accertate per le imprese nell’Irak e nell’Afghanistan. Che è venuto in mente ai generali dell’Eliseo, troppo buro-manager per aver vinto vere battaglie ma ambiziosi di glorie mediterranee quanto il loro Principe?

Le analisi sugli idrocarburi di Gheddafi e sugli scenari della geopolitica seriosa le lascio ad altri. Io sono convinto che i francesi non sono pienamente guariti dalla malattia ereditaria che li portò più volte vicino alla tomba: la variante guerrafondaia del patriottismo. Charles de Gaulle, grande clinico più che generale, riuscì quasi  a guarire i suoi compatrioti col placebo della Grandeur (=falso farmaco che copriva una terapia affatto diversa: liquidazione dell’Empire, Algeria compresa; conciliazione definitiva col ‘nemico ereditario’ al di là del Reno; ruolo comprimario nel solo ambito brussellese). Il professor de Gaulle sconfisse la malattia, senza poterne eliminare le ultime, quasi innocue, cellule maligne. Rimaste quiescenti, di tanto in tanto si attivano, ma è naturale non preoccupino troppo.

La malattia essendo una mutazione del patriottismo, non cominciò con le glorie militari di Luigi XIV. A quell’epoca non si era patriottici, contava la casa regnante non la patria; e poi le troppe vittorie spossarono il primo sovrano d’Europa al punto di dover implorare per anni, restituendo quasi tutto il conquistato, la pace di Utrecht.

No, la malattia del patriottismo di guerra cominciò con la smagliante vittoria della Repubblica a Valmy, seguita da Jemappes, le quali poi generarono i trionfi dell’irresistibile Corso. Valmy è il sinistro batterio che ogni tanto si risveglia;  oggi ‘arma’ gli implausibili missili di Sarkosy. Quanta storia sarebbe diversa (=migliore) se a Valmy avesse vinto il duca di Brunswick invece che i francesi Kellermann e Dumouriez. L’anno orribile per la Francia fu il 1870: quel che contava della nazione e in più la borghesia bottegaia credettero ciecamente ai marescialli e ai ciambellani i quali millantarono che l’armata francese era tornata invincibile. Un dubbioso Napoleone III fu costretto alla guerra contro Bismarck, conseguendo la disfatta quasi immediata a Sedan e la fine del proprio impero.

La perdita di Alsazia e Lorena fu la ganascia che imprigionò la Francia nel patriottismo revanscista. Esso si impose nel 1914-18 con una strage da un milione e mezzo di morti solo francesi -di fatto un plurimo genocidio- più la concatenazione a un secondo conflitto mondiale.  Gli storici militari considerano la sconfitta francese del maggio 1940 la più grave in assoluto. Il tribunale di Norimberga avrebbe dovuto sentenziare anche sui responsabili del 1914, i quali non erano solo a Vienna e a Berlino: anche, forse soprattutto a Parigi, in subordine a Pietroburgo e a Londra, seguite dalle capitali satelliti Roma, Belgrado, Bucarest, Lisbona, altre.

Alla Libération del 1944 seguì il diciottennio delle illusioni riesumate: che i carri armati (americani) di Leclerc avessero preso Parigi; che le armi potessero tenere il Levante -Churchill intimò a de Gaulle, allora debolissimo, “se insisti te la vedrai con la potenza dell’VIII Armata”-, più ancora che potessero conservare il Nord Africa (l’Algeria!) e l’Indocina; che il duo Mollet-Eden vincesse a Suez (1956). Oggi il duo Sarko-Cameron tenta Suez Due, ma è certo che l’eventuale ‘vittoria’ su Tripoli avrà molti padri, anche più virili dei piloti Nato.

Le belluine missioni che stanno uccidendo i libici perché i superstiti si ritrovino democratici e progressisti risalgono, al di là della falsa vittoria del ’56 sull’Egitto, all’ebbrezza di Valmy, ai voli delle aquile napoleoniche, all’aritmetica sbagliata dei fatui marescialli del 1870, al delirio sciovinista del 1914, al rassegnato patriottismo di massa del 1939.

Chissà se il successore di Sarko il Tripolino ucciderà le cellule bellicistiche che sfuggirono al chirurgo de Gaulle, di cui i francesi fecero male a sbarazzarsi nel 1969.

Anthony Cobeinsy

ALBERTO TOSCANO: MISOGALLO INNAMORATO

“I francesi sono degli italiani di cattivo umore”. Alberto Toscano, storico corrispondente da Parigi, fa dire a Jean Cocteau qualcosa che è una delle idee innervanti il proprio libro Critica amorosa dei francesi (Novara, Interlinea, 2011, con una presentazione di Corrado Augias), traduzione italiana di un lavoro appena uscito in Francia. Che Toscano, presidente della stampa europea in Francia, sia uno tra i corrispondenti più autorevoli ed efficaci, lo attesta tra l’altro l’intervista fattagli sul caso Cesare Battisti da leJDD/ Journal du Dimanche (la riportiamo a complemento di questa nota e di quanto pure pubblichiamo di Critica amorosa).

Il quale libro è come un body scanner degli aeroporti: quasi niente della realtà moderna dell’Esagono (amano chiamare anche così la Francia) sfugge a Toscano, questo novarese d’Alesia perspicace e spesso perforante, però mai bilioso e anzi sorridente (“in 21 secoli la storia è cambiata a più riprese. Speriamo Parigi se ne accorga”. Quest’ultimo è un rilievo sul “supercentralismo parigino, sempre più anacronistico”). Il libro è organizzato come commento (confutazione/conferma) a una schiera di luoghi comuni sui nostri cugini.

Ogni straniero coltivato, nell’Atene di Clistene, nella Roma imperiale, a Londra o a Berlino dei nostri giorni, è esposto alla tentazione di vendicarsi antipatizzando delle ineluttabili difficoltà del non essere indigeno, d’esser visto (dalla parte ignorante dei locali) come metèco. Alberto Toscano sfugge alla tentazione, anzi si fa spesso allegro giudice dei discendenti di Vercingetorige sfortunato avversario di Giulio Cesare. Come si diverte, e fa divertire, il Nostro a celiare sull’impegno che fu messo dall’Eliseo per ottenere che la chateaubriand più altri commestibili e vini di Francia venissero proclamati ‘patrimoni dell’umanità’. Lepida chiosa di Toscano: ‘a ciascuno i suoi castelli in aria’.

Altrettanto felice l’osservazione: “La pietra filosofale made in France è la frase ‘non abbiamo petrolio, abbiamo le idee”. Conseguenza di tanto concetto di sé -pensano che l’Europa sia una Francia in grande- è un boomerang: ad ogni modesto rovescio i francesi temono d’essere in declino, lamentano che la loro ‘eccezione culturale’ sia in crisi, si impermaliscono quando viene loro ricordato, per dirne una, che Charles De Gaulle favoriva il maquillage della storia nazionale, col cerone dell’ambizione, ‘nel nome di ideali superiori’.

Uno dei miti fioriti in Francia dopo il 1936 fu il Front Populaire, ‘momento magico’ del progressismo. Saviamente Toscano nota che il suo artefice Léon Blum dette ai francesi, per la prima volta, le ferie pagate e la settimana di 40 ore, ma ben poco di più. In compenso il Fronte non fece nulla contro il colonialismo di Parigi, aiutò di scarsa voglia la Spagna governata da un Frente Popular gemello e non abolì la ghigliottina (comportava anche la macabra esecuzione in pubblico). Due Costituzioni dell’ultimo dopoguerra, del 1946 e del 1958, non cancellarono la pena capitale.

Il fiorire abnorme del business del lusso e della moda è uno dei non pochi vizi comuni a Francia e Italia: “i sauditi hanno il petrolio, gli ivoriani il cacao, i francesi e gli italiani il lusso”. E’ cattivo segno quando i trionfi dell’effimero, del superfluo e del tamarro più o meno sofisticato si sostituiscono ai voli alti di glorie meno dozzinali.

La fase storica, dai francesi rimpianta, che andò dalla ripresa impetuosa dopo le sciagure del 1870 alla fine della Belle Epoque nel 1914, fu come sappiamo lo zenit del parlamentarismo, pretesa ‘realizzazione della volontà popolare’. In realtà, sottolinea Toscano, fu l’avvento di una grossa oligarchia borghese di professionisti della politica. Oggi, con la correzione monarchica del sistema imposta da De Gaulle e dai suoi successori, Mitterrand in testa, la partecipazione dei cittadini può risultare persino più bassa che in Italia. Quanto all’imperversare nel vissuto francese dell’aggettivo -come a dire corretto, civico, fedele al retaggio giacobino- esso è, rileva Toscano, uno ‘choc per lo straniero’. Lo è pure la concordia bipartisan su varie ubbie: la ‘vocazione universale’ della Francia (“come se il paese avesse bisogno di Sarkosy per guadagnarsi il Paradiso”); l’imperativo della laicità in teoria vigente in 64 milioni di cittadini; i fasti del nucleare nazionale. Quanto a quest’ultimo: oltralpe l’uomo della strada è proprio fiero dell’atomo. Toscano però ricorda l’ingloriosa chiusura dell’ipergeneratore Superphénix.

Tutto ciò premesso, sarebbe sbagliato leggere Critica amorosa come testimonianza antifrancese. Intanto è ‘amorosa’. Di fatto Toscano si confessa fiero di appartenere anche al contesto francese. Visto dall’esterno, il suo è un atteggiamento equanime e cordiale piuttosto che severo. Egli non si accanisce, come chiunque di noi potrebbe, sui profili più dolorosi e insani del patriottismo guerrafondaio, massima delle sciagure della Francia: un milione e mezzo di morti francesi, più tutti gli altri, di una Grande Guerra voluta dagli sciovinisti di Raymond Poincaré nel disegno quasi miserabile di recuperare due provincie perdute nel 1870; perdute per quell’autentico accesso di follia gallica che fu l’impresa antiprussiana dei marescialli e ministri di Napoleone III. La guerra dichiarata nel 1939, conseguenza obbligata del ‘trionfo’ di Versailles, si risolse in un paio di settimane nella più grave disfatta della storia. Vennero poi le sconfitte e le ignominie di tutti i tentativi per conservare colonie nel Nord Africa, nel Levante, in Indocina.

Toscano ha la mano leggera sui parossismi risalenti a Georges Clemenceau ‘veillard sanguinaire’, il quale viveva e operava nella fede “en notre Armée, en notre Race”. Clemenceau arrivò, oltre che a far fucilare vari défaitistes di medio rango, ad incarcerare un ex primo ministro, Joseph Caillaux, il quale aveva tentato di fermare con un negoziato invece che con la Victoire gli stermini della Grande Guerra, allora i peggiori della storia.

Su molte altre colpe della Francia Alberto Toscano ha voluto sorvolare. Perché? Per l’orgoglio, suo e di tutti noi, d’essere parenti così vicini degli adorabili mascalzoni che popolano la patria di Claude Debussy. D’essere eredi di uno stesso retaggio luminoso. Critica amorosa si affianca ad altri testi significativi che raccontano un orgoglio che è anche nostro.

Non hanno concluso, Cocteau e Toscano, che i francesi sono italiani di cattivo umore?

AMC

SARKOZY’S AND CAMERON’S NEW SUEZ

Possibly the French and British attack on Libya will produce better results than the 1956 Eden-Mollet campaign against Egypt;  however some resemblances exist. President  Sarkozy acted first and rather ferociously, so somebody maliciously hinted that the President  is trying to emulate the napoleonic conquest of Egypt. Out of the innumerable campaigns of the youngest among modern-age generals, the victory in Egypt is the enterprise nearest to Libya.

 In 1797 the 28-year old genius has already triumphed over several sovereigns of Europe, including the Holy Roman Emperor. So Napoleon is given an army to invade Britain, but decides to take Egypt. In  June 1798 the Man from Corsica conquers Malta, in July he subjugates Alexandria and defeats the Mameluk army at the Pyramids. When admiral Nelson destroys the French fleet at Abukir, Napoleon marches against Turkey, enters Syria, does not conquer Saint-Jean d’Acre  and in October 1799 returns to France. In a few months Bonaparte becomes First Consul, in 1802 a plebiscite gives him life tenure as  First Consul (3,577,000 voters, 3,568,000 yes). Two years later Napoleon becomes the Emperor.

I rather feel that the war on Libya shows some similarities to a serious disaster of France, the 1870 war against Prussia, i.e. against the future German Reich. The 1870 act was astonishingly senseless- after 141 years the historians only know of one single reason for the war, a diplomatic slight of Otto von Bismarck, the Prussian head of government, to the French ambassador. To defend her ‘prestige’ France, then the greatest power in Western Europe, declared war. In a few weeks she was disastrously defeated in just one major battle, at Sedan. The humiliation was so bitter that the French nation was ‘condemned’ to seek revenge through a First World War wich killed 1,5 million Frenchmen. Finally in 1940 the German revenge against the French one costed France the most smashing defeat in modern history.

This terrible chain of events began (in 1870) because of a French overreaction to a discourtesy, i.e. to a minor offense. The antecedent facts: a Hohenzollern prince, cousin of the king of Prussia, having been offered the crown of Spain, Paris vetoed the acceptance: The father of the German prince renounced the crown on behalf of his son; the king of Prussia confirmed the renounciation. When the French embassador pressured the king for a more emphatic renounciation, chancellor Bismarck jumped on the matter to entice Paris into a war by denying the French diplomat an extra audience of the King.

The ministers, generals and court gentlemen of the French emperor, Napoleon the Third, promptly fell into the Bismarck trap, so Paris declared war on Prussia on the assumption that the French army was mighty. As we know, the defeat was immediate. It must be clear that France’s public opinion had ardently demanded war.

Today many observers believe that the real motive of the Libyan campaign of Paris is improving Sarkosy’s chances of re-election. If this is true, evidently the French nation is as enamoured of ‘glory’ as she was when she assailed Bismarck. Everybody knows the results of 1870: the emperor fell prisoner ad was deposed; France went republican; a bloody Commune revolution in Paris killed 20 to 30 thousand; Germany unified into a powerful Second Reich. In due time we shall see whether the French voters will reward Sarkosy’s undertaking.

Was David Cameron, the British premier, moved by a French-type pursuit of ‘grandeur’ in sending the RAF and Navy against Muammar Gaddafi? Perhaps not. We only remember Winston Churchill, a glorious predecessor of Cameron, doing his best to involve his mighty country into WW2.  His much-stated goal was defending the Empire. He won the war but the Empire soon evaporated. Today his proud nation is one of the satellites of the United States -not the most important of them.

JJJ                                                                                                                       

da Daily Babel

Sono gli Stati nazionali i colpevoli del silenzio della UE

Secondo una legge non scritta della politica internazionale, all’aumentare del numero dei negoziatori, aumenta il tempo necessario per prendere una decisione, e diminuisce la forza della decisione stessa.
Di fronte al deprimente balbettio dell’Unione europea riguardo all’onda rivoluzionaria che attraversa il Nord Africa, c’è da chiedersi se ventisette Stati membri di un unico soggetto di politica estera non siano troppi.

Come ovvio gli Stati dell’Unione si dividono tra chi ha interessi in un senso, chi nell’altro e chi non ne ha. Già sarebbe arduo mettere d’accordo, almeno in tempi utili, tre Stati collocati su queste diverse posizioni. Pensare di farlo con ventisette è utopia.

Allora non ha senso prendersela con l’Unione europea e con la baronessa Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune e, di fatto, poco più che nullafacente. I veri colpevoli di questa situazione sono gli Stati nazionali, in particolare i grandi Stati nazionali d’Europa: Germania, Francia, Inghilterra e Italia.

Dipende dalla loro volontà politica e dalla loro iniziativa l’attuazione di quella che è già stata chiamata “Europa a diverse velocità” o “Europa a cerchi concentrici”. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il primo dicembre 2009, consente la frammentazione del gruppo di Stati membri in avanguardie e retroguardie, su singole materie. In particolare nella materia della politica estera agli Stati membri è data facoltà di creare una Cooperazione Strutturata Permanente, con una procedura ancor più snella di quella normalmente prescritta per le Cooperazioni Rafforzate, con il compito di agire unitariamente sullo scenario internazionale.

A fronte degli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo ai confini dell’Europa, è oggi più che mai necessario che i grandi Stati nazionali europei prendano l’iniziativa di costruire una forza comune che parli con una sola voce e agisca con un solo corpo nell’ambito della politica estera. Pensare di procedere tutti e ventisette affiancati è irrealistico. Deve essere una avanguardia di pochi Stati, in grado di prendere decisioni velocemente ed efficacemente, a guidare il processo. Se poi si vorranno aggiungere altri soggetti tanto meglio, ma senza che questo possa mai compromettere la rapidità di intervento dell’Europa.

Nuove speranze per la democrazia dal basso vengono in queste settimane da popoli lungamente sottoposti a dittatura e ladrocinio, ma quegli stessi popoli potrebbero domani diventare fonte di gravi problemi per il mondo. Si pensi, per fare un esempio di un problema non particolarmente grave, alla recente ripresa degli sbarchi in Sicilia. Un’Europa che parli ai suoi interlocutori con una sola posizione, e che stanzi l’intera propria forza politica ed economica, potrebbe avere sicuramente risultati migliori che non gli Stati membri che agiscono in ordine sparso.

Insomma, un Europa che guardi e non favelli, e tanto meno intervenga, non può essere utile né ai Paesi arabi né a se stessa.

Tommaso Canetta

A MEDITERRANEAN RESURRECTION

Are the countries on the southern shores of the vast sea the Romans called Mare Nostrum going to rise again? For centuries those countries have stayed demoted to semicolonial status, subjected to Turkey first, to Spain France Britain Italy later. Today portents of revival are multiplying. Tunisia’s and Morocco’s economies are developing in a way resembling the Italian one in the wonder years of the ’50s, when Italy started growing at a relentless speed. The performance of the Maghreb agro-industry is seriously menacing the market positions of the southern regions of Italy, France, Spain and Greece. A few years ago, a leading exponent of the Sicilian fruit industry remarked recently, a man who owned a 4-hectare (10-acre) citrus orchard was a prosperous farmer. Today, because of the Moroccon (and Spanish) competition, he is struggling and may go bankrupt.

In the eastern reaches of the Mediterranean Sea Turkey is going back to the giant status of three centuries ago. Over a quinquennium she has been developing 6% a year. An omen of a strong future is the fact that the Ankara government opened 30 new embassies in Africa and Latin America over a dozen months.

It’s the phenomenon of a neo-Ottomanism which does not rely on military conquests but on economic, diplomatic, cultural, religious ones. A few months ago a pact was signed by Turkey, Syria and Lebanon to create a free-trade zone. The nation that was the brain, heart and powerful arm of an empire stretching from the outskirts of Vienna to the Atlantic Ocean and to the Persian Gulf is now conscious as never was in the last two centuries that the imperial heritage of the Ottomans is a large asset in modern geopolitical terms.

Possibly the lines of expansionist assertion are not predominantly oriented toward the Maghreb; rather to the East and beyond the Black Sea, toward the regions whose populations share a Turki, or Turkic, language- the Osmanlis in Europe, the Seljuks, Uzbeks, Turkomans, Tatars and Uigurs in Asia. Central Asia is the ancestral homeland of the Turks. But the southern, formerly Ottoman shores of Mare Nostrum, too have important prospects. They are nearer to and more connected with Europe, so possibly will play an increasing role in the dilatation of Ankara’s sphere, even should Turkey miss admission to the European Union.
I have mentioned the present growth of Tunisia and Morocco, but no reason exists why Algeria and Egypt should not acquire additional weight. Syria, bordering Turkey to the south, adds to her own national potential the outlook of reclaiming the vocation as the maritime component of a Mediterranean-Mesopotamian-Persian context.

Once upon a time Turkey was ‘the sick man of Europe’ and Anatolia was backward. Today the country which Kemal Ataturk modernized is a powerhouse. It’s not totally sure that the future of Turkey will look much better than today if or when she will be accepted into Europe. Other, perhaps more gratifying, options and horizons are open to the heirs of the Ottomans. The Mediterranean promises are richer than those of the comparatively irrelevant Baltic or North Seas. It’s not without significance the astonishing success of the Islamist-religious-cultural Gulen movement started a few years ago by Fethullah Gulen, a Turkish imam. The Gulen-affiliated schools are approximately one thousand in 100 countries, offering a mix of faith, Western education and Turkish pride.

A.M.C., Daily Babel

Corruzione nell’Europa occidentale e in Italia

…ma non siamo il fanalino.

Corruzione male europeo,o meglio paneuropeo, non c’è dubbio. Lo comprova l’abbondanza di strumenti per combatterla messi in campo negli ultimi decenni dalle maggiori organizzazioni continentali: due convenzioni del Consiglio d’Europa (1999), due dell’Unione europea (1995, 1997) più una specifica direttiva di Bruxelles (2003), una convenzione dell’OCSE (formata in maggioranza da paesi europei) del 1997 e sottoscritta finora da 38 Stati membri, e altre ancora. Senza contare quella dell’ONU, aggiuntasi nel 2003 ad una precedente delle stesse Nazioni Unite per la lotta contro la criminalità organizzata internazionale (Palermo, 2000). L’apprestamento e l’attivazione, inevitabilmente laboriosi, di un simile dispositivo hanno dato risultati in qualche caso apprezzabili ma complessivamente non ancora soddisfacenti e tanto meno definitivi. Resta comunque acquisito il significato di un impegno collettivo eloquente riguardo alla sua motivazione.

Il male, tuttavia, non è equamente distribuito nel vecchio continente. Ne sono particolarmente flagellate la Russia post-sovietica e il resto dell’Europa ex comunista, sulle quali ci siamo già soffermati negli scorsi mesi. Al di qua dell’ex cortina di ferro le cose vanno nell’insieme alquanto meglio ma la situazione si presenta ugualmente seria, in parte anche grave e semmai in via di peggioramento. Ne fanno fede le ormai ben note classifiche annuali di Transparency International, tuttora preziose benché la loro assoluta attendibilità venga oggi messa in discussione e si cerchino strumenti alternativi di indagine e valutazione di un fenomeno dalle molte facce e con aspetti spesso inediti.

Anche i dati più recenti di TI confermano la superiore virtuosità dell’area nordica dell’Europa occidentale, i cui paesi si collocano in blocco nei primi dieci-dodici posti della graduatoria mondiale con voti intorno a 9 su 10. In loro compagnia si trovano Svizzera e Olanda, mentre un po’ più giù nella scala, con voti intorno a 7-8, si situa il grosso dei paesi della fascia centrale con in testa i maggiori (Germania, Gran Bretagna e Francia, in posizioni vicine a quella degli Stati Uniti). Più giù ancora non solo geograficamente troviamo l’area mediterranea, con Spagna e Portogallo intorno ad una stentata sufficienza e Italia e Grecia, invece, molto al di sotto di essa.

Ma c’è anche una differenza di qualità. A sud la corruzione si presenta più o meno diffusa in ogni settore, benché non paragonabile a quella dilagante, ad esempio, in Russia, come abbiamo visto. Nel centro-nord, invece, predomina un settore specifico che è quello dei rapporti tra imprese esportatrici o investitrici ed enti finanziatori, pubblici e privati, da un lato, e mercati esteri, in particolare del mondo sottosviluppato, e relativi governi e altri organismi pubblici dall’altro. In questo campo, quanto meno, si sono registrati negli ultimi anni gli scandali più clamorosi e comunque di più rilevante entità. Che poi si tratti di un aspetto minore della corruzione rispetto agli altri dipende dai punti di vista. Sembra però che stia perdendo quota la teoria del “when in Rome”, cioè la tendenza ad assolvere quanti si comportano male per un necessario adeguamento ad usi e costumi locali.

Lo si potrebbe spiegare anche col fatto che le infrazioni delle regole vigenti, quando sono punite, provocano esborsi decisamente cospicui. E’ accaduto a grossi nomi dell’industria tedesca e britannica come Siemens (multata per 1,6 miliardi di dollari in Germania e Stati Uniti), Daimler (185 milioni) e BAE Systems (400 milioni), quest’ultima per vendite di armi all’Arabia Saudita. Tra le società programmaticamente impegnate a combattere la corruzione brilla invece la svedese Ikea, che ha adottato severe misure per mantenere pulite le proprie attività su un mercato scabroso come quello russo, rivaleggiando quindi con il comportamento esemplare che viene attribuito all’americana Texaco (oggi integrata nella Chevron) in Africa.

Condanne a pene carcerarie sono toccate a vari politici francesi di spicco per forniture militari all’Angola negli anni ’90 in violazione dell’embargo decretato dall’ONU. Ancora più di recente sono venuti alla luce abusi ed illeciti connessi ad analoghe forniture della Francia al Pakistan. Traffici di armi e altro con paesi dell’ex Jugoslavia durante e dopo la guerra civile hanno inoltre fatto dapprima la fortuna e provocato poi il crollo di una banca austriaca, il Hypo Group Alpe-Adria, vicina al ben noto quanto controverso leader carinziano Joerg Haider e infine nazionalizzata. Ciò non impedisce all’Austria di figurare tra i paesi relativamente virtuosi nonostante qualche altro trascorso non edificante in fatto di collusioni tra politica e affari.

Non così, invece, la Spagna, teatro fra l’altro di uno scandalo di colossali proporzioni che anche per la sistematicità e la durata delle pratiche corruttive ricorda da vicino vecchi e nuovi casi nostrani. Si tratta in particolare delle isole Baleari, dove, con l’apparente favore del regime di “comunità autonoma” vigente nell’arcipelago, ha imperversato per un trentennio quello che è stato definito un “laboratorio della corruzione politica in Europa” (“Le Monde diplomatique”, giugno 2010), fondato su una selvaggia speculazione immobiliare e tradottosi nel saccheggio delle casse pubbliche a vantaggio dei partiti. Centrale, tra questi, il ruolo di una piccola formazione locale a base clientelare alleata però a periodi alterni con i socialisti (PSOE) e con i popolari di destra.

La Spagna, ciò nonostante, ha conservato una quotazione, se non brillante come già accennato, almeno sensibilmente migliore di quella dell’Italia. Alla quale dedichiamo qui, per ora, solo un breve cenno, partendo dall’amara constatazione che per il nostro paese non sembra esserci limite al peggio. Anche nel 2009, infatti, è proseguito un trend negativo che dura da numerosi anni. Come la stampa quotidiana e periodica ha ampiamente riferito e più o meno adeguatamente commentato nello scorso ottobre, la graduatoria di IT ci colloca al 67° posto nel mondo, tra Ruanda e Georgia, dopo il 63° del 2008, con una riduzione del voto da 4,3 a 3,9.

Tra i commenti merita rilievo quello dell’on. Osvaldo Napoli, vice presidente dei deputati PDL, apparentemente dimentico che già la Corte dei conti aveva reso noto in febbraio che i casi di corruzione erano aumentati rispetto all’anno precedente del 229% e quelli di concussione del 153%. Secondo l’autorevole parlamentare la situazione nella pubblica amministrazione è migliorata, ci possiamo consolare perché non siamo il fanalino di coda nell’Europa occidentale (alle nostre spalle resta infatti la Grecia) e, comunque, il disegno di legge anti-corruzione approvato nello scorso marzo dal governo consentirà di risolvere definitivamente il fastidioso problema. Come quello dei rifiuti di Napoli, è da presumere.

Franco Soglian

L’IMPORTANZA E LA CENTRALITÁ DEL MEDITERRANEO NEL MONDO DI OGGI

Una premessa.

Il mondo di oggi si trova conteso tra due civiltà molto diverse e quasi ignare l’una dell’altra. Con buona pace di chi ritiene di essere al corrente di come stiano veramente le cose grazie all’opera vasta e continua dei moderni mezzi di disinformazione di massa, in Occidente ignoriamo i valori quotidianamente e inconsapevolmente vissuti da chi si è formato in Estasia, l’area geoculturale che ha al proprio centro la Cina e che comprende a Nord l’arcipelago giapponese e la penisola coreana, e a Sud la penisola indocinese, Thailandia, Malaysia con Singapore e Indonesia.

Questa parte del mondo, per noi cresciuti nell’ambito della civiltà Occidentale, rimane in buona parte misteriosa e anche se ce ne interessiamo quando la percorriamo o vi soggiorniamo per brevi o lunghi periodi, poco apprendiamo e alla fine nulla o quasi sappiamo veramente. Qualche raro individuo, attraverso grandi sforzi personali, può riuscire a dotarsi degli strumenti (in primo luogo quello linguistico) che possano permettergli di penetrare quel mondo dove regna una civiltà distinta e sconosciuta. Disgraziatamente però questa conoscenza servirà a poco perché non potrà essere comunicata agli altri, a noi che apparteniamo alla civiltà Occidentale e siamo quindi privi dei mezzi culturali (anzi, di civiltà) necessari a comprenderla. Quindi, se possiamo essere informati su molti dettagli di fatti ed eventi che riguardano l’Estasia, ce ne sfuggirà la comprensione profonda perché non riusciremo a cogliere la concezione del mondo che caratterizza i suoi figli. D’altra parte chi è immerso in un certo tipo di civiltà non può estraniarsi da essa e guardarla per così dire dal di fuori. Non possiamo quindi contare neppure sull’aiuto, in termini di mediazione tra civiltà diverse, degli “altri”, dei diversi da noi, di coloro che appartengono a un altro ambito di civiltà.

Anche la testimonianza resa da Marco Polo sulla Cina con “Il Milione” nel XIII secolo, non ebbe alcuna influenza (anche se fu determinante, come testimonia la copia del Milione preservata alla Biblioteca Colombina di Siviglia e annotata a mano da Cristoforo Colombo, nello spingere il navigatore a voler raggiungere via mare, ma viaggiando in senso contrario, la fonte delle spezie, delle porcellane e della seta). Il libro di Marco Polo, ritenuto per sei secoli frutto di fantasia, cominciò ad essere creduto un vero resoconto di viaggio quando la Cina, ormai in decadenza, stava per divenire una facile preda dell’Occidente colonialista.

Il concetto di civiltà non è facile da comprendere, ma per i nostri modesti scopi questa parola verrà usata per definire quel complesso di valori la cui vissuta eziologia finisce per dare origine a una concezione del mondo peculiare e distinta da quella di altre civiltà, coeve o scomparse che siano.

All’interno di ogni civiltà vi sono poi delle culture distinte condivise da gruppi umani che si rifanno a credenze, stili di vita, lingue, religioni che sono peculiari di un certo gruppo sociale e che perciò lo caratterizzano e lo differenziano dagli altri. Talvolta queste differenze sono minime, al punto che un osservatore esterno non sarebbe quasi in grado di coglierle, oppure le differenze sono semplicemente immaginate, ma ciò nondimeno ritenute reali dagli interessati coinvolti. La sfera religiosa, nell’ambito della civiltà Occidentale (ma non in quella dell’Estasia), è una fonte infinita di incomprensioni e tensioni che altri elementi, che sembrerebbero avere un ben maggior peso, come per esempio la comunanza di lingua, non riescono a neutralizzare e neppure a mitigare. Si pensi ai serbo-croati accomunati dall’identica omonima lingua, cristiani, ma divisi dal fatto che i croati sono cattolici – e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri latini – mentre i serbi sono ortodossi e vogliono quindi scrivere la loro lingua, il serbo-croato, facendo uso dei caratteri cirillici, inventati (adattati sarebbe più appropriato) dai santi Cirillo e Metodio quando hanno cristianizzato gli slavi una decina di secoli fa. Sembra di leggere “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, e invece si tratta di una realtà che ha provocato lutti nella terza guerra europea del secolo XX. Un esempio analogo potrebbe essere fatto relativamente all’India, separatasi nel 1947 su una base puramente religiosa per dividere i praticanti dell’Induismo (una religione monoteistica ritenuta a torto politeistica) dai praticanti dell’Islam. Questa separazione ha dato origine a una guerra civile che ha causato alcuni milioni di morti e che ha continuato a causarne, per tacere dei conflitti avvenuti e latenti tra i diversi tronconi del sub-continente indiano. Il Pakistan si è dotato di una lingua ufficiale, l’Urdu, scritta con i caratteri arabo-persiani, mentre l’India ha adottato come lingua ufficiale lo Hindi, scritta con i caratteri devanagari in uso per il Sanskrito, lingua antica che ha influenzato tutte le lingue europee che non a caso si chiamano lingue indo-europee (in tedesco: indo-germanische sprache). In verità Hindi e Urdu erano e sono la stessa lingua, l’Indostano dell’India settentrionale, e sono andate differenziandosi negli usi lessicali nel corso degli ultimi 60 anni. La parte più orientale della penisola indiana, staccatasi dall’India per unirsi al Pakistan come East Pakistan, si è poi definitivamente staccata dal Pakistan con il quale non condivideva altro che la religione islamica, divenendo il Bangladesh un Paese la cui lingua ufficiale, il bengalese o bengali, è parlato anche dai bengalesi che vivono in India e che sono in maggioranza induisti.

Tuttavia, sebbene la religione possa giocare un ruolo importante nel sottolineare le differenze, e rendere ciechi nei confronti dei tratti che accomunano anziché dividere, non si può in alcun modo ritenere la religione come il solo elemento determinante nel caratterizzare le culture né, a maggior ragione, le civiltà.

Per ragioni che oggi chiameremmo puramente propagandistiche lo scontro tra religioni è stato in passato, per esempio nel Medioevo, spacciato per scontro tra civiltà (anzi: tra civiltà e barbarie) mentre si svolgeva sempre nello stesso ambito di civiltà (quella Occidentale) e spesso addirittura nell’ambito della stessa cultura, come è accaduto per esempio nella Reconquista dei territori spagnoli sotto il dominio dei Mori. Territori dove la tolleranza religiosa dei dominatori permetteva la pacifica convivenza di credi religiosi diversi in un ambito culturale comune pienamente condiviso dai praticanti di tutte le fedi rappresentate in quella comunità. Ma la comunanza della lingua, della religione e degli stili di vita non sono elementi sufficienti a evitare fratture e divisioni dalle conseguenze nefaste all’interno di popoli che condividono “quasi” tutto. Inutile scomodare la storia, i Guelfi e i Ghibellini, le ideologie, basterà il tifo calcistico a farci capire la stupidità della natura umana quando vogliamo sentirci divisi e nemici.

Ma sarebbe ora di parlare di Mediterraneo, anzi dei Paesi che vi si affacciano, dato che le genti che popolano questi Paesi, salvo rare eccezioni di ogni epoca, poco hanno a che fare con il mare e molto con le terre che da esso sono bagnate …

Gianni Fodella