MATTEO RENZI SARA’ IL SUAREZ ITALIANO?

Se al dinamico Fiorentino (precisiamo: del gennaio 2014) le cose continueranno a riuscirgli, il destino potrà portarlo a grandi cose. Per esempio a diventare l’Adolfo Suarez dello Stivale. Se i più giovani chiederanno “Suarez chi?” sbaglieranno.

Suarez non fu un titano, ma tra il 1976 e l’81 fu il più brillante tra i politici iberici, alcuni dei quali molto più autorevoli di lui. Morto Francisco Franco c’era il Regime da smantellare, e Suarez fu alla testa dell’opera. Fu l’artefice principale della Transicion alla democrazia (diverso, da fare a parte, il discorso se la democrazia importata, di matrice italiana, è oppure no il meglio che poteva capitare agli spagnoli).

Scomparso Franco, nessuno tra i suoi Grandi, cominciando da Manuel Fraga Iribarne, riuscì a imporsi per il ruolo di capo dell’esecutivo. Per qualche mese il presidente del Governo Arias Navarro, fedelissimo del Caudillo, provò a gestire un suo passaggio a una democrazia semifranchista. Poi il re giovane Juan Carlos, sempre più deciso ad allineare la politica spagnola a quelle dell’Occidente e forte dell’appoggio dell’opinione pubblica, licenziò Arias Navarro. A Fraga Iribarne e agli altri aspiranti diadochi preferì un Suarez, suo coetaneo e amico ma ai più sconosciuto. “Tiene caracter” spiegò ai confidenti il sovrano fresco di vernice. Sembra chiaro che anche Matteo Renzi tiene caracter.

In un contesto ancora condizionato dalla tragedia della Guerra civile, Suarez aveva una carta importante, era centrista, quanto ci voleva per facilitare la riconciliazione tra le estreme che nel 1936 si erano contrapposte crudelmente. In più era giovane, garantiva discontinuità. Sapeva piacere, prima di tutto al Re (in privato gli dava del tu); aveva radici cattoliche; appariva capace di decisioni rapide; non era inceppato da ideologie. Tratti che ricordano Renzi o no?

Suarez non fu una meteora: un quinquennio al potere. In una lunga prima fase riuscì in quasi tutte le opere che gli competevano. Occorreva convertire alla libertà i duri del franchismo,  ne fu capace anche perché era stato alto gerarca franchista (prima direttore della radio-televisione, poi ministro del Movimiento). Occorreva ammansire quei guerrieri dell’antifascismo che credevano arrivata l’ora della vendetta: Suarez addomesticò anche loro. Così in breve tempo si innalzò l’edificio parlamentare e partitico, con una Costituzione (1978) che codificava un assetto all’italiana (anche quanto a corruzione dei politici e dei potenti: oggi c’è persino un’Infanta sotto processo) però più stabile. Successi spettacolari, altro che Suarez chi?

Tuttavia: poco dopo aver vinto le elezioni  generali del 1979, la stella del presidente Suarez tramontò altrettanto velocemente quanto era ascesa. Naturale usura del potere e, più ancora, le “limitaciones” dell’uomo. Come insiste lo storico Javier Tusell, egli “non poteva stare all’altezza della cultura e dell’intelligenza di un Fraga Iribarne”, come di altri personaggi che liberalizzarono il regime vivo il Caudillo. Suarez si dimise improvvisamente il 29 gennaio 1981. Gli succedette Leopoldo Calvo Sotelo, figlio di un fratello del “Protomàrtir de la Guerra civil”. I generali si sollevarono cinque giorni dopo l’assassinio di José Calvo Sotelo ad opera non del solito anarchico, ma di una squadra di poliziotti sinistristi della Repubblica.

Come la maggior parte dei primi ministri dei Borboni, Suarez fu fatto duca e Grande di Spagna (il suo successore, per brevità della carica ed esilità dei meriti, divenne solo marchese; marchese come Arias Navarro e come Joaquin Rodrigo, lo struggente, inimitabile musicista cieco). Alla fine, anno 2003, la fortuna voltò le spalle a Suarez: Alzheimer.

Le notizie qui alla svelta riferite danno un’idea delle somiglianze tra il Renzi degli esordi fulminanti e Suarez.  Se il Fiorentino farà tesoro degli insegnamenti del Nostro, Fortuna permettendo ascenderà come lui. Quasi inevitabilmente, anche tramonterà.

Anthony Cobeinsy

METEORA FRAGA IRIBARNE – LA SFIDA CHE NON RACCOLSE

L’uomo che negli anni Sessanta doveva diventare lo statista spagnolo intellettualmente più dotato tra tutti, nacque in Galizia nel 1922, nipote di un carpentiere e di un muratore. Come molte altre famiglie della Spagna che si affaccia sull’Atlantico, anche quella di Manuel Fraga senior poté o dové ‘hacer las Americas’: trasferirsi, in questo caso a Cuba, e dopo qualche anno rimpatriare come ‘indiana’, con risparmi di qualche entità. La mamma Maria Iribarne Debuix era nata in Francia.

Il Nostro, di nome Manuel come il padre, fu uno scolaro prodigio, con una memoria strabiliante, sin dagli anni del ‘parvulario’ (asilo d’infanzia). Poco dopo la laurea in legge fece e vinse i quattro concorsi più difficili di tutti: magistratura, diplomazia, uffici delle Cortes, abilitazione alla cattedra universitaria.

Divenne ordinario a Valencia a 26 anni.

Un giovane così non poteva non attirare l’attenzione di Francisco Franco: nel 1962 lo fece ministro. Quando tre anni dopo Fraga Iribarne portò in Consiglio dei Ministri la sua Ley de Prensa, che sopprimeva la censura e liberalizzava la stampa, alcuni ministri recalcitrarono. Tagliò corto il Caudillo: “Si los gobiernos débiles de principio de siglo pudieron gobernar con amplia libertad de prensa, es poco probable que un Estado fuerte y lleno de recursos (mezzi) como el de ahora, no pueda gobernar con una libertad de prensa regular”. L’aver aiutato Franco a ragionare così fu il capolavoro di Fraga Iribarne. Un’altra opera grossa fu il boom turistico, cioè l’apertura delle frontiere. Il lancio del settore turistico “abriò la mente de un pueblo que, segùn decìa el filosofo José Ortega y Gasset, se encontraba ‘tibetanizado’. Fraga descubriò en el turismo el petròleo de la economia espagnola“.

Un ventennio dopo Fraga fece la puntata sbagliata del liberalismo conservatore alla Cànovas del Castillo e alla Antonio Maura, quest’ultimo l’importante Premier che, prima d’essere messo fuori gioco dalla Dictadura di Primo de Rivera, aveva tentato di riformare dall’alto il decrepito liberalismo dei notabili. Fraga, dicevamo, si suicidò politicamente con la sua scelta. Tuttavia non mise mai la fede nel mercato al di sopra della consapevolezza: “Fracasado y en trance de desapariciòn el socialismo de Estado, quiero recordar en todo caso que el sistema superviviente, el capitalismo liberal, dista mucho de ser un modelo que no admita discusiòn ni perfeccionamientos; y a la vista tenemos las dificultades que tiene para hacer frente a los ciclos econòmicos; para dar a la poblaciòn, y in particular a la juventud, un nivel razonable de empleo; para ofrecer un sistema mundial aceptable de vida para muchos miles de millones de seres humanos. Aparte de que no es menos cierto que tampoco existe un modelo ùnico de capitalismo liberal. Contra lo que creìa Adam Smith, el mero interés de los agentes econòmicos no crea por sì solo, por el efecto automàtico del mercado, una ética natural de la sociedad“.

Abel Matutes Juan, che a Madrid è stato ministro degli Esteri, ebbe a osservare: “Se qualcosa si può dire con certezza di questo spagnolo, di questo basco-francese, di questo europeo che si chiama Fraga, è che il suo sguardo acuto ha visto arrivare il futuro. “Hay una vieja creencia popular segùn la cual, como anuncio de una crisis, aparece un cometa en el firmamiento. Fraga es uno de esos cometas. Nadie ha anticipado tan exactamente todos los detalles de la crisis que se cierne sobre nuestra cultura“. Nelle parole di Alberto Ruiz-Gallardon, presidente della Comunidad de Madrid, “el Profesor y el politico Fraga es una de las personalidades cuya aportaciones a nuestra realidad contemporànea se incluyen (entrano) en el ambito del pensamiento europeo del nuestro siglo“.

A chi gli proponeva di compiere o scrivere una grande opera come testimonianza del suo passaggio nella storia della Spagna, Fraga dette una risposta abile: “No, non deseo obras grandes y solemnes; quiero dejar (lasciare) mucha obras pequegnas y ùtiles para un pueblo pobre“. Abile perché, storicizzando, aggirava la difficoltà di giustificare la propria rinuncia -egli uomo di visione, e anche profeta- ad avventurarsi nella più avanzata delle esplorazioni, la totale trasformazione della democrazia. Invece di avventurarsi nel futuro, egli credette di dovere rilanciare il passato: il liberalismo conservatore.

Antonio Massimo Calderazzi

I ‘VESPRI SICILIANI DUE’ ESIGONO UN ALTRO 25 LUGLIO 1943

Gli opinionisti importanti hanno smesso di disprezzare l’antipolitica. Ne sono costernati. Anticipano che la coprorepubblica andrà dove addita la Sicilia. Non dicono ancora abbastanza apertamente che, se i Vespri Siciliani del 1282 massacrarono gli occupatori francesi, scacciarono quelli che non scannarono e dettero l’isola a Pietro III d’Aragona, i Vespri del 2012 hanno avviato il crollo del sistema finora tenuto in piedi dagli ukase omertosi della Corte costituzionale. Come vedremo a parte -v. in questo Internauta “Almeno la rivoluzione menscevica di Michele Ainis”- l’unico autentico difensore del regime è un demolitore, Ainis.

Al grido da Vespri “Non resta che la rivoluzione”, Ainis propone di consegnare una delle Camere a cittadini “scelti a caso dal sorteggio”. Lo chiamiamo l’unico difensore del regime in quanto, se il 9 giugno 1940 una congiura avesse abbattuto Mussolini e scongiurato l’intervento in guerra, oggi il potere fascista festeggerebbe i 90 anni, e i tromboni della democrazia, da Scalfari in giù, avrebbero fatto carriere tutte fasciste. Anche perché il Regime degli orbaci neri avrebbe operato aperture qua e là, alla Caudillo e alla Fraga Iribarne. Ainis salva sul serio la Casta ingiungendole di mollare metà del Parlamento e di accettare in parte il sorteggio al posto delle elezioni, spogliatrici della sovranità popolare.

A valle dei casi di Sicilia gli editoriali d’allarme e i commenti luttuosi sono centinaia. Dicono che il crollo della partecipazione al voto è una sciagura, però arrivano a suggerire che la gente non voti alle politiche, perché non voti per Grillo. Danno per certo nel 2013 il 20% alle 5 Stelle, con conseguenti ingovernabilità e default. Un opinionista perfido ha aggiunto al 53% di astenuti un 7%, più o meno, tra schede messe nelle urne, però bianche o nulle (queste ultime, in genere, lardellate di maledizioni e oscenità all’indirizzo dei bonzi della democrazia); sicché i nemici dichiarati del sistema raggiungono in Trinacria il 60%. Ma allora, diciamo noi, andrebbe contabilizzato il mare di elettori che hanno sì votato, ma turandosi il naso, trattenendo il vomito e in più odiando i padroni da cui non hanno il coraggio o il senno di affrancarsi. Risulterà così una percentuale di fautori della partitocrazia non molto lontana da quel 4-5% che rilevazioni di alcuni mesi fa accreditavano alla classe  politica.

Non facciamoci accecare dall’ottimismo. L’Al Capone collettivo che delinque dal potere non è ancora finito a Sing Sing. I nostri parlamentari hanno ancora il vitalizio dopo un solo mandato. Quelli con venti e trenta anni di carica sono altrettanti Cresi del denaro scroccato o rubato. C’è ancora, eccome, il pericolo che mettano uno di loro al Quirinale. Non illudiamoci che siano le urne a liberarci. Per ora non ci rimane che leggere con finta compunzione gli opinionisti che difendono l’ordine costituito (però si preparano a inneggiare all’eversione).

“Il senso perduto dell’emergenza” si intitola l’editoriale di P.L.Battista (Corriere 31 ottobre). Deplora: “I partiti non hanno capito che un astensionismo rivendicato così esteso è un segnale di rivolta. Che siamo prossimi al ripudio globale. Che manca pochissimo per raggiungere il livello più basso della credibilità dell’intero sistema dei partiti (…) Essi stanno diventando la fabbrica del qualunquismo nazionale, di un disprezzo tanto globale. In Sicilia si è rotto un tabù. Finora l’astensionismo è stato visto come disaffezione contenuta. Ma in Sicilia la disaffezione ha voluto parlare. L’ultima chiamata: ecco il messaggio siciliano”.

Elenco dei trapianti d’organi che Battista prescrive per allontanare la fine: ‘ridurre al minimo i finanziamenti ai partiti; ridimensionare le Province; calmierare le spese delle regioni; fare una legge elettorale decente’. Abbiamo così la prova che anche Battista, alla testa dei Giornalisti-per-il-Vecchio, ha perso il senso dell’emergenza. Il suo cataplasma è tardivo, e forse non ci sarà. La ‘legge elettorale decente’ varrà meno di zero per fermare il banchetto dei Proci. Il peggio non sarà scongiurato. La situazione resterà quella della vigilia dello sbarco nemico in Sicilia. Michele Ainis, solo ipovedente in una terra di ciechi, addita la salvezza in una prima rottura vera, in un ripudio della Costituzione-manomorta: “Non resta che la rivoluzione”.

Il Colle e i Monti potranno sforzarsi di accontentare alquanto P.L.Battista (non Ainis) ma nulla più, e falliranno. Per salvare la ‘loro’ repubblica dovrebbero almeno trovare il coraggio cui si costrinsero re Vittorio e Badoglio il 25 luglio 1943: correndo rischi, arrestarono Mussolini. I Due che gestiscono a Roma dovrebbero arrestare i capi e vicecapi della Nomenclatura; salvare a sorteggio 200 parlamentari e deporre tutti gli altri. Dovrebbero affamare le Istituzioni fermando ogni pagamento a loro favore. Per prudenza dovrebbero allertare i corpi militari più efficienti. In ogni caso dovrebbero agire nella certezza che il Paese esulterebbe, che i gerarchi spodestati si accoderebbero. Andò così il 26 luglio 1943: sollievo, tripudio generale. Non un ‘moschettiere del Duce’ osò qualcosa. Non un uomo di ‘Repubblica’ protesterebbe. Forse Santoro & Lerner fuggirebbero; forse no.

A.M.C.

LA METEORA FRAGA IRIBARNE

Come capo di uno dei partiti della Spagna fattasi democratica, Manuel Fraga Iribarne fu un fallimento. Se invece si prescinde dalla sua decisione di mettersi nel gioco del parlamentarismo postfranchista, egli fu il politico più colto e significativo di Spagna nella fase tra il 1962 (ingresso nel governo di Franco) e il primo ministero (1976) svincolato dal Caudillo, presieduto dall’abile Nessuno Adolfo Suarez. Già ministro del Movimiento, cioè sahariana in chief, Suarez seppe convertirsi nel primo presidente della Transiciòn alla democrazia. Fraga, vice premier e da molti pronosticato per il posto di Suarez, non volle servire sotto il brillante giovanotto, successore di Carlos Arias Navarro, uno dei principali luogotenenti del Caudillo.

Il partito che Fraga lanciò si chiamava Popular (così si chiama oggi sotto Rajoy) ed era il contrario che popolare: voleva federare le varie destre. Fraga non fece mistero, anche a livello scientifico, di riprendere l’operazione conservatrice di Antonio Canovas del Castillo, il quale governò a lungo la Spagna dopo avere nel 1876 restaurato la monarchia. Canovas fu il Giolitti, meno aperto, del parlamentarismo iberico; fu assassinato nel 1897 dal solito anarchico. I governanti suoi successori furono talmente inefficienti o sfortunati che nel settembre 1923 fu facile al generale marchese Miguel Primo de Rivera, capitano generale della Catalogna, abbattere il regime parlamentare in poche ore, senza spargimento di sangue. Instaurò una bonaria ‘Dictadura’ legale che durò fino al 1930, sempre appoggiata da un largo consenso popolare (notabili e intellettuali a parte). Collaborarono apertamente i socialisti, allora un partito onesto, e il Dictador ricambiò attuando una parte non piccola del loro programma. Fu sul punto di fare di loro il partito unico del regime.

Quando Primo de Rivera prese il potere, il sistema politico della Spagna era un malato terminale: peggio del nostro del 2012, con in più un terribile conflitto sociale. Governava un’oligarchia di notabili liberal-conservatori, a volte corrotti, sempre tesi agli interessi che rappresentavano, tutti indifferenti alla miseria del proletariato. Nelle campagne le famiglie dei braccianti non mangiavano tutti i giorni dell’anno. Spesso non si permettevano un pasto serale. La previdenza sociale e la sanità pubblica non esistevano. Quando arrivavano le malattie e i lutti non c’era che la mendicità. Metà della popolazione era analfabeta. Lo scontro sociale non poteva che essere estremo: nel quinquennio che precedette il golpe di Primo ci furono quasi 1300 attentati, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922 gli scioperi politici erano stati 429. Nel maggio-giugno 1923 -il golpe venne in settembre- lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto 22 morti. Si aggiungeva un’aspra guerra coloniale in Marocco.

Dopo la tragedia del 1898 (disfatta nella guerra con gli USA, perdita dell’impero) il pensatore Joaquin Costa, iniziatore del Rigenerazionismo, aveva invocato un ‘cirujano de hierro’, un chirurgo di ferro che amputasse le cancrene. Primo de Rivera fu il chirurgo: chiuse le Cortes, cestinò la Costituzione, affidò ad ufficiali tutti gli organismi pubblici, fece gestire la politica economica a José Calvo Sotelo, un trentaduenne intelligente e molto coraggioso (infatti morì assassinato nel 1936, e la scintilla fece esplodere la Guerra civile). Il generale si applicò quotidianamente a cambiare le cose e a farne edotti gli spagnoli. Il paese, intellettuali all’inizio compresi, accettò il golpe come salutare. La Dictadura mise subito fine alla guerra coloniale. La cooperazione col partito socialista chiuse lo scontro sociale e il terrorismo.

La maggior parte degli storici riconoscono l’efficacia dell’azione economica: la Dictadura costruì strade e case popolari, allargò l’elettrificazione e l’irrigazione, promosse tutte le attività produttive, creò i primi istituti e provvidenze del Welfare (pensioni, assistenza medica, sussidi ai disoccupati e ai poveri), aprì 4.000 scuole. Tutti gli indicatori, buona congiuntura internazionale aiutando, attestarono una prosperità senza precedenti, con un tasso di sviluppo del 5,5%. Per l’aspra opposizione degli agrari Primo non riuscì a dare terra ai contadini, a parte un piccolo programma; però i braccianti miserabili cominciarono a lavorare nelle città (e questo inferocì i latifondisti: la meccanizzazione era infante, perciò l’esodo dei braccianti li danneggiava sul serio). I proletari ebbero assicurato il pane che prima era stato così precario.

L’euforia finì verso il 1929, quando la Grande Depressione si fece sentire un po’ anche in Spagna, e soprattutto diventò schiacciante un debito pubblico molto dilatato dagli ambiziosi programmi di sviluppo e sociali. Il generale, marchese e Grande di Spagna, aveva speso troppo per le plebi che amava, che aveva beneficato materialmente e di cui condivideva il temperamento e le passioni. Amave danzare coi gitani. Quando arrivava un’entrata imprevista, assegnava modeste doti nuziali alle ragazze povere. In una terra di assassinii, andava in ufficio a piedi sapendosi amato. Come massimo consigliere sulle cose del lavoro aveva preso il capo sindacale Francisco Largo Caballero, il futuro ‘lenin spagnolo’ che nel 1937 sarà il penultimo capo di governo della Repubblica ormai rossa. I latifondisti e le destre economiche non  perdonarono al Dictador di avere di fatto redistribuito parte della loro ricchezza. Minato dal diabete e assillato dalla minaccia della bancarotta, nel 1930 Primo lasciò il potere spontaneamente; morì sei settimane dopo in un modesto hotel parigino.

Gli storici concordano: fu un regime di attacco agli assetti tradizionali (del resto la famiglia dei Primo vantava vari generali che nelle guerre carliste avevano parteggiato contro i conservatori). Il Dictador fu una specie di Gracco, alto aristocratico e tribuno della plebe. Avendo neutralizzato il parlamento e i partiti -tranne quello socialista- il Tribuno/Dictador potè dall’alto modernizzare il paese e aiutare nel concreto i proletari, la borghesia minuta e la nascente tecnocrazia. Furono i privilegiati che combatterono accanitamente e poi abbatterono il Dittatore. Rifiutando il liberismo conservatore, fermando l’anarchismo e punendo l’egoismo dei ceti privilegiati, Primo fu il migliore governante spagnolo degli ultimi due secoli.

Cadde a causa del suo disprezzo per quelli che chiamava i ‘politicastros’ liberali e per gli ‘autointellectuales’ di sinistra; più ancora per le destre ottusamente reazionarie ed egoiste. I suoi oppositori non furono mai appoggiati dal popolo: il popolo aveva ricevuto molto dalla dittatura e avrebbe ricevuto assai poco dai politici progressisti quando, a partire dal 1931, instaurarono la loro repubblica. Infine la Dictadura non oppresse né perseguitò gli avversari. Quelli che si esposero più direttamente furono colpiti da multe. Le carceri non si riempirono; non fu fascismo.

Nel momento di entrare nell’agone politico -fin’allora aveva fatto il meritocrate- Manuel Fraga Iribarne avrebbe potuto avere in Primo de Rivera un precedente, un patrimonio e un retaggio di prima grandezza: l’opzione del riformismo energico, fattivo e guidato efficacemente dall’alto, senza politici professionisti. Fraga Iribarne avrebbe dovuto riprendere l’opera innovatrice e giustiziera dove il generale l’aveva lasciata, e portarla più avanti. Avrebbe dovuto proporre modernizzazione e riforme etiche, da fare assieme alla maggioranza sociologica, consonando con le istanze e i valori di quest’ultima. Oltre a tutto l’eredità del Dictador era stata rilanciata e ‘sublimata’ dall’idealismo temerario del figlio José Antonio, fucilato nel 1936, fondatore sì della Falange filofascista ma anch’egli mosso da slanci solidali e di giustizia, anch’egli spregiatore delle imposture della democrazia. Lo stesso franchismo vittorioso della Guerra civile dovette fare propri in qualche misura, attraverso il messaggio di José Antonio, i contenuti popolari del regime primorriverista. Gli spunti di retaggio e di innovazione che si offrivano a Fraga Iribarne erano abbondanti e vividi, anche a volere rinnegare in tutto l’eredità del franchismo, dal quale pure era stato catapultato al vertice. Ricordiamo: la vera Transiciòn dall’autoritarismo fu realizzata da Adolfo Suarez, ex-ministro del Movimiento. Non avrebbe potuto affrontare il futuro un Fraga continuatore di Primo de Rivera, il governante più saggio e il più sincero amico del popolo dai primi dell’Ottocento, quando la Spagna inventò a Cadice il liberalismo progressista?

Invece Fraga Iribarne scelse di lasciarsi portare dalla deriva democratica, con un partito dei banchieri e delle duchesse, senza alcun titolo di nobiltà ideale, senza una storia positiva, senza potenziale di elaborazione e immaginazione, senza candidatura a sperimentare. Fu solo una puntata legittima dal punto di vista dei professionals della politica e degli opinionisti loro soci. Fu la pessima tra le puntate, anche vista dalla sponda della Realpolitik: un paio di competizioni elettorali perdute e Fraga, che aveva titolo a succedere a Franco, si trovò ridotto a notabile della gestione periferica e dei maneggi politici minori.

Tali erano state l’intelligenza, la cultura e la creatività passate -al servizio delle svolte modernizzanti di Franco- che noi continueremo a raccontare Fraga Iribarne: l’uomo che si giocò la grandezza per adeguarsi, abbassandosi, agli altri: agli edificatori della scadente partitocrazia spagnola, solo un po’ meno ladra della nostra, figliastra di quella che Primo de Rivera aveva sbaragliato in poche mosse, per amore del popolo.

Antonio Massimo Calderazzi

SPAGNA: PRIMO TRENTENNIO DI PARTITOCRAZIA

Madrid cadde veramente ai partiti, ladri un po’ meno dei nostri e meno voraci di emolumenti, rimborsi e ricche pensioni, trent’anni fa, il 28 ottobre 1982. Quel giorno il Partito socialista (Psoe), capeggiato dall’affascinante avvocato andaluso Felipe Gonzales, stravinse le elezioni generali: oltre 10 milioni di voti, 205 seggi alle Cortes contro 106 della malaugurata Alianza Popular di Manuel Fraga Iribarne. Il Partito comunista di Santiago Carrillo -successore ragionevole del fazioso parossismo  della ‘Pasionaria’ Dolores Ibarruri (parossismo temperato dalla volpina abilità di Palmiro Togliatti)- fu sul punto di spirare: 4 seggi.

Nei sette anni trascorsi dalla morte di Franco la Transiciòn si era compiuta sotto i governi di Carlos Arias Navarro, Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo. Quest’ultimo, predecessore immediato di Felipe Gonzales, era nipote di José Calvo Sotelo, importante ex-ministro delle Finanze il cui assassinio nel giugno 1936, ad opera di un ufficiale di sinistra, fece scattare l’Alzamiento dei generali contro la Repubblica. Fu logico che ai socialisti andassero i voti, dato l’errore di Fraga Iribarne di creare il partito ‘grande destra’ dei banchieri e delle marchese, invece di capeggiare una forza antimarxista amica del popolo. Tale era stata, per sei anni a partire dal 1923, la (fortunata) ‘Dictadura’ filosocialista di Miguel Primo de Rivera, e tale era stato in qualche misura persino il primo franchismo, quando era ancora alquanto ispirato al falangismo sociale di José Antonio (figlio di Miguel) fucilato nel 1936 dai repubblicani.

Col 1982 cominciò il partitismo all’italiana, inevitabilmente destinato ad evolvere nella corruzione delle tangenti; infatti la prima lunga parentesi di potere socialista finì (1996) per scandali di tangenti. Ma la corruzione pervase l’intero sistema partitico: politici ed amministratori pubblici vollero incassare la percentuale sul tumultuoso sviluppo dell’economia: cominciando dall’edilizia, dove le licenze e le variazioni urbanistiche fruttavano e fruttano tangenti pronta cassa. Rinvii a giudizio e condanne sono abbastanza frequenti, ma gli scandali non accennano a ridursi. Dopo Felipe Gonzales fu la volta del governo di José Maria Aznar, brillante capo del partito creato da Fraga Iribarne; poi venne la riscossa socialista con José Luis Zapatero. Ora gestiscono i conservatori di Mariano Rajoy.

Come diversamente sarebbero andate le cose se una personalità eccezionalmente forte -in Spagna e nel mondo Fraga era apparso possibile successore di Franco- si fosse rivolto alla maggioranza sociologica invece che alle destre. L’uomo che aveva convinto il Caudillo a liberalizzare il regime fece male a non mantenere la promessa, fatta persino al carneade qui sottoscritto, di mettere il popolo, la gente, al cuore del suo manifesto politico. Disse, testualmente: “Calderazzi le prometto: nel Programma di Alleanza leggerà molto di ciò che propone”. Non andò così. Fraga mancò al suo destino.

L’avvio del partitismo integrale non fu aiutato dalla congiuntura economica. Quest’ultima era stata più favorevole all’ultima fase franchista. Nel 1970 i disoccupati non arrivavano a 200 mila; nel 1980 superavano 1,5 milioni; nel 1985 tre milioni. Tra la gente si fece frequente l’espressione “con Franco se vivìa mejor”. Se nel 1970 c’era il pieno impiego era anche in quanto un milione di spagnoli erano emigrati all’estero, e tra l’altro con le loro rimesse miglioravano la bilancia dei pagamenti. Soprattutto il lavoro c’era grazie al boom. Invece nel 1980 l’indice della borsa era sotto il 50% del valore di dieci anni prima. Come nel resto dell’Occidente si dovettero riconvertire interi comparti industriali, quali la costruzione navale e la siderurgia. A posteriori Felipe Gonzales dovette ammettere che aveva sbagliato a promettere 800 mila nuovi posti di lavoro in quattro anni. Fu il primo presidente del Governo a non farsi insignire di un grosso titolo nobiliare all’uscire di carica. Adolfo Suarez era stato fatto duca, Arias Navarro e Leopoldo Calvo Sotelo marchesi, e tutti e tre Grandi di Spagna. Franco, avendo rinunciato a diventare re, era rimasto generale.

Ma non fu il declino della congiuntura, bensì quello dell’etica pubblica a chiudere il quattordicennio di Felipe. Nel 1996 Josè Maria Aznar, brillante successore di Fraga alla testa del partito ‘popular’ (conservatore), sconfisse alle elezioni generali un governo Gonzales indebolito dagli scandali. Investito di una maggioranza larghissima il Partito socialista, erede di una tradizione onorevole, era degenerato nel felipismo, versione nazionale del craxismo, apoteosi delle tangenti. Ma la logica della democrazia partitica voleva che di corruzione si ammalassero anche gli avversari. Il sospetto cadde anche sui conservatori di Aznar, poi di nuovo sui socialisti di Zapatero. Oggi non si può dire che il malcostume macchi un partito spagnolo in particolare. Come in Italia, macchia tutti.

Hanno contribuito le autonomie regionali: la moltiplicazione dei centri di potere ha avvicinato ai decisori pubblici i detentori del denaro. Imboccata la via del partitismo amico degli affari, la Spagna ha perso la sua secolare specificità, di anteporre alla ricchezza l’onore orgoglioso. Angel Ganivet, tormentato diplomatico-scrittore, aveva definito disgustoso qualsiasi spagnolo ricco. E invece la Spagna ha imparato dall’Italia, maestra di malapolitica imbellettata di democrazia, erede di un millenario retaggio di corruttela, materna genitrice di Machiavelli e di Togliatti. Madrid e le Comunidades Autonomicas non sono arrivate al degrado di Roma e dei covi decentrati della nostra corruzione. Ma, grazie alle preclari virtù del processo democratico, sono sulla buona strada.

A.M.C.

UNAMUNO NON PARLA ALLA SPAGNA D’OGGI. MA A QUELLA DI DOMANI?

Un secolo fa Miguel de Unamuno fu il maggiore tra gli intellettuali di Spagna, la voce più dolorosa e lirica di quella Generazione del ’98 il cui sorgere dal Desastre di quell’anno – disfatta totale di fronte agli Stati Uniti, perdita dell’impero oceanico- testimoniò che la nazione non moriva, che esprimeva l’intenso pensiero del Regeneracionismo. La cultura spagnola non avrebbe più raggiunto le altezze di Joaquìn Costa, di Ganivet, di Ortega y Gasset e, soprattutto, di Unamuno: filosofo e poeta, anzi profeta, nel senso di sacerdote dello spirito del Paese. Come ha scritto Carlo Bo, il Nostro, “maestro del parlare tragico” e “uomo agonico” non smise mai la meditazione sul passaggio dell’uomo sulla terra e il dialogo col Dio ignoto.

Ma diversamente da Pirandello e da William Blake, cui fu spesso accostato da critici e da storici, Unamuno fu il bardo di una patria prostrata e gloriosa, l’incarnazione del sentimento nazionale. Tale era stato riconosciuto sin da giovanissimo: chiamato a 27 anni alla cattedra di letteratura greca a Salamanca, rettore a 36, un seguito proclamato rettore a vita della più illustre delle università nazionali.

Troppo poeta e troppo romantico per cogliere il potenziale progressista e umanitario del colpo di Stato militare di Miguel Primo de Rivera, che nel 1923 abbatté il morente parlamentarismo dei notabili e dei latifondisti, Unamuno si mise alla testa dell’opposizione intellettuale con tale foga che nel 1924 fu mandato al confino nelle Canarie. Pur veementemente socialista, non aveva intuito che il Dittatore avrebbe governato da amico del popolo e in collaborazione coi socialisti, a quel tempo un partito di onesti. Primo de Rivera non solo non lo sciolse, ma fu sul punto di costituirlo partito unico di regime. Suo alto consigliere fu il capo sindacale Francisco Largo Caballero, futuro capo del governo repubblicano e ‘Lenin spagnolo’. Tali erano il prestigio del rettore e la bonarietà del dittatore che a Unamuno fu permesso di ‘evadere’ in Francia, e fu anche offerta l’amnistia, che rifiutò. Va precisato che, almeno nel primo quinquennio del regime militare, gli oppositori erano un’esigua minoranza. Il colpo di stato contro i partiti e i politici aveva suscitato un consenso assai vasto. Venne meno verso il 1929, quando gli effetti, in Spagna pur non troppo violenti, della Depressione internazionale e gli oneri del grosso debito provocato dalle opere pubbliche e delle provvidenze a favore dei proletari, misero in difficoltà la Dittatura. Primo si dimise spontaneamente.

Unamuno incarnava il paese del suo tempo, povero e, nei suoi intellettuali, nobilmente allucinato. Certo non avrebbe voluto convivere con la Spagna odierna della modernità spinta, dell’omogeneizzazione capitalista,  della bolla immobiliare. E’ altrettanto certo che gli spagnoli d’oggi non possono/vogliono riconoscersi nell’uomo che aveva scritto “Del sentimiento tràgico de la vida” e “Agonìa del cristianismo’. Ma l’Unamuno del Regeneracionismo esaltante, fino a che punto aveva ripudiato i miti antichi della Spagna ‘inmortal’, i miti di Calderon e di Cervantes, che sembravano avere staccato il Paese dall’Europa?

José Luis Varela, della madrilena Universidad Complutense, provò a rispondere a questo interrogativo col saggio ‘Unamuno y la Tradiciòn espagnola’. Non dette una risposta univoca; infatti l’incipit del saggio recitava: “En 1906, todavìa inmerso Unamuno en el reino de las negaciones, considera que nada es mas engagnoso que el concepto de tradiciòn”, e che “con la voz tradiciòn puede entenderse todo, hasta la vuelta al paganismo”. Per Varela è decisivo in proposito il primo dei libri di Unamuno ‘En torno al casticismo’, del 1902 (in italiano rendiamo ‘casticismo’ come tradizionalismo; ‘casta’, a sud dei Pirenei, è la stirpe in purezza): opera che il saggista definiva “excesiva, de mocedad (prima giovinezza) beligerante”, ma in ogni modo situata “a la cabeza del ensayo moderno sobre Espagna”, venuta prima dei Ganìvet, dei Costa e dei Maeztu. In più Varela precisava anche che l’oggetto del ‘combate civil’ di Unamuno era, specificamente, il ‘narcisismo casticista’. Ma aggiungeva, a dissipare l’aspettativa di una risposta netta, che in Unamuno c’è “una palinodìa, que va de la negaciòn rotunda y global a la defensa, cautelosa y condicionada, de la grandeza pasada”. E d’altra parte il rettore di Salamanca “de entrada se declara antinacionalista, ya que sòlo el aire de fuera regenera nuestros pulmones”.

Nei 37 anni trascorsi dalla morte di Franco la Spagna ne ha respirata, di ‘aire de fuera’, persino troppa. Anzi cominciò a respirarne  negli anni Cinquanta. Fatta la scelta dell’alleanza americana, poi dell’apertura al turismo, del capitalismo liberista e della tecnocrazia, cominciò allora, per la conversione del Caudillo e anche per la spinta di Fraga Iribarne, la agognata saldatura all’Europa e al mondo. Risultati, dite voi.

La ‘palinodìa’ che Velarde attribuisce al grande bilbaino non è fatta per coinvolgere i connazionali di Rajoy e Zapatero, ostaggi dell’ipercapitalismo, della prosperità idolatrata e oggi rimpianta, della dissacrazione. Ma forse gli spagnoli di domani avranno anch’essi la loro palinodìa. per tedio della modernità. Potranno riscoprire qualche contenuto casticista, vergognarsi d’essersi troppo vergognati dei lunghi secoli di povertà gloriosa. Uno spagnolo ricco è ributtante, aveva scritto Ganìvet. Gli spagnoli di domani, a valle di una crisi purificante, potranno guardare con simpatia al fervido triennio socialista (1894-97) di Unamuno. Velarde sottolinea che il socialismo, benché ‘experiencia fugaz y juvenil, no fue superficial y literaria(…) Unamuno concibe al socialismo como una nueva religiòn, como superaciòn del egoìsmo de las clases poseedoras”.

Oggi ‘socialismo’ è parola da non pronunciare a tavola, anche in Spagna. Eppure forse il domani è di un neo-socialismo spiritualista, totalmente rigenerato, diametralmente opposto sia alla ferocia assassina del comunismo, sia alla corruzione del craxismo e del felipismo (di battesimo si chiamava Felipe, Felipe Gonzales, il primo governante socialista del post-franchismo). Ramiro de Maeztu, compagno di ‘combate civil’ di Unamuno, propose -da destra-  il Guild Socialism, un comunitarismo che oggi chiameremmo dei kibbuz invece che delle gilde.

Quello che conta, e che resterà per sempre, è l’invocazione del Rettore a favore del popolo spagnolo: “Que le dejen (lascino) vivir en paz y en gracia de Dios. Que no le sacrifiquen al progreso, por Dios, que no le sacrifiquen al progreso!”.

Antonio Massimo Calderazzi

FRAGA IRIBARNE SUICIDO’ LA SUA GRANDEZZA

Qualcuno sosterrà che a Manuel Fraga capitò due volte di reggere la Spagna attraverso  i discepoli o diadochi J.M.Aznar e Mariano Rajoy. I due seppero vincere le elezioni e divennero presidenti del governo; Fraga non pervenne al vertice cui era predestinato. Si fermò a vice-premier e ministro della Gobernacion sotto Carlos Arias Navarro. Il momento di gloria era stato tra il 1962 e il l969, quando da ministro delle Informazioni e del Turismo Fraga aveva condotto il Caudillo, uomo di convinzioni granitiche, verso l’apertura e la liberalizzazione, anzi verso una misurata libertà. Da quel momento la Spagna accelerò il passo verso la modernità e la fine della dittatura.

Fraga era arrivato così in alto come il prodotto migliore di quella meritocrazia che in parte strutturava il regime dopo l’aspra fase seguita alla vittoria militare. Giovane di talento eccezionale, poco dopo la laurea era risultato primo nei tre concorsi più ardui di tutti: magistratura, uffici delle Cortes, cattedra universitaria (aveva scelto quest’ultima). Inevitabilmente tanta bravura aveva attirato l’attenzione di  Francisco Franco. Chiamato nel governo quando ancora non esisteva un primo ministro e i capi dei dicasteri riferivano direttamente al Caudillo, presto il giovane prodigio si profila non solo come ministro di spicco ma anche come uomo forte e credibile aspirante a succedere a Franco.

Poi i giochi di regime da una parte, dall’altra l’avvicinarsi del pluralismo da lui stesso promosso mettono Fraga di fronte alla scelta: muovere dal franchismo per farlo evolvere in una formula nuova, una ‘terza via’ interclassista, oppure trasbordare dalla eccezione spagnola alla conformità occidentale: democrazia elettorale, parlamentarismo, partiti.  Complessato per l’essere stato  gerarca, il Nostro fa la seconda scelta e fonda un partito come gli altri, una pedestre Alianza Popular. E’ il partito della Derecha, cbe  nel tempo di Reagan e Thatcher riprende il liberalconservatorismo di Antonio Canovas del Castillo, il maggiore artefice della stabilizzazione politica sotto Alfonso XII. Chiuso mezzo secolo di guerre carliste e di aspri conflitti di fazione, Canovas riuscì ad associare al suo disegno l’intera classe di potere. I suoi conservatori e i liberali di Sagasta si sarebbero stabilmente alternati al governo fino al 1923, quando il disfacimento del paese suscitò l’acclamato colpo di Stato antipolitico, antipartitico, corporativo e filosocialista del generale Miguel Primo de Rivera. Il quale modernizzò la Spagna ‘all’autoritaria’ e cadde quasi sette anni dopo per  l’odio dei reazionari e per le conseguenze della Grande Depressione.

Fraga scelse di offrirsi come il nuovo Canovas del Castillo invece che come il rielaboratore dell’opera di Primo de Rivera, il dictador che, sbaragliati i notabili della politica oligarchica, aveva  governato coi tecnici (i due principali tra i quali erano trentenni) e col capo dei sindacati socialisti, attuando grandi opere pubbliche, costruendo scuole e case popolari, spegnendo i conflitti di lavoro con le commissioni paritarie d’arbitrato e realizzando il primo nucleo di Welfare State, le prime provvidenze pubbliche.

In sostanza Fraga valutò che nulla potesse essere recuperato e rilanciato del mezzo secolo di interclassismo autoritario, piuttosto avvicinabile a formule miste, ‘nasseriste’, ‘peroniste’ persino “comuniste cinesi”, oggi vigenti piuttosto che alla liberalplutocrazia dell’Occidente. Voltare le spalle al franchismo era inevitabile. Non lo era scegliere, come Fraga fece, il versante conservatore del parlamentarismo ‘alla democratica’. Invece di farsi trasformatore del franchismo in una ‘terza via’ primoriverista e gollista, Fraga aderì al canone democapitalista risultato vincitore solo per l’implosione del comunismo.

 

La ‘promessa’ che fu mancata

Una volta che Fraga Iribarne, in quel momento ambasciatore di Spagna a Londra, mi fece l’onore di ospitarmi un paio di giorni nell’ambasciata, notai che le lenzuola del letto degli ospiti, non molto prima servito a Juan Carlos ancora principe designato al trono, erano sì fregiate della corona reale, ma presentavano virtuosi rinacci: fatto assai encomiabile. Dopo una colazione cui sedevano anche alcuni maggiorenti madrileni, ministri o boiardi di Stato, dormicchiavo su un canapè quando l’ambasciatore, evidentemente disdegnoso del costume della siesta, mi trascinò in una passeggiata igienica a due attorno ai superbi edifici di Belgrave Sq. Mi illustrò a grandi linee il disegno canovista della sua Alianza Popular.

Come potetti, data la mia insignificanza, provai ad obiettare che la fisionomia di partito dei banchieri e delle duchesse non avrebbe coinvolto abbastanza spagnoli. Nel suo ottimo italiano -era anche eccellente linguista- Fraga rispose testualmente: “Calderazzi le prometto: il manifesto programmatico del mio partito conterrà formule che neutralizzeranno le  sue obiezioni”.

Non neutralizzarono. Le cose andarono come andarono. Alla prima prova elettorale i risultati furono deludenti. Scelsero Alianza Popular soprattutto banchieri, duchesse ed associati. Nel 1982  Felipe Gonzales portò al trionfo i socialisti, allora ancora degni di rispetto. Bisognò che con gli anni il potere felipista dimostrasse con gli scandali d’essere un regime di malaffare democratico-craxiano perchè il partito di Fraga, ormai capeggiato da Aznar, vincesse le elezioni e governasse per due legislature senza gloria. Manuel Fraga, che per conformarsi alle regole del ‘Club Democrazia’ aveva preferito l’opzione democapitalista invece di farsi fondatore del nuovo, andò a fare il presidente della Galizia. Da Santiago di Compostella  lanciò, molto sommessamente, un solo messaggio di valore universale: che il futuro apparterrà a una delle formule della democrazia elettronica (v. questo numero di Internauta). Poi più niente di importante venne dall’uomo della grande alternativa al franchismo sì, ma anche all’elettoralismo, ai partiti, agli scadenti riti della democrazia.

Manuel Fraga Iribarne avrebbe dovuto dimenticare Canovas del Castillo e il liberalismo dei grandi proprietari. Avrebbe dovuto stare alla larga del destrismo moderno, che al livello più evoluto era al massimo Georges Pompidou. Avrebbe dovuto rovesciare il tavolo, respingere l’omologazione, lasciare il pensiero unico ai sovrani scandinavi che vanno in bicicletta, ricordarsi del ruolo che gli spettava di produttore del nuovo e dell’anticonvenzionale.  Avrebbe dovuto essere coerente con la sua vocazione.

Alla vigilia della fine del Caudillo aveva in mano alcune leve del potere. Invece di mobilitare mediocri attivisti di partito e inesperti galoppini elettorali avrebbe potuto riprendere, aggiornare e rilanciare il giustizialismo filosocialista della dittatura Primo. Ritenne invece di iscriversi all’impostura democratica, dimostratasi così conveniente ai detentori della vera ricchezza che le liturgie della frode parlamentare si sono allargate nel mondo in simultanea all’ingigantimento dei divari sociali. M.Primo de Rivera combatté questo imbarbarimento. Rifiutò i precetti della democrazia, però agì concretamente per migliorare la condizione proletaria: case, assistenza medica, pensioni, salari, parità con gli imprenditori nelle commissioni d’arbitrato.

Fraga, che aveva insegnato la sociologia nel maggiore ateneo della penisola,  che vantava di portare gli studenti a conoscere de visu la realtà delle borgate povere della capitale, valutò che la scelta della giustizia sociale non  pagasse. Il risultato fu miserevole.

Prima di smentire se stesso, prima di prendere la tessera della rispettabilità democratica, prima di diventare ripetitore di un verbo ‘derechista’ messo a punto nell’Ottocento, Fraga era stato il migliore tra i protagonisti della realtà spagnola. Nessuno era pari a lui per pensiero e visione. I suoi concorrenti erano uomini di gestione: cominciando dai talentuosi Adolfo Suarez e Leopoldo Calvo Sotelo, che presiedettero il governo dopo Arias Navarro mentre Fraga si attardava ad organizzare il partito del torysmo-canovismo.

Il giorno che Fraga lasciava l’ambasciata a Londra, il 18 novembre 1975, un grande giornale britannico scriveva di lui “il più acuto tra gli spagnoli viventi”, e qualcuno corresse “tra gli europei viventi”. Volgendo lo sguardo a varie capitali non si trovava in alcun governante l’articolazione e le aperture culturali del Nostro. Da lui si attendeva che progettasse qualcosa di meglio della democrazia mezzadra del capitalismo. Qualcuno immaginava l’imminente età di Fraga come ‘gollismo’: ma a Fraga spettava di fare meglio di de Gaulle, che non era un pensatore né un re filosofo. Il generale aveva intuito che la sua missione grande era di riformare la società francese, di realizzare la sua Troisième Voie tra capitalismo e comunismo. Non ne fece niente, prigioniero della fissazione maniacale per la politica estera e militare.

Fraga era apparso fatto di una delle leghe più rare, la lega tra il filosofo, l’ingegnere sociale e l’uomo d’azione. Il libro-manifesto che scrisse alla fine del franchismo, “Proposta alla nazione spagnola, chiudeva spesso i suoi paragrafi con formule storicizzanti come “Y Dios con todos” e “Que Dios nos ayude”. Il suo ‘modello’ avrebbe dovuto ispirarsi alle glorie e ai drammi del passato nazionale più che ai think tanks di Francoforte e New York.

Ecco alcune delle prospettive che Fraga annunciava:

-la cogestione nelle imprese “perché, scriveva, non squillino le trombe di Gerico” e “perché i partiti non si facciano il nuovo Principe”;

– la  trasformazione dello spirito imprenditoriale perché sopravvivesse alla “agonia del capitalismo (“la Borsa non ha saputo sostituirsi al Santo Graal”). Qualcuno mi dica se uno che guardava al Santo Graal doveva abbassarsi a presiedere esecutivi di partito e a fare il deputato alle Cortes;

– l’integrazione dei ceti sociali “per sanare l’alienazione ed unire ‘las dos ciudades’, che poi erano the two nations d’Inghilterra secondo Disraeli”;

– l’esaltazione del lavoro “contro l’eroismo, per così dire inutile, del matador che faceva piangere Garcia Lorca; contro la maschia ferocia della guerra civile”.

Queste e molte altre enunciazioni suscitarono l’attesa che il Nostro volesse davvero “avvicinare l’utopia”. Strappare sì gli spagnoli al senso tragico del destino (Miguel de Unamuno lo lamentava accettandolo, mentre Fraga lo combatteva, pur rispettandone la forza). Chiudere sì’ a doppia mandata il sepolcro del Cid,  come invocò Joaquìn Costa. Ma anche tenere viva la tensione morale che fu la forza di un popolo conquistatore; che fu anche “la chiave della nostra grandezza, miseria ed anche follia”. La follia spagnola andava spenta e al tempo stesso andava fatta rinascere, sublimata.

Per ultimo. Fraga Iribarne elettrizzava quando proiettava nel futuro il pensiero, ispirato al passato e al tempo stesso costruttivo del domani, di un eroe del coraggio ideale, Ramiro de Maeztu, uno dei maggiori intellettuali degli inizi del Novecento, tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione repubblicani del 1936: schierato a destra ma al tempo stesso pienamente partecipe del corso filosocialista del dittatore Primo de Rivera. Quel Maeztu che si era affermato a Londra come guida del Guild Socialism (sorto lì come alternativa al marxismo) sembrava poter orientare l’azione politica di Fraga: muovere da destra ma in spirito di amore del popolo. Il guild-socialista Maeztu aveva pensato e agito all’unisono con quel generale aristocratico che parteggiava per la plebe, e che, abbattuto dall’odio dei reazionari, abbandonò volontariamente il potere dittatoriale e andò a morire in esilio qualche mese dopo.

La vicenda di Maeztu, di Miguel Primo de Rivera, come del resto di José Antonio figlio di quest’ultimo e fondatore della Falange -cioè di quel fascismo di sinistra che Francisco Franco soppresse fingendo di esaltarlo- ricorda quella dei fratelli Gracchi, gli eroi romani di parte popolare. I Primo de Rivera, marchesi e Grandi di Spagna, appartenevano all’alto patriziato tanto quanto i Gracchi che erano nipoti di Scipione l’Africano. Tiberio Gracco fu ucciso dai partigiani della fazione latifondista. Gaio Gracco si fece uccidere da uno schiavo quando, ferito, stava per essere catturato e finito. Ventitre secoli dopo i Gracchi restano nella storia come sfortunati tribuni della plebe. Anche i due Primo furono tribuni plebis.

A Manuel Fraga spettava di riprenderne l’opera: non nel contesto tragico che uccise Maeztu e José Antonio, anch’egli fucilato nel 1936, bensì in una Spagna pacificata e saldata all’Europa. Era stato Fraga a scrivere: “A Jerez de la Frontera, nel tempo imperiale di Carlo V, gli uomini non avevano da mangiare. Si mangiarono, letteralmente, tra  loro”.

Facendosi democratico conservatore, e fondando il partito dei banchieri e delle duchesse, Fraga suicidò la sua grandezza.

Antonio Massimo Calderazzi

LA DITTATURA MORBIDA DI PRIMO DE RIVERA

Un esperimento quasi socialista nella Spagna pre-Franco

Sostengo, naturalmente rappresentando me stesso  e non alcun altro di ‘Internauta’,  che solo un Distruttore e Giustiziere saprebbe bonificare la nostra Repubblica, e che lo farebbe nell’unico modo possibile: abbattendo il regime di ladri che la usurpa a partire dalla vittoria angloamericana del 1945. Mai il regime riformerà se stesso. Se a questa convinzione sono arrivato è in quanto nella storia contemporanea varie situazioni di crisi estrema furono risolte da distruttori e giustizieri.

I casi più emblematici furono la Turchia, l’Egitto,  la Spagna. In quest’ultima la spada che taglia il nodo di Gordio la usò nel settembre 1923 il generale Miguel Primo de Rivera. La nazione era giunta all’orlo del baratro. Nei cinque anni che precedettero il 1923 gli attentati terroristici erano stati quasi 1300, di cui 843 nell’area di Barcellona. Nel 1922, 429 conflitti operai, prevalentemente politici. Nel maggio-giugno 1923 lo sciopero generale dei trasporti aveva fatto  22 morti. Si aggiungeva una disastrosa guerra coloniale nel Marocco.

Il 13 settembre del ’23 Primo de Rivera capitano generale in Catalogna, con un colpo militare tecnicamente perfetto, senza spargimento di sangue, prese il potere e proclamò una ‘Dictadura’ che durò fino al 1930, quando  si ritirò spontaneamente. Aveva messo fine al conflitto coloniale, aveva instaurato la pace sociale dando ai lavoratori, nel meccanismo paritario di conciliazione da lui introdotto, lo stesso potere contrattuale degli imprenditori. Aveva avviato il Welfare State. Ma  era stato indebolito dalla crisi della finanza pubblica. I costi delle grandi opere statali e delle provvidenze sociali, aggiunti ai primi effetti della Depressione mondiale del 1929, avevano fortemente indebitato l’Erario.

Per la precisione va detto che se il dittatore lasciò volontariamente il governo -solo gli intellettuali e gli studenti si erano mobilitati contro di lui- la decisione di sacrificare Primo de Rivera fu presa, come ha scritto lo storico progressista Manuel Tunon de Lara, “dal Re, dall’aristocrazia e dall’alta borghesia”. Il dittatore non era stato amico loro, bensì dei proletari. Infatti aveva apertamente favorito il Partito socialista, capeggiato da F.Largo Caballero, un massimalista da lui scelto come consigliere ufficiale per il lavoro. Nel 1937, ormai conosciuto come ‘il Lenin spagnolo’, Largo diverrà capo del governo della Repubblica in guerra con Francisco Franco.

Sostengo dunque che Primo de Rivera fu, con Kemal Ataturk, prototipo dell’uomo forte che nelle  circostanze più gravi benefica un paese invece di opprimerlo. In altre sedi ho cercato di dimostrare il mio assunto (in forza del quale per lo Stivale sarebbe una fortuna se sorgesse Uno esattamente come Primo). Qui mi limito a riferire ciò che altri dissero del Dittatore. Scriveva nel 1929 il compilatore di Encyclopaedia Britannica, edizione XIV:

“Militare e statista spagnolo, conosciuto come marchese di Estella, nato nel 1870. Promosso capitano a 23 anni per un atto di straordinario valore in combattimento. Nel 1915 governatore di Cadice. Per un discorso pubblico che proponeva di scambiare Ceuta contro Gibilterra, e in più attaccava frontalmente la politica marocchina della Spagna, fu destituito da  governatore di Cadice. Le sue eccezionali doti di soldato, i suoi exploits brillanti, il suo temperamento aperto e privo di affettazione, la sua congenialità coi sentimenti dell’esercito e della nazione gli valsero la fiducia del Re, oltre che degli alti comandi e dell’opinione pubblica. Nonostante il temerario discorso di cui sopra, fu presto promosso generale e comandante della prima divisione di fanteria a Madrid”.

“Nel 1921, eletto senatore per Cadice, invocò con un forte discorso la fine del gravoso impegno bellico in Marocco. Perdette nuovamente il  posto, ma il suo coraggio e patriottismo gli valsero di lì a poco l’incarico più difficile e pericoloso di tutti: capitano generale della Catalogna, dove regnava un terrore che il governo di Madrid non riusciva a fermare. Il nuovo capitano generale conseguì subito un successo commisurato al suo temperamento cavalleresco e ricco di carisma, energico e al tempo stesso generoso”.

Da questo punto segue il testo della Britannica, non tradotto:

“His integrity was proverbial. He soon recognized the chaos in Catalonia as one of the indirect consequences of the breakdown of the parliamentary régime. This was also responsible for the mismanagement of theMoroccocampaign, as well as the ferment in the army brought about by  the niggardliness, the favouritism and criminal recklessness of the central Government. Although the evil had long been diagnosed, nobody had had the courage to uproot it, until the dauntless Marquis de Estella issued the Manifesto datedSeptember 12, 1923, suspending the constitution and proclaiming in its place a directorate consisting of military and naval officers. This military coup d’état was carried out without bloodshed”.

“The methods of the directorate were prompt and radical. This innovation was welcomed with marked enthusiasm. Mindful of the undertaking he had given at the outset, Primo dissolved the directorate on December 3, 1925 and substituted a government composed of civil as well military ministers, mostly young men, as a preparatory step towards a new regime”.

 

Giudizio di Salvador de Madariaga

Al sorgere del regime di Primo de Rivera, Salvador de Madariaga, uno dei maggiori intellettuali spagnoli, era cattedratico di Studi Spagnoli a Oxford, Fellow dell’Exeter College. Nella stessa edizione 1929 della Encyclopaedia Britannica Madariaga sottilinea che l’imperativo del generale è  “to liberate the country from the professional politicians, the men who are responsible for the period of misfortune and corruption which began in 1898 and threatens to bring Spain to tragic and dishonourable end (…) A few drastic measures enabled the new government to gain control over the provincial and political machinery (…) In April 1924 an internal loan was floated- it  was covered nearly eight times over (…) The General tackled the problem of Morocco with characteristic courage. He deserved credit for having succeeded, first in imposing his views on the Spanish army in the field at the risk, non only of his popularity, but even sometimes of his life”.

Madariaga rileva che “i giovani ministri” nominati dal Generale “undertook their several activities unfettered by any parliamentary or constitutional shackles. Good work was at once seen in the ministry of Labour held by a young but experienced Catalan, Mr Aunòs, who tackled the organization of Labour on a co-operative basis with effective vigour. The Department of public works was ably conducted by an expert, the marquis of Guadalhorce. A welcome sign of economic revival came spontaneously from the nation. The Confederacion del Ebro, a free association of all the public bodies interested in the river, was founded in order to adjust the several requirements of irrigation, power, water supply and navigation as between all the regions on the river and its tributaries. It proved a signal success, and other bodies of a similar nature have been created on other rivers. Ambitious schemes for the electrification of the railways and the repair and development of the roads, including motor roads, have been set on foot (…) A successful funding of a short-term debt led to a voluntary exchange of nearly all the outstanding Treasury  bonds for long-term scrip. (…) The best successes of the government have been reaped in the financial field where, owing to a period of peace, the admirable vitality of the country responded with added wealth: The budget was finally balanced”.

“Now and then an outspoken speech (from the opposition) was heavily -though never cruelly-repressed. The Dictator, despite his evident good will and his successes in more than one field of government, has been the prisoner of his political inexperience”.

 Quella che Madariaga chiama ‘political inexperience’ fu la gloria di Primo. Senza dubbio i grandi notabili e i cacicchi Ancien Régime che avevano governato per mezzo secolo dopo le guerre carliste, portando la Spagna vicina alla fine, erano più esperti del Generale nei giochi ed infamie del parlamentarismo. Non più esperti, tuttavia, dei Proci che banchettano nello Stivale. Fortunati:  nessuno dei nostri generali ha la tempra di quel marchese andaluso che amava il popolo e disprezzava los politicastros. Che preferiva andare a piedi da casa all’ufficio. Che ripudiò immediatamente la sua promessa sposa (ufficiale) perché aveva tentato di monetizzare un po’ la posizione di First Lady. E che andò a morire in un albergo di terz’ordine a Parigi, invece che in uno dei castelli della sua classe (la quale  aveva detestato il suo quasi-socialismo).

A.M.Calderazzi

RAMIRO DE MAEZTU, PROFETA DEL NOSTRO DOMANI

Quasi ai piedi di Cristo il turbocapitalismo delle Borse e quello dei capannoni. Morte tutte le formule di socialismo e di comunismo. Mai come oggi è stato il tempo di riscoprire le idee grosse che nel passato non ebbero fortuna, e  invece sono il futuro. Prima tra tutte il Guild Socialism, o neocorporativismo antiautoritario, di Maeztu.

Maeztu è senza dubbio l’intelligenza più costruttiva tra quante la Spagna produsse nella prima metà del Novecento”.  Manuel Fraga Iribarne –  il  principale tra i liberalizzatori del regime,  preconizzato successore di Franco, ma anche importante cattedratico- traccia il profilo di uno spagnolo ‘fiorito’ a Londra come Karl Popper. Affermatosi all’inizio come liberale crociano, Maeztu divenne in Gran Bretagna la guida del movimento del Guild Socialism’, avviato da una rivista finanziata da G.B.Shaw. Nel momento di massima forza dell’impero britannico Maeztu ammonì che esso ‘moriva’ per eccesso di conservatorismo e per ‘orrore del pensare’.

Soprattutto de Maeztu intuì che il capitalismo plutocratico puro e il socialismo collettivistico non avevano futuro. Propose una via mediana basata sul coinvolgimento e sulla responsabilità dei lavoratori ( Germania docet- N.d.R.) in un quadro vigorosamente etico, senza illusioni consumistiche. Se in Gran Bretagna la vittoria politica fu del Labour, il tempo, conclude Fraga Iribarne, ha dato ragione a Maeztu. Logicamente questo intellettuale tra i più animosi di tutti fu tra i primi a cadere davanti ai plotoni d’esecuzione della Guerra Civile.

Ramiro de Maeztu cresce in quella Bilbao che alla fine dell’Ottocento è un polo di modernizzazione. Dalla madre inglese riceve influenze britanniche e protestanti. Quando arriva a Madrid diventa subito uno degli uomini più rappresentativi di quella ‘generazione del 1898′ che è la risposta autentica della Spagna alle umiliazioni di Cuba, alla disfatta per mano statunitense. A Londra, dove rimane quindici anni, entra in contatto con H.G.Wells, G.B.Shaw e gli altri della Fabian Society, con teologi, col principe Kropotkin attorno al quale volge un secolo di pensiero letterario. Un legame speciale nasce col movimento dei grandi cattolici Chesterton, Belloc e Baring. Come vedremo, il rapporto si farà intenso col gruppo della rivista “New Age”.  Maeztu ammira la capacità britannica di mettere ordine nelle cose umane, un ordine beninteso relativo e dunque flessibile. Lo impressiona la profonda eticità della vicenda sociale, così come l’attitudine del legislatore a migliorare con formule semplici la condizione degli umili.

Ma proprio il fatto d’andare a fondo dei problemi impedisce al Nostro di diventare quel che si dice un anglofilo. Vede il paese materno poco incline a pensare e troppo rispettoso dell’Establishment. Conclude che “il governo è caduto nelle mani di un’oligarchia plutocratica, indifferente ad  ogni ideale che non sia la conservazione del potere”. E’ il momento in cui Maeztu cessa d’essere liberale e di cercare nel liberalismo la spiegazione della superiorità anglosassone. Nel 1912 scriverà: ” In questi giorni sono definitivamente morti niente meno che il liberalismo e l’empirismo, i due grandi principi dell’Inghilterra moderna”. Maeztu punta a quel ‘libero socialismo’ che è il suo aspetto più interessante; egli non rinuncerà mai all’ideale della giustizia sociale. Un suo articolo su ‘ABC’ il 9 luglio 1936 rimprovererà alla destra spagnola di restare paralizzata dallo spirito classista e da un conservatorismo ingeneroso.

Nel decennio più significativo della vita Maeztu fa una scelta fondamentale. Al di là del liberalismo ‘nichilista’ (cioè povero di soluzioni per le società moderne), al di là del socialismo burocratico e dittatoriale, Maeztu cerca con impegno un’altra cosa. La trova in un gruppo intellettuale britannico del quale diventerà capo e maestro: il movimento conosciuto come ‘guild socialism’ o socialsindacalismo. Si esprime nella rivista “New Age”, sorta nel 1907 con un capitale per metà sottoscritto da George Bernard Shaw. E’ il foglio di sinistra per eccellenza, però respinge i facili dogmatismi e si stacca dal laburismo ufficiale, che va diventando collettivista e burocratico, per elaborare la teoria del socialsindacalismo. Il circolo di “New Age” è profondamente religioso, lontano dunque dal positivismo spenceriano e dal materialismo dialettico. I termini puramente economico-sociali del problema politico confluiscono in una concezione più generale dell’uomo e della cultura.

Gli uomini di “New  Age” respingevano la filosofia individualista, nonché il Rinascimento, la Riforma e l’Illuminismo, antecessori del liberalismo. Ma da tale ripudio non traevano conseguenze reazionarie: troppo intelligenti per proporre restaurazioni impossibili. Avevano sì guardato al Medioevo, alle sue corporazioni come alla sua temperie, ma per imparare a costruire il mondo contemporaneo. Ripudiato il socialismo di Stato e naturalmente il marxismo, svilupparono la concezione di una società organica, pluralista, funzionalista, giusta. Il loro ‘guild socialism’ era contro il liberalismo e contro il progressismo, ma al tempo stesso era pluralista e antiautoritario. Un anticapitalismo, inoltre, che era critica di una società basata sul puro potere del denaro; ricerca di forme più giuste di distribuzione della ricchezza (in quegli anni Belloc e Chesterton parlano di ‘distributismo’ come alternativa al capitalismo e al marxismo) e un funzionalismo, o ‘principio funzionale’, per il quale a ciascun individuo o organizzazione si deve dare libertà e autorità in proporzione al contributo che dà al tutto sociale.

Il socialsindacalismo voleva dare ai lavoratori non solo più condivisione della ricchezza, ma più partecipazione e più responsabilità. La vittoria politica andò ai Fabiani cioè agli ispiratori del Labour, ma la vittoria intellettuale spetta ai Guild Socialists, perché il tempo ha dato ragione a loro: il socialismo di Stato non ha risolto i problemi sociali e il sindacalismo tradizionale, agendo senza responsabilità, sta distruggendo in molti paesi l’ordine economico, sociale e giuridico. I Guild Socialists, che raggiunsero il massimo di influenza negli anni 1915-18, proponevano un socialismo più umano e meno collettivista. Insistevano sulla partecipazione dei sindacati alla gestione dell’impresa. Desideravano un’autentica decentralizzazione sociale, l’allegria del lavoro, la partecipazione.

Nel movimento Ramiro de Maeztu fu l’uomo che si impegnò su una formulazione generale, su una sintesi organica. Lo riconoscono tutti gli studiosi del Guild Socialism. La sua dottrina  politico-sociale è una delle  piu complete e interessanti del secolo. Senza dubbio in quegli anni il mondo spagnolo non ne esprime una migliore. E’ innegabile la sua superiorità su quanto produssero in Inghilterra sia i liberali, sia i socialisti. Le cose hanno dimostrato che Maeztu ha ragione quando sostiene che né il liberalismo, né il marxismo  risolvono i problemi delle società moderne. Per esempio, “non c’è alcuna ragione perché il capo di una grande industria o banca debba essere particolarmente ricco. Deve ricevere denaro per le necessità dell’impresa, non per i vestiti della moglie o per i vizi dei figli”.

Piuttosto che di libertà, il Nostro preferisce parlare di partecipazione al governo. “E’ il concetto romano, non quello liberale, della libertà”. Altrove sostiene che sono importanti ‘istituzioni che obbligano a pensare’, più che il mero diritto di pensare. Detto questo, Maeztu è fautore aperto dell’organizzazione democratica. All’obiezione che è il regime dell’incompetenza risponde che “gli uomini non impareranno mai a governarsi se non avranno l’occasione di farlo, di sbagliare e di correggersi”; e poi “la competenza non è collegata ad alcuna forma specifica di governo”. Per Maeztu sono storicamente falliti sia il principio autoritario, sia quello liberale: “Russia e Spagna sono esempi di ciò che costa il primo; i paesi anglosassoni, delle carenze del secondo”.

E’ fondamentale la questione della proprietà del capitale: “E’ male che gli strumenti di produzione siano monopolio dei proprietari. La maggior parte dei lavoratori dovrebbero partecipare alla proprietà”. Ma naturalmente Maeztu respinge il socialismo di Stato. In definitiva mira ad una società libera dal potere corruttore del denaro, cioè sottoposta al controllo sociale. La vuole austera, persino spartana, perché non crede al mito della ricchezza per tutti. (“la povertà del povero sparirà solo con la ricchezza del ricco: sono la stessa cosa”). Non crede che la riforma generale possa venire senza il conflitto. Se ritiene indispensabile un sistema di socialismo neocorporativo è in quanto “non si è inventato altro mezzo per ottenere che il lavoro cessi d’essere una mercanzia a disposizione dei ricchi, e per consentire ai lavoratori una partecipazione al governo della produzione”. L’essenza del suo congegno è “l’unificazione di capitale, direzione e lavoro nella gestione dell’impresa”. Il libro che enuncia queste idee, “La crisi del Humanismo” è uno dei saggi più importanti del nostro secolo sui problemi di una vera democrazia e di un socialismo umano,

Quando torna in Spagna Maeztu mantiene totale coerenza coi suoi principi. In piena dittatura del generale Primo de Rivera si professa ‘uomo di centro’, spiegando in un famoso articolo del 1924 che sia negli uomini di destra, sia in quelli di sinistra “metà dell’anima è addormentata”. Abbastanza presto lascia il paese per fare l’ambasciatore in Argentina. Nel 1933 si dichiara ‘non fascista e ‘internazionalista’; respinge Mussolini e Hitler. Insiste fino all’ultimo nell’auspicare un movimento politico in cui destra e sinistra si risolvano.

Manuel Fraga Iribarne

Chiosa

Chi edificherà la Quarta Repubblica -la Terza, degenerazione delle Prime Due, si decompone già- dovrebbe fare suoi, uno per uno, tutti i punti del neocorporativismo di Maeztu: l’odio all’oligarchia conservatrice, il distacco finale dal liberalismo ‘nichilista’ e dal progressismo inconcludente e truffaldino, la negazione del consuetudinario omaggio al Rinascimento e all’Illuminismo laicista. In un altro angolo di INTERNAUTA (“Presente amaro”) uno di noi propone, vista la vacuità del presente, di tornare ad alcune idee-forza del passato. Ramiro de Maeztu ne addita alcune, con ben altra autorità e forza profetica.

Oggi che si considerano ipotizzabili la bancarotta degli Stati Uniti e il crollo della capacità competitiva delle economie occidentali; oggi che non si vedono rimedi al baratro tra ricchi e poveri, alle retribuzioni forsennate degli alti manager, alle ruberie dei politici e a cento altre patologie, le formule enunciate un secolo fa da Maeztu promettono la resurrezione della socialità nei termini del III millennio. Perché la promettono?

Perché tolgono l’appalto della giustizia sociale alle sinistre disoneste e buone a niente e obbligano i cittadini qualificati ‘a pensare e a governare’.

A.M.C.

 

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ