LA COSA BIANCA E IL SOPRAGGIUNTO FINI

Se gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele, più Giovanni Battista il Precursore, Stefano protomartire e alcune migliaia di minori martiri fondassero oggi un nuovo partito, la Cosa Santa, tra pochi anni finirebbero quasi tutti indagati o imputati. Parecchi di loro, divenuti parlamentari peones o no, meriterebbero la galera; in parte vi entrerebbero. I costi della politica crescerebbero per un partito in più, la ripresa dell’economia verrebbe ritardata dalle tangenti imposte alle imprese nelle regioni, comuni e aziende pubbliche amministrate dalla Cosa Santa.

Beninteso la medesima cosa accadrebbe se Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg uccisi nel 1919, più Antonio Gramsci, Babeuf detto Gracchus suicida per la causa, la Pasionaria Dolores Ibàrruri e altri apostoli della non violenza proletaria lanciassero una moderna forza politica dal nome Spartakusbund Due o Nuova Cospirazione degli Uguali. Tempo qualche anno e la maggior parte degli assessori alla Sanità, dei presidenti di provincia e dei consiglieri Rai in quota alla Cosa Scarlatta dovrebbero stabilirsi in Tunisia o in altri Stati che non estradino. Tutto ciò è certo, certissimo, come il buio dopo il tramonto. Sessantasette anni di ‘democrazia dei partiti’- la definizione imprudente/spudorata è sfuggita di recente a Massimo D’Alema, l’implicazione essendo che tale democrazia è una condanna senza scampo, come la finitezza della vita biologica- il sessantasettennio dicevamo ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che i partiti sono bande di malavita, famiglie dello stesso Mob dei Twenties a Chicago. L’Uomo del Colle non perde occasione per parlare di ‘nobiltà’ della politica e di indispensabilità dei politicanti e dei partiti. Ma è vero l’opposto.

Dunque il ministro Andrea Riccardi, il capo della Cisl e quello delle Acli, più un certo numero di Avv.Prof. profondamente cattolici farebbero meglio a lasciar cadere la Cosa Bianca. Li tormenterebbe il rimorso di aver dilatato la cleptocrazia nata dalla Resistenza. L’impegno religioso è una cosa molto seria: non lo insozzino con un altro partito di ladri. Tanto più in quanto il 18 agosto, in concomitanza coll’arrivo del caldo-killer Caligola, è andato a Pieve Tesino (Trento) per offrirsi come co-lanciatore della Cosa Bianca il noto cattolico, eremita e volto nuovo della politica Gianfranco Fini.

Per non mancare all’appuntamento degasperiano -a Pieve Tesino nacque lo statista democristiano, da Ciriaco De Mita, l’ex premier un po’ malalingua, lodato come “inventore del modello di governo di coalizione” (cioè come pacificatore della guerra tra bande)- l’ascetico Fini ha interrotto la sua adorazione della Croce all’Argentario o a Montecarlo. “A valle delle polemiche sulle sue superscorte, ha scritto Marco Cremonesi sul ‘Corriere’, il presidente della Camera è giunto a Pieve Tesino con un seguito non ridottissimo: quattro agenti e due autisti; ad attenderlo sul posto c’erano altri tre uomini. A precedere le due vetture del convoglio presidenziale, la staffetta della Polstrada”. Ogni sincero democratico,  ogni lettore assiduo della nostra mirabile Costituzione, non può che rallegrarsi del forte impegno dell’Erario sull’incolumità dell’aitante ma spirituale correligionario di Charles Péguy -quanti pellegrinaggi insieme a Notre-Dame di Chartres!- e di Georges Bernanos.

Se il terziario francescano Fini non fosse arso dalla fiamma dell’engagement civile, se ne sarebbe stato

all’Argentario a fare il sub -si sa che sotto la muta porta il cilicio- e a stendere quattro capitoli delle  Memorie: “Palinodia: Mussolini NON fu il maggiore statista del secolo”, “Fascismo altrettanto sterminatore quanto lo stalinismo”. “Sofferto distacco da Silvio” e “Ho pianto con Bernanos sulle Carmelitane di Port-Royal”. Sfidando l’ilarità generale, dei valligiani di Pieve Tesino come dell’intero arco dolomitico, l’aspirante quadrumviro della Cosa Bianca e homo novus del regime ha dichiarato: “Quel che conta è dar vita a una buona politica che abbia a cuore l’interesse generale”. Anche fuori del heimat degasperiano è universalmente noto che l’asceta dell’Argentario non ha smesso un istante in vita di avere a cuore l’interesse generale, soprattutto quando confliggeva coll’interesse proprio. I fatti parlano con voce di bronzo. E poi, il suo livre-de-chevet non è ‘Journal d’un curé de campagne’?

Porfirio

P.S.- Però Porfirio un merito lo riconosce all’Assetato di Dio che presiede Montecitorio: ruppe col Lubrico da Arcore.

Lo spettacolo deprimente dell’opposizione italiana

Al netto di quelli che lo votano, gli italiani di Berlusconi non ne possono più. Stanchi di andare all’estero ad essere derisi per un presidente puttaniere. Stanchi degli sproloqui suoi e dei suoi scherani pennivendoli. Stanchi del suo giovanilismo superomistico catto-cazzaro. Stanchi dei danni, più o meno gravi, inferti al Paese.

Ma ci sono alcuni di problemi che impediscono di sbarazzarsene. Uno è l’ostinazione con cui Berlusconi vince elezioni e sfide parlamentari. Un altro è il fatto che gli italiani che lo votano sono tanti, per lo più persone anziane e con un grado di istruzione medio o basso. E l’Italia straripa di vecchi e di ignoranti. Un altro ancora è il suo impero economico e mediatico.

Il problema più grave però è costituito da chi fa opposizione a Berlusconi, posto che qualcuno che faccia opposizione ci sia. Di Pietro urla e strepita, ma la sua stessa esistenza politica è legata alla sopravvivenza di Berlusconi, e al momento decisivo sono stati due suoi parlamentari a far sopravvivere il Governo. Vendola, per quanto si sforzi, è confinato nella ridotta della sinistra, che pare aver scritto nel proprio dna il destino di Cassandra, nella migliore delle ipotesi. Il Partito Democratico è una pasticca per il malditesta, maldipancia e maldiculo, tutto in un unico prodotto. Non solo è diviso al proprio interno tra amici del segretario, amici dell’ex segretario, amici di chi vorrebbe fare il segretario e di chi vorrebbe fare il candidato premier sì, ma il segretario no. E’ anche diviso all’interno delle sue stesse fazioni. Il caso fiat spacca la fazione del segretario e dei rottamatori, il testamento biologico spacca i modem, il Pd in definitiva spacca le palle al suo stesso elettorato. Il 25% di cui è accreditato pare essere composto, oltre dalle eterne truppe cammellate e da qualche anima pia che ancora ci crede, da elettori rassegnati, scontenti dell’estremismo (o dal passato, o dalle tendenze sessuali) di Vendola, o disgustati dal giustizialismo (o dall’ignoranza) di Di Pietro. Nel recinto dell’opposizione sono poi entrati da poco l’Udc di Casini, e da pochissimo il Fli di Fini. Contro Berlusconi è schierato praticamente l’intero arco parlamentare della Prima Repubblica, dal Msi al Pci. E dunque che fare?

A voler ascoltare il ronzio di sottofondo prodotto dall’opposizione, niente. La sola proposta astrattamente-potenzialmente vincente (sia chiaro, solo in sede elettorale) è quella del tutti contro uno, ma basta menzionarla per scatenare il tutti contro tutti. E allora niente.

Se è vero che questa Seconda Repubblica finirà con Berlusconi, non resta che augurarsi che finisca in modo drastico e fortemente autocritico. Speriamo poi che la Terza si fondi su presupposti completamente nuovi, magari un po’ più improntati alla responsabilità ed alla selezione di eletti ed elettori.

Tommaso Canetta