CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

CONTRO GLI SCANDALI DELLA POLITICA, COMMISSARIARE TUTTO

Che il miglior governo italiano degli ultimi decenni – tale ritenuto unanimemente all’estero e a in maggioranza anche in patria – non sia stato eletto dai cittadini, dovrebbe farci riflettere. Che personaggi come Francone Fiorito, il Batman del Lazio (citiamo lui ma gli esempi potrebbero essere molteplici), siano campioni di voti e preferenze, dovrebbe farci preoccupare. Che addirittura il Corriere della Sera, uscendo dal consueto ruolo di Bella addormentata, se ne renda conto, è ai limiti dell’allarmante.

Non pochi articoli sono usciti in questi ultimi giorni in cui si sottolinea chiaramente che il problema non è nel parlamento dei nominati, non solo e non tanto. Il problema è la classe politica locale, votatissima, che gozzoviglia senza remore alla faccia nostra e della crisi. E pensare che proprio i politici locali dovrebbero essere quelli che i cittadini sono maggiormente in grado di “controllare”. Pare vero il contrario. Coi soldi, coi favori, con il “chiudere un occhio”, i politici controllano i voti dei cittadini (tanto ne bastano relativamente pochi, migliaia, per governare regioni e comuni popolati da milioni di abitanti) e si garantiscono la poltrona.

Allora ammettiamolo candidamente: il problema è lo scambio che sta alla base del voto democratico. In una società dove si sono perse ormai da decenni le idee, non solo le ideologie, i meccanismi della politica – specialmente quella locale, ma non solo – sono sempre più simili a quelli del mercato del bestiame. Un vile mercanteggio al ribasso tra persone che, spesso né da una parte né dall’altra, pensano di dover fare gli interessi della collettività, ma al contrario ritengono di dover barattare il mantenimento dello stipendio con una serie di favori e promesse.

Non vogliamo spazzare via con un rapido colpo di spugna la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale? Va bene, allora si predisponga una procedura di commissariamento molto più efficace e rapida di quella attuale. Si garantisca che il commissario sia un tecnico estratto a sorte da una lista predeterminata di persone qualificate e incensurate, prive di conflitti di interesse e che mai potranno ricoprire il medesimo incarico per via elettiva. Si attribuiscano a tali commissari tutti i poteri necessari, e gli si dia un tempo adeguato, per risanare i bilanci, fare le giuste riforme (specie quelle impopolari), le infrastrutture (senza appalti e favori agli amichetti) e purgare legislazione e istituzioni dai rispettivi obbrobri. Soprattutto, se ne faccia un impiego massiccio, rendendo necessarie poche severe condizioni per procedere al commissariamento.

La democrazia rappresentativa non può essere buttata a mare senza un secondo pensiero. Si può però trovare un accordo per cui essa dura fintanto che funziona. Quando non ottiene più i risultati (e in termini di economia e servizi si potrebbero fissare standard e obiettivi programmati), viene – in parte – commissariata. In fondo è esattamente quello che sta accadendo in seno all’Unione europea. Fintanto che un Paese col proprio sistema democratico tiene i conti in ordine, la Ue non interferisce. Se un Paese elegge per 20 anni dei farabutti (o dei semplici incompetenti, o dei populisti di ottimo cuore e pessimo cervello) e si ritrova col sedere per terra, mamma Ue arriva a salvare la situazione con una montagna di soldi. In cambio impone, surrogando la classe politica nazionale, il calendario delle riforme e degli obiettivi da raggiungere.

Perché non emulare, e in modo molto più drastico visto che la nostra è una comunità nazionale e non ci sarebbero problemi di sovranità dello Stato, questo stesso meccanismo all’interno dell’Italia?

Tommaso Canetta