IMITANDO DISRAELI E CERTI GRANDI TORIES MONTI AIUTI I POVERI. A SINISTRA NON LO FARANNO

Giorni fa un economista ha osservato che, oltre a un popolo di lavoratori precari, c’è un popolo di aziende precarie; e che queste ultime, messe in pericolo a tempo indeterminabile, rilutteranno a dare lavoro anche quando il peggio sarà passato.

Dunque la questione sociale si farà seria: già ora centinaia di migliaia di dipendenti pubblici minacciati  dalla scadenza dei contratti a termine, un alto numero di aziende in crisi, da quelle grandi -le Ilva, Fiat, Sulcis, Alcoa, Irisbus- ai negozietti da una commessa, che hanno chiuso o farebbero bene a chiudere. A parte l’ipotetica ripresa, la questione sociale quale si pone oggi non ha che una soluzione, una svolta solidaristica e redistributiva. Per ora l’Agenda Monti non la prevede, se non minima. Ancora meno c’è da attendersi da un governo del Pd, se Bersani manterrà la rotta tradizionale, se cioè dipenderà dai Vendoli/Fassini/Landini, i quali mai avranno forza per redistribuire. L’Agenda Monti, se sarà applicata, apporterà questa o quella razionalizzazione semplificazione modernizzazione. Nessuna svolta.

Intanto la disoccupazione sale, il non-lavoro giovanile batte ogni record e non ha toccato il fondo. Ci viene detto che i pilastri dell’Agenda Monti sono il consolidamento dei conti e la crescita: niente novità grosse.  Ci si dice che la morsa del rigore potrebbe a tempo debito essere allentata, sempre che lo spread si stabilizzi in basso. Potrebbero essere addolciti gli scaglioni dell’Irpef, potrebbero arrivare vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano (e i negozietti da una commessa?). Il più ambizioso dei capitoli dell’Agenda è quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti, utilities. Se anche tutte si realizzassero, allevierebbero le difficoltà del momento, ma non ridurrebbero un indebitamento patologico.

La spesa pubblica potrà un giorno ridursi, con la lesina tradizionale,  di un ventesimo, da circa 800 a 760 miliardi. Ma ove si dovessero garantire mediamente sei-settecento euro al mese a 4 milioni di famiglie senza reddito, la spesa sociale diretta crescerebbe di una trentina di miliardi all’anno: quasi niente andrebbe ad abbassare l’indebitamento. Conseguenza: a volere dimezzare quest’ultimo entro un decennio, la lesina tradizionale non basterà mai. Occorrerà lo sventramento rivoluzionario dei conti. In aggiunta al mantenimento dei prelievi straordinari quali l’Imu, si imporranno le avocazioni dei redditi più alti, gli espropri a carico delle grandi fortune e di quanti esporteranno illegalmente i capitali, l’esilio dei nemici più accaniti del nuovo corso. Né un ipotetico Pd tutto guadagnato al sinistrismo, né un futuro Fronte popolare più assertivo di quelli francese e spagnolo degli anni Trenta saprebbero fare tali avocazioni, espropri ed esilii, costituendo questi ultimi una rivoluzione non violenta. Nello stantio gioco della democrazia elettorale perderebbero presto il potere.

Le sinistre tradizionali non tenteranno mai la rivoluzione non violenta. Faranno come Léon Blum e Mitterrand in Francia, Azagna e Zapatero in Spagna: novità nelle sole mode e nei soli linguaggi della politica, ribaltamento dei costumi, dilatazione dei diritti e dei contesti più o meno innocui, ma quasi nessun livellamento delle condizioni. Peraltro il probabile naufragio dei conati sinistristi e l’ennesima controffensiva del mercato non vorranno dire il ritorno al benessere edonistico e agli alti consumi. Le condizioni per questo ritorno non ci saranno, vietate dalla globalizzazione.

Resta invece la teorica possibilità che, in tempi molto difficili, un nuovo Disraeli o un nuovo Giolitti, di nome Monti, politicamente più fortunato del Monti del 2012, riesca da destra a scompaginare i vecchi giochi. Se rimediasse agli errori ed omissioni del 2012, Mario Monti sarebbe certamente in grado di farsi Disraeli o Giolitti, dal Luigi Facta che appariva al momento delle dimissioni indotte dal malanimo berlusconiano. Benjamin Disraeli, da premier come da capo dell’opposizione di Sua Maestà come da romanziere, operò coerentemente per fare più aperto e più provvido il conservatorismo britannico. In questo lavoro di correzione riuscì solo in parte, ma mostrò la strada a vari successori, p.es. ai tre autorevoli tories da Birmingham: Joseph Chamberlain e i suoi figli Austen e Neville seppero parlare ai popolani. Seppero ottenerne abbastanza consensi da attestarsi ai vertici del governo. Vent’anni prima di diventare primo ministro, Neville realizzò la costruzione di quasi un milione di case popolari. Harold Macmillan figlio di un grande editore, genero del duca del Devonshire governatore generale del Canada, infine primo ministro dopo Anthony Eden, governò sei anni da prudente ‘riformatore sociale’: “Non siete mai stati così bene” poteva dire ai proletari. Quanto a Giovanni Giolitti, sappiamo tutti che se i massimalisti pappagalli di Marx&Engels non avessero vietato, egli avrebbe allargato la sua larga maggioranza ai socialisti di Turati. Forse non avremmo avuto il fascismo e le guerre.

Mario Monti dovrebbe imitare i Disraeli d’ogni tempo e nazione, dimenticando Goldman Sachs e altri operatori di iniquità. Dovrebbe farsi paterno, all’occorrenza paternalistico, coi poveri cui le sinistre non sapranno dare nulla di importante. Se il Bocconiano non avrà voluto accettare la particolare lezione del torismo britannico, altri farà al suo posto. Forse sarà un grande uomo di religione (o di tensione ideale, che è la stessa cosa).

Anthony Cobeinsy

THE UNHOLY ANTI-MARCHIONNE ALLIANCE

A prestigious Italian guru, Mario Deaglio, wrote recently that Sergio Marchionne, the head of Fiat-Chrysler, must be given credit for the single true turning point in the Italian polItics over several decades. Marchionne is supposed to be a top manager, not a statesman: What did he do of so much impact on the political scene?

He simply is defying a belligerent metalworkers union, Fiom, in a resolute way that resembles a master stroke. Since 1945, when anti-fascist parties won power, Italy evolved into a society were unionism was politically motivated at the utmost. Hardly an important decision might really ignore the unions’ goals and bents. Consequently the Italian shop environment was determined by the unions’ activism and achievements. This explains the true amazement of observers and politicians when Marchionne started a confrontational course with the unions.

He notified them that those Fiat plants whose productivity is low (because of industrial conflicts or of malpractices such as absenteeism) might end up moved abroad. He has prevailed over aggressive unions in Sicily (Termini Imerese plant) and near Naples (Pomigliano plant). At Pomigliano it usually happened that when the Naples soccer team was playing important games a majority of the Fiat workers took (paid) sick leave, i.e. practiced absenteeism. Moderate, middle of the road unions have accepted more rigorous industrial rules. Leftist Fiom, which once upon a time used to be powerful, is adamant in refusal.

Marchionne is now warning that the very Turin plant, Mirafiori (the historical cradle of Italy’s car industry) will loose a several-billion Fiat investment if a majority of its workers will not approve the Marchionne reforms. Without said modernizing investment, Mirafiori will likely wither and Italy’s largest industry might leave the country.

Most observers believe that Fiat is right in imposing a new contract in order to be able to compete in the world market; and that the claim that Marchionne is trying to enslave the employees is ridiculous. But they have an argument against the head of Fiat: he is paid too much. Estimates on his compensation differ wildly; possibly he is entitled to stock options valued as much as 100 million euro, on top of a 4,3 million per year salary. Unsympathetic analysts even calculate that Marchionne is paid the equivalent of 13,000 blue collar workers. Here they are right, of course. Marchionne’s and other top managers’ talent is hardly worth the work of thousands of employees. In fact, present Fiat business results are not brilliant.

The heart of the matter, then, is unbridled hypercapitalism. Top bosses’ compensations are preposterous and grotesque almost everywhere. They are in no relation either with performance or with social responsibility. At some moment of WW2 the top incomes in the USA are said to have been taxed at 90%, i. e. almost confiscated. Clearly the present economic crisis should be the right time to forfeit the largest part of ludicrously high incomes. If the top rate reached 90% in the USA, present global competition is a sort of economic war that justifies emergency, stern measures.

However a much higher taxation on the rich would postulate a quasi-socialist aim, while no prospect exists for any quasi-socialist program in a market economy like the Italian one. Only leftist parties might propose forfeiting laws, but their reputation could not be lower. They are not credible at all as the defenders of the public interest. Their integrity is no better than the one of the Right. The traditional Left is totally inadequate to promote a better distribution of wealth.

Only a reputable, non-leftist, non-factional, non-professional breed of public figures would deserve the esteem of the community. The Italian politics does not possess such a breed. Any idealistic, even saintly program will be refused by public opinion if advanced by traditional career politicians. So the hypercapitalist champions will go on earning as much as large herds of their workers.

Too bad. Because of the decline of the advanced economies, a comparatively near future will require the general enhancem ent of welfare. It will be so costly as to compel the governments to assail the richest taxpayers. If the process will be managed by the scoundrels, carpetbaggers and robber barons that run Italy, it will be a rotten process. By definition, the opposite of social justice.

A.M.C.