LA LEZIONE DI BERLINO-EST

Ha osservato su ‘Time’ Peter Gumpel, un esperto di cose germaniche, che non la vicenda argentina bensì la rinascita della Germania orientale dopo la riunificazione, dovrebbe dare coraggio alla Grecia in caso di estromissione dall’euro. Nel 2001 l’Argentina fece default, uscì dal circuito finanziario internazionale, attraversò vari mesi di caos, però prima del previsto si mise sulla strada di un vigoroso risanamento. Ma andò così perché l’Argentina aveva abbondanti materie prime da esportare, per di più in una fase di quotazioni alte. La Grecia non ha né questa né altre cornucopie , e comunque non è tempo di corsi favorevoli ai venditori.

Le due Germanie, sostiene Gumpel, fecero cose accessibili anche ai greci. Non mirarono a risultati immediati, ma scelsero pazienza, metodicità e naturalmente rigore. Riformarono le istituzioni dalla A alla Z. Per garantire la pace sociale investirono risorse pronte e abbondanti e fu la Germania dell’Ovest sia a fornire tali risorse -1,6 trilioni di euro in un ventennio, ma non è finita- sia a imporre norme e metodi come certo non potrebbe fare oggi con la Grecia. In proporzione, gli apporti internazionali alla ricostruzione ellenica non sarebbero esigui. In rapporto a questo accostamento tra Grecia e Germania, c’è una circostanza da non trascurare: Angela Merkel, una tedesca dell’Est, mostrò quello che valeva proprio nel contesto della rinascita est-tedesca. Nel febbraio scorso fu lo stesso ministro delle Finanze della Merkel, Wolfgang Schauble, a stabilire un parallelo diretto tra la Repubblica Democratica tedesca e quella ellenica: “Troppo Stato in entrambi i casi. Atene avrebbe importanti attivi da privatizzare, come fece Berlino Est”.  Le privatizzazioni nella RDT, aggiungiamo noi, sono state un caso da manuale di efficienza e di rigore. Se nessuno può escludere che qua e là si siano verificati illeciti ed errori, gli uni e gli altri non devono essere stati gravi. L’organismo istituito per privatizzare, in uno Stato dove pressoché tutto era pubblico, ha funzionato ammirevolmente.

C’è chi afferma che le riforme istituzionali necessarie alla Grecia dovranno somigliare per radicalità a quelle attuate nella Germania dell’est. Sembra un’esagerazione. Però è innegabile l’esigenza di interventi su varie strutture portanti dell’intero sistema ellenico: per esempio, sullo status e sulla remunerazione della  maggior parte dei dipendenti pubblici. Si afferma che guadagnano il 25% più dei lavoratori privati, però lavorano meno ore e non sono licenziabili. Non è chiara l’attendibilità di queste asserzioni, peraltro verosimili. E’ chiaro che in Grecia il lavoro dovrà diventare più produttivo, cioè costare meno. E che molti dovranno emigrare, così come fecero tanti tedeschi dell’Est. Dopo la riunificazione i Laender orientali, pur avendo ricevuto tanti capitali, persero almeno un sesto degli abitanti.

fonte Time 

 

SE VERRA’ IL DEFAULT

Ha previsto Luciano Gallino, noto sociologo, che probabilmente il benessere, o forse ha scritto la crescita, non tornerà più. Se avesse visto giusto, se Monti non riuscisse a battere lo spread, non saremmo abbastanza vicini all’insolvenza? Il governo di Atene annuncia il proprio default a marzo se non taglierà di nuovo gli stipendi pubblici. Potrebbe dichiarare fallimento l’Ungheria. Vogliamo tutti mantenere la calma, anche perché da noi le apparenze quotidiane sono rassicuranti. Però il rischio della bancarotta non è diminuito. Per il caso che Monti venga sconfitto dall’insostenibilità del debito, non possiamo che  prepararci ad amputare in grande la spesa pubblica non essenziale.

Sarà essenziale l’acquisto degli F35, dei sommergibili, dei mezzi corazzati, dei prodigi digitali, eccetera? No, dunque andranno disdetti contratti per una cinquantina di miliardi, pagando una parte simbolica delle penali; è difficile che per vendetta BushObama ci mandi contro i Marines. Finmeccanica e l’indotto bellico chiudano. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato tagli al Pentagono per complessivi 1000 miliardi di dollari. Qui da noi bisognerà azzerare quasi tutte le voci del bilancio della Difesa. Abbiamo in uniforme più persone (non ridete, ci sono  pure le guerriere) che la Germania o che la Gran Bretagna. Abbiamo centinaia di generali, migliaia di ufficiali e sottufficiali superflui: tutti da dismettere. Dovranno finire anche le erogazioni minori per rappresentanza, prestigio e simbolo. Per esempio, i cambi della guardia ai Sommi Palazzi, con soldati e soldatesse vestiti come fotomodelli, sono tutt’altro che a costo zero, sono sprechi colpevoli.

 

Se arriva il default lo Stato dovrà dimezzare la spesa: senza colpire i programmi sociali se non dove siano eccessivi o sprecati. Dovrà pagare un modesto assegno alimentare ad alcuni milioni di disoccupati -p,es, prevedere 50 miliardi perché 10.000 euro all’anno facciano sopravvivere ciascuna delle famiglie che resteranno senza reddito- e dovrà allargare gli aiuti (distribuiti direttamente da nostri reparti armati) agli affamati d’Africa. Quasi tutto il personale diplomatico, e parte di quello amministrativo, della Farnesina andrà messo in libertà. Lo Stato dovrà tagliare ferocemente ovunque. Gli assegni di soccorso dovranno essere uguali per tutti i colpiti, dagli ex-bidelli agli ex-ambasciatori ai boiardi di stato. I diritti acquisiti dovranno essere cancellati. La patrimoniale esproprierà di fatto le fasce superiori, e chi esporterà i capitali dovrà lasciare il paese.

In caso di bancarotta la meno giustificabile di tutte le spese risulterà il bilancio del Quirinale, da ridurre a un decimo come tutti gli altri costi della politica. Lo stato di calamità legittimerà la sospensione della Costituzione, della Consulta, delle assemblee legislative, dei relativi stipendi, rimborsi, vitalizi. Quasi tutti i responsabili della cosa pubblica dovranno prestare opera gratuita.  In questo contesto ridurre a un decimo il bilancio del Quirinale sarà il minimo. Che il Paese, ex-povero ed ora di nuovo minacciato, tratti il Primo Cittadino col fasto criminale dei papi del Rinascimento e di Umberto I (sovrano di un regno di tubercolotici, tanto buono da usare l’artiglieria contro i popolani del ’98. Suo padre, Vittorio Emanuele II, non abitò mai il Quirinale) è canagliesco. E’ anche tamarro, se la regina d’Inghilterra esige meno. In questi 150 anni tutti i capi dello Stato, monarchici e assai più repubblicani, avrebbero dovuto rifiutare tanto sfarzo. Lo Stato italiano, che non era e non è in grado di trattare con umanità una parte non infima della popolazione, metti i detenuti e le loro famiglie, si macchia di crimini se continua ad assegnare 235 milioni al bilancio del Quirinale. Ventitre milioni  sarà il giusto, e questo comporterà la chiusura e la vendita del Palazzo con le sue residenze estive.

Quanto a dove trasferire il capo dello Stato, il nostro Jone fa una proposta in questo Internauta (v. “Rifulgerà a villa Lubin la vera grandezza”).

JJJ