FABIO MALAVASI: The stiudentis (lo studentese), la nuova lingua a Medicina

Gli studenti che tentano le prove di selezione per la Facoltà di Medicina hanno una prima delusione di fronte ad una certa facilità dei quesiti o per lo meno per una loro stranezza.  I pochi fortunati che superano la prova hanno una seconda fonte di delusione quando scoprono che i primi anni di Medicina sono basati su nozioni di anatomia, biologia, genetica, chimica e biochimica. Gli studenti mal comprendono questa inspiegabile punizione, scalpitando invece per salvare vite umane e fare grandi scoperte. Viene ripetuto loro che questo non è possibile e devono proprio adattarsi a studiare le basi molecolari della vita.

Gli studenti allora elaborano due distinte strategie, differenziate in base al sesso: le future dottoresse si armano di santa pazienza, seguono le lezioni/esercitazioni con grande cura e prendono degli appunti tridimensionali a 4 colori in cui compare tutto quanto detto, fatto, proiettato e anche solo pensato a lezione. Molte di queste dottoresse sbancheranno tutti nella vita professionale.

I futuri dottori maschi invece usano un approccio virile, “di questa roba qui non me ne frega niente”, e così via. Rimane tuttavia il piccolo scoglio degli esami, che lo studente maschio ha già scoperto (di anno in anno gli studenti si trasmettono appunti, ma anche modi di sopravvivere) come superare con astuzia. I test scritti a domande multiple vengono agilmente svicolati grazie all’aiuto della componente femminile, che ha studiato e quindi sa. Lievissimamente più difficile superare quei pochi esami ancora condotti su base orale. Il limite intrinseco di un esame del genere è rappresentato dal fatto che al docente richiede tempo ed energie molto superiori a quelli scritti. In compenso, il colloquio è in grado di fornire una valutazione abbastanza accurata non solo sulla conoscenza del campo, ma anche sulla personalità dello studente e il suo potenziale al di fuori nel campo specifico.

Per lo studente invece rimane la necessità di rispondere a domande specifiche, insomma quelle che richiedono di avere studiato.

Negli ultimi anni lo studente ha escogitato una strategia basata sulla sottrazione del tempo. E’ noto che un docente medio non “tiene” oltre i 15-20 minuti, per cui si tratta di occuparlo al massimo con l’impiego strumentale della lingua nota come studentese. La genetica insegna che quando si fondono cellule di specie diversa si ha un rigoglio nella progenie. E questo è confermato dagli ibridi che si ottengono nella pratica linguistica quando si fondono insieme linguaggio di film, televisione, giornali gratuiti, messaggi sms e soprattutto internet.

Prima di tutto, lo studente saluta con uno squillante “salve”, che si riteneva confinato alle preghiere dedicate alla Vergine, all’inno all’Italia di Virgilio e che invece è entrato in linea diretta come traduzione filmica dello yankee “hello”. I più colti giungono al “buondì”, generalmente ritenuto prodotto industriale della Motta, mentre invece è considerato dagli studenti una forma rispettosa di saluto.

Superato questo trascurabile scoglio, lo studente entra caldo a rispondere alla prima domanda, ad esempio un banale “che cosa è la cellula?”. Questa domanda diretta viene affrontata con un approccio del tutto indiretto. Lo studente usa “per quanto riguarda la cellula, praticamente questa è costituita da…”, con guadagno netto di alcune frazioni di secondo. Qui iniziano le fusioni somatiche fra cose orecchiate  qua e là ma legate fra di loro da “praticamente”, “tra parentesi”, “tra l’altro”, “peraltro”, “comunque”, “effettivamente”, “sostanzialmente”, “fondamentalmente”, “è scientificamente provato” (queste ultime parole lunghe). Il tutto seguito, preceduto e inframmezzato da “apparentemente”, recente acquisizione dal Dr. House. Una esposizione inframmezzata da frasi laterali porta ad una dendifricazione in grado di fornire un guadagno di tempo più significativo, e soprattutto incrina la capacità del docente di seguire quello che sta ascoltando.

La vecchia precauzione di seguire il verbo per monitorare il flusso logico viene abilmente sventata dallo studente, che spara una serie di ulteriori legami verbali fusi in un conclusivo “ovviamente”. I circuiti neuronali del docente vanno incontro alle prime claudicatio, ma questi con sforzo estremo cerca di rifarsi chiedendo chiarimenti diretti su aspetti prima definiti neri e poi bianchi. Allora lo studente tira fuori il primo degli assi che ha nella manica, costituito dallo strumento noto come “assolutamente”. Absolutely è un termine cui il Merriam-Webster attribuisce un preciso significato: in mano studentesca diventa invece una pasta plasmabile al bisogno, soprattutto quando non seguito da nulla. Qui il docente cade nella trappola dialettica, chiedendo espressamente perché la prima risposta è nero, seguita poi da bianco.

Lo studente sorride con sicurezza e con un certo compatimento e accede al secondo asso, rappresentato da “appunto”. Grazie al linguaggio televisivo, “appunto” è entrato nella conversazione generale per fortificare, contraddire, ingenerare dubbio, dare un che di erudito alla conversazione, in sostanza un inutile iterativo significativamente adottato dagli studenti come un riempitivo temporale, ma anche risolutore dialettico.

Il circolo del Willis del docente tira gli ultimi (vista anche la crescente età media del corpo accademico) e l’appannamento generale fa sí che di fronte ad un ultimo “appunto” che lega fra di loro due risposte completamente in contraddittorio il professore si arrenda, cali le sue difese e confessi a se stesso che in fondo altri lo bocceranno. Lo studente invece comincerà a segnare le sue tacche personali: anche questo docente fregato. Appunto.

FABIO MALAVASI: IL PROVINCIALE ALL’UNIVERSITA’ – LA FOTOCOPIATRICE

L’anno era il 1981 e il giovane Ricercatore era ritornato da Stati Uniti e Svizzera pieno di energie e nuove idee. Queste includevano il fatto che anche in Italia si poteva costruire, basta che ci fossero energie e finanze adatte. Una soluzione per il secondo punto venne dalla frequentazione con Paolo M. Comoglio, il quale aveva allora lanciato il Gruppo di Cooperazione in Cancerologia che raccoglieva le giovani promesse della Facoltà. Un indotto non trascurabile di questo fu il suggerimento di cominciare a presentare progetti all’AIRC acquisendo rapidamente un grant da 30 milioni di lire. Cifra molto importante a quel tempo, pari a circa 1/3 del bilancio dell’Istituto di Genetica Medica.

L’acquisizione di una indipendenza finanziaria slegata dal Direttore Universitario e da quello del Centro CNR portò a rotture di equilibri interni. Un rifiuto del Direttore dell’Istituto di approvare l’acquisto di una macchina da scrivere Xerox con memoria e uno schermo pari ad una linea di scrittura venne accolta con un pubblico “Non importa, pago con il Gruppo”, che lasciò tutti di stucco per la sorpresa ed anche per la irrispettosa novità.

Questo fu l’inizio di uno stillicidio di piccole contese e scaramucce con l’Università, che cercava in ogni maniera di attribuire al piccolo gruppo del Ricercatore la responsabilità di tutti i problemi dell’Istituto di allora.

Quella volta Mario arrivò dalla scala del pianterreno con le mani volte in avanti, sventolando e anticipando grandi ripercussioni da parte del Direttore d’Istituto. “Stavolta l’hai fatta proprio grossa” disse sibillino Mario.

Il Direttore seguì a ruota e fece una scenata pubblica, accusando il Ricercatore (in quell’anno neo promosso Associato), dicendogli che lui e il suo gruppo avevano stampato fotocopie per un importo pari a 174 milioni di lire.

Necessaria precisazione: tra le innumerevoli innovazioni tecnologiche, il Prof. Ceppellini aveva introdotto forse la prima fotocopiatrice in Italia, fornita dalla Xerox in affitto. Di questa si pagava un tanto a foglio, che veniva conteggiato mensilmente in base a un contatore. Ogni mese la mitica Signora Anna, una principessa segretaria di Ceppellini, chiamava la Xerox Italia e con la sua voce flautata comunicava la cifra corrispondente al consumo mensile. La Xerox a sua volta fatturava un importo finale pari a 23 lire/pagina, corrispondenti a 1-2 milioni di lire. In genere, queste fatture erano saldate dal Centro CNR (anch’esso fondato da Ceppellini), che finalmente pagava.

Apparentemente il Luglio/Agosto di quell’anno, il gruppo Malavasi doveva aver fatto un bel po’ di copie.

Sopravvissuto alla filippica del Direttore Universitario, il Ricercatore fece l’ovvio passo universitario, che è quello di prendersela con i giovani e subordinati. Fu vivacemente ricordato che fotocopiare i paper non significa leggerli né studiarli e che la bellissima biblioteca sempre aperta (altro dono/insegnamento del Prof. Ceppellini) consentiva di preparare la propria cultura senza riempire gli spazi di cumuli di carta gli spazi di laboratorio.

I giovani di allora ascoltarono il tutto, ma con la freddezza dei neuroni meno stressati fecero due conti e cercarono di capire quante copie dovevano essere state fatte per raggiungere una cifra così astronomica. Il numero di copie pari al valore poteva essere raggiunto solo se quattro persone avessero fotocopiato giorno e notte per sette mesi.

Cominciò a balenare la tenue possibilità dell’errore tecnico da parte della Xerox. Interpellata, questa escluse sdegnata ogni possibilità del genere, perché tutto era fatto tramite calcolatori, a loro volta connessi con una delle prime reti che collegavano il mondo occidentale. Un errore del genere di puro conteggio doveva essere escluso, d’altra parte non si riusciva allora a capire come poteva essere stato raggiunto il numero. Di nuovo interpellata, la Xerox escluse anche sovrapposizioni con altri Centri CNR e quindi il problema era ritornato ad essere solo di Torino.

Iniziò allora una sottile investigazione interna sulle modalità con cui le fotocopie erano gestite dal CNR, il cui Centro di Immunogenetica ed Istocompatibilità era stato creato dal Prof. Ceppellini per fornire una struttura finanziaria all’Istituto a gestione universitaria, e quindi povera. Tale Centro aveva in carico Ricercatori, Tecnici e una Segretaria, la signorina Garetti. La Signorina Garetti (nota anche come Miss Garrett, che forniva un tocco di internazionalità al tutto) aveva un pregio impensabile ora: con la sua Divisumma Olivetti faceva andare una struttura che oggi con computer e tecnologie enormemente superiori richiede 7 amministrativi guidati da un manager di altissimo livello. La sua gestione era rapida, tutto rintracciabile, tutto scritto su appositi libri e le fatture ai fornitori e soprattutto i rimborsi ai Ricercatori pagati all’istante. Nel suo studio piano terra aveva una piccola cassaforte, dove teneva soldi cash per piccole emergenze. Miss Garrett era quello che una volta si definiva “vita sola”, anche se viveva con la madre.

Miss Garrett aveva però un piccolo difetto rappresentato da balbuzie, non importante nella vita quotidiana, non percepibile in ambiente amico, ma ingravescente in pubblico e soprattutto in contatti telefonici. Per questa ragione, il Prof. Ceppellini l’aveva messa nel suo ufficio da lei organizzato in maniera germanica e da cui raramente usciva, se non per rapida puntata al caffè fatto con rigorosa Moka. I contatti esterni erano tenuti dalla Signora Anna, che di persona e al telefono incantava tutti e tutto andava bene. Nelle sue rare assenze, la Signora veniva sostituita da Miss Garrett con grande insoddisfazione sua e di tutti gli utenti. Infatti Miss Garrett aveva una di quelle balbuzie, in cui il portatore deve completare la parola e la frase. Finché ciò non era avvenuto, partiva la raffica di abortivi tentativi, che si riflettevano anche in bollette telefoniche alte. Ulteriore insoddisfazione veniva quando uno chiamava da fuori e tentava di farsi passare un numero interno dal centralino. Questo diveniva un’avventura epica e di alto costo in gettoni, in quanto la Signorina doveva completare il nome del richiamante, che avveniva generalmente quando finiva l’ultimo gettone. Queste azioni così complesse lasciavano pesanti agitazioni e nervosismo in Miss Garrett, che si sfogava lanciando la cornetta contro il centralino. La Stipel provvide a fornire il primo centralino rivestito in legno a scopo protettivo.

Anche quell’Agosto Miss Garrett aveva avuto l’ingrato compito di stare al centralino e rispondere alle telefonate. Fortunatamente quegli anni erano caratterizzati da lunghe vacanze e quindi le chiamate erano molto poche. La Xerox aveva invece organizzazione rigida e richiedeva di sapere il consumo anche in Agosto. La comunicazione alla Xerox sul numero di copie era spesso foriera di ansie e nervosismi, in quanto dall’altro capo del filo vi era una segretaria di marcato accento milanese, fine, chiaramente intenta alla cura dell’unghia e alla sua colorazione con colori vivaci. Insomma, vi erano tutti i presupposti che fosse una procace signorina, già di suo disturbante nell’immaginario di Miss Garrett.

Il centro del Broca è quello della zona del cervello che è un importante coordinatore della parola. Tutti i circuiti neuronali di Miss Garrett erano circondati da fattori solubili, legati alla sua ansia montante e a qualche rancore contro il mondo, un po’ avaro con lei.

L’indotto sul centro del Broca è che questo tendeva a spezzare le parole, finché il circuito non si chiudeva completamente con la parola completa. Lievemente diverso con la gestione dei numeri, anche essi spezzati finché non compariva il numero detto per intero.

La procace (e sicuramente indifferente) Segretaria della Xerox prestò moderate attenzioni alle parole della Signorina, che comunicò i numeri del mese.

333333 77777 22 444 999 11. La scelta del grassetto evidenzia il momento in cui i circuiti del Broca generavano il numero completo. La Signorina Xerox era decisamente ignara di neurofisiologia e prestò pochissima attenzione a questo dettaglio, semplicemente trascrisse sul suo computer il numero intero pari a 21 cifre, né fu nemmeno sfiorata dal fatto che non avesse mai visto una sequenza così fuori dall’ordinario nelle altre macchine. Non accadde nulla per tutto il mese successivo, fino a quando non fu emessa la fattura finale, spedita per Posta espressa. Aprendo la busta, Miss Garrett fu elettrizzata da una scossa per scoprire una cifra tanto al di sopra della norma, e tanto superiore alle possibilità del Centro. La Signorina si fiondò subito dal Prof. Ceppellini, che bofonchiò alcune cose sulla burocrazia italiana, mentre al Basel Institute for Immunology tutto andava come un orologio. Congedata bruscamente, la Signorina si attaccò alla catena del comando, che prevedeva il Direttore dell’Istituto il quale sbiancò e generò una serie di “santocieli” che bloccarono Cleide e Mario subito accorsi.

179 milioni di lire erano una cifra che in quegli anni avrebbero messo in ginocchio chiunque: il Direttore fece una rapida riflessione e subito pensò al gruppo del Ricercatore già abituato a spendere e spandere diversamente dai rigidi criteri di frugalità pienamente di moda.

Seguirono due mesi di inferno caratterizzati da successive investigazioni interne ed esterne, fino a quando Carlo Savina suggerì l’ipotesi di lavoro giusta e si giunse a comprendere l’arcano. Il sorriso rilassato del Ricercatore si spense quando da una telefonata trionfale alla Xerox ricevette come risposta che loro non potevano farci più nulla, in quanto il tutto era già finito al calcolatore centrale, ad Omaha, Nebraska.

A questo punto non rimaneva che chiamare l’Headquarter della Xerox per telefono. Quelli erano anni in cui già chiamare fuori Torino era un’impegnativa intercomunale, figurarsi l’America, ove dovevi passare tramite il centralino internazionale. Superato anche questo scoglio, emerse una difficoltà semantica nella descrizione di quanto era avvenuto e soprattutto di dare credito ad una situazione di moderata verosimiglianza.

Dall’altra parte del telefono c’era la fenocopia della segretaria milanese, stavolta con l’aggravante di un inglese perfido. Il tentativo di spiegare che un caso di stutter aveva causato questa situazione fu accolto da una serie di “what?”, “you should be kidding”, “never heard that”, “let me think about”. E’ verosimile che questa richiesta abbia raggiunto i più alti livelli del management americano di allora e il numero stratosferico sia stato cancellato dal CEO in persona.

Fabio Malavasi

Dopo un altro mese di sofferenza, rancorose recriminazioni, astiosi ricatti, la situazione fu rasserenata quando in Istituto arrivò un plico di busta aerea indicante che la richiesta era stata accettata e la fattura annullata. La Signorina e il Ricercatore festeggiarono a lungo la liberazione dall’ansia accumulata. Nulla cambiò nell’Istituto. I giovani continuarono a fare pile di fotocopie, nell’ipotesi che per dialisi le notizie passassero dalla carta al neurone. L’unica variante fu che Miss Garrett (con grande soddisfazione personale) fu esonerata dal servizio agostano e la Xerox fu così tollerante da accettare la comunicazione del consumo di carta in Settembre, al ritorno della principessa Anna.

FABIO MALAVASI – Un Provinciale alla corte del Barone di Torino

Era stata una svolta epocale avere ottenuto un posto di Assistente Ordinario presso il Servizio di Medicina Nucleare dell’Arcispedale S. Anna, il primo in assoluto a Ferrara data la novità della materia. Il periodo iniziale all’Ospedale di Ferrara era stato uno di più gradevoli e formativi in assoluto, mettendo a frutto quanto imparato da studente negli Stati Uniti nel 1972. In più l’ambiente era altamente piacevole, ricco di humour creativo, di sottile ironia e soprattutto di dileggio generalizzato.

Il servizio militare e l’Istituto di Genetica Medica a Torino erano stati un’altra cosa: ambiente diverso, persone cresciute con storie del tutto differenti e speculari a Ferrara e su tutto aleggiava l’ombra del Maestro, presente anche quando assente, forse ancora più allora.

Il Prof. Carbonara aveva mantenuto contatti con l’Assistente Ospedaliero, ritornato nel 1976 a Ferrara al termine del militare: alla fine si era giunti ad una qualche forma di accordo per un ritorno. Il mitico Prof. Ceppellini controllava tutto a distanza e aveva suggerito che la prima posizione da occupare fosse quella di Tecnico Laureato. L’Assistente, che aveva già raggiunto un alto livello all’Arcispedale S. Anna, storse il naso a sentire una posizione tecnica: l’ipnotico Maestro tuttavia lo convinse che quella era la strada più rapida e sicura per entrare, non mancando di ricordargli che lui non aveva fatto la necessaria gavetta universitaria.

Rimuovendo questo dettaglio minore, il 14 Marzo 1977 l’Assistente in aspettativa dall’Ospedale caricò la sua 2CV 403 cm3 di salami, prosciutti e cappelletti e partì a moderata (scelta obbligata) velocità per Torino, ove era atteso dai primi amici torinesi per cena in Via Vittorio Emanuele 100.

Arrivato in città verso le 18, cercò questa Via con insuccesso, ottenendo indicazioni vaghe e contrastanti. La gente sembrava non capire o non collaborare. Scese allora dall’auto e chiese deciso ad un signore alla fermata del tram dove si trovasse questa malefica Via Vittorio Emanuele. L’uomo rispose sicuro che a Torino non esisteva alcuna Via Vittorio Emanuele. Stupore dell’Assistente seguito da frenetica ricerca del foglio, che confermava esattamente Via Vittorio Emanuele 100. Con accento piemontese, la persona ipotizzò tollerante che forse potevasi trattare di Corso Vittorio Emanuele, quello sì esistente in Torino. L’Assistente capì che si stava aprendo un capitolo non facile di vita sabauda.

Grazie alle seguenti e stavolta precise indicazioni (e alla acquisizione concettuale di Corso), l’Assistente Ospedaliero raggiunse verso le 19:15 l’indirizzo desiderato, parcheggiò la sua 2 CV nel parcheggio del controviale (altra novità) e si avvicinò baldanzoso verso il numero 100. Porta robusta, di bel legno, maniglie di ottone splendente, ma decisamente chiuso. Cercò allora la fila di campanelli, ma questi non c’erano o non erano visibili. La stanchezza del viaggio (5 ore con massaggio prostatico prolungato causato dal vibrante bicilindrico della Çitroen) cominciava a fare sentire i suoi effetti, il desiderio di una cena in ambiente amichevole avrebbe aggiustato tutto. C’era solo questo piccolo problema dei campanelli, ovviamente in tempi pre-telefonino.

Cominciò a ispezionare con cura superiore le varie porzioni della porta, ipotizzando un mascheramento ligneo o altri abbellimenti cittadini, ma senza successo. L’ispezione della porta non passò inosservata all’immancabile passante piemontese, scosso dalla novità di quello che si presentava nel portone. Il passante si fermò, chiese gentilmente, ebbe una gentile quanto imbarazzata risposta di persona che semplicemente chiedeva di entrare nell’appartamento (subito corretto in alloggio), ove era atteso per cena. Erano ormai giunte le 19:30-45, l’ora in cui a Ferrara c’era l’ineludibile impegno della vasca con aperitivo finale al Bar Europa.

Stupito, il passante piemontese borbottò che trattavasi di richiesta ben strana, in quanto generalmente non si andava  a casa della gente dopo cena e, in questi casi fuori dall’ordinario, ci si andava accompagnati dall’ospite. Segno ulteriore che confermava che la vita a Torino nasceva sotto cattivi auspici, confermato poi dal fatto che gli ospitanti erano già nel più avanzato dopo cena.

Il mattino successivo una corroborante doccia fresca fece arrivare l’Assistente in Istituto assai sveglio per il primo giorno di lavoro ufficiale. Non certo una novità, ma una piccola emozione per un cambio epocale di lavoro in tempi pre-Fornero, in cui chi ne aveva uno (e ben pagato) se lo teneva altrettanto stretto. L’ansia giocò un brutto scherzo già quel mattino, in cui dimenticò di avvitare il rotore alla centrifuga Sorvall americana (dono di Ceppellini), che giunta attorno ai 3-400 giri fece un balzo di un paio di metri. Sopravvivendo alla prima settimana, fu fatto un concorso per il posto di Tecnico Laureato, dovendo peraltro lottare con un interno, una fenocopia (non ben venuta) di Vittorio Emanuele II. Superato anche questo l’esame, passarono 6 mesi di lunga formazione e alla fine giunse il tempo del concorso per Assistenti Ordinari all’Università. Era un posto riservato per coloro che occupavano la posizione di Tecnico Laureato (astuzia ceppelliniana) e quindi uno poteva pensare di andare sul sicuro. In realtà, numerosi futuri colleghi non mancarono di ricordare concorsi facili in partenza, ma andati male a causa del volubile umore del Maestro. Il Concorso era bandito dal Prof. Ceppellini, il quale coordinava la Commissione, composta dai Prof. Carbonara e Negro-Ponzi di Microbiologia. Il Concorso era bandito per il primo Lunedì di Dicembre alle ore 8 presso l’Istituto di Genetica Medica.

La giacca blu fresca di sarto Guiorci, il pantalone di vigogna con piega al laser di mamma Dina, camicia fatta dalla camiciaia Pulga erano la componente base di come uno si presentava allora ai concorsi, almeno nella zona di Ferrara. Completava il tutto cravatta di Schostal di Bologna e loden fatto venire da Innsbruck. L’arrivo alle 7:30 in Istituto era preceduto dal maschio afrore del dopobarba Noxzema, utile a Ferrara ma del tutto irrilevante nell’algido ambiente piemontese.

L’Istituto appariva già in movimento, la Signorina Garetti al suo posto di conteggio, mentre l’ufficio del Maestro chiuso, ma non era ancora l’ora fissata. Il Professore si era fatto fare al secondo piano un grande studio vetrato, un lato protrudente sul Po e l’altro sulle Molinette. Nonostante queste caratteristiche uniche, il Maestro non ci stette un solo momento, preferendo la stanzetta ora dedicata al caffè del personale ospedaliero, da lui usata in realtà come sistema di controllo fiscale delle entrate e delle uscite. La stanzetta era minuscola, ma subito ri-usata a scopi nobili e soprattutto per telefonate transoceaniche marcate da un eccesso di decibel.

Alle 8.30 arrivò la Signora Anna, aprì il suo ufficio ed iniziò la girandola di telefonate per il Professore. La Signora confermò sì che quel Lunedì il Maestro sapeva, un attimo di pazienza e sarebbe arrivato. Intanto lei pre-allertava i Prof. Carbonara e Negro-Ponzi. Tranquillizzato, l’aspirante Assistente Universitario (in breve, l’aspirante) si ritirò da Cleide (tranquillo, tanto arriva, lo conosci, no?) e Carlo, nel suo costruttivo riserbo (bisogno di niente?). La camicia iniziava a perdere della iniziale freschezza.

Verso le 11, l’aspirante osò bussare nuovamente alla porta della Signora per sapere se aveva notizie fresche del Professore. Sì, il Professore stava finendo un importante lavoro, aveva una scadenza ferrea, ma nessuna preoccupazione, sarebbe arrivato a breve, per cui il concorso è ri-fissato alle 14. Nuovo calo di tensione, fauci secche, non lo stesso delle ascelle, sotto controllo di meccanismi di difficile gestione. Rapido cappuccino e quindi alle 13.30 nuova ricarica delle batterie per arrivare ben tarato allo scritto, la prima parte dell’esame.

Le ore 14 scorsero delicatamente, seguite come atteso dalle 15 e poi dalle 16, in non rapida né tranquilla sequenza. Alle 15 la Signora Anna staccava: uscì chiudendo a chiave l’ufficio alle sue spalle (lì era situato il telefono del Professore, che non aveva restrizioni e quindi oggetto di interessate attenzioni in tempi pre-internet). Il Professore aveva chiamato, si scusava, stava arrivando, l’aspirante stesse vicino al telefono in attesa di una chiamata che sarebbe arrivata a breve.

Cominciò allora un servizio di guardia del telefono, interrotta dalla uscita di tutti. L’ultima fu Eleonora Olivetti, che lavorando sul P6060 Olivetti di casa metteva in piedi i primi programmi su supporto magnetico. Signora dentro e fuori, lasciò un buffetto di incoraggiamento all’aspirante fissamente saldato al telefono, che data l’ora non riceveva nemmeno le chiamate di lavoro.

Alle 19.45 il Maestro in linea, sì era in ritardo, ma il lavoro era venuto benissimo ed andato oltre le più rosee aspettative. Per questo pensava di tirare avanti ancora: fare il concorso a quell’ora pareva ormai fuori luogo. Forse era meglio spostare il tutto alle 8 di Martedì mattina, dove a mente fresca tutto veniva meglio.

L’abbigliamento del primo giorno era ridotto a massa informe e di freschezza utile solo per i wet T-shirt test di Psicologia. Mamma Dina aveva previdentemente incluso un secondo set di tutto.

Mattino successivo, rinfrescato da sonno e doccia era rientrato la mezz’ora di ordinanza prima dell’appuntamento delle 8. In piedi accanto alla porta dello studio (e quindi accanto alla porta dell’Istituto), ebbe modo di vedere il risveglio dell’Istituto e del Centro CNR, Carlo borbottando in rapido saluto sotto il baffo rigoglioso. Seguiva una pimpante signorina Garetti, di buon umore per la notizia di una prossima crociera. A ruota arrivavano gli altri ed infine la Signora Anna tra tessuti speciali e colli di pelliccia (stavolta ci siamo), lo studio aperto, ci siamo proprio.

Tuttavia né alle 8 e nemmeno alle 9 il Professore fece la sua solita roboante entrata. Alle 10 un certo nervosismo era palpabile, ma nessuno, professori e aspiranti, diceva nulla in quanto erano genati.

L’aspirante osò verso le 13 e stavolta anche la Principessa Anna convenne che il Professore era decisamente in ritardo. Optò per chiamarlo ed evidentemente sapeva dove era. Stavolta flautato era il Professore, che confessò di avere pianificato un importante esperimento, che voleva seguire di persona, perché non si fidava di Trucco e Garotta. Nomi noti, che riconducevano al Basel Institute for Immunology di Basilea. Nella bella sostanza, il Professore era in Svizzera, sa la ricerca per me ha la priorità su tutto ma capisco le sue ragioni, per questo mi metto subito in macchina, a tavoletta con la mia “125” sono lì al massimo fra 4 ore. Quindi alle 5 (ore 17 sul fuso di Torino) ci vediamo.

Un coro all’unisono sai è fatto così tappò un certo bollore proveniente dalla Bassa, ma allora i Baroni erano tali. La Signora Anna gli affidò il telefono prima mangi un panino la vedo un po’ alterato, sa è meglio seguirlo, telefona sempre appena in Italia. Rapida puntata al Tio Pepe, ritorno altrettanto rapido al telefono e ripasso generale per coprire i buchi di una preparazione basata sulla medicina nucleare, ma anche inframmezzata da significative porzioni di easy going life.

L’attesa accanto al telefono consentì anche più piacevoli ripassi degli ultimi mesi in Torino, un cambio significativo rispetto a comodi standard di vita.

La 2CV fu protagonista della scuola di apprendimento semantico della città. Una volta superato lo scoglio di Corso/Via, saltò fuori un’altra inquietante novità. Eleonora Olivetti invitò per cena alcuni amici, e il biglietto terminava con un vi aspetto alle 20.30 in Strada XX 4F. Dapprima lo  shock dell’ora (dopo cena pieno, si arriva mangiati o no?) e poi la novità della Strada. Si deve sapere che il piemontese non ha mai accettato l’arrivo di gente dalla Bassa Italia: lasciò quindi la città per ritirarsi nelle cittadine vicine o sulla collina, più discreta agli occhi e poi militarmente proteggibile.

Il Po rappresenta a Torino uno spartiacque tra piemontesi (ricchi) e non. La collina era marcata dall’esistenza di vie note come Strade, irraggiungibili quanto disagevoli ma facenti la differenza sociale. E parte della differenza era costituita dalle macchine necessarie per affrontare le pendenze delle Strade in condizioni normali: gli attuali SUV sono probabilmente nati per dare risposte chiare alle esigenze di mobilità dei collinari.

Una volta indovinata la Strada in oggetto, la 2CV affrontò con decrescente baldanza la salita, fino a giungere ad un numero civico apparentemente nel mezzo del nulla. In realtà, dietro il numero civico era la fortezza Bastiani, un muro di cinta mimetizzato nel verde. Macchina ancorata al terreno a causa della dolomitica pendenza, l’aspirante venne confortato nel vedere nella porta fortezza una fila di campanelli, stavolta con la novità dell’assenza di nomi, sostituiti da numeri o vezzose sigle di richiamo. Appariva ora chiaro il significato dell’oscuro 4F dell’invito, scambiato per un banale fourth floor.

La scampanellata al 4F fu seguita dalla apertura rapidissima del portone: assai meno rapida fu la manovra di convincimento della 2CV a mollare le ancore e ripartire in salita. Una volta che l’infaticabile ma piccola 403 Çitroen era entrata in coppia, con piglio gigliottinesco il portone si richiuse con rapidità lasciando fuori il malcapitato. Nuova suonata, simile risultato. Fu necessario ripetere l’esperimento tenendo il motore imballato, lavorando di punta/tacco e premendo il campanello attraverso il finestrino della macchina. L’interno della fortezza era inaspettatamente vuoto e buio, con rare ville isolate sparse qua e là. Ad altezza uomo c’erano luci fioche, abbinate e mobili. Quanto scambiato per piccole luci pensile poste ad indicare la strada erano in realtà occhi fosforescenti montati su alani, apparentemente lasciati liberi dalla Sicurezza all’interno della fortezza. Fuga precipitosa all’interno dell’auto, le cui lamiere erano di non rassicurante spessore. La casa fu raggiunta al seguito di un macchinone di altro ospite, ben avvezzo ai modi della città. Il week end a Ferrara fu impegnato in un racconto di fronte ad una audience incredulissima.

Attendere una telefonata di fronte ad un telefono muto che trasmette irrilevanti messaggi mette ansia, incide su certezze, toglie sicurezza. Però anche questo era parte dell’esame, o forse la maggior parte.

Alle 20 chiamò. Si scusava ancora, ma i risultati erano buoni, avevano impiegato la notte a definire un nuovo sistema di nomenclatura per gli anticorpi anti-HLA, molto divertente e glielo facciamo vedere noi a quei Bodmer lì. A proposito, lei capisce bene (traduzione, anche se così provinciale) che non potevo venire per il concorso parto però subito e domani sono lì bello fresco sa che dormo poco, io. Altro poco consolante borbottio di Carlo nell’Istituto ormai deserto. Nuovo ritorno a casa, nuova procedura di relax e nuovo risveglio.

Idem per l’Istituto: la Signora che arriva, stavolta proprio è quella buona, lei si prepari in aula così recuperiamo tempo. Verso le 11, nell’aula vuota scesero scoramento ed anche rammarico per avere lasciato una struttura ove era stimato e circondato da sana ironia, mai nessuno avrebbe osato pacchi del genere con nessuno. Stavolta il Professore chiamò lui, dicendo che aveva  passato la notte a buttare giù le bozze di un lavoro, di cui era molto soddisfatto: però capiva le esigenze dei giovani, per cui si metteva subito in macchina invece di andare a riposarsi come meritato, sarebbe arrivato verso le 18, giusto in tempo per fare lo scritto.

L’aspirante Assistente si augurò che non arrivasse, era Martedì e la piccola superstizione della tradizione contadina era piuttosto attiva su questo punto. In realtà, non c’era nessuna necessità di pregare il Professore: semplicemente non venne, né telefonò.

La manfrina continuò anche il Mercoledì mattina, no show-up, neppure telefonate. Persino la olimpica calma della Signora Anna cominciava a cedere, prese la situazione in mano e chiamò il Professore al centralino del Basel. Si rendeva conto di essere un po’in ritardo, ma non aveva saputo resistere alla tentazione di uno scoop con Strominger, peraltro andato benissimo. Malavasi si preparasse per il primo pomeriggio per lo scritto. Solita azione pomeridiana di presidio del telefono, le note di ironia erano così facili che erano ormai cessate. La placida Pamela, nei suoi colori canadesi e floridità mediterranea, passò per un saluto, sufficiente a ricordare le uscite con i giovani dell’Istituto. Una sera si era deciso di andare oltre Valle Ceppi (dopo Via, Corso, Strada, anche Valle!) per una cena all’aperto a festeggiare qualcosa di irrilevante. Al gruppo si era aggiunta Eleonora, con una delle sue improbabili automobili (una delle 3 Duna vendute a Torino) ma avvolta in chilometriche sete extrapure. Il posto scelto era noto per la sua carne alla brace, servita in spiedoni di legno. Eleonora era rigorosamente vegetariana, si evitò il problema ordinando una mega porzione di verdure ai ferri. Il tutto era innaffiato da un modestissimo rouge de la maison, servito in brocche. Rosso potente, tutti cominciarono a brandeggiale gli spiedi e questo ebbe come effetto indesiderato una pioggia di oli e succhi di cottura sulle vesti dei bersagli. La più danneggiata, Eleonora e le sue sete, non mosse il signorile ciglio.

Tutti ricordi piacevoli e divertenti, ma di moderato effetto per convincere l’aspirante che le sue aspirazioni valevano la pena di una attesa talmente stressante ed anche umiliante. Le esperienze professionali all’Arcispedale gli avevano mostrato che le posizioni universitarie sembravano avere qualcosa in più. E ovviamente il figlio di modesta famiglia della campagna più povera era caduto in trappole pensate invece per rampolli di ben altri lombi.

Il Giovedì passò come gli altri giorni della settimana, attesa, telefonata di spostamento al pomeriggio, guardia al telefono, nulla, ritorno a casa. Il pomeriggio era stato motivo di qualche depressione, le scelte sbriciolate di fronte alla indifferenza dell’uomo, che tutto poteva decidere. Scorse il film della prima gaffe importante in Istituto, che aveva portato ad effetti mai più risolti. In genere l’aspirante andava a casa nei week-end, lunghi viaggi in treno ma ambiente e calore delle case aiutavano a scordare le ristrettezze della vita a Torino. Aveva cominciato a vendere le moto, relitti del precedente periodo di agiatezza ospedaliera, per non mostrare alle famiglie di essere alla frutta, anzi al digestivo.

Il Venerdì è notoriamente giorno dedicato alla penitenza, l’aspirante aveva penato per una settimana ed era ridotto a straccio, nemmeno bagnato. Quando tutto era considerato perduto, mancava la faccia per tornare a casa e confessare il tutto, il telefono squillò, il Professore in persona chiamò per informare che stava superando le Alpi, l’aspirante si tenesse pronto. Si fermava un attimo per un boccone in una trattoria che conosceva prima di Aosta ed era subito in Istituto.

La notizia portò animazione nell’intero Istituto. Quando il Maestro arrivava, amava essere accolto con gli onori dovuti, e soprattutto gradiva avere una corte con cui lamentarsi di tutto ciò che accadeva in Italia e a Torino, con ovvi confronti con la virtuosa Svizzera. Il prediletto era il Prof. Carbonara, seguivano la Signora Anna ed infine la Signora Garetti, che arrivava con i conti del CNR.

Nonostante lo schieramento di forze, il Maestro non apparve alle 3, alle 4, alle 5. Alle 18 cominciò un silenzioso sgretolamento della guardia d’onore. Alle 19 anche le ultime illusioni dell’aspirante erano sottoterra: tuttavia, ad un certo punto una voce tuonò dall’entrata chiedendo come mai non ci fosse più nessuno. Note di colore sul lassismo imperante nel Paese, l’Istituto non è più quello che ho creato, e così lamentando.

Un’ombra lieve di complimento dell’aspirante per essere rimasto: per premiarlo, avrebbe fatto lo scritto ora. Scrisse il tema, consegnò i fogli preparati dalla Signora Anna con i timbri della Repubblica Italiana. Andarono nella grande aula, lesse alla cattedra il titolo ed assegnò 3 ore per la consegna. Lo scritto doveva essere finito per le 22.45, si dovevano consegnare anche i fogli di “brutta”. Lei inizi ed io intanto vado a vedere i conti che mi ha lasciato Adriana.

Tornò dopo 10 minuti dicendo che ormai tutto era avviato, lui pensava di andare a cena da Galli, in fondo se lo meritava proprio per una settimana così produttiva. Lei Malavasi vada avanti con l’elaborato e mi raccomando non copi e si consegni il lavoro alle 22.54, non un minuto di più.

L’aspirante fu pervaso da un’onda di depressione e malinconia, quasi da piangere per delusione e solitudine in cui tutto avveniva. Tutto era lontano da quanto aveva atteso e si era figurato.

Verso le 21, la porta dell’aula si aprì, entrò silenzioso come sempre Carlo con 2 panini + bibita. Tieni napuli, voi che siete nati sotto il Po siete abituati a tenervi su. Quando finisci, andiamo insieme verso casa.

Il mattino successivo della settimana di passione, il Professore alle 8 aveva già letto il lavoro, molte critiche, si nota proprio che non ha fatto la mia scuola, ma in fondo è promettente, può migliorare a patto che si impegni ed abbandoni il lassismo e gli agi cui è abituato.

Seguì una prova orale, formale e discreta. Il Professore assieme a Carbonara e Negro-Ponzi lo nominò Assistente Ordinario, naturalmente da confermare dopo 6 mesi.

Il primo passo era stato fatto. Il ritorno a Ferrara significò 5 ore di sonno in treno, un recupero parziale per non farsi beccare dalle famiglie. Nulla di nuovo confessò girando altrove lo sguardo, ieri ho fatto il concorso, che è andato bene. Citò anche l’aumento di stipendio, senza entrare in poco signorili dettagli quantitativi.

Tuttavia a mamma Dina non passò inosservato l’enorme consumo di pantaloni, camicie e giacche, ridotte peraltro in condizioni miserevoli. Ma la donna tenne tutto nel suo cuore, nulla doveva turbare la carriera di suo figlio, un cretino che aveva lasciato il nostro Ospedale ma sai, Teni, è fatto così. Avesse almeno avuto i tuoi occhi chiari…

Fabio Malavasi

UNA FERROVIA DELLA BASSA COME CONTRADA DELL’ANIMA

Scacciati con le brusche, i venditori di colombi e gli altri mercanti rientrarono nel Tempio appena Gesù si fu allontanato. Figuriamoci se poteva andare meglio a Mario Monti, così lontano dalla potenza e dalla virtù del figlio di Dio. Per qualche mese estromise dal potere centrale la gentaglia dei politici professionisti, ora la gentaglia è di nuovo in business, più agguerrita e turpe di prima. Anzi, di una frazione dei venditori rientrati a insozzare il Tempio egli Monti si è fatto addirittura maestro e condottiero. Il Male, com’era da attendersi, è invincibile. Con tutta la loro autostima, i ministri tecnici si sono ridotti ad aspiranti carpetbaggers.

Ancor più risalta ciò che si contrappone al Male: il Bene. Nel concreto, i primi che vengono alla mente quali operatori del bene sono coloro che fanno volontariato, coloro che sono l’esatto contrario dei parlamentari, degli uomini d’apparato, dei consigliori (=dignitari della Mafia)  istituzionali. Chi volesse progettare un sistema di democrazia diretta selettiva, una Polis di supercittadini estratti a sorte per turni brevi a deliberare e a governare, non esiterebbe a riservare a quelli del volontariato vero -quello faticoso e persino costoso, quello che esige sacrificio- le maggiori chances d’essere sorteggiati a deliberare e a governare. Gli uomini e le donne del volontariato praticano una sommessa santità terra terra.

Ma il volontariato non è solo sfacchinare nelle mense dei poveri e negli ospizi, visitare gli ammalati, soccorrere gli homeless. E’ volontariato anche, laico o no non importa, spendersi (e spendere) per il bene comune, soccorrere le menti e le anime invece che la sola carne. Sono caritatevoli anche quei quarantenni con figli e più d’una laurea che dedicano sforzo a provare e riprovare nel coro la cantata  di Bach invece di frequentare al Rotary o al golf la gente utile alla carriera; e in più si quotano per pagare il maestro del coro, l’affitto della sala e ogni altra spesa. E’ grazie alla loro filantropia che la cantata sacra bachiana vive ed è a joy forever.

Altrettanto caritatevole è la gente come Fabio. Fabio Malavasi, ordinario di genetica medica all’università di Torino, che con la sua scienza, tra l’altro scienza di tumori, potrebbe farsi ricco, tiene da molti anni accesa una lampada di sentimenti. Nato in un casello ferroviario della linea Suzzara-Ferrara, figlio di casellanti, non si è limitato a comprare e ad abitare il casello dove vide la luce -lo faremmo in molti- ma dedica opera e soldi, oltre che a iniziative altruistiche nella sua piccola patria, a strappare alla rottamazione locomotive e vagoni della Suzzara-Ferrara. Con lui si prodigano (e pagano), con un’abnegazione che è silenzioso eroismo, un pugno di santi matti. Hanno restaurato una superba macchina che un secolo fa trascinava convogli a 100 all’ora. Ne fanno di tutti i colori per riportare in vita -chissà quando sarà- una locomotiva del 1887, umile giumenta da lavoro su una linea che faceva viaggiare soprattutto povera gente. Quella di Fabio e dei suoi amici è il contrario che una passione antiquaria/collezionistica: é dedizione filiale a una terra, la Bassa ferrarese, che idealmente è patria di ciascuno di noi, perché è una contrada dell’anima.

Nella nera officina ‘rialzo’ della ferrovia Torino-Ceres, mi onoro di avere parlato con Claudio Di Maria, sodale di quel Fabio che coltiva i valori della Bassa anche attraverso i passaggi a livello della Suzzara-Ferrara. Claudio è un incontro emozionante. Responsabile, ovviamente volontario,  dell’officina meccanica del Museo ferroviario torinese, nelle ore libere dalle incombenze che gli danno il pane, ore che altri dedicano all’edonismo, al riposo, alla famiglia e, peggio, allo sport, lavora anche manualmente tra le viscere, le bielle e i ruotismi ferroviari, e poco alla volta, assieme agli altri, risuscita la ferraglia -ma certe componenti d’un sol pezzo pesano tonnellate- di nobili veicoli che ‘devono’ tornare a funzionare. Su un piccolo locomotore da manovra i volontari hanno adattato il motore di un ‘Leoncino’, autocarro leggero OM. Alcune veloci  littorine hanno ricevuto i propulsori dei carri armati Sherman o Grant residuati di guerra. E’ straordinario come Claudio e i suoi compagni  riescano a farsi ingegneri meccanici oltre che saldatori e fresatori, lavorando gratis in un tempo assetato di denaro. Solo il volontariato fa questo ed è slancio religioso, slancio anche di atei.

Fabio, Claudio e gli altri sono la polarità perfettamente opposta ai malfattori che, lo dicevamo nell’incipit, si sono riappropriati della repubblica ma meriterebbero lo sdegno e lo scudiscio del Nazzareno a Gerusalemme. Tutto il potere andrebbe dato agli operatori del volontariato: compresi quanti si sentono figli e fratelli dei manovali della Bassa ferrarese. ‘Servo di Dio servo dei poveri’  hanno scritto sulla tomba di un misericordioso. Troveranno misericordia, è scritto nel Discorso delle Beatitudini, molti altri che avranno amato gli umili più che se stessi.

l’Ussita