SULLE DUE SPONDE DEL TEVERE PARALLELISMI, AFFINITA’ E RINUNCE

Un anno di Renzi, più o meno come un biennio di Bergoglio. Ininterrotti ribadimenti; volitività senza confini; realizzazioni e opere che deviano la storia, poche. In molti ci attendevamo dal Papa una mezza rivoluzione, quella svolta per cui nulla o poco di importante restasse come prima. Nessuna montagna si è mossa. Dal Premier forse era realistico aspettarci di meno: la politica è l’arte del possibile, possibile nel quale non c’è posto per l’ideale e il top del massimalismo è aspirare al meno peggio.

I conati di riforma di Renzi sono il meno peggio, confrontati alle alternative esistenti. La prima di esse è il berlusconismo. Nel quotidiano della politica come nell’anima della nazione il berlusconismo è la dipendenza di una parte del popolo e di una masnada della Casta da un personaggio ormai insopportabilmente simile nell’aspetto fisico all’Al Capone di prima di Alcatraz, o di Sing Sing o di altro sacrosanto penitenziario. Nella sfera spirituale la dipendenza di troppi nostri compaesani è dal più lubrico dei personaggi del genere fescennino. Che avrebbe pagato, secoli dopo, il poeta Decimo Giunio Giovenale per averlo creato lui come incarnazione di corruttela, licenziosità e sostanziale negazione ad essere statista! Eppure egli Cav ancora impartisce direttive, resta fuori dalle Case Circondariali, vince battaglie giudiziarie, arricchisce smisuratamente principi del foro, cocotte e semplici olgettine, mantiene lo ‘affetto’ di plotoni di deputati.

Le altre alternative: 1) il grillismo, ossia la strumentalizzazione un po’ scervellata degli istinti giovanili di rinnovamento; si è materializzata in conati di parlamentarismo fuori tempo massimo, dunque deteriore. Ripudiata, inevitabilmente, la santa utopia della democrazia diretta; 2) Matteo Salvini o l’ingentilimento del bossismo da bar-tabacchi; 3) il nulla integrale della Gauche degli intellettuali (sort of ) da terrazza romana o da trattoria pugliese specialità orecchiette. A nome della Gauche del Nulla, Stefano Rodotà e altre prèfiche della democrazia effondono lacrime sulla deriva autoritaria rappresentata da Renzi.

E invece Renzi fa benissimo a far rigare il parlamento e le camere. L’uno e le altre meriterebbero ben altra frusta e ben altra ramazza. Le prèfiche si aggrappano alla Costituzione che vuole il parlamento bicamerale spinto. E’ uno dei molti motivi per detestare deridere cestinare la Costituzione.

In presenza delle suddette alternative, è umano che molti nella Penisola abbiano sperato in Renzi: per essere ripagati soprattutto da enunciazioni, promesse, formule. Un anno dopo il ciclone Matteo, il paesaggio italiano presenta poche devastazioni: gli sconquassi, tutti da venire. Come avesse governato un anno Giovanni Goria, il compianto politico astigiano la cui memoria resta imperitura solo grazie all’abnegazione degli storici volontari di Wikipedia.

Questo Matteo, che si era presentato come emulo di Eracle (il figlio di Zeus & Alcmena) come operatore di fatiche più che umane e come generatore di almeno 70 figli, questo Matteo non deve temere alcun impeachment come perturbatore effettivo dei costumi e degli andazzi della Cleptocrazia. E’ vero, per la dira Camussa (la quarta Erinni dopo Aletto, Tisifone e Megera), il premier ha violato l’ordine naturale di cui esse Furie sono severe e vindici protettrici. Ma Camussa esagera. La Casta è in buona salute, e così pure quel suo comparto che sono i sindacati.

Il milione di persone che vivono di sola politica, cioè di sola rapina del denaro pubblico, resteranno al loro posto, quali che siano le smanie riformatrici del Fiorentino. Se questi brandirà l’arma delle elezioni anticipate, arriverà il veto/usbergo del Colle, la vetta più alta della Casta. Se le Province saranno davvero abolite, il nostro Pubblico Impiego non perderà il suo posto, così onorevole, nella classifica dei paesi industriali più burocratizzati. Gli alti papaveri che affittano a bassa pigione appartamenti di proprietà pubblica se li compreranno a poco. Dovesse il parlamento perdere la bicameralità piena dopo la parentesi similducesca (secondo le lagne di Rodotà, beninteso) di Matteo, risulterebbe sesquicamerale (una camera e mezza), con costi invariati. Inappagata resterà l’aspirazione degli ingenui a un Paese rovesciato sottosopra.

Delusi resteranno coloro che, passati 72 anni dall’armistizio di Cassibile (Siracusa) dove i generali G.Castellano e W.Bedell Smith stipularono la nostra resa incondizionata, credevano che lo Stivale potesse aspirare all’indipendenza dagli USA, quindi non essere più coartato a comprare F35, sommergibili d’attacco e missili così sofisticati che se il nemico non esisterà lo creeranno by default.

Direte, ma Bergoglio è un’altra cosa. Sarà. Ciascuno a modo suo ha rinunciato all’occasione assoluta di spezzare la continuità e rifiutare le logiche istituzionali.

Porfirio

CADORNA SILURO’ 217 GENERALI MENO ‘VITTORIOSI’/EFFERATI DI LUI

Si tende a pensare che i fatti più atroci della nostra Grande Guerra -le decimazioni- siano avvenute a Caporetto (ottobre 1917). Invece tra maggio e giugno 1916, quando la Strafexpedition  austriaca minacciò da tergo il fronte dell’Isonzo e il nostro Comando  considerò la possibilità di una ritirata al Piave- cominciarono i cedimenti del morale, cui seguirono le fucilazioni senza processo e il fuoco delle a rtiglierie e mitragliatrici italiane su alcuni nostri reparti che cercavano di arrendersi al nemico.

Il ministro della Guerra, generale Morrone, tornato il 29 maggio dal fronte, riferì ai colleghi del governo che un generale aveva freddato personalmente 8 militari che fuggivano. Un comandante di corpo d’armata aveva ordinato a un drappello di carabinieri di sparare  su una “ondata di nostri fuggenti”. Piombato sul comando dell’altopiano di Asiago il generalissimo Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, fu sentito urlare dai piantoni “fucilate senza processo, mi assumo la responsabilità!”. Il giorno dopo una sua lettera ufficiale a tutti i comandi intimò: “L’E.V. faccia passare per le armi immediatamente e senza alcuna procedura. Sull’Altopiano si deve resistere e morire sul posto”.

La fucilazione il 28 maggio di un sottotenente, tre sergenti e otto uomini di truppa del 141° reggimento di fanteria fu la prima decimazione del nostro esercito; Cadorna emise un ordine del giorno per elogiare in grande il colonnello che aveva dato l’ordine (in un anno di aspra guerra mai un encomio solenne era andato a un nostro ufficiale). Giorni dopo, 11 giugno, il comandante del XIV corpo d’armata fu destituito per non avere messo a morte, ma solo deferito al tribunale di guerra, alcuni ufficiali. Al fronte e nel paese si diffuse la diceria che fossero stati passati per le armi, sommariamente, persino dei generali.

Ai primi di luglio, sempre 1916, reparti dell’89° reggimento della brigata Salerno sul fronte Monte Nero-Merzly (Trentino) furono cannoneggiati e mitragliati per ordine dei nostri comandi. Questo perché alcuni feriti, dopo due giorni e due notti nella terra di nessuno sotto il fuoco sia nemico sia amico, si erano dati prigionieri. Vari militari dell’89° reggimento furono fucilati: uno dichiarato ‘reo’, tre indiziati, quattro estratti a sorte.

Cadorna lodò: “Sui  passati vilmente al nemico, tutti appartenenti al III battaglione dell’89° reggimento di fanteria, si dirigeva, implacabile giustiziere, il fuoco delle nostre artiglierie e mitragliatrici. Il provvedimento ha incontrato la mia incondizionata approvazione, convinto come sono della necessità di una ferrea disciplina di guerra”. Il comandante supremo esigeva che le misure estreme fossero immediate, anche perché per lui le corti

marziali erano “affette dallo stesso morboso sentimentalismo che dominava il paese, e raramente pronunciavano sentenze capitali”. In proseguo Cadorna, agli inizi della guerra correntemente dichiarato “geniale” da giornalisti e memorialisti suoi dipendenti -p.es. dal colonnello di Stato Maggiore Angelo Gatti, futuro celebrato storico militare- si compiacque che il 31 ottobre 1916 il duca d’Aosta, comandante della III armata, avesse ordinato una decimazione di propria iniziativa.

Nessun comandante poteva sottrarsi all’obbligo “assoluto e inderogabile” di applicare la pena di morte o di ordinare le decimazioni. Del resto Cadorna sosteneva che tutti gli eserciti moderni, non solo il suo, meritassero le punizioni draconiane, in quanto “accolte improvvisate di grandi masse, ineducate ai sentimenti militari, anzi educate dai partiti sovversivi all’antimilitarismo”.

Ripetiamo: tutto ciò non nei giorni di Caporetto, ma nel 1916. Tecnicamente Luigi Cadorna poteva imporre la durezza implacabile. Ma probabilmente a Norimberga sarebbe stato impiccato come Wilhelm Keitel, suo pari grado di una guerra dopo, chissà se ‘geniale’ come il conte Cadorna. Il quale dopo Caporetto fu sostituito da Armando Diaz. Ma per le carneficine delle XI battaglie dell’Isonzo, da lui fermissimamente volute nella fede nella superiorità dell’attacco frontale, fu premiato col dono di un palazzo a Pallanza, già avito;  nel 1925 fu elevato con Diaz a maresciallo d’Italia. L’anno dopo divennero marescialli  ‘d’esercito’ i generali Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, Pecori Giraldi, Caviglia, Giardino e Badoglio. Per Carlo Porro,  numero Due del Generalissimo, si ripiegò sulla strana nomina a ministro di Stato.

A Milano nessuna amministrazione di sinistra ha tolto il nome di Cadorna da una delle piazze più importanti della metropoli. Le vittorie di sinistra resteranno sempre inutili se, tra l’altro, non affermeranno il diritto dell’uomo individuo di non uccidere/farsi uccidere per la Patria. L’infanticida Patria, secondo Cadorna, era padrona delle vite dei seicentomila caduti di quella guerra. Un secolo dopo, la sinistra delle Istituzioni, da Napolitano a D’Alema, persino a Matteo Renzi, pensano in ultima analisi come Cadorna. Infatti comprano F35 e partecipano ubbidienti alle spedizioni del Pentagono. L’uomo del Colle è addirittura infatuato di panoplie guerresche: non perde occasione per additare i valori,  i meriti e gli elmi delle FF.AA. Dunque aveva ragione il casalingo Wilhelm Keitel della nostra disdetta.

A.M.C.

OBAMA: IL D-DAY PER BUON CUORE NON PER LA SUPREMAZIA SUL PIANETA

Il Barack Obama della retorica ‘Omaha Beach’, passi. Fa di peggio, ci ordina di comprare armi. Tuttavia la menzogna per patriottismo egoista è meno grave se perpetrata una volta ogni settant’anni, negli intervalli tra colazioni con 19 capi di Stato- compreso il nostro- e  fotografie con reduci ultranovantenni. “Quando il mondo d’oggi vi rende cinici – ha arringato il Presidente idealista, elogiato da molti come “guerriero riluttante” -fermatevi a pensare a questi uomini, molti dei quali hanno dato la vita per ridare la libertà a popoli che nemmeno conoscevano”.

Secondo Massimo Gaggi, inviato con elmetto a stelle e strisce al D-Day, “il Presidente rivendica il primato etico dell’America”.  Bravo Massimo Gaggi, che mente senza averne obbligo: laddove Obama l’obbligo ce l’ha eccome, in quanto American Patriot in Chief. La menzogna volenterosa di Gaggi consiste, è chiaro, nell’accreditare di “primato etico” il paese più militarista della storia (benché oggi guidato da un capo meno guerrafondaio del suo predecessore). Dai giorni del Vietnam gli USA hanno esercitato spesso il diritto di trattare col napalm e i droni gli innocenti in aggiunta ai nemici.

Quando, gennaio 1961, il presidente Dwight Eisenhower consegnò la Casa Bianca a J.F.Kennedy, gli consigliò caldamente, egli supremo tra i marescialli vittoriosi della WW2, di non fare la guerra d’Indocina. Il giovane successore New Frontier, irresistibile non solo con le attrici di Hollywood, anche con giornalisti, intellettuali e mezze calzette di mezzo mondo, inebetiti dagli slogan della sua campagna elettorale, non dette ascolto al saggio consigliere: anche perché aveva appena autorizzato, non ancora seduto nella Oval Room, lo sbarco alla Baia dei Porci dei cubani anticastristi arruolati dalla CIA. Lo sbarco fallì, ma si avviò la gloriosa impresa del Vietnam, prima disfatta catastrofica della Superpotenza. Nel mezzo secolo che è seguito Washington non ha mancato un’occasione per impiegare le armi nel nome dell’egemonia. Sapeva Massimo Gaggi che inneggiando al “primato etico” si guadagnava la carica di assolutore loyolesco (=gesuitico) alla corte di Barack e Michelle?

La mitopoiesi di Gaggi attinge alle vette del comico funerario, se preferite del grottesco esilarante, quando ci addita ammirato una cretinata di Barack che sembra scandita a un comizio dall’On.Cetto Laqualunque: “L’America è venuta a liberare l’Europa senza chiedere nulla, solo la terra dove seppellire i suoi morti”. Ah, gli infortuni dell’oratoria celebrativa alla Checco Zallone! Qualunque persona malpensante/sardonica avrebbe il diritto di interpretare quel “solo la terra per seppellire” alla lettera :   come prova che nel 1944 gli USA sbarcarono in Normandia perché si trovavano low on burying ground- scarsi in cimiteri!  Invece è sicuro: il maggiore sbarco della storia non aveva altro obiettivo che la tumulazione. Niente a che fare con la supremazia sul mondo. E’ irrilevante che, se non ci fosse stato lo sbarco, non sarebbe sorta la necessità di tumulare.

Continua l’esegesi di Gaggi su quello che Obama ha descritto “nella storia non si è mai visto niente di simile”. Non che siano mancate le grandi imprese di conquista, ma in Normandia “the greatest generation” era totalmente disinteressata, mossa solo dall’ ideale: “ondate immense di giovani uomini scendono dai mezzi da sbarco per salvare gente sconosciuta”.

Gaggi: ”Il ricordo di quello spirito di sacrificio torna nel parallelo tracciato dal Presidente “con i ragazzi che dopo l’11 settembre 2001 si sono esposti generosamente per difendere

il loro paese (era sul punto di soccombere alle battleships e alle armate corazzate talebane -N.d.R.) anche in conflitti dall’Iraq all’Afghanistan (…) Le generazioni che hanno conosciuto solo pace e benessere faticano a comprendere: per continuare a vivere in pace e da uomini liberi bisogna rimboccarsi la maniche. Libertà e democrazia non arrivano gratis”.

Il reportage dal bagnasciuga di Omaha Beach finisce assieme allo spazio assegnato dal “Corriere della Sera” al sobrio lirismo normanno di Gaggi. Trasferiamoci alle ormai quotidiane rampogne del presidente USA all’indirizzo dei maramaldi e vermi che un po’ dovunque nel mondo tentano di contrastare l’aumento delle spese militari. Nello Stivale sud dell’Alleanza atlantica gli inqualificabili se la prendono in particolare con gli F35 e coi sommergibili d’attacco. E’ la mascalzonata contro cui borbotta in continuazione anche G. Partenopeo, comandante supremo delle armate che, a norma del ferreo dettato costituzionale contro la guerra, attendono a pié fermo l’aggressore. Solo settant’anni fa Partenopeo parteggiava per i proletari e per la pace, non per i generali a molte stelle.

“Il taglio sugli F35 è un errore”: lo ha insegnato di recente un maitre-à-penser della scuola del Pentagono, Derek Chollet, segretario aggiunto. Ha detto il pensatore, in visita a Roma: “In tempi di austerity i governi devono tagliare. Ma nel caso degli F35 sarebbe un errore perché è un investimento per il futuro, fondamentale per accrescere le forze militari. L’Italia ha già investito molto. Resta un alleato chiave nella Nato e deve mantenere gli stanziamenti per la difesa. Le relazioni tra Italia e USA non sono mai state così forti. Nella penisola ci sono più di 30.000 americani, tra militari e civili. L’impegno italiano in Afghanistan è una dimostrazione di leadership internazionale”. Quest’ultima affermazione a noi suona una cauta ma chiara promessa non ufficiale di una fetta di colonia in Afghanistan, a vittoria conseguita. Dio sa se l’Italia ha bisogno di terra al sole!

Non sappiamo se un giorno gli Dei permetteranno il processo di impeachment agli odierni reggitori della Repubblica fondata sui mitra partigiani. Se sì, auspichiamo che Obama e Chollet, ormai pensionati, accettino di deporre a discarico del presidente Partenopeo; persino di Matteo Renzi, che lo scorso 2 giugno non trovò un pretesto, egli che ha tanta fretta di fare le cose importanti, per mancare alla parata militare del genetliaco della repubblica. Si può capire: basta demagogia, ha intimato il Comandante supremo, sui soffitti delle scuole che minacciano di cadere sui bambini. La democrazia di Scajola e Galan ha titolo a una grossa panoplia di armi di deterrenza.

Sarà la linea difensiva al processo di impeachment. La deposizione del Past President e di Chollet piacerà poco alle maestre, ai genitori e ai bambini, ma molto, moltissimo, a Massimo Gaggi.

Anthony Cobeinsy

IL COLLE CONTRO LE PULSIONI ANTIMILITARISTE E ALTRE MOLLUSCHERIE

“Napolitano difende le spese militari”, oppure “ mette il veto ai tagli”. Più o meno così i media hanno interpretato le parole davanti all’Altare della Patria, il 25 aprile, del Comandante supremo. Ancora una volta l’antico ufficiale d’ordinanza di Togliatti si è confermato pontifex maximus del culto delle (vana)glorie marziali. Edonisti e molli come siamo, noi Stivalioti d’oggi abbiamo indole pacifica, magari anche panciafichista, ventre mio riempiti di felicità masticabile. Ma il Supremo non si lascia sfuggire occasione per ricordarci che ci sono brandi da impugnare, missili e siluri da scagliare, droni ‘Obama’ da teleguidare contro il nemico.

Lui sa chi è, dove sta, il nemico (noi no ma non contiamo: democrazia, libertà e ‘diritti’ non si fidano di noi). Occorre essere semper parati in caso i mongoli di Ulan Bator o alcune repubbliche andine si facciano venire brutte intenzioni. Lo stesso dettato costituzionale (ripudio della guerra) è stato scritto per svista o per scherzo. La Carta, ci insegna il Pensiero di Benigni, è la Più Bella ma quandoque bonus dormitat Homerus (cosìceliava Orazio Flacco). Se il Mare è Nostrum, come rinunciare ai sommergibili d’attacco e ai cacciabombardieri con capacità nucleari? Non siamo legati per trattato, e fino alla fine dei tempi, all’Alleanza atlantica?

E’ noto che il 25 aprile la Resistenza ha liberato l’Italia da sola, senza apporti dell’Ottava armata britannica, della Quinta yankee, dell’Urss che sfondava da Est, delle arciflotte alleate. Alcune decine di migliaia di bombardieri che obliterarono il Reich non hanno fatto che assecondare a latere le conquiste partigiane. Di fronte a così grande retaggio di vittorie, da Custoza a Caporetto alla resa senza condizioni di Cassibile (prov. di Siracusa), di fronte a tante panoplie di armi gloriose, i pacifisti imbelli, i molluschi incuranti della Libertà, gli ottusi fautori degli asili-nido e dei dormitori per homeless negano -quei degenerati- che la Repubblica di Benigni necessiti di F35 e di fregate per poter battere i pugni sui tavoli della diplomazia. Non si sono alzate proposte di intervenire in Ucraina onde dare una lezione a Putin? Guai se il Piemonte non avesse stritolato gli zaristi in Crimea. Con non più di duemila morti il Regno sardo poté sedere tra i vincitori e da quel momento cominciò a tempestare di pugni e di spade di Brenno le conferenze internazionali. Chi potrebbe negare che una buona prova a Odessa delle brigate corazzate di Napolitano, appoggiate dagli Eurofighter e dall’unico F35 operativo, moltiplicherebbe N volte il nostro prestigio e l’orgoglio della Farnesina?

Ecco dunque il Marte del Quirinale intimare: “Le FF.AA. vanno certamente razionalizzate, ma sul capitolo delle spese non bisogna indulgere a decisioni sommarie. Esse possono riflettere incomprensioni di fondo e alimentare vecchie e nuove pulsioni antimilitariste”.

Qui vi voleva, voi sozzi antimilitaristi e incomprensori di fondo, il Maresciallo supremo. Vi abbandonate alle pulsioni degeneri -elargire buoni mensa a un milione di senza reddito, prevenire le frane appenniniche, decine di altre carognate- quando le nostre feluche, proverbialmente trionfatrici in tutti i negoziati, specie quelli che culminano in cocktail e sambe, hanno bisogno di argomentazioni di potenza! Il papa poté non avere né divisioni né flotte; le nostre ministre della Difesa e degli Esteri ne hanno bisogno perché la Repubblica di Cassibile sia rispettata anzi temuta.

Che il Clausewitz del Colle ci voglia pronti alla battaglia non deve stupire. Poche settimane fa spiegava ai negatori delle glorie resistenziali che il passaggio alla lotta armata scatenatrice di rappresaglie e stragi fu “obbligato” (non vi spetta sapere obbligato da chi e perché). L’obbligo di procombere sussiste, forever, come assolverlo senza aviogetti di ultima generazione? Persino l’infermiccio Giacomo Leopardi smaniò per morire in battaglia: “Qua l’armi io solo/ Combatterò, procomberò sol io”.

Non crediate che l’assiduo lettore di Leopardi tra gli arazzi del Colle esiga sempre l’ultimo grido in fatto di apparati della guerra elettronica. Sa che nella foresta umida in cui scorre il fiume Limpopo, come pure nelle gole del Caucaso, si combatte alla baionetta. Proprio per questo Egli tiene sempre pronti i corazzieri, che mettano in fuga l’avversario col solo bimetro d’altezza, più le lame delle loro sciabole. E per oggi rinunciamo a vantare il prestigio sartoriale dei nostri generali di tendenza.

Ve lo ricordate l’Elmo di Scipio? Serratevi al mento l’Elmetto di Napolitano, vi porterà alla vittoria. Quanto ai costi in €, non potete negare che armarci contro i nemici immaginari costi meno che fermare gli smottamenti appenninici. Credevate che il Signore della Guerra non cercasse di risparmiare? Abita la reggia più costosa al mondo, però da un paio d’anni taglia su spillatrici, coccoine e garden parties. Perché ha a cuore il contribuente.

Porfirio

MOLTI NEMICI CI MINACCIANO MA NAPOLITANO E’ “WAR PRESIDENT” COME G. W. BUSH

Chi altro poteva schiacciare i tentativi di tagliare sugli odiati F35, sulle nuove fregate, sui supplementari sommergibili d’attacco, sugli altri programmi bellici, se non il presidente della repubblica, della casta e del military-industrial complex (quest’ultimo deplorato a suo tempo per gli USA da Ike Eisenhower, che era un generalissimo vittorioso)? Tra i capi di Stato del momento il Nostro risulta quello che più prende sul serio il ruolo di Comandante Supremo. In quanto tale, ha inflitto una bella umiliazione a Renzi, che con Cottarelli aveva complottato per dimezzare l’acquisto di apparati bellici, persino per vendere la portaerei ‘Garibaldi’. Un complotto temerario, cioè sciocco, perché tutto era chiaro prima ancora che il 19 marzo si pronunciasse il corrusco Consiglio Supremo di Difesa.

Tutto era chiaro dal giugno 2013, quando il Parlamento aveva deliberato di sospendere le ordinazioni belliche fino alla conclusione di una propria inchiesta ai sensi della legge 244, che assegnava al potere legislativo un maggiore controllo sugli acquisti di sistemi d’arma. Passarono pochi giorni e il Signore della Guerra stroncò: la legge 244 è piena di criticità. Non può permettere alle Camere facoltà di interferire nelle valutazioni dell’Esecutivo, segnatamente nelle prerogative del Capo dello Stato e dei vertici militari.

Il 19 marzo ilConsiglio Supremo ha dato per respinti sia il conato del Parlamento, sia quello del presidente del Consiglio. Ha ribadito seccamente che le minacce militari alla patria sono reali, rese più acute dalle turbolenze dello scacchiere mediterraneo. Ha additato la strada da percorrere: niente colpi di testa alla Rottamatore, nessun ascolto all’opinione pubblica, bensì un Libro Bianco sulle strategie di guerra, da redigere con calma. Risponderà alle domande fatali: vogliamo un’aeronautica? Vogliamo contare nelle decisioni tra Potenze? Nell’ultima Festa delle Forze Armate il War President aveva tagliato corto (con due audaci innovazioni lessicali): “Non bisogna indulgere a semplicismi e propagandismi sulle dotazioni indispensabili alle nostre forze armate”. Il non detto: se Renzi si è esposto troppo con gli impegni di spesa, si tolga dalla testa di lesinare sugli armamenti.

E’ da compiangere la povera Bundesrepublik, per dirne una, che non ha Marte a capo dello stato. Da noi invece il Primo Cittadino, rieletto a furor di politicanti che temevano per il seggio, detta la legge marziale dalla tolda di comando: si vis pacem para bellum. Il Consiglio Supremo sa ben meglio di noi le minacce che incombono. Non dice da dove incombono, ma gli italiani gente sveglia si sforzino di immaginarle. Intanto il fosco Putin, uomo del KGB. Poi una coalizione Tripoli Tirana Asmara Mogadiscio Addis Abeba Dodecanneso potrebbe volerci punire per le nostre sopraffazioni colonialiste, dal micropossedimento della compagnia di navigazione Rubattino sul Mar Rosso all’incoronazione di Vittorio Emanuele III a re d’Albania, passando per il trionfo di Giolitti sul Sultano ottomano e per la sottomissione dell’Etiopia.

Ma il pianeta è vasto, pullula di potenziali aggressori. I Talebani, che abbiamo domato dalle parti di Kabul, sono più pericolosi di quel che appaiono. I vietnamiti umiliarono ripetutamente gli USA, che pure per strappare ai giapponesi l’isola di Kiushu spiegarono quasi 70 tra sole portaerei e corazzate; se, per deridere i nostri padroni yankee, ci attaccassero improvvisamente, che faremmo noi con la sola portaerei Cavour, una volta venduta la Garibaldi come voleva quel pazzo di Renzi? Ancora. Chi può escludere che gli italoamericani oriundi del Regno delle Due Sicilie ci facciano aggredire dai Navy Seals per rappresaglia della spedizione dei Mille? La squadra asburgica dell’ammiraglio von Tegetthoff, che nel 1866 ce le dette di santa ragione a Lissa, non potrebbe infierire sugli stabilimenti balneari del Salento, ove non ci dotassimo di sommergibili idonei alla navigazione polare?

A farla breve, il War President ha ragione: mettiamoci in grado di colpire first strike Addis Abeba. Se poi Al Qaeda, o qualsiasi altro nemico della democrazia e dell’emancipazione della donna, ce l’avrà con noi, il Quirinale Supremo dovrà disporre della giusta panoplia di armi di ritorsione.

Il Rottamatore stava per soccombere alla follia suicida di risparmiare sui droni vettori di atomiche tattiche. L’ha trattenuto in tempo la mano ferma di Partenopeo. Avremo stormi di F35 per proteggerci. Onde risparmiare sul combustibile, convertiamoli a metano o a GPL (alla propulsione nucleare, solo se quel farabutto di Putin ci chiude i gasdotti dalla Crimea e non ci fa sciare a Sochi).

I feldmarescialli del Consiglio Supremo si sarebbero piegati al Rottamatore, non fosse stato per il Guerriero campano, ammogliato con donna Clio. Egli è un caso più unico che raro di autoredenzione. Era un portaborse di Togliatti, uno stalinista che aveva giustificato le ferocie partigiane e l’invasione dell’Ungheria, che aveva insolentito la Nato: ebbene si è convertito all’atlantismo con le sue sole risorse mentali. Oggi guarda fisso verso il Pentagono come l’ago della bussola è attratto dal Nord. Avesse trent’anni di meno, l’ex regista delle campagne comuniste per la pace farebbe il segretario generale della Nato.

Dice l’amico intimo Emanuele Macaluso che Partenopeo lascerà la presidenza entro l’anno (con la fierezza, siamo certi, di avere salvato le FF.AA. che salvano noi). Diciamolo alto e forte: perderlo sarebbe un peccato. E se imitasse Ratzinger a Santa Marta: se restasse a vita nei giardini del Quirinale, in una grande tenda da campagna/combattimento, come capo emerito del Consiglio Supremo di Difesa?

Porfirio

MINIBUSHICCHI E RUMSFELDETTI

Epiteto felice, “olgettini”, quello trovato da Marco Travaglio per marchiare i non pochi opinionisti che Giuliano Ferrara, il libertinaggio fatto carne, ha aizzato a sdegnarsi per il martirio dell’imputato Berlusconi Silvio. E noi, come insulteremo gli opinionisti in divisa Nato che si contorcono a difesa degli F35? Minibuscicchi (in onore del Conquistatore dell’Irak)? Rumsfeldetti (cioè allievi del famoso fustigatore della Old Europe)? Paraprodisti (a ricordo della leadership dimostrata dal Ciclista bolognese in pro della maxibase americana a Vicenza)? Dalemisti di ritorno (per nostalgia dei cacciabombardieri lanciati contro i Serbi)? Stellastrisci? Ascari? Pensiamoci, troveremo di meglio.

L’argomentazione principale degli F35isti -i Venturini, gli Alessandro Campi, i Giovanni Sabbatucci e centinaia di altri- è: vogliamo o no una Air Force moderna? E l’altra accusa, ancora più micidiale: meditiamo per caso di rinnegare gli obblighi dell’Alleanza Atlantica? Gli aeroguerrieri hanno ragione: sono interrogativi da non eludere, e sono politici non tecnici.

Va risposto enfaticamente No al primo, allegramente Sì al secondo. Mai più aggiornare Armi, né quella aerea, né altre di Terra o di Mare. Non abbiamo nemici, e non se ne annunciano. La guerra all’antica è, appunto, cosa del passato. Pericoli totalmente nuovi, potranno presentarsi un giorno. Ma dagli avversari futuri -terrorismo? pestilenze? cibersabotaggi?- non ci difenderanno le armi di un tempo. Dell’art.11 della Costituzione – “L’Italia ripudia la guerra”- non è il caso di curarci, visto che essa legittima il peggiore sistema d’Occidente. Ad ogni modo, finché la Carta dura a morire, è evidente che quasi tutte le spese militari (ad eccezione delle colonie estive per figli di graduati, sottufficiali, contrammiragli e feldmarescialli) violano detta Carta.

Meditiamo di rinnegare l’Alleanza? Tassativamente sì. La stipulammo, cioè subimmo, in quanto sconfitti in guerra. Però, dalla resa senza condizioni firmata il 3 settembre 1943 a Cassibile (Siracusa) sono passati 70 anni. Come punizione, bastano. Anche perché gli USA, principali tra i vincitori del 1943-45, si sono dimostrati indegni o incapaci di esercitare alcuna egemonia su satelliti, ausiliari e sepoys  vecchi e nuovi. Posto che allora meritassero la vittoria -non è detto- non ne hanno fatta più una giusta. Un interminabile, disonorevole fallimento alla Vietnam, intervallato da parentesi senza spedizioni coloniali.

Il regnante inquilino del Colle definì ripetutamente l’impresa nell’Afghanistan “una guerra giusta” (testuale). Che il Parlamento, cupola del regime cleptocratico, lo abbia rieletto squalifica il regime stesso, in quanto incapace di trovare un successore qualsiasi. La bestemmia della guerra ‘giusta’ è già stata condannata dai fatti, oltre che dal comune sentire della gente. Un giorno, in qualche angolo della Terra, un nuovo tribunale di Norimberga processerà tutti quei governanti del mondo che, finita nel 1945 l’Apocalisse, si resero colpevoli di nuovi riarmi e di nuovi conflitti macellatori di vite umane; conflitti uno più vituperevole dell’altro, inclusi quelli di liberazione, ideologici e per i ‘diritti’.

Tra tali governanti-imputati figureranno, in seconda e terza fila, tutti gli statisti di casa  nostra, compresi i Padri della patria alla De Gasperi, perché vollero o ancora praticano il nostro infeudamento al Pentagono. L’ultimo di detti statisti godrà forse di qualche attenuante: sviato dall’aver preso troppo sul serio il ruolo di comandante in capo delle Forze armate. Sviato, inoltre, dalla curiosa convinzione che le Forze armate, con le loro sfilate ai Fori Imperiali e le loro uniformi sartoriali, incarnino i valori repubblicani. Quelli mala-repubblicani, sì.

Le Forze armate vanno in parte convertite, per il resto abolite. La conversione più rispettabile sarebbe quella che le destinasse ad allargare i ranghi di polizia e carabinieri: manchiamo eccome di cacciatori di delinquenti, di evasori, di trasgressori, eccetera. Ma forse esistono altri impieghi capaci di valorizzare gli asset e le virtù militari. Portaerei, tank e lanciamissili si vendano all’asta o a peso.

Forse abbiamo esagerato a sostenere “non abbiamo nemici”. In effetti gli eritrei, gli abissini, l’Albania, persino il Dodecanneso potrebbero aggredirci per i misfatti del nostro passato. Ma per difenderci potremmo ingaggiare i contractor che, annientando il terrorismo, hanno liberato l’America da ogni possibile minaccia. Pagandoli all’occorrenza e non in eterno, spenderemmo meno.

Direte: abolendo i bilanci militari addosseremmo ai partner Nato il peso della nostra difesa. Risposta: i partner Nato imparino da noi, così come impararono i loro progenitori a parecchi livelli -dagli acquedotti al latino al Rinascimento a F.T.Marinetti (v. in questo Internauta “Laboratorio Italia o morte!”). Aboliscano la difesa.

Porfirio

DIALOGO TRA PREMIER (FALLITI) AL CAPEZZALE DI MONTI

Personaggi: Romano Prodi-Luigi Facta-Mario Monti

Prodi– Vi ho convocato, qui nella sede amica del velo-club “Pedale serio e democrazia ginnica”, per scambiare esperienze di governo e al contempo consigliare al collega designato dalla Bocconi le vie per scongiurare il default del governo e suo personale. Muoviamo da ispirazioni ideali diverse, ma siamo accomunati dalla devozione alla serietà, sobrietà e fedeltà alle istituzioni. Io, non lo nascondo, incarno l’assistenzialismo consociativo e le istanze dei boiardi di Stato, al fine di conciliare l’atlantismo con la linea guerrigliera del subcomandante Fausto. Voi, che incarnate?

Monti– Io la sobrietà, incardinata nella philosophy dello Stock Exchange of London in materia di derivati e peraltro non insensibile, detta sobrietà, al grido di dolore dei commessi del Senato, assaliti da frequenti e scortesi proposte di abolizione del medesimo, proprio allorquando ne sono diventato membro vitalizio. Il mio governo sente di condividere la preoccupazione dei benemeriti lacché parlamentari: prestano la loro opera gratuitamente, e in occasione di disdicevoli alterchi, gesti col dito medio ed espettorazioni di aggettivi sconci, ristabiliscono con garbo e fermezza il prestigio dell’Istituzione, pur scalfito dalla deprecabile vicepresidenza Rosi Mauro. Sono stato chiamato al governo per ridurre lo spread, senza obbligo di successo. Non mi piacerebbe trovarmi, dopo il 2013, membro a vita di una Camera Alta depotenziata ad areopago delle utilities municipalizzate, oppure a centrale di ridondanza. Right or wrong, my country.

Facta– Sono ancora scosso dalla sinistra esperienza del 28 ottobre 1922, quando Sua Maestà mi negò lo stato d’assedio con cui volevo fermare la Marcia su Roma e invece accettò dalle mani del Duce l’Italia di Vittorio Veneto. A me dettero dell’eunuco. Compilando detto decreto credevo di portare avanti la linea social-liberale di Giolitti di cui ero scudiero. Invece il Capo, che il ‘Corriere della sera’ definì ‘bolscevico’ ma che nel 1921 aveva presieduto un governo di unità nazionale, non bandì la crociata antifascista. Non avevo capito che il repertorio liberal-parlamentare non tirava più, cosi come oggi la Costituzione lascia indifferenti e inclini al pernacchio quasi tutti. Lo stesso serio errore stai commettendo tu, commendevole sen. prof. Monti. Vai avanti a sviolinare la sovranità delle Camere, cioè dei partiti, quando il paese al 96% ha concluso che i partiti sono bande di ladri che, oltre a rubare, si installano per sempre, vitto e alloggio, nella casa del derubato. Non ti accorgi che gli italiani agognano ad una brusca svolta antipolitica e, se questa è la democrazia, antidemocratica. Il Parlamento piace al paese come la cipolla al cane. Non fallire come me, Mario.

Monti– Scusami Facta, queste cose le so meglio di te, che il lezzo della Repubblica nata dalla Resistenza lo conosci solo per sentito dire. Io sono praticamente gemello della Repubblica, la conosco a fondo. So che i partiti sono i padroni e non posso che sviolinare, altrimenti mi sfiduciano e addio SalvaItalia.

Prodi -Per un realismo tipo il tuo, Mario, io ho pagato caro. Mi fossi sbarazzato dei cespugli sinistristi, forse sarei ancora a palazzo Chigi invece che columnist del ‘Messaggero’. Però ammetto che non avrei dovuto dare al Pentagono la base di Vicenza, calpestando la volontà del popolo. E non avrei dovuto preparare con D’Alema, sai il Velista Rosso, le condizioni per il mega-ordine degli F35. SuperMario mio, non cancellando l’ordine degli F35 rischi molto. Lascia che te lo dica, aggiungere all’Aeronautica il top del meglio in fatto di capacità offensiva è una belinata. Non parlo certo di offesa alla Costituzione, visto che della Costituzione gli italiani se ne fregano altamente. Parlo di criminosa inutilità della spesa. Con qualche milione di famiglie senza reddito e duecento suicidi economici l’anno, potresti farti bello cancellando l’ordine. Spendere per i cacciabombardieri è da mascalzone, non da Mario Monti.

Facta -Fossi ancora deputato di Pinerolo, invece che trapassato dal 1930, stenderei per conto di Giolitti un decreto da proporre a Sua Maestà: impeachment per chiunque ordini F35 invece che la carta igienica per le scuole.

Prodi -Guarda Monti che a rifiutarti alla lobby delle armi avresti tutto da guadagnare. Hai rinunciato a domare la Camusso e Fiomlandini, e pagherai per questo. Ora hai paura a scontentare l’Aeronautica littoria? Gli italiani sono figli di puttana, abituati ad obbedire, ma cretini non sono. Arrivano ad amare chi li libera da un oppressore, in questo caso dalla lobby del bellicismo. Io e il collega D’Alema, oggi non potuto essere con noi per una regata velica a Gabicce Mare, siamo stati puniti per Vicenza. Tu ti giochi tutto per l’irrisorio Pil che l’F35 produrrà a Cameri per manutenzioni. In ogni caso per farti ricattare dalla Trimurti Alfano Bersani Casini.

Monti –Disregarding i mercati dei derivati da cui dipendo non rientra nella mia mission, come diciamo nel mio ateneo.

Facta -Se il sen. prof. Monti mi consente, egli rischia di fallire come me, come il collega Prodi e come questo collega D’Alema (non l’ho presente, morto come sono dal 1930). Giolitti ci insegna che la maggioranza sociologica non va scontentata. Ciò spiega che riuscì a fare il dittatore parlamentare per trent’anni.

Monti -Ma fu disapprovato da chi lo definì ministro della malavita. Io sono entitled a passare alla storia come ministro della sobrietà e come indossatore di loden.

Prodi e Facta, all’unisono -Ti hanno dato alla testa gli elogi dei primi 100 giorni. Ti avvii ad essere un altro Facta/ un altro Prodi/ un altro D’Alema. Rischi di mancare l’occasione grossa come la mancò un altro fallito importante, Manuel Fraga Iribarne, che rispetto agli altri aspiranti diadochi di Franco era un astore tra i fringuelli. Fraga si perdette adeguandosi al pensiero unico, scimmiottando la democrazia. Tu SuperMario credendo di dover fare come Fraga, rinunciando al colpo di forza sul Senato dei Gaglioffi e sulla Camera degli Imputati, stai autoaffondandoti. Tu e Fraga avreste dovuto contrapporvi, non adeguarvi. La vostra ‘mission’ avrebbe dovuto essere demolire, non puntellare. Ci siamo spiegati, collega?

Porfirio