A CERTE NAZIONI ANDO’ INSOLITAMENTE MALE

Anche i popoli, non solo gli individui, hanno il Destino: favorisce alcuni, perseguita altri. Senza uscire dall’Europa, che c’è di simile tra la vicenda nazionale della Svezia e quella, per esempio, della Polonia? La prima è andata avanti senza drammi gravi. A partire dal secondo millennio a.C. commercia già coi paesi mediterranei. In epoca storica prende forma un regno incentrato a Uppsala. Verso l’800 dell’era cristiana cominciano le spedizioni vichinghe che portano gli “svedesi”, lì chiamati Vareghi, fino a Bisanzio. Nel secolo XII nasce la capitale attuale. Nel XIV la Svezia si unisce alla Norvegia e si salda anche alla Danimarca.

Quando diventa re, Gustavo Vasa caccia i danesi (1523) e avvia l’egemonia nel Baltico. Nella guerra dei Trenta Anni, Gustavo II Adolfo campeggia e solo alcuni insuccessi del carismatico Carlo XII fermano l’espansione svedese. In seguito un sovrano viene assassinato, un altro deposto, finché la corona passa a Jean Bernadotte, un maresciallo di Napoleone. Da allora il regno di Svezia si fa sempre più prospero e soprattutto saggio: il capolavoro svedese fu una neutralità monolitica.

Quasi diametralmente opposta è la sorte della Polonia: si direbbe una vicenda di soli spasmi e di sole lacerazioni. Tribù slave cominciarono a installarsi nei bacini della Vistola e dell’Oder un sedici secoli fa e nel 1023 un Boleslas diventa re, ma presto le aggressive campagne dell’Ordine Teutonico disgregano un regno che appariva promettente. I sovrani polacchi fanno grandi progressi unendosi alla Lituania degli Jagelloni e raggiungono il Mar Nero. Alla fine del Seicento la successione di conflitti e di dissesti conduce il regno sull’orlo del baratro. Una nobiltà anarchizzante paralizza la nazione: la monarchia, elettiva, è impotente. Le guerre di successione e la rivalità tra le Potenze- Francia Svezia Russia Austria- sono la norma. Alla prima (1772) delle spartizioni della Polonia partecipa anche la Prussia. Nel 1795 la Polonia sparisce. Il napoleonico ducato di Varsavia è effimero, la Galizia torna all’Austria, la Posnania si germanizza, il grosso della Polonia è degli Zar. Tutti i tentativi di sollevazione vengono schiacciati. Il dominio russo dura fino al 1914, seguito dall’occupazione tedesca.

I soprusi e gli errori del trattato di Versaglia (Versailles), con la congiunzione della Revanche imperialistica della Francia, con le stoltaggini dell’ “idealismo” di Woodrow Wilson -improvvisamente trovatosi egemone della pace- producono un momentaneo risorgere della nazione polacca. Parigi sceglie Varsavia come principale alleata dell’Est europeo, artificialmente ingrandita a spese della Germania. Insieme alla Cecoslovacchia, altra repubblica inventata a Versailles, la nuova Polonia, fatta importante al di là della logica, serve alla Francia per minacciare il Reich.

L’assalto di Hitler nel 1939 apre la Seconda guerra mondiale: ma anche Stalin invade la Polonia. Le sciagure che seguono alla doppia aggressione suggellano una millenaria storia fatta soprattutto di tribolazioni e di occasionali eroismi. Si arrivò a spiegare nel lunare modo che segue le cariche, ovviamente disperate, della cavalleria polacca contro i Panzer germanici: tenendo le briglie tra i denti i cavalleggeri potevano indirizzare i loro moschetti contro le feritoie dei carristi nemici. Varsavia aveva orgogliosamente rifiutato le richieste di Berlino, che inizialmente non andavano molto oltre Danzica, nonché un passaggio attraverso il Corridoio polacco.

Ma se sono prevalentemente funeste le cronache della nazione polacca, ci sono alcuni grandi paesi, onusti di gloriosi conseguimenti, i cui ultimi due secoli hanno collezionato sventure e rovesci che governanti più saggi avrebbero scongiurato. Il caso più impressionante è la Francia. I vanti rivoluzionari e napoleonici non contrappesarono le infamie delle ghigliottine e i massacri del bellicismo sistematico. La nazione non si rialzò dalla disfatta in Russia della Grande Armée. I pronostici dell’azzardo finale a Waterloo erano tutti luttuosi. La guerra che Parigi volle alla Prussia nel 1870 fu una catastrofe, foriera di due conflitti mondiali. L’insurrezione comunarda nella capitale (1871) costò decine di migliaia di morti e, peggio, generò una leggenda che riaffiorerà, ancora a Parigi, in guise eroicomiche nel Maggio 1968.

La fissazione antigermanica costò alla Francia quasi un milione e mezzo di morti nella sola Grande Guerra. Nel 1940 condannò il paese a subire la più grande e ingloriosa disfatta militare della storia: laddove nel futuro della Francia e della Germania non c’era che un esito obbligato, l’alleanza per sempre. A Versaglia la supposta nazione dell’intelligenza cartesiana credette di dover incoronare di gloria quel Georges Clemenceau, del quale si poté dire che addossò soprattutto a sé le superflue carneficine dell’ultima fase della Grande Guerra (quando le Potenze centrali già inclinavano a una pace di compromesso). Clemenceau fu il bellicista estremo che incarcerò e considerò di far fucilare il solo statista nazionale, l’ex presidente del Consiglio Joseph Caillaux, il quale aveva fatto passi politici concreti per mettere fine all’eterno odio franco-tedesco; nel 1917 aveva tentato di favorire la cessazione della carneficina.

Alla Conferenza della pace Clemenceau e i governanti parigini della sua risma attuarono il coacervo di tutti i possibili errori antitedeschi: le conseguenze furono la Seconda guerra mondiale e, nelle Ardenne, la disfatta assoluta della Francia. I mali che seguirono, a Dien Bien Phu e in Algeria, furono poca cosa rispetto al bellicismo revanchiste. Tenuto conto di tutto, alla Francia non sarebbe andata peggio se negli ultimi due secoli fossero tornati a regnare i sovrani ‘buoni a niente’ (Rois fainéants) della casa merovingia.

A.M. Calderazzi

FALLISCE IL SUFFRAGIO UNIVERSALE, SI CHIEDE IL CONTO ALL’EUROPA

Con un picco di onestà (e patetismo) da record, il nostro presidente del Consiglio a Bruxelles ha chiesto al presidente europeo Van Rompuy che sia l’Europa a imporre ai governi l’innalzamento dell’età pensionabile. Con quale motivazione? Una necessaria uniformità nei Paesi che condividono la stessa moneta? Certo che no. “Ogni governo che provasse a farlo perderebbe voti”, spiega Berlusconi. Alla faccia del “miglior sistema di governo possibile”. Se le democrazie fondate sul suffragio universale non sono in grado strutturalmente di prendere decisioni non dico giuste, ma addirittura necessarie, perchè si basano su un consenso irresponsabile, non sarà il caso di riconsiderare il nostro sistema?

Troppo facile chiedere che ad addossarsi l’impopolarità delle decisioni inderogabili sia l’Unione europea. Già da anni sconta continui attacchi da parte del populismo (sia di destra che di sinistra), già da anni i cittadini europei sono sempre meno entusiasti della propria appartenenza comune. Le spinte nazionaliste sono in costante aumento, i partiti antieuropei crescono ovunque, c’è già chi parla di abbandonare l’Unione. In un contesto del genere è accettabile che i governi nazionali chiedano di poter addossare all’Unione la responsabilità di quello che sarebbe loro dovere fare? Alla lunga il giocattolo rischia di rompersi.

Cari governi nazionali, se il sistema politico in vigore vi impedisce di attuare le politiche necessarie alla nostra stessa sopravvivenza, non invocate un capro espiatorio, un santo martire che si immoli per voi. Cominciate ad immaginare come cambiare quel sistema.

Tommaso Canetta

UNA MITTELEUROPA DA ALLEGGERIRE DI KAFKA

Lo scrittore che si definiva “ho assunto il negativo del mio tempo” lo si è preso un po’ troppo per la coscienza della civiltà austro-ungarica, e persino della società che oggi vige -tutto sommato con soddisfazione- nelle contrade kafkiane. Nemmeno negli anni fatali che volgevano alla Grande Guerra l’uomo della strada, il medio suddito di Franz Josef imperatore, si curava delle angosce e dei labirinti del kafkismo. Mitteleuropa è stata intristita almeno per un secolo dalla specializzazione, imposta dalle terze pagine e dai convegni letterari, sullo spleen e sullo stralunamento. Il presente e il futuro pongono sfide di segno opposto.
Continuare a venerare Kafka come nume poetico e proto-eroe di Mitteleuropa è un disservizio alla koiné che fa capo a Praga, Cracovia, Vienna, Bratislava, Budapest, Lubiana, Zagabria. Si continua a scrivere di Kafka che è “la voce del disagio, dell’angoscia di fronte all’essere venuto al mondo” (formula di un rinomato collaboratore del Corriere della Sera). E se uno provava a metterla su un profilo leopardiano che è di tutto il mondo, su una confessione individuale di solitudine, oppure sulla testimonianza di un fatto collettivo sì ma di minoranza, ecco i sacerdoti del culto kafkiano ingiungere senza scampo: Kafka incarna lo spirito dell’area che morì nel 1918.

Così si ribadiscono i chiodi sulla bara di Mitteleuropa prèfica d’Europa, costretta ad infinitum a rapportarsi a una stagione letteraria concentrata sui turbamenti dell’impero ‘che presentiva la fine’. Le suggestioni sono patetiche, sofisticate, eleganti. Però il senso dell’esistere nella Duplice Monarchia non aveva l’obbligo di coincidere col compianto, l’estenuazione, la concertazione dei lamenti.

Si è usato dire che la Praga di Kafka era il volto di Mitteleuropa. Il volto lirico, forse. Ma anche Vienna, Budapest, Brno e Cracovia erano Mitteleuropa. Non si commiseravano allora e meno che mai lo fanno oggi. Budapest più che Vienna espresse nelle sue soverchianti architetture borghesi il vanto di una ricchezza giovane. A cavallo dell’Ottocento la capitale magiara proruppe in metropoli ricca e animalescamente vitale. Le granaglie, i legnami, le ferrovie, gli opifici di un impero operoso si asserivano nei grandi ponti e scali danubiani come e meglio che nei più illustri caffé letterari. Le realtà vive non si identificano mai in uno o più autori in negativo.

Oggi Mitteleuropa è un ambito che ha quasi tutti i motivi per guardare all’avvenire con fiducia. Liberata da un’oppressione moscovita che non aveva alcun legame col passato dei paesi asburgici, ha retaggi culturali di prim’ordine, un decollo tecnologico-economico già in atto e risorse di affinità che vanno dall’Adriatico al Baltico. Coartata per quasi mezzo secolo da gestori protervi epperò destinati al fallimento, Mitteleuropa deve solo temere di non riuscire più a salvare qualche valore sia pur modesto dell’infelice esperimento di socialismo reale. La pura e semplice importazione di modelli occidentali tutt’altro che ricchi di futuro sarebbe un confermare la vecchia vocazione subordinata dei possedimenti orientali dell’Impero. Mitteleuropa è di fronte alla sfida di cavare un po’ di sangue dalla rapa marxista, malaugurata ma non condannabile all’inutile assoluto.

La Mitteleuropa di Kafka cominciava e finiva a Praga. E Praga ha certo vissuto nel secolo scorso un susseguirsi di lacerazioni, di conseguimenti implausibili, di sdoppiamenti e cadute. Era stato un polo imperiale ma nel 1919, a Versailles, un presidente statunitense vicino all’ictus e Clemenceau, il cavaliere della vendetta francese, la vollero capitale di una repubblica appena inventata, cui assegnarono anche una Slovacchia recalcitrante. Passarono meno di venti anni e la Slovacchia aveva già fatto secessione; mezzo secolo dopo la confermò definitivamente. La Cecoslovacchia era stata un’alzata d’ingegno, senza costrutto, essa sì un risultato kafkiano. Come la sciagurata Jugoslavia, però senza stermini.

Anche Vaclav Havel sembrava immaginato da Kafka. Giocò a mettere i poeti nella plancia comando. Qualche scenografo fu fatto ministro, ma le tracce che lasciò piacquero soprattutto ai letterati, finché presto il gioco tornò agli impresari e ai commercialisti del capitalismo.

Insistiamo. Costringere Mitteleuropa nella vocazione obbligata allo spleen è una svista durata anche troppo. E’ vero, il lamento sulla fine di Austria Felix era già cominciato a Mayerling sui cadaveri di Rodolfo, erede al Trono, e di Maria Vetsera. Anzi parecchio prima, visto che l’Ausgleich del 1867, il Compromesso tra Vienna e Budapest che aveva creato la Duplice Monarchia, era piaciuto ai magiari, meno ai tedeschi, quasi nulla agli altri dell’impero.

Tuttavia, se Vienna viveva nell’attesa della fine, le altre anime di Mitteleuropa no. Al contrario. Forse che Zagabria, nel suo piccolo, viveva una temperie di presentimenti dolorosi? No. Persino gli orrendi massacri della Grande Guerra dettero soddisfazioni e soldi a non pochi: si vedano i politicanti e gli affaristi che furono baciati dalle precarie fortune degli Stati diventati ‘grandi’ per il diktat Wilson/ Clemenceau.

Insomma i popoli non si identificano se non in modesta misura con le loro anime belle. Né l’Italia, né Recanati, e nemmeno la ristretta contrada di quest’ultima dominata dal palazzo del conte Monaldo, vanno pensate negli struggenti termini leopardiani. In altre parole, smettiamo di sdilinquire. Tutte le gramaglie che servivano sono state indossate. La koiné danubiana ere anche, anzi soprattutto, il grande business viennese e magiaro, le fabbriche boeme e morave, le volgarità, le polke sanguigne, gli ussari, le canzonettiste. Ciascuno dei regni di Franz Joseph era materiato di realtà lontanissime dalle mestizie dei poeti. Il gioco mitteleuropeo non era condotto dai drammaturghi né dai popolani degli angiporti fluviali. Non mancò mai il vitalismo, anche belluino e spietato. Sono vicini nel tempo i trionfi di Caino in Bosnia-Erzegovina.

Una volta gli organizzatori di Mittelfest a Cividale del Friuli, raffinata rievocazione dell’Europa Media, lo ammisero: ‘Kafka è una delle personalità più importanti della vecchia Europa’. Messe così, come promozione del turismo culturale e come evasione dal presente, le novene kafkiane hanno il loro perchè. Con giudizio, tuttavia.

JJJ

Quale Rivoluzione per l’Europa?

“La verità è sempre rivoluzionaria”. Sono giorni di scandali e rivelazioni sconvolgenti (Berlusconi va a puttane, Sarkozy è un tappetto permaloso e Putin un leader autoritario? Speravamo di meglio…), e la frase di Antonio Gramsci sembra calzare perfettamente sul piedino di Assange. L’australiano si trasforma, da enigmatico soggetto (Hacker? Stupratore? Utile idiota in una triangolazione dei servizi? Magari pensata per far cadere qualche testa? Magari nera?) a paladino della libertà, efebico Prometeo che porta fuoco e verità agli uomini.
Ma questo non è un altro articolo su Wikileaks. Non è alla verità di Assange che pieghiamo le parole di Gramsci. Nel nostro modesto giardino di casa qualcuno ha detto qualcosa di onesto, di vero e, chissà, un domani di utile.
Angelo Panebianco, nel suo editoriale “Crisi dell’euro: diciamo la verità”, scrive:

“non è difficile scoprire quale sia oggi il vero nemico dell’euro, quello che ne minaccia la sopravvivenza: questo nemico è rappresentato dalla perdurante vitalità della democrazia. Intendendo per tale l’unica democrazia che c’è (…). Sono le democrazie europee, necessariamente condizionate dagli orientamenti dei loro elettorati, a minacciare oggi la moneta unica”.

Segue una dotta spiegazione di come l’Europa sia in fondo non diversa da qualsiasi condominio, e l’auspicio finale è che si spieghi ai cittadini dei singoli Stati che devono fare sacrifici non perché siamo tutti europei, e volemose bene, ma perché gli conviene.
La tesi sembra corretta, peccato che sia inapplicabile in un sistema democratico. Non è pensabile che alcuni partiti possano spiegare agli elettori quanto sia conveniente stare nell’Unione europea, senza che altri sostengano l’esatto contrario. In una simile situazione, perché l’elettore dovrebbe credere ai primi piuttosto che ai secondi? Se consideriamo su quali criteri il cittadino medio forma la propria opinione, c’è di che essere sconfortati. Perché impegnarsi a capire nozioni macroeconomiche quando posso dare la colpa delle mie sofferenze agli euroburocrati o ai greci che giocano a fanta-economia col proprio pil?
Insomma, sembra sinceramente improbabile che in un sistema democratico-rappresentativo prevalga la spiegazione più complessa. Non fosse altro che sono percentualmente poche le persone che sarebbero in grado di comprenderla per come questa verrebbe spiegata dai partiti.
Pensiamo al caso italiano. Tutti ci ricordiamo le posizioni di Tremonti e Berlusconi sull’euro, quando fu Prodi a far sì che l’Italia ne facesse parte. Quando la speculazione di alcuni grandi gruppi rese il luogo comune “un euro ormai sono mille lire” drammaticamente vero, a chi diedero la colpa i cittadini? Al governo che non aveva vigilato dopo l’entrata in vigore della moneta unica, o al governo che aveva portato l’Italia nell’euro?
Il punto è che l’informazione è un valore prezioso, e non è mai un bene quando la verità viene contraffatta per il proprio tornaconto politico o economico. Ma stando all’esperienza, questo è quasi inevitabile in una democrazia rappresentativa.

Allora avanziamo una proposta: che l’atteggiamento dei singoli Stati nei confronti dell’Unione europea sia determinato non da governi eletti, fatti di rappresentanti di partiti che hanno mistificato la realtà per questo o per quell’interesse, ma da cittadini, in possesso di una pur basilare competenza ed estratti a sorte. Come alcuni esperimenti dimostrano (v. Klein: e se decidesse la gente? Internauta, Ottobre) i cittadini sono in grado di prendere scelte razionali, quando vengono correttamente informati. Creando macrogiurie, mettendole in grado di discutere su dati e nozioni certe, si otterrebbero probabilmente risultati migliori di quelli attuali.
I cittadini tedeschi stanno in questo periodo influenzando le politiche della Cancelliera Angela Merkel. Se venissero posti in condizione di essere pienamente informati sui benefici che traggono dal mercato unico, e sui rischi che correrebbero se prevalessero le spinte nazionaliste, voterebbero sicuramente con maggior lungimiranza dei propri rappresentanti eletti.
Certo, con un tale metodo si porrebbe il problema di come gestire l’informazione delle macrogiurie. Ma un sistema migliore di quello che possono essere i tabloid o la tv generalista (le fonti che creano la maggioranza delle opinioni politiche in un Paese), non deve essere troppo difficile da immaginare. In tal caso sì che la verità, finalmente chiarita ai popoli europei, potrebbe diventare rivoluzionaria.

Tommaso Canetta

LE SORPRESE DELLA POLONIA

Quello attuale brilla come uno dei rari momenti di grazia della moderna storia polacca. L’ultimo potrebbe risalire addirittura ad oltre tre secoli fa, quando il re Jan Sobieski salvò, si dice, l’Europa cristiana dall’invasione turca sbaragliando l’esercito del sultano sotto le mura di Vienna assediata. Poco dopo iniziò la spartizione del paese tra i grandi imperi circostanti, largamente agevolata da discordie e fragilità intestine. La riconquista dell’indipendenza alla fine della prima guerra mondiale fu un evento solo brevemente fausto. Il sogno di ripristinare l’antica potenza riannettendo vaste terre ucraine e bielorusse si infranse contro la resistenza, a sua volta aggressiva, della neonata Russia bolscevica. Poteva essere una lezione salutare, ma quando il vecchio Pilsudski, amato “padre della patria”, lasciò il posto a generali e colonnelli più avventatamente baldanzosi di lui, le responsabilità anche polacche contribuirono a provocare la multiforme catastrofe nazionale nel secondo conflitto mondiale.

L’imposizione di un regime comunista ligio all’Unione Sovietica fu in Polonia ancora più forzata che negli altri paesi dell’Est europeo. La controprova venne dalle ben quattro crisi che lo scossero nel giro di una trentina d’anni. Che non solo confermarono, però, l’insofferenza di fondo per l’egemonia sovietica ma evidenziarono altresì una reiterata reazione popolare alla cronica inefficienza della gestione economica, ancor meno capace che negli altri “paesi fratelli” di assicurare sviluppo e benessere. Non per nulla protagonista crescente di un simile rigetto fu la classe operaia, in nome della quale i vari Bierut, Gomulka, Gierek ecc. governavano il paese. Un’insolvenza, questa, che segnava in verità una certa continuità con il periodo precomunista e la differenza, ad esempio, dalla vicina Cecoslovacchia, già marcata nel periodo tra le due guerre mondiali. Le rivolte del 1956, 1970 e 1975 sembravano destinate a ricalcare le orme di quelle del XIX secolo contro il giogo zarista, tanto emblematicamente eroiche (ricordando anche Chopin, del quale si celebra quest’anno il bicentenario) quanto vane. Ma l’ultima, esplosa nel 1979-80, aprì la strada al crollo del “socialismo reale” in tutto l’Est europeo, sia pure con il favore della svolta gorbacioviana al Cremlino.

Neppure l’epopea di Solidarnosc e l’avvento della democrazia bastarono tuttavia a propiziare la ricomparsa di qualcosa che ricordasse i fasti del Medioevo e del Rinascimento. La stella di Lech Walesa si oscurò irreparabilmente ancor prima che il voto popolare, nel 1995, detronizzasse l’eroe di Danzica elevando alla presidenza della Repubblica il post-comunista Kwasniewski, già ministro nel vecchio regime e capace poi di guadagnarsi anche un secondo mandato malgrado l’ostilità di un’estrema destra sempre più agguerrita. Ciò avveniva nel quadro di un’instabilità e conflittualità politica che sfociarono in una nuova svolta nel 2005 con l’ascesa al potere dei gemelli Kaczynski, alla testa di uno schieramento nazional-populista le cui impennate mettevano a dura prova i rapporti con l’Unione europea, nella quale la Polonia era entrata nel 2002 (tre anni dopo l’adesione alla NATO), e quelli già spinosi con la Germania e soprattutto con la Russia.

La transizione all’economia di mercato, già di per sé penosa, diventava così ancor più ardua e caotica. Dopo l’inevitabile crollo iniziale la crescita produttiva prendeva slancio e, sia pure con qualche pausa, si manteneva sostenuta, grazie anche ai copiosi investimenti stranieri e, naturalmente, ai multiformi vantaggi derivanti dall’appartenenza alla UE. Stentava invece a ridursi, ciò nonostante, la disoccupazione, alleviata unicamente da un’altrettanto massiccia emigrazione (circa 2 milioni in totale) soprattutto nell’Europa occidentale. Solo nella piccola Irlanda, ad esempio, trovavano di che vivere 150 mila polacchi. Ugualmente deficitarie erano le finanze pubbliche, sofferenti per la cattiva amministrazione e la diffusa corruzione. In due classifiche elaborate dalla Banca mondiale negli ultimi anni la Polonia figura al 74° posto, dietro persino Romania e Bulgaria, per la qualità della sua burocrazia, e addirittura al 151° su 183 paesi per quanto riguarda il sistema fiscale. Per far tornare i conti si continua a confidare, tra l’altro, sulla privatizzazione dell’apparato produttivo e del patrimonio statale, tuttora lontana dal completamento.

Ora però le cose stanno cambiando o per lo meno promettono di cambiare, e non solo in campo economico. Dall’autunno del 2007 la Polonia “possiede qualcosa di raro nella UE e assolutamente unico nell’Est ex comunista: un governo assennato (sensible) di centro-destra con una maggioranza in parlamento” (Economist, 30 gennaio 2010). E’ il governo capeggiato Donald Tusk, che grazie alla vittoria elettorale della Piattaforma civica (destra liberale) ha soppiantato la coalizione guidata dai gemelli Kaczynski. Prevedere la durata di questa nuova svolta non è facile, con un elettorato finora così volubile come quello polacco. Il quale mostra per ora di gradire la linea più conciliante adottata verso UE e Russia, tendenzialmente contraccambiata da Mosca e agevolata dall’avvento di Obama a Washington, dopo il totale allineamento dei precedenti governi di Varsavia con le politiche di Bush Jr e il corrispondente disaccordo con Berlino e Parigi. E di apprezzare, inoltre, il clima più disteso profilatosi anche all’interno con il freno alle crociate contro il laicismo sui temi etici e all’accanimento contro i residui umani e simbolici di un comunismo ormai sepolto. Kwasniewski, per dire, dopo aver condotto il paese nell’alleanza atlantica confessa oggi che non gli dispiacerebbe fare il segretario generale della NATO.

E’ in campo economico, tuttavia, che si registrano gli sviluppi più rimarchevoli. Contrariamente alle aspettative, l’Europa ex comunista nel suo complesso ha sofferto in misura tollerabile per i riverberi della crisi planetaria. Ma quello che nessuno avrebbe potuto prevedere è che proprio la Polonia sarebbe stato l’unico paese dell’Unione europea ad uscirne indenne e anzi con un nuovo, benché modesto, passo avanti. Mentre tutti gli altri, infatti, hanno subito nel 2009 cali produttivi più o meno pesanti (-4% la media UE), nel suo caso spicca un aumento dell’1,7%, sufficiente ad innalzare il Pil pro capite dal 50% al 56% della media europea e a consentire di fronteggiare con adeguati finanziamenti esteri un deficit di bilancio sempre elevato (7%) ma certo non esorbitante nell’attuale panorama continentale. Un exploit, insomma, che ha sorpreso per primi gli stessi polacchi; “Incredibile: siamo i migliori in Europa”, intitolava già nella scorsa estate il quotidiano Dziennik.

Qualche osservatore attribuisce questo nuovo miracolo europeo anche, se non soprattutto, alla fortuna, dimenticando forse che per un po’ di buona sorte la Polonia avrebbe accumulato storicamente un certo credito. Avranno certo pesato fattori secondari o effimeri quale, ad esempio, il profitto che le filiali polacche della Opel e della Fiat hanno tratto dagli incentivi alla rottamazione in Germania. Idem dicasi per il fatto che banche e assicurazioni, largamente in mano straniera, si erano astenute dal fare incetta di titoli tossici. Per contro, la minore dipendenza dai mercati esterni e le dimensioni relativamente ampie di quello interno costituiscono un oggettivo vantaggio di base. Il Pil nazionale deriva solo per un quarto dalle esportazioni e per circa il 60% dai consumi interni, in continua espansione negli ultimi anni grazie all’aumento, pur controllato benchè costante, delle retribuzioni, che insieme alla riduzione delle imposte ha cominciato a richiamare in patria un numero crescente di emigrati. D’altro canto, se la disoccupazione non è più a due cifre, metà dei senza lavoro lo sono a lungo termine, e il livello di occupazione (55%) rimane il più basso in Europa. Un quarto dell’apparato produttivo, inoltre, lavora in nero. Sono solo alcuni dei problemi che i dirigenti di Varsavia dovranno affrontare nei prossimo futuro, insieme a vari altri quali la riforma delle pensioni e della sanità, il miglioramento delle infrastrutture, l’eventuale rilancio delle privatizzazioni, ecc., per far sì che il miracolo non rimanga episodico e illusorio.

Una sfida non da poco, insomma, che richiederà, ancora e innanzitutto, stabilità politica. E qui va registrata un’altra sorpresa. Si temeva che in un paese alquanto emotivo come la Polonia la tragedia di Smolensk, l’incidente aereo in terra russa nel quale hanno perso la vita nello scorso aprile il presidente della Repubblica Lech Kaczynski e un centinaio di altri politici e dignitari, potesse provocare gravi contraccolpi sia sulla scena interna sia nei rapporti esterni, anche per effetto di facili strumentalizzazioni. Così però non è stato. Mosca e Varsavia si sono comportate, nella circostanza, in modo tale da aggiungere semmai del calore al reciproco avvicinamento diplomatico. Per rimpiazzare il defunto, che aveva ostacolato con i suoi veti l’operato del governo Tusk e il cui mandato era del resto prossimo alla scadenza, è sceso poi in lizza il fratello Jaroslaw, ex premier e numero uno del partito denominato Legge e giustizia. Le sue chances di successo venivano considerate esigue, e in effetti il Kaczynski superstite è stato battuto dal candidato di Piattaforma civica, Bronislaw Komorowski, la cui investitura ha così posto fine in luglio ad una scomoda coabitazione al vertice del potere.

L’ex premier ha tuttavia raccolto parecchi più voti popolari del previsto, grazie non solo alla commozione suscitata nel paese dal suo personale lutto ma anche alla moderazione che ha caratterizzato la sua campagna elettorale a dispetto di una collaudata durezza di stile e di sostanza. Non invece, si direbbe, ad un incipiente, ennesimo cambiamento di vento nel paese. Lo si può dedurre, e vi è qui una terza sorpresa da annotare, dal fatto che sempre in luglio ha potuto svolgersi a Varsavia, inaspettatamente indisturbata, la prima parata del gay pride nell’Europa ex comunista, già vietata in anni precedenti in un clima dominato dalla convergenza tra governo di allora e Chiesa cattolica. Che la tradizionale influenza dell’episcopato fosse in calo e il laicismo invece in ascesa lo aveva già indicato nello scorso dicembre un sondaggio d’opinione secondo cui oltre il 60% dei polacchi accetterebbero un premier omosessuale.

Tutto ciò non significa peraltro che una riscossa dello schieramento nazional-populista sia da escludere. All’ultima prova elettorale Kaczynski si è presentato con un programma imperniato sul mantenimento di uno Stato forte e la difesa dei ceti deboli a spese di quelli privilegiati; è stato calcolato che la sua attuazione costerebbe 15 miliardi di euro, il doppio rispetto al programma di Komorowski. Pura demagogia, facile per chi sta all’opposizione? In attesa del verdetto delle elezioni parlamentari del prossimo anno, va rilevato che anche il candidato post-comunista ha ottenuto nelle presidenziali un risultato migliore del previsto. Un’ulteriore spinta, questa, a maggioranza e governo attuali per cercare il modo di tradurre almeno in parte i recenti successi economici in tangibili benefici sociali, oltre a muoversi con equilibrio e destrezza sul terreno sempre delicato e potenzialmente esplosivo delle libertà e dei diritti civili.

Qualcuno mostra di non dubitare, frattanto, che la Polonia delle sorprese sia in grado di mantenere quanto adesso promette. Secondo il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, ad esempio, la Polonia diventerà un grande paese, non solo in termini demografici, più presto di quanto non si creda. Formulato oggi da un tedesco competente non meno che autorevole (molti vedono in Schäuble il vero uomo forte dietro Angela Merkel), il pronostico non sembra necessariamente tradire sensi di colpa per il passato o per le non rare manifestazioni, nel suo paese, di scarsa considerazione per le capacità in generale dei vicini orientali e persino di timore per le conseguenze della loro inclusione nella comune casa europea.

F.S.

VSIATKI

CORRUZIONE IN RUSSIA: SISTEMICA

La corruzione è il problema più grave della Russia, annunciava cinque anni fa l’Economist, e non è detto che ci ripensi dopo la recente estate di fuoco. Era la Russia gratificata da una crescita economica impetuosa ancorché alimentata quasi esclusivamente dai proventi dell’esportazione di petrolio e oscurata dal crescente divario tra ricchi (con i malfamati “oligarchi” in testa) e poveri. Cominciava ad emergere un inedito ceto medio più o meno borghese, con annesse prospettive di sviluppo della cosiddetta società civile e di sperata evoluzione democratica di un regime semi-autoritario e discretamente repressivo, e peraltro capace di assicurare stabilità politica e maggiore considerazione internazionale rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso.

Per contro, la principale erede dell’URSS doveva fare i conti non solo con la persistente aggressività del terrorismo e della criminalità, organizzata e non, ma anche, appunto, con la corruzione. Con un antico morbo, cioè, diffuso e saldamente radicato in ogni angolo dell’immenso paese, e appena più accentuato in Cecenia e dintorni, già devastati dallo scontro con il separatismo locale e l’estremismo islamico. Un flagello che non risparmiava alcuna componente della società e dell’apparato statale: politica e burocrazia, mondo degli affari e magistratura, forze armate e forze dell’ordine. Una piaga, per di più, in via di estensione. Alla fine degli anni ’90 la Russia si aggirava intorno ad un già indecoroso ottantesimo posto nella classifica mondiale della corruzione. Nel 2005 è precipitata al 126°, condiviso con Niger, Sierra Leone e Albania, e nel 2008 al 147°, in compagnia di Bangladesh, Kenya e Siria. Il voto era 2,1 su 10, contro il quasi 8 della Germania, il 7 abbondante degli Stati Uniti, il 3,5 della Cina.

A differenza di quanto accadeva nell’URSS, dove singoli corrotti venivano di tanto in tanto persino giustiziati ma parlare di corruzione come malanno nazionale poteva condurre in carcere o in manicomio, nella Russia post-comunista il tema non è affatto tabù. Denunce di varia provenienza e sollecitazioni di contromisure non sono mai mancate, né sui media, benché via via addomesticati in larga parte, né in parlamento. Appositi progetti di legge, risalenti al lontano 1994, sono rimasti tuttavia arenati per lunghi anni, sicuramente per cattiva volontà dei rappresentanti del popolo ma anche per il disinteresse o lo scarso impegno al riguardo dei massimi dirigenti, dato che la grande maggioranza della Duma è ligia al potere supremo pur con qualche libertà di critica. Del caso più eclatante di messa sotto accusa per corruzione è stato vittima politica un capo del governo, Michail Kasjanov, destituito nel 2004 probabilmente per avere coltivato ambizioni presidenziali, trovandosi tra l’altro alla testa proprio di un sia pur inerte comitato per la lotta contro la corruzione.

Qualcosa sembra però essere cambiato a partire dal 2008, l’anno in cui la crisi economica mondiale ha cominciato a ripercuotersi, ben presto duramente, anche sulla grande Russia “emergente”. Una coincidenza, verosimilmente, non casuale. La corruzione ha i suoi costi, nella fattispecie oltremodo elevati e ovviamente tanto più onerosi nella nuova situazione. Il volume complessivo dei movimenti di denaro a scopo corruttivo è stato stimato in 250-300 miliardi di dollari all’anno, pari a circa un quinto del Pil e al doppio del bilancio federale. Il grosso di questa cifra viene sborsato dalle imprese, con un versamento medio che tra il 2000 e il 2008 sarebbe cresciuto da 10 mila a 130 mila dollari. Oltre due terzi degli uomini d’affari, secondo il ministero dell’Interno, erano coinvolti nel giro, e alla corruzione veniva destinata più della metà degli introiti della criminalità.

Gli imprenditori, compresi i grandi manager anche statali o parastatali, accampano come scusa la necessità di ottenere entro tempi ragionevoli, o di ottenere tout court, le diecine di permessi e autorizzazioni lesinate da una burocrazia tanto avida quanto pletorica; il numero dei pubblici dipendenti è raddoppiato in una quindicina di anni, a dispetto dell’incessante declino demografico. Minori scuse, al di là delle retribuzioni generalmente parche, possono trovare quanti estorcono ai (o accettano dai) comuni cittadini, per tutta una serie di prestazioni od omissioni, versamenti il cui ammontare complessivo contribuisce, pare, per il 15-20% al totale del denaro sporco circolante. Si tratta, in questo caso, della “corruzione bassa”, ossia delle bustarelle intascate, in base a vere e proprie tariffe, da poliziotti, insegnanti, medici e altro personale sanitario, ecc. Bassa, ma non per questo meno nociva e temibile, come avverte da tempo uno dei personaggi pubblici più impegnati a combatterla (Vedi nota).

I danni che un simile stato di cose infligge al paese, per quanto non esattamente misurabili, sono sicuramente ingenti. Quelli subiti dall’economia nazionale ammontano, secondo certi calcoli, a 20 miliardi di dollari all’anno. Mentre le imprese, tuttavia, possono sempre scaricare i costi delle tangenti su consumatori, utenti, ecc., questi ultimi sono impotenti difronte a prezzi che proprio per quella causa vengono autorevolmente giudicati almeno tre volte superiori al giusto. Con ogni probabilità, inoltre, la corruzione concorre a spiegare come mai in Russia, in piena crisi finanziaria con conseguente recessione, i prezzi al consumo abbiano continuato a salire mentre nel resto del mondo (benchè non in Italia, ma qui una parziale analogia non è certo casuale) incombeva lo spettro della deflazione.

Questo dunque lo sfondo su cui, nell’ultimo biennio, si è finalmente dispiegata una campagna ufficiale contro il malaffare che ha avuto per principali protagonisti i due massimi esponenti politici del paese. Come su altri fronti, anche qui il nuovo presidente della federazione russa, Dmitrij Medvedev, ha sfoderato un impegno più vistoso del suo predecessore, Vladimir Putin, retrocesso (forse solo temporaneamente) a capo del governo ma generalmente ritenuto tuttora l’uomo forte del regime. Se Putin ha quanto meno superato la propensione a minimizzare il fenomeno o a considerarlo con un certo fatalismo, Medvedev ha fatto della lotta contro la corruzione, ancor prima di entrare in carica, un proprio cavallo di battaglia, propugnando un programma nazionale diretto a risolvere un “problema sistemico” e assumendone personalmente le funzioni di promotore, supervisore e controllore. Con quali esiti? Poco soddisfacenti, per il momento, anche se nessuno poteva illudersi di estirpare su due piedi un male plurisecolare muovendo guerra al quale, da Ivan il terribile in poi, i vari reggitori del paese hanno subito solo sconfitte, come avvertono storici e uomini di cultura russi.

Critiche anche aspre, comunque, non sono mancate a quanto finora è stato messo in campo per raggiungere l’obiettivo. L’apposita legge faticosamente approvata dalla Duma ha finalmente recepito, ma solo in parte, norme e misure previste dalle convenzioni internazionali che la Russia ha da tempo sottoscritto. Al centro dell’attenzione e delle attese sta l’obbligo per tutti i pubblici funzionari di dichiarare pubblicamente redditi e proprietà familiari per rispondere poi di eventuali discordanze con il tenore di vita. All’adempimento hanno cercato di sottrarsi, senza successo, i dipendenti del ministero dell’Interno, compresi i membri della polizia già saldamente in testa nelle graduatorie di impopolarità. Resta ancora da piegare, invece,la resistenza del personale dei servizi di sicurezza, delle dogane e del ministero degli Esteri, che accampano un diritto professionale alla segretezza. I critici, d’altronde, sostengono che l’obbligo della trasparenza rimarrà facilmente eludibile se continuerà a riguardare soltanto beni e introiti del funzionario, del coniuge e dei figli minorenni senza estendersi, come molti reclamano a gran voce, anche agli altri congiunti. E che, inoltre, occorra comminare la confisca di quanto acquisito illegalmente, punire i trasgressori con il licenziamento anziché con semplici multe e vietare qualsiasi regalia ai servitori dello Stato anziché fissare solo un tetto di 3 mila rubli.

Sul piano amministrativo un decreto presidenziale ha prescritto la creazione di commissioni anticorruzione in tutti gli organismi statali, formati da rappresentanti dei loro quadri e presiedute dai loro vice direttori. Dalla competenza anche sanzionatoria di tali commissioni sono però esclusi i funzionari superiori nominati dal presidente della federazione e dal governo. Sembrano perciò ignorate le invocazioni, provenienti anche da detentori del potere periferico (adesso non più eletti dal popolo ma nominati dal Cremlino, in omaggio al principio della “verticalità”), di un buon esempio che deve venire dall’alto se si vogliono ottenere risultati. In linea generale, l’idea lascia scettico, fra gli altri, il vice presidente della commissione della Duma per la sicurezza, Gennadij Gudkov: “Non credo all’efficacia di un controllo da parte di funzionari su altri funzionari. Se mandiamo un caprone a sorvegliare l’orto, non mancherà di conciare da par suo qualche aiuola. Si scateneranno guerre tra le varie sezioni perché tutti cercheranno di inviare propri uomini in queste commissioni”

Gudkov preferirebbe un controllo parlamentare. Ma anche la credibilità dei rappresentanti del popolo in materia è oggetto di forti dubbi. Qualche aspettativa di più si appunta sulla magistratura, meno impopolare di altre categorie malgrado la sua prevalente deferenza verso il potere politico e la sua non granitica incorruttibilità. In effetti i tribunali hanno cominciato a condannare con maggiore frequenza e severità corrotti e corruttori, talvolta anche di rango. Nella rete della giustizia hanno continuato tuttavia a cadere soprattutto i pesci piccoli, e senza che ciò bastasse ad impedire un aggravamento del male nel suo complesso. Secondo dati del ministero dell’Interno, ricavati da quanto emerso in sede giudiziaria, nella prima metà di quest’anno la mazzetta media è aumentata da 23 mila a 44 mila rubli; ancora molto poco, peraltro, visto che l’ammissione in alcune facoltà universitarie può costare fino a 100 mila dollari. Georgij Satarov, direttore di un istituto di ricerca indipendente, osserva in proposito che se la giustizia fosse stata meno tenera con i pesci più grossi quella media sarebbe aumentata di varie centinaia di volte.

Qui naturalmente il discorso non può non sconfinare sul terreno politico. Non pochi in Russia insistono a confidare in ritrovati tecnici più o meno sofisticati per venire a capo del problema, guardando magari a modelli stranieri come ad esempio quelli collaudati in Corea del sud, a Hongkong o a Singapore. Si continua ad additare anche l’esperienza italiana, sorvolando apparentemente sul carattere effimero, nella migliore delle ipotesi, dei successi di Mani pulite. L’opinione pubblica meno timida obietta che il problema potrà essere avviato a soluzione solo nel quadro di un sistema più sostanzialmente democratico, fondato sui controlli dal basso oltre che su uno stato di diritto meno carente di quello attuale. Anche se qui, invece, l’esperienza italiana, e non solo italiana, dimostra che la democrazia sarà indispensabile ma non è certo sufficiente.

Nel caso russo, ostacoli specifici da superare sono sicuramente la persistenza di un settore economico e finanziario statale non solo massiccio ma in via di ulteriore espansione e le peculiarità di questa stessa ristatalizzazione, che qualcuno d’altronde non esita a bollare in quanto destinata in ultima analisi a favorire interessi privati. La diffusa commistione tra politica e affari era già evidenziata al più alto livello, per un verso, dalla presenza di numerosi ex dirigenti e collaboratori dell’FSB, il servizio segreto erede del KGB sovietico dal quale proviene Putin, al vertice di grandi imprese e organi statali. Per un altro, dal fatto che mentre gli oligarchi ribelli a Putin sono stati costretti all’esilio oppure spogliati e incarcerati come il ben noto Chodorkovskij, i tanti altri rimasti devoti all’ex presidente hanno continuato a prosperare malgrado la crisi e la profonda ostilità che li circonda nel paese. La destituzione in settembre del sindaco di Mosca, Luzhkov, per eccesso di affarismo e arricchimento illecito, sembra un segnale solo parzialmente positivo, tenuto conto che il peso anche politico del personaggio dava certamente ombra ai diarchi. A quanto risulta, la cerchia dei privilegiati tende ora ad ampliarsi, semmai, con politici e burocrati protesi ad investire a loro volta in attività industriali, commerciali o bancarie capitali difficilmente accumulabili senza tolleranze e connivenze orizzontali e verticali.

Così stando le cose, può persino stupire che Medvedev, parlando a fine luglio in veste ufficiale, si sia mostrato persino più insoddisfatto di chi da tempo reclama misure più drastiche. Il capo dello stato ha sottoscritto tale richiesta, infatti, dopo avere riscontrato una “totale assenza di successi significativi” nella campagna in corso e l’insufficienza dei pur aumentati casi di smascheramento e punizione dei colpevoli, che “rappresentano solo la punta dell’iceberg”, per concludere che la repressione deve essere intensificata a tutti i livelli. La combattiva Elena Panfilova, pur definendo risibili le dichiarazioni fiscali di molti notabili, vede invece compiuto un importante passo avanti perché le dichiarazioni di quest’anno potranno essere utilmente confrontate con quelle dei precedenti e del prossimo nonché con le spese dei dichiaranti e dei loro familiari.

Un pronunciamento credibile, quello di Medvedev? Forse sì, a livello intenzionale. Ma per potersene attendere effetti concreti bisognerebbe almeno che avesse visto giusto il sopracitato Saratov, il quale ipotizza che l’establishment russo sia ormai seriamente orientato ad instaurare un vero Stato di diritto: se non altro, per consolidare indirettamente, con la legalizzazione, i frutti privati finora ricavati dalla transizione al capitalismo. Una sorta di condono, insomma, a costo di smentire un antico adagio latino.

Franco Soglian

(Nota)

Elena Panfilova, direttrice del Centro ricerche e iniziative “Transparency International – Russia” e membro del Consiglio presidenziale per il sostegno allo sviluppo degli istituti della società civile e dei diritti dell’uomo, ritiene che il grosso della popolazione russa sarebbe più sensibile all’esigenza di combattere la corruzione se si rendesse adeguatamente conto delle sue conseguenze. Ecco come ne descrive alcune.

Il vostro datore di lavoro si accinge a ripartire i premi tra i collettivi, ma ha dovuto cedere ai controllori di turno una parte della torta, che risulta perciò più bassa di 5 centimetri di quanto previsto. Pagate un tributo alla corruzione, a vantaggio di numerosi “autorizzatori” e “guardiani della legge”, ogniqualvolta fate un acquisto, che si tratti di latte nostrano o di jeans importati. Noi acquistiamo tutto a prezzi superiori di tre volte, come minimo, a quelli giusti. Un’enorme quantità di mazzette e tangenti è compresa nel prezzo per metro quadrato di un’abitazione… Ma il peggio avviene quando vengono vendute la vostra salute e la vostra vita. Una maestra d’asilo affetta da epatite può comprare un certificato medico [di idoneità]. Un guidatore alcoolizzato ma con patente [comprata] può uccidere i vostri figli o renderli orfani al primo incrocio. Comprando un lasciapassare alcuni terroristi arricchiscono un vigile urbano e poi trucidano alcune diecine di persone. Della sicurezza nazionale si occuperà un funzionario che deposita milioni su conti bancari stranieri, compra ville all’estero e vi trasferisce la famiglia? Cosa farà se si troverà nel mirino di servizi speciali stranieri o di uomini di Al Qaeda? (da “Argumenty i fakty”, n. 25, 2010)

SLOVACCHIA DA SCOPRIRE

Molti continuano a confonderla con la Slovenia e forse diventeranno meno numerosi soltanto in Italia dopo lo smacco inflitto dai suoi calciatori (evidentemente incorruttibili, checchè subodorasse Umberto Bossi) agli stanchi guerrieri di Marcello Lippi in terra sudafricana. In realtà, benché piccola e giovane, come Stato, la Slovacchia non merita l’anonimato. Le sue prodezze non si limitano al campo sportivo e se ne contano, anzi, di ben più importanti e significative di quelle calcistiche, per quanto le une come le altre siano sempre soggette a conferma nel tempo. Le più recenti richiamano comunque su di essa una particolare attenzione.

Indipendente solo dal 1992, il paese aveva subito per molti secoli una meno che dolce dominazione ungherese, anche nell’ambito dell’Impero absburgico fino al suo disfacimento al termine della prima guerra mondiale. All’interno di un nuovo Stato comune con la Boemia-Moravia gli slovacchi soffrirono invece la preponderanza e la multiforme egemonia ceca, tanto che almeno una parte della popolazione non esitò a collaborare alla sua distruzione da parte di Hitler, nel 1939, sostenendo un governo separatista e filonazista. La partecipazione di truppe slovacche all’invasione dell’Unione Sovietica fu ben presto controbilanciata da una massiccia insurrezione antifascista, che preluse alla rinascita della Cecoslovacchia sotto un regime comunista inizialmente accolto, peraltro, con minor favore rispetto ai cechi.

L’ostentata repressione di un nazionalismo slovacco nel periodo staliniano non fu probabilmente priva di aspetti pretestuosi. Sta però di fatto che le rivendicazioni autonomistiche del paese contribuirono parecchio all’esplosione della “primavera di Praga” nel 1968 e alla sfida lanciata al Cremlino, in nome della democrazia, sotto la guida dello slovacco Alexander Dubcek, popolarissimo anche in terra ceca. Stroncato il “nuovo corso” dall’Armata rossa, l’unico suo frutto sopravvissuto alla conseguente “normalizzazione” (imposta tramite un altro slovacco, Gustav Husak) fu la trasformazione della Cecoslovacchia in Stato federale, per quanto poco ciò potesse comportare concretamente in un sistema di tipo sovietico.

Il ribaltone del 1989 fece comunque prevalere a Bratislava, come in tanti altri capoluoghi dell’ex “campo socialista”, la spinta incontenibile all’emancipazione totale. Accettato senza troppe difficoltà dai cugini cechi, il distacco da Praga appariva alquanto azzardato per la componente più piccola e più povera della federazione. Oltre a tutto, proprio sul suo territorio era concentrata quell’industria pesante tradizionalmente privilegiata dal “socialismo reale” e largamente destinata alla rottamazione in un’economia di mercato (anche se le acciaerie di Kosice vennero parzialmente salvate nel 2001 dall’US Steel con la benedizione di Bill Clinton). L’aspra conflittualità politica che contraddistinse il primo decennio di indipendenza contribuì a rafforzare i dubbi e a rendere ancora più fosche le previsioni. Le quali, tuttavia, hanno finito col venire smentite, dopo l’ascesa di forze e uomini più decisamente riformisti e meno controversi di una figura a lungo dominante come quella del populista autoritario Vladimir Meciar, un ex pugile.

Mentre la Boemia-Moravia vivacchiava sui vecchi allori, la Slovacchia ha infatti inscenato un boom senza uguali nell’Est europeo, che l’ha portata ad eguagliare o quasi il Pil pro capite della Repubblica ceca, salendo al terzo posto dopo quest’ultima e la Slovenia tra tutti i paesi ex comunisti (con la Russia, per dire, a circa metà del suo livello), e a superare la stessa Cechia persino nella corsa all’Euro dopo la contemporanea ammissione nell’Unione europea. Anche qui, si tratta di un traguardo raggiunto, finora, insieme con la sola Slovenia in tutta l’Europa orientale, all’inizio del 2009, grazie ad un’inflazione bassa e a conti pubblici in ordine. Principali strumenti di un simile exploit sono stati un laissez faire senza riserve, una politica fiscale imperniata sulla flat tax, l’imposta a livello unico, e la porta spalancata agli investimenti stranieri, che infatti sono piovuti in abbondanza specialmente nel settore automobilistico (Volkswagen, Peugeot-Citroen, Hyundai).

Un simile indirizzo è rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’avvento al potere, nel 2006, di Robert Fico, giovane socialdemocratico dipinto piuttosto come un populista dai suoi predecessori di centro-destra. “Meglio populista che ladro”, egli ama replicare, sostenendo ad ogni buon conto che la singolare alleanza di governo con il Partito nazionale, sciovinista e xenofobo, e quello residuale dell’irriducibile Meciar, non ha compromesso la continuità politica; come in effetti è avvenuto, appunto, in campo economico. Non così, invece, su un altro terreno scottante, quello dei rapporti con la grossa minoranza ungherese e con la stessa Ungheria sua protettrice. Qui la pressione dell’estrema destra si è fatta sentire (come pure riguardo alle altre due minoranze, i ruteni o ucraini e, soprattutto, gli zingari) dando il suo apporto ad un deterioramento non interamente addebitabile alla crescita di impulsi analoghi sulla scena politica magiara e delle denunciate interferenze di Budapest in una questione interna slovacca.

Nel frattempo, la crisi planetaria non ha mancato di sollevare le prime ombre sul miracolo economico della “tigre dei Tatra”, pur risparmiata sinora da tracolli paragonabili a quelli occorsi nelle repubbliche baltiche o in un suo corrispettivo, se si vuole, euro-occidentale quale l’Irlanda. Benché non catastrofico, il brusco calo del Pil (-4,7% nel 2009) dopo anni di galoppo ha innalzato la disoccupazione al 13%, tanto più pesante in quanto i senza lavoro a lungo termine sono intorno al 70%. In ogni caso, prima o poi gli operai, verosimilmente non appagati dalla medaglia d’oro in fatto di riformismo assegnata alla Slovacchia dalla Banca mondiale nel 2003, reclameranno salari superiori all’attuale media mensile di 500 euro. E, una volta passata come tutti confidano, o almeno sperano, la bufera globale, queste ed altre consimili rivendicazioni non potranno essere facilmente ignorate, innanzitutto, da un partito che si dice socialdemocratico come lo Smer-SD di Fico e che vanta il varo e l’attuazione (in realtà discutibile) del primo programma nazionale di Stato sociale.

Le prime risposte, per il momento, toccheranno tuttavia ad altri. Le elezioni parlamentari del 12 giugno hanno confermato la popolarità del premier uscente, il cui partito ha visto addirittura aumentare i consensi (specie tra i meno abbienti e in provincia) rafforzando così la sua maggioranza relativa. Ciò non è però bastato ad evitargli la perdita del potere a beneficio dei vecchi antagonisti di centro-destra. Si è formato infatti un nuovo governo di coalizione capeggiato dalla cristiano-democratica Iveta Radicova, per quanto esponente di un partito forte di soli 28 seggi contro i 62 dello Smer-SD su un totale di 150. La svolta, alquanto inaspettata, si deve ad un evento altrettanto imprevisto e di tutto rilievo non solo nel quadro nazionale: la sconfitta dei due partiti sinora alleati con Fico. Quello di Meciar non ha superato lo sbarramento del 5% e gli ultranazionalisti del truculento Jan Slota sono rimasti a stento in parlamento. Per contro, tra i quattro della coalizione entrante figura una nuova rappresentanza degli ungheresi, premiata da un brillante successo.

La bocciatura di Slota, in particolare, segna la prima battuta di arresto di un’avanzata delle forze di estrema destra che connota da qualche tempo il panorama politico dell’Europa sia orientale che occidentale. Se in quest’ultima il loro bersaglio principale, benché non unico, è costituito da genti allogene di più o meno recente immigrazione, nella prima la presenza di minoranze più o meno numerose in molti paesi genera da sempre problemi spesso acuti di convivenza interetnica o interculturale con conseguenti conflitti anche di straordinaria gravità; basti ricordare il caso jugoslavo. In Ungheria la recente impennata di un ringhioso sciovinismo ha avuto come sfondo una situazione economico-finanziaria oltremodo critica. L’esempio slovacco sembra indicare invece che da progressi adeguati o quanto meno promettenti in tale campo possono scaturire effetti benefici anche su altri.

Franco Soglian

CORRUZIONE: MALE EUROPEO

“Uno spettro si aggira per l’Europa”, potrebbe annunciare oggi un Carlo Marx redivivo. Non si tratta di una resurrezione del comunismo, anche se il nuovo spettro ha qualcosa a che fare con il comunismo o più precisamente con il defunto “socialismo reale”; purtroppo per chi eventualmente lo rimpianga. Si trarra invece della corruzione, che sembra dilagare nel vecchio continente coinvolgendone anche le regioni finora relativamente indenni o meno gravemente infette. Non soltanto, cioè, le lande meridionali, dove il morbo è sempre stato più di casa, dai tempi di Dante, per dire, fino a quelli di Mani pulite. Né soltanto nell’Est europeo, dove già i vecchi regimi autoritari o totalitari dominanti si erano rivelati incapaci di estirpare davvero l’antica piaga e destinati piuttosto per la loro stessa natura a favorirne la diffusione. E dove, comunque, il loro crollo, seguito da una transizione inevitabilmente travagliata ad un sistema diverso sotto ogni aspetto, non poteva non contribuire a gonfiare ed aggravare il fenomeno, oltre a conferirgli piena visibilità.

Oggi nella Russia di Putin, semi-autoritaria o, optando per l’eufemismo, a democrazia temperata, sul problema della corruzione divampa un vivace dibattuto sia a livello di opinione pubblica sia in sede istituzionale. E’ un progresso, certo, rispetto alla precedente negazione per principio dell’esistenza di un problema nazionale del genere. I massimi dirigenti moscoviti, anzi, sono dichiaratamente impegnati ad affrontarlo e risolverlo; con quanta credibilità, però, resta da vedere. Per l’altra grande ex sovietica, l’Ucraina, gli osservatori parlano di malanno “endemico” e “sbalorditivo” (staggering, così l’Economist) per le sue dimensioni. Nel resto dell’ex “campo socialista” una situazione analoga caratterizza innanzitutto l’area balcanica, concorrendo non poco ad ostacolare il pieno inserimento della Bulgaria e della Romania nell’Unione europea. Ma nuovi partiti sono comparsi e uomini politici sono saliti alla ribalta anche in paesi con migliore reputazione, come Polonia e Repubblica ceca, proprio alzando la bandiera della lotta contro la corruzione. Contro un male, dunque, che l’apparente consolidamento di regimi democratici non è bastato ad estirpare, com’era facile prevedere.

Nessuno, del resto, sembra immune dal contagio, quando di contagio si tratti e non di generazione spontanea, al di qua come al di là della vecchia cortina di ferro. Non parliamo, naturalmente, dell’Italia, leader su scala mondiale in fatto di corruzione così come di criminalità organizzata; un campo, questo, più o meno strettamente intrecciato con quello in argomento e nel quale il nostro paese vanta ben noti titoli di battistrada. Pochi dubitano, oggi, che l’epopea di Mani pulite non abbia prodotto frutti duraturi; le graduatorie internazionali continuano a collocarci nelle posizioni di coda, cioè tra i peggiori, in Europa, molto più indietro nel mondo, alle spalle di concorrenti quali Turchia e Cuba, e a quanto pare con un ulteriore arretramento negli anni più recenti. Appena un po’ meglio di noi, forse, sta la Spagna, dove a suo tempo la corruzione fu causa preminente della caduta del lungo governo socialista di Felipe Gonzales, non senza analogie con quella di Bettino Craxi in Italia. Ma i suoi temporanei eversori di destra non hanno saputo fare molto di meglio: i più clamorosi scandali esplosi dopo il ritorno dei socialisti al potere con Zapatero hanno macchiato soprattutto uomini e attività del Partito popolare già capitanato da Aznar e rimasto forte in provincia.

L’Europa centro-occidentale e settentrionale presenta ancora un volto sicuramente più virtuoso di quella meridionale. Non mancano tuttavia neppure qui sintomi di deterioramento, per quanto prevalentemente concentrati in un settore specifico nel quale comportamenti disinvolti e mancanza di scrupoli non erano certo privi di tradizioni storiche: quello dei rapporti commerciali e in particolare delle forniture militari soprattutto a paesi meno sviluppati. In Francia, Germania e Gran Bretagna i maggiori scandali degli ultimi anni hanno infatti chiamato in causa le responsabilità di grandi gruppi industriali per numerosi episodi di corruzione attiva e passiva a tale riguardo, ovviamente non senza connivenze di vario tipo da parte di ambienti governativi o comunque politici. Nelle relative denunce, accuse e richieste di adeguate contromisure, oltre a severe punizioni, vengono stigmatizzati i multiformi danni che simili pratiche recano all’insieme delle comunità nazionali o statali cui quelle società (non sempre esclusivamente private) appartengono. Un motivo in più, quindi, per non sminuire la rilevanza di questi casi.

D’altronde, contigua su un versante alla criminalità organizzata, la corruzione lo è su un altro anche a forme di trasgressione o irresponsabilità meno plateali e più inedite, ma magari ancor più gravide di rovinose conseguenze, cui la accomuna se non altro la matrice predominante dell’avidità. Rientrano perciò nel tema i recenti comportamenti di tanta parte del mondo finanziario soprattutto anglosassone che hanno provocato la crisi planetaria ancora non esaurita. E il discorso riguarda in primo luogo la Gran Bretagna e la sua relazione, finora “speciale” anche qui, con gli Stati Uniti. I quali, principali generatori del fenomeno, sono in compenso corsi ai ripari reprimendo col massimo rigore almeno le sue manifestazioni estreme, a differenza di quanto avviene in Europa. Il problema generale di come combattere il male e impostare le possibili terapie rimane tuttavia assolutamente aperto a causa della sua ovvia complessità, che qualcuno potrebbe chiamare piuttosto intrattabilità e persino congenita incurabilità. Nell’era della globalizzazione, che sicuramente complica e ingigantisce ogni problema, ma al tempo stesso ne impone e quindi dovrebbe agevolare un trattamento il più possibile uniforme e condiviso, lo sforzo diventa comunque tanto più auspicabile e necessario.

Franco Soglian