COME REAGIRE ALLA SPECULAZIONE?

Per reagire alla speculazione, serve una garanzia integrale di ultima istanza per le banche e per i debiti statali nell’eurozona, insieme a un bilancio federale, anche in deficit

Ci sono alcune cose esasperanti quando radio, tv e giornali danno informazioni sui problemi economici e politici europei o, ancor di più, tentano di commentarle. La peggiore è il tentativo di “dare un senso” ai comportamenti dei mercati finanziari. Esempio: perché i mercati, dopo un primo apprezzamento per le garanzie europee alle banche spagnole, hanno fatto ribassare le borse e aumentare gli spread speculando contro Italia e Spagna. Chi parla dei dati sulla recessione, chi attribuisce un ruolo alla disoccupazione dei due paesi, chi si preoccupa dei possibili aggravamenti dei deficit contabili degli Stati, chi vi aggiunge le apprensioni per gli equilibri politici, e così via. Il punto è che le “ragioni” dei comportamenti dei mercati e delle ondate di vendite e acquisti non riflettono, di solito, particolari congetture razionali.

I cosiddetti “mercati” consistono in ordini di acquisto o di vendita di determinati titoli finanziari; la maggior parte di tali ordini obbedisce a dei “modelli” adottati dai gestori di fondi vari. I gestori non sono speculatori attivi. I loro modelli sono meramente reattivi; sono cioè in genere costruiti in modo tale da suggerire di reagire positivamente (comprando specifici titoli) o negativamente (vendendoli), in una certa misura, al variare di determinati indicatori e tenuto conto di una serie di attributi nella composizione dei fondi stessi (struttura del portafoglio e valutazione del suo rischio). Possono intervenire “correzioni” rispetto ai suggerimenti dei modelli, ma il comportamento di massima è sostanzialmente legato ad essi. Solo una piccola ma strategica quota delle ondate di acquisti o vendite è governato dai giochi volontari di un numero ristretto ma estremamente potente di speculatori attivi e professionali, in grado di indurre l’innesco di rialzi o ribassi su determinati titoli.

Mentre lo scopo dei modelli dei gestori è quello di trovare una qualche forma di compromesso tra il mettere in sicurezza i fondi gestiti e il conseguire determinati tassi di rendimento (ovviamente senza nessuna pretesa di dare una interpretazione corretta del funzionamento delle economie nel loro complesso e non solo dei titoli finanziari), lo scopo degli speculatori attivi è quello di guadagnare il più possibile e nel più breve tempo da manovre operate intorno ai movimenti da loro stessi indotti nell’andamento dei titoli. Per questo gli speculatori hanno bisogno di tenere i mercati finanziari in continuo movimento; possono guadagnare anche relativamente poco sui singoli movimenti, ma se i movimenti sono tanti il guadagno per anno è comunque grande. La leva è data dal comportamento dei gestori dei fondi e in ultima analisi dai suggerimenti dei loro modelli, comunque ben noti agli speculatori attivi.

Il gioco, le motivazioni e i modelli di comportamento dei giocatori hanno le loro perversioni. Se tale gioco esaurisse i suoi effetti sui soli giocatori non ci dovremmo preoccupare, come non ci preoccupiamo di coloro che perdono i loro patrimoni nelle bische del mondo. Il problema è che eurocrati, politici e opinion makers danno a quel che succede nelle sale da gioco la dignità di segnalatori credibili dello stato di fiducia che i “mercati” attribuiscono ai singoli sistemi economici, come se quel che succede nei mercati finanziari fosse ispirato dai migliori modelli disponibili per l’interpretazione del funzionamento dei sistemi economici nella loro interezza (sia della loro parte reale che della loro parte finanziaria). Gli stessi soggetti, poi, si sentono autorizzati dalla loro pretesa superiore capacità, di scegliere di volta in volta, sulla base dei loro interessi o delle proprie convinzioni ideologiche, i “colpevoli” di turno (debito pubblico, mercato del lavoro, ecc.).

La seconda questione esasperante riguarda le opinioni dei policy maker sul fatto che si “sia fatto abbastanza” sui più diversi piani: in materia di austerità, di raccolta di fondi di garanzia europea, di prestiti o di emissioni di moneta per salvare le banche, ecc. Non vi è mai omogeneità tra le diverse autorità: se qualche commissario europeo dice che l’Italia è al sicuro, il presidente del Fondo dice che ci sono tre mesi per salvare l’Eurozona, o vicende simili.

Occorrerebbe essere chiari una volta per tutti. A fronte del manipolo di grandi speculatori capaci di mettere in moto i mercati finanziari è probabile non esista un fondo internazionale di entità sufficiente a fugare i timori dei detentori dei titoli (in realtà nessuno ci può mettere la mano sul fuoco ma nessun soggetto pubblico se la sente di scommettere). E allora è chiaro che il problema non è quantitativo ma qualitativo.

L’unica risposta che “metterebbe al sicuro” sarebbe una garanzia integrale di ultima istanza non solo per le banche ma anche per i debiti degli stati dell’eurozona (per il solo passato), accompagnata dall’unico atto in grado di rendere “normale” la situazione dell’eurozona stessa: la costituzione di un bilancio federale con la possibilità che esso possa essere gestito in deficit per sostenere il rilancio dello sviluppo. Naturalmente si tratta di accompagnare un tale cambiamento con una riforma delle normative europee che regolano le modalità di funzionamento della Bce, rendendole simili a quelle degli altri grandi stati del mondo. A questo fine occorre semplicemente rendere possibile per il futuro finanziare con emissione diretta di moneta, anche totalmente, il solo deficit federale.

Il ricorrente gioco delle parti, divenuto ormai un po’ ridicolo, sul credit crunch e le responsabilità delle banche è “l’altra faccia”, altrettanto irritante, di quanto appena detto. E’ facile parlare oggi di comportamenti aberranti delle banche; ma dove e per volontà di chi nascono i sistemi organizzativi e la struttura degli incentivi che hanno condotto le banche a gonfiare i loro portafogli di titoli, oggi considerati tossici, a cominciare dai titoli di stato di molti paesi dell’eurozona?

Tutto nasce, a ben vedere, da due “riforme” fortemente volute dalle banche centrali europee già dagli anni Ottanta:

(1) quella che “superava” la distinzione tra banche ordinarie di raccolta del risparmio, banche per il credito industriale a medio e lungo termine e banche d’affari;

(2) quella che faceva divieto alle banche centrali dei paesi europei di acquistare i titoli del debito pubblico degli stati membri sul mercato primario al momento della loro emissione.

Come conseguenza della riforma (2) le banche centrali hanno preso l’abitudine di prestare denaro a bassi tassi di interesse alle banche – ormai tutte eguali per effetto della riforma (1) – affinché esse sottoscrivano i titoli del debito emessi dagli stati. Si è trattato di una sorta di invito a nozze per le banche, cui si dischiudevano così impieghi lucrosi e che apparivano a prima vista del tutto sicuri; inizialmente almeno tutti ritenevano infatti che i titoli del debito fossero sostanzialmente garantiti (come accadeva prima delle riforme).

Ne risultarono notevoli distorsioni nei comportamenti delle banche, di particolare pericolosità nel caso di quelle un tempo ordinarie, la cui capacità di raccolta era connessa alla fiducia che era loro accordata dai depositanti in virtù di una ben fondata e antica fiducia su garanzie di carattere istituzionale. Le banche si gonfiarono sempre più di titoli (per conto proprio e della clientela depositante), rinunciando in misura crescente al loro ruolo di finanziatori degli affari commerciali e industriali, sia a breve che a lungo termine.

Lo spiacevole “risveglio”, connesso al fatto che la Bce non ha più la veste tradizionale di garante di ultima istanza per i titoli dei debiti pubblici, avvenne solo con l’esplodere della crisi finanziaria. Solo allora i titoli pubblici, di cui le banche erano divenute innaturalmente “rigonfie”, apparvero essere “tossici” per via dell’emergere – una novità per i paesi europei – di differenziali nei “rischi paese”. Ma nonostante il risveglio le banche sono state in pratica costrette a continuare a sottoscrivere i titoli pubblici, salvo essere considerate sempre più esposte a rischio.

In realtà – ed è forse la più sottile tra le cose irritanti – media e policy makers continuano a tenere distinti i problemi connessi ai rischi bancari e quelli connessi ai rischi paese. Appare invece evidente, tanto da non avere bisogno di spiegazioni, che il rischio delle banche scomparirebbe se si eliminasse il problema dei rischi paese, lasciando che la Bce funga da garante di ultima istanza per i “debiti paese” pregressi. Il rischio Europa, poi, verrebbe del tutto fugato se il vincolo di pareggio di bilancio per i paesi membri venisse temperato ammettendo – come già detto – che il bilancio federale europeo possa essere finanziato, oltre che con imposte federali, anche in deficit in relazione a programmi di sviluppo e innovazione e a nuove politiche industriali e commerciali capaci di fare dell’Europa un nuovo polo competitivo planetario.

Ma queste cose, che già la primavera dello scorso anno venivano sostenute da Sbilanciamoci.info e da poche altre voci a livello europeo, sembra ormai le abbiano capite quasi tutti, sia pure con colpevole ritardo. E allora perché tenere in piedi tante finzioni e tanti tavoli diversi di trattativa? Solo per trattare la Germania con i guanti di velluto o perché il fronte dei paesi “sviluppisti” non è ancora sufficientemente coeso? E se invece il fronte degli sviluppisti è davvero coeso, perché non si invertono le parti, minacciando la Germania di metterla fuori dall’Euro?

Il problema, infatti, è che, come aveva ben compreso il Keynes di Bretton Woods, non è ammissibile che in una comunità di paesi che fanno del commercio internazionale un perno di coesione possa esservi un paese o un gruppo di paesi che sono sistematicamente in avanzo; cioè quello che la Germania colpevolmente pretende.

di Sergio Bruno

da www.sbilanciamoci.info

GERMANIA NEL MIRINO SENZA PUDORE

Il mondo va spesso a mode e adesso dilaga quella di prendersela con la Germania. Cosa, beninteso, del tutto legittima (come pure va di moda dire oggi, anche nei casi più inverosimili); nessuno è perfetto, errare è umano, e così via. Cosa, peraltro, forse un po’ troppo facile perché male che vada si può sempre tirare in ballo il nazismo, l’Olocausto, ecc., per cui prendere le difese dei tedeschi, invocando un diritto che spetta a tutti, rischia di esporre il temerario all’accusa di antisemitismo o, quando si tratti di un italiano, di intelligenza col nemico secolare. Ma è proprio sul caso italiano che, essendo italiani, ci si deve soffermare, tenendo presente che altrove il fenomeno si presenta nelle forme e dosi più diverse, tra greci che dipingono Angela Merkel come un Hitler alla riscossa e americani che si accontentano di sollecitare i tedeschi, magari ruvidamente, a preoccuparsi meno dell’inflazione e dei debiti e più della crescita, propria e soprattutto altrui.

Il caso italiano, diciamolo subito, è francamente scandaloso. Anche da noi si contesta sempre più diffusamente e vivacemente per gli stessi motivi l’attuale gestione della crisi economico-finanziaria europea e in particolare dell’eurozona da parte del governo di Berlino. Non lo fa naturalmente il governo Monti, semmai accusato di essere troppo succube dei voleri teutonici o quanto meno troppo timido nel far valere contro di essi i nostri più o meno sacrosanti interessi e ragioni. Ma lo fanno in misura crescente ormai quasi tutte le forze politiche, che pur sostenendo formalmente il governo Monti trovano comodo criticarlo, pressarlo e condizionarlo accomunandolo a vari effetti a quello tedesco. E lo fanno ormai quasi coralmente i media, compresa la grande stampa.

Non più, cioè, soltanto quella vicina (altro eufemismo in voga) al precedente governo e perciò scatenata da molti mesi a denunciare il diktat o tresca di confezione o ispirazione alemanna che avrebbe provocato la caduta di Berlusconi, aliena dal perdonare i pubblici dileggi cui il cavaliere di Arcore venne sottoposto dalla Merkel duettando con l’altrettanto reietto Sarkozy e più che mai protesa ad accreditare responsabilità straniere per la situazione in cui era precipitata e tuttora versa l’Italia, in modo da scagionare per quanto possibile i governi nazionali precedenti, ex officio responsabili pro quota, e in particolare quindi quelli capeggiati dal suddetto cavaliere. Al coro tendono infatti ad unirsi anche i giornali di maggiore tiratura e prestigio, inclusi quelli non politicamente e ideologicamente schierati.

Ultimo ad alzare la voce è stato il “Sole 24 ore”, sul quale, il 17 maggio, Carlo Bastasin, ha aspramente criticato la Merkel diffidandola dal giocare d’azzardo con la Grecia e dando per scontato che il distacco di questa dall’euro sarebbe una sciagura non solo per essa ma per l’intera Europa. Un presupposto, come si sa, fors’anche giusto ma tutt’altro che unanimemente condiviso ad ogni livello. Ben più in là si era tuttavia spinto, prima ancora che la crisi ellenica precipitasse, il “Corriere della sera”. C’era da aspettarsi qualcosa da Piero Ostellino, che il 5 maggio, nella sua rubrica intitolata alquanto impropriamente “Il dubbio” (visto che il titolare professa in realtà le più incrollabili certezze), ha sparato a zero sul governo Monti, incolpato di “totale disprezzo dei diritti dei cittadini”, dispotismo e autoritarismo, distruzione in corso “di quel poco che c’era di democrazia liberale” e inclinazione verso un “fascismo di popolo”, il tutto con il sostegno dei media ovvero di un “neoMinculpop” per il quale anche il nuovo “Duce ha sempre ragione”.

La filippica dell’Ultimo Liberale (“sono rimasto il solo a dirlo”) ha sollevato l’entusiasmo del “Giornale” già di Montanelli (oppure di “Libero”, non ricordo bene, ma fa lo stesso), che ha anzi rimproverato al direttore del “Corriere” di averle negato il dovuto rilievo relegandola a pag. 58. Il buon De Bortoli è subito corso ai ripari, e così Ostellino ha sfoderato una seconda tirata (9 maggio), stavolta con la dignità dell’editoriale e prendendo di mira in prima battuta il neo presidente francese François Hollande, reo di parlare una “lingua di legno” propria del defunto socialismo reale. Ma è solo lo spunto per tornare a sparare sull’ “amico” Mario Monti, “cattolico-liberale” e “persona intellettualmente onesta” (così nell’articolo precedente), epperò traviato anche lui da una “vecchia cultura politica collettivistica e corporativa”, ferma al “carattere antagonistico della società”, che si trova riflessa tra l’altro in quell’articolo della nostra Costituzione che, orrore degli orrori, “definisce (ancora) il lavoro ‘un diritto’”.

Verosimilmente incluso anche lui nella categoria dei “nostri intellettuali…tanto incolti quanto politicamente vecchi” da non sapersi liberare da simili handicap, il professor Monti insiste tuttavia a coltivare un sogno, continua il pasdaran del liberalismo. E sapete quale? Qui veniamo finalmente al punto. Il sogno sarebbe quello di applicare all’Italia il modello tedesco incarnato dalla Merkel e imperniato sul rigore, che significa tenere i conti dello Stato in ordine, e sull’economia sociale di mercato. La quale poi non sarebbe altro che una riedizione del suo precedente bismarckiano nonchè “la versione, oggi pacifica, del nazionalismo e delle ambizioni egemoniche europee della Germania che, in passato, si erano tradotti in militarismo e avevano generato tre guerre”.

E ce n’è ancora, anzi tanto da far valere la pena di citare per esteso, a beneficio dei molti connazionali che non leggono i giornali e preferiscono la rete: “Nella Germania d’oggi, lo Stato è il direttore e, al tempo stesso, uno degli attori di una società fondamentalmente organicista, dove ogni tassello si incastra nell’altro; i sindacati non sono antagonisti, ma collaborano col mondo della produzione alla stabilità sociale e allo sviluppo economico, le banche operano in sintonia con i sindacati e il mondo della produzione, la popolazione tiene disciplinatamente il passo. Un caso unico”.Caso unico davvero, ma è quello, al limite anche clinico, dell’autore di un simile brano.

A sentir lui, l’odierna Germania, in attesa di vedere il proprio esempio seguito dall’Italia di Monti, sembra avere adottato su scala molto più vasta e con ben maggiore profitto il modello del Portogallo salazarista ovvero edificato con metodi meno drastici un sistema affine a quello dell’Italia di Mussolini se non addirittura della Russia di Stalin. Un nuovo miracolo tedesco, insomma, ben più straordinario di quello che, come generalmente si riteneva finora, ha consentito alla Germania post-nazista di dotarsi di un sistema democratico solido e funzionale, in cui il predominio dei partiti maggiori che si contendono il governo non impedisce che la dialettica politica sia arricchita dalla periodica comparsa di forze nuove espresse spontaneamente dalla società e capaci di conseguire successi non sempre effimeri. E, naturalmente, ha consentito altresì di creare un sistema economico in grado di assicurare una relativa prosperità nazionale ed equità sociale nonché di resistere meglio degli altri agli urti delle crisi di provenienza esterna.

Se qualcosa dello spirito di caserma prussiano poteva ancora ritrovarsi nella politica economico-sociale dei tempi di Bismarck, quel tanto di militarismo che minacciava di rinascere dopo la disfatta del Terzo Reich è probabilmente svanito con la fine della guerra fredda e la scomparsa dalla scena tedesca di un personaggio un po’ inquietante come il leader bavarese Franz Josef Strauss. Che la governassero i “neri” o i “rossi” la Germania pur rafforzata ed emancipata dalla riunificazione partecipa tuttora a numerose missioni militari più o meno di pace all’estero, Afghanistan compreso, ma si è dissociata dalla seconda invasione dell’Irak e dall’attacco alla Libia. Fino a pochi anni fa si parlava di lei, spesso e volentieri anche in Italia, come di un “gigante economico” ma “nano politico”, quasi incoraggiandola a farsi valere di più. Gli sviluppi dell’integrazione europea nell’ultimo ventennio l’hanno vista piuttosto trainata da altri che in un ruolo propulsivo. Più attratta come in passato da una pur pacifica, oggi, “marcia verso est”, si lasciò convincere solo a fatica a sacrificare il suo florido marco per aderire al salto nel buio dell’euro.
Con l’euro ora in crisi e Berlino ferma e dura sul “rigore” per uscirne, tra i tanti che dissentono gli italiani, in particolare, non esitano a strafare (e magari a straparlare, come nel caso di Ostellino) dipingendo un’immagine di comodo occasionale della Germania in contrasto insuperabile con la realtà. Sempre sul “Corriere” (15 maggio) anche un osservatore acuto come Antonio Polito si mostra troppo frettoloso nel minimizzare il recente voto nella Nord Renania-Vestfalia, come aveva già fatto il giorno prima Franco Venturini, ed escludere che i socialdemocratici, se tornassero in qualche modo al governo in sede federale, si comporterebbero diversamente da Frau Merkel.

E’ vero che fu proprio l’ex cancelliere Schroeder, con le sue riforme di tipo blairista del 2005, a portare il paese fuori da una fase critica inaugurando la linea portata avanti e difesa oggi dalla leader della CDU. L’uomo che insieme a Chirac disse “no” a G.W. Bush è però uscito ormai di scena dedicandosi a curare i rapporti d’affari con Putin e la SPD è passata in altre mani, rischiando prima di sprofondare nel declino ma risollevandosi ben presto con una serie di successi in sede regionale. I quali, di per sé, non preludono necessariamente ad una rivincita nelle prossime elezioni federali ma col concorso delle attuali circostanze le promettono di presentarvisi con chances in continuo miglioramento. Il tutto all’insegna di una correzione di rotta verso sinistra segnalata, ad esempio, col proporre un’imposta del 49% sui redditi superiori a 100 mila euro, ben più pesante del 75% su oltre un milione promesso o minacciato da Hollande in Francia.

In Renania-Vestfalia, d’altronde, i socialdemocratici hanno trionfato sì grazie alla popolarità del ministro-presidente Hannelore Kraft, che secondo i sondaggi potrebbe battere nettamente la Merkel se si candidasse al cancellierato, ma al tempo stesso malgrado il fatto che il Land più popoloso della Repubblica federale sia anche il più fortemente indebitato, ancorché a causa di una costosa quanto profonda ed esemplare trasformazione da mastodontico polo industriale, la mitica Ruhr, a battistrada delle produzioni ecosostenibili e del recupero agricolo. In ogni caso, il dopo voto potrebbe rivedere a Berlino una “grande coalizione” tra i due partiti maggiori, già sperimentata un paio di volte per fronteggiare temporanee situazioni di emergenza o comunque delicate, aventi poco in comune, ad ogni buon conto, con la sua versione improvvisata e scalcagnata che a Roma sostiene a suo modo il governo tecnico.

Se dunque è del tutto fuori luogo identificare il governo Merkel con uno stabile modello Germania, per di più radicato in un passato anche molto lontano, va aggiunto che la stessa gestione Merkel di questo presunto o travisato modello non sembra condannata alla più inflessibile continuità. In attesa, mentre scriviamo, di vedere l’esito del confronto in corso tra le posizioni tedesche e quelle dei soci, alleati e amici della Germania, si direbbe che tenda ad andare incontro ad essi già il cospicuo aumento dei salari ottenuto dopo molti anni dal potente sindacato IG-Metall con l’approvazione del governo e il conseguente effetto stimolante sulla domanda interna. Senza peraltro dimenticare, infine, che la linea Merkel deve fare i conti anche con correnti interne al suo partito inclini ad una durezza ancora maggiore nei confronti della porzione più debole dell’eurozona (come del resto i suoi più “virtuosi” membri centro-settentrionali) al punto da far temere possibili secessioni e nuove confluenze a destra. La SPD, intanto, si mostra ostile anch’essa agli eurobonds ma non ad altre misure a favore della crescita comportanti consistenti impegni finanziari.

Premesso tutto quanto sopra, resta da annotare che almeno sul tema Germania Ostellino non ha sofferto o goduto la solitudine neppure sulle pagine del primo o secondo giornale italiano. A distanza di quattro giorni gli è giunto alquanto inopinatamente di rincalzo Ernesto Galli della Loggia, non nuovo ad improvvise e sconcertanti illuminazioni ma generalmente non condizionato da idee fisse. L’autorevole cattedratico riconosce, bontà sua, che “il carattere assolutamente pacifico della Germania odierna non può essere messo in dubbio” e che quindi non si deve temere che essa scateni per la terza volta un conflitto mondiale pur di soggiogare l’Europa. Si spinge tuttavia anche più in là del collega giornalista partendo da due presupposti: che essa sia “destinata da oltre un secolo ad un ruolo virtualmente egemonico in Europa”, e passi; e che questo ruolo “negli ultimi venti anni si è manifestato in una germanizzazione di fatto della costruzione europea…culminata nell’adozione dell’euro”, il che, come già accennato, suona per lo meno esagerato ma diciamo pure storicamente inesatto.
Altrettanto inesatto è asserire, poi, che sia stata la Germania a fornire all’Unione europea “la sua politica economica di fondo, il suo impianto ideologico, i suoi paradigmi sociali e culturali” e persino il “suo insopportabile politicamente corretto”; significa, come minimo, ignorare il ruolo sotto molti aspetti e in varie fasi determinante della Francia e anche quello di membri minori della comunità in particolare del Nordeuropa. Non è possibile, perciò, sostenere che “la macchina di Bruxelles è sostanzialmente una macchina tedesca”, benchè ne sia “evidentemente nulla più che un simbolo” quella cancelliera Merkel contro la quale si vota oggi in modo massiccio a Parigi come ad Atene e a Palermo.

Ora questa pressocchè generale rivolta, afferma o lascia intendere Galli della Loggia, avviene, da un lato, perché comunque sotto la guida della Merkel la Germania sembra tentata di imporre la propria supremazia in Europa non più con la forza delle armi, come in passato, bensì con quella della sua preponderanza economico-finanziaria, costringendo i suoi soci della UE e in particolare dell’eurozona ad accettare le sue ricette per il superamento della crisi in atto. Ma la sua tentazione e i conseguenti sforzi sono destinati a fallire, sembra prevedere ed auspicare il Nostro, anche perché la Germania ci offre un tipo di egemonia che ha ben poco di affascinante, perché a differenza di quella americana (forte di una way of life, egli ricorda, resa gradevolmente “ariosa” dalla gomma da masticare, dalla Coca Cola e dai jeans) non ha nulla (con buona pace di Mario Monti) che faccia sognare, alimenti l’eterna illusione, vada incontro alle esigenze dell’individuo e della sua libertà, “i due massimi valori dei tempi moderni”.

Al contrario, e qui Galli della Loggia ricalca e integra il discorso di Ostellino, il modello tedesco si lega “con l’intrinseco antiindividualismo, con l’idea e l’immagine pesanti di organizzazione e autorità che emanano…dall’immagine” del paese, con “il rapporto non certo semplice, e tanto meno limpido con la libertà e i suoi istituti che storicamente ha avuto la Germania”. Un modello che ai giovani europei offre “solo” le “opportunità del mercato del lavoro” oltre allo “smagliante panorama urbano di Berlino”, e all’intero continente soltanto “burocrazia, convegni, vertici e tenuta in ordine dei conti”. Insomma un’Europa tedesca sarebbe “vuota e ripiegata su se stessa”, fatta di gente “che quando la sera si addormenta l’unico pensiero che può permettersi è quello sullo spread che l’attende l’indomani”.

Vale la pena di confutare dettagliatamente simili affermazioni? In qualche misura l’ho già fatto, e per il resto mi sembra sufficiente osservare che l’intero discorso, benchè così alato, non si chiude per caso menzionando lo spread. Tutto nasce infatti, in ultima analisi, dal rifiuto tedesco sinora fermo (ma come già accennato le cose potrebbero anche cambiare tra breve, se non stanno già cambiando) di sborsare del proprio oltre un certo limite per far quadrare i conti di paesi renitenti o riluttanti a sobbarcarsi ai necessari sacrifici e a prestare le necessarie garanzie anche per i loro comportamenti futuri. Fino a qualche mese fa nessuno o quasi si sarebbe avventurato a descrivere l’odierna Germania nei termini di cui sopra, né dopo la sua riunificazione né prima, quando si esaltava quella occidentale come “vetrina” del benessere ma anche modello di libertà e democrazia nonché solido baluardo contro il vicino e minaccioso “impero del male”. Al massimo qualcuno ironizzava, piuttosto bonariamente ancorché cinicamente, sulla preferibilità che le Germanie rimanessero due.
Se ora molti alzano la voce, ci sarebbe poco o nulla da obiettare se si limitassero a criticare sotto il profilo tecnico, ma anche politico e se si vuole persino morale, le posizioni tedesche sui temi attualmente più scottanti facendo del loro meglio per modificarle. Anche Berlino ha le sue responsabilità, le sue colpe attuali o passate, che può essere persino doveroso rinfacciarle. Come è stato fatto, ad esempio, riguardo alle scappatoie con cui tedeschi e francesi, forti del loro maggiore peso a Bruxelles, si sono impunemente sottratti qualche anno fa dall’obbligo comunitario di non superare i prescritti limiti di deficit dei loro bilanci. O come invece non è stato fatto abbastanza, che si sappia, riguardo alla semiimposizione alla Grecia già avviata verso il default di acquistare copioso e costoso materiale bellico di produzione tedesca.

Ma spingersi fino a demonizzare in blocco e gratuitamente la Germania e chi la rappresenta per raggiungere lo scopo è, oltre che insensato e indecoroso, anche inutile e semmai pericoloso. Da un lato, infatti, è molto improbabile che anatemi e denigrazioni servano di per sè a smuovere la potenza più o meno fatalmente egemone in Europa e peraltro visibilmente in grado di raccogliere e conservare intorno a sé un buon numero di paesi associati e alleati, checchè ne pensi Galli della Loggia. Dall’altro servono sicuramente a deteriorare il clima già pesante nel quale già si svolge il dibattito sulla problematica continentale e a rendere più arduo il compito di promuovere un’ulteriore integrazione europea o quanto meno salvaguardare i risultati già raggiunti, in un contesto planetario nel quale il vecchio continente nel suo complesso tende a contare sempre meno.
Infine, si deve tornare a sottolineare il carattere particolarmente scandaloso del caso italiano. Si possono capire entro certi limiti i greci, cittadini di un paese relativamente piccolo e povero che lo spettro incombente della rovina e della fame spinge a bollare come un mostro lo straniero egoista e spietato che lesina o addirittura nega la solidarietà. Tanto più che, se i discendenti (lontanini) di Pericle e Aristotele ci hanno messo parecchio del loro, e in varia forma, per ridursi sul lastrico, la bufera che li sta travolgendo è arrivata davvero da fuori, benchè non dall’Europa ma da oltre oceano.

L’Italia però non è la Grecia, come si ripete fin troppo spesso da più parti pur non completando il discorso come si dovrebbe. Le sue condizioni attuali, per quanto non rosee, sono ancora assai meno allarmanti. Resta comunque uno dei paesi più benestanti del pianeta col PIL tra i primi dieci, la seconda potenza industriale in Europa davanti a chi ha inventato l’industria (Gran Bretagna) e al colosso che l’aveva sviluppata a furia di tremendi piani quinquennali (la Russia ex sovietica). La sua crisi viene tuttavia da lontano, già preparata dall’accumularsi di un enorme debito pubblico e maturata prima dell’esplosione del credit crunch americano: la stagnazione della sua economia, senza uguali nell’Unione europea, è ormai ultradecennale.
Soprattutto, l’Italia è oberata da una micidiale miscela di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata che Stato e classe politica hanno finora combattuto, o finto di combattere, con governi effimeri o paralizzati dalle faide e dalla pusillanimità e con un apparato giudiziario operante in tempi biblici per mancanza di mezzi, sperperando nel contempo le risorse sempre più scarse con elargizioni ai partiti (anche deceduti) di munifiche sovvenzioni saccheggiate senza che nessuno se ne accorga e lasciando invece inutilizzati fondi altrettanto ingenti per lo sviluppo messi a disposizione da Bruxelles.

Il rigore ad oltranza e la miope avarizia vengono ormai vivamente deplorati nella stessa Germania, e non solo da Atene, da personaggi illustri quali Günther Grass e Joschka Fischer. Che da un paese come l’Italia si possano lanciare al loro indirizzo bordate e anatemi come quelli citati a cuore così impudicamente leggero si stenta quasi a credere, e costituisce forse un ennesimo e certo non gaudioso mistero dell’anima nazionale.

Franco Soglian