Il metodo neo-ateniese contro la mafia

Nel suo editoriale del 26 Ottobre, Angelo Panebianco espone, dalle colonne del Corriere della Sera, una interessante teoria. Unità del Paese e Democrazia rischiano di diventare incompatibili nel Mezzogiorno. Questo perché, secondo Panebianco, senza il Sud non si vincono le elezioni, e da ciò deriva un potere di ricatto enorme a chi difende lo status quo meridionale. L’analisi è del tutto condivisibile, manca però una proposta.

Nel recente scempio dei rifiuti, dalla Campania alla Sicilia, e nel cronico problema del crimine organizzato, spesso si parla di “commissariamento degli enti”. Se un Comune, per esempio, non è in grado di gestire un’emergenza, o ancora, se è influenzato da associazioni criminali, il ministro dell’Interno propone che il presidente della Repubblica, con decreto, rimuova sindaco e giunta e sciolga il consiglio comunale, inviando un commissario con il compito di preparare nuove elezioni. La soluzione del commissariamento, e della nomina di commissari straordinari, è formalmente una soluzione di breve periodo, ma in Italia l’istituto è stato largamente abusato (basti pensare che per l’emergenza rifiuti in Campania fu nominato commissario Bassolino). Proponiamo allora un’innovazione di questo istituto.

Quando in un ente il metodo democratico-rappresentativo abbia fallito, e il problema sia di natura cronica, non ha senso ostinarsi a commissariare e tornare a votare in continuazione. La necessità è quella di prendere scelte probabilmente drastiche e impopolari. Nessun uomo politico sceglierebbe di pagare, in prima persone e come partito, l’altissimo prezzo in termini di consenso che comporterebbe il ben governare. Nessun tecnico imposto da Roma avrebbe la legittimazione per una politica di lungo termine sul territorio. Una possibile soluzione potrebbe allora essere l’impiego del metodo della democrazia neo-ateniese.

Con un tale metodo in primo luogo vengono selezionate le persone, residenti nell’ente, più competenti nei vari settori in cui è necessario intervenire (rifiuti, criminalità, infrastrutture etc), escludendo chiunque abbia precedenti penali, e verificando anche in un secondo momento, magari tramite una commissione di garanzia, che non sussista alcun legame con la criminalità. In secondo luogo si procede ad un’estrazione a sorte delle persone che dovranno comporre la Commissione incaricata dell’amministrazione dell’ente commissariato. Queste verranno adeguatamente protette e sorvegliate, in modo che non possano subire o ricercare contatti con incrostazioni di potere, cricche mafiose, o gruppi di pressione di ogni sorta. La Commissione rimarrebbe poi in carica per un intero mandato, di norma 5 anni, procedendo nelle riforme necessarie senza il ricatto delle elezioni, senza il meccanismo dei “pacchetti di voti”, portando avanti politiche all’insegna della competenza e di un necessario disinteresse. Ogni 5 anni, e fino alla “cessata emergenza”, la Commissione verrebbe rinnovata, sempre tramite un metodo di selezione-estrazione.

Questa proposta avrebbe il merito di impedire quella corsa verso il basso evidenziata da Panebianco, e dovrebbe evitare l’incompatibilità tra Democrazia e Unità del Paese. Una Commissione di tecnici appartenenti al territorio, protetti e controllati, sottratti al ricatto della popolarità (nessuno li potrà mai rieleggere) e incentivati a governare per risolvere i problemi (non per ottenere consenso) potrebbe essere una risposta strutturale ad alcuni problemi dell’Italia e non solo. La critica più ovvia è che con un simile metodo si impedirebbe alla volontà popolare di esprimersi. Ma se la volontà popolare esprime richieste impossibili (es. voglio i servizi ma non voglio le tasse) o aberranti (es. voglio essere governato dalla mafia), fino a che punto è giusto ed utile inseguirla?

Tommaso Canetta

Giornalismo pedagogico e voto condizionato

Una provocazione per migliorare la democrazia.

Non serve un’analisi dei dati Audipress per accorgersi della degenerazione dei media in Italia. Da che esiste in Italia l’informazione di massa, è stata una costante discesa verso ciò che interessa alla gente, rispetto a ciò che le servirebbe sapere. Casi morbosi di cronaca nera durano settimane se non mesi sulle tv e sui giornali, mentre le analisi, fatte nel modo più divulgativo possibile, su temi importanti ma pressoché ignoti (e che quindi a maggior ragione sarebbe vitale conoscere) si vedono poco o nulla. Sempre più media preferiscono dare spazio al gossip, al sensazionalismo e al patetismo, piuttosto che all’informazione. Perché interessarsi a ciò che succede nel mondo, ai dati dell’economia, ai procedimenti dell’Unione europea, alla cultura e all’arte, quando invece possiamo parlare di calciatori e veline?

La facile obiezione a questa filippica moralistica è che il pubblico ha diritto ad avere i propri gusti (di solito raccolti nella legge delle tre “s”: sesso, soldi, sangue), e in un mercato dei media libero, è giusto modificare l’offerta in base alla domanda. Se prescindiamo dal fatto che l’informazione non è esattamente un bene commerciale come una banana o un pannolino, l’obiezione è anche corretta. C’è però una situazione di fatto che rende il quadro gravissimo e in costante peggioramento. L’80% della popolazione italiana decide come votare in base alle informazioni che riceve dalla televisione. Se guardiamo allo stato dell’informazione televisiva c’è di che essere seriamente preoccupati.

Insomma, la gente gode del diritto di voto, ed ha anche il diritto di influenzare col proprio telecomando il tipo di informazioni che vuole ricevere, per poi votare in base a quelle. E’ un cortocircuito piuttosto evidente, e tanto più i media si inchinano ai gusti del pubblico, tanto più il pubblico si crogiola nell’appagante risposta ai propri desideri. Chissenefrega del Pil quando in cambio ti danno le tette?

La proposta di condizionare il diritto di voto al superamento di un test che saggi la sussistenza di competenze minime, avrebbe delle ripercussioni positive anche in questo frangente. Chi fosse interessato ad informarsi creerebbe una domanda a cui il mercato dei media dovrebbe dare risposta. Chi fosse interessato alle tette potrebbe gustarsene la visione in santa pace, senza essere interrotto da noiose dissertazioni sulla disoccupazione. Ovviamente al momento del test chi si fosse completamente disinteressato dell’informazione avrebbe molte difficoltà a passare. Questa esclusione sarebbe rimediabile la volta successiva (sarebbe sufficiente guardare programmi gratuiti di informazione, ingrossando le fila della domanda di un simile prodotto), e, prima ancora, sarebbe giusta ed utile.

Se si subordina il voto all’acquisizione di un minimo di conoscenza (largamente disponibile e gratuita), non solo si rende il risultato delle elezioni il frutto di una scelta consapevole, ma si incentiva anche la domanda di conoscenza e la sua circolazione.

Solone X