SOGNO E LAVORO: DAL KIBBUTZ AL COMPUTER

Terza rassegna di cinema israeliano indipendente

dal 27 al 30 Settembre
al Teatro Franco Parenti
SALA A COME A
via Pier Lombardo 14

www.teatrofrancoparenti.it

a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella

 

Cinematov, terza edizione della rassegna di cinema israeliano contemporaneo indipendente – a cura di Marta Teitelbaum e Marco Sabella – propone una programmazione di undici film che hanno come filo conduttore l’idea e il ruolo del lavoro nella società israeliana. Sullo sfondo ci sono secoli di storia del popolo ebraico in Europa, con la proibizione di svolgere i mestieri “normali”, a cominciare da quelli dell’agricoltura. La discriminazione nel campo del lavoro è stata il primo tra i “ghetti”. Di qui l’importanza storica e identitaria del lavoro per gli ebrei israeliani.

L’obiettivo di “liberare il lavoro” (liberarlo dai vecchi condizionamenti e anche dallo “sfruttamento capitalistico”) è stato al centro della corrente del “sionismo socialista”, che associava al ritorno in terra d’Israele il sogno di una società più giusta ed egualitaria. Emblema di questa scommessa era, e in parte è ancora, il kibbutz. Prima idealizzato e poi diventato un sogno infranto, il kibbutz è stato a lungo uno dei temi preferiti dal cinema israeliano.

E’ questo il sogno delle cinque pioniere, protagoniste del documentario del 2013, Halutzot (Le Pioniere), di Michal Aviad (in programma sabato 27 alle ore 22:30). All’inizio del XX secolo, queste donne giungono dalla Russia in Palestina per fondare una nuova società, giusta ed egualitaria. Co-fondatrici del kibbutz Ein Harod, dovranno prendere atto delle difficoltà che si presentano loro durante un aspro cammino.

Sottolineiamo il film d’apertura,  Avodà (Lavoro) del 1935 (Sabato 27, alle 19:00), realizzato dal fotografo e regista cinematografico Helmar Lerski, uno dei più importanti della sua epoca. Lerski, vicino all’espressionismo tedesco, influenzato dalla scuola del découpage dei formalisti russi e maestro del ritratto, ha vissuto per un lungo periodo in Palestina, dove ha girato diversi film, che raccontavano l’ideologia dei pionieri attraverso la sinfonia delle sue immagini. Ha lavorato con registi del calibro di Fritz Lang, per Metropolis, Il gabinetto delle figure di cera di Paul Leni e La montagna dell’amore di Arnold Fanck.

Esisteva però, già negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, un altro Israele: quello delle piccole e sperdute cittadine d’immigrati, dove il diritto al lavoro è sempre stato una lotta quotidiana come nel film, che ha ottenuto il Prix Italia della Rai, Lehem (Pane) del 1986 (Lunedì 29 alle 20:30) di Ram Loewy. Al tempo stesso il sogno del “lavoro liberato”, di cui erano portatori soprattutto gli ebrei giunti dall’Europa, ha messo in luce la divisione tra le diverse comunità alla base della popolazione israeliana.

Irrompe come un carnevale con i suoi colori, nella giornata dedicata a una maratona di documentari (Domenica 28), Bubot Nyar (Bambole di Carta) del 2006. Questo film di Tomer Heymann, segue le vicende di sei “trans” filippini che durante la settimana lavorano come badanti prendendosi cura di persone anziane e nel weekend, a Tel-Aviv, una delle città più moderne e con maggior concentrazione di giovani in Israele, si esibiscono in spettacoli di ‘drag queen’. Dopo la proiezione (alle 17:45) il regista parteciperà a una tavola rotonda con Asher Salah, docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel di Gerusalemme.

Domenica 28, alle ore 20:30, segnaliamo la proiezione del pluripremiato Beith-lehem (Betlemme) di Yuval Adler (6 Ophir, i premi dell’Accademia israeliana di cinema, il premio per il miglior film nei “Tre giorni di Venezia” 2013). Leitmotiv tristemente fertile per i cineasti israeliani, il conflitto israelo-palestinese, fa da sfondo alla storia di un agente dei servizi israeliani di sicurezza e un adolescente palestinese, suo malgrado informatore di quello; tra i due nasce fiducia e affetto ma la dura realtà avrà la meglio sui sentimenti. Nel film partecipano attori  palestinesi e israeliani.

Questi sono solo alcuni degli spaccati di vita che ruotano attorno alla sfera tematica del lavoro che potrete ritrovare nel ricco percorso proposto dalla rassegna. Gli spunti di riflessione intavolati dai film, rendono particolarmente evidente gli aspetti umani, direttamente o indirettamente riguardanti la dimensione del lavoro o più semplicemente il luogo del lavoro come microcosmo nel quale si palesano amori, odi conflitti familiari, sogni e delusioni.

Si segnala inoltre che nella giornata di Sabato 27, di seguito ai film, il regista e fotografo Ruggero Gabbai condurrà il dibattito. Dopo il film No’ar (Gioventù) di Tom Shoval (ore 20:15), ci sarà un intervento del giornalista e critico cinematografico Giancarlo Grossini. A partire da Domenica 28, il discorso critico sarà animato dal docente all’Accademia di Belle Arti Bezalel, Asher Salah, direttamente da Gerusalemme a Milano per l’evento.

Per maggiori informazioni contattare:

Marta Teitelbaum: +33612186110,  associazionekaleidoscopio@gmail.com

Marco Sabella: 3474346958

Davide Maria Esposito: +33788217007,  davidemaria.esposito@gmail.com

LA TURCHIA VERSO L’ETA’ NEO-OTTOMANA

Il gigante turco di oggi ha non poco in comune con la Prussia di Bismarck al momento che cominciava l’ascesa irresistibile: alla vigilia cioè delle vittorie sulla Danimarca, sull’Austria, sulla Francia di Napoleone III. Entrambe le nazioni vaste, popolose, ricche di energie e di opere, dotate di capi insolitamente forti (Bismarck e Erdogan, quest’ultimo definito da un giornalista straniero il maggiore statista vivente). Entrambe le nazioni  animate da una missione storica, entrambe sorrette da un retaggio imperiale e giustificate da un potenziale imponente.

Conosciamo gli uomini, i von Roon, i von Moltke e gli altri che furono a fianco di Bismarck nella fondazione del Secondo Reich. Invece non conosciamo gli uomini che sotto Erdogan lavorano perché la Turchia prenda il primato sulle nazioni governate da leadership religiose più o meno moderate  (sono ormai quasi tutte, dal Maghreb all’Asia centrale ed orientale. La voga laicista è finita nel disonore: ai popoli non offriva nulla, in compenso gratificava le piccole borghesie urbane con quei ‘diritti’ ed emancipazioni che i credenti detestano). Guarderanno ad Ankara, oltre alle varie stirpi ugroaltaiche assoggettate dall’Urss, persino quei cinesi islamici, gli Uigùri, i cui progenitori fondarono nell’Anatolia conquistata (741 d.C.) il terzo degli Stati turchi. Non per niente nei villaggi albanesi come in quelli tagiki molti caffeucci hanno insegne ‘Stambul’. Appare improbabile, a parte le scaramucce di tipo siriano, che l’Ankara di Erdogan si lanci nelle imprese belliche gravi, quelle che perdettero i successori immediati e quelli lontani del Cancelliere di ferro, nonché quelle che  distrussero l’impero ottomano nella Grande Guerra.

Detto questo, i fatti e le potenzialità del Secondo Reich e della Turchia 2012 sono impressionanti. Il primo fu presto in grado di superare i record manufatturieri della Gran Bretagna, massima potenza industriale al mondo, e prima ancora di umiliare in rapida successione l’impero asburgico, onusto di storia, e la Francia che nel 1870 aveva voluto il confronto bellico per dare una lezione alla Prussia ‘ultima arrivata’ e ‘poca cosa’ rispetto alle armate di Napoleone III. Nel 1870 bastarono a Moltke due giornate campali per annientare un esercito terrestre considerato primo al mondo, così come nel 1940 basterà alla Wehrmacht uno sfondamento nelle Ardenne per azzerare in pochi giorni la capacità bellica di Parigi.

Se gli imperi turchi furono tutti costruiti con le armi -di qui l’importanza del retaggio militare e il ruolo politico dei generali, perdurato fino ad anni recenti- i conseguimenti della Turchia di Erdogan sono stati finora pacifici. Per le strade si vedono ancora i mendicanti e i marginali che vendono ai passanti umili cozze crude al limone, ma il paese è un colosso economico, con settori industriali che producono tutto ed esportano parecchio. Nei nove anni di Erdogan il reddito procapite è triplicato. Viaggiare qui significa imbattersi continuamente nelle sfide e nelle conquiste della modernità, in aggiunta a quelle di un passato pentamillenario. Gli aeroporti, gli alberghi, i grattacieli, i centri commerciali e quasi tutte le realtà urbane sono spesso più imponenti delle nostre; per non parlare delle istituzioni museali, molte delle quali sorprendenti. Un paese dalle spalle atletiche.

La Turchia del XXI secolo aggiunge alla forza economica (insidiata però anche qui dalle minacce dell’ipercapitalismo e dall’eccesso di spesa pubblica) una rivendicazione storico-culturale che investe una parte importante dell’Asia e dell’Africa, più qualche paese europeo. Il primo tra tutti i sultani fu l’afghano Mahmud, che agli inizi del secondo millennio d.C. gettò con le sue vittorie le fondamenta dell’India musulmana, quindi del Pakistan e del Bangladesh. Il sultano selgiuchide ricevette nel 1065 dal Califfo di Baghdad il titolo di ‘Sultano del Mondo’. L’aquila bicipite del Sultano del Mondo è oggi uno dei simboli ufficiali dello Stato turco. Gli eserciti selgiuchidi sbaragliarono ripetutamente gli eserciti crociati e quelli bizantini. Lo stesso fecero tra il 1250 e il 1382 quelli mamelucchi. I sei secoli dell’impero ottomano furono aperti da Osman che nel 1299 si impadronì della Tracia, poi dei Balcani. La storia moderna comincia con la caduta di Costantinopoli all’armata di Mehmed il Conquistatore. Sotto Solimano il Magnifico l’impero ottomano si estendeva dalla Crimea e dal Caspio allo Yemen, dall’interno dell’Iran all’Atlantico.

La lenta decadenza, per vecchiaia, cominciò nel secolo XVII (ma ancora nel 1683 i turchi assediavano Vienna). Nel 1919 l’ultimo sultano aveva perduto tutti i possedimenti fuori dell’Anatolia; in più i francesi si erano presi la regione attorno ad Adana; i greci sbarcati a Smirne puntavano verso il cuore della penisola turca, grande come un subcontinente; l’Italia presidiava con velleità coloniali Antalya, la fulgente metropoli che oggi d’estate attira un milione di turisti. La gloria di Mustafa Kemal Ataturk, liberatore e costruttore della patria moderna, è talmente conosciuta che non le dedicheremo una parola (a parte che a 74 anni dalla morte non c’è bottega o pensioncina che manchi del suo ritratto).

E’ previsione comune, persino con elementi di abbaglio, che nelle giuste circostanze sentiranno il richiamo della Turchia tutti i popoli del suo ecumene storico-culturale, cominciando dagli ‘Stan’ dell’Asia (Turkestan e gli altri, Pakistan compreso). Certe ‘soap operas’ della Tv turca, tradotte in arabo, hanno avuto 70 milioni di spettatori esclusivamente arabi.  Al  mausoleo di Mawlana Rumi, il filosofo e mistico afghano che ispirò il Sufismo e l’ordine dei Dervisci, vengono oggi credenti da tutto l’Islam; Konya, dove il Saggio dorme dal 1273, è una piccola Mecca. Se andrà così, se gli Stan si compatteranno poco o molto in una sorta di Commonwealth di Ankara, sarà soprattutto perché la Turchia è già uno dei massimi protagonisti del Mediterraneo e dell’Asia centrale, pari per importanza di scacchiere alle grandi potenze Germania, USA, Iran, Russia. A confronto col potenziale complessivo di Ankara impallidiscono le ambizioni diplomatiche di un tempo: Gran Bretagna, Francia, Spagna. Irrisorie sono le possibilità di influenza dell’Italia, benché tanto spesso essa si sia offerta come sponda avanzata dell’Occidente. Troppo esiguo il ricordo delle lontane presenze di Venezia e Genova, troppo esile e futile il nostro ascendente attuale, fatto quasi esclusivamente di moda, calcio e altri valori negativi.

I popoli dell’ecumene turco sentiranno probabilmente il vantaggio di ritrovare la guida un tempo rappresentata dal Sultano del Mondo. L’Urss che aveva imposto la sua egemonia non esiste più. Gli Stati Uniti contano meno. La Gran Bretagna è stata spazzata via in conseguenza delle “vittorie” di Winston Churchill, l’invasato bellicista che la Turchia umiliò a Gallipoli. Per l’Italia, così brillante nelle fatuità, non c’è che da offrirsi come fornitrice e consulente di cose costose e inutili. Però certi macchinari minori continuerà a piazzarli nelle terre del Sultano del Mondo.

Antonio Massimo Calderazzi