COI VOTI E CON LE DONAZIONI LA PLEBE USA REINVENTA LA MEZZADRIA SOTTOMESSA

Le stime che si fanno sui costi totali delle consultazioni 2020 – le presidenziali più centinaia di elezioni politiche e locali – variano al momento tra 11 e 14 miliardi di dollari. Tante risorse e tanti sforzi per conseguire poco più che alcune sostituzioni di cognomi, facce, portaborse e notabili. Il sistema non offre di meglio. Si veda p.es. l’euforia del progressismo planetario dopo l’apoteosi di Obama. A valle della cui presidenza non risultano innovazioni tali da giustificare tanti corpo a corpo nel mondo tra sinistra e destra. Non c’è angolo del pianeta le cui generazioni giovani (o rimaste giovanili) non abbiano esultato sulla vittoria del senatore dell’Illinois. Oggi la presidenza Obama appare, nei fatti, più o meno come le altre.

Contrariamente alle aspettative di quanti credono il partito Democratico intrinseco ai lavoratori e quello Repubblicano tutt’uno col denaro, nel 2020 il primo ha raccolto e speso sensibilmente più che il partito di Trump: 54% contro 39%. Nel 2016 Trump spese meno della metà dei 521 milioni di Hillary Clinton (dei quali 237 milioni andarono in pubblicità televisiva). Quest’anno la sconfitta dell’incumbent era prevista: troppo eccentriche le sue posizioni per meritare il tradizionale secondo mandato dei presidenti in carica. E la bonanza di fondi a favore di Biden si spiega abbastanza agevolmente: i finanziamenti elettorali preferiscono andare dove le possibilità di vittoria sono maggiori.
E’ tipico degli USA che il grosso delle donazioni politiche venga dai sostenitori individuali piuttosto che da quelli ‘corporate’.
Una notazione particolare: le offerte delle donne hanno largamente superato quelle maschili. Il fatto non attesta una particolare acutezza critica delle elettrici, anche se i portavoce del femminismo garantiscono che Biden ricambierà signorilmente l’entusiasmo delle donne inclini all’ottimismo.

Gli undici o quattordici miliardi cui i costi delle ultime elezioni, probabilmente i più alti della storia, sono cresciuti fanno impressione.
Ma non sono l’errore più grave della società statunitense.
Il più grave è la mastodontica, pleistocenica spesa militare.
La più giovane delle grandi nazioni si svena per mantenere una superiorità bellica (potenziale di overkill) oggi parossistica, forse persino illusoria.
La voracità delle spese elettorali americane fa più scandalo all’estero che in patria. Un titolo del britannico The Guardian ha constatato: ‘La politica intera è in vendita’. Non è detto che i suoi compratori siano soprattutto i grandi gruppi. Le grandi masse impararono presto a contrattare con la politica, cioè a forzare col voto i candidati.
Per esempio i dipendenti di aziende o enti sostenuti dalla mano pubblica donano largamente ai politici tutte le volte che il sostegno del governo viene revocato in dubbio. Si è accertato che nella presidenza Clinton il Dipartimento di Stato approvò un discusso programma in materia di uranio per l’imponenza delle donazioni venute ai Democratici dai dipendenti e operatori dei comparti interessati.

Il discorso deve spostarsi all’origine: nessuno in USA può entrare in politica senza disporre di fondi imponenti. Molti politici li posseggono e, se vogliono, possono entro limiti precisi agire liberamente. Tutti gli altri candidati devono procurarsi i vasti fondi dal mercato, ossia offrendosi innanzitutto ai grossi finanziatori che esigeranno contropartite precise. Sempre di più, tuttavia, gli aspiranti all’elezione si rivolgono alle masse per chiedere non solo il voto, anche le elargizioni. Nel caso dei cittadini più modesti, è evidente l’immoralità di mungerli. Così come è evidente il calcolo opportunistico dei ceti bassi: sacrifici monetari per garantirsi pensioni, polizze assicurative e più ancora paghe di datori di lavoro o organismi sostenuti tutti dal denaro del contribuente.

Tirando le somme: un tempo c’erano i monarchi e i loro aristocratici. L’America del 1776 si liberò di un re, non dei proprietari di terre e di schiavi. Presto, coll’industrializzazione e coll’urbanesimo, i patrizi delle piantagioni furono sostituiti nel Sud dai politici carpet baggers, nel Nord dagli industriali, banchieri e affaristi. In entrambi i modi il suffragio universale è divenuto componente grossa del ‘nuovo feudalesimo’ che governa sia le società liberiste in Occidente, sia quelle simil-democratiche dei continenti ex colonizzati. I Nuovi Feudatari sono dunque il denaro, i cerchi organizzati del potere e il suffragio universale che dal basso dà l’investitura ai suddetti cerchi.

L’Europa è assuefatta da millenni alla sottomissione nei confronti delle gerarchie. L’America credette di affrancarsi quando stava per impadronirsi di un continente. Poi sopraggiunsero le manifatture e i grandi centri urbani. Le une e gli altri hanno trasformato le masse lavoratrici nei ‘mezzadri’, cioè soci, del sistema delle urne che promuove i gestori politici dell’esistente. L’eversione del Nuovo Feudalesimo non potrà che passare per la chiusura delle urne, cioè per l’avvento del sorteggio.

Antonio Massimo Calderazzi

MEGLIO LA PLUTOCRAZIA AMERICANA DELLA NOSTRA POLITICA

Singhiozzano i piccoli Goebbels e gli altri gerarchi del locale regime: la democrazia corre un rischio mortale. Ma questa che loro chiamano democrazia vale qualcosa, oppure è come il marco di Weimar, ci voleva un miliardo per comprare un chilo di pane? Che male c’è se la democrazia del furto muore?

In Italia la democrazia è l’impostura che consente ai professionisti di rubare tutto il rubabile. Negli USA è l’impostura che consente ai plutocrati, invece che ai capibastone di partito, di decidere coi dollari chi vince le elezioni, compresa quella per la Casa Bianca. Sembra che Obama e Romney abbiano già raccolto insieme quasi un miliardo e mezzo. Che formidabile sfida tra idee!

Al momento il miliardario che sembra fare le puntate politiche più grosse si chiama Joe Ricketts, un operatore finanziario fuorimisura che nel 2008 tentò di diventare senatore per il Nebraska, ma probabilmente non stanziò abbastanza dollari. Ha associato alla presente operazione (a favore del ticket Romney/Ryan, nonché di alcuni conservatori di secondo piano) tre figli, una dei quali si distingue col finanziare anche il movimento delle lesbiche. A sostegno della campagna di Romney i Ricketts hanno destinato $10 milioni; a favore di candidati minori $2 milioni.

La plutodemocrazia statunitense è anche il contesto che ha permesso a John Malone, miliardario dei media, di diventare il massimo proprietario terriero d’America: in nove Stati della Confederazione possiede 2,2 milioni di acri, non molto meno di 900 mila ettari, il triplo del Rhode Island, coi relativi impianti, capi di bestiame e macchinari. Malone è un uomo d’affari oriundo irlandese che ha operato soprattutto nella televisione e nelle telecomunicazioni, al livello dei Ted Turner e Rupert Murdoch. Anche in Nord America il valore della terra ha continuato a crescere: una farm della Sioux County nell’Iowa è stata venduta recentemente a $20.000/acro, un record assoluto considerando che il valore dei terreni agricoli USA oscilla tra meno di mille a un massimo di quindicimila dollari per acro. Pascoli e foreste quotano meno, ma sempre molto più che un tempo. Il patrimonio di Malone è stimato in 5 miliardi.

Ciascuno decida da sé in che senso John Malone è un cittadino come gli altri trecento milioni di iscritti all’anagrafe. E in che senso le urne statunitensi sono un congegno democratico, se per farsi eleggere a qualsiasi livello un cittadino deve o possedere, oppure raccogliere -prendendo impegni politici- fondi mastodontici. E’ vero, candidati come Barack Obama vengono propulsi anche dalle piccole donazioni degli straccioni; ma ciò non smentisce, bensì conferma il ruolo decisivo del denaro nel gioco politico statunitense. I padroni della plutocrazia che esporta istituzioni e truffe ‘democratiche’ su scala planetaria sono i Ricketts, i Malone e le grandi lobbies (che finanziano molto di più), non i latinos, i negri e i poor whites che incoraggiano con $10 ciascuno (meno civico-patriottici, i morti di fame di casa nostra non conferiscono, e sono €7-8 risparmiati; ma poi i politici si rifanno). In ogni caso il congegno americano fu congegnato in modo che i costi delle istituzioni sono modesti rispetto ai nostri; e che scassinare i bilanci pubblici come fa la Casta insediata dalla Resistenza è impossibile.

E’ stata la politologia statunitense a produrre vent’anni fa l’ipotesi di una Polis elettronica quale alternativa neo-ateniese, senza delega ai politici, alla degenerazione che in Occidente sta svuotando il senso della cosa pubblica. E’ l’alternativa della democrazia diretta, in vario modo selettiva, senza l’impostura elettorale. Specialmente a valle delle rivelazioni orribili del 2012 sono sempre meno, sono pressoché scomparsi, gli italiani che si attendono salvezza dal ravvedimento spontaneo dei professionisti delle urne, delle giunte e dei rimborsi. Sperare che questi ultimi smettano di rubare e di insozzare, grazie alla palingenesi invocata da Napolitano, da Ezio Mauro e da un tot di opinionisti democratici (però all’occorrenza disponibili a lasciar perdere la democrazia) è come fare affidamento sul passaggio di tigri, iene e topi di fogna alla dieta vegetariana.

Porfirio