ALBERTO TOSCANO – SARKOZY “LO SPACCONE” SCONFITTO DA HOLLANDE “IL NORMALE”

Com’è diverso questo Sarkozy, che esce sconfitto dall’Eliseo, da quello che cinque anni fa vi fece il proprio ingresso da trionfatore. La differenza riguarda l’uomo più ancora della sua relazione col potere. Il Sarkozy di oggi ha il corpo pieno di lividi, ma ha trovato la maturità per lanciare all’opinione pubblica un messaggio di riconciliazione. Il Sarkozy di cinque anni fa era una sorta di miscuglio tra « Veni, Vidi, Vici » e Louis De Funès, tra il « De Bello Gallico » e le commedie sui poliziotti di Saint-Tropez. Era un seducente spaccone, come certi personaggi cari a Belmondo. In realtà era più spaccone che seducente, come hanno mostrato le sue mosse del 2007, all’indomani dell’elezione alla massima carica della République. Dalla scelta di festeggiare il successo nell’esclusivo ristorante Fouquet’s a quella di partire una settimana in vacanza a bordo dello yacht dell’industriale Bolloré (nelle acque di Malta, dove ogni giorno il cortese imprenditore gli inviava la posta e il pane fresco da Parigi, col suo jet privato) passando per le scene di jogging davanti alle telecamere, che per l’osservatore italiano avevano un’impressionante aria da Cinegiornale Luce. Senza dimenticare quel giorno in cui il superuomo Sarkozy, in visita in Camargue, fu protagonista di un numero da cavallerizzo, infliggendo all’equino una passeggiata di fronte alla schiera dei giornalisti, ammassati come animali nelle scuderie (in cui i fotografi si sentivano più a disagio dei quadrupedi, anche perché in numero decisamnte maggiore).

Nel suo film « L’ultimo imperatore » Bernardo Bertolucci fa dire al protagonista che « gli uomini non cambiano mai ». Sarà perché – a differenza dell’ultimo imperatore cinese – Sarkozy ha vissuto davvero il potere, ma il presidente uscente sembra cambiato rispetto al 2007. Il Sarkozy di oggi cerca di far dimenticare certi suoi atteggiamenti tracotanti e certi sbagli che gli sono costati cari al momento dlele urne : come il suo (fallito) tentativo di imporre la nomina del figlio Jean alla presidenza di un ente pubblico nel quale il giovanotto (in base ai suoi titoli accademici, zoppicanti pur non provenendo da università albanesi) non avrebbe potuto essere assunto neppure col contratto a termine di stagista. Adesso Sarkozy è più consensuale che in passato. L’8 maggio ha voluto la compagnia del suo soccessore socialista Hollande al momento di inchinarsi al milite ignoto in occasione della festa nazionale. I suoi interventi pubblici e privati esprimono l’emozione di un uomo ferito e per questo più maturo. Dice di voler diventare « un cittadino come gli altri ». Ma non è escluso che nel 2017 cerchi la rivincità in una nuova sfida elettorale con Hollande per riprendersi il suo amato Eliseo. In politica non bisogna mai dire mai.

Hollande ha vinto e si prepara alle elezioni di giugno per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Le possibilità sono tre : o i socialisti avranno da soli la maggioranza assoluta (cosa difficile, ma non impossibile) e allora il nuovo presidente disporrà di uno straordinario margine di manovra ; o i socialisti dovranno formare un governo di coalizione con la sinistra più radicale (Verdi e comunisti) e allora Hollande dovrà dimostrare la sua nota abilità di mediatore ; o la maggioranza parlamentare resterà a destra (cosa poco probabile) e allora Hollande sarà costretto a coabitare con un governo di segno politico opposto al suo. Comunque Hollande non vivrà tempi facili, anche perché in Francia la crisi è grave quasi come in Italia.

In campo europeo, Hollande cercherà in ogni modo di ottenere dalla Merkel l’assenso ad alcuni provvedimenti di stampo keynesiano, che mal si conciliano con l’attuale allarme generalizzato sul fronte del debito pubblico. La ricetta di Hollande è quella di un’intesa comunitaria per l’emissione di titoli pubblici  che sarebbero garantiti tutti insieme dai paesi europei e che dunque non porrebbero problemi di spread. Essendo la Germania membro di questo gruppo, il tasso d’interesse sarebbe per forza di cose limitato e al tempo stesso si coniugherebbe con un messaggio di coesione di fronte alla crisi. Con i proventi di quell’emissione di titoli pubblici verrebbe finanziato un programma di iniziative sul fronte delle infrastrutture, della ricerca e dell’energia. Ovviamente tutto dipende dalla Germania, che per adesso da quell’orecchio proprio non sente. Ma i tempi possono cambiare, proprio come gli uomini.

Alberto Toscano

HOLLANDE COME JOSPIN, O ANCHE NO

Il 3 giugno 1997 il socialista Lionel Jospin, vincitore delle elezioni legislative, andò all’Eliseo e ricevette dal presidente Chirac la nomina a primo ministro. Nella Quinta Repubblica come la volle de Gaulle il primo ministro non è un vero capo del governo (lo è il presidente della Repubblica). Tuttavia la caduta del primo ministro Alain Juppé, seguace di Chirac, ad opera di un socialista fu un fatto grosso. Oggi che il socialista François Hollande, semplice capo di un apparato partitico, cerca di abbattere non un primo ministro ma il presidente Sarkosy vale la  pena di riandare ad alcune riflessioni di quindici anni fa.

In due secoli e un quarto la Francia ha avuto cinque Repubbliche, due imperi e una Restaurazione. Quest’ultima, durata dal 1814 al 1830 (coll’interruzione dei Cento Giorni  dell’Imperatore piombato dall’Elba) reinsediò i Capetingi, ossia il Vecchio Ordine, fino alla brevissima Seconda Repubblica, presidente Luigi Napoleone (presto imperatore).

Nel 1997 Jospin, un socialista convinto, tentò di deviare la storia liberista cominciata negli anni Settanta nel nome di Thatcher, di Reagan e dei monetaristi di Chicago. Tentò di riproporre una linea di sinistra. Con la Waterloo di Chirac sembrò delinearsi un corso neostatalista, non solo in Francia. In Italia venne la vittoria dell’Ulivo; nell’UK si credette che Blair avrebbe rialzato la socialità; che lo stesso avrebbe fatto la socialdemocrazia tedesca. In Francia la mano di Jospin si fece sentire per un po’, intanto con la settimana di 35 ore, giusta o sbagliata che fosse.

Tuttavia il primo atto di governo di Jospin non fu niente di rosso. Approvò l’invio di altre truppe nel Congo-Brazzaville, cioè confermò la coerenza tardo-colonialista che tre lustri dopo si esprimerà nella campagna libica di Sarkò-Cameron. Nelle stesse prime ore di Jospin a palazzo Matignon la Gendarmerie in pochi minuti mise a tacere i simpatizzanti ipergauchisti dei sans papier, simpatizzanti che nei megafoni ululavano al nuovo premier “mantieni le promesse”. Probabilmente coglieva nel segno una cover story del settimanale  ‘l’Express’: “Da Jaurès a Mitterrand la sinistra francese ha sempre fatto distinzione tra conquista ed esercizio del potere”.

A un trimestre dalle elezioni presidenziali del 22 aprile il candidato Hollande si proietta, o forse no, come il Jospin del nostro tempo. Però formule poco pochissimo giacobine, abbastanza compatibili con le direttive di Bruxelles e con le pretese delle agenzie di rating: “Prometterò solo quanto potrò mantenere”. I mesi della battaglia elettorale potranno stracciare la circospezione di Hollande; dipenderà anche dalle posizioni del suo avversario maggiore (il quale è possibile non sia Sarkò). Al momento Hollande si atteggia come un qualsiasi politico di statura regionale, che però non si fa fotografare in auto blu ma in bicicletta.

Questo, in qualche misura, è uno dei  tratti che richiamano Jospin, il quale  sottolineava: “Sono figlio di una levatrice e di un insegnante. Vengo da un ambiente semplice e non intendo allontanarmene. Entrare nell’élite non mi attira” . Forse fu la consegna ricevuta dai maghi della comunicazione, ma all’inizio funzionò. I primi momenti di Jospin furono magici: persino gli avversari gli tributavano riconoscimenti. Era pervenuto a ministro socialista dell’Istruzione, ma seppe distaccarsi dal potere quando intuì che l’era Mitterrand degenerava nella corruzione. Dunque risultava portatore di istanze morali insolitamente elevate.

Se la Francia si interrogava tanto su un nuovo Premier Ministre era perchè lo scacco inflitto a Chirac faceva presagire una cattiva cohabitation tra un Eliseo conservatore e un Matignon socialista. Secondo Georges Vedel, decano dei costituzionalisti di Francia, la Quinta Repubblica non era finita ma era già un’altra cosa. Si sarebbe dovuto ritoccarne i lineamenti, sosteneva un comitato di politologi capeggiato appunto da Vettel. Il  capo dello Stato, dotato dei poteri pretesi e ottenuti da de Gaulle, avrebbe dovuto dimettersi in caso di rovescio elettorale. Infatti ci fu chi ipotizzò un passo indietro di Chirac. Tutto sarebbe dipeso dalla prudenza di Jospin (peraltro “si pugnace, si viscéralement de gauche”) e dei suoi alleati verdi, comunisti, altri cespugli. In ogni caso, insegnava il giurista Vettel, Chirac avrebbe dovuto comportarsi come un monarca costituzionale o come un capo di stato da  Terza Repubblica, non Quinta.

Contro l’idea che fosse risorto un popolo della sinistra pronto a marciare sulle Tuileries della finanza internazionale, ce n’era un’altra che privilegiava piuttosto la volubilità dei francesi (“impazienti e vendicativi -aveva scritto Jean Daniel su un foglio progressista- hanno bisogno di capri espiatori. Hanno divorato la stessa destra che avevano innalzato due anni fa. Divoreranno anche la sinistra se entro due anni non farà prodigi”).

Nel frattempo Chirac era rimasto senza maggioranza, e di fatto risultava il capo dell’opposizione: lacerata quest’ultima dalle vendette intestine che seguono a tutte le disfatte. Il risentimento più aspro andava all’uomo che aveva convinto Chirac a indire  elezioni che “on ne peut pas perdre”. Dominique de Villepin segretario generale dell’Eliseo, eminenza grigia, anzi per i nemici ‘chouchou’, del presidente, membro del triumvirato che reggeva la Francia (Chirac Juppé de Villepin), in quel momento il quarantatreenne diplomatico perse buona parte di un prestigio persino imbarazzante. Aristocratico nell’aspetto, persino più alto di Chirac, di lui si era detto che il suo carisma intimidisse il capo dello Stato.

Oggi è da anni impegnato in un conflitto personale, anche nelle aule giudiziarie, con Nicolas Sarkosy. Ha improvvisamente annunciato che concorrerà per l’Eliseo come capo di un suo partito République Solidaire, o forse come indipendente ‘al di sopra delle parti’. Ex-primo ministro ed ex-ministro degli Esteri, de Villepin ha dimostrato di essere parecchio più di uno ‘chouchou’.

Oggi come oggi non ci sono elementi per predire veri terremoti, dovesse l’Eliseo cadere a Hollande. Ritocchi allo stile, certamente tanti e vistosi: magari meno missioni dei cacciabombardieri e qualche aggravio sui ricchi. Ma forse i ritocchi ci saranno anche se Sarko sarà rieletto.  Ove sul trono  salisse de Villepin, o Marine Le Pen, potrebbe accadere di tutto. Oppure no.

A.M.C.

HESSEL, HOLLANDE E LA REPARLEMENTISATION IN FRANCIA

Giusta nella sostanza, piuttosto comica nelle parole adoperate, l’affermazione di François Hollande, candidato all’Eliseo: “mon adversaire, c’est la finance”. Alquanto più comica la spiegazione: “Je suis indigné de voir que dans cette crise les marchés pèsent plus que la démocratie”. Comica all’estremo, al punto da elettrizzare gli ormoni meglio che il Fernandel dei tempi migliori, la denuncia finale: “Les politiques ne parviennent pas à dominer les marchés!”.

Che diamine, gli omuncoli delle Borse e dei Boards sarebbero più potenti que les politiques, ciascuno dei quali sa tendere l’arco meglio di Odisseo; domare puledri selvaggi; manovrare corpi d’armata come Gebhard Bluecher principe di Wahlstadt, quello che decise la giornata di Waterloo; creare imperi finanziari come J.D.Rockefeller e Steve Jobs! Quanto triste la decadenza des politiques, che un tempo competevano coll’Onnipotente alla pari, abbattevano con semplici trombe le mura di Gerico!

Ma il godurio di leggere certe cronache della campagna presidenziale di Francia non aveva ancora conosciuto l’adrenalina/cocaina Stéphane Hessel. E’ l’autore del best-seller “Indignez-vous”, oltre 4 milioni di copie, traduzioni in 30 lingue, un sisma dunque che farà tremare più di un continente, e dopo il quale nulla sarà più come prima. Un brillante pamphlettista? No: “Un grand homme…il encarne un passé glorieux, il a connu De Gaulle e Pierre Mendès France, il est devenu l’un des prophètes mondiaux de la révolte contre la dictature des marchés. Ha militato nella Resistenza. Diplomatico, ha contribuito a redigere la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Sogna da 56 anni l’istituzione del Consiglio nazionale della Resistenza”.

Il successo di “Indignez-vous” farebbe contorcere di invidia Thomas Mann, Ernest Hemingway e il più venduto dei giallisti da supermarket. Invece non sembra un granché di passato il curriculum diplomatico di Hessel, visto che solo esigue minoranze si curano della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.

Parliamo di Stéphane Hessel perché ‘Nouvel Observateur’ ha organizzato un incontro a Nantes tra lui e Hollande. Il noto settimanale parigino ci è parso divertirsi a riferire che il primo ha spronato il circospetto secondo “à etre radical dans les propositions”, ha paragonato Hollande a De Gaulle e a Mendès France, lo ha invitato a collocarsi ai livelli alti della storia contemporanea (“Sois comme Franklin Roosevelt!”).  Soprattutto Hessel ha sbalordito il globo terracqueo quando ha intimato a Hollande di farsi “l’homme de la reparlementisation de la République”.

Quando si dice gettare il cuore al di là dell’ostacolo!  In Italia il parlamentarismo ha raggiunto il nadir assoluto: quasi nessuno, nemmeno i leggendari commessi e stenografi della Camera, pagati più di numerosi cardiochirurghi, dà all’istituzione parlamentare un voto superiore alla bocciatura. Ma l’Italia passi, non è stata devastata solo dal Parlamento, anche da tutte le altre istanze spadroneggiate dai politici a vita. Ma la Francia, la Francia ha visto ammazzate dal parlamentarismo ben due sue Repubbliche, la Terza (uccisa in pochi giorni del 1940 dai feldmarescialli Rundstedt e Bock) e la Quarta, liquidata da De Gaulle nel 1958 quando già agonizzava ad opera del parlamento.

Quanto irresistibile sia la valenza comica della ‘reparlementarisation’ lo fa risultare ‘Nouvel Observateur’ pubblicando il dialogo di Nantes, con le reazioni dei lettori. Ne riferiamo alcune. Prima però rimediamo a una nostra dimenticanza, non avevamo messo nel giusto rilievo la data di nascita di Stéphane Hessel: 1917. I lettori di Nouv/Obs non indulgono:

Quelle age avez-vous? Bon, je vous pardonne.

Si può essere al tempo stesso Resistente e senile.

Mon pauvre vieux, tu a du comme Obelix tomber dans le chaudron.

Hessel est débile avant d’etre sénile. Seul les gens de petite condition intellectuelle peuvent trouver dans ce gugus un semblant d’intéret.

Hessel si è ridotto come Buffalo Bill che girava le fiere e i Luna park a sparare a sagome di pellirosse, solo che quelle di Hessel sono di plastica e rappresentano les Allemands.

Brutta cosa perdere neuroni.

Non voglio diventare così vecchio.

 

Sghignazzare sulla vecchiaia potrebbe non essere la cosa giusta. Lo è farlo sulla mitizzazione di alcuni momenti della storia nazionale, la Resistenza, il ‘trionfo’ a Versailles sulla Germania (pagato carissimo 21 anni dopo), la presa della Bastiglia, eccetera. L’accanimento antitedesco si può capire in Hessel, nato a Berlino figlio di un ebreo. Ma se si invoca il ritorno a un parlamentarismo disastroso, perché non riproporre la Comune parigina, la guerra ai successori di Bismarck per l’affronto del telegramma di Ems, il rilancio delle campagne di conquista del Roi  Soleil (il quale alla fine dovette implorare la pace, e per ottenerla mollare le conquiste)?

Porfirio