GRADUALISTI ESULTANTI PER L’EXPLOIT DEL PARTITO DEGLI ASSESSORI

Un segmento del popolo progressista si incanta davanti alle ultime amministrative: più ancora del Pd, è la democrazia rappresentativa che ha trionfato. Le bieche giunte di destra sono state estromesse, ma soprattutto è stata smentita l’impossibilità di battere il Predellino mediaset. Gli ottimisti della volontà si deliziano al garrire delle bandiere ex-rosse. Vedono allontanarsi l’incubo della soluzione autoritaria, populista, bergogliana al limite, alla grande crisi. Hanno ragione se si contentano dell’esistente; se in fondo stimano la loro classe politica; se cambiare democrazia li spaventa.

Peraltro, qual è l’esistente che stimano? E’ un monopartito di regime, articolato su due formazioni un tempo avversarie, oggi varianti dello stesso pensiero liberal-consumista. Il regime ha un capo titolare che regna e governa dal Colle. Transfuga dal togliattismo, apostata del socialismo, gode della fiducia del Pentagono, grazia un colonnello yankee condannato dalla nostra magistratura, considera giusti la guerra in Afghanistan, le spese militari e lo sfarzo del Quirinale. Il braccio plutocratico del monopartito di potere è proprietà di un Creso libidinoso. Il braccio progressista è capeggiato da un collettivo di capicorrente oggi coordinato inter pares da Enrico Letta. I deliziati dalle Amministrative si attendono che il monopartito a) scongiuri la bancarotta e fermi la desertificazione manufatturiera,  b) faccia quel po’ di riforme che risanino la Malarepubblica, attenuino il saccheggio del denaro dei contribuenti, abbassino il ludibrio che ci attende all’estero.

Se otterranno queste cose, avranno avuto ragione. Al momento però si chiedano se è verosimile che le otterranno. Il presidente del regime incarna un settantennio politico a valle del quale il denaro e la proprietà hanno trionfato, i divari sociali si sono allargati, l’idea socialista è morta e chi ancora ne balbetta si vergogna. L’ala possidente del monopartito appartiene a un conte Cagliostro (in realtà Balsamo Giuseppe, pluricondannato) di razza brianzola invece che palermitana. Cagliostro è ancora capace di garantire al ceto medio che il sinistrismo ‘no pasarà’. Quando vorrà, Balsamo Giuseppe cederà il comando a qualcuno meno in gamba, però non ingombrerà il Casellario giudiziario.

Il collettivo che guida il segmento Democrat del regime e che spadroneggia nei municipi e nelle urne locali porta avanti dal 1945 l’egemonia del Pil salariale, dei diritti acquisiti e dell’immobilismo. In questo la sua affidabilità è tale che lo prediligono le ereditiere progressiste come i pensionati al minimo e gli odiatori dei salti nel buio.

Da questa  classe dirigente e da questa compagine di governo gli ottimisti della volontà si attendono questa svolta verso la virtù (giacobina) che esorcizzi lo spettro della soluzione di forza, oppure senza forza ma antipolitica, alla nostra crisi. Il demonio che vogliono scacciare non è solo l’Ataturk  che si impadronisce di un paese e lo costringe a liberarsi dei vecchi pascià. E’ anche un condottiero di anime alla fra’ Girolamo Savonarola: mezzo millennio fa, per pochi mesi, fece di Firenze una democrazia teocratica e pauperista, frontalmente contrapposta alla Roma laida del secondo papa Borgia (il quale sarebbe piaciuto all’Elefantino e ad alcuni Democrat). Agli ottimisti della volontà ripugna che la salvezza sia insurrezionale, cioè non venga dalla mediazione della Casta.

Se essa salvezza verrà come la vaticinano loro, se il Partito degli Assessori costringerà il Regime a compiere le grandi opere di bonifica e di giustizia che la fede gradualista vieta ad Ataturk e a Savonarola, noi schernitori delle urne ci convertiremo al progresso senza avventure. Dilaniati dalla vergogna, vestiti di stracci penitenziali come Enrico IV imperatore a Canossa, ci inginocchieremo al portone di Montecitorio, imploreremo singhiozzando che la Casta a camere riunite rielegga Giorgio quante volte bastino a far trionfare il Bene democratico e la Più Bella delle Costituzioni.

Gli Ottimisti vigilino acché il trionfo si celebri..

Antonio Massimo Calderazzi

QUANDO VOTERANNO SOLO CANDIDATI E SCRUTATORI

Vittorio Feltri, come Numero Uno dei mediamen berlusconiani, forse di tutti i mediamen dello Stivale, non irradia obiettività. Però è il più bravo di tutti a scrivere le cose come gli altri non osano. Il 10 giugno, primo giorno delle amministrative alla gazosa,  un suo editoriale (Il Giornale) ha confermato la fama di non girare attorno alle cose ma dirle papali papali. Ha scritto che tutte le elezioni sono inutili (ergo potremmo farne a meno).

Ne ha vituperato la sconcia liturgia: “La solita croce sul simbolo che ci fa meno schifo, e alla fine non cambia niente, nemmeno il rito dei commenti tv che vede i soliti giornalisti, incluso chi scrive, impegnatissimi nel ripetere sempre le stesse baggianate, per barcamenarsi (…) Dopo quasi 70 anni di esercizi elettorali, l’unica certezza è: chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

Le giustificazioni non mancano: “Senza soldi non si va da nessuna parte. Non si possono abbassare le tasse: l’Europa non vuole, il debito pubblico è troppo alto. Gli italiani hanno scoperto che il loro voto vale quanto il Due di picche. Metà degli aventi diritto ha rinunciato, lanciando un segnale inequivocabile ai partiti: la vostra musica non ci interessa più. Si avvertono sintomi di grave malessere democratico, di noia maggioritaria, di repulsione per il sistema marcio”.

La legge ferrea di Feltri -“i nuovi amministratori non potranno fare meglio dei vecchi se manca il denaro”- non convincerà i molti che conoscono metodi per stanare il denaro. Però è icastica: “Il popolo non capisce nulla, ma intuisce quasi tutto: in fondo al tunnel c’è un lumino cimiteriale”. In realtà in fondo al tunnel potrebbe non esserci il cimitero, la fine della Polis; forse Feltri esagera. Tuttavia la sua ‘legge’ merita qualche attenuazione, non smentite: “Chiunque vinca non riuscirà a fare un decimo di quanto sogna”.

La democrazia delle urne, allora, non serve più. Se ne faccia a meno for good. Basterebbe decidere che i cittadini veri -attivi, cioè tenuti a un turno di servizio politico- sono p.es. 600 mila all’anno, non 60 milioni quanti gli iscritti all’Anagrafe. Tra questi supercittadini per un anno, selezionati meritocraticamente (anche per il merito di vangare la terra), forniti di tutti gli elementi di giudizio, frequentemente supportati/controllati dal referendum elettronico, modicamente retribuiti, si potrebbero sorteggiare tutti i gestori pro tempore della cosa pubblica.

Poche cose al mondo vi darebbero più gioia che spegnere, un giorno, l’impostura della democrazia rappresentativa. E l’altra impostura, che  felicità e benessere abbiano bisogno di istituzioni quali le nostre della Malasorte.

A.M.C.

SERVIVA UN GENERALE PER SMASCHERARE LA GUERRA IN AFGHANISTAN

Una delle requisitorie più efficaci contro l’impresa dell’Afghanistan, anzi contro tutte le guerre attuali delle Nazioni maiuscole, la dobbiamo a un generale di corpo d’armata, Fabio Mini, il quale comandò la forza Nato nel Kosovo. “Non si tratta di combattere il terrorismo globale tra le montagne afghane: non ci crede più nessuno”. Chissà come la metterà il suo Comandante supremo, quel presidente della repubblica il quale ha più volte proclamato che la guerra in cui siamo stati trascinati lì è “giusta” e, di fatto, democratica e progressista. Farà bene, il Comandante supremo, a scorrere tra i suoi arazzi e valletti il libro appena uscito del generale: Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, editore Chiarelettere.

Il generale denuncia la menzogna secondo cui resteremo in Afghanistan dopo il 2014 (quando gli americani si ritireranno: ma porteranno avanti, qui come nello Yemen e altrove, operazioni clandestine tutt’altro che incruente) “per addestrare”. Menzogna che “da dieci anni maschera la nostra partecipazione alla guerra e giustifica il sospetto che sia un pretesto per continuarla”. Fingiamo, valuta Mini, di non vedere che gli americani “l’hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003, quando dovettero coinvolgere la Nato per l’incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell’etica militare per l’incapacità di gestire l’eccesso di potenza”.

Quest’ultima, incapacità di gestire l’eccesso di potenza, è una delle analisi più penetranti sulla Nemesi che dopo F.D.Roosevelt e Kennedy condanna gli USA a fare guerre e, tutto considerato, a perderle. Gli Stati Uniti sono troppo colossali, dunque troppo tentati di sopraffare; però non sono all’altezza, anche in quanto poveri di retaggio e di intelligenza storica, nonché piuttosto incapaci.

Altri giudizi del generale colpiscono non tanto l’atlantismo ovviamente servile dell’età Berlusconi, quanto quello scervellato di Monti: “Ancora una volta si ricorre all’ipocrisia per giustificare interventi armati decisi da altri, scambiando la coesione con la piaggeria. Così staremo indefinitamente in Afghanistan, come in Iraq, in Libano e nei Balcani. E’ dal 1984 che un nostro contingente non rientra avendo concluso la missione. Abbiamo preso parte a tutte le guerre mistificate. L’ipocrisia delle operazioni umanitarie, della costruzione di nuove nazioni e dell’esportazione della democrazia si è affiancata a quella della guerra e molte volte l’ha sostituita. La minaccia della guerra si è trasformata in ‘minaccia della pace’, e molti guardano ad essa come ad una catastrofe incombente sui grassi interessi che la guerra garantisce”.

Non solo i Berlusconi, i La Russa, i G.Ferrara, anche i Prodi, i D’Alema, gli attuali occupatori del Quirinale e di Chigi, dovrebbero meditare i pensieri del guerriero raziocinante Fabio Mini. “La guerra nasce dai pretesti, quasi sempre basati su menzogne. I fautori politici, industriali e militari della guerra si sono inventati pretesti inverosimili per renderla preventiva e interminabile. L’ipocrisia ha reso permanente la guerra cambiandone il nome, agendo sulla pace, sulla democrazia e sulla libertà”.

Monti e Napolitano, diciamo noi, si ostinano a fornire ascari e materiali alle campagne di Obama -costi a ns/ carico- per scongiurare lo scemare delle commesse del Pentagono a Finmeccanica etc, e per non ingrossare i numeri della disoccupazione. Così facendo il primo rinnega la promessa di mettere anche l’equità, cioè l’etica, nell’azione di governo. Il secondo conferma, se mai ce n’era bisogno, il carattere fraudolento di un secolo, quasi, di campagne comuniste “per la pace”. Molto meglio se a smascherare il bellicismo ammantato di democrazia e di Costituzione è un generale di corpo d’armata, invece che un corteo pacifista con striscioni.

Pacomio

La Moratti e Berlusconi in versione forcaiola

Su una cosa Berlusconi ha sempre avuto ragione: l’odiosità dei processi mediatici. Non tanto per il suo caso, infangato da leggi ad personam e porcherie giuridiche di ogni sorta, quanto per i comuni cittadini coinvolti in casi di interesse pubblico.

Vige la comprensibile, ma non per questo meno odiosa, abitudine di dare un risalto enorme alle accuse, all’avviso di garanzia, ad eventuali condanne intermedie, e minimo alle successive assoluzioni, magari intercorse a distanza di mesi o anni. In questo modo la vita delle persone coinvolte viene rovinata, buttata in pasto alla folla, senza troppo interrogarsi sulle ripercussioni di un tale trattamento. Rovinata la famiglia, rovinati gli amici, rovinato il lavoro, la reputazione, la stabilità psicologica e via così.

La battaglia perché questo sputtanamento sulla pubblica piazza venga se non terminato, almeno ridotto, è l’unica battaglia del centrodestra che, da garantisti, non si può non sottoscrivere.

Eppure a 72 ore dal silenzio elettorale, a 27 secondi dalla fine del dibattito televisivo, Letizia Moratti ha scelto dare un calcio a quel poco di giusto che era rimasto nel patrimonio politico della sua fazione, ed ha accusato il suo sfidante, Giuliano Pisapia, di essere stato condannato per furto di un furgone utilizzato a fini di sequestro di persona e violenza.

L’accusa si è dimostrata falsa nel giro di pochi minuti. L’assoluzione, non per amnistia (come invece accadde a Berlusconi per la falsa testimonianza circa la sua appartenenza alla loggia P2) ma per non aver commesso il fatto, è stata prodotta e pubblicata immediatamente.

Ma invece di doverose scuse per il macroscopico errore, o quantomeno per la caduta di stile, il sindaco Letizia Moratti ha rincarato la dose, subito spalleggiata dal suo partito e dal presidente del Consiglio. “Non volevo dimostrare la sua colpevolezza ma la sua contiguità col terrorismo rosso”, è la teoria della signora Moratti.

Di male in peggio. Per una destra che si è spacciata come liberale e garantista (il primo aggettivo si era rivelato male appropriato già molti anni fa) imbracciare una sentenza di condanna di primo grado, contraddetta in appello, per colpire l’avversario è umiliante. Significa essere proprio ridotti ai minimi termini. Perché della sentenza non interessa il merito, ma lo “stigma sociale” che essa produce. Oltretutto Pisapia fu sì accusato di essere amico di alcuni terroristi rossi, ma nella sua assoluzione, oltre all’estraneità alle fattispecie delittuose, è stato dimostrato anche che non conosceva i terroristi in questione. L’unico appiglio che rimane a Moratti&Co. è la militanza nella sinistra extraparlamentare di Pisapia in gioventù.

Da questo punto di vista penso che però il centrodestra non possa dare lezioni. Sorvoliamo su Brandirali (ex maoista, poi forzitaliota) e casi analoghi, ma ci sono il sindaco di Roma, collega di partito della Moratti, e molti altri ministri e deputati Pdl che non fanno mistero del proprio passato nelle fila dell’estrema destra. Neofascisti insomma.

Senza cedere alla tentazione di dire chi fossero più cattivi, i rossi o i neri, possiamo comunque constatare che una ampia fetta della nostra classe politica negli anni di piombo frequentava ambienti estremisti. Oggi l’Italia è cambiata, non tanto in meglio quanto si sarebbe potuto sperare, ma di sicuro è mutato il contesto politico. Non ha senso rivangare militanze passate che sono state superate dalla Storia.

A meno che i neri, oggi istituzionali, non inizino a fare leggi razziali.

A meno che i rossi, oggi moderati, non abbiano nel programma l’esproprio dei mezzi di produzione.

Sempre che si voglia essere garantisti.

Sempre che non si utilizzi lo stigma sociale della pena come mezzuccio per raccattare consenso.

Tommaso Canetta