KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

GLI ELETTI NON SONO SOVRANI

Perché la Svizzera si definisce democrazia diretta.

L’ultima parola spetta al popolo: le leggi entrano in vigore
solo in seguito a ratifica popolare. L’uomo della strada
decide anche quando tace: fa paura ai politici. Estratti da un
tableau costituzionale di Hans Tschaeni.


la Svolta, 4 aprile 1997

“In tutti i cantoni il popolo nomina direttamente il governo. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cantoni della cosiddetta Landsgemeinde esiste persino la democrazia diretta pura: è il popolo riunito in assemblea che decide sugli affari pubblici. Gli eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi.

“Uno dei diritti politici essenziali del cittadino svizzero è la “iniziativa”: una domanda firmata da un certo numero di cittadini dà avvio alla procedura per l’introduzione di norme nuove. L’iniziativa è dunque il diritto popolare di proporre nuove disposizioni di legge; le autorità -non quelle federali- sono obbligate a decidere in merito. Meno dell’11% delle iniziative promosse negli ultimi trent’anni fu accettato dai cittadini. Di solito i postulati che sono oggetto delle iniziative popolari mancano dei necessari elementi di compromesso; servono però a far sfogare il malcontento delle minoranze.

“Il referendum è il diritto degli svizzeri di pronunciarsi su accettazione o rigetto delle leggi importanti adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge debba entrare in vigore. Il referendum è dunque il più significativo tra i diritti politici degli elvetici. Per questo la nostra democrazia è definita anche referendaria. A livello nazionale il referendum facoltativo deve tenersi se è chiesto da 30.000 aventi il diritto di voto, oppure da otto cantoni. Anche i trattati internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum. Per quanto esista in altri paesi, il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul legislatore. Non permette ai cittadini di intervenire nell’elaborazione di una legge o di un decreto, ma dà loro la possibilità di influire indirettamente sul legislativo e sull’esecutivo, e persino di cancellare le loro decisioni. In questo modo il popolo, a condizione che sia ben guidato, assurge esso stesso a legislatore ed opera a fianco dei suoi rappresentanti.

“Non si può dire che si sia fatto un uso eccessivo di questo diritto popolare: tra i decreti soggetti a referendum facoltativo soltanto 1 su 12 è stato sottoposto al giudizio del popolo. In compenso la “ghigliottina” del referendum si è dimostrata per più micidiale della “lancia” dell’iniziativa: il sessanta per cento dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini. Questo fatto è ben noto ai nostri parlamentari e alle autorità: per questo temono il referendum. Possiamo dire che sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge e quindi per evitare lo scontro. La via del compromesso è sola a permettere di aggirare lo scoglio del referendum facoltativo.
“Nella nostra democrazia può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare un’elezione. Questo obbligo esiste in molti cantoni e comuni. Un giornalista straniero ha scritto che da noi la democrazia è diventata una specie di occupazione secondaria. L’Amtszwang, cioè il dovere di esercitare una funzione pubblica, è una logica conseguenza del diritto posseduto dal singolo cittadino in cinque cantoni o semicantoni di intervenire in proprio nella gestione della cosa pubblica. Nell’Appenzello Interno ogni cittadino è soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno; è tenuto a far partedi organi giudiziari o amministrativi per almeno dieci anni.

“I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente. Continuano a scegliere i candidati alle elezioni: ma nella democrazia referendaria non sono le elezioni a determinare l’andamento della cosa pubblica, bensì i referendum.

A.M.C.