SUPERIORITA’ DEI CINESI E INSENSATEZZA DEI GOVERNI (SENZA ALCUN RIFERIMENTO ALL’ATTUALITA’)

Per parlare della superiorità tecnologica e produttiva dei cinesi occorre ricordare che i governi d’Europa, insieme con quelli delle colonie di popolamento bianco, hanno dominato il mondo per meno di due secoli, e cioè da quando è venuta meno, nell’Ottocento, la superiorità economica e tecnologica dei cinesi che nel 1830 producevano tre volte i manufatti prodotti dagli inglesi, mentre gli indiani nell’India soggetta al Raj britannico (British Rule), ne producevano il doppio degli inglesi.

La “superiorità” delle Grandi Potenze (e la Cina non era tra queste) risiedeva soltanto negli strumenti di morte più efficienti, decisivi per sottomettere un Paese che sopravanzava ogni altro avendo anticipato di secoli alcune delle invenzioni tecnologiche più importanti per la vita dell’uomo.

Come per qualsiasi altro Paese la Cina, se esiste come entità politica che si concretizza nel suo Governo, non esiste veramente nella realtà ma è il frutto dei pensieri umani che l’hanno così battezzata. I cinesi però esistono, e nel loro insieme formano la popolazione cinese. Questo formidabile gruppo di individui (il più formidabile di tutti quelli che vivono sul pianeta Terra) ha delle caratteristiche sue proprie che è difficile riscontrare presso altri gruppi sociali che dalla civiltà sinica non siano stati influenzati. Che differenza c’è tra i cinesi del Sichuan o dello Yunnan e quelli di Taiwan, Hong Kong, Macao, Singapore, Malaysia, Indonesia? I cinesi che risiedono all’estero – overseas Chinese (huáqiáo 華僑) – restando uniti nella loro comunità non cessano di essere e sentirsi cinesi anche se vivono in Italia.

I cinesi sono sorprendenti per come ricreano in ogni luogo il gruppo sociale al quale appartengono. Si potrebbe dire a ragion veduta che Cina è là dove vi sia un gruppo di cinesi che, per quanto piccolo, è destinato ad allargarsi per fecondità endemica o per l’apporto di nuovi venuti, parenti, amici e compaesani. I cinesi sono contadini, artigiani o mercanti? Soprattutto contadini, ma anche artigiani e mercanti (si veda Mariella Giura Longo, CONTADINI, MERCATI E RIFORME La piccola produzione di merci in Cina (1842-1996), Franco Angeli, Milano 1998). Non sono soldati, non amano le armi e le usano soltanto in casi estremi, soprattutto per difendere i loro cari e ciò che hanno. Nella loro tradizione il miglior generale è colui che non ha mai sostenuto una battaglia, e che è in grado di vincere una guerra senza colpo ferire e senza distruggere gli averi del nemico. Presso quale altro gruppo sociale nel mondo esiste un simile ideale, sovente divenuto realtà?

I cinesi, con i greci, hanno dato vita alle migliori forme di governo del Pianeta. Il Figlio del Cielo è in fondo un sacerdote che ha dei precisi doveri, e anche dei diritti che tuttavia esercita con il consenso dei suoi Ministri. Il dispotismo – che è ben illustrato nel film di Bernardo Bertolucci 1941 L’ultimo imperatore (1987) – è un derivato delle forme di governo d’Europa, molto più dispotiche e arroganti di quelle che hanno quasi sempre caratterizzato la Cina. Il governo delle provincie cinesi è affidato a funzionari scelti in base a esami pubblici, istituzione di invenzione cinese che permette ai meritevoli e capaci, per quanto di umili origini, di salire nella scala gerarchica fino al livello massimo di ascoltato consigliere dell’Imperatore nutrendone il potere e l’azione diretta di governo.

Il loro modo di allargare il territorio nel quale vivono non è attraverso la guerra, ma la pace, che favorisce i rapporti umani e fa emergere i più solerti e industriosi. Così è accaduto nelle provincie cinesi di mezzogiorno e ponente, nei Paesi del Sudest asiatico dove in alcuni casi da minoranza si sono trasformati in maggioranza come a Singapore e in Malaysia, e a differenza di quanto è accaduto nelle città di San Francisco, New York, Londra, Milano, Prato, dove sono rimasti (almeno per ora) minoranza.

I cinesi non sono razzisti, sono cinesi. Chi comunica in cinese – e cioè legge e capisce, scrive e parla questa lingua – è cinese. Edoarda Masi 1927-2011 scriveva nel suo libro PER LA CINA Confuciani e proletari (Mondadori, 1978), che andrebbe utilmente letto oggi: da venticinque anni subisco l’invito continuo e pressante a sinizzarmi, che è offerto apparentemente come il solo modo per conoscere; lo accetto e nello stesso tempo lo rifiuto. Mi ostino a ricercare la possibilità di un rapporto senza pretendere di misurare una diversa civiltà col metro europeo, ma senza perdere la mia identità europea.

Della superiorità tecnologica dei cinesi abbiamo ormai analisi storiche inconfutabili di ogni tipo, e basterebbe fare riferimento all’opera ciclopica coordinata dallo scienziato inglese Joseph Needham 1900-1995 Science and Civilisation in China, Cambridge University Press 1954 (e disponibile in parte anche in italiano: Scienza e civiltà in Cina, Volume primo, Lineamenti introduttivi, Giulio Einaudi editore, 1981, pp. 296~301 dell’edizione italiana) dove, nel capitolo dedicato al flusso delle tecniche provenienti dalla Cina, si fa un interessante e lungo elenco che mostra la profusione di applicazioni che raggiunsero l’Europa e altre regioni in epoche varianti tra il I e il XVIII secolo [in parentesi è indicato il ritardo approssimativo, misurato in secoli, nella trasmissione all’Occidente delle tecniche prodotte dalla Cina]:

a) pompa a catena a palette quadrate [15 secoli] …

c) macchine soffianti per la lavorazione dei metalli azionate da forza idraulica [11 secoli] …

e) mantici a pistoni [circa 14 secoli]

f) telaio per tessitura a disegni [4 secoli]

g) macchinari per la lavorazione della seta … [3~13 secoli]

h) carriola [9-10 secoli]

i) carro a vela [11 secoli] …

o) trivellazione profonda [11 secoli]

p) ghisa [10~12 secoli] …

t) chiuse per canali [7~17 secoli] …

y) carta [10 secoli]

z) porcellana [11~13 secoli].

A proposito della porcellana sarebbe bene ricordare che questo importantissimo manufatto (che richiedeva forni di cottura capaci di temperature che i forni europei non erano in grado di raggiungere) venne prodotto in Europa per la prima volta soltanto nel 1707 a titolo sperimentale, e a partire dal 1711 a fini produttivi, dopo secoli di nostri vani tentativi tesi a imitarla. Una tendenza, questa dell’imitazione, che vorremmo attribuire agli altri, per esempio ai giapponesi piuttosto che agli europei, ritenuti superiori a tutti (per ragioni basate sul RAZZISMO) plagiando in questa infondata opinione persino i colonizzati che si erano rassegnati ad essere “inferiori”.

Dati gli scritti (soprattutto inglesi) in lode del white man’s burdern costretto (!) a gravarsi del “fardello dell’uomo bianco” e quindi della missione civilizzatrice propria di chi sovrasta gli altri e la sente come un dovere (noblesse oblige), la superiorità non soltanto economica della Cina e dei cinesi sembra difficile da provare, ma è invece testimoniata da numerosi anche se brevi scritti di mercanti mediterranei in merito all’esperienza di commercio con quelle terre. D’altra parte dagli abitanti dell’Europa settentrionale, ricca soprattutto di ristrettezze, il resoconto di Marco Polo non venne creduto al momento della sua pubblicazione, e così per molti secoli a venire. Non potevano neppure immaginare che le descrizioni delle prospere città cinesi contenute ne Il Milione corrispondessero al vero. Vennero quindi ritenute frutto della fantasia e dell’immaginazione dell’autore o del suo amanuense.

Non così a Venezia, e nel Mediterraneo in genere, dove le persone che conoscevano il mondo erano numerose, anche se non scrivevano libri perché impegnate nel loro lavoro di mercanti o di missionari che li assorbiva completamente. Marco Polo aveva potuto dar vita a quest’opera perché si trovava in prigione e non aveva di meglio da fare che dettarla a Rustichello da Pisa, come lui in carcere.

Nell’Europa settentrionale invece soltanto nell’Ottocento si credette finalmente al viaggiatore veneziano, sebbene in Cina la pressione demografica crescente avesse fatto ormai abbassare enormemente il tenore di vita dei cinesi, la maggior parte dei quali era afflitta dalla miseria più nera. Ma le vestigia della passata prosperità restavano, ed erano sotto gli occhi di tutti.

All’opera di Marco Polo credette pienamente due secoli dopo un altro mediterraneo, fino a farne il principale stimolo al suo viaggio verso Ponente per raggiungere le Indie. Nel volume Scopritori e viaggiatori del Cinquecento, a cura di I. Luzzana Caraci, Ricciardi, Milano – Napoli 1996, T. II pp. 922-932 (segnalatomi dal professor Claudio Zanier dell’Università degli Studi di Pisa) si dice: Scrive Filippo Sassetti 1540-1588 a Bernardo Davanzati sul finire del 1585, alludendo al fatto che se non si dispone d’argento è inutile pensare di commerciare con la Cina: “Alla Cina reali e non altro...”. E aggiunge, descrivendo gli arrivi a Cochin da Oriente: “…la nave o le navi della Cina compariscono più tardi; portano tutte le cose che si possano imaginare, fuori delle spezierie;… di là viene la seta, i drappi, tutta la sorte di metalli, argento vivo, rame, ottone, e oro in tanta quantità quanta si vuole, perché basta portarvi capitale [intende: argento, soprattutto i reali, reales de a ocho coniati nell’impero spagnolo, accettati in tutto il mondo come strumenti di pagamento] per comprarlo che se ne caricherebbe una nave… ed è mercanzia tale che… si guadagna sessanta per cento. Viene di là allume di rocca senza fine, galanga [radice medicinale], cinabro, canfora, le porcellane, che sono grandissima mercanzia, legnami dorati per gran somma, sete ricamate finissimamente, pitture e tutto insomma quello che si sa dimandare di là viene, perché, se…manca […] qualche cosa che altri desideri, sapendola…[far]… loro intendere, la fanno [venire]; e in ogni genere di mercanzie che di là venga… si raddoppia, quando non si fa di uno in tre. E veramente che se non fusse questo negozio [= commercio con la Cina] in questa parte…tutto sarebbe in terra...”

Lo storico economico Carlo M. Cipolla 1922-2000, nel suo scritto Conquistadores, pirati, mercatanti. La saga dell’argento spagnuolo (Bologna, 1996), osserva (pp. 58-63) “che l’argento [reali] serviva agli europei per acquistare merci sui mercati extraeuropei dove non c’era alcun interesse per i prodotti dell’Europa. … Tutte queste monete, ed i reales in modo particolare, aprirono alle nazioni europee l’opportunità di espandere notevolmente il loro commercio con l’Oriente. … Possenti forze li calamitavano… Ma la marcia verso Oriente dei reales de a ocho non si fermò in Persia. Nel primo decennio del secolo XVII la marcia …[dei reali] era giunta ad invadere anche l’India e la Cina…il fatto [è] che gli europei, … non avevano nulla però da offrire in cambio, perché né l’India né la Cina avevano interesse ai prodotti dell’Europa. I tentativi per migliorare la situazione non si contano. … Se gli europei volevano commerciare con l’India e con la Cina non avevano altra scelta che offrire a questi due paesi dell’argento…. [Inoltre] l’Europa…venne a conoscere prodotti orientali che prima non conosceva. Esempio classico il tè, … che nel 1720 arrivò a soppiantare decisamente la seta come principale merce di importazione della Compagnia [inglese delle Indie Orientali]. Di conseguenza il saldo positivo della bilancia commerciale cinese continuò a crescere.” Cipolla ricorda (pp. 66-67) che “il mercante portoghese Gomes Solis poteva scrivere nel suo Arbitrio sobre la plata (Discorso sull’argento) pubblicato a Londra nel 1621 che “l’argento vaga traverso tutto il mondo nelle sue peregrinazioni, per poi finire in Cina, dove rimane come al suo centro naturale”.

Gli inglesi, così conclude Cipolla (pp. 75-76), trovarono nel commercio dell’oppio che facevano coltivare in India il rimedio al “grave deficit della bilancia commerciale inglese con la Cina. …a partire dal 1776 la quantità di oppio esportata dagli inglesi in Cina crebbe… soprattutto negli anni 1830-1840…in misura eccezionale… Un funzionario cinese in un suo memoriale scriveva in quegli anni che “Il Celeste Impero permette la vendita di tè e di rabarbaro che servono a tenere in vita i popoli di quelle nazioni…, e tuttavia questi stranieri non dimostrano alcuna gratitudine, ma contrabbandano, invece, l’oppio che avvelena il Paese; quando il cuore riflette su questa condotta ne è disturbato e quando la ragione la considera, la trova irrazionale.” Il governo cinese…tentò di correre ai ripari ma…si arrivò… nel 1839 alla famosa guerra dell’oppio in cui la Cina fu sconfitta ed umiliata...”. Il testo della lettera scritta nel 1839 dal magistrato 林則徐 Lín Zéxú 1785-1850 e indirizzata alla regina Vittoria (non sappiamo se fu mai portata alla sua conoscenza) è un documento che mostra come fosse difficile il dialogo tra la civiltà che soccombe – piena di stupore per la violazione delle elementari regole della convivenza fra i popoli – e la barbarie che trionfa senza ragione se non quella della forza bruta, contravvenendo alle leggi della Natura che (in Cina) vede l’uomo come un essere buono, che quando sbaglia può sempre essere educato ad emendarsi.

Concludiamo citando un noto proverbio che la dice lunga sul modo dei cinesi di intendere le cose divine e le cose terrene. Lassù vi è il Cielo, quaggiù sono Suzhou e Hangzhou , shàng yǒu tiān táng, xià yǒu Sū Háng. Con Sū  (ora si intende la città di Sūzhōu 苏州 e con Háng  la città di Hángzhōu 州. Il regno Celeste di lassù sarà bello (dicono i cinesi), ma qui abbiamo città impareggiabili per splendore come Sūzhōu 苏州  e Hángzhōu . La citazione è di Eileen Power 1899-1940 nell’avvincente capitolo su Marco  Polo in Medieval People (Vita nel medioevo, Einaudi, Torino 1966).

Brano (con lievi modifiche) tratto da:

Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, dicembre 2017 (IV edizione) pp.58-62

The Gown is not the Body

Knowing another language means having a second soul
– Charlemagne (742-814 C.E.) –
“The limits of my language are the limits of my world. But within my language world my being is this world”.
– Ludwig Wittgenstein (1889-1951) –

As we all know, language has a double function: it is a communicative tool and it helps to define our world. But the relativistic linguistic school of last century hypothesized that language goes beyond these functions and theorized that thought is influenced by the language in which it is expressed. Or, in other words, that each language builds a mental universe in its own right.

One hundred years later, a group of linguists headed by Lara Boroditsky , has revived this hypothesis and reached the conclusion that to be able to speak a second language is more or less equivalent as having another self. If this were true, when speaking another language this cognitive process would not be a simple translation of our thoughts from our mother tongue but the result of an independent thought expressed by our own “second soul”.

Languages may or may not disguise thoughts, but can we infer from the outline of the gown the shape of the body? Since we are aware that two languages cannot be the same, does this imply that the person also thinks differently, according to the language she/he speaks? Or that a person who can speak two or more languages also can think in two or more different ways?

If this were true, it would be as if, depending on the gown you are wearing, tight or loose, the shape of your body would change. Perhaps, from the perspective of a faraway onlooker, but probably not to a careful observer or, in other words, once the garment has been taken off.

Neuro-linguists have tried to pursue this research hypothesis in three cognitive/linguistic areas: gender, colours and orientation.

Gender
The best we can say about the origin of words is that they came into existence by convention, arbitrarily, and agreed upon by its repeated use. Grammar, whether innate or acquired, is an imperfect set of rules that reflects the way thought is expressed. Is it possible that this set of rules affects the way our thoughts are thought? Let’s take the example of a 3-gender-language, German for instance, with its three genders: neuter, feminine and masculine. According to a group of neuro-linguists, when an English-born-speaker speaks German, she/he would associate a certain category of adjectives depending on the gender of the noun. For instance, since the word bridge (Die Brücke in German) is feminine, this speaker would associate to it feminine images (such as slim, fragile, bond, or grace). (It would be of further interest to explore what is feminine in German in its own right!). On another example, in Spanish, since ‘El Puente’ is of a masculine gender, it would bring to mind masculine images such as strong, robust, and solid even to German minds when they utter the word bridge in Spanish, shadowing the original feminine image of their mother tongue.

Colours
This is a more complex case. For one moment we have to exclude the influence of angle and intensity of light (depending on the latitude), eyesight and light perception and purely consider it from a linguistic point of view. In Korean, for instance, exist several standard expressions for white, some of them without exact equivalent in any other language. A bit like the several expressions Inuit people use to define snow according to their location, quality and age of the snow. Or again, in Japanese, the ‘go’ colour of traffic lights is called 青い (aoi, blue), as colours where divided between cold (blue/green) and warm (yellow/red) since ancient times.

We tend to forget that we are not very accurate either when in western languages we call ‘white wine’ the liquid of fermented grape, which is fundamentally of straw-yellow shade. Still, our use of words, however imperfect it may be, does not alter our perception of colours. Or are we unable to distinguish differences in hues just because of lack of words or our inappropriate use of adjectives?

Orientation
The third cognitive category used in determining whether and by how much the language we speak influences our thought is orientation. The Guugu Yimithirr speak a language called Gangurru (from which Kangaroo), an Australian aboriginal community who does not define a position referring to themselves (as we do in western languages) but to a coordinate reference system (like North, South, East and West). In a symmetrical-specular experiment, when coordinates are your orientation tool kit, the East one time is on your right and one time is on your left, whereas when you describe a location having yourself as the point of reference, one time a given location is on our left and the next time also. Would these two different orientation systems really lead us to two different Weltanschauungen?

In its most extreme form, this hypothesis (a.k.a. Sapir-Whorf) is that the language you speak influences your thought, not only through the definition of things but also through syntax and phrase structure. Ad absurdum, this scholarly hypothesis could be the result of the language these linguists speak (sic). In other words, if this hypothesis were true, when we speak in German about gender, in Japanese about colours and in Gangurru about orientation, how to explain the fact that we remain fundamentally immune from the language biases predicted by linguists when speaking about gender, colours and orientation? (admittedly, most of us do not speak Gangurru).

The hard facts of science have shown that in the above three areas in which the influence of languages were tested, none yielded any conclusive result, even considering a fourth area, numbers. The best-known case is the Pirahã, a language spoken by a Brazilian tribe that contains only words for one and two. These people would be unable to reliably tell the difference between four and five objects placed in a row in the same configuration. However, in the words of Daniel Everett, one of the leading researchers on this language:

“A total lack of exact quantity language did not prevent the Pirahã from accurately performing a task which relied on the exact numerical equivalence of large sets. This evidence argues against the strong Sapir- Whorfian claim that language for number creates the concept of exact quantity”.

Another notable researcher on the nature of humans, Edward O. Wilson, has, in his works, convincingly proved that people speaking languages void of words for certain colours or numbers were nonetheless able to recognize and to match colour or exact quantities of objects.

Paul Ekmann, in his studies on facial expressions, was able to demonstrate the universality of human expressions, regardless of the language spoken, by showing 17 pictures with different facial expressions to people as diverse as Samoans, Caucasians and Africans, who invariably correctly identified which expression referred to which emotion, even when their native language lacked the appropriate words or strictly defining terms.

As the poet Samuel Johnson once observed, languages seems to be a mere convention or a dress of thoughts. And all of this academic quibble would have remained confined in some obscure university department if it had not been seriously picked up by some economists.

Economics, like linguistics, cannot be considered an exact science in the sense of being predictive, but rather defined as a descriptive discipline. Unlike mathematicians, chemists, and physicians, linguists (like economists) deal with a field which we all live within and use it daily, giving us a false sense of familiarity. So much so that we feel entitled to say something about it and little matters if our arguments are not sustained by evidence.

Like linguistics, economics lacks the possibility to verify theories against counterfactual evidence or, in Popperian terms, it is not falsifiable. They both share the common trait of non-replicability of the experiment (or only under very narrow circumstances, with little general validity) and bear the sin of the researcher influencing the one-time experiment, although techniques such as RNM give the illusion of producing objective and certain data.

Economists keep on making failures on predicting the next boom or bust, the next level of inflation or what will be the consequences of any given economic decision. Over time, we should have become humbler, less arrogant and have accepted the fact that economy does not, and probably will never, attain the status of science, at least in the same sense as hard sciences do. Axel Leonjufhwud, one of the few economists that exerted some healthy self-criticism, in one of his papers, “Life among the Econ” published in 1973, warned us from the ‘Modl’  (in original) and their uselessness ‘however well crafted’. He points out that when economists  want to prove what they are looking for, they bend reality to their purpose and interpret findings to their benefit.

Peter Medawar  in his “The limits of Science” explained that the most important weakness in forecasting is the reason why economics is and will remain a mere discipline. Unfortunately, most economists not only have not noticed it yet, but still maintain the hubris of explaining to others how the world runs and of making predictions about its future. Framed around equations, based on models, these papers written by the cast of the Econ are predominant and overwhelming in quantity, hardly in quality.

On those rare occasion when a scholar puts models to a fact-based-testing, and, as it often happens, the findings contradict the model’s predictions, the holy caste of the Econ frame and segregate the evidence into a new model hastily named ‘paradox’  (in the economic literature we have counted not less than 34 paradoxes contradicting theoretical models).

In every hard science the theoretical models proven to be either false or irrelevant are thrown in the dustbin and forgotten, but not in economics. It is as if Popper’s lesson had never been learnt and Newton’s laws were still used to study Quantum Physics. The mathematical-deductive-mechanistic line of thought adopted in economics has too often failed to provide tools to understand the economic reality and continues to mould the mindset of legions of students into abstract sophistry, mainly disconnected with reality (see “Econocracy” by Joe Earle, Cahal Moran and Zach Ward-Perkins).

The belief in econometric models is relentlessly pushing the economic world towards the abyss of risky speculative adventures. The destruction of wealth, environment, savings, and lives in the millions caused by the custodians of the accepted and unquestioned ‘economic truth’, is still firmly anchored on the three sacred pillars of: Individualism, Optimization and Equilibrium. None of them has ever taken shape in reality, in the predicted form.

The praiseworthy attempt to free economy from its own narrow and self-imposed bounds has led some notable scholars to look for other interpretative models. Behavioural researches have given us some important insights in the irrationality of human behaviour, such as Dan Ariel or Daniel Kahneman. Others as Georgescu-Rogen and René Passet have taken inspiration from Biology.
Following the seductive but unverifiable idea that the language you speak determines what you think, linguistic economists like Keith Chen have tried to explain our propensity to save by the use of a language model.

Following a distinction made Swedish linguist, Professor Östen Dahl in the year 2000, linguists make a distinction between futureless and futured language. The hypothesis is that if you speak a futureless language you tend to be a profligate person. If you speak  a futured language you would be a thrifty person. A futureless language is a language like Chinese, void of the future tense (at least in a western language sense); a futured language instead is a language which forms the future tense by auxiliaries and suffixes, like Slavic ones; or by inflections, as in neo-Latin languages. According to this interpretation, this would be a sufficient reason to explain the different propensities to save.

How would then a speaker of a futureless language convey the idea of ‘I will go’ or ‘I am going to go’? Let’s not be fooled. The body of the thoughts is still there, only the gown is different: ‘in one hour’, ‘tomorrow’, ‘in the future’, etc. are all expression used by futureless languages to indicate the future. Only the set of rules of these languages works differently from western grammar rules. (Besides, Chinese does have auxiliaries to indicate something imminent or very likely: 要yao, want; 会 hui, will; or, in the written language, particles to mark the future tense即ji, 将jiang).

We have already shown how the effect of a language on our thoughts is difficult to demonstrate, even without considering the impossibility in determining the line of division between futureless and futured among the currently 7000 spoken. But even accepting for the sake of the discussion that a distinction between futureless and futured languages could be made, how would this hypothesis withstand reality?

Here below two charts taken from one of the studies on the hypothesized language-saving connection:


Above, the saving rates for 35 countries, from Luxembourg with more than 40% to Greece with just 10% of the GDP.

https://www.ldc.upenn.edu/sites/www.ldc.upenn.edu/files/chen.pdf

If we look at the data over a span of 25 years (1985-2010), UK and Italy have a gap of more than 8% points. Despite this difference in saving rates, not only both languages are futured (in the sense expressed previously) but they are also linguistically very near. According to the Cambridge Encyclopaedia of language (p. 375, 1980 ed.), they have an inter-lingual distance based on pronunciation, spelling, orthography, grammar and vocabulary which is the closest (in religious terms is similar to the proximity between the Anglican and the Roman Church), followed by Spanish, German, French and Russian. Why do people speaking a language falling in the same linguistic category (in this case futured) would display different saving patterns? Or, just to take an even more striking example, why would three linguistically identical countries like Ireland, Australia and UK have more than 10% points difference in their saving rates?

One among many contradictory points which this theory does not explain is that in the previous 30 years, and not considered in the above graphs, from 1955 to 1985, Italians (speaking a futured language) had attained saving level comparable to Japanese, speakers of a futureless language. Why do people speaking languages falling in two different linguistic categories (futureless and futured) would then display similar saving patterns?

In his General Theory (1936), John Maynard Keynes had already explained the psychological motives, the social mores and the economic conditions conducive to the prevailing saving rates.
Will our new generation of economists call Keynes’s model ‘the saving paradox’?

La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi

LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

ROBERTO VACCA: PUBBLICITA’ ED ECONOMIA

“Per assicurare il successo a un libro, quanto sono utili le recensioni sui giornali, le interviste e la pubblicità su periodici, in radio e televisione,?”

Un editore mi propose –una trentina di anni fa – di fare una ricerca per rispondere all’interessante quesito. Chiesi che mi fornissero: testate, date di pubblicazione, testi di articoli e copy di inserzioni e, d’altra parte, numero di copie vendute settimana per settimana.

I dati su recensioni, interviste e pubblicità  erano disponibili. Invece il numero di copie vendute non era disaggregato per settimana, ma solo anno per anno per ciascuna opera. Non c’era possibilità di correlare le iniziative promozionali con le vendite. Lasciammo perdere.

I numeri bruti dicono poco anche su grande scala. Fra il 2000 e il 2011 il Prodotto interno lordo italiano (PIL) era intorno a 1500 miliardi di euro e gli investimenti in pubblicità erano la metà dell’uno per cento del PIL, cioè circa 7 miliardi. La correlazione statistica fra le due grandezze in quegli 11 anni era il 97%. Crescevano e calavano insieme, ma i numeri non ci dicono se la pubblicità più intensa fa crescere il PIL o se si spende di più in pubblicità quando il prodotto lordo è più alto – le cose vanno meglio. Un’alta correlazione statistica fra due grandezze non vuol dire affatto che una sia la causa dell’altra. Sembrava pensare il contrario Henry Ford che disse: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi, somiglia a chi blocchi le lancette dell’orologio per risparmiare tempo. La pubblicità è l’anima del commercio.”

Però Jerry W. Thomas, Presidente di DecisionAnalyst (azienda attiva in ricerche di mercato e sondaggi), scrisse nel 2008: “Il settore della pubblicità ha sempre un grande potenziale, ma controlla la propria qualità peggio di ogni altro settore. Solo la metà della pubblicità che viene diffusa ha effetti positivi. In parecchi casi ha effetti controproducenti.”

Valutare l’efficacia di messaggi pubblicitari, singoli o facenti parte di una campagna, è arduo. L’andamento delle vendite, infatti, dipende da tanti altri fattori: prezzi, azioni della concorrenza, efficacia della distribuzione (non si vende, se gli stock sono esauriti), tempo atmosferico e così via. Gli effetti della pubblicità non sono istantanei. Si possono manifestare dopo mesi. Dunque sappiamo bene che in certi casi estremi la pubblicità ha impatti forti e drammatici. Misurare gli impatti medi o deboli è un compito molto difficile. Certe grosse aziende specializzate in sondaggi sostengono di saperlo svolgere in modo scientifico. Vi dicono quante persone hanno visto il vostro messaggio, quante lo ricordano a distanza di tempo e quante ne sono state convinte, di che percentuale ha fatto crescere le vostre vendite – e così via. Sono credibili?

Forse io non sono un campione rappresentativo dei bersagli cui mira la pubblicità, ma non credo di aver comprato un’auto, un libro, un paio di scarpe, una bottiglia di vino dopo averne visto uno spot o un’inserzione. Ricordo la serie di vignette per la reclame della Guinness. La didascalia era sempre la stessa: “My Goodness, my Guinness!”, e la birra veniva portata via a un personaggio da elefanti, scimmie, rapinatori. Chiedevo ad amici ingegneri: “Dell’aria a 2 atmosfere si immette in fondo a un recipiente pieno di un liquido: quando arriva alla superficie del liquido gorgoglia alla pressione di 3 atmosfere. Che liquido è?”  La risposta era: “Vecchia Romagna Buton Cognac – il cognac che crea un’atmosfera.” Però in vita mia ho bevuto solo una Guinness e comprato una sola bottiglia di Vecchia Romagna.

Forse le pubblicità troppo intelligenti sono quelle meno efficaci. Dopo tanti anni ricordo bene Massimo Lopez di “una telefonata ti allunga la vita”, che rimandava la sua fucilazione con lunghe chiacchiere al telefono. Sorrido di Marzocca che fa la mamma di Garibaldi [“Giuseppe passa un momento difficile – risponde!”] ma dubito che abbiano fatto salire di un euro il fatturato della SIP e poi della Telecom Italia.

In TV usano spesso, dopo un programma che si spera sia stato gradito, comunicare: “Questo programma offerto da  xxxx”. Non so quanto possa essere efficace.  Quanto meno si evita così l’irritazione o l’avversione evocata dalla ripetizione eccessiva di certi spot. Se sono decenti causano, comunque, negli ascoltatori la sordità a quel messaggio. Se sono spiacevoli, possono causare nla decisione di rifuggire dal prodotto. Sarebbe bene ricordare cheil tempoin cui gli spot in TV interrompono il film che stiamo vedendo, coincide spesso coniltempo perandare al bagno.

Devo ammettere, in fine, che l’idea stessa di convincere tanta gente a fare certe cose è attraente e divertente. La creazione dei messaggi – scritti, detti, in video – è attività stimolante. Nel 1933 Dorothy L. Sayers pubblicò uno dei suoi gialli – “Muder Must Advertise “, Harcourt,  Brace – col personaggio di Lord Peter Wimsey che investigava assassini nell’Agenzia pubblicitaria Pym – e intanto progettava una forte campagna a premi per le sigarette Whiffle. Molto divertente.

Nel mio romanzo UNA SORTA DI TRADITORI ci ho messo un ex terrorista che si mette a fare il pubblicitario e inventa una campagna per diffondere l’uso del bidet nei paesi anglosassoni. Gli attribuisco anche un’astuta persuasione occulta che fu davvero usata con successo da un noto tycoon passato alla politica, ma ormai avviato al tramonto. (Real cowboys never die – they fade away.)

Roberto Vacca

DEBITO E PATRIMONIO

di Gianni Fodella, docente universitario di Economia all’Università statale di Milano

Per una rettifica dei termini

Siamo immersi nel disordine e a questa confusione contribuiscono potentemente giornali, radio e televisione, i mass media che sarebbe più corretto chiamare mezzi di disinformazione di massa.

Molto di ciò che è accaduto a danno dell’umanità deriva dalla mancanza di una vera comprensione della realtà di cui è in buona parte colpevole l’uso irresponsabile della lingua. Le parole vaghe e imprecise sono fonte di confusione, nascono da concetti sbagliati e perpetuano l’errore nel quale si dibatte l’umanità quando si propone di analizzare un problema per risolverlo.

Come sarebbe bello invece, nello scrivere e nel parlare, impiegare soltanto parole che abbiano un significato preciso e univoco facendo uso di termini che non diano origine a equivoci. Per un grande pensatore del remoto passato nel “rettificare i nomi”, nell’usare i “nomi con il loro significato vero” – in cinese zhen ming (zhen = vero, reale, genuino, giusto; ming = nome) – consiste precisamente l’arte di governare. Quando le parole hanno significati ambigui non può esserci buongoverno e si rischia che a dominare sia invece il malgoverno.

 

La prima importante distinzione da fare è quella tra REDDITO e RICCHEZZA

Accade infatti spesso che venga usata a torto la parola RICCHEZZA come sinonimo di REDDITO per indicare il REDDITO NAZIONALE, l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese.

 

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Infatti il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

La RICCHEZZAo PATRIMONIO o CAPITALE invece può essere misurata non soltanto relativamente a un anno, ma anche in relazione a un dato momento preciso, mentre il REDDITO o PIL “istantaneo” sarebbe un non senso dal punto di vista logico, e quindi anche economico.

 

DEBITO e PIL: entità non confrontabili tra loro

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non ha senso paragonare il DEBITO PUBBLICO al REDDITO NAZIONALE o PIL, come incautamente stabilito dai parametri di Maastricht e come ci viene continuamente ribadito in ogni resoconto giornalistico e in ogni dibattito al quale partecipano persone che dovrebbero sapere di cosa parlano. Non è infatti ragionevole e razionale confrontare una grandezza appartenente al novero dei concetti fondo a una grandezza appartenente al novero dei concetti flusso.

Se questa correlazione viene invece fatta, ne nasce una confusione concettuale che porta ad essere in errore nell’analisi della situazione e a prendere decisioni di politica economica errate perché basate su presupposti privi di coerenza logica ed economica.

E’ sorprendente constatare come persino gli economisti e i giornalisti specializzati in materia economica che partecipano agli innumerevoli dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti non sentano il bisogno di chiarire come stiano veramente le cose.

In verità, la ragione di tale imprecisione e sciatteria terminologica fonte di confusione, nasce dal fatto che gli economisti non si sono mai veramente interessati della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese, ma sempre e soltanto del REDDITO e del suo andamento. E’ soltanto da qualche anno, da quando la consapevolezza della distruzione e della menomazione dell’ambiente risulta ormai evidente ai cittadini (ma a quanto pare non alla maggioranza degli economisti), che il problema della depauperazione della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese comincia ad essere percepito.

Se consideriamo poi il DEBITO PUBBLICO dei vari Paesi, è evidente che il problema per i governi non è stato tanto quello della sua entità in termini assoluti, quanto piuttosto quello della gestione nel tempo del DEBITO stesso.

 

SERVIZIO DEL DEBITO e PIL

L’ammontare del DEBITO PUBBLICO che si è venuto formando nel corso degli anni dà annualmente origine al SERVIZIO DEL DEBITO PUBBLICO costituito da:

1) pagamento degli interessi sui titoli in essere in quell’anno;

2) rimborso dei titoli che giungono a scadenza in quello stesso anno.

 

Ed è il valore del SERVIZIO DEL DEBITO che può essere utilmente correlato al valore del PIL, che dà origine al debt service ratio o tasso del servizio del debito, e che permette di valutare l’onere che comporta il livello di indebitamento del Paese per il bilancio pubblico.

 

DEBITO e RICCHEZZA

A quale grandezza correlare il DEBITO PUBBLICO (concetto fondo) accumulato? Non si può confrontare con il REDDITO o PIL (concetto flusso) ma più ragionevole sarebbe compararlo alla RICCHEZZA NAZIONALE o PATRIMONIO (concetto fondo), una grandezza la cui misurazione non è tuttavia facile per la presenza di beni che non hanno prezzi di mercato. Anche da ciò nasce il disinteresse degli economisti per la misura del PATRIMONIO.

Ma questa mancanza di interesse risulta sempre più colpevole man mano che scopriamo di depauperare il CAPITALE o PATRIMONIO o RICCHEZZA NAZIONALE nei processi produttivi che accelerano l’entropia e che consumano, senza badare agli sprechi, le risorse non rinnovabili del pianeta Terra.

La RICCHEZZA NAZIONALE, soprattutto in Paesi di antica civiltà e popolosi come l’Italia, favorita da un clima mite adatto alla vita del genere umano, è di dimensioni straordinariamente grandi e comprende il PATRIMONIO NATURALE e il CAPITALE SOCIALE FISSO.

Il PATRIMONIO NATURALE è l’insieme dei beni di cui la natura ha dotato il Paese; gli economisti hanno parlato (soprattutto in passato) delle risorse naturali in termini di dotazione dei fattori (factor endowment) e hanno attribuito importanza soprattutto a quelle risorse naturali di rilevanza economica come terra coltivabile, pascoli, foreste e giacimenti minerari, ma dobbiamo tener presente che di questo  PATRIMONIO NATURALE fanno parte anche cespiti appartenenti al demanio quali laghi, lagune, fiumi, monti, spiagge, giacimenti di acque dolci di falda e acque territoriali marittime che normalmente non sono oggetto di valutazione economica né di compravendita.

Le condizioni climatiche, la piovosità e la collocazione geografica, e quindi la distribuzione del territorio in base a latitudine/longitudine e all’altitudine, sono tutti elementi che permettono di valutare il PATRIMONIO NATURALE di un Paese e di cui sarebbe importante una stima condotta periodicamente, anche al fine di accertare in che misura esso sia rimasto inalterato nel tempo o si sia ridotto minando in maniera più o meno rilevante le condizioni di vita della popolazione insediata nel territorio di quel sistema economico, e compromettendo o meno le possibilità di vita delle generazioni future.

Per esempio, i terreni agricoli coltivati a mais in Italia stanno facendo diminuire il valore economico di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sia perché ne viene ridotta la fertilità naturale, sia per l’introduzione di elementi inquinanti, sia infine per il depauperamento della falda acquifera alla quale si attinge per irrigare il mais, una coltura cerealicola altamente sfruttante dei terreni.

Se la falda acquifera della Pianura Padana è stata inquinata dall’uso industriale di prodotti chimici non biodegradabili come la trielina e dai residui dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e dei diserbanti usati nella coltivazione del riso, una stima della riduzione di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sarebbe opportuna in modo da porvi rimedio, ma anche perché si potrebbe così scoprire che una parte del reddito o PIL prodotto dal Paese annualmente con l’esercizio dell’attività agricola, non è vero reddito o PIL ma proviene dal depauperamento del CAPITALE o PATRIMONIO NATURALE; scambiare per reddito il patrimonio che si riduce è una pratica lesiva delle condizioni di vita e delle generazioni future. A livello microeconomico questo errore non viene compiuto: i saggi amministratori delle imprese sanno che il patrimonio dell’azienda va protetto, mantenuto, sostituito facendo uso dei fondi di ammortamento.

Il PATRIMONIO di un Paese non è costituito soltanto della sua componente naturale, ma a questa deve essere aggiunto il CAPITALE SOCIALE FISSO (social overhead capital), quella parte del PATRIMONIO costruita dall’azione dell’uomo. Ne fanno parte i terrazzamenti di colline e montagne per rendere possibile, più agevole e produttiva l’agricoltura, i canali per irrigazione e navigazione, le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, le reti idriche elettriche telefoniche fognarie e le costruzioni di ogni tipo dalle scuole agli ospedali, dagli stadi alle caserme, dalle fabbriche alle banche, dai palazzi pubblici e per abitazioni private ai luoghi di culto.

Che le varie componenti del CAPITALE SOCIALE FISSO siano di proprietà pubblica o privata non è poi così rilevante come si potrebbe credere, quello che conta è la sua entità, la sua regolare periodica manutenzione e il suo grado di utilizzo.

Un capannone costruito su un terreno coltivabile pianeggiante che non venga utilizzato a fini produttivi porta alla riduzione sia del CAPITALE SOCIALE FISSO sia del PATRIMONIO NATURALE costituito dalla terra resa incoltivabile dalla presenza del capannone. Se un edificio viene abbandonato o un ramo ferroviario dismesso, significa che è venuta meno una porzione di CAPITALE SOCIALE FISSO, non importa se di proprietà pubblica o privata. Tuttavia, ragioni di prudenza vogliono che almeno una parte di esso sia o rimanga di proprietà pubblica.

 

DEBITO PUBBLICO  e  PATRIMONIO PRIVATO

Veniamo ora alle ragioni che hanno portato alla nascita del DEBITO PUBBLICO, quello che lo Stato contrae con i risparmiatori, e all’esame dei suoi precisi connotati.

Si tratta di quell’ammontare di risorse liquide che la mano pubblica – emettendo Titoli di Stato (in Italia BOT, CCT, CTZ, BTP, BOC e assimilati) – ha nel corso del tempo incamerato per poter far fronte alle proprie esigenze di spesa senza dover ricorrere all’allargamento dell’imposizione fiscale diretta o indiretta.

Attraverso la fiscalità i governi impongono ai cittadini di cedere allo Stato una parte non irrilevante dei redditi da loro prodotti nel corso dell’anno; non è possibile sottrarsi a questa imposizione senza violare le norme e divenire evasore fiscale.

L’evasione fiscale non è purtroppo sempre combattuta con i metodi e gli strumenti più idonei e nel nostro Paese rimane un problema parzialmente irrisolto. Un incentivo all’elusione e all’evasione fiscale è la pressione fiscale, soprattutto quando essa diviene molto pesante e addirittura intollerabile quando le imprese rispettose delle norme fiscali si trovino come oggi a competere con imprese che evadono il fisco o il cui capitale non costa nulla perché ha origini criminose ed è frutto di attività illegali.

Gli introiti per l’erario grazie alle vendite dei Titoli di Stato italiani, acquistati dai privati e dalle istituzioni, vanno visti come preziose fonti complementari delle entrate fiscali e in qualche modo anche come un surrogato delle imposte evase o eluse.

 

Il DEBITO PUBBLICO è quindi una benedizione, uno dei capisaldi che permettono alla macchina amministrativa dello Stato di perseguire meglio le proprie finalità e di svolgere fino in fondo le proprie funzioni riducendo al minimo le sofferenze della popolazione.

Chiedere ai cittadini i loro risparmi, remunerandoli adeguatamente, per svolgere compiti di interesse nazionale ai quali si potrebbe adempiere soltanto con un’imposizione fiscale aggiuntiva, è un comportamento degno di un governo giusto ed equo.

In quest’ottica l’obiettivo del pareggio di bilancio – considerato da alcuni un obiettivo così importante da dover essere perseguito ad ogni costo e da essere inserito addirittura nella carta costituzionale dello Stato – si rivela come riduttivo, poco lungimirante e lesivo dei veri interessi dei cittadini.

Esaminiamo ora come si configuri quella parte del PATRIMONIO PRIVATO che non è costituito da attività reali (abitazioni, terreni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento) ma da valori mobiliari che rappresentano potere d’acquisto (denaro contante, depositi bancari e del risparmio postale, titoli pubblici italiani e stranieri, obbligazioni private, azioni e partecipazioni in società di capitali, fondi comuni d’investimento, porzioni di beni “cartolarizzati” espressi in certificati di proprietà, polizze di assicurazione per fondi pensione e ramo vita, crediti commerciali).

Isoliamo per i nostri scopi i soli titoli pubblici italiani e soffermiamoci sugli aspetti più importanti da sottolineare, e precisamente sui connotati che i Titoli di Stato assumono quando passano di mano dall’ente emittente che si indebita ai sottoscrittori che li acquistano accrescendo per questa via il loro PATRIMONIO PRIVATO:

– per lo Stato emittente assume grande rilevanza il pagamento degli interessi sul totale del debito in essere e la restituzione di quella parte del debito che ogni anno giunge a scadenza, problema denominato della gestione del “servizio del debito” il cui onere annuo rispetto al PIL (tasso di servizio del debito = debt service ratio) implica come già detto una stretta correlazione con il reddito prodotto annualmente;

– per il cittadino sottoscrittore gli interessi derivanti dal pagamento delle cedole annesse ai titoli, rappresentano un flusso di reddito da destinarsi a consumo o a risparmio/investimento, mentre i titoli del DEBITO PUBBLICO posseduti sono parte del suo PATRIMONIO o ricchezza o capitale che dir si voglia.

 

Questo duplice aspetto che assume il DEBITO PUBBLICO, di essere al contempo un obbligo di segno negativo per la mano pubblica e nello stesso tempo parte della RICCHEZZA NAZIONALE posseduta dai privati, è una caratteristica essenziale e trascurata della sua vera natura.

Quindi, lungi dall’essere un onere intollerabile che grava sul futuro dei nostri figli e nipoti, e pur costituendo un’obbligazione della mano pubblica, i titoli rappresentativi del DEBITO PUBBLICO divengono contestualmente parti del PATRIMONIO PRIVATO, familiare o societario, di coloro che li hanno acquistati e tali rimarranno, pur potendo essere negoziati in qualsiasi momento, per tutto il tempo della loro durata o vita residua, fino alla naturale scadenza.

E’ sempre stato difficile immaginare uno strumento di investimento altrettanto sicuro, semplice da usare e flessibile quanto i titoli del DEBITO PUBBLICO; per questo i risparmiatori italiani li hanno sempre apprezzati e favoriti nelle loro scelte di investimento dei risparmi, anche quando erano consapevoli che gli alti tassi di remunerazione non sarebbero bastati a coprire la crescita dei prezzi al dettaglio di beni e servizi, e consci dei rischi, dato che il variare dei tassi avrebbe reso instabili i corsi dei titoli a più lunga scadenza.

Questa instabilità (oggi si preferisce chiamare questo andamento erratico volatility) potrebbe tradursi talvolta in perdite per chi abbia urgente necessità di vendere, ma anche permettere di realizzare guadagni in conto capitale sfruttando i momenti favorevoli.

 

DEBITO PUBBLICO  e  DEBITO ESTERO

Ridottosi con l’avvento dell’euro il rischio di cambio che caratterizzava la lira, i titoli pubblici italiani hanno cominciato ad essere acquistati anche da investitori esteri, molti dei quali desiderosi non tanto di goderne regolarmente i frutti dati dai rendimenti, quanto di dedicarsi alla compravendita speculativa ad alta frequenza.

Alla base della speculazione contro i titoli italiani del debito pubblico vi è la diffusione di notizie che creano un clima d’incertezza (sulla solvibilità degli Stati e sulla tenuta dell’euro) attuato con metodi che dovrebbero portare alcuni protagonisti come le agenzie di rating (ma non soltanto) a essere incriminati per aggiotaggio, e agevolato da comportamenti inadeguati delle autorità europee (Commissione, BCE Banca Centrale Europea, EBA European Banking Authority/Agency) e di alcuni Governi che si avvantaggiano dei più bassi tassi ai quali possono indebitarsi.

Anche se la quantità dei titoli oggetto di speculazione può essere relativamente modesta, l’elevato numero e la velocità delle transazioni telematiche danno ai movimenti speculativi un “potere di mercato” determinante che li rende protagonisti senza rivali dell’andamento dei corsi che determinano i tassi reali di remunerazione dei titoli.

Per creare un argine, se non porre termine, a una situazione che danneggia quei sottoscrittori che acquistano i titoli pubblici italiani senza intenti speculativi ma con l’obiettivo di crearsi una rendita sicura, non vi è che un rimedio: ricomprare i titoli del debito pubblico italiano facendoli ritornare in patria.

Far tornare nelle nostre mani almeno una parte del debito pubblico italiano detenuto all’estero, e che attraverso la speculazione di cui è oggetto contribuisce a perpetuare un clima di sfiducia nei confronti dei titoli pubblici italiani e dei titoli denominati in euro in generale, può essere non soltanto un gesto patriottico, ma anche una mossa che nello stesso tempo può contribuire a sanare una situazione di palese ingiustizia, a favore di Paesi dell’area euro in condizioni simili o addirittura peggiori della nostra. Se non è equo che l’Italia sia costretta ad indebitarsi al 7% mentrela Germaniapossa farlo a meno del 2%,la Franciaa poco più del 3% e anchela Spagnaa tassi inferiori ai nostri di quasi due punti percentuali, l’aspetto positivo di questa situazione che penalizza i conti pubblici italiani è che con interessi così elevati pagati dai titoli pubblici italiani le famiglie che li detengono possano godere di rendite consistenti che non sarebbe agevole istituire altrimenti.

Diventa quindi urgente passare a misure concrete senza attendere oltre. Nell’esempio fatto in APPENDICE* si mostra come spendendo oggi 113.930 euro, si potrebbe ottenere una rendita mensile netta di 656 euro per circa 12 anni (94.464 euro) ricevendo poi alla scadenza del BTP (1 novembre 2023) il rimborso di 100mila euro.

Tuttavia, perché il sistema economico ne tragga davvero vantaggio, occorre che beneficino della creazione di queste consistenti rendite i residenti in Italia che le potranno così destinare a consumi o a investimenti tali da permettere all’economia del Paese di beneficiarne.

C’è chi sostiene che in Italia non vi siano più le risorse patrimoniali per comprare una parte consistente del DEBITO PUBBLICO italiano detenuto da investitori esteri. Ma è giustificato questo pessimismo? Non lo è per diverse ragioni, ma soprattutto per i fatti concreti descritti e analizzati in vari studi l’ultimo dei quali ad opera della BANCA D’ITALIA “La ricchezza delle famiglie italiane  Anno 2010” Nuova serie  Anno XXI – Numero 64, pubblicato il 14 Dicembre 2011 http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2011/suppl_64_11.pdf

 

PATRIMONIO e DEBITO PRIVATO in Italia

Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane, sostanzialmente invariata rispetto alla fine del 2009, era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda (5925 miliardi di euro), le attività finanziarie il 37,8% (3600 miliardi di euro).

Tenendo conto che alla data dell’1-1-2011 la popolazione residente in Italia era secondo l’ISTAT di 60.626.442 individui, la ricchezza media impiegata in attività reali era pari a 97.730 euro pro-capite mentre quella impiegata in attività finanziarie era di 59.380 euro pro-capite.

Poiché le passività finanziarie ammontavano a 887 miliardi di euro, dalla ricchezza finanziaria pro-capite andavano dedotti mediamente 14.630 euro, portando la ricchezza finanziaria netta pro-capite a 44.750 euro, quindi 2713 miliardi di euro in totale, somma alla quale potrebbe, e dovrebbe, essere correlato l’intero ammontare del DEBITO PUBBLICO italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro (30.400 euro pro-capite) nel 2010, composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni) quasi completamente a tasso fisso.

Il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane, il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% (816 miliardi di euro) è allocato all’estero (fonte: Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, maggio 2011).

Se per evitare pericolose speculazioni da parte dei mercati esteri ci impegnassimo ad acquisire i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero (per fare in modo che ne rimanga all’interno almeno l’85%) dovremmo sborsare 544 miliardi di euro, una somma grande ma relativamente modesta in termini pro-capite (8.973 euro) che riporterebbe la quota di titoli pubblici italiani detenuti da residenti ai valori percentuali di alcuni anni fa, prima dell’allontanamento dai nostri titoli a favore di carta finanziaria italiana ed estera (azioni, obbligazioni, fondi) rivelatasi nel tempo molto deludente sul piano dei rendimenti annui, ma soprattutto in termini di guadagni attesi in conto capitale.

Per esempio nel 1995 il valore dei titoli pubblici italiani che erano nel portafoglio degli italiani e quindi parte del loro PATRIMONIO, era equivalente a 326,7 miliardi di euro correnti e le obbligazioni private italiane (quasi tutte bancarie) ammontavano a 40,7 miliardi di euro.

Nel 2010 i due dati (sempre in euro correnti) erano divenuti rispettivamente 181,4 e 366,7 miliardi di euro. I depositi su conto corrente bancario sono passati nello stesso periodo da193,8 a494,4 miliardi di euro correnti. I fondi comuni d’investimento sono passati da 67,4 (1995) a 238,2 (2010) miliardi di euro correnti dopo essere stati ben più cospicui nel 1998 (369,1), 1999 (470,5), 2000 (475,4), 2001 (408,9), 2002 (373,2) ed essere rimasti su questi livelli fino al 2006 (367); salvo precipitare poi a 190,6 nel 2008 dopo essere stati 320 miliardi di euro nel 2007 e 221 nel 2009.

Per acquistare dunque i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero pari a 544 miliardi di euro, basterebbe ridurre l’entità di alcune voci, a cominciare dai depositi bancari (non soltanto quelli in conto corrente) che ammontavano nel2010 a657,3 miliardi di euro, dato che i titoli del debito pubblico italiano sono facilmente ri-trasformabili in depositi bancari. A questi si potrebbero aggiungere i parziali smobilizzi delle obbligazioni private italiane (366,7 miliardi di euro) e i titoli esteri (165,1 miliardi di euro) che, godendo di rendimenti modesti e di corsi superiori a 100, potrebbero essere utilmente venduti.

La crescente domanda di titoli italiani ne farebbe aumentare il prezzo e ridurre i rendimenti, ma probabilmente senza cambiare radicalmente la situazione se non nella natura della proprietà, da estera a italiana.

Come si vede non soltanto esistono margini tali da consentire spostamenti piuttosto ampi nel portafoglio finanziario dei risparmiatori, ma si sta facendo sempre più strada la consapevolezza degli errori commessi dalle banche e dai promotori finanziari che  hanno spinto, senza sufficiente riflessione e ponderazione e badando al loro immediato tornaconto, i risparmiatori a mutare il quadro operativo nel quale veniva gestito quella parte del reddito non consumato chiamato risparmio.

Persino le passività finanziarie di cui gli italiani sono titolari (e che nel 2010 ammontavano a 887 miliardi di euro, e cioè 14.630 euro pro-capite), indicano che la situazione è sotto controllo.

Infatti, la voce principale del debito privato degli italiani (367,6 miliardi) si riferisce a prestiti per l’acquisto della casa; il credito al consumo (120,3 miliardi) è cresciuto molto in questi ultimi anni ma resta relativamente modesto indicando che gli italiani non vivono ancora al di là dei propri mezzi, come si fa invece in Paesi considerati a torto virtuosi e come mostrano i seguenti confronti internazionali dai quali appare inequivocabilmente che le famiglie italiane risultano le meno indebitate, dato che l’ammontare dei debiti è in Italia pari all’82% del reddito disponibile mentre in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone è del 130%, nel Regno Unito del 170%.

Inoltre, per finire, occorre sapere che le famiglie italiane dispongono di una RICCHEZZA elevata e pari nel2009, a8,3 volte il REDDITO disponibile, contro 8 volte nel caso del Regno Unito, 7,5 volte della Francia, 7 del Giappone, 5,5 del Canada e 4,9 volte degli Stati Uniti.

Dov’è allora tutta questa virtù dei nordici e dei Paesi che indichiamo come modelli ai quali guardare con ammirazione?

Non soltanto quindi le risorse finanziarie per ricomprare una fetta importante del nostro DEBITO PUBBLICO ora all’estero ci sarebbero, date le dimensioni del PATRIMONIO PRIVATO di cui gli italiani dispongono – e osservando che i debiti si ripagano attingendo al patrimonio più che al reddito – ma approfittando per una volta della cattiva stampa di cui l’Italia soffre sempre, potremmo ricomprarlo a prezzi convenienti, se ci affrettiamo a farlo concretamente.

I tempi che stiamo attraversando consigliano prudenza, e non soltanto in materia finanziaria. La linfa vitale costituita dal lavoro si inaridisce ogni giorno di più e al risparmio si chiede sempre meno di restare negletto o mettersi pericolosamente in gioco per accrescersi e moltiplicarsi con rapidità.

Più modestamente dovremmo desiderare che il risparmio potesse venire in aiuto al reddito decrescente, o addirittura che potesse fare le veci di un reddito che, mancando il lavoro, non siamo più in grado di generare in modo sufficiente a mantenere il livello di vita al quale siamo abituati.

 

APPENDICE*

UN ESEMPIO DI INVESTIMENTO IN BTP-BUONI DEL TESORO POLIENNALI

Può essere importante che le famiglie procedano al più presto a questo investimento a sostegno del Paese consapevoli dei rischi (modesti) ma anche della possibilità che, abbassandosi i tassi di interesse ai quali l’Italia oggi si indebita, i corsi crescano permettendo dei sostanziosi guadagni in conto capitale in caso sia necessario vendere i BTP prima della scadenza naturale.

E’ lecito chiedersi di che dimensioni siano questi rischi, che abbiamo etichettato come modesti perché perfettamente consapevoli che la loro entità verrà ridotta o ingigantita dall’opinione che se ne faranno i protagonisti concretamente operanti nel mercato, dato che, come recita l’unica vera legge riguardante il funzionamento dell’economia: “ciò che è creduto vero diventa vero se ci si comporta di conseguenza”. La nostra fiducia nel Paese e nella solidità dei suoi titoli sarà determinante se li acquisteremo, riducendo i nostri investimenti in carta finanziaria estera e attingendo ai depositi in conto corrente, dato che i titoli sono facilmente ritrasformabili in denaro.

Ci siamo resi conto a nostre spese di ciò che i Paesi poveri sapevano da tempo, e cioè quanto sia pericoloso avere un DEBITO PUBBLICO che sia anche soltanto in parte DEBITO ESTERO, trasformazione che nel caso nostro è avvenuta come un fatto naturale quando l’euro è divenuta la moneta dell’Italia ed è quindi cresciuto l’interesse degli investitori esteri per i nostri titoli.

Inoltre, avendo data la possibilità agli italiani di investire in carta finanziaria (obbligazioni e azioni) di emissione estera, ciò ha implicato un calo d’interesse degli italiani per i titoli nazionali al punto che da 326,7 miliardi di euro investiti in titoli pubblici italiani nel 1995 si è passati a 181,4 nel 2010: è ora di correre ai ripari.

 

Prendiamo – come esempio di titolo pubblico su cui riflettere per fare un oculato investimento e creare così una rendita per la propria famiglia – il BTP trentennale al 4,50% semestrale che, emesso l’1 novembre1993 a93,75 (invece che a 100), rende ai suoi sottoscrittori non il 9% ma il 9,60% annuo per tutti i 30 anni della sua vita, fino al rimborso dell’1 novembre 2023, indipendentemente dall’andamento dei tassi e da ogni altra variabile.

Pur essendo questo tipo di investimento in un titolo pubblico certo nelle sue premesse e sicuro nelle sue conclusioni, sono i tassi ai quali lo Stato si indebita durante la vita del BTP che possono influenzare il corso di ciascuno dei BTP in essere, e cioè il prezzo al quale può essere venduto e comprato nel mercato secondario dei titoli prima della data del rimborso a scadenza. Così, continuando nell’esempio, chi avesse voluto vendere questo BTP poco più di un anno dopo la sua emissione sarebbe incorso in gravi perdite in conto capitale.

Infatti, nella primavera del 1995, quando a causa dell’aumento dei tassi dovuto all’inflazione erano in circolazione BTP a 2-3 anni al 14,50%, il corso del BTP novembre 2023 al 9% era sceso a circa 77,80 procurando, a chi l’avesse comprato nel mercato secondario, una rendita dell’11,57% circa per i restanti 28 anni e più di vita del titolo, ma causando una perdita sostanziosa (circa il 17%) in conto capitale per chi l’avesse sottoscritto all’emissione e poi venduto dopo poco più di un anno.

Ma la situazione muta ancora, e radicalmente, in pochi anni e al 6 maggio 1998, sui 42 Buoni del Tesoro Poliennali in vita a quella data, vi erano 25 BTP con rendimenti compresi tra 9% e 12,50% e 17 BTP con rendimenti compresi tra 4,75% e 8,75%. Tenendo conto dei corsi ai quali tali titoli venivano scambiati, i tassi di rendimento erano più bassi di quelli nominali e così per esempio il BTP maggio 2003 al 4,75% era quotato 99,49 (il solo sotto la pari), mentre il BTP novembre 2023 al 9% era quotato 145,38 (il corso più elevato di tutti i 42 BTP perché a scadenza più lontana tra quelli a tasso di interesse elevato).

Al 6-1-2004 erano in vita nove BTP con rendimenti annui compresi tra l’8,50% e il 10,50% i cui corsi erano tutti sopra la pari e il più alto dei quali era sempre il BTP 1 novembre 2023 al 9% quotato quel giorno 151,15. Si noti che su questi andamenti non ha inciso il fatto che le emissioni fossero state denominate in lire fino al 1998 e poi dall’1-1-1999 anche in euro, e soltanto in euro dall’1-1-2002.

er completare l’esempio guardiamo infine alla situazione odierna, caratterizzata dai tassi modesti generati dall’avvento dell’euro che ha portato a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.

Sui 63 BTP in essere al 12 gennaio 2012 (e 7 di questi BTP scadranno tra l’1 febbraio e il 15 dicembre 2012) ve ne sono 26 con rendimenti compresi tra l’1,85 e il 3,75%, 34 con rendimenti compresi tra il 4 e il 6,50% e soltanto tre titoli con rendimenti superiori: i BTP 2023 al 9% e all’8,50% e il BTP 2026 al 7,25%. Questi ultimi sono quotati sopra 100, mentre gli altri 60 BTP sono quasi tutti sotto la pari (salvo 9 quotati circa 100), con il risultato di dare, come per i BTP di nuova emissione, rendimenti lordi medi che si aggirano intorno al 7%.

Ciò significa che comprando 100mila euro nominali di questo BTP (quotato il 18 gennaio113,93 inchiusura) che richiede un investimento di 113.930 euro, si otterrebbe una rendita annua netta di 7.875 euro (9.000 euro lordi meno l’imposta cedolare secca del 12,50%) pari a 656 euro al mese fino al novembre 2023, quando si riceverebbe il rimborso di 100mila euro alla scadenza del BTP.

 

NOTE

Diamo allora inizio alla rettifica di pochi nomi – REDDITO o PIL e RICCHEZZA o PATRIMONIO o CAPITALE – ma oggi essenziali per la civile convivenza e perché siano evitati errori gravidi di conseguenze negative per la vita dei singoli e dei popoli.

Accade infatti spesso che, volendo parlare del REDDITO NAZIONALE (l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese) o del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL, il valore della produzione di beni e servizi realizzati all’interno del Paese in un certo anno), venga spesso usata a torto la parola RICCHEZZA come se si trattasse di un sinonimo di REDDITO o PIL.

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

A quanto ammontava il PATRIMONIO di Caio alle ore 12 del 18 gennaio 2012? E’ una domanda alla quale è possibile rispondere tenendo conto dei corsi dei titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) posseduti da Caio e della stima del valore di mercato degli immobili e oggetti di valore che egli possedeva in quel momento. Nel caso Caio abbia dei debiti si dovrà sottrarne l’ammontare per avere il valore (stimato ai prezzi di mercato di quel momento) del suo PATRIMONIO al netto dei debiti.

Il debt service ratio o tasso del servizio del debito nasce da:

SERVIZIO DEL DEBITO diviso PIL moltiplicato per 100,

che ci dice quanto pesa in termini percentuali sul PIL la gestione del DEBITO PUBBLICO accumulato nel corso degli anni.  Non sembra equo che vi siano Paesi dell’area euro gravati da un servizio del debito molto più oneroso di quello di altri Paesi della stessa area.

Gianni Fodella

SE VERRA’ IL DEFAULT

Ha previsto Luciano Gallino, noto sociologo, che probabilmente il benessere, o forse ha scritto la crescita, non tornerà più. Se avesse visto giusto, se Monti non riuscisse a battere lo spread, non saremmo abbastanza vicini all’insolvenza? Il governo di Atene annuncia il proprio default a marzo se non taglierà di nuovo gli stipendi pubblici. Potrebbe dichiarare fallimento l’Ungheria. Vogliamo tutti mantenere la calma, anche perché da noi le apparenze quotidiane sono rassicuranti. Però il rischio della bancarotta non è diminuito. Per il caso che Monti venga sconfitto dall’insostenibilità del debito, non possiamo che  prepararci ad amputare in grande la spesa pubblica non essenziale.

Sarà essenziale l’acquisto degli F35, dei sommergibili, dei mezzi corazzati, dei prodigi digitali, eccetera? No, dunque andranno disdetti contratti per una cinquantina di miliardi, pagando una parte simbolica delle penali; è difficile che per vendetta BushObama ci mandi contro i Marines. Finmeccanica e l’indotto bellico chiudano. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato tagli al Pentagono per complessivi 1000 miliardi di dollari. Qui da noi bisognerà azzerare quasi tutte le voci del bilancio della Difesa. Abbiamo in uniforme più persone (non ridete, ci sono  pure le guerriere) che la Germania o che la Gran Bretagna. Abbiamo centinaia di generali, migliaia di ufficiali e sottufficiali superflui: tutti da dismettere. Dovranno finire anche le erogazioni minori per rappresentanza, prestigio e simbolo. Per esempio, i cambi della guardia ai Sommi Palazzi, con soldati e soldatesse vestiti come fotomodelli, sono tutt’altro che a costo zero, sono sprechi colpevoli.

 

Se arriva il default lo Stato dovrà dimezzare la spesa: senza colpire i programmi sociali se non dove siano eccessivi o sprecati. Dovrà pagare un modesto assegno alimentare ad alcuni milioni di disoccupati -p,es, prevedere 50 miliardi perché 10.000 euro all’anno facciano sopravvivere ciascuna delle famiglie che resteranno senza reddito- e dovrà allargare gli aiuti (distribuiti direttamente da nostri reparti armati) agli affamati d’Africa. Quasi tutto il personale diplomatico, e parte di quello amministrativo, della Farnesina andrà messo in libertà. Lo Stato dovrà tagliare ferocemente ovunque. Gli assegni di soccorso dovranno essere uguali per tutti i colpiti, dagli ex-bidelli agli ex-ambasciatori ai boiardi di stato. I diritti acquisiti dovranno essere cancellati. La patrimoniale esproprierà di fatto le fasce superiori, e chi esporterà i capitali dovrà lasciare il paese.

In caso di bancarotta la meno giustificabile di tutte le spese risulterà il bilancio del Quirinale, da ridurre a un decimo come tutti gli altri costi della politica. Lo stato di calamità legittimerà la sospensione della Costituzione, della Consulta, delle assemblee legislative, dei relativi stipendi, rimborsi, vitalizi. Quasi tutti i responsabili della cosa pubblica dovranno prestare opera gratuita.  In questo contesto ridurre a un decimo il bilancio del Quirinale sarà il minimo. Che il Paese, ex-povero ed ora di nuovo minacciato, tratti il Primo Cittadino col fasto criminale dei papi del Rinascimento e di Umberto I (sovrano di un regno di tubercolotici, tanto buono da usare l’artiglieria contro i popolani del ’98. Suo padre, Vittorio Emanuele II, non abitò mai il Quirinale) è canagliesco. E’ anche tamarro, se la regina d’Inghilterra esige meno. In questi 150 anni tutti i capi dello Stato, monarchici e assai più repubblicani, avrebbero dovuto rifiutare tanto sfarzo. Lo Stato italiano, che non era e non è in grado di trattare con umanità una parte non infima della popolazione, metti i detenuti e le loro famiglie, si macchia di crimini se continua ad assegnare 235 milioni al bilancio del Quirinale. Ventitre milioni  sarà il giusto, e questo comporterà la chiusura e la vendita del Palazzo con le sue residenze estive.

Quanto a dove trasferire il capo dello Stato, il nostro Jone fa una proposta in questo Internauta (v. “Rifulgerà a villa Lubin la vera grandezza”).

JJJ

ANCHE I GAPPISTI DI BORSA SONO TURGIDI DI FEDE

Un’importante gazzetta finanziaria americana ha illustrato un articolo sulla crisi, in USA e altrove, con le fotografie di 18 operatori di borsa, chiamiamoli traders, con le mani nei capelli, le bocche contratte e altre mimiche dello sgomento mentre i tabelloni elettronici annunciano i soliti tracolli. Le immagini sono pregnanti: i traders sono miniprotagonisti del nostro tempo come nel 1944-45  furono i partigiani dei Gap, manovalanza della ferocia che uccideva, p.es. il filosofo Gentile o i parenti dei fascisti o i tirolesi di via Rasella, su decisioni recapitate loro da intrepide portaordini cicliste, future deputate togliattiane.

I traders si espongono ai crolli ogni giorno perché il Sistema viva. Non sono loro i responsabili dei misfatti finanzcapitalisti, così come i gappisti in bicicletta non decidevano bensì attuavano le esecuzioni. Un credo ideologico accomuna i sicari di Borsa a quelli del Gap. I secondi avevano fede nel comunismo, allora tutt’uno con lo stalinismo; i primi hanno fede nella santità del denaro. I gappisti avrebbero potuto dubitare che fosse giusto uccidere, sprattutto alle spalle, soprattutto da angoli relativamente sicuri, soprattutto quando tutto era studiato in funzione di un’immediata fuga che scaricava su altri, innocenti, l’immancabile rappresaglia. I sicari partigiani, se non gli andava storto, ricevevano onori, posti, seggi  a Montecitorio. I gappisti di Borsa, quando non si mettono di traverso le quotazioni, guadagnano molto. Eppure potrebbero chiedersi se la loro professione sia onorevole.

E’ certamente vero che la finanza non è tutta rapinatrice né tutta fraudolenta. Però chi sa montare arcani modelli matematici per prevedere andamenti e ‘futures’ ha ampie risorse mentali e -non si direbbe- etiche per giudicare la liceità di un contesto che, per produrre i parossismi di disuguaglianza che conosciamo, non può che impoverire, magari di poco, i molti per arricchire i pochi. Tempo fa Alessandro Profumo, allora capo di Unicredit, confidò compiaciuto a chi lo intervistava che la sua mamma lo rimproverava “Guadagni troppo” e che lui, figlio amorevole, la rassicurava “E’ perché sono molto bravo”. Bravo sicuramente sì, se lasciando Unicredit ha percepito quaranta milioni (a carico dei microcorrentisti qui sotto derisi), e se da qualche mese si offre alla patria in pericolo come il manager-in-chief moderno e benvisto a sinistra che mette fine al marasma senza impensierire i traders. Tuttavia qualche conto non deve tornare se una Procura lo ha indagato, magari sbagliando, in compagnia di altri bravi bravissimi escogitatori di operazioni finanziarie.

I gappisti di via Rasella e del Salviatino a Firenze (lì, sulla porta di casa, la ‘giustizia di popolo’ freddò Giovanni Gentile) non si ponevano domande perché erano turgidi di fede stalinista e il capobanda stalinista di zona aveva mandato a dire di uccidere. I traders non si fanno domande perché hanno pronunciato  voti di capitalismo;  in più sanno che il capitalismo non è la religione dei soli ricchi: pure di oceani di aspiranti al ceto medio. Per esempio, a decine di milioni di italiani -anche se iscritti alla Fiom, se votanti per Vendola, se impegnati in decine di cause umanitarie, se coll’anima macrobiotica- non sognatevi di toccare il mercato e la libertà. A partire dagli anni Sessanta il mercato ha dato alle decine di milioni di mini-agiati una casa in proprietà con garage. A nessun figlio di messo comunale il mercato ha negato laurea breve e vacanza a Formentera.

Così, se il gappista di Borsa non ha scrupoli è in quanto, in aggiunta alla fede danarista, sa che il grosso dei miniredditi suoi connazionali non si fa domande. E che nessun quotidiano liberopensatore di De Benedetti e nessun furibondo  santoro bolscevico si sogna di spiegare che la nostra malattia non  passa eleggendo Obama o Anna Finocchiaro senza anche espropriare la ricchezza, senza riscrivere il Codice civile per rimpicciolire i diritti acquisiti, sia elitari sia di massa. Più ancora: misfatti e vergogne resteranno se non rinnegheremo il benessere e gli alti consumi esaltati da ‘Repubblica’, rotocalco con cadenza quotidiana e pubblicità d’alta gamma.

Il gappista del ’44 la faceva franca confondendosi nella gente. Il gappista dello Stock Exchange pure si confonde nella gente, fatta prevalentemente da mezzi spiantati, che però non rinunciano a sognare, magari per i figli, guadagni e mini-bonus da trader.

JJJ

LA CRESCITA E’ DAVVERO URGENTE (E POSSIBILE)?

Il presidente Napolitano esorta insistentemente a promuovere la crescita definendola un’esigenza nazionale “stringente e drammatica” nell’attuale situazione. Difficile obiettare, dal momento che la grande maggioranza degli economisti e, al seguito, anche dei politici premono nello stesso senso. Non manca tuttavia, anche tra gli addetti ai lavori, chi nega che la crescita sia necessaria, possibile ed auspicabile per uscire dalla crisi. E’ il caso dell’attuale presidente tedesco della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Thomas Mirow, un socialdemocratico già collaboratore di Willy Brandt e Gerhard Schroeder e sottosegretario alle Finanze a Berlino. L’autorevole personaggio ha esposto il suo pensiero in una recente intervista al settimanale “Die Zeit” di cui riportiamo qui un’ampia parte (me. sq.).

Non vi sono molti Stati di rilevante peso economico che abbiano spazio per una politica fiscale espansiva. Di sicuro non la Germania, che ha un indebitamento superiore all’80%. Ci siamo posti un tetto al debito che considero estremamente importante. E’ vero che noi ed altri paesi stabili lo paghiamo con interessi modesti, ma nessuno sa quanto stabile sia il livello dei relativi tassi. E anche se resta basso, cresce la spesa per gli interessi che grava sul bilancio.

Non dobbiamo concentrarci troppo sulle misure a breve termine bensì affrontare i problemi strutturali, quali ad esempio le infrastrutture spesso inadeguate o la scarsità di investimenti per l’istruzione.

Quanto alle manovre per tagliare le spese, non credo che vadano abbastanza lontano. La maggioranza degli Stati dovranno prima o poi rendersi conto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Oggi assistiamo ad un fondamentale spostamento del benessere nel mondo. Non credo che nel medio periodo il tasso di crescita pro capite nei paesi industrializzati possa superare l’1,5%. Già per raggiungere questo livello dovremmo compiere ulteriori sforzi, ad esempio completando l’integrazione del mercato interno europeo.

Sarà inoltre necessario convincere la gente che si può vivere bene anche con tassi di crescita più modesti e più realistici. Dovremmo impostare su questa scorta i nostri sistemi di sicurezza sociale e i nostri bilanci pubblici anziché sperare in una crescita che probabilmente non arriverà mai. Una crescita artificiale, in quanto finanziata con debiti, non servirà a salvarci.

Il mio non è scetticismo ma realismo. Non vedo da dove potrebbe provenire un forte aumento della domanda di consumi in una società che ha già tanto. Dato l’alto indebitamento anche gli investimenti pubblici potrebbero contribuire alla crescita solo in misura limitata. Infine, non possiamo permetterci di crescere a spese dell’ambiente. Tutto ciò impone dei freni.

Il problema che dovremmo affrontare è chi pagherà i conti. Gli oneri devono essere ripartiti equamente. In molti paesi i sacrifici vengono imposti proprio a coloro che del boom non hanno beneficiato molto. Dobbiamo perciò pensare a come risparmiare determinate categorie ed esigere di più da altre.

L’economia finanziaria costituisce una fonte importante di creazione di ricchezza, perché allora non dovremmo tassarla adeguatamente? In linea generale, in molti paesi si è cercato di combinare elevate richieste di prestazioni statali con la riduzione di tasse e spese, due cose che non possono stare insieme.

In molti Stati le tasse devono aumentare. Non credo, ad esempio, che i problemi degli Stati Uniti di possano risolvere agendo solo sul lato spese. Quanto alla Germania, non riesco a vedervi lo spazio per apprezzabili riduzioni di tasse. Anche quest’anno i bilanci pubblici rimarranno sensibilmente in deficit, benché l’economia sia cresciuta in modo straordinariamente forte per il secondo anno consecutivo. In una situazione così favorevole si dovrebbe puntare piuttosto ad un saldo attivo del bilancio.

Di fronte alle richieste da parte dei mercati di nuove misure di salvataggio o di emissione di titoli comunitari non dobbiamo lasciarci mettere con le spalle al muro. Credo si possa confidare che Stati come la Spagna e l’Italia sappiano risolvere i loro problemi. Ritengo che un forte aumento del Fondo di salvataggio richiesto da alcune parti sia difficilmente sostenibile sul piano politico. Anche gli Eurobond possono essere di aiuto soltanto a lungo termine, perché un indebitamento comune presuppone un previo rafforzamento dell’integrazione della politica economica e finanziaria.

Può darsi che il nostro governo federale sia troppo esitante a questo riguardo. Però se alla fine il popolo tedesco non seguisse questo o un altro governo sulla via verso una maggiore solidarietà europea ne deriverebbero conseguenze fatali per la Germania e per l’intera Europa. Abbiamo perciò bisogno di un lavoro di persuasione, che è sempre penoso.

F.S.

MEGLIO NON CRESCERE

UNA VIA DI SALVEZZA I

La crescita, al punto in cui siamo, è nemica dell’uomo (esige più consumismo e più devastazione dell’ambiente) ma è anche una chimera. Non il mostro, in fondo simpatico, del mito greco (muso di leone, corpo di capra, coda di drago, fiamme dalla bocca). Bensì la chimera del dizionario Devoto-Oli: “Ipotesi assurda, sogno vano, utopia”. Milioni di voci si levano a invocarla, dai bonzi dell’economia accademica ai guru alla buona dei quotidiani gratuiti, dai bar Sport ai moniti del Colle. Ma, p.es. in Italia, nessuno dice con precisione cosa -di diverso dagli interventi pubblici che dilatano il debito e la corruzione- farà risorgere la crescita. Le liberalizzazioni, le razionalizzazioni, i tagli ai costi della politica arriveranno, forse, quando sarà troppo tardi.

Un ingigantimento dell’export, è difficile. Non ci sono solo Cina e Corea a toglierci i mercati. Aumentano le imboscate da un pulviscolo di produttori inaspettati. C’è persino un improvviso ‘miracolo’ dell’Angola, dove i portoghesi, ex-padroni coloniali, arrivano per trovare lavoro. E’ certo: spunteranno altre Angole, oggettivamente beneficate da mezzo secolo di conquiste sindacali in Occidente. Inutile dire che i proletari dei paesi poveri meritano il beneficio.

Questo o quel comparto del nostro export potrà riprendersi alquanto ma, concomitando l’arretramento di altre nostre produzioni, non saprà far avanzare l’economia intera, cioè produrre crescita. Resta il mercato nazionale. Chi sa immaginare che la domanda interna si gonfi al punto di riaprire le fabbriche di auto o di elettrodomestici, o i cantieri navali già chiusi o di imminente chiusura? Quando risorgessero le risorse per comprare p.es. autobus, chi dice che sarebbe Irisbus a ricevere commesse e non i concorrenti prestigiosi come Mercedes e Volvo, oppure quelli nuovi arrivati dall’Asia o da altrove? Certo, la politica da Roma potrebbe costringere il settore dei trasporti collettivi a preferire Irisbus; ma poi dovrebbe vedersela coll’Europa. Non stiamo pagando 3,5 miliardi per infrazioni alle quote latte? Quando potesse fare acquisti, il settore del trasporto persone comprerebbe sul mercato concorrenziale. Peggio per le navi. Più le maestranze in lotta occupano le autostrade, più confermano che i nostri cantieri non hanno commesse. Le navi sudcoreane costano meno e nulla da dire sulla loro qualità.

Un editoriale di ‘Repubblica’, massima gazzetta del consumismo chic e del denarismo progressista, ammette il 5 ottobre: “Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi: Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso”. Chi ha scritto l’editoriale, Barbara Spinelli, è troppo pensatrice perché ci chiarisca se il ‘crescere diverso’ richiederà o no più Pil. Le resta il merito di avere pronosticato un futuro fatto di meno consumi, cioè di negazione di quell’edonismo che fece la fortuna di ‘Repubblica’ e ‘Espresso’, organi non solo della Bella Gente moderna e liberata, ma anche e soprattutto dei borghesi piccoli piccoli che aspirano ai consumi  e all’allure  della Bella Gente.

Torniamo alla Chimera. Perchè la crescita non sia ‘ipotesi assurda, sogno vano, utopia’ occorrerà che il possente Mercato occidentale esca dalla recessione. Che non si ingrossi l’aggressività commerciale dei paesi di nuova industrializzazione. Che infine le economie come la nostra creino produzioni originali le quali resistano abbastanza a lungo alla concorrenza dei paesi non ancora guadagnati all’edonismo e alle conquiste sindacali.

Sono le speranze che cullano gli ambienti colpiti dalla crisi. Ma essi mirano ai loro vantaggi, non al bene generale. Questo bene non si identifica più nella prosperità materiale. La riscossa dei consumi è da temere, non da desiderare (v. in questo ‘Internauta’ di ottobre il nuovo intervento di “Die Zeit”, contributo di Franco Soglian). Almeno i segmenti sociali più coltivati ripudieranno gli imperativi che hanno imperversato finora.

Dovranno accettare l’abbassamento del tenore di vita. Scoprire la sobrietà, la vita semplice, la povertà persino: anche perché sarà una povertà senza le ferocie del passato. I poveri saranno aiutati (parsimoniosamente ma coprendo le necessità) grazie all’avocazione dei redditi più alti. All’atomismo dell’agiatezza individuale -tanti mutui prima casa, tante cantinette e tanti garage quanti percettori di redditi all’antica- succederanno modi nuovi di organizzazione della sobrietà e del reciproco soccorso (v. in questo ‘Internauta’ i pezzi “Un’opzione nuova per i disoccupati definitivi”, “Guild Socialism contro le disfatte  moderne  dell’equità”, “Marx non tornerà. Però l’Impero del soldo si è ammalato”). Divamperà la ribellione liberista-consumista, ma risponderanno forme inedite di solidarietà e di disciplina delle comunità.

Ormai tutti siamo andati a scuola e abbiamo viaggiato: molti di noi abbiamo avuto le opportunità di evoluzione culturale che ci affranchino dai tabù del passato. L’accrescimento della prosperità materiale è ormai un valore negativo -come il vestito buono e la cravatta la domenica- che appiattisce verso il basso e imbruttisce la vita.

A.M.C.

SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

IRRIDERE O NO LE BUSINESS SCHOOLS?

Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business   Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

JJJ