La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi

LE RADICI DELLA REPUBBLICA

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Come molti sanno o dovrebbero sapere, questo è l’incipit della Costituzione della Repubblica italiana (art. 1, 1° comma). Esso offre molti spunti di riflessione ed è stato, nel corso dei decenni successivi all’approvazione della nostra carta costituzionale, al centro di numerosi commenti da parte di una vasta platea di studiosi.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari del contenuto di questa norma, così importante per il nostro Stato, tanto da costituirne il principio fondante. Prendo le mosse da quanto disse, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, l’on. Amintore Fanfani (1908-1999), uno dei proponenti[1] della formulazione attuale del primo comma dell’art. 1: “La dizione «fondata sul lavoro» vuol indicare il nuovo carattere che lo Stato italiano, quale noi lo abbiamo immaginato, dovrebbe assumere. Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui, e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale. Quindi, (…) affermazione del dovere d’ogni uomo di essere quello che ciascuno può, in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune. L’espressione «fondata sul lavoro» segna quindi l’impegno, il tema di tutta la nostra Costituzione” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947, p. 2369).

Da queste osservazioni discendono due principi. Il primo è che lo Stato deve realizzare le condizioni che consentano ad ogni cittadino di contribuire al bene comune attraverso il proprio lavoro. Ciò si ricollega a quanto stabilisce l’art. 3, 2° comma, per cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. A tal fine, nel successivo art. 4, 1° comma, si afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”[2].

Da ciò consegue che è compito dello Stato (in tutte le sue articolazioni, sia a livello centrale che locale) agire per combattere ed eliminare la disoccupazione, realizzando uno dei grandi interessi pubblici che dovrebbe perseguire uno “Stato sociale moderno”, come lo intendeva l’economista Giovanni Demaria (1899-1998), ossia uno Stato “attore di elevazione e felicitazione materiale e superiore, protagonista e realizzatore di quel complesso di mete ideali e materiali che gli uomini si sono sempre configurate in ogni tempo”, uno Stato la cui funzione sia “di sprone, di eccitamento e di costruzione per attuare un tipo di società sempre più alto” (G. Demaria, Lo stato sociale moderno, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1946, p. 35 e 279).

L’on. Meuccio Ruini (1877-1970), presidente della Commissione per la Costituzione, la cosiddetta Commissione dei 75[3], nella Relazione al progetto di Costituzione precisò che “l’affermazione al diritto al lavoro, e cioè ad una occupazione piena per tutti” rappresenta l’enunciazione “di un diritto potenziale” che la nostra legge fondamentale può indicare “perché il legislatore ne promuova l’attuazione secondo l’impegno che la Repubblica nella Costituzione stessa si assume” (Commissione per la Costituzione, Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947, p. 7). Nel medesimo senso si espresse l’on. Gustavo Ghidini (1875-1965), anch’egli membro della Commissione dei 75 e presidente della III sottocommissione, il quale osservò che “Il diritto al lavoro[4] è un diritto potenziale, in base al quale si vuole impegnare vivamente lo Stato ad attuare l’esigenza fondamentale del popolo italiano di lavorare” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 7 maggio 1947, p. 3704).

Pur avendo il richiamo al diritto al lavoro natura potenziale, nondimeno la norma impone allo Stato[5] un preciso impegno programmatico in materia di politica economica. Come scrisse il giurista Costantino Mortati (1891-1985) ciò costituisce un “vero e proprio obbligo giuridico dello Stato”, che presuppone “la convinzione che l’equilibrio nel mercato del lavoro non si possa attendere dallo spontaneo giuoco dei fattori che operano a determinarlo, poiché questi possono in determinate circostanze porsi essi stessi come causa di disoccupazione, e perché in ogni caso l’esperienza mostra come la riequilibrazione successiva alle crisi si effettui lentamente, lasciando per lunghi periodi di tempo vaste masse di cittadini privi di lavoro” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Roma, Camera dei deputati, 1953, vol. IV, t. I, pp. 85-86).

Quanto scrive Mortati riecheggia le affermazioni dell’economista Federico Caffè (1914 – ?), che fu chiamato a collaborare con la Commissione economica, istituita presso il Ministero della Costituente nel 1945, e presieduta da Demaria[6]: “le decisioni economiche rilevanti non sono il risultato dell’azione non concordata delle innumerevoli unità economiche operanti nel mercato, ma del consapevole operato di gruppi strategici in grado di limitare l’offerta ed influire sulla domanda, orientandola a loro piacimento. Il mercato è tanto onesto nel riflettere le decisioni dei singoli quanto può esserlo una votazione in cui alcuni elettori abbiano una sola scheda e altri ne abbiano più d’una” (Federico Caffè, “‘Bilancio economico’ e ‘Contabilità sociale’ nell’economia britannica”, in Id., Annotazioni sulla politica economica britannica in ‘un anno di ansia’, Tecnica Grafica, Roma, 1948). “La forza contaminante del denaro e del potere – scriveva alcuni anni dopo il grande studioso di economia – non crea meramente problemi di «imperfezioni» del mercato, ma ne influenza l’intero funzionamento. Poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”[7] (F. Caffè, “Problemi controversi sull’intervento pubblico nell’economia”, in Id., L’economia contemporanea. I protagonisti e altri saggi, Ed. Studium, Roma, 2013, p. 166).

Sulla base di queste considerazioni, l’intervento statale non può essere improvvisato, ma deve “formare il contenuto di una vera e propria politica dell’occupazione, di una predisposizione di mezzi di azione da inserire come parte costitutiva nella politica generale e con essa armonizzata” (C. Mortati, cit., p. 86)[8]. La logica conclusione del ragionamento è che “una politica che non si indirizzasse verso il pieno impiego si porrebbe (…) in contrasto con l’esigenza fondamentale della costituzione, si risolverebbe in un disconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo che l’art. 2 impone alla Repubblica di garantire, dell’essenza più intima che anima questi diritti: la libertà e dignità della persona” (C. Mortati, cit., pp. 132-133).

Il secondo principio che si desume dall’enunciato dell’art. 4, e che fa da contraltare al primo, è espresso nel comma 2, nel quale si stabilisce come “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Con questa previsione si realizza “la sintesi fra il principio personalistico (che implica la pretesa all’esercizio di un’attività lavorativa) e quello solidarista (che conferisce a tale attività carattere doveroso)” (C. Mortati, “Art. 1”, in Giuseppe Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi Fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 12). Assume così rilievo la dimensione etica del lavoro: se da una parte lo Stato si deve impegnare per rendere effettivo, attraverso gli strumenti della politica economica, il diritto al lavoro, e assicurare diritti e servizi ai cittadini, dall’altra il singolo col proprio lavoro deve contribuire al progresso della comunità sociale. In tal modo il lavoro costituisce, sempre secondo Mortati, “un valore da assumere come fattore necessario alla ricostituzione di una nuova unità spirituale, richiedente un processo di progressiva omogeneizzazione della base sociale, presupposto pel sorgere di una corrispondente struttura organizzativa, di un nuovo collegamento fra comunità e Stato” (C. Mortati., “Art. 1”, cit., p. 10), per approdare, avrebbe aggiunto Demaria, ad una sempre maggiore “affezione” dei cittadini a quest’ultimo, in modo che essi ne “vadano superbi e alteri” (Demaria, cit., p. 279), tanto da immolarsi in suo nome.

Sebbene quest’ultimo punto possa sembrare esagerato, la storia della nostra Repubblica è costellata da esempi di uomini e donne per i quali la dimensione etica del lavoro ha assunto le forme del sacrificio estremo per lo Stato. Tali sono tutti i magistrati, i politici, i componenti delle forze dell’ordine e i privati cittadini, che non venendo meno ai loro compiti, in nome dei principi affermati nella nostra Costituzione, hanno perso la vita nella lotta contro le organizzazioni criminali e terroristiche, che hanno tentato e tentano tuttora di sovvertire il nostro ordinamento. Ma non bisogna dimenticare tutti quei lavoratori, sia nel settore pubblico che in quello privato, e imprenditori, che ogni giorno combattono per svolgere la loro attività lavorativa, per affermare attraverso di essa i principi di libertà ed eguaglianza di cui si sostanzia la nostra democrazia.

Lo Stato, pertanto, che per sua intima natura si fonda sul lavoro, è vincolato ad attuare una politica economica in grado non solo di tutelare chi è già occupato, ma di promuovere al massimo grado la creazione di nuovi posti di lavoro[9]. Le strutture pubbliche devono essere capaci di mettere il cittadino in condizione di poter trovare occasioni di impiego, di incrementare la propria professionalità, di aiutarlo in caso di perdita del posto di lavoro a trovarne un altro adeguato alle capacità possedute. Questi compiti non possono essere demandati in toto ai privati, lo Stato si deve impegnare in prima persona per adempiere ad uno dei suoi più alti fini.

Parafrasando una dichiarazione di Federico Caffè, a settant’anni precisi dalla firma della carta costituzionale, ci si può chiedere se i responsabili della politica economica, nelle loro scelte quotidiane, abbiano imparato a ricordare che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”[10], anche nell’ambito degli interventi riguardanti il mondo del lavoro.

La risposta è che, negli ultimi decenni, i governi italiani si sono dati da fare davvero poco su questo fronte[11], svilendo quanto la Costituzione prescrive, tradendo i fini che i costituenti vollero assegnare alla Repubblica, e non onorando la memoria e l’impegno di tutti coloro che hanno ottemperato al dovere al lavoro talvolta fino al sacrificio della propria vita. Come scriveva ancora una volta Mortati “ciò che tiene unite le varie fila in cui si snodano le statuizioni costituzionali è uno stesso spirito informatore. Spirito consacrato nell’art. 1 che, come si è detto, esprime l’accoglimento di una concezione generale della vita secondo la quale deve vedersi nel lavoro la più efficace affermazione della personalità sociale dell’uomo, il suo valore più comprensivo e significativo perché nel lavoro ciascuno riesce ad esprimere la potenza creativa in lui racchiusa, ed a trovare nella disciplina e nello sforzo che esso impone, insieme allo stimolo per l’adempimento del proprio compito terreno di perfezione, il mezzo necessario per soddisfare al suo debito verso la società con la partecipazione all’opera costitutiva della collettività in cui vive” (C. Mortati, “Il lavoro nella Costituzione”, in Il diritto del lavoro, 1954, p. 152). Sono queste le radici della nostra Repubblica.

Giuseppe Prestia

 

[1] Gli altri proponenti furono i democristiani Aldo Moro (1916-1978), Egidio Tosato (1902-1984), Pietro Bulloni (1895-1950), Giovanni Ponti (1896-1961) ed Edoardo Clerici (1898-1975) e Giuseppe Grassi (1883-1950) dell’Unione Democratica Nazionale.

[2] La stretta connessione tra l’art. 3, comma 2, e l’art. 4, comma 1, è ben sottolineata dal giurista Alberto Predieri (1921-2001), il quale scrive: “Si constata che di fatto ostacoli di ordine sociale, pertinenti alla società così com’è, impediscono lo sviluppo della personalità umana e ai cittadini che lavorano l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale. In conseguenza, la Repubblica esige dai cittadini l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, prende l’impegno di rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale, riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto, onde tutti i cittadini possano rivendicare l’effettiva partecipazione all’organizzazione sociale” (A. Predieri, Pianificazione e Costituzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1963, p. 193).

[3] La Commissione per la Costituzione, composta da 75 deputati (e quindi detta “Commissione dei 75”), fu creata allo scopo di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’esame dell’Assemblea Costituente. Presieduta da Meuccio Ruini, era suddivisa in 3 sottocommissioni: Diritti e doveri dei cittadini (I sc.), Ordinamento costituzionale della Repubblica (II sc.), Diritti e doveri economico-sociali (III sc.).

[4] Lo stesso Ghidini definì il diritto al lavoro come “quel diritto che splende, direi, nella nostra Costituzione come una stella fulgidissima” (Atti dell’Assemblea Costituente, p. 3704).

[5] Molti hanno sostenuto che alcune norme della Costituzione, tra cui quella dell’art. 4, avrebbero solo uno scopo programmatico e sarebbero quindi prive di carattere vincolante. Contro questo indirizzo si espresse, già negli anni ’50, Vezio Crisafulli (1910-1986), il quale notava che “tutte le (…) disposizioni di principio formulate nella Costituzione vigente pongono vere e proprie norme giuridiche” (La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffrè, Milano, 1952, p. 37). Costantino Mortati da parte sua osservava che “la ragion d’essere delle costituzioni sta proprio nell’esigenza di mantenere un dato ordinamento dei pubblici poteri fedele, sia pure con i necessari adattamenti alle varie situazioni concrete, ad un fine generale e quindi impegnare i futuri detentori della sovranità al suo rispetto” e in riferimento all’art. 4 specificava che l’efficacia ne era anzi potenziata dalla sua inclusione tra i principi fondamentali, “fra quelli cioè che sono intesi a caratterizzare il tipo di Stato, ad esprimere quello che si suol chiamare «lo spirito del sistema»” (C. Mortati, “Il diritto al lavoro secondo la Costituzione della Repubblica (Natura giuridica, efficacia, garanzie)”, in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Studi speciali, Atti della Commissione, Camera dei deputati, Roma, 1953, vol. IV, t. I, p. 128 e 132).

[6] La Commissione economica iniziò i suoi lavori il 29 ottobre 1945 ed era suddivisa in 5 sottocommissioni. Caffè era membro della sottocommissione “Problemi monetari e commercio estero”, per la quale stese una relazione intitolata “Risanamento monetario”, inserita come Cap. I del rapporto della Commissione economica all’Assemblea Costituente (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica, III, Problemi monetari e Commercio estero. I-Relazione, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, pp. 5-57). Collaborò strettamente anche con Meuccio Ruini, presidente della già ricordata Commissione dei 75 e prima ancora Ministro dei Lavori Pubblici e poi della Ricostruzione nei governi Bonomi e Parri (1944-45), e con Giuseppe Dossetti (1913-1996) e il gruppo che a lui faceva capo in seno alla Democrazia Cristiana (molti contributi di Caffè furono pubblicati sulla rivista dossettiana Cronache sociali).

[7] Il corsivo è dell’autore.

[8] Un altro eminente giurista, Giuseppe Federico Mancini (1927-1999), qualifica il diritto al lavoro come un “diritto sociale”, in quanto ad esso corrisponde la “pretesa dei cittadini a un comportamento dei pubblici poteri che, svolgendo il programma previsto dalla norma, realizzi condizioni di pieno impiego” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, Art. 1-12. Principi fondamentali, Zanichelli – Soc. Ed. del Foro Italiano, Bologna – Roma, 1975, p. 209). Tale pretesa si sarebbe dovuta tradurre “da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (…); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di un programma di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata” (G. F. Mancini, cit., p. 220). L’autore non concorda invece nel far rientrare il diritto al lavoro nell’ambito dei diritti di libertà che come “tutti sanno (…) hanno di mira la determinazione di una sfera entro cui l’individuo possa operare autonomamente; da ogni altro soggetto essi esigono un atteggiamento di astensione e, se richiedono un facere della pubblica autorità, questo consiste in definitiva nell’imporre obblighi di non facere e nel reprimerne l’inadempimento” (G. F. Mancini, cit., p. 209).

[9] Già G. F. Mancini sottolineava come “con risolutezza, con incisività e con una ragionevole misura di successo lo Stato ha agito (…) soprattutto a tutela degli occupati. (…) Questa attitudine dello Stato, energico nella difesa dell’occupazione, debole nell’attacco della disoccupazione, questa tendenza a privilegiare la garanzia anziché l’incremento dei posti di lavoro, costituiscono un fenomeno di grande rilievo” (G. F. Mancini, “Art. 4”, in G. Branca, Commentario alla Costituzione, cit., p. 230. I corsivi sono dell’autore).

[10] La frase originale era la seguente “A trenta anni precisi dalla firma della carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è ‘compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’ ”, in Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 14-17, ottobre-novembre 1977.

[11] Da ultimo occorre ricordare i recenti interventi normativi, adottati in seguito all’approvazione della legge 10 dicembre 2014 n. 183 (il cosiddetto Jobs Act), che hanno modificato anche il sistema di collocamento (già profondamente cambiato dalla revisione legislativa del 1997) e di tutele per i disoccupati. Si tenga presente che i decreti delegati approvati in base alla legge 183/2014 in molti punti prevedono, per la loro concreta applicazione, l’emanazione di ulteriori decreti ministeriali o interministeriali, per cui non è ancora possibile una valutazione precisa degli effetti di tale riordino del mercato del lavoro.

CONTRO OGNI PREVISIONE

L’illusione di poter prevedere ciò che più ci interessa permea da sempre la psiche umana e ha dato vita a credenze di ogni tipo e livello: dagli oracoli agli indovini, dagli stregoni agli astrologi, dai sommi sacerdoti e profeti agli esponenti di spicco di ogni religione. A questi sono succeduti gli “scienziati sociali” come i sociologi e soprattutto gli economisti che – tra l’incredulità generale e la ferma convinzione degli addetti ai lavori – si sono cimentati in quest’arte senza speranza. Gli economisti in particolare sono stati spesso (e giustamente) dileggiati dai demografi che ritengono di avere basi fattuali più solide per formulare previsioni o avanzare ipotesi su struttura e dinamiche di una popolazione.

Dobbiamo tuttavia constatare che anche gli studi demografici non sfuggono al destino degli studi fatti in qualsiasi altra disciplina concernente l’uomo e i suoi comportamenti: non portano a risultati esatti, né le deduzioni che in materia possono essere fatte si rivelano a posteriori fondate. Per amore di verità può essere utile mostrare l’imperfezione delle deduzioni e l’erroneità delle estrapolazioni delle tendenze demografiche in atto, che finiscono per essere interpretate come tentativi di previsione, che i fatti inevitabilmente smentiranno.

Consideriamo dunque i dati apparsi in due importanti documenti ufficiali che nessuno consulta più perché “datati”, quindi per definizione (errata!) obsoleti. Nella Table 17: Historical and Projected Population Growth, and Hypothetical Stationary Population (pp.158-159) del World Development Report 1979 della Banca Mondiale e nella Table 19. Population growth and projections (pp.254-255) del World Development Report 1984 sempre della Banca Mondiale (The World Bank, abbreviato WB, ufficialmente chiamata IBRD International Bank for Reconstruction and Development) vengono indicati l’ipotetica dimensione stabile della popolazione in milioni (Hypothetical Size of Stationary Population) e l’anno nel quale il tasso di riproduzione sarà eguale a 1 (Assumed year of reaching net reproduction rate of 1). Vediamo ora se le ipotesi avanzate in questi due autorevoli studi, pubblicati rispettivamente 37 e 32 anni or sono, reggono il confronto con la realtà per la quale disponiamo dei dati 2016.

Concentriamo la nostra attenzione su 35 Paesi – sul totale dei 233 Paesi del mondo – che al 1° luglio 2016 avevano una popolazione di almeno 40 milioni di abitanti (un aggregato fortemente rappresentativo della situazione demografica mondiale) e dividiamoli in 4 gruppi caratterizzati da una certa omogeneità derivante da ragioni culturali o del loro retaggio storico.

Consideriamo per ciascun Paese:

1) la popolazione N in milioni di abitanti nel 1960 e nel 2016;

2) di quante volte è aumentata la popolazione in questo arco temporale;

3) a quanti milioni dovrebbe stabilizzarsi l’ammontare della popolazione N (e in quale anno) secondo gli studi della World Bank (WB) del 1979 e del 1984.

In sintesi:

PAESI N 1960 N 2016 N stabile (anno) WB 1979  WB 1984
ESTASIA
CINA 658 1382 (2,10 volte) 1538 (2005) 1461 (2000)
COREA del Sud 25 51 (2,04 volte) 64 (2005) 70 (2000)
GIAPPONE 94 126 (1,34 volte) 133 (2005) 128 (2010)
INDONESIA 96 261 (2,72 volte) 370 (2010) 357 (2020)
THAILANDIA 26 68 (2,62 volte) 105 (2005) 111 (2010)
VIETNAM 35 94 (2,69 volte) 149 (2015) 171 (2015)
EUROPA
FRANCIA 46 65 (1,41 volte) 61 (2005) 62 (2010)
GERMANIA 73 81 (1,11 volte) 79 (2005) 72 (2010)
ITALIA 50 60 (1,20 volte) 63 (2005) 57 (2010)
REGNO UNITO 52 65 (1,25 volte) 60 (2005) 59 (2010)
RUSSIA 120 143 (1,19 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
SPAGNA 31 46 (1,48 volte) 50 (2005) 51 (2000)
TURCHIA 28 80 (2,86 volte) 98 (2010) 111 (2010)
UCRAINA 43 45 (1,05 volte) (dati per l’URSS non utilizzabili)
EX-COLONIE EUROPEE DI POPOLAMENTO
ARGENTINA 21 44 (2,10 volte) 41 (2005) 54 (2010)
BRASILE 73 210 (2,88 volte) 341 (2015) 304 (2010)
COLOMBIA 16 49 (3,06 volte) 55 (2005) 62 (2010)
MESSICO 37 129 (3,49 volte) 204 (2015) 199 (2010)
SUDAFRICA 17 55 (3,24 volte) 107 (2030) 123 (2020)
USA 186 324 (1,74 volte) 271 (2005) 292 (2010)
EX-COLONIE EUROPEE DI SFRUTTAMENTO
ALGERIA 11 40 (3,64 volte) 94 (2040) 119 (2025)
BANGLADESH 51 163 (3,20 volte) 334 (2035) 454 (2035)
CONGO R. D. 15 80 (5,33 volte) 122 (2045) 172 (2030)
EGITTO 28 93 (3,32 volte) 90 (2010) 114 (2015)
ETIOPIA 23 102 (4,43 volte) 136 (2045) 231 (2045)
FILIPPINE 28 102 (3,64 volte) 128 (2015) 127 (2010)
INDIA 442 1327 (3 volte) 1643 (2020) 1707 (2010)
IRAN 22 80 (3,64 volte) 101 (2015) 159 (2020)
KENYA 8 47 (5,88 volte) 94 (2045) 153 (2030)
MYANMAR 22 54 (2,45 volte) 92 (2020) 115 (2025)
NIGERIA 42 187 (4,45 volte) 435 (2040) 618 (2035)
PAKISTAN 50 193 (3,86 volte) 335 (2035) 377 (2035)
SUDAN 11 41 (3,73 volte) 89 (2045) 112 (2035)
TANZANIA 10 55 (5,50 volte) 94 (2045) 117 (2030)
UGANDA 7 40 (5,71 volte) 58 (2035) 89 (2035)

Il divario tra la realtà del 2016 e l’immaginazione degli studiosi che allora hanno prodotto questi dati è stupefacente. Naturalmente nulla possiamo dire nel caso della decina di Paesi per i quali si indica l’ipotetica stabilizzazione della popolazione in anni compresi tra il 2025 e il 2045 (il 2020 è troppo vicino al 2016 perché non lo si consideri), sebbene si possano già intravedere gli immancabili errori.

Sorprende non poco che i dati esposti nel 1984 non siano più corretti di quelli del 1979; in molti casi è vero proprio il contrario. Soltanto in pochissimi casi le “previsioni” coincidono (quasi) con i fatti, ma spesso con i dati 1979, mentre le discrepanze tra realtà e fantasia sono quasi sempre abissali.

Probabilmente la ragione per la quale tendiamo a prendere per buoni questi (inutili?) esercizi è dovuta a due ragioni: 1) l’autorevolezza della fonte, 2) il fatto che gli studi pubblicati vengono presto dimenticati perché sostituiti da altri più aggiornati, ma che si rivelano poi quasi sempre errati purché ci si prenda la briga di fare il noioso lavoro appena esposto. Dobbiamo quindi concludere che fino a prova contraria i fatti indicano che la fonte, per quanto autorevole, non merita il credito di cui gode.

               Il sempre ignoto futuro riguarda un altro elemento di carattere demografico del quale è prudente dubitare: l’andamento della speranza di vita alla nascita. Si tratta di un dato ipotetico ricavato da un dato certo (la durata media della vita di coloro che sono morti in un certo anno). Precisiamo che questa media è semplicemente la somma della durata della vita di ciascuno divisa per il numero dei defunti in un certo anno. Così se il Paese considerato avesse in un certo anno sofferto la perdita di un milione di cittadini defunti all’età di 101 anni e un altro milione fossero morti prematuramente all’età di un anno, la vita media in quel Paese sarebbe di 51 anni (101 milioni di anni più 1 milione di anni uguale a 102 milioni di anni diviso 2 milioni di abitanti). Da ciò si deduce che una vita media di modesta entità può essere dovuta soprattutto ad una mortalità infantile molto elevata, fenomeno frequente nei Paesi dalla diffusa povertà come molti di quelli africani, dove si riscontra la presenza di persone anche molto longeve che tuttavia non contribuiscono in modo significativo ad elevare il dato numerico della vita media proprio perché la mortalità infantile è ancora molto diffusa.

Ovunque nel mondo (specie nei Paesi dove la maggioranza della popolazione non soffre di privazioni) la mortalità infantile si è enormemente ridotta e anche questo fenomeno ha contribuito ad innalzare la durata media della vita. Si afferma quindi che i nati in quello stesso anno potranno avere una vita media di analoga durata, sempre che le condizioni di vita prevalenti non mutino; ed è proprio questo il punto cruciale da esaminare.

Nel mezzo secolo compreso tra il 1960 e il 2009 la durata della vita media è risultata ovunque in crescita, con punte elevatissime rappresentate da Vietnam (da 43 a 75), Indonesia (da 41 a 71), Bangladesh (da 37 a 67), Corea del Sud (da 54 a 80), e con poche eccezioni negative come nel caso della Federazione Russa (da 68 a 67) e del Sudafrica (da 53 a 52). Apro una parentesi per osservare che questi sono due dei 5 Paesi etichettati come BRICS, e cioè dall’economia più promettente del mondo, secondo un personaggio degno della stampa anglo-americana che ha divulgato la buona novella, accolta subito ovunque come una rivelazione geniale lungamente attesa. Per noi è invece soltanto un’altra prova del valore e del livello dell’informazione economica.

Torniamo al tema demografico, a proposito del quale sono opportune alcune riflessioni: 1) le coorti composte dai nati nella prima metà del secolo XX i cui individui sono ancora in vita, sono frutto di una severa selezione naturale dovuta all’assenza di farmaci per la cura di malattie dall’esito infausto e alle condizioni igienico-sanitarie non ideali allora ovunque prevalenti; 2) il crescente uso di sostanze non biodegradabili prodotte dall’uomo si è notevolmente espanso nel corso degli ultimi decenni; 3) le specie vegetali e animali delle quali si nutre l’uomo sono state cresciute e allevate facendo un largo uso di sostanze chimiche (da Justus von Liebig 1803-1873 in poi) derivanti dalla petrolchimica e facendo quindi uso di sostanza organica fossile non assimilabile senza conseguenze dagli organismi viventi. L’intera catena alimentare risulta quindi alterata nei suoi aspetti essenziali, con ormai poche eccezioni. Persino i frutti della pesca in mare e in acque dolci ha queste caratteristiche dovute agli inquinanti versati nelle acque di ogni tipo, comprese quelle provenienti dalla falda acquifera e dalle risorgive, forse domani persino dalle sorgenti.

La crescente diffusione di tumori e leucemie (unite ad alcolismo e tabagismo che non accennano a diminuire) indicano che le cellule del corpo umano sono sempre più influenzate da stili di vita malsani, legati anche all’uso dell’automobile. Non soltanto si diffondono così le neoplasie ma il dilagante fenomeno delle allergie indica che le naturali barriere immunitarie di cui gode la specie umana rivelano una crescente fragilità che si manifesta in modo preoccupante con patologie prima inesistenti o soltanto latenti, come mostra il caso dell’AIDS Acquired Immune Deficiency Syndrome, malattia del sistema immunitario diffusasi a partire dal XX secolo, probabilmente causata dalla mutazione genetica di un virus legato ai primati (SIV) trasformatosi poi in un virus trasmissibile in ambito umano (HIV).

Tenendo conto di questi aspetti della realtà nulla si può affermare circa le prossime tendenze della durata media della vita, e sarebbe imprudente pensare che una tendenza alla crescente longevità sia destinata a durare nel tempo. L’ottimismo in materia sarebbe comunque fuori luogo. Ciò che serve davvero sarebbe una presa di coscienza della necessità di adoperarsi in ogni modo mettendo in atto una serie di azioni concrete dirette a migliorare le condizioni di vita contrastando i fenomeni illustrati dei quali siamo vittime. Le conseguenze sulla durata e la qualità della vita potrebbero essere positive.

Tuttavia è sempre bene non dimenticare che yesterday is history, tomorrow is mystery …

Gianni Fodella

 

A CHE SERVE LA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE?

Dopo i ripetuti tentativi di dirlo nelle pagine precedenti, si potrebbe concludere almeno provvisoriamente (tenendo conto che nulla dura di più del provvisorio) che la politica economica internazionale riguarda gli Stati, e anche se di questa impostazione non si può fare a meno, il vero e sostanziale risultato al quale deve tendere ogni azione di politica economica non può che essere il bene degli individui, delle famiglie e delle imprese.
Le collettività umane si sono raggruppate nel passato in vari modi: intorno a un capo il cui potere era conferito direttamente dalla comunità, oppure era ereditario, oppure era esercitato da una autorità religiosa che assommava in sé le credenze ed esprimeva l’autorità nel nome della divinità, e che in qualche modo governava i cuori e le menti degli uomini. Questi capi non sono sempre stati degni della carica ricoperta e spesso hanno agito per favorire sé stessi e i loro accoliti e sodali, parenti e amici della loro ristretta cerchia. Ma tanto più piccola era la dimensione della popolazione del loro dominio, tanto maggiore era in qualche modo possibile la conoscenza di ciò che davvero accadeva entro i suoi confini; quindi la comunità poteva esercitare un certo controllo su chi era deputato a governarla e trarne le debite conseguenze per agire, cercando di cambiare le cose se necessario.
Anche i governi di questi piccoli Stati hanno talvolta arrecato danni al loro popolo e spesso anche ad altri popoli, essendo gli umani caratterizzati dall’essere una specie zoologica predatrice gregaria, come lupi e iene. Abbiamo in più abitudini alimentari onnivore e la capacità (in ciò siamo unici tra le specie viventi) di commettere crimini efferati. Tuttavia la dimensione di questi danni era proporzionata alla scala del luogo degli accadimenti, al numero degli individui coinvolti e alla tecnologia in uso. Grazie al progresso tecnologico, il passaggio dalle armi bianche a quelle da fuoco sempre più micidiali, contribuiva poi a ingigantire le conseguenze negative dei conflitti.
Col trascorrere degli anni le comunità soggette a un capo si sono estese per territorio e popolazione con conseguenze sempre più gravi per il genere umano e sempre più a beneficio dei capi cui erano soggette, qualunque fosse la forma di governo assunta. Si veda in proposito il brano seguente tratto dall’opera Della tirannide di Vittorio Alfieri 1749-1803:
Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.
Oggi sappiamo che esistono forme di tirannide – come quella esercitata dal potere economico e finanziario incontrollato di cui siamo divenuti vittime e dalle burocrazie sovranazionali che tutto decidono per noi come quelle del Fondo Monetario Internazionale o della Commissione Europea dell’UE o della BCE Banca Centrale Europea – che non esistevano ai tempi dell’Alfieri, ma che sono comunque riconducibili alla sua classificazione in categorie. Possono cambiare i mezzi attraverso i quali esercitare il potere a proprio beneficio, ma ciò che anima questa volontà è insito nella natura umana nella sua accezione peggiore.
Contrariamente a quanto normalmente si pensi e si dica, la natura umana è soggetta agli istinti più che alla ragione, e soltanto in parte modestissima questi sono controllati negli effetti più distruttivi per la comunità da norme e regole sociali che, quando pienamente condivise e osservate, paiono aver mutato in senso positivo ciò che sembrava immutabile. Ma anche piccoli sconvolgimenti dell’ordine sociale possono far dimenticare all’umanità quanto di buono era stato conquistato con le istituzioni più appropriate.
I conflitti tra piccole comunità arrecavano lutti e rovine ai popoli coinvolti, i danni erano tuttavia limitati dal numero degli individui e dalle condizioni delle tecnologie belliche portatrici di morte e distruzione allora disponibili. Questa situazione è andata costantemente peggiorando con il progredire delle tecnologie civili (navi a vapore e ferrovie, veicoli a motore e strade, progressi nella chimica, nella fisica, nella metallurgia) e soprattutto militari (armi da fuoco ed esplosivi fino alle armi chimiche e batteriologiche, alla bomba atomica e all’idrogeno) e ha raggiunto il suo acme con le cosiddette guerre mondiali, scatenate per volontà di dominio, cupidigia e dissidi tra i despoti e le famiglie che comandavano gli imperi e le repubbliche. Questi dissidi potevano sembrare di natura religiosa o ideologica e, nel nome di queste, i popoli impotenti e indifesi venivano condotti al macello da chi, al sicuro, li comandava e ne indirizzava per ambizione personale la forza bruta e la violenza suscitata dai germi di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo inoculati nei più per la sete di dominio dei pochi.
La scienza e la tecnica – universalmente considerate doni scaturenti dall’intelligenza umana, venerate come di origine divina – facevano ampliare le conoscenze e davano origine a tecnologie prima inesistenti, ma quasi sempre a discapito dei veri interessi e della serenità del genere umano, dato che sfortunatamente poche di queste tecnologie rendevano gli uomini meno privi di ciò che serve davvero a condurre una vita per quanto possibile confortevole e sana. Così, grazie a scoperte e invenzioni, la capacità distruttiva dell’uomo si è ampliata a dismisura arrecando ferite sempre più irreparabili alla Natura dalla quale soltanto nasce la vita in tutte le sue forme e i beni di cui si serve l’uomo per vivere.
Dobbiamo riconoscere che la comunità degli scienziati, e soprattutto quella dei governanti, sembra aver dedicato ben poche attenzioni alla vita dei più se acqua potabile e cibo adeguato non sono disponibili oggi in misura sufficiente per centinaia di milioni di persone. Non dovrebbero essere queste le priorità alle quali indirizzare pensieri e sforzi da parte di chi ha una più alta responsabilità sociale?
Per contro una piccola parte di governanti – coadiuvati per gli aspetti tecnici da sapienti privi di saggezza e moralità (troppi sono gli esempi ai quali attingere: da chi ha studiato come costruire le camere a gas a chi ha progettato la bomba atomica o si è arricchito con la dinamite) – è ora più che mai in grado di arrecare offesa e morte agli umani appartenenti a culture diverse e perciò caratterizzati da lingue, abitudini e stili di vita differenti, e talvolta reciprocamente inintelligibili, decretandone nei fatti l’inferiorità e la scomparsa.
Anziché generare interesse come sarebbe in linea con la naturale curiosità dell’uomo, queste differenze – in chi è preda di nazionalismo, razzismo e fondamentalismo – suscitano sentimenti di repulsione, sono sfruttati per dividere e suscitare ostilità, causare conflitti funzionali agli interessi di pochi. La guerra – ma anche soltanto il timore della guerra – porta l’economia di un Paese a crescere, ma a favore di chi fabbrica le armi o ricostruisce ciò che è andato distrutto, usando come carburante esseri umani immolati, sacrificati nel nome della patria e dell’ideologia totalizzante che li ha travolti per interessi a loro estranei e contrari a una vita pacifica alla quale tutti aspirano.
Che fare per migliorare la situazione e lenire i guasti dell’agire umano perverso (quello di pochi potenti) in modo da rendere le condizioni di vita più tollerabili per tutti? Per rispondere abbiamo bisogno di pensare di più, di informarci di meno, di riflettere per davvero sui problemi che ci assillano come membri della società umana.

Tratto dal libro pubblicato il 16 dicembre 2016: Gianni Fodella, MATERIALI per una introduzione allo studio della Politica economica internazionale, LUMI Edizioni Universitarie, seconda edizione riveduta e corretta 2016

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE

PER CHI LAVORA IL TESORO DEL NOSTRO PAESE?
di Gianni Fodella

A giudicare da quanto è accaduto nella composizione del debito pubblico italiano nella prima metà dell’ottobre 2016, sarebbe lecito chiedersi ancora una volta nell’interesse di chi operi il Tesoro del Paese chiamato Italia.
Nel mercato secondario dei 72 Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) oggi in essere se ne trova uno di durata cinquantennale, il BTP 1 marzo 2067 al 2,80% emesso a 99,194 all’inizio di ottobre e che nel mercato secondario era quotato 96,9 il 14 ottobre, 95 tondo il 17 ottobre e 90,9 il 28 ottobre 2016.
L’importo dell’emissione annunciata in settembre è stato di 5 miliardi di euro, e non è bastato a soddisfare le prenotazioni che ammontavano a ben 18,5 miliardi. Per collocare questo BTP il Tesoro ha affidato l’operazione a un gruppo di istituzioni finanziarie soprattutto internazionali tra le quali figurano in posizione preminente Goldman Sachs e JpMorgan.
Il primo quesito che dobbiamo porci riguarda quindi la ratio, la ragionevolezza, l’opportunità di questo modo di agire, che può indicare come il Tesoro non sia in grado di collocare questo BTP tramite le istituzioni italiane, e come non pensi ai cittadini italiani quali naturali sottoscrittori del debito pubblico del proprio Paese. Invece dovrebbe, se non altro per risparmiare sul servizio del debito, dato che incamerando l’erario il 12,50% di imposta cedolare secca, l’esborso per interessi diventa del 2,45% e non del 2,80%, come accadrebbe nel caso l’acquirente cadesse sotto una differente giurisdizione tributaria. A questo notevole beneficio per il Paese se ne aggiungerebbe un altro non trascurabile: gli interessi pagati agli italiani si tradurrebbero in una accresciuta domanda aggregata per beni e servizi e in risparmio che potrebbe essere destinato all’acquisto di nuovi BTP.
Tenendo conto dei fatti si può poi osservare che in generale le istituzioni straniere comprano questi titoli per usarli in modo speculativo (anche se non sono le sole), provocando una alta “volatilità” di questi titoli che a sua volta genera – circa il sistema economico italiano e la gestione del suo debito pubblico – un’impressione di intrinseca instabilità in realtà provocata dall’esterno, alla quale contribuiscono pesantemente i giudizi delle Rating Agencies. Queste agenzie di valutazione emettono quasi sempre dei verdetti superficiali, spesso infondati e talvolta espressi per motivi dettati dagli interessi delle grandi società finanziarie loro azioniste. A ciò si aggiunga l’atteggiamento poco benevolo nei confronti degli italiani da parte della stampa internazionale, soprattutto anglosassone, generalmente considerata “autorevole e neutrale” ma che in realtà si adegua alle direttive della proprietà o dei loro fiancheggiatori per ragioni di puro interesse di parte.
Alla diffusa opinione negativa sull’Italia (infondata quando si consideri l’insieme della sua popolazione, distinta quindi dai Governi che solitamente la meritano), fa da contraltare l’aura luminosa che circonda la Germania, un Paese che gode di una grande reputazione di serietà e determinazione nel rispettare le regole, nel tener fede alla parola data e agli obblighi sottoscritti. Questa benevola e positiva opinione sulla Germania non tiene tuttavia minimamente conto della realtà e di alcuni accadimenti concreti del passato e del presente che stanno sotto gli occhi di tutti coloro che volessero aprirli, anche per ricordare ciò che non si può dimenticare.
Ora che è la prima potenza economica d’Europa, la Germania ci sta nuovamente trascinando nel baratro, anche grazie all’operato della Commissione Europea sempre più incline a proporre ai governi dei Paesi membri dell’UE linee di condotta assurdamente rigide ma tese a realizzare le politiche economiche e sociali volute dai potentati economici e accettate da governi disattenti o complici.
Tradotte in “riforme” queste linee di condotta hanno finito per impoverirci. Inaridendo la nostra enorme capacità di risparmio (tradizionalmente seconda soltanto al Giappone), causando con le politiche dettate dalla Germania la disoccupazione della nostra forza lavoro e facendo così diminuire la domanda aggregata che danneggia anche sé stessa, dato che finirà per avere un effetto negativo sulla nostra domanda di prodotti tedeschi. I titoli del debito pubblico tedesco (Bund) comprati in abbondanza dagli italiani ignari e creduloni permettono alla Germania di finanziare la mano pubblica a costo zero e di pavoneggiarsi per l’aiuto dato alla Grecia in verità con i frutti del nostro risparmio.
Ma entriamo ora nei dettagli. Se passiamo in rassegna i titoli emessi dal Tesoro di vari Paesi che ci sono vicini per condizioni economiche, non possiamo fare a meno di notare delle discrepanze che si risolvono sempre in un vero e proprio danno per i nostri concittadini e per il Tesoro italiano.
Esaminiamo alcuni buoni del Tesoro trentennali a tasso fisso dai rendimenti compresi tra il 2% e il 3,75% e che verranno rimborsati tra il 2042 e il 2047 (in parentesi indichiamo la quotazione di borsa al 21 ottobre 2016 e la valutazione della rating agency Standard & Poor’s sull’affidabilità del Paese debitore) emessi in questi ultimi anni dai governi di:
Irlanda 2045 al 2% (115 A+)
Germania 2044 al 2,50% (150 AAA)
Germania 2046 al 2,50% (152 AAA)
Italia 2047 al 2,70% (105 BBB-)
Paesi Bassi 2047 al 2,75% (157 AAA)
Austria 2012-2044 al 3,15% (156 AA+)
Germania 2012-2042 al 3,25% (165 AAA)
Francia 2045 al 3,25% (151 AA)
Italia 2046 al 3,25% (117 BBB-)
Regno Unito 2044 al 3,25% (132 AA)
Belgio 2013-2045 al 3,75% (165 AA).
Salta subito all’occhio che, pur essendo durata e tassi analoghi, i valori più bassi per quelli che rendono tra il 2 e il 3% sono quelli italiani: il BTP 2047 al 2,70% costa 105; quelli della Germania 2044 e 2046 entrambi al 2,50% sono quotati rispettivamente 150 e 152; quello dei Paesi Bassi al 2,75% costa 157 e persino quello al 2% dell’Irlanda 2045 quota 115. Analogamente per i titoli che rendono il 3,25%: il corso più basso è quello del BTP italiano (117) seguito da Regno Unito (132), Francia (151) e Germania (165). Davvero sorprendente è il fatto che a parità di rendimento vi sia una differenza di prezzo così enorme. Evidentemente conta molto – o forse soltanto – il giudizio di una società privata (S&P) della quale sono azionisti le maggiori società finanziarie americane e che guida il mercato secondo i desideri di chi detta i comportamenti e ha un considerevole potere che può esercitare senza esporsi a sgradevoli sorprese.
Negli ambienti finanziari si afferma che la durata, essendo direttamente correlata al rischio, abbia una forte influenza sulle quotazioni nel mercato secondario dei titoli del debito pubblico. Sarà vero? A giudicare dal caso tedesco indicato sopra accade il contrario: il titolo tedesco al 2044 costa 150 e quello al 2046 costa 152. Se poi consideriamo il caso di quei titoli del debito pubblico con scadenza a cinquanta e più anni vediamo che vi sono in circolazione da qualche tempo (nell’area euro e non), titoli della durata di mezzo secolo (e anche di più) che hanno avuto un’ottima accoglienza e che godono di quotazioni estremamente interessanti. Ecco alcuni esempi di titoli pubblici con scadenze comprese tra il 2055 e il 2068, indicando in ordine alfabetico i sei Paesi emittenti considerati:
AUSTRIA emesso nel 2012 al 3,80% scadenza 2062, venduto all’asta a 204, 09 e quotato 190,1 l’11 ottobre 2016;
BELGIO 2016-2066 al 2,15% venduto all’asta a 130,90 l’1 agosto 2016 e quotato 120,65 l’11 ottobre 2016;
FRANCIA 2055 al 4% emesso a 95,632 e quotato 192;
FRANCIA 2060 al 4% emesso a 96,34 e quotato 187,86 il 6-X-2016;
ITALIA 2067 al 2,80% emesso a 99,194 e quotato 90,90 il 28-X-2016;
REGNO UNITO (UK TREASURY) denominati in sterline
2013-2068 al 3,50% emesso a 96,426 quotato 164,78;
al 4% scadenza 22-1-2060 emesso a 96,258 quotato 174,36;
2005-2055 al 4,25% quotato 175,23;
SPAGNA al 4% scadenza 31-X-2064 emesso a 99,602 quotato 133,38.
Anche per questi titoli, che vanno oltre la speranza di vita della maggioranza di coloro che sono ora adulti, il Buono del Tesoro Poliennale 2067 al 2,80% ha la quotazione di quasi 9 punti sotto la pari, ma è uno dei più interessanti sotto il profilo dell’investimento, come si vede nell’elenco e nei rendimenti dei 72 BTP in essere che si trova in http://www.rendimentibtp.it/quotazione-btp. Eppure questo BTP è preceduto nella quotazione dal Belgio il cui titolo al 2066 – sebbene renda soltanto il 2,15% – era quotato 14 punti sopra la pari il 28 ottobre. Si può infine osservare che tra i titoli cinquantennali al 4% la quotazione più bassa è quella della Spagna, penalizzata dal giudizio di S&P con BBB+, comunque più benevolo di quello riservato all’Italia: BBB-.
Per chi governa la finanza mondiale a proprio beneficio col manipolare i giudizi per poi agire di conseguenza e facendo credere ciò che più conviene, è evidente che i tanto decantati “fondamentali” (fundamentals) che dovrebbero essere alla base dei giudizi sul sistema macro economico di un Paese, sono irrilevanti frottole ad uso degli incompetenti (che siamo noi cittadini it’s the economy, stupid) e dei collusi con il vero potere finanziario, quello in grado di mettere i suoi uomini chiave nelle maggiori istituzioni politiche ed economiche internazionali, e in quelle di qualsiasi Paese.
V’è dunque da chiedersi in nome di cosa il Tesoro italiano compri a caro prezzo da Standard & Poor’s giudizi di affidabilità sul nostro Paese che si rivelano sempre ingiustamente lesivi. Conferendo questo incarico il governo italiano appoggia di fatto chi contribuisce indirettamente alla speculazione finanziaria su scala mondiale che ha sovente per oggetto i nostri BTP. A ciò si aggiunga, per le imprese finanziarie coinvolte, il beneficio di godere di una buona remunerazione per l’onere di “piazzare” i nostri titoli pubblici. Emblematico è il caso già citato concernente il BTP 2067 al 2,80% che non è stato venduto all’asta, ma gestito su mandato del Tesoro italiano da una cordata di istituzioni capeggiata da Goldman Sachs e JpMorgan.
Standard & Poor’s è nata nel 1941 e quasi nessuno al di fuori degli Stati Uniti si era mai accorto della sua esistenza prima che la finanza mondiale cominciasse ad avvantaggiarsi della libera circolazione dei capitali, e che gli istituti di credito cessassero di dividersi in banche di credito ordinario (commercial banks) e banche d’affari (investment banks) come era accaduto in seguito agli eventi finanziari sfociati nella Grande crisi (Great Crash) del 1929 e che negli Stati Uniti diedero origine al Glass-Steagall Act (1933) e in Italia alla Legge bancaria (1936). Grazie alle modifiche apportate alla normativa durante la presidenza Clinton (1993-2001) – su pressione delle lobby finanziarie – le istituzioni creditizie tornarono ad essere banche miste, quindi con le stesse caratteristiche che avevano portato alle sofferenze e privazioni di milioni di individui rimasti senza lavoro a causa del disastro generato da Wall Street e tradottosi poi nella Grande depressione. Sui costi umani di questo immane disastro varrebbe la pena rileggere The Grapes of Wreath (in italiano Furore) del 1939, scritto da John Steinbeck. Dalla Great Depression gli Stati Uniti uscirono soltanto grazie ai “benefici effetti” della seconda guerra mondiale.
Così, invece di dedicarsi come prima della guerra alla loro funzione tradizionale di raccolta del risparmio e della sua erogazione mediante il credito a famiglie e imprese per le loro esigenze, le banche ricominciarono a spingere i depositanti loro clienti verso il mercato finanziario convincendoli a comprare azioni e obbligazioni di ogni tipo, incluse le proprie.
Questa situazione “nuova” dal sapore antico, poteva apparire più conveniente in termini di profitti aziendali ma le banche, trasformate in rivendite al dettaglio di carta finanziaria e inaridito in buona parte il flusso dei depositi, non furono più in grado di svolgere bene le funzioni per le quali erano nate. Così il danno per l’economia reale divenne sempre più grande. Si veda in proposito il magistrale saggio Il colpo di Stato di banchieri e governi (Einaudi, Torino 2013) di Luciano Gallino.
Esaminiamo ora alcuni fatti concreti relativi alla solidità economica del sistema che poggia sulle imprese italiane e sulla loro competitività. Circa la fragilità del sistema economico italiano si può osservare che l’Italia come Paese industriale manifatturiero si colloca in Europa, in base ai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI o IMF), subito dopo il sistema economico tedesco e ben prima di quelli di Francia, Regno Unito e Russia.
Negli anni tra il 2012 e il 2015 la bilancia commerciale dell’Italia è sempre stata attiva, così come quelle di Cina, Corea, Germania, Paesi Bassi, Russia, Svizzera, Taiwan; a differenza di quanto è accaduto per Canada, Giappone, India, Messico, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia le bilance commerciali dei quali hanno sempre segnato un disavanzo.
I primi dieci Paesi esportatori del mondo sono stati nel 2015 (qui ordinati secondo l’ammontare delle esportazioni): Cina, Stati Uniti, Germania, Giappone, Corea, Francia, Paesi Bassi, Hong Kong, Italia, Regno Unito; insieme essi hanno rappresentato il 52,43% delle esportazioni mondiali.
Circa la competitività a livello mondiale delle imprese manifatturiere italiane potrebbero bastare alcuni dati che i governi italiani succedutisi nel tempo non sembrano avere pienamente compreso, e che non sono comunque mai stati in grado di far conoscere. Forse perché i politici leggono soltanto i giornali (scritti dalle agenzie di stampa e da giornalisti quasi mai competenti in materia, oppure collusi con chi intende denigrare il sistema produttivo italiano) che consapevolmente o meno fanno il gioco della stampa anglosassone, ritenuta “seria” ma a sua volta guidata dalle imprese multinazionali e dalla finanza internazionale che hanno in mano i governi di Stati Uniti e Inghilterra (che sono sempre stati soltanto dei comitati d’affari), nonché dei loro satelliti, e tra questi – forse il più obbediente e soggetto – il governo italiano.
Come ci ricorda Marco Fortis (Marco Fortis e Alberto Quadrio Curzio L’Europa tra ripresa e squilibri il Mulino, Bologna 2014) la manifattura italiana è la seconda d’Europa e la quinta del mondo per valore aggiunto, preceduta soltanto da Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti, anche se, con l’impetuosa ascesa della Corea, siamo di recente retrocessi al sesto posto come Paese manifatturiero. Quello che più ha sofferto – a causa della crisi innescata nell’autunno 2006 dai mutui subprime negli Stati Uniti e proseguita con effetti devastanti sull’economia reale a partire dall’autunno del 2008 (si veda in proposito I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni di Luca Ciarrocca, Chiarelettere, Milano 2013) – è il mercato interno italiano dove la domanda di manufatti è precipitata a causa delle prospettive sempre più incerte per le imprese italiane costrette a licenziare. La crescente disoccupazione ha fatto ristagnare e poi diminuire la domanda aggregata all’interno del Paese con gravi conseguenze per le imprese di ogni tipo e, riflettendosi anche sul gettito fiscale che è andato diminuendo, ha impedito di ridurre il debito pubblico come sarebbe stato possibile fare senza incidere sulla spesa sociale.
Anche se al debito pubblico italiano contribuiscono pesantemente gli errori di politica economica dei governi nazionali e locali che lo sprecano in vari modi per incompetenza o lo sperperano per ragioni clientelari – oltre che a causa della corruzione/concussione dei funzionari preposti alla spesa e ai loro interlocutori che ne beneficiano – non vi è dubbio che al concetto di debito pubblico dovrebbe accompagnarsi un atteggiamento fortemente positivo, e ciò per ragioni di grande importanza non soltanto economica.
Infatti, le esigenze di spesa della mano pubblica per migliorare le condizioni economico-sociali dei cittadini, possono essere coperte soltanto in due modi: aumentando la pressione fiscale oppure ricorrendo all’indebitamento. Contribuendo volontariamente alle esigenze di spesa, l’acquirente dei titoli pubblici contribuisce ad evitare che la pressione fiscale per famiglie ed imprese aumenti, arrecando così un beneficio diretto alla collettività. Inoltre, i titoli acquistati divengono parte del patrimonio di individui e istituzioni. Se i titoli sono tutti sottoscritti dai soggetti residenti nel Paese vi è una perfetta identità quantitativa tra il debito pubblico nazionale e la ricchezza privata dei cittadini. Tenendo presente questi fatti concreti diviene insensato e privo di ogni significato logico il lamento che secondo molti (per ignoranza o dolo) dovrebbe levarsi dai “giovani” che saranno costretti a ripagare il debito pubblico che non hanno contribuito a creare.
Perché allora un sistema economico come quello italiano che ha dei solidissimi fondamenti non riscuote la fiducia che meriterebbe? Non siamo veramente in grado di dirlo, ma nelle poche righe che precedono ci abbiamo provato.

Gianni Fodella

ROBERTO VACCA: PUBBLICITA’ ED ECONOMIA

“Per assicurare il successo a un libro, quanto sono utili le recensioni sui giornali, le interviste e la pubblicità su periodici, in radio e televisione,?”

Un editore mi propose –una trentina di anni fa – di fare una ricerca per rispondere all’interessante quesito. Chiesi che mi fornissero: testate, date di pubblicazione, testi di articoli e copy di inserzioni e, d’altra parte, numero di copie vendute settimana per settimana.

I dati su recensioni, interviste e pubblicità  erano disponibili. Invece il numero di copie vendute non era disaggregato per settimana, ma solo anno per anno per ciascuna opera. Non c’era possibilità di correlare le iniziative promozionali con le vendite. Lasciammo perdere.

I numeri bruti dicono poco anche su grande scala. Fra il 2000 e il 2011 il Prodotto interno lordo italiano (PIL) era intorno a 1500 miliardi di euro e gli investimenti in pubblicità erano la metà dell’uno per cento del PIL, cioè circa 7 miliardi. La correlazione statistica fra le due grandezze in quegli 11 anni era il 97%. Crescevano e calavano insieme, ma i numeri non ci dicono se la pubblicità più intensa fa crescere il PIL o se si spende di più in pubblicità quando il prodotto lordo è più alto – le cose vanno meglio. Un’alta correlazione statistica fra due grandezze non vuol dire affatto che una sia la causa dell’altra. Sembrava pensare il contrario Henry Ford che disse: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi, somiglia a chi blocchi le lancette dell’orologio per risparmiare tempo. La pubblicità è l’anima del commercio.”

Però Jerry W. Thomas, Presidente di DecisionAnalyst (azienda attiva in ricerche di mercato e sondaggi), scrisse nel 2008: “Il settore della pubblicità ha sempre un grande potenziale, ma controlla la propria qualità peggio di ogni altro settore. Solo la metà della pubblicità che viene diffusa ha effetti positivi. In parecchi casi ha effetti controproducenti.”

Valutare l’efficacia di messaggi pubblicitari, singoli o facenti parte di una campagna, è arduo. L’andamento delle vendite, infatti, dipende da tanti altri fattori: prezzi, azioni della concorrenza, efficacia della distribuzione (non si vende, se gli stock sono esauriti), tempo atmosferico e così via. Gli effetti della pubblicità non sono istantanei. Si possono manifestare dopo mesi. Dunque sappiamo bene che in certi casi estremi la pubblicità ha impatti forti e drammatici. Misurare gli impatti medi o deboli è un compito molto difficile. Certe grosse aziende specializzate in sondaggi sostengono di saperlo svolgere in modo scientifico. Vi dicono quante persone hanno visto il vostro messaggio, quante lo ricordano a distanza di tempo e quante ne sono state convinte, di che percentuale ha fatto crescere le vostre vendite – e così via. Sono credibili?

Forse io non sono un campione rappresentativo dei bersagli cui mira la pubblicità, ma non credo di aver comprato un’auto, un libro, un paio di scarpe, una bottiglia di vino dopo averne visto uno spot o un’inserzione. Ricordo la serie di vignette per la reclame della Guinness. La didascalia era sempre la stessa: “My Goodness, my Guinness!”, e la birra veniva portata via a un personaggio da elefanti, scimmie, rapinatori. Chiedevo ad amici ingegneri: “Dell’aria a 2 atmosfere si immette in fondo a un recipiente pieno di un liquido: quando arriva alla superficie del liquido gorgoglia alla pressione di 3 atmosfere. Che liquido è?”  La risposta era: “Vecchia Romagna Buton Cognac – il cognac che crea un’atmosfera.” Però in vita mia ho bevuto solo una Guinness e comprato una sola bottiglia di Vecchia Romagna.

Forse le pubblicità troppo intelligenti sono quelle meno efficaci. Dopo tanti anni ricordo bene Massimo Lopez di “una telefonata ti allunga la vita”, che rimandava la sua fucilazione con lunghe chiacchiere al telefono. Sorrido di Marzocca che fa la mamma di Garibaldi [“Giuseppe passa un momento difficile – risponde!”] ma dubito che abbiano fatto salire di un euro il fatturato della SIP e poi della Telecom Italia.

In TV usano spesso, dopo un programma che si spera sia stato gradito, comunicare: “Questo programma offerto da  xxxx”. Non so quanto possa essere efficace.  Quanto meno si evita così l’irritazione o l’avversione evocata dalla ripetizione eccessiva di certi spot. Se sono decenti causano, comunque, negli ascoltatori la sordità a quel messaggio. Se sono spiacevoli, possono causare nla decisione di rifuggire dal prodotto. Sarebbe bene ricordare cheil tempoin cui gli spot in TV interrompono il film che stiamo vedendo, coincide spesso coniltempo perandare al bagno.

Devo ammettere, in fine, che l’idea stessa di convincere tanta gente a fare certe cose è attraente e divertente. La creazione dei messaggi – scritti, detti, in video – è attività stimolante. Nel 1933 Dorothy L. Sayers pubblicò uno dei suoi gialli – “Muder Must Advertise “, Harcourt,  Brace – col personaggio di Lord Peter Wimsey che investigava assassini nell’Agenzia pubblicitaria Pym – e intanto progettava una forte campagna a premi per le sigarette Whiffle. Molto divertente.

Nel mio romanzo UNA SORTA DI TRADITORI ci ho messo un ex terrorista che si mette a fare il pubblicitario e inventa una campagna per diffondere l’uso del bidet nei paesi anglosassoni. Gli attribuisco anche un’astuta persuasione occulta che fu davvero usata con successo da un noto tycoon passato alla politica, ma ormai avviato al tramonto. (Real cowboys never die – they fade away.)

Roberto Vacca

DEBITO E PATRIMONIO

di Gianni Fodella, docente universitario di Economia all’Università statale di Milano

Per una rettifica dei termini

Siamo immersi nel disordine e a questa confusione contribuiscono potentemente giornali, radio e televisione, i mass media che sarebbe più corretto chiamare mezzi di disinformazione di massa.

Molto di ciò che è accaduto a danno dell’umanità deriva dalla mancanza di una vera comprensione della realtà di cui è in buona parte colpevole l’uso irresponsabile della lingua. Le parole vaghe e imprecise sono fonte di confusione, nascono da concetti sbagliati e perpetuano l’errore nel quale si dibatte l’umanità quando si propone di analizzare un problema per risolverlo.

Come sarebbe bello invece, nello scrivere e nel parlare, impiegare soltanto parole che abbiano un significato preciso e univoco facendo uso di termini che non diano origine a equivoci. Per un grande pensatore del remoto passato nel “rettificare i nomi”, nell’usare i “nomi con il loro significato vero” – in cinese zhen ming (zhen = vero, reale, genuino, giusto; ming = nome) – consiste precisamente l’arte di governare. Quando le parole hanno significati ambigui non può esserci buongoverno e si rischia che a dominare sia invece il malgoverno.

 

La prima importante distinzione da fare è quella tra REDDITO e RICCHEZZA

Accade infatti spesso che venga usata a torto la parola RICCHEZZA come sinonimo di REDDITO per indicare il REDDITO NAZIONALE, l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese.

 

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Infatti il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

La RICCHEZZAo PATRIMONIO o CAPITALE invece può essere misurata non soltanto relativamente a un anno, ma anche in relazione a un dato momento preciso, mentre il REDDITO o PIL “istantaneo” sarebbe un non senso dal punto di vista logico, e quindi anche economico.

 

DEBITO e PIL: entità non confrontabili tra loro

Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non ha senso paragonare il DEBITO PUBBLICO al REDDITO NAZIONALE o PIL, come incautamente stabilito dai parametri di Maastricht e come ci viene continuamente ribadito in ogni resoconto giornalistico e in ogni dibattito al quale partecipano persone che dovrebbero sapere di cosa parlano. Non è infatti ragionevole e razionale confrontare una grandezza appartenente al novero dei concetti fondo a una grandezza appartenente al novero dei concetti flusso.

Se questa correlazione viene invece fatta, ne nasce una confusione concettuale che porta ad essere in errore nell’analisi della situazione e a prendere decisioni di politica economica errate perché basate su presupposti privi di coerenza logica ed economica.

E’ sorprendente constatare come persino gli economisti e i giornalisti specializzati in materia economica che partecipano agli innumerevoli dibattiti dai quali siamo quotidianamente afflitti non sentano il bisogno di chiarire come stiano veramente le cose.

In verità, la ragione di tale imprecisione e sciatteria terminologica fonte di confusione, nasce dal fatto che gli economisti non si sono mai veramente interessati della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese, ma sempre e soltanto del REDDITO e del suo andamento. E’ soltanto da qualche anno, da quando la consapevolezza della distruzione e della menomazione dell’ambiente risulta ormai evidente ai cittadini (ma a quanto pare non alla maggioranza degli economisti), che il problema della depauperazione della RICCHEZZA o PATRIMONIO del Paese comincia ad essere percepito.

Se consideriamo poi il DEBITO PUBBLICO dei vari Paesi, è evidente che il problema per i governi non è stato tanto quello della sua entità in termini assoluti, quanto piuttosto quello della gestione nel tempo del DEBITO stesso.

 

SERVIZIO DEL DEBITO e PIL

L’ammontare del DEBITO PUBBLICO che si è venuto formando nel corso degli anni dà annualmente origine al SERVIZIO DEL DEBITO PUBBLICO costituito da:

1) pagamento degli interessi sui titoli in essere in quell’anno;

2) rimborso dei titoli che giungono a scadenza in quello stesso anno.

 

Ed è il valore del SERVIZIO DEL DEBITO che può essere utilmente correlato al valore del PIL, che dà origine al debt service ratio o tasso del servizio del debito, e che permette di valutare l’onere che comporta il livello di indebitamento del Paese per il bilancio pubblico.

 

DEBITO e RICCHEZZA

A quale grandezza correlare il DEBITO PUBBLICO (concetto fondo) accumulato? Non si può confrontare con il REDDITO o PIL (concetto flusso) ma più ragionevole sarebbe compararlo alla RICCHEZZA NAZIONALE o PATRIMONIO (concetto fondo), una grandezza la cui misurazione non è tuttavia facile per la presenza di beni che non hanno prezzi di mercato. Anche da ciò nasce il disinteresse degli economisti per la misura del PATRIMONIO.

Ma questa mancanza di interesse risulta sempre più colpevole man mano che scopriamo di depauperare il CAPITALE o PATRIMONIO o RICCHEZZA NAZIONALE nei processi produttivi che accelerano l’entropia e che consumano, senza badare agli sprechi, le risorse non rinnovabili del pianeta Terra.

La RICCHEZZA NAZIONALE, soprattutto in Paesi di antica civiltà e popolosi come l’Italia, favorita da un clima mite adatto alla vita del genere umano, è di dimensioni straordinariamente grandi e comprende il PATRIMONIO NATURALE e il CAPITALE SOCIALE FISSO.

Il PATRIMONIO NATURALE è l’insieme dei beni di cui la natura ha dotato il Paese; gli economisti hanno parlato (soprattutto in passato) delle risorse naturali in termini di dotazione dei fattori (factor endowment) e hanno attribuito importanza soprattutto a quelle risorse naturali di rilevanza economica come terra coltivabile, pascoli, foreste e giacimenti minerari, ma dobbiamo tener presente che di questo  PATRIMONIO NATURALE fanno parte anche cespiti appartenenti al demanio quali laghi, lagune, fiumi, monti, spiagge, giacimenti di acque dolci di falda e acque territoriali marittime che normalmente non sono oggetto di valutazione economica né di compravendita.

Le condizioni climatiche, la piovosità e la collocazione geografica, e quindi la distribuzione del territorio in base a latitudine/longitudine e all’altitudine, sono tutti elementi che permettono di valutare il PATRIMONIO NATURALE di un Paese e di cui sarebbe importante una stima condotta periodicamente, anche al fine di accertare in che misura esso sia rimasto inalterato nel tempo o si sia ridotto minando in maniera più o meno rilevante le condizioni di vita della popolazione insediata nel territorio di quel sistema economico, e compromettendo o meno le possibilità di vita delle generazioni future.

Per esempio, i terreni agricoli coltivati a mais in Italia stanno facendo diminuire il valore economico di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sia perché ne viene ridotta la fertilità naturale, sia per l’introduzione di elementi inquinanti, sia infine per il depauperamento della falda acquifera alla quale si attinge per irrigare il mais, una coltura cerealicola altamente sfruttante dei terreni.

Se la falda acquifera della Pianura Padana è stata inquinata dall’uso industriale di prodotti chimici non biodegradabili come la trielina e dai residui dei fertilizzanti chimici, dei pesticidi e dei diserbanti usati nella coltivazione del riso, una stima della riduzione di questa porzione di PATRIMONIO NATURALE sarebbe opportuna in modo da porvi rimedio, ma anche perché si potrebbe così scoprire che una parte del reddito o PIL prodotto dal Paese annualmente con l’esercizio dell’attività agricola, non è vero reddito o PIL ma proviene dal depauperamento del CAPITALE o PATRIMONIO NATURALE; scambiare per reddito il patrimonio che si riduce è una pratica lesiva delle condizioni di vita e delle generazioni future. A livello microeconomico questo errore non viene compiuto: i saggi amministratori delle imprese sanno che il patrimonio dell’azienda va protetto, mantenuto, sostituito facendo uso dei fondi di ammortamento.

Il PATRIMONIO di un Paese non è costituito soltanto della sua componente naturale, ma a questa deve essere aggiunto il CAPITALE SOCIALE FISSO (social overhead capital), quella parte del PATRIMONIO costruita dall’azione dell’uomo. Ne fanno parte i terrazzamenti di colline e montagne per rendere possibile, più agevole e produttiva l’agricoltura, i canali per irrigazione e navigazione, le strade, le ferrovie, i porti, le dighe, le reti idriche elettriche telefoniche fognarie e le costruzioni di ogni tipo dalle scuole agli ospedali, dagli stadi alle caserme, dalle fabbriche alle banche, dai palazzi pubblici e per abitazioni private ai luoghi di culto.

Che le varie componenti del CAPITALE SOCIALE FISSO siano di proprietà pubblica o privata non è poi così rilevante come si potrebbe credere, quello che conta è la sua entità, la sua regolare periodica manutenzione e il suo grado di utilizzo.

Un capannone costruito su un terreno coltivabile pianeggiante che non venga utilizzato a fini produttivi porta alla riduzione sia del CAPITALE SOCIALE FISSO sia del PATRIMONIO NATURALE costituito dalla terra resa incoltivabile dalla presenza del capannone. Se un edificio viene abbandonato o un ramo ferroviario dismesso, significa che è venuta meno una porzione di CAPITALE SOCIALE FISSO, non importa se di proprietà pubblica o privata. Tuttavia, ragioni di prudenza vogliono che almeno una parte di esso sia o rimanga di proprietà pubblica.

 

DEBITO PUBBLICO  e  PATRIMONIO PRIVATO

Veniamo ora alle ragioni che hanno portato alla nascita del DEBITO PUBBLICO, quello che lo Stato contrae con i risparmiatori, e all’esame dei suoi precisi connotati.

Si tratta di quell’ammontare di risorse liquide che la mano pubblica – emettendo Titoli di Stato (in Italia BOT, CCT, CTZ, BTP, BOC e assimilati) – ha nel corso del tempo incamerato per poter far fronte alle proprie esigenze di spesa senza dover ricorrere all’allargamento dell’imposizione fiscale diretta o indiretta.

Attraverso la fiscalità i governi impongono ai cittadini di cedere allo Stato una parte non irrilevante dei redditi da loro prodotti nel corso dell’anno; non è possibile sottrarsi a questa imposizione senza violare le norme e divenire evasore fiscale.

L’evasione fiscale non è purtroppo sempre combattuta con i metodi e gli strumenti più idonei e nel nostro Paese rimane un problema parzialmente irrisolto. Un incentivo all’elusione e all’evasione fiscale è la pressione fiscale, soprattutto quando essa diviene molto pesante e addirittura intollerabile quando le imprese rispettose delle norme fiscali si trovino come oggi a competere con imprese che evadono il fisco o il cui capitale non costa nulla perché ha origini criminose ed è frutto di attività illegali.

Gli introiti per l’erario grazie alle vendite dei Titoli di Stato italiani, acquistati dai privati e dalle istituzioni, vanno visti come preziose fonti complementari delle entrate fiscali e in qualche modo anche come un surrogato delle imposte evase o eluse.

 

Il DEBITO PUBBLICO è quindi una benedizione, uno dei capisaldi che permettono alla macchina amministrativa dello Stato di perseguire meglio le proprie finalità e di svolgere fino in fondo le proprie funzioni riducendo al minimo le sofferenze della popolazione.

Chiedere ai cittadini i loro risparmi, remunerandoli adeguatamente, per svolgere compiti di interesse nazionale ai quali si potrebbe adempiere soltanto con un’imposizione fiscale aggiuntiva, è un comportamento degno di un governo giusto ed equo.

In quest’ottica l’obiettivo del pareggio di bilancio – considerato da alcuni un obiettivo così importante da dover essere perseguito ad ogni costo e da essere inserito addirittura nella carta costituzionale dello Stato – si rivela come riduttivo, poco lungimirante e lesivo dei veri interessi dei cittadini.

Esaminiamo ora come si configuri quella parte del PATRIMONIO PRIVATO che non è costituito da attività reali (abitazioni, terreni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento) ma da valori mobiliari che rappresentano potere d’acquisto (denaro contante, depositi bancari e del risparmio postale, titoli pubblici italiani e stranieri, obbligazioni private, azioni e partecipazioni in società di capitali, fondi comuni d’investimento, porzioni di beni “cartolarizzati” espressi in certificati di proprietà, polizze di assicurazione per fondi pensione e ramo vita, crediti commerciali).

Isoliamo per i nostri scopi i soli titoli pubblici italiani e soffermiamoci sugli aspetti più importanti da sottolineare, e precisamente sui connotati che i Titoli di Stato assumono quando passano di mano dall’ente emittente che si indebita ai sottoscrittori che li acquistano accrescendo per questa via il loro PATRIMONIO PRIVATO:

– per lo Stato emittente assume grande rilevanza il pagamento degli interessi sul totale del debito in essere e la restituzione di quella parte del debito che ogni anno giunge a scadenza, problema denominato della gestione del “servizio del debito” il cui onere annuo rispetto al PIL (tasso di servizio del debito = debt service ratio) implica come già detto una stretta correlazione con il reddito prodotto annualmente;

– per il cittadino sottoscrittore gli interessi derivanti dal pagamento delle cedole annesse ai titoli, rappresentano un flusso di reddito da destinarsi a consumo o a risparmio/investimento, mentre i titoli del DEBITO PUBBLICO posseduti sono parte del suo PATRIMONIO o ricchezza o capitale che dir si voglia.

 

Questo duplice aspetto che assume il DEBITO PUBBLICO, di essere al contempo un obbligo di segno negativo per la mano pubblica e nello stesso tempo parte della RICCHEZZA NAZIONALE posseduta dai privati, è una caratteristica essenziale e trascurata della sua vera natura.

Quindi, lungi dall’essere un onere intollerabile che grava sul futuro dei nostri figli e nipoti, e pur costituendo un’obbligazione della mano pubblica, i titoli rappresentativi del DEBITO PUBBLICO divengono contestualmente parti del PATRIMONIO PRIVATO, familiare o societario, di coloro che li hanno acquistati e tali rimarranno, pur potendo essere negoziati in qualsiasi momento, per tutto il tempo della loro durata o vita residua, fino alla naturale scadenza.

E’ sempre stato difficile immaginare uno strumento di investimento altrettanto sicuro, semplice da usare e flessibile quanto i titoli del DEBITO PUBBLICO; per questo i risparmiatori italiani li hanno sempre apprezzati e favoriti nelle loro scelte di investimento dei risparmi, anche quando erano consapevoli che gli alti tassi di remunerazione non sarebbero bastati a coprire la crescita dei prezzi al dettaglio di beni e servizi, e consci dei rischi, dato che il variare dei tassi avrebbe reso instabili i corsi dei titoli a più lunga scadenza.

Questa instabilità (oggi si preferisce chiamare questo andamento erratico volatility) potrebbe tradursi talvolta in perdite per chi abbia urgente necessità di vendere, ma anche permettere di realizzare guadagni in conto capitale sfruttando i momenti favorevoli.

 

DEBITO PUBBLICO  e  DEBITO ESTERO

Ridottosi con l’avvento dell’euro il rischio di cambio che caratterizzava la lira, i titoli pubblici italiani hanno cominciato ad essere acquistati anche da investitori esteri, molti dei quali desiderosi non tanto di goderne regolarmente i frutti dati dai rendimenti, quanto di dedicarsi alla compravendita speculativa ad alta frequenza.

Alla base della speculazione contro i titoli italiani del debito pubblico vi è la diffusione di notizie che creano un clima d’incertezza (sulla solvibilità degli Stati e sulla tenuta dell’euro) attuato con metodi che dovrebbero portare alcuni protagonisti come le agenzie di rating (ma non soltanto) a essere incriminati per aggiotaggio, e agevolato da comportamenti inadeguati delle autorità europee (Commissione, BCE Banca Centrale Europea, EBA European Banking Authority/Agency) e di alcuni Governi che si avvantaggiano dei più bassi tassi ai quali possono indebitarsi.

Anche se la quantità dei titoli oggetto di speculazione può essere relativamente modesta, l’elevato numero e la velocità delle transazioni telematiche danno ai movimenti speculativi un “potere di mercato” determinante che li rende protagonisti senza rivali dell’andamento dei corsi che determinano i tassi reali di remunerazione dei titoli.

Per creare un argine, se non porre termine, a una situazione che danneggia quei sottoscrittori che acquistano i titoli pubblici italiani senza intenti speculativi ma con l’obiettivo di crearsi una rendita sicura, non vi è che un rimedio: ricomprare i titoli del debito pubblico italiano facendoli ritornare in patria.

Far tornare nelle nostre mani almeno una parte del debito pubblico italiano detenuto all’estero, e che attraverso la speculazione di cui è oggetto contribuisce a perpetuare un clima di sfiducia nei confronti dei titoli pubblici italiani e dei titoli denominati in euro in generale, può essere non soltanto un gesto patriottico, ma anche una mossa che nello stesso tempo può contribuire a sanare una situazione di palese ingiustizia, a favore di Paesi dell’area euro in condizioni simili o addirittura peggiori della nostra. Se non è equo che l’Italia sia costretta ad indebitarsi al 7% mentrela Germaniapossa farlo a meno del 2%,la Franciaa poco più del 3% e anchela Spagnaa tassi inferiori ai nostri di quasi due punti percentuali, l’aspetto positivo di questa situazione che penalizza i conti pubblici italiani è che con interessi così elevati pagati dai titoli pubblici italiani le famiglie che li detengono possano godere di rendite consistenti che non sarebbe agevole istituire altrimenti.

Diventa quindi urgente passare a misure concrete senza attendere oltre. Nell’esempio fatto in APPENDICE* si mostra come spendendo oggi 113.930 euro, si potrebbe ottenere una rendita mensile netta di 656 euro per circa 12 anni (94.464 euro) ricevendo poi alla scadenza del BTP (1 novembre 2023) il rimborso di 100mila euro.

Tuttavia, perché il sistema economico ne tragga davvero vantaggio, occorre che beneficino della creazione di queste consistenti rendite i residenti in Italia che le potranno così destinare a consumi o a investimenti tali da permettere all’economia del Paese di beneficiarne.

C’è chi sostiene che in Italia non vi siano più le risorse patrimoniali per comprare una parte consistente del DEBITO PUBBLICO italiano detenuto da investitori esteri. Ma è giustificato questo pessimismo? Non lo è per diverse ragioni, ma soprattutto per i fatti concreti descritti e analizzati in vari studi l’ultimo dei quali ad opera della BANCA D’ITALIA “La ricchezza delle famiglie italiane  Anno 2010” Nuova serie  Anno XXI – Numero 64, pubblicato il 14 Dicembre 2011 http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2011/suppl_64_11.pdf

 

PATRIMONIO e DEBITO PRIVATO in Italia

Alla fine del 2010 la ricchezza lorda delle famiglie italiane, sostanzialmente invariata rispetto alla fine del 2009, era pari a circa 9.525 miliardi di euro, corrispondenti a poco meno di 400mila euro in media per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 62,2% della ricchezza lorda (5925 miliardi di euro), le attività finanziarie il 37,8% (3600 miliardi di euro).

Tenendo conto che alla data dell’1-1-2011 la popolazione residente in Italia era secondo l’ISTAT di 60.626.442 individui, la ricchezza media impiegata in attività reali era pari a 97.730 euro pro-capite mentre quella impiegata in attività finanziarie era di 59.380 euro pro-capite.

Poiché le passività finanziarie ammontavano a 887 miliardi di euro, dalla ricchezza finanziaria pro-capite andavano dedotti mediamente 14.630 euro, portando la ricchezza finanziaria netta pro-capite a 44.750 euro, quindi 2713 miliardi di euro in totale, somma alla quale potrebbe, e dovrebbe, essere correlato l’intero ammontare del DEBITO PUBBLICO italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro (30.400 euro pro-capite) nel 2010, composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni) quasi completamente a tasso fisso.

Il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane, il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% (816 miliardi di euro) è allocato all’estero (fonte: Banca d’Italia, Finanza pubblica, fabbisogno e debito, maggio 2011).

Se per evitare pericolose speculazioni da parte dei mercati esteri ci impegnassimo ad acquisire i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero (per fare in modo che ne rimanga all’interno almeno l’85%) dovremmo sborsare 544 miliardi di euro, una somma grande ma relativamente modesta in termini pro-capite (8.973 euro) che riporterebbe la quota di titoli pubblici italiani detenuti da residenti ai valori percentuali di alcuni anni fa, prima dell’allontanamento dai nostri titoli a favore di carta finanziaria italiana ed estera (azioni, obbligazioni, fondi) rivelatasi nel tempo molto deludente sul piano dei rendimenti annui, ma soprattutto in termini di guadagni attesi in conto capitale.

Per esempio nel 1995 il valore dei titoli pubblici italiani che erano nel portafoglio degli italiani e quindi parte del loro PATRIMONIO, era equivalente a 326,7 miliardi di euro correnti e le obbligazioni private italiane (quasi tutte bancarie) ammontavano a 40,7 miliardi di euro.

Nel 2010 i due dati (sempre in euro correnti) erano divenuti rispettivamente 181,4 e 366,7 miliardi di euro. I depositi su conto corrente bancario sono passati nello stesso periodo da193,8 a494,4 miliardi di euro correnti. I fondi comuni d’investimento sono passati da 67,4 (1995) a 238,2 (2010) miliardi di euro correnti dopo essere stati ben più cospicui nel 1998 (369,1), 1999 (470,5), 2000 (475,4), 2001 (408,9), 2002 (373,2) ed essere rimasti su questi livelli fino al 2006 (367); salvo precipitare poi a 190,6 nel 2008 dopo essere stati 320 miliardi di euro nel 2007 e 221 nel 2009.

Per acquistare dunque i due terzi del DEBITO PUBBLICO italiano allocato all’estero pari a 544 miliardi di euro, basterebbe ridurre l’entità di alcune voci, a cominciare dai depositi bancari (non soltanto quelli in conto corrente) che ammontavano nel2010 a657,3 miliardi di euro, dato che i titoli del debito pubblico italiano sono facilmente ri-trasformabili in depositi bancari. A questi si potrebbero aggiungere i parziali smobilizzi delle obbligazioni private italiane (366,7 miliardi di euro) e i titoli esteri (165,1 miliardi di euro) che, godendo di rendimenti modesti e di corsi superiori a 100, potrebbero essere utilmente venduti.

La crescente domanda di titoli italiani ne farebbe aumentare il prezzo e ridurre i rendimenti, ma probabilmente senza cambiare radicalmente la situazione se non nella natura della proprietà, da estera a italiana.

Come si vede non soltanto esistono margini tali da consentire spostamenti piuttosto ampi nel portafoglio finanziario dei risparmiatori, ma si sta facendo sempre più strada la consapevolezza degli errori commessi dalle banche e dai promotori finanziari che  hanno spinto, senza sufficiente riflessione e ponderazione e badando al loro immediato tornaconto, i risparmiatori a mutare il quadro operativo nel quale veniva gestito quella parte del reddito non consumato chiamato risparmio.

Persino le passività finanziarie di cui gli italiani sono titolari (e che nel 2010 ammontavano a 887 miliardi di euro, e cioè 14.630 euro pro-capite), indicano che la situazione è sotto controllo.

Infatti, la voce principale del debito privato degli italiani (367,6 miliardi) si riferisce a prestiti per l’acquisto della casa; il credito al consumo (120,3 miliardi) è cresciuto molto in questi ultimi anni ma resta relativamente modesto indicando che gli italiani non vivono ancora al di là dei propri mezzi, come si fa invece in Paesi considerati a torto virtuosi e come mostrano i seguenti confronti internazionali dai quali appare inequivocabilmente che le famiglie italiane risultano le meno indebitate, dato che l’ammontare dei debiti è in Italia pari all’82% del reddito disponibile mentre in Francia e in Germania è di circa il 100%, negli Stati Uniti e in Giappone è del 130%, nel Regno Unito del 170%.

Inoltre, per finire, occorre sapere che le famiglie italiane dispongono di una RICCHEZZA elevata e pari nel2009, a8,3 volte il REDDITO disponibile, contro 8 volte nel caso del Regno Unito, 7,5 volte della Francia, 7 del Giappone, 5,5 del Canada e 4,9 volte degli Stati Uniti.

Dov’è allora tutta questa virtù dei nordici e dei Paesi che indichiamo come modelli ai quali guardare con ammirazione?

Non soltanto quindi le risorse finanziarie per ricomprare una fetta importante del nostro DEBITO PUBBLICO ora all’estero ci sarebbero, date le dimensioni del PATRIMONIO PRIVATO di cui gli italiani dispongono – e osservando che i debiti si ripagano attingendo al patrimonio più che al reddito – ma approfittando per una volta della cattiva stampa di cui l’Italia soffre sempre, potremmo ricomprarlo a prezzi convenienti, se ci affrettiamo a farlo concretamente.

I tempi che stiamo attraversando consigliano prudenza, e non soltanto in materia finanziaria. La linfa vitale costituita dal lavoro si inaridisce ogni giorno di più e al risparmio si chiede sempre meno di restare negletto o mettersi pericolosamente in gioco per accrescersi e moltiplicarsi con rapidità.

Più modestamente dovremmo desiderare che il risparmio potesse venire in aiuto al reddito decrescente, o addirittura che potesse fare le veci di un reddito che, mancando il lavoro, non siamo più in grado di generare in modo sufficiente a mantenere il livello di vita al quale siamo abituati.

 

APPENDICE*

UN ESEMPIO DI INVESTIMENTO IN BTP-BUONI DEL TESORO POLIENNALI

Può essere importante che le famiglie procedano al più presto a questo investimento a sostegno del Paese consapevoli dei rischi (modesti) ma anche della possibilità che, abbassandosi i tassi di interesse ai quali l’Italia oggi si indebita, i corsi crescano permettendo dei sostanziosi guadagni in conto capitale in caso sia necessario vendere i BTP prima della scadenza naturale.

E’ lecito chiedersi di che dimensioni siano questi rischi, che abbiamo etichettato come modesti perché perfettamente consapevoli che la loro entità verrà ridotta o ingigantita dall’opinione che se ne faranno i protagonisti concretamente operanti nel mercato, dato che, come recita l’unica vera legge riguardante il funzionamento dell’economia: “ciò che è creduto vero diventa vero se ci si comporta di conseguenza”. La nostra fiducia nel Paese e nella solidità dei suoi titoli sarà determinante se li acquisteremo, riducendo i nostri investimenti in carta finanziaria estera e attingendo ai depositi in conto corrente, dato che i titoli sono facilmente ritrasformabili in denaro.

Ci siamo resi conto a nostre spese di ciò che i Paesi poveri sapevano da tempo, e cioè quanto sia pericoloso avere un DEBITO PUBBLICO che sia anche soltanto in parte DEBITO ESTERO, trasformazione che nel caso nostro è avvenuta come un fatto naturale quando l’euro è divenuta la moneta dell’Italia ed è quindi cresciuto l’interesse degli investitori esteri per i nostri titoli.

Inoltre, avendo data la possibilità agli italiani di investire in carta finanziaria (obbligazioni e azioni) di emissione estera, ciò ha implicato un calo d’interesse degli italiani per i titoli nazionali al punto che da 326,7 miliardi di euro investiti in titoli pubblici italiani nel 1995 si è passati a 181,4 nel 2010: è ora di correre ai ripari.

 

Prendiamo – come esempio di titolo pubblico su cui riflettere per fare un oculato investimento e creare così una rendita per la propria famiglia – il BTP trentennale al 4,50% semestrale che, emesso l’1 novembre1993 a93,75 (invece che a 100), rende ai suoi sottoscrittori non il 9% ma il 9,60% annuo per tutti i 30 anni della sua vita, fino al rimborso dell’1 novembre 2023, indipendentemente dall’andamento dei tassi e da ogni altra variabile.

Pur essendo questo tipo di investimento in un titolo pubblico certo nelle sue premesse e sicuro nelle sue conclusioni, sono i tassi ai quali lo Stato si indebita durante la vita del BTP che possono influenzare il corso di ciascuno dei BTP in essere, e cioè il prezzo al quale può essere venduto e comprato nel mercato secondario dei titoli prima della data del rimborso a scadenza. Così, continuando nell’esempio, chi avesse voluto vendere questo BTP poco più di un anno dopo la sua emissione sarebbe incorso in gravi perdite in conto capitale.

Infatti, nella primavera del 1995, quando a causa dell’aumento dei tassi dovuto all’inflazione erano in circolazione BTP a 2-3 anni al 14,50%, il corso del BTP novembre 2023 al 9% era sceso a circa 77,80 procurando, a chi l’avesse comprato nel mercato secondario, una rendita dell’11,57% circa per i restanti 28 anni e più di vita del titolo, ma causando una perdita sostanziosa (circa il 17%) in conto capitale per chi l’avesse sottoscritto all’emissione e poi venduto dopo poco più di un anno.

Ma la situazione muta ancora, e radicalmente, in pochi anni e al 6 maggio 1998, sui 42 Buoni del Tesoro Poliennali in vita a quella data, vi erano 25 BTP con rendimenti compresi tra 9% e 12,50% e 17 BTP con rendimenti compresi tra 4,75% e 8,75%. Tenendo conto dei corsi ai quali tali titoli venivano scambiati, i tassi di rendimento erano più bassi di quelli nominali e così per esempio il BTP maggio 2003 al 4,75% era quotato 99,49 (il solo sotto la pari), mentre il BTP novembre 2023 al 9% era quotato 145,38 (il corso più elevato di tutti i 42 BTP perché a scadenza più lontana tra quelli a tasso di interesse elevato).

Al 6-1-2004 erano in vita nove BTP con rendimenti annui compresi tra l’8,50% e il 10,50% i cui corsi erano tutti sopra la pari e il più alto dei quali era sempre il BTP 1 novembre 2023 al 9% quotato quel giorno 151,15. Si noti che su questi andamenti non ha inciso il fatto che le emissioni fossero state denominate in lire fino al 1998 e poi dall’1-1-1999 anche in euro, e soltanto in euro dall’1-1-2002.

er completare l’esempio guardiamo infine alla situazione odierna, caratterizzata dai tassi modesti generati dall’avvento dell’euro che ha portato a un abbassamento generalizzato dei tassi di interesse.

Sui 63 BTP in essere al 12 gennaio 2012 (e 7 di questi BTP scadranno tra l’1 febbraio e il 15 dicembre 2012) ve ne sono 26 con rendimenti compresi tra l’1,85 e il 3,75%, 34 con rendimenti compresi tra il 4 e il 6,50% e soltanto tre titoli con rendimenti superiori: i BTP 2023 al 9% e all’8,50% e il BTP 2026 al 7,25%. Questi ultimi sono quotati sopra 100, mentre gli altri 60 BTP sono quasi tutti sotto la pari (salvo 9 quotati circa 100), con il risultato di dare, come per i BTP di nuova emissione, rendimenti lordi medi che si aggirano intorno al 7%.

Ciò significa che comprando 100mila euro nominali di questo BTP (quotato il 18 gennaio113,93 inchiusura) che richiede un investimento di 113.930 euro, si otterrebbe una rendita annua netta di 7.875 euro (9.000 euro lordi meno l’imposta cedolare secca del 12,50%) pari a 656 euro al mese fino al novembre 2023, quando si riceverebbe il rimborso di 100mila euro alla scadenza del BTP.

 

NOTE

Diamo allora inizio alla rettifica di pochi nomi – REDDITO o PIL e RICCHEZZA o PATRIMONIO o CAPITALE – ma oggi essenziali per la civile convivenza e perché siano evitati errori gravidi di conseguenze negative per la vita dei singoli e dei popoli.

Accade infatti spesso che, volendo parlare del REDDITO NAZIONALE (l’insieme dei redditi a qualsiasi titolo percepiti in un certo anno dai cittadini del sistema economico del Paese) o del PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL, il valore della produzione di beni e servizi realizzati all’interno del Paese in un certo anno), venga spesso usata a torto la parola RICCHEZZA come se si trattasse di un sinonimo di REDDITO o PIL.

Il termine RICCHEZZA – sinonimo di PATRIMONIO o di CAPITALE – appartiene alla categoria dei concetti “fondo” e non può assolutamente essere considerato sinonimo di REDDITO o PIL, che appartengono invece al novero dei concetti “flusso”.

Il REDDITO o PIL non può che essere misurato in relazione al tempo trascorso; per questo quando si parla del PIL o del REDDITO NAZIONALE ci si riferisce a questa grandezza prodotta in un certo lasso di tempo, normalmente l’anno solare o fiscale.

A quanto ammontava il PATRIMONIO di Caio alle ore 12 del 18 gennaio 2012? E’ una domanda alla quale è possibile rispondere tenendo conto dei corsi dei titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) posseduti da Caio e della stima del valore di mercato degli immobili e oggetti di valore che egli possedeva in quel momento. Nel caso Caio abbia dei debiti si dovrà sottrarne l’ammontare per avere il valore (stimato ai prezzi di mercato di quel momento) del suo PATRIMONIO al netto dei debiti.

Il debt service ratio o tasso del servizio del debito nasce da:

SERVIZIO DEL DEBITO diviso PIL moltiplicato per 100,

che ci dice quanto pesa in termini percentuali sul PIL la gestione del DEBITO PUBBLICO accumulato nel corso degli anni.  Non sembra equo che vi siano Paesi dell’area euro gravati da un servizio del debito molto più oneroso di quello di altri Paesi della stessa area.

Gianni Fodella

SE VERRA’ IL DEFAULT

Ha previsto Luciano Gallino, noto sociologo, che probabilmente il benessere, o forse ha scritto la crescita, non tornerà più. Se avesse visto giusto, se Monti non riuscisse a battere lo spread, non saremmo abbastanza vicini all’insolvenza? Il governo di Atene annuncia il proprio default a marzo se non taglierà di nuovo gli stipendi pubblici. Potrebbe dichiarare fallimento l’Ungheria. Vogliamo tutti mantenere la calma, anche perché da noi le apparenze quotidiane sono rassicuranti. Però il rischio della bancarotta non è diminuito. Per il caso che Monti venga sconfitto dall’insostenibilità del debito, non possiamo che  prepararci ad amputare in grande la spesa pubblica non essenziale.

Sarà essenziale l’acquisto degli F35, dei sommergibili, dei mezzi corazzati, dei prodigi digitali, eccetera? No, dunque andranno disdetti contratti per una cinquantina di miliardi, pagando una parte simbolica delle penali; è difficile che per vendetta BushObama ci mandi contro i Marines. Finmeccanica e l’indotto bellico chiudano. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato tagli al Pentagono per complessivi 1000 miliardi di dollari. Qui da noi bisognerà azzerare quasi tutte le voci del bilancio della Difesa. Abbiamo in uniforme più persone (non ridete, ci sono  pure le guerriere) che la Germania o che la Gran Bretagna. Abbiamo centinaia di generali, migliaia di ufficiali e sottufficiali superflui: tutti da dismettere. Dovranno finire anche le erogazioni minori per rappresentanza, prestigio e simbolo. Per esempio, i cambi della guardia ai Sommi Palazzi, con soldati e soldatesse vestiti come fotomodelli, sono tutt’altro che a costo zero, sono sprechi colpevoli.

 

Se arriva il default lo Stato dovrà dimezzare la spesa: senza colpire i programmi sociali se non dove siano eccessivi o sprecati. Dovrà pagare un modesto assegno alimentare ad alcuni milioni di disoccupati -p,es, prevedere 50 miliardi perché 10.000 euro all’anno facciano sopravvivere ciascuna delle famiglie che resteranno senza reddito- e dovrà allargare gli aiuti (distribuiti direttamente da nostri reparti armati) agli affamati d’Africa. Quasi tutto il personale diplomatico, e parte di quello amministrativo, della Farnesina andrà messo in libertà. Lo Stato dovrà tagliare ferocemente ovunque. Gli assegni di soccorso dovranno essere uguali per tutti i colpiti, dagli ex-bidelli agli ex-ambasciatori ai boiardi di stato. I diritti acquisiti dovranno essere cancellati. La patrimoniale esproprierà di fatto le fasce superiori, e chi esporterà i capitali dovrà lasciare il paese.

In caso di bancarotta la meno giustificabile di tutte le spese risulterà il bilancio del Quirinale, da ridurre a un decimo come tutti gli altri costi della politica. Lo stato di calamità legittimerà la sospensione della Costituzione, della Consulta, delle assemblee legislative, dei relativi stipendi, rimborsi, vitalizi. Quasi tutti i responsabili della cosa pubblica dovranno prestare opera gratuita.  In questo contesto ridurre a un decimo il bilancio del Quirinale sarà il minimo. Che il Paese, ex-povero ed ora di nuovo minacciato, tratti il Primo Cittadino col fasto criminale dei papi del Rinascimento e di Umberto I (sovrano di un regno di tubercolotici, tanto buono da usare l’artiglieria contro i popolani del ’98. Suo padre, Vittorio Emanuele II, non abitò mai il Quirinale) è canagliesco. E’ anche tamarro, se la regina d’Inghilterra esige meno. In questi 150 anni tutti i capi dello Stato, monarchici e assai più repubblicani, avrebbero dovuto rifiutare tanto sfarzo. Lo Stato italiano, che non era e non è in grado di trattare con umanità una parte non infima della popolazione, metti i detenuti e le loro famiglie, si macchia di crimini se continua ad assegnare 235 milioni al bilancio del Quirinale. Ventitre milioni  sarà il giusto, e questo comporterà la chiusura e la vendita del Palazzo con le sue residenze estive.

Quanto a dove trasferire il capo dello Stato, il nostro Jone fa una proposta in questo Internauta (v. “Rifulgerà a villa Lubin la vera grandezza”).

JJJ

ANCHE I GAPPISTI DI BORSA SONO TURGIDI DI FEDE

Un’importante gazzetta finanziaria americana ha illustrato un articolo sulla crisi, in USA e altrove, con le fotografie di 18 operatori di borsa, chiamiamoli traders, con le mani nei capelli, le bocche contratte e altre mimiche dello sgomento mentre i tabelloni elettronici annunciano i soliti tracolli. Le immagini sono pregnanti: i traders sono miniprotagonisti del nostro tempo come nel 1944-45  furono i partigiani dei Gap, manovalanza della ferocia che uccideva, p.es. il filosofo Gentile o i parenti dei fascisti o i tirolesi di via Rasella, su decisioni recapitate loro da intrepide portaordini cicliste, future deputate togliattiane.

I traders si espongono ai crolli ogni giorno perché il Sistema viva. Non sono loro i responsabili dei misfatti finanzcapitalisti, così come i gappisti in bicicletta non decidevano bensì attuavano le esecuzioni. Un credo ideologico accomuna i sicari di Borsa a quelli del Gap. I secondi avevano fede nel comunismo, allora tutt’uno con lo stalinismo; i primi hanno fede nella santità del denaro. I gappisti avrebbero potuto dubitare che fosse giusto uccidere, sprattutto alle spalle, soprattutto da angoli relativamente sicuri, soprattutto quando tutto era studiato in funzione di un’immediata fuga che scaricava su altri, innocenti, l’immancabile rappresaglia. I sicari partigiani, se non gli andava storto, ricevevano onori, posti, seggi  a Montecitorio. I gappisti di Borsa, quando non si mettono di traverso le quotazioni, guadagnano molto. Eppure potrebbero chiedersi se la loro professione sia onorevole.

E’ certamente vero che la finanza non è tutta rapinatrice né tutta fraudolenta. Però chi sa montare arcani modelli matematici per prevedere andamenti e ‘futures’ ha ampie risorse mentali e -non si direbbe- etiche per giudicare la liceità di un contesto che, per produrre i parossismi di disuguaglianza che conosciamo, non può che impoverire, magari di poco, i molti per arricchire i pochi. Tempo fa Alessandro Profumo, allora capo di Unicredit, confidò compiaciuto a chi lo intervistava che la sua mamma lo rimproverava “Guadagni troppo” e che lui, figlio amorevole, la rassicurava “E’ perché sono molto bravo”. Bravo sicuramente sì, se lasciando Unicredit ha percepito quaranta milioni (a carico dei microcorrentisti qui sotto derisi), e se da qualche mese si offre alla patria in pericolo come il manager-in-chief moderno e benvisto a sinistra che mette fine al marasma senza impensierire i traders. Tuttavia qualche conto non deve tornare se una Procura lo ha indagato, magari sbagliando, in compagnia di altri bravi bravissimi escogitatori di operazioni finanziarie.

I gappisti di via Rasella e del Salviatino a Firenze (lì, sulla porta di casa, la ‘giustizia di popolo’ freddò Giovanni Gentile) non si ponevano domande perché erano turgidi di fede stalinista e il capobanda stalinista di zona aveva mandato a dire di uccidere. I traders non si fanno domande perché hanno pronunciato  voti di capitalismo;  in più sanno che il capitalismo non è la religione dei soli ricchi: pure di oceani di aspiranti al ceto medio. Per esempio, a decine di milioni di italiani -anche se iscritti alla Fiom, se votanti per Vendola, se impegnati in decine di cause umanitarie, se coll’anima macrobiotica- non sognatevi di toccare il mercato e la libertà. A partire dagli anni Sessanta il mercato ha dato alle decine di milioni di mini-agiati una casa in proprietà con garage. A nessun figlio di messo comunale il mercato ha negato laurea breve e vacanza a Formentera.

Così, se il gappista di Borsa non ha scrupoli è in quanto, in aggiunta alla fede danarista, sa che il grosso dei miniredditi suoi connazionali non si fa domande. E che nessun quotidiano liberopensatore di De Benedetti e nessun furibondo  santoro bolscevico si sogna di spiegare che la nostra malattia non  passa eleggendo Obama o Anna Finocchiaro senza anche espropriare la ricchezza, senza riscrivere il Codice civile per rimpicciolire i diritti acquisiti, sia elitari sia di massa. Più ancora: misfatti e vergogne resteranno se non rinnegheremo il benessere e gli alti consumi esaltati da ‘Repubblica’, rotocalco con cadenza quotidiana e pubblicità d’alta gamma.

Il gappista del ’44 la faceva franca confondendosi nella gente. Il gappista dello Stock Exchange pure si confonde nella gente, fatta prevalentemente da mezzi spiantati, che però non rinunciano a sognare, magari per i figli, guadagni e mini-bonus da trader.

JJJ

LA CRESCITA E’ DAVVERO URGENTE (E POSSIBILE)?

Il presidente Napolitano esorta insistentemente a promuovere la crescita definendola un’esigenza nazionale “stringente e drammatica” nell’attuale situazione. Difficile obiettare, dal momento che la grande maggioranza degli economisti e, al seguito, anche dei politici premono nello stesso senso. Non manca tuttavia, anche tra gli addetti ai lavori, chi nega che la crescita sia necessaria, possibile ed auspicabile per uscire dalla crisi. E’ il caso dell’attuale presidente tedesco della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Thomas Mirow, un socialdemocratico già collaboratore di Willy Brandt e Gerhard Schroeder e sottosegretario alle Finanze a Berlino. L’autorevole personaggio ha esposto il suo pensiero in una recente intervista al settimanale “Die Zeit” di cui riportiamo qui un’ampia parte (me. sq.).

Non vi sono molti Stati di rilevante peso economico che abbiano spazio per una politica fiscale espansiva. Di sicuro non la Germania, che ha un indebitamento superiore all’80%. Ci siamo posti un tetto al debito che considero estremamente importante. E’ vero che noi ed altri paesi stabili lo paghiamo con interessi modesti, ma nessuno sa quanto stabile sia il livello dei relativi tassi. E anche se resta basso, cresce la spesa per gli interessi che grava sul bilancio.

Non dobbiamo concentrarci troppo sulle misure a breve termine bensì affrontare i problemi strutturali, quali ad esempio le infrastrutture spesso inadeguate o la scarsità di investimenti per l’istruzione.

Quanto alle manovre per tagliare le spese, non credo che vadano abbastanza lontano. La maggioranza degli Stati dovranno prima o poi rendersi conto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Oggi assistiamo ad un fondamentale spostamento del benessere nel mondo. Non credo che nel medio periodo il tasso di crescita pro capite nei paesi industrializzati possa superare l’1,5%. Già per raggiungere questo livello dovremmo compiere ulteriori sforzi, ad esempio completando l’integrazione del mercato interno europeo.

Sarà inoltre necessario convincere la gente che si può vivere bene anche con tassi di crescita più modesti e più realistici. Dovremmo impostare su questa scorta i nostri sistemi di sicurezza sociale e i nostri bilanci pubblici anziché sperare in una crescita che probabilmente non arriverà mai. Una crescita artificiale, in quanto finanziata con debiti, non servirà a salvarci.

Il mio non è scetticismo ma realismo. Non vedo da dove potrebbe provenire un forte aumento della domanda di consumi in una società che ha già tanto. Dato l’alto indebitamento anche gli investimenti pubblici potrebbero contribuire alla crescita solo in misura limitata. Infine, non possiamo permetterci di crescere a spese dell’ambiente. Tutto ciò impone dei freni.

Il problema che dovremmo affrontare è chi pagherà i conti. Gli oneri devono essere ripartiti equamente. In molti paesi i sacrifici vengono imposti proprio a coloro che del boom non hanno beneficiato molto. Dobbiamo perciò pensare a come risparmiare determinate categorie ed esigere di più da altre.

L’economia finanziaria costituisce una fonte importante di creazione di ricchezza, perché allora non dovremmo tassarla adeguatamente? In linea generale, in molti paesi si è cercato di combinare elevate richieste di prestazioni statali con la riduzione di tasse e spese, due cose che non possono stare insieme.

In molti Stati le tasse devono aumentare. Non credo, ad esempio, che i problemi degli Stati Uniti di possano risolvere agendo solo sul lato spese. Quanto alla Germania, non riesco a vedervi lo spazio per apprezzabili riduzioni di tasse. Anche quest’anno i bilanci pubblici rimarranno sensibilmente in deficit, benché l’economia sia cresciuta in modo straordinariamente forte per il secondo anno consecutivo. In una situazione così favorevole si dovrebbe puntare piuttosto ad un saldo attivo del bilancio.

Di fronte alle richieste da parte dei mercati di nuove misure di salvataggio o di emissione di titoli comunitari non dobbiamo lasciarci mettere con le spalle al muro. Credo si possa confidare che Stati come la Spagna e l’Italia sappiano risolvere i loro problemi. Ritengo che un forte aumento del Fondo di salvataggio richiesto da alcune parti sia difficilmente sostenibile sul piano politico. Anche gli Eurobond possono essere di aiuto soltanto a lungo termine, perché un indebitamento comune presuppone un previo rafforzamento dell’integrazione della politica economica e finanziaria.

Può darsi che il nostro governo federale sia troppo esitante a questo riguardo. Però se alla fine il popolo tedesco non seguisse questo o un altro governo sulla via verso una maggiore solidarietà europea ne deriverebbero conseguenze fatali per la Germania e per l’intera Europa. Abbiamo perciò bisogno di un lavoro di persuasione, che è sempre penoso.

F.S.

MEGLIO NON CRESCERE

UNA VIA DI SALVEZZA I

La crescita, al punto in cui siamo, è nemica dell’uomo (esige più consumismo e più devastazione dell’ambiente) ma è anche una chimera. Non il mostro, in fondo simpatico, del mito greco (muso di leone, corpo di capra, coda di drago, fiamme dalla bocca). Bensì la chimera del dizionario Devoto-Oli: “Ipotesi assurda, sogno vano, utopia”. Milioni di voci si levano a invocarla, dai bonzi dell’economia accademica ai guru alla buona dei quotidiani gratuiti, dai bar Sport ai moniti del Colle. Ma, p.es. in Italia, nessuno dice con precisione cosa -di diverso dagli interventi pubblici che dilatano il debito e la corruzione- farà risorgere la crescita. Le liberalizzazioni, le razionalizzazioni, i tagli ai costi della politica arriveranno, forse, quando sarà troppo tardi.

Un ingigantimento dell’export, è difficile. Non ci sono solo Cina e Corea a toglierci i mercati. Aumentano le imboscate da un pulviscolo di produttori inaspettati. C’è persino un improvviso ‘miracolo’ dell’Angola, dove i portoghesi, ex-padroni coloniali, arrivano per trovare lavoro. E’ certo: spunteranno altre Angole, oggettivamente beneficate da mezzo secolo di conquiste sindacali in Occidente. Inutile dire che i proletari dei paesi poveri meritano il beneficio.

Questo o quel comparto del nostro export potrà riprendersi alquanto ma, concomitando l’arretramento di altre nostre produzioni, non saprà far avanzare l’economia intera, cioè produrre crescita. Resta il mercato nazionale. Chi sa immaginare che la domanda interna si gonfi al punto di riaprire le fabbriche di auto o di elettrodomestici, o i cantieri navali già chiusi o di imminente chiusura? Quando risorgessero le risorse per comprare p.es. autobus, chi dice che sarebbe Irisbus a ricevere commesse e non i concorrenti prestigiosi come Mercedes e Volvo, oppure quelli nuovi arrivati dall’Asia o da altrove? Certo, la politica da Roma potrebbe costringere il settore dei trasporti collettivi a preferire Irisbus; ma poi dovrebbe vedersela coll’Europa. Non stiamo pagando 3,5 miliardi per infrazioni alle quote latte? Quando potesse fare acquisti, il settore del trasporto persone comprerebbe sul mercato concorrenziale. Peggio per le navi. Più le maestranze in lotta occupano le autostrade, più confermano che i nostri cantieri non hanno commesse. Le navi sudcoreane costano meno e nulla da dire sulla loro qualità.

Un editoriale di ‘Repubblica’, massima gazzetta del consumismo chic e del denarismo progressista, ammette il 5 ottobre: “Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi: Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso”. Chi ha scritto l’editoriale, Barbara Spinelli, è troppo pensatrice perché ci chiarisca se il ‘crescere diverso’ richiederà o no più Pil. Le resta il merito di avere pronosticato un futuro fatto di meno consumi, cioè di negazione di quell’edonismo che fece la fortuna di ‘Repubblica’ e ‘Espresso’, organi non solo della Bella Gente moderna e liberata, ma anche e soprattutto dei borghesi piccoli piccoli che aspirano ai consumi  e all’allure  della Bella Gente.

Torniamo alla Chimera. Perchè la crescita non sia ‘ipotesi assurda, sogno vano, utopia’ occorrerà che il possente Mercato occidentale esca dalla recessione. Che non si ingrossi l’aggressività commerciale dei paesi di nuova industrializzazione. Che infine le economie come la nostra creino produzioni originali le quali resistano abbastanza a lungo alla concorrenza dei paesi non ancora guadagnati all’edonismo e alle conquiste sindacali.

Sono le speranze che cullano gli ambienti colpiti dalla crisi. Ma essi mirano ai loro vantaggi, non al bene generale. Questo bene non si identifica più nella prosperità materiale. La riscossa dei consumi è da temere, non da desiderare (v. in questo ‘Internauta’ di ottobre il nuovo intervento di “Die Zeit”, contributo di Franco Soglian). Almeno i segmenti sociali più coltivati ripudieranno gli imperativi che hanno imperversato finora.

Dovranno accettare l’abbassamento del tenore di vita. Scoprire la sobrietà, la vita semplice, la povertà persino: anche perché sarà una povertà senza le ferocie del passato. I poveri saranno aiutati (parsimoniosamente ma coprendo le necessità) grazie all’avocazione dei redditi più alti. All’atomismo dell’agiatezza individuale -tanti mutui prima casa, tante cantinette e tanti garage quanti percettori di redditi all’antica- succederanno modi nuovi di organizzazione della sobrietà e del reciproco soccorso (v. in questo ‘Internauta’ i pezzi “Un’opzione nuova per i disoccupati definitivi”, “Guild Socialism contro le disfatte  moderne  dell’equità”, “Marx non tornerà. Però l’Impero del soldo si è ammalato”). Divamperà la ribellione liberista-consumista, ma risponderanno forme inedite di solidarietà e di disciplina delle comunità.

Ormai tutti siamo andati a scuola e abbiamo viaggiato: molti di noi abbiamo avuto le opportunità di evoluzione culturale che ci affranchino dai tabù del passato. L’accrescimento della prosperità materiale è ormai un valore negativo -come il vestito buono e la cravatta la domenica- che appiattisce verso il basso e imbruttisce la vita.

A.M.C.

SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

IRRIDERE O NO LE BUSINESS SCHOOLS?

Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business   Appreso che il governo di Pechino si propone di aprire presto 40 nuove business schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

schools, Bob Lutz, un guru che è stato anche vicepresident della General Motors, avrebbe esclamato “Sono anni che non sentivo una notizia così buona”. Buona per l’industria americana of course, sempre più assillata dall’ingigantirsi della concorrenza cinese, Questo perché, come Lutz ha scritto in un libro recente, “per far ripartire l’economia americana dobbiamo licenziare gli MBA e rimettere al comando gli ingegneri”. Secondo lui, il terribile concorrente cinese commette un errore che gli costerà.

Che hanno fatto di male i Master in Business Administration? Per Lutz hanno preso il potere per finanziarizzare la governance. Invece di produrre e vendere meglio, hanno abbellito i bilanci con i risultati a breve e con la strategia delle operazioni di borsa. E’ stato osservato, infatti, che l’auge delle business schools ha coinciso col declino dell’industria americana. Forse l’auge non ci sarebbe stato se la cultura del management non avesse plagiato coi suoi precetti sia gli operatori economici, sia la gente in generale. Appena arrivato a poter pagare i costi delle grandi università, americane e non, il borghese di tutto il mondo ha mandato figli e figlie alle scuole di management e di consulting, i cui diplomi sarebbero stati passaporti per il successo. La realtà ha smentito le vanterie dei matematici d’affari, assurti alla fama soprattutto per i servizi prestati al congegno militare degli USA.

Il più importante tra coloro che sottrassero le manifatture agli ingegneri e ai commerciali, per consegnarle ai ‘whiz kids’ delle grandi scuole, Robert McNamara fu anche uno dei maggiori responsabili delle sconfitte e del disonore dell’America in Indocina: nonostante le forze armate statunitensi siano quelle che nella storia si sono fidate di più dei teorici accademici dell’efficienza. Mai  un apparato militare e industriale sarà più vertebrato di teorie specialistiche e di modelli di quanto lo sia stato quello americano nell’ultimo mezzo secolo.

I risultati li conosciamo: in guerra solo umiliazioni, in pace soprattutto arretramenti. Per questo, come segnalavamo nell’incipit, la sola speranza è che anche la Cartagine cinese, massimo tra gli avversari economici degli Stati Uniti, si affidi più del giusto ai saccenti giovanotti usciti dalle business schools.

JJJ

DIO PIL

Scrive il grande economista Giorgio Fuà nell’introduzione al suo “CRESCITA ECONOMICA Le insidie delle cifre” (il Mulino 1993): “Le cifre del reddito nazionale – che cinquant’anni fa interessavano solo uno sparuto numero di specialisti – sono oggi argomento quotidiano per il grande pubblico. E’ divenuto uso comune riferirsi ai livelli di reddito pro capite per giudicare se e quanto un paese “stia meglio” di un altro; e guardare il tasso di crescita (in termini reali) del reddito stesso come indicatore della rapidità con cui un paese riesce ad avanzare sulla via del “Progresso”. Il successo di popolarità ottenuto da queste misure statistiche della crescita è tuttavia inquinato dal fatto che in molti casi coloro che ne fanno uso attribuiscono a tali dati un significato ed una validità diversi da quelli che realmente possiedono. Ne consegue un duplice danno, perché con l’impiego acritico delle statistiche si acquista un patrimonio di certezze vasto bensì ma falso, mentre si perdono di vista le indicazioni – limitate ma comunque utili – che si potrebbero ricavare utilizzando con discernimento le statistiche stesse.”

Così il PIL è diventato una divinità di cui siamo bigotti adoratori, ma sarebbe ora di dire basta.

Il livello del PIL pro capite e il suo tasso di variazione nel tempo sono dati importanti per le imprese produttrici di beni e servizi, e a queste soprattutto dovrebbero interessare. Infatti, se il PIL pro capite avrà raggiunto determinate dimensioni, si potrà verificare in quel sistema economico la domanda di certi beni e servizi; se il PIL pro capite crescerà a ritmi elevati questo crescente potere d’acquisto si rivolgerà a beni e servizi nuovi o si tradurrà in una domanda più sostenuta dei beni e servizi già esistenti. Questo è ciò che accade nei sistemi economici ricchi; ma un più alto livello di PIL pro capite e un sostenuto tasso di crescita non indicano affatto che nel sistema economico dove ciò si verifica le condizioni di benessere materiale stiano migliorando, potrebbe anzi essere vero il contrario. Ed è precisamente ciò che sta accadendo nella maggior parte dei sistemi economici ricchi.

Se nel nostro sistema economico si mangia più del necessario, e il cibo non indispensabile così consumato ci costringerà a ricorrere al medico per avere cure e medicine per rimediare ai danni di questa eccessiva alimentazione, l’intera operazione avrà provocato un aumento del PIL pur avendo causato inutili sprechi e danni alla salute. Infatti le spese per il consumo di alimenti eccedente il necessario, per le cure mediche, per le medicine, saranno conteggiate come altrettante voci positive nel calcolo del PIL (e quindi anche del PIL pro capite).

Se l’efficienza dei trasporti pubblici si riducesse ulteriormente anche a causa del crescente traffico automobilistico privato, non resterebbe che aumentare la densità degli autoveicoli circolanti in rapporto alla popolazione. I maggiori acquisti di auto e carburanti farebbero crescere il PIL, e indurrebbero una ulteriore crescita del PIL anche le più frequenti malattie legate all’inquinamento, attraverso maggiori spese mediche, più frequenti degenze ospedaliere, maggiori spese per medicine e protesi legate alle conseguenze del maggior numero di incidenti causati dall’accresciuto numero di autoveicoli circolanti.

Per contro, in un Paese molto povero, politiche agricole appropriate per far uscire il Paese dall’estrema povertà potrebbero far aumentare la produzione dell’alimento base facendone scendere il prezzo. Così, la famiglia che avesse ricavato dalla coltivazione del suo campo 10 quintali di alimento base (pari a un reddito monetario di 1000), nell’ipotesi che potesse produrne 15 quintali (e il prezzo di mercato scendesse da 100 a 60-70 al quintale) potrebbe trovarsi con un reddito monetario addirittura inferiore o di poco superiore (900-1050) pur essendo le condizioni di vita di tutti sicuramente migliorate perché tutti nella nuova condizione potranno mangiare di più di ciò che avranno coltivato e chi non lo coltiva potrà comprarne di più grazie alla diminuzione del prezzo indotta dalla maggior quantità prodotta.

Che cosa significa tutto ciò? Semplicemente che dobbiamo cessare di considerare i dati relativi al PIL i soli rilevanti per capire le condizioni di vita dei cittadini, ma guardare ad altri indicatori che ci permettano di farlo meglio liberandoci dall’asservimento al Dio PIL. Eccone un esempio:

Tabella 1 Mutamenti nelle condizioni di vita e della capacità competitiva dei principali Paesi

Popolazione in milioni di abitanti negli anni:

1960 2009

I 32 PAESI del mondo con almeno 40 milioni di abitanti nel 2009 Durata vita media in anni

(maschile più femminile : 2)

1960(+)=2009

Adulti alfabetizzati:

valori in % (anno)

1960 2009

Quote percentuali (miliardi di $ correnti) delle ESPORTAZIONI mondiali detenute da ciascun Paese nell’anno:

1950 1970 1990 2009

(59,9) (298,8) (3405) (12378,5)

658 1346 CINA 64 (1980) 74 66 (1977) 94 0,92 0,77 1,82 9,71
96 231 INDONESIA 41 (+ 30) = 71 39 91 1,34 0,37 0,75 0,97
94 128 GIAPPONE 68 (+ 15) = 83 98 100 1,38 6,46 8,45 4,69
35 86 VIETNAM 43 (+ 32) = 75 87 (1977) 92 0,13 — — 0,46
26 68 THAILANDIA 52 (+ 17) = 69 68 94 0,51 0,24 0,68 1,23
25 48 COREA del Sud 54 (+ 26) = 80 71 100 0,02 (1955) 0,28 1,91 2,92
934 1907       4,30 totale ESTASIA 19,98
120 142 RUSSIA 68 (- 1) = 67 99 99 URSS fino al 1991 1,12 (1992) 2,45
28 73 TURCHIA 51 (+ 22) = 73 38 89 0,44 0,20 0,38 0,82
73 82 GERMANIA 70 (+ 10) = 80 99 (1977) 100 3,33 11,46 12,04 9,05
46 65 FRANCIA 70 (+ 12) = 82 99 (1977) 100 5,15 5,98 6,36 3,84
52 62 REGNO UNITO 71 (+ 9) = 80 99 (1977) 100 10,56 6,50 5,44 2,88
50 60 ITALIA 69 (+ 12) = 81 91 99 2,01 4,42 5,00 3,29
31 47 SPAGNA 69 (+ 12) = 81 87 98 0,65 0,80 1,63 1,78
43 46 UCRAINA 68 (+ 1) = 69 99 100 URSS fino al 1991 0,21 (1992) 0,32
443 577       22,14 (*) totale EUROPA 24,43
186 307 USA 70 (+ 10) = 80 98 99 17,17 14,28 11,56 8,54
73 191 BRASILE 55 (+ 18) = 73 61 90 2,27 0,92 0,92 1,24
37 110 MESSICO 58 (+ 19) = 77 65 93 0,89 0,47 1,20 1,86
17 49 SUDAFRICA 53 (- 1) = 52 57 89 1,93 1,12 0,69 0,51
16 45 COLOMBIA 53 (+ 21) = 74 63 93 0,66 0,24 0,20 0,26
21 40 ARGENTINA 65 (+ 11) = 76 91 98 1,97 0,59 0,36 0,45
350 742       24,89 totale COLONIE BIANCHE 12,86
442 1161 INDIA 43 (+ 22) = 65 28 66 1,91 0,68 0,53 1,33
50 181 PAKISTAN 43 (+ 24) = 67 15 54 0,82 0,13 0,16 0,14
51 162 BANGLADESH 37 (+ 30) = 67 22 55 con PAKISTAN fino al 1971 0,05 0,10
28 92 FILIPPINE 53 (+ 19) = 72 72 94 0,55 0,35 0,24 0,31
22 74 IRAN 50 (+ 22) = 72 16 82 1,17 0,80 0,57 0,63
22 50 MYANMAR 44 (+ 18) = 62 60 92 0,23 0,036 0,0095 0,05
42 155 NIGERIA 39 (+ 10) = 49 15 60 0,42 0,41 0,40 —
23 79 ETIOPIA 36 (+ 20) = 56 15 (1977) 36 0,06 0,04 0,0088 0,012
28 78 EGITTO 46 (+ 25) = 71 26 66 0,84 0,26 0,08 0,19
15 66 CONGO (Zaire) 40 (+ 8) = 48 31 67 0,44 0,09 0,03 —
10 44 TANZANIA 42 (+ 15) = 57 10 73 0,11 0,09 0,012 0,019
11 43 SUDAN 40 (+ 19) = 59 13 69 0,16 0,10 0,011 0,06
744 2185       6,71 totale AFRO-ASIATICI 2,84
2471 5411 Popolaz. totale     58,04 (*) TOTALE ESPORTAZIONI 60,11
3024 6792 Pop. mondiale     100,00 ESPORTAZIONI MONDO 100,00
        (*) URSS esclusa (stima del 2,5% circa)

Fonte dei dati: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, vari anni

I 32 sistemi economici più popolosi della Terra (che contano per i quattro quinti della popolazione mondiale e i tre quinti delle esportazioni mondiali) sono fortemente rappresentativi della totalità dei Paesi del mondo e sono stati raggruppati in quattro aree relativamente omogenee suddividendoli in:

– ESTASIA sistemi economici che promettono bene quindi CRESCENTI (con l’eccezione dell’Indonesia che produce ed esporta soprattutto materie prime), che fino a ieri furono poverissimi o relativamente poveri; la sua popolazione è più che raddoppiata passando da 934 a 1907 milioni;

– EUROPA sistemi economici ricchi o non troppo poveri ma STAGNANTI, con l’eccezione di quelli “mediterranei” (Italia, Spagna, Turchia) che denotano un superiore dinamismo rispetto agli altri; la sua popolazione è aumentata soltanto del 30% passando da 443 a 577 milioni;

– COLONIE di popolamento bianco economicamente DECLINANTI, alcune fino a ieri tra i sistemi economici più ricchi del mondo o comunque ricchi, domani chissà; la sua popolazione è quasi raddoppiata passando da 350 a 742 milioni;

– AFRO-ASIATICI sistemi economici poveri o poverissimi CON MODESTE SPERANZE DI RISCATTO, forse con l’eccezione del “mediterraneo” Egitto, dell’Iran e delle Filippine; la sua popolazione è quasi triplicata in Asia passando da 615 a 1720 milioni e quasi quadruplicata in Africa passando da 129 a 465 milioni.

Una prima osservazione che si può fare riguarda le dinamiche demografiche: anche con una popolazione crescente – ci dicono i dati relativi ai Paesi dell’Estasia – le condizioni di vita possono migliorare, sebbene una crescita prorompente come quella asiatica, e soprattutto quella africana, possa essere causa di seri problemi e costituire un freno alla diffusione in quei Paesi del benessere materiale.

La speranza di vita alla nascita (durata media della vita), pur essendo ovunque migliorata (con le vistose eccezioni di Russia, Sudafrica e Ucraina), ha conosciuto i maggiori miglioramenti in Estasia, avvicinandosi ai dati dell’Europa, che erano tuttavia molto favorevoli già nel 1960.

Anche i paesi afro-asiatici hanno conseguito notevoli miglioramenti, ma partendo da dati molto più sfavorevoli nel 1960.

Il progresso nell’alfabetizzazione degli adulti è stato ovunque notevole, ma il fatto che vi siano Paesi dove gli adulti analfabeti superino ancora il 40% della popolazione – come in Pakistan, Bangladesh, Nigeria ed Etiopia (64%) – li rende poco permeabili alla diffusione di qualsiasi misura tesa a diffondere tecnologie più produttive e abitudini di vita più salubri.

La capacità concorrenziale dispiegata dai Paesi dell’Estasia non ha avuto eguali: la quota delle esportazioni mondiali detenuta dai soli 6 paesi elencati è quasi quintuplicata passando dal 4,30% del 1950 al 19,98% del 2009. L’Europa ha mantenuto le proprie già rilevanti posizioni (un quarto delle esportazioni mondiali), mentre le colonie di popolamento europee hanno dimezzato il loro peso passando da un quarto a un ottavo delle esportazioni mondiali. I Paesi più poveri, pur partendo da posizioni modestissime (6,71% nel 1950), le hanno ulteriormente peggiorate (2,84% nel 2009).

Un dato importante per capire quali possano essere le capacità produttive potenziali di un Paese è dato dalla sua capacità di produrre energia elettrica; occorre quindi per questo esaminare in primo luogo la potenza elettrica installata in termini assoluti (in milioni di kW) e pro capite (kW/abitante). Il numero degli utenti, l’estensione territoriale, la fascia climatica e i livelli di vita prevalenti sono gli elementi che ne giustificano e determinano la dimensione quantitativa.

Tabella 2 Classificazione dei Paesi in base alla potenza elettrica installata in milioni di kW Dati relativi al 2009. Vengono poi indicati in termini pro-capite:

potenza elettrica installata in kW/ab. e consumo annuo medio in kWh/abitante

1 USA 995      3,241       13616

2 CINA 716     0,532      2328

3 GIAPPONE 279 2,180 8475

4 RUSSIA 221 1,556 6338

5 INDIA 159 0,137 543

6 GERMANIA 133 1,622 7185

7 Canada 125 3,676 16995

8 FRANCIA 116 1,785 7573

9 ITALIA 105 1,750 5718

10 BRASILE 100 0,524 2154

11 SPAGNA 89 1,894 6296

12 REGNO UNITO 84 1,355 6142

13 COREA del SUD 73 1,521 8502

14 MESSICO 56 0,509 2028

15 Australia 54 2,425 11216

16 UCRAINA 54 1,174 3539

17 IRAN 47 0,635 2325

18 SUDAFRICA 43 0,878 5013

19 TURCHIA 41 0,562 2210

20 Taiwan 41 1,773 10216

21 Arabia Saudita 37 1,439 7236

22 Svezia 34 3,637 15238

23 Polonia 32 0,839 3662

24 Norvegia 30 6,175 24997

25 ARGENTINA 29 0,725 2658

26 THAILANDIA 28 0,412 2157

27 INDONESIA 28 0,121 564

28 Paesi Bassi 24 1,448 7099

29 Venezuela 23 0,798 3078

30 EGITTO 23 0,295 1468

33 PAKISTAN 19 0,105 475

42 FILIPPINE 16 0,174 592

45 COLOMBIA 13,242 0,297 940

46 VIETNAM 12,637 0,147 728

…………………………..

?? BANGLADESH 5,245 0,032 144

?? MYANMAR 1,413 0,028 95

?? NIGERIA 5,898 0,038 137

?? CONGO 2,443 0,037 97

?? SUDAN 1,061 0,025 94

?? TANZANIA 0,957 0,022 83

?? ETIOPIA 0,814 0,010 40

Guardando con attenzione questi dati si potrebbero fare molte utili considerazioni, che tuttavia esulerebbero dal tema di questo breve scritto.

Vorrei soltanto osservare che comparando i consumi elettrici degli Stati Uniti a quelli della Germania (Paesi dove le condizioni di vita materiale sono mediamente simili) è legittimo sospettare che vi sia negli Stati Uniti uno spreco energetico che caratterizza gli stili di vita di quel sistema economico, incurante dei danni provocati all’ambiente e irrispettoso dei diritti delle generazioni future.

Inoltre, può essere sorprendente constatare che Paesi così diversi come IRAN (0,635), TURCHIA (0,562), CINA (0,532), BRASILE (0,524), MESSICO (0,509), THAILANDIA (0,412) possano essere posti quasi sullo stesso piano in termini di dotazioni energetiche – ben lontani da COLOMBIA (0,297) o EGITTO (0,295) e ancora di più dall’INDIA (0,137) – ma basterà guardare gli altri dati proposti nella Tabella 1 per constatarne la coerenza.

Vorrei quindi limitarmi a dire che i dati espressi in quantità fisiche o comunque non monetarie sono sempre più significativi e preferibili a quelli di natura monetaria, con una possibile eccezione relativa ai dati sul commercio con l’estero, perché soggetti a un duplice controllo, essendo le esportazioni di un Paese pari alle importazioni da quel Paese di tutti gli altri Paesi del mondo; vi è quindi la possibilità di controllare due volte lo stesso dato che diviene così più sicuro e fondato.

Per giudicare l’andamento delle economie di questi 32 Paesi così rappresentativi nel corso di mezzo secolo non abbiamo quindi fatto ricorso ai soliti dati economici, quali ad esempio i livelli di spesa rappresentati dal reddito nazionale e dai suoi tassi di crescita in termini assoluti e pro capite, ma abbiamo invece considerata la durata della vita media (dato sintetico che racchiude e riassume in sé una quantità di altri indicatori economici e sociali come meglio non si potrebbe) e un importantissimo “consumo” sociale che è nel contempo il più importante investimento nelle risorse umane di ciascun Paese, e cioè il grado di alfabetizzazione degli adulti.

Come si può vedere, non occorre fare ricorso ai dati relativi al DIO PIL per capire quali siano le condizioni di vita e di benessere materiale prevalenti in un Paese e le sue potenzialità produttive …

Gianni Fodella

STILI DI VITA MEDITERRANEI

Si può prescindere dal petrolio?

Le genti che popolano i paesi del Mediterraneo hanno soprattutto a che fare con le terre che da esso sono bagnate. I paesi sono da millenni arroccati sui monti, difesi dalla natura e dalle mura. Un bel giorno (o forse brutto) in queste terre e in queste strette strade hanno cominciato ad arrivare le automobili: una grande comodità per i privilegiati che le possedevano e potevano usarle, una grande curiosità e un po’ di invidia per (quasi) tutti gli altri. Pochi coloro che, come i veneziani, potevano ignorare questa innovazione avendo un sistema per muovere persone e cose semplicemente perfetto e quindi soltanto peggiorabile, come è avvenuto con la motorizzazione della navigazione e la quasi scomparsa dai canali di un gioiello tecnologico insuperato come la gondola.

Quando le auto sono diventate numerose, sempre più numerose, e infine troppo numerose, facendo cambiare gli stili di vita (accade oggi che si accompagni persino il feretro di una persona cara alla sepoltura usando l’automobile …), una parte di noi ha cominciato a chiedersi se avere la macchina era stato davvero un desiderabile privilegio. Mentre ci chiedevamo se ne fosse valsa veramente la pena i negozi familiari e le botteghe artigiane hanno cominciato a chiudere e a scomparire. Si è dovuto cercare il lavoro più lontano da casa e anche la spesa ha cominciato ad essere fatta nei supermercati e nei centri commerciali costruiti fuori dal tradizionale centro abitato e raggiungibili soprattutto con l’automobile. Più cresceva il numero degli automobilisti e meno frequenti diventavano le corse dei mezzi di trasporto pubblici. Così, gradualmente, per schiere sempre più nutrite l’automobile è divenuto un indispensabile strumento di lavoro e di vita, una spesa obbligatoria e tutt’altro che modesta per produrre il reddito necessario a vivere. Molti hanno cominciato a rendersi conto che il cambiamento era stato in peggio, ma che si poteva ormai fare?

Nel frattempo quasi ovunque nei piccoli centri abitati una voce positiva per il reddito familiare veniva gradatamente meno: i prodotti degli orti e degli alberi da frutto dei negozianti o dei contadini loro fornitori non hanno più avuto acquirenti. Così, mentre nelle campagne la frutta marciva sugli alberi e gli orti divenivano incolti o si limitavano alla produzione per la famiglia del proprietario, si era costretti a consumare la frutta e la verdura venduta dai supermercati, che proveniva dai mercati generali e che arrivava da paesi sempre più lontani; ottenuta da un numero limitato di specie vegetali e preparata per il viaggio e per l’intervallo che separa la raccolta di frutta e verdura dal consumo con additivi che, insieme ai residui e ai derivati degli idrocarburi, una volta entrati nella catena dell’alimentazione umana, hanno contribuito a determinare la caduta delle barriere immunitarie e l’insorgere di allergie e neoplasie di ogni tipo.

Questa importante parte della nutrizione umana è da tempo totalmente dipendente dal petrolio: la petrolchimica fornisce gli oli minerali e i carburanti per far funzionare le macchine agricole, i fertilizzanti, i diserbanti, gli anticrittogamici che vengono sparsi nei campi con mezzi meccanici dopo essere stati trasportati in contenitori fatti di sostanze plastiche create dall’uomo e non biodegradabili, i cui residui polverizzati finiamo per inalare quando attraversiamo la campagna. L’aria che respiriamo in città ha un analogo contenuto di derivati del petrolio, cambia soltanto la composizione degli ingredienti: più residui di gomma e asfalto e meno residui di prodotti chimici impiegati nei campi coltivati. Tuttavia, le sostanze usate per combattere i parassiti degli alberi in parchi e giardini, i prodotti per il diserbo chimico delle aree urbanizzate e anche quelli usati nei vasi sulle terrazze mantengono comunque intollerabilmente alto il livello delle sostanze ingerite e inalate dai nostri figli semplicemente vivendo, in campagna o in città. Si salvano dall’inquinamento ambientale, almeno in parte, ormai soltanto gli abitanti delle montagne, dove sarebbe inutilmente dispendioso, e quindi economicamente poco razionale, usare queste sostanze velenose su piccola scala. Perché, a quanto pare, la razionalità soltanto a questo serve: a vedere se i conti tornano dal punto di vista economico, non a indirizzare la nostra esistenza verso abitudini più consone alla vita e alla salute.

Mentre tutti sappiamo che il petrolio (una materia prima di origine organica formatasi nel corso di milioni di anni) presto o tardi finirà, il prezzo del petrolio in termini di qualsiasi merce ha continuato a diminuire grazie all’aumento dell’offerta consentita dalla scoperta di sempre nuovi giacimenti e alle tecnologie di prospezione e coltivazione mineraria sempre più perfezionate e sempre più pericolose per gli uomini e per l’ambiente. Ma a queste tecnologie sofisticate non ha fatto riscontro un maggiore discernimento nelle scelte di fondo fatte dai rappresentanti del popolo e dai membri del governo per indirizzare i cittadini verso stili di vita sani e lungimiranti. Al contrario sono stati privilegiati i miopi interessi di pochi a scapito dei più. L’industria automobilistica è stata al centro dell’attenzione di ciascun governo in ogni paese, e non soltanto in quei paesi a bassa densità demografica come le ex-colonie di popolamento dell’Europa (Stati Uniti in testa) ma anche di quei paesi densamente popolati dell’Europa e dell’Estasia come Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Giappone, Corea, Cina, Vietnam, che non avrebbero avuto ragioni per promuovere la motorizzazione di massa, ma che al contrario, avrebbero avuto ogni motivo per ostacolarla potendone fare tranquillamente a meno e risparmiando in tal modo ai loro cittadini dolori e delusioni, oltre che elevatissimi costi economici. Così, nel corso degli anni, il giocattolo che tutti volevano si è pian piano trasformato in un accessorio imprescindibile della vita moderna e quel mammifero predatore gregario che è l’uomo ha accentuato grazie all’uso dell’automobile le sue caratteristiche negative rivelate quotidianamente da comportamenti abituali sempre meno “civili” e che mostrano un sostanziale disprezzo per la vita, propria e altrui.

Per tutte queste ragioni confusamente sentite serpeggia un clima di crescente insofferenza per l’automobile, che si accompagna però al senso di ineluttabilità della sua sempre più massiccia presenza. La natura dell’automobile come “status symbol” è destinata a cambiare? Forse. Se non altro già oggi i meno sprovveduti si rendono conto di quanto “avere la macchina” – lungi dall’essere una condizione di privilegio come accadeva ormai molti anni fa – sia fonte di tensioni e preoccupazioni che purtroppo non si possono evitare qualora non si abiti in una zona ben servita dai mezzi pubblici di una grande città. Chiunque abbia riflettuto sull’utilità dell’auto propria sa quanto sia meno oneroso usare taxi, sistemi di car-sharing o auto di noleggio quando occorra anziché la propria auto. NON avere la macchina sarà forse presto un desiderabile “status symbol” lasciando a chi vive isolato, oltre che ai parvenus e agli incolti, la prerogativa di viaggiare in auto: con rammarico se si è costretti, con orgoglio e pericolosamente per tutti se si hanno turbe psichiche e si è quindi felici in una “cassa” (poco importa se da vivo o da morto) con 4 ruote motrici adatte al deserto e alle catene montuose per intimidire i poveri travet motorizzati che non possono permettersi il SUV di cui è ormai infestato ogni paese e non soltanto l’Italia.

Ma se l’enorme numero di vittime (morti, invalidi permanenti e feriti) e i costi spropositati in termini di sofferenza che le si accompagnano, uniti alla consapevolezza dell’impoverimento economico causato dall’automobile si faranno strada nelle menti dei cittadini, vi sono poche aree del mondo più adatte del Mediterraneo per arrestare questa corsa insana e trarre dall’automobile ciò che ha di buono abbandonando le aberrazioni che ne hanno fatto uno strumento di dolore e di inciviltà.

Nei paesi del Mediterraneo le strutture urbane sono molto antiche, le cosiddette “new towns” quasi non esistono, le città sono nate per i pedoni e per questo la presenza dell’automobile le ha snaturate, sconvolte, imbruttite. Le parti nuove che sono state costruite sotto la spinta della motorizzazione sono generalmente brutte e spesso fonte di degrado sociale. Se scomparissero non verrebbero rimpiante. Non è troppo tardi per ripensare a un ruolo diverso per l’automobile e in quasi nessun’altra parte del mondo avviare questo ripensamento può essere più indolore che nei paesi del Mediterraneo. Qui inoltre il clima è generalmente clemente, con inverni miti, estati asciutte, mezze stagioni particolarmente gradevoli per la specie alla quale apparteniamo, il genere umano. Il sole splende ovunque per molte ore all’anno. Il riscaldamento delle abitazioni può contare su combustibili locali come la legna da ardere e sui pannelli solari che producono acqua calda. La geotermia, troppo trascurata, potrebbe dare una mano. Nei paesi del Mediterraneo non occorre l’aria condizionata prodotta con grande dispendio di energia elettrica. Tutti questi paesi hanno l’aria “incondizionata” che è disponibile quasi ovunque e che oltretutto è gratuita. Le tecniche costruttive tradizionali del Mediterraneo, soprattutto quelle di origine araba, unite alle moderne tecniche di costruzione degli edifici energy-conscious, sono comunque in grado di rendere confortevole in qualsiasi stagione ogni abitazione opportunamente progettata e di adattare in modo appropriato buona parte, se non tutte, quelle esistenti la cui ristrutturazione non potrebbe che essere fatta da imprese piccole e medie che darebbero lavoro a molti che ne hanno bisogno.

Per l’industria meccanica ed elettromeccanica si aprirebbero nuovi orizzonti non soltanto nel cominciare a progettare autobus, camion, furgoni, autoambulanze, taxi e autovetture tutti dotati di motori elettrici, ma anche nelle nuove apparecchiature energetiche ormai ben sperimentate in Paesi meno dotati di ore di insolazione e suscettibili di perfezionamenti incrementali che aprirebbero alle imprese nuovi mercati: può essere l’avvio di una nuova era, mentre anche le costruzioni ferroviarie e tranviarie conoscerebbero un nuovo impulso.

Se l’auto cessasse di essere una imprescindibile necessità e se ne potesse fare a meno perché il posto di lavoro potrebbe essere più vicino oppure meglio servito dai mezzi pubblici di trasporto, si avrebbe un vantaggio apparentemente di natura non monetaria, ma che nella sostanza si tradurrebbe in un maggior potere d’acquisto del proprio reddito. Per i redditi minori non sarebbe azzardata l’ipotesi di un raddoppio del potere d’acquisto del proprio reddito, o della crescita di almeno un terzo. Il reddito non destinato all’auto e ai costi da essa indotti potrebbe divenire un motore di crescita economica tutt’altro che indifferente e indirizzarsi all’acquisto dell’abitazione o alla sua trasformazione e miglioramento sotto vari profili incluso quello energetico, foriero di ulteriori risparmi per la famiglia e per il Paese. L’industria automobilistica dovrebbe mirare a prodotti diversi dagli attuali. Dai costosi giocattoli inutilmente veloci e voraci consumatori di carburante proposti ad automobilisti sempre più indisciplinati e inadeguati a una guida sicura perché soggetti a turbe psichiche, con tendenza all’alcolismo e all’uso di droghe, si dovrebbe passare a mezzi di trasporto elettrici a bassa velocità pensati per il trasporto pubblico urbano. Per le medie distanze e fino a un migliaio di chilometri le esigenze di trasporto di persone e cose dovrebbero essere soddisfatte dalle ferrovie, il mezzo di trasporto più sicuro e affidabile, almeno fino a qualche decennio fa quando erano ovunque in Europa e nel Mediterraneo gestite dalla mano pubblica.

Nelle città meravigliose di Roma, Napoli, Palermo, Siena, Vicenza, Il Cairo, Istanbul, Beirut, Marsiglia, Barcellona e mille altre del Mediterraneo, anche se non sempre baciate da un sole sfolgorante, non occorre ripararsi nelle automobili dalle intemperie, non occorre il petrolio per la trazione e il riscaldamento.

Chissà che questi sparsi pensieri, che frullano ormai nelle teste di molti, con la spontanea diffusione di queste considerazioni, non ci portino a desiderare stili di vita più sani dove l’auto, almeno nei paesi del Mediterraneo, torni ad essere al servizio dell’uomo e il petrolio una sostanza puzzolente da usarsi con parsimonia e un po’ di ribrezzo …

Gianni Fodella

SIAMO I PIU’ RICCHI, MA ALLORA…

Per capirci meglio

Non so se qualche economista abbia commentato ed eventualmente confutato la notizia apparsa sul “Corriere della sera” il 12 febbraio scorso sotto il sensazionale titolo “Il Nord? Più ricco della Svezia”. Si tratterebbe del Norditalia, o meglio dell’Italia senza il Meridione il cui PIL pro capite in parità di potere d’acquisto (PIL-PPA) sarebbe di pochissimo inferiore a quello del maggiore paese scandinavo e addirittura superiore ad esso, non si capisce bene in virtù di quale magìa statistica, per il Nord-Ovest e il Nord-Est presi singolarmente. Ancor più indietro rispetto all’insospettato Bengodi si troverebbero naturalmente Gran Bretagna, Germania e Francia, il cui distacco aumenterebbe ulteriormente conteggiando il PIL pro capite tout court.

E’ il caso di brindare a questo ennesimo miracolo nazionale benché stavolta solo regionale? Non proprio, perché, appunto, viene confermato il divario tra Nord e Sud, anche se nonostante l’handicap di quest’ultimo il PIL-PPA dell’Italia nel suo complesso (25. 800 euro) risulterebbe non troppo lontano da quello della Francia (27 mila euro). C’è comunque di che sobbalzare e sgranare gli occhi, i nostri occhi abituati a vedere realtà diverse da ciò che dicono le suddette cifre così come le orecchie sentono da sempre ben altra musica.

Come credere, oltre a tutto, che ci avvantaggi in modo particolare il PIL-PPA quando si sa (lo si ripete continuamente) che le nostre retribuzioni sono tra le più basse in Europa ovvero la metà di quelle tedesche mentre in Germania le abitazioni costano parecchio di meno e in Francia si mangia più a buon mercato? E come si spiegherebbe, se le suddette cifre dicessero la pura verità, che gli italiani sia pure in generale risultano tra i meno soddisfatti del proprio paese? Secondo un sondaggio pubblicato sempre dal “Corriere” in dicembre, infatti, lo sarebbe solo il 16% della popolazione, oltre la metà meno dei tedeschi e nettamente meno di francesi e spagnoli.

Eppure, sembrerebbe garantita l’attendibilità di cifre Eurostat (l’Ufficio statistico della Commissione europea) analizzate da Marco Fortis della Fondazione Edison e assunte come base del piano di crescita che il ministro Tremonti presenterà alla UE in aprile. Cifre che, semmai, potrebbero essere persino inferiori al vero se si tiene conto della larga parte nera o comunque sommersa dell’economia nazionale, della conseguente, massiccia evasione fiscale e della scarsissima attendibilità, questa sì, delle dichiarazioni dei redditi di numerose categorie di contribuenti prese per buone dal fisco e dalle statistiche ufficiali.

Tanto più allora, la conclusione potrebbe essere una sola, tenendo altresì conto che la ricca Lombardia, ad esempio, presenta svariati aspetti (trasporti pubblici, nettezza urbana, condizioni delle strade e delle scuole, stato di certe periferie, ecc.) più facilmente rintracciabili nel terzo mondo che in Svezia, Svizzera o Ile de France. La ricchezza, assoluta o relativa, cioè, sarà anche grande, ma viene malissimo utilizzata quanto meno a livello pubblico (senza dimenticare peraltro le responsabilità anche private) per colpa di una classe dirigente e di apparati amministrativi inetti e/o corrotti. Si rimedierà col “federalismo”? Tocchiamo ferro.

Nemesio Morlacchi

CONSEGUENZE NEFASTE DI POLITICHE ECONOMICHE BEN INTENZIONATE

Il caso del Giappone

Giusto al tempo della nascita dell’Italia unitaria che stiamo ricordando il Giappone, dopo quasi tre secoli di isolamento dal resto del mondo, temendo di perdere la propria indipendenza nel vedere che cosa era accaduto alla Cina che si era opposta alle prepotenze degli inglesi (guerre dell’oppio del 1839-42), decise di porre le basi industriali necessarie a dotarsi delle armi moderne che non possedeva. Così, dal 1868 si industrializzò per armarsi, si mascherò da paese europeo imitando spesso in modo ridicolo Inghilterra, Francia e Germania dalle quali prese esempio in molti campi: marina, esercito, industria manifatturiera moderna, siderurgia, cantieristica. Anche la costituzione fu di matrice bismarckiana mentre l’inno nazionale Kimi ga Yo veniva musicato dal tedesco Franz Eckert. Vinte tre guerre (sino-giapponese 1894-95, russo-giapponese 1904-05, prima guerra mondiale), a imitazione delle potenze europee e dell’America pose le basi della sua dominazione sui paesi vicini, più che colonizzati resi schiavi. Le vittorie e le conquiste lo spinsero a immaginarsi il dominatore dell’intera Asia attraverso la creazione della Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale (Dai Tôa Kyôeiken) che avrebbe avuto come capofila e paese egemone il Giappone. Queste ambizioni smisurate lo porteranno alla disastrosa sconfitta del 1945.

Tuttavia, questo paese prostrato, il cui popolo è stato ancora una volta ingannato dai suoi governanti, saprà cogliere l’occasione per mostrare la sua capacità di risorgere dalle ceneri. Con tenacia e volontà i giapponesi si dedicheranno alla ricostruzione post-bellica che vedrà alleati banche, imprenditori privi di mezzi e parecchi ex-criminali di guerra. Uno degli strumenti importanti usati saranno i prestiti bancari concessi alle imprese senza garanzie reali (overloaning prestare al di là di quanto lecito o consentito), basati sulla fiducia e sulla convinzione di successo da parte degli imprenditori condivisa dalle banche.

A questi overloans – che furono nella stragrande maggioranza dei casi onorati – si unirà la pratica dei Circoli per il Controllo della Qualità (Q. C. Circles) che organizzano e riuniscono i lavoratori al fine di studiare i metodi più idonei per introdurre nell’impresa tutti quegli elementi tesi a migliorare le condizioni del lavoro e della produzione; e ancora una volta sarà la determinazione e la tenacia del popolo giapponese ad avere la meglio. La nascita di nuove imprese, soprattutto piccole e medie (il Giappone è, con l’Italia, il paese del mondo con il più alto numero di imprese piccole e medie), ma anche grandi come la Sony, assorbe gradualmente la forza lavoro in gran parte disoccupata. L’aumento della produttività del lavoro (a differenza che in Italia) si traduce in sostanziosi aumenti salariali che fanno crescere quella domanda interna che la guerra e la povertà post-bellica avevano grandemente ridotto. Così, un paese dalla bilancia commerciale cronicamente passiva e i cui prodotti erano noti per il loro basso prezzo e la qualità scadente, ma dove il costo del danaro è sempre stato basso, ribalta i termini del problema in vent’anni di duro lavoro da parte di tutti: la bilancia commerciale diventerà attiva dalla metà degli anni Sessanta e i prodotti giapponesi diventeranno pian piano noti soprattutto per la loro qualità, anche se questa opinione diffusa non sarà sempre fondata sui fatti e suffragata dalla diretta esperienza.

Le azioni delle imprese giapponesi quotate in borsa vengono sottoscritte e acquistate soprattutto dai risparmiatori giapponesi, non da investitori esteri. I dividendi che le imprese giapponesi destinano agli azionisti sono modestissimi e questo elemento le rende poco attraenti per gli investitori americani che contano sui dividendi delle azioni come parte del loro reddito spendibile, a differenza dei risparmiatori giapponesi che contano soltanto sulla rivalutazione in conto capitale del loro “giardinetto” di azioni di imprese nazionali.

Queste aspettative si rivelano per un lungo lasso di tempo perfettamente fondate: le quotazioni crescenti delle azioni, dovute in parte alla forte inflazione che caratterizza l’economia giapponese (il tasso medio annuo di crescita dei prezzi al consumo dell’Italia e del Giappone sarà eguale per trent’anni tra il 1945 e il 1974), ne mantengono alta e crescente la domanda. Un fenomeno analogo caratterizza il mercato immobiliare: i terreni (e anche le case) vedono crescere costantemente i loro prezzi di mercato. Ma la continuazione di questa tendenza negli anni Settanta e Ottanta comincia a preoccupare il governo, e cioè l’apparato rappresentato dai pubblici funzionari (non dai membri del gabinetto in carica) che hanno una tradizione di modus operandi diretto al bene del “paese-famiglia” (kokka) da parte della pubblica amministrazione giapponese, e che troviamo quasi sempre nelle misure e nelle politiche adottate dal governo. (*)

Alla fine degli anni Ottanta la mano pubblica decide di frenare l’ascesa dei prezzi di case e terreni e dei valori mobiliari, riflettendo sui seguenti fatti:
a) quando buona parte del reddito delle famiglie è assorbito dal costo dell’affitto o del mutuo per l’acquisto dell’abitazione, l’economia rischia di ristagnare per la caduta della domanda di altri beni e servizi;

b) quando i corsi delle azioni divengono troppo elevati producono un effetto di spiazzamento (crowding out) che danneggia le società di nuova formazione che non riescono ad approvvigionarsi facilmente dei capitali di cui hanno bisogno per nascere, vivere e prosperare.

Poiché questi fatti si stavano verificando in Giappone già da alcuni anni, occorreva escogitare politiche tali da mitigarne o annullarne le implicazioni negative, o addirittura nefaste, per l’economia. Così, per ovviare a questa situazione che stava diventando sempre più pericolosa per il Paese e preoccupante perché fonte di sperequazione sociale, i funzionari governativi decisero di attuare misure e politiche appropriate per raggiungere questi obiettivi, e cioè di far “sgonfiare” queste due bolle speculative. Le misure restrittive del credito e di natura fiscale adottate nel maggio e nel dicembre del 1989 fecero sì che questi obiettivi venissero raggiunti. I corsi delle azioni giapponesi quotate alla borsa di Tôkyô cessarono di crescere invertendo la tendenza dal gennaio 1990. Lo stesso accadde nel mercato immobiliare, anche se l’industria edilizia non si fermava e continuava a costruire sempre oltre un milione di abitazioni l’anno (tra 1.707.000 del 1990 e 1.094.000 del 2008). Un vero declino si è verificato soltanto nel 2009 (788.000 abitazioni) ed è continuato nel 2010 quando la quota mensile delle abitazioni costruite ha oscillato tra le 57.000 di febbraio e le 73.000 di novembre.

L’indice della Borsa di Tôkyô “Nikkei 225” aveva raggiunto il livello più alto in assoluto di 38.957,44 punti il 29 dicembre 1989 e poi aveva cominciato a scendere costantemente attestandosi negli anni Duemila su livelli che non hanno mai superato i 18.300 punti, mentre nel 2010 il valore ha oscillato tra 10662 di gennaio e i 9268 punti di agosto; in ottobre il valore di 9455 punti è stato pari a un quarto del valore storico massimo. Nel mercato immobiliare i prezzi si sono sensibilmente ridotti dal 1992 e poi si sono sostanzialmente dimezzati rimanendo su questi bassi livelli. Un appartamento per il quale nel 1992 si chiedevano 110 milioni di yen poteva essere comprato per 75 e rivenduto anni dopo a 55 milioni, il nuovo prezzo di mercato, rimasto poi fermo fino ai nostri giorni.

Questi fenomeni sono stati percepiti negativamente: le famiglie hanno ritenuto di aver subito una perdita nella consistenza del loro patrimonio poiché il valore di mercato delle loro proprietà (case, terreni e azioni) si era ridotto. Hanno quindi preso a risparmiare di più per ricostituire il patrimonio depauperatosi in termini monetari e a prezzi correnti (ma non in termini reali: una casa fornisce lo stesso servizio, un’azione rappresentava sempre lo stesso frammento della proprietà dell’impresa quotata in borsa), con la conseguenza di ridurre le proprie abitudini di consumo e di trascinare l’economia giapponese nella “trappola della liquidità” foriera della recessione dalla quale il Giappone non si è ancora risollevato.

Ciò non sarebbe forse accaduto se i pubblici funzionari artefici di queste politiche fossero stati in grado di farsi ascoltare per spiegare in modo adeguato al popolo giapponese quanto positivo fosse per il Giappone la caduta dei prezzi nel mercato mobiliare e immobiliare. Mantenendo inalterate le abitudini di consumo e di risparmio (e non vi era alcun motivo che impedisse di farlo) la situazione generale sarebbe migliorata perché la capacità di spesa dei cittadini per altri beni e servizi sarebbe aumentata grazie alla diminuzione di questi prezzi. Il fatto che i valori di mercato correnti delle azioni e degli immobili fossero scesi avrebbe danneggiato soltanto gli speculatori, una esigua minoranza, e i risparmiatori più ricchi che non ne avrebbero troppo sofferto. Questi ultimi, avendo investito parte dei loro redditi in azioni dalle quali non si attendevano dividendi, avevano implicitamente mostrato di non avere bisogno di questi dividendi per mantenere il loro tenore di vita.
Inoltre, le famiglie proprietarie di azioni e di immobili avrebbero continuato a possedere gli stessi “pezzi” delle imprese delle cui azioni erano proprietarie, mentre il servizio fornito dall’abitazione non si sarebbe ridotto a causa del suo più basso prezzo di mercato. Chi avesse desiderato vendere la propria casa per comprarne un’altra più grande sarebbe stato avvantaggiato dai prezzi dimezzati degli immobili, e non svantaggiato come poteva sembrare a un osservatore superficiale. (**)

Il fatto che i funzionari pubblici non siano riusciti a spiegare in modo adeguato che i risultati sperati e raggiunti avrebbero avvantaggiato tutti e rafforzato il sistema economico giapponese, indicando nello stesso tempo come ciascuno avrebbe dovuto conseguentemente comportarsi in linea con l’adozione di queste politiche, può forse essere visto come un segnale preoccupante e negativo della minore capacità delle nuove leve di pubblici amministratori di fronteggiare con la necessaria determinazione gli eventi.

Così è stata innescata la crisi economica, che si è tradotta in un tasso di disoccupazione della forza lavoro che – oscillante tra l’1,1% del 1970 e il 2,1% del 1990 – è salito dal 2,2% (1992) al 5,1% (2010), indicatori non trascurabili di malessere sociale tuttavia ben lontani da quelli registrati in quasi tutti gli altri sistemi economici ricchi. Il cammino fin qui fatto dall’economia giapponese – divenuta negli anni Ottanta e Novanta, anche grazie alla costante tendenza alla rivalutazione dello yen, la seconda economia mondiale – è stato prodigioso. I passi giganteschi fatti sono innegabili e ben illustrati dal paragone con un’altra economia estremamente dinamica, quella italiana. Basti pensare che nel 1953 il reddito pro-capite giapponese espresso in dollari era pari alla metà di quello italiano (essendo la popolazione giapponese doppia di quella italiana i due prodotti nazionali si eguagliavano), ma già nel 1969 il Giappone aveva, come oggi, un prodotto nazionale lordo (oggi si preferisce il PIL) più che doppio di quello italiano: 171 miliardi di dollari rispetto agli 83 miliardi di dollari dell’Italia. Così in un breve lasso di tempo le posizioni relative si erano ribaltate grazie al maggiore dinamismo dell’economia giapponese.

Questi stessi zelanti e attivi amministratori pubblici che hanno fatto crescere l’economia giapponese ne hanno generato la crisi, non essendo stati in grado di spiegare al popolo giapponese che essa non è priva di aspetti positivi. I giapponesi non si rendono conto come questo “rallentamento” della loro economia possa essere visto in fondo come una benedizione, dato che riduce l’inquinamento e gli sprechi, e rende meno frenetica la rat-race e le nevrosi che vi sono associate.
Analogamente, nella loro smania di efficienza, e vittime del desiderio di primeggiare sempre e ad ogni costo, questi stessi pubblici amministratori hanno suggerito al Paese l’opzione energetica nucleare della quale forse non si pentiranno mai abbastanza.

Il Giappone non è il paese modello che viene presentato dai mezzi di disinformazione di massa ovunque nel mondo. I giapponesi sono bravissimi e zelanti nelle esercitazioni, ma quando l’evento per il quale si esercitano accade davvero, terremoto o incendio che sia, nessuno sa più che cosa fare, dato che l’evento reale si presenta sempre – è la perfidia del destino – con delle anomalie non previste.

Il terremoto con epicentro sotto l’isola di Awajima (“Isola dei Disastri”) del 17 gennaio 1995 nell’area di Osaka-Kobe (HanShin jishin) ha causato 6.434 morti, buona parte dei quali arrostiti dal gas la cui erogazione non era stata tempestivamente interrotta per l’inadeguatezza delle azioni umane seguite al sisma.
Le sue costruzioni antisismiche lasciano molto a desiderare se le case unifamiliari di legno, vetro e plastica con il tetto di travi ricoperte di tegole di maiolica hanno schiacciato sotto il loro peso chi ci abitava. I palazzi di 10-15 piani costruiti con criteri anti-sismici sono collassati schiacciando chi abitava ai piani intermedi e inferiori, rivelando così che i criteri antisismici erano stati applicati in modo solamente virtuale. Le strade sopraelevate si sono inclinate, ostacolando i soccorsi, perché i piloni su cui poggiavano avevano armature in ferro inadeguate oppure perché alcune strutture non erano di ferro ma di legno. Più che i veri criteri antisismici in quelle costruzioni avevano prevalso la speculazione e la disonestà. I dettagli in materia non hanno circolato molto e i nostri disattenti maestri della cosiddetta “informazione” hanno continuato a lodare un paese dove un terremoto importante ma non catastrofico può fare oltre sei mila morti.

Il maremoto, come si diceva una volta (ora si preferisce la terminologia più esotica: onda di porto o tsunami, tidal wave), che in pochi minuti l’11 marzo ha spazzato la costa giapponese del Pacifico per molti chilometri e penetrando all’interno quanto l’altitudine dei rilievi costieri consentiva, avrebbe fatto meno danni se gli insediamenti urbani non fossero stati così vicini alla costa, edifici spesso costruiti su terra strappata al mare, ma fossero stati più rispettosi della tradizione costruttiva dei giapponesi del passato che voleva le abitazioni il più in alto possibile e non al livello del mare. Mentre piangiamo le migliaia di morti inghiottiti dal mare, dobbiamo essere consapevoli che il vero danno di questo terremoto non viene dalla natura, ma dalla incauta azione umana che ha portato a localizzare impianti elettronucleari potenzialmente fragili in prossimità del mare.

Nessun Paese al mondo dovrebbe poter decidere autonomamente di produrre energia elettrica con l’uranio facendo uso della tecnologia basata sulla FISSIONE nucleare, la sola attualmente disponibile. Infatti, questo metodo produce le indesiderate scorie radioattive di cui ciascun Paese non sa come liberarsi in modo sicuro e la cui esistenza può mettere seriamente in pericolo la vita sull’intero pianeta Terra.

Ove si tenga conto che le riserve mondiali di uranio sono limitate (come del resto quelle di qualsiasi altro minerale e con l’aggravante che l’uranio, a differenza di quasi tutti gli altri metalli, non può essere recuperato neppure parzialmente), il suo uso dovrebbe perciò essere proibito e rinviato a quando si potrà disporre della tecnologia basata sulla FUSIONE nucleare, allo studio da anni e non lontana dal conseguire risultati pratici positivi. Una tecnica questa che non produrrà scorie radioattive e che permetterà di produrre energia elettrica senza quegli effetti collaterali indesiderati che dovrebbero portare gli scienziati a convincere i popoli e a spingere i governi ad abbandonare il nucleare, come del resto ha fatto la Germania la quale, dopo aver avviato un vasto programma di costruzioni di centrali nucleari, accortasi dell’errore commesso, non ne ha più costruite. Fatto questo che si preferisce tacere, e che non viene divulgato dai mezzi di disinformazione di massa, che citano invece continuamente paesi moderni, ricchi e progrediti come gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera fautori convinti della produzione di energia elettrica mediante il nucleare “sporco” ora in uso.

Fino a ieri in questo elenco di Paesi eletti da imitare vi era anche il Giappone, un paese densamente popolato e fortemente sismico dove mai si sarebbe dovuta costruire una centrale elettrica a combustibile nucleare …

Gianni Fodella

(*) Nelle prassi giapponesi consolidate sono i rispettati e rispettabili pubblici funzionari a prendere le decisioni di politica economica, mentre i ministri si limitano ad apporre la loro firma. In questo modo le politiche economica, fiscale, industriale, energetica, ecc. del Giappone sono caratterizzate da una continuità e coerenza sconosciute altrove, specie in Italia dove ad ogni cambio di governo (e la frequenza dei cambiamenti di governo è sostanzialmente identica a quella del Giappone) il ministro in carica vuole far sentire il proprio peso e il segno della sua volontà, con la conseguenza che è praticamente impossibile dar vita a politiche pluriennali coerenti per conseguire obiettivi utili al Paese. Naturalmente il metodo italiano è migliore se le politiche suggerite sono dannose per il Paese.
(**) Basterà un semplice esempio. Prima della caduta dei prezzi degli immobili, chi avesse desiderato vendere una casa del valore di 1 oku (cento milioni) di yen per comprarne una del valore di 2 oku yen, avrebbe dovuto risparmiare cento milioni di yen. Dopo la crisi che aveva portato i prezzi a dimezzarsi, il risparmio necessario sarebbe stato di soli 50 milioni di yen. Ma tutto ciò non è stato considerato dai giapponesi con la dovuta ponderazione. Se avessero riflettuto, e se il governo li avesse invitati a riflettere in modo corretto, avrebbero capito che il ridotto prezzo delle abitazioni avrebbe permesso loro di comprare case più grandi alle quali destinare risparmi minori rispetto alla situazione precedente.

UNA CRESCITA VERDE E’ POSSIBILE

In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.

F.S.

Quali probabilità ha un paese mediterraneo come l’Egitto di riscattarsi dalla povertà?

Percorrendo le strade del cosiddetto progresso tecnico (meccanizzazione, irrigazione dei campi attraverso canalizzazioni moderne, fertilizzazione chimica) l’Egitto si è trovato ad avere più disoccupazione e ad essere soltanto in grado di offrire gli stessi prodotti derivanti da altre agricolture mediterranee. Con quali risultati per il Paese? Non molto incoraggianti se si pensa che l’Egitto, un paese uso a giocare un ruolo come produttore ed esportatore a livello mondiale, è andato perdendo terreno sul piano della competitività. Le merci egiziane rappresentavano infatti a metà del Novecento lo 0,84% delle esportazioni mondiali mentre mezzo secolo dopo contavano soltanto per lo 0,07% delle esportazioni mondiali, ben 12 volte in meno. A che cosa è dovuto questo tracollo? A una molteplicità di fattori, in parte comuni a tutti i paesi del mondo (come l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, che ha fatto praticamente cessare la tradizionale correlazione positiva tra nuovi investimenti e nuova occupazione; questo processo si è andato accentuando e accade ora spesso che a nuovi investimenti si accompagni non un aumento bensì una caduta nell’occupazione della forza lavoro) e in parte caratteristici dell’Egitto e di altri paesi del Mediterraneo, Italia inclusa, che si trovano in questi anni presi tra due fuochi:

1) da un lato i Paesi dell’Est-Asia, che promettono di divenire, o di tornare a essere, l’officina del mondo grazie a determinate loro caratteristiche (credute note, ma in sostanza completamente ignorate) unite agli interessi, per definizione di breve periodo, sia delle maggiori imprese di distribuzione del mondo, sia di quelle imprese manifatturiere americane ed europee le quali (credendo di poter mantenere il potere di mercato che erano andate conquistandosi nel corso degli ultimi due secoli) hanno pensato di poter usare a loro beneficio esclusivo quelle caratteristiche delle imprese est-asiatiche (giapponesi, cinesi, taiwanesi, coreane, vietnamite, thailandesi) che credevano fondate su una maggiore laboriosità e desiderio di successo. A tutto ciò si è unito il mito della “sovranità del consumatore” che ha portato, in un clima di indifferenza quasi generale, alla scomparsa di intere industrie da diversi paesi ricchi (elettronica di consumo e automobilistica ne sono buoni esempi), mentre nei settori industriali abbandonati e in altri nuovi si affacciavano imprese di Paesi fino a ieri poverissimi (Cina) o poveri (Corea), tra i soli che a buon diritto potremmo chiamare PVS = Paesi in via di sviluppo;

2) dall’altro lato i Paesi tutt’ora ricchi, compresi tra l’Europa e gli ex-possedimenti europei di colonizzazione bianca, hanno continuato a sostenere le proprie economie facendo leva sui servizi, sfruttando al meglio le più favorevoli condizioni di produzione ovunque si presentassero nel mondo, usando in modo spregiudicato il loro potere economico nei mercati finanziari (e valutari) e quello militare ovunque fosse possibile.

Come l’Italia del passato, così anche l’Egitto (sotto la spinta della crescita demografica) ha dovuto ricorrere all’emigrazione (NOTA) poiché se è vero che la piaga dell’analfabetismo è stata in parte sanata e la scolarizzazione di ogni ordine e grado è andata aumentando, la crescente disoccupazione della forza lavoro ha impedito agli egiziani di usare i benefici derivanti da un’istruzione più diffusa, anche perché in Egitto come ovunque è frequente la non corrispondenza tra tipi di lauree disponibili e tipologia dei laureati richiesti dal mercato del lavoro. Occorre anche aggiungere che la diffusione di macchine automatiche sempre più sofisticate ha RIDOTTO, e non accresciuto, la domanda di personale specializzato.

A proposito di crescita demografica è bene ricordare che l’Egitto nel 1961 (così come la Turchia) aveva una popolazione di 27 milioni (pari alla metà circa di quella di paesi come Francia o Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i grandi Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

In termini generali si può affermare che l’emigrazione abbia un effetto negativo sullo sviluppo dei Paesi dai quali ha origine, quando si traduce in una migrazione permanente di quella forza lavoro più o meno qualificata, ma comunque nel fiore degli anni, la quale, dopo essere stata cresciuta e formata nel paese povero di origine, va a beneficiare il Paese di destinazione (normalmente ricco) con questo essenziale fattore produttivo al cui svezzamento e formazione il paese ricco non ha minimamente contribuito. La povertà del Paese di origine avrebbe potuto essere alleviata soltanto se le modalità dell’emigrazione avessero implicato che il lavoratore migrante portasse con sé l’intera famiglia allargata, mettendo così a carico del Paese ricco di destinazione l’istruzione dei minori e l’assistenza medico-sanitaria e previdenziale degli anziani.

Le rimesse degli emigranti, che sembrano essere un beneficio che torna al Paese di origine nella forma di reddito prodotto all’estero, non ha sempre connotati positivi poiché si traduce in genere in consumi e non in risparmi che possano trasformarsi in investimenti. Se poi consideriamo che i consumi originati dalle rimesse si indirizzano spesso verso beni durevoli di origine estera, il loro volume finisce per creare ulteriori vincoli alla bilancia commerciale non completamente compensati dalla posta positiva della bilancia delle partite correnti costituita dalle rimesse.

A questo proposito il caso dell’Egitto è emblematico quando guardiamo alle vicende della motorizzazione privata. Negli anni ’40 e ’50 le strade del Cairo erano percorse soprattutto da tram, autobus e filobus e ben poche erano le automobili che non fossero taxi. Gli egiziani appartenenti a ogni ceto sociale facevano uso dei mezzi di trasporto pubblici ai quali si aggiunse presto la rete ferroviaria metropolitana. Il quadro cambiò negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando fecero la loro comparsa due modelli di automobile di fabbricazione egiziana – pochi ma sempre più richiesti – e soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’70 quando vennero abolite molte restrizioni alle importazioni che, unite ai redditi conseguiti dagli egiziani che andavano a lavorare nei paesi arabi produttori di petrolio, fecero entrare nel Paese una gamma molto vasta di modelli di auto di importazione divenuta rapidamente uno status symbol da esibire.

La scarsa vivibilità del Cairo di oggi (e di qualsiasi area urbana egiziana) in termini di inquinamento acustico e dell’aria, dove i trasporti davvero pubblici sono quasi scomparsi e sono comunque trascurati anche perché divenuti appannaggio dei più poveri, trova le sue origini almeno in parte nel reddito generato all’estero dagli egiziani temporaneamente emigrati. Occorre forse precisare che questo tipo di comportamento riguarda i lavoratori con qualifiche medie e qualifiche modeste, poiché quelli con qualifiche elevate tendono a rimandare in patria una proporzione più piccola del loro reddito, anche per lo stile di vita imposto dal Paese di emigrazione alla famiglia egiziana che vi si deve adeguare.

Il paragone tra Egitto e Turchia (i due paesi oggi più popolosi del Mediterraneo) può essere illuminante per molte ragioni, soprattutto sotto il profilo demografico; nel 1961 avevano una popolazione di 27 milioni, pari alla metà circa di quella dei paesi allora più popolosi come Francia e Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

La diffusione dell’istruzione superiore che ha caratterizzato l’Egitto dopo il colpo di stato del 1952, ha creato una situazione nella quale l’offerta di diplomati e laureati è aumentata mentre la domanda, anch’essa cresciuta, sia pure in modo non proporzionale, continua ad assorbire soprattutto i figli delle cosiddette classi colte, trascurando di dare lavoro a buona parte di coloro che provengono da quei ceti meno privilegiati che chi aveva contribuito alla deposizione della monarchia sembrava voler favorire. Ci sono troppi laureati per i posti di lavoro che richiedono questa qualifica.

Questo fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, ma il caso delle donne è particolarmente illuminante. Se guardiamo a quelle con istruzione superiore, colpisce la gamma limitata di possibilità che la società egiziana offre loro, anche se il numero delle donne laureate è enormemente cresciuto passando dalle poche decine (di unità) del periodo tra le due guerre mondiali al mezzo milione di oggi.

Si tratta soprattutto di posti da: 1) impiegata (segretaria); 2) commessa (addetta alle vendite); 3) insegnante; 4) casalinga. Di fatto l’opzione 4 rivela il crollo delle ambizioni e dei sogni perseguiti con gli studi superiori, mentre l’opzione 3 è limitata dalla fortissima concorrenza derivante dall’elevato numero di uomini, oltre che donne, pronti a svolgere questo ruolo.

In conclusione, gli unici veri lavori retribuiti a disposizione delle egiziane laureate sono quelli di impiegata o commessa, e non si tratta di un fatto trascurabile. Per dare un’idea della dimensione del problema in termini numerici basterà pensare che più del 43% degli studenti universitari egiziani (oltre un milione) è donna.

Che dire poi dei divari salariali? Tra il salario di un professore universitario e una domestica impiegata nella sua famiglia il divario era di 500 volte alla metà degli anni ’40, alla metà degli anni ’60 era di 20 volte e di 15 volte nel 1979. Poi i professori non hanno più potuto permettersi una domestica….

Gianni Fodella

(NOTA)
Se guardiamo a uno studio demografico del 1936 (W. Cleland, The Population Problem in Egypt: A Study of Population Trends and Conditions in Modern Egypt, Lancaster, Penn.: Science Press Printing Company) vi si affermava (p.36) “Egyptians don’t migrate” e ciò risultava abbastanza vero fino alla metà del XX secolo.

LA PATRIMONIALE, PERCHÉ NO?

Insieme a sfracelli ed angosce solo in parte rientrati, la crisi economica mondiale ha generato non pochi ripensamenti e riesumazioni. Tra le meno prevedibili (ma forse a torto) di queste ultime si annovera l’imposta patrimoniale, uno strumento fiscale che sembrava pressocchè dimenticato e comunque irrimediabilmente anacronistico nell’era della new economy, della deregulation, dei Chicago boys e così via. In Italia la sua sepoltura era stata in certo qual modo suggellata dall’estromissione dal parlamento dei partiti di estrema sinistra, gli ultimi a rivendicarla come un’irrinunciabile ma ormai esclusiva bandiera. Bandiera di classe? Non necessariamente, visto che “la patrimoniale”, in passato, era stata considerata legittima e auspicabile anche da autorevoli studiosi ed esperti per nulla marxisti; qualcuno era arrivato a definirla un’imposta tipicamente liberale.

Negli ultimi decenni, comunque, era di fatto quasi scomparsa oltre a diventare un tabù in sede politica e scientifica. Sopravvive tuttora in Francia, dove l’aveva introdotta Mitterrand all’inizio degli anni ’80 e non è stata soppressa dai successivi governi di centro-destra, e dove però penalizza la ricchezza in misura molto modesta, non riguarda i patrimoni societari e serve più che altro a controbilanciare idealmente la preponderanza (caso unico in Europa) delle imposte indirette sulle dirette. In Germania è stata affossata nel 1995, benché non formalmente abrogata, da un verdetto della Corte costituzionale, in quanto lesiva, nella specifica versione tedesca, di alcuni principi basilari della Grundgesetz.

Altrove non esiste o incide in misura trascurabile, sempre che si parli della patrimoniale in senso stretto e non del complesso delle imposte che colpiscono direttamente o indirettamente i patrimoni nelle loro diverse componenti. Nel secondo caso può stupire che percentuali superiori al 10% sul totale del prelievo fiscale e dei contributi assistenziali si registrino (cifre OCDE del 2008) soltanto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con il Giappone appena al di sotto di quella quota. Ma nei primi due paesi la cosa si spiega con il peso eccezionale dell’imposta fondiaria, principale fonte di finanziamento dei servizi comunali. Negli altri paesi membri dell’OCDE la stessa percentuale scende anche molto al di sotto della media (5,6), e in quasi tutti il calo è stato più o meno sensibile nel corso del primo decennio del secolo.

Con lo scatenarsi della crisi planetaria, tuttavia, il vento è cambiato, quanto meno nel senso che dell’imposta patrimoniale propriamente detta si è tornati a parlare come di un’opzione non più inconcepibile o impraticabile bensì raccomandabile o addirittura ineludibile. In Italia, come ben sanno i frequentatori della rete, l’hanno fatto, già lo scorso anno, personaggi di spicco quali Giuliano Amato e Carlo De Benedetti, prontamente rimbeccati da un esperto come Oscar Giannino e dalla sua squadra. Più di recente, per citare un altro esempio, l’economista Alberto Quadrio Curzio ha spezzato una lancia a favore dell’introduzione dell’imposta in Grecia per parare anche con mezzi di emergenza il rischio della bancarotta statale e al tempo stesso le reazioni popolari ad un piano di austerità male calibrato. In linea generale l’efficacia dello strumento è stata invece negata, tra gli altri, dall’attuale numero uno della Banca mondiale, l’americano Robert B. Zoellick, contrario anche all’innalzamento delle imposte sul reddito.

Un possibile rilancio in piena regola a livello politico, ma non solo, si è profilato in Germania. Rovesciando l’indirizzo dell’ex cancelliere Schroeder, i nuovi dirigenti della socialdemocrazia hanno inserito il recupero della patrimoniale nel programma del partito varato nel congresso dello scorso novembre. Ciò è avvenuto dopo la dura sconfitta elettorale che ha relegato la SPD all’opposizione, ma le sue successive riscosse regionali e il precoce indebolimento della coalizione cristiano-liberale guidata da Angela Merkel lasciano presumere che non si tratti di un’emarginazione duratura. Nel contempo, voci favorevoli al recupero si sono levate da parte dell’episcopato, aggiungendosi ad uno schieramento che già comprende ambienti sindacali e dell’estrema sinistra, la Linke entrata un anno fa nel parlamento federale.

Novità vengono però anche dal campo delle vittime predestinate di un eventuale ripristino dell’imposta. Qualche mese addietro in Italia si faceva del sarcasmo su un facoltoso psichiatra tedesco in pensione, dipinto come probabile disturbato mentale per colpa dello statalismo imperante (?), il quale aveva reclamizzato in un talk-show televisivo l’idea balzana di fondare un movimento di benestanti favorevoli al ripristino, ritenuto necessario per aiutare ad impedire un tracollo economico rovinoso per tutti, ricchi e poveri, e a mantenere quindi la pace sociale. Accade tuttavia che questo movimento sia davvero nato e conti già una cinquantina di membri; forse ancora un po’ pochi, benchè, volendo proseguire sul filo del sarcasmo, ne basterebbe qualcuno di più per avvicinare la cifra di quanti in Italia denunciano redditi tali da garantire una certa agiatezza, tra la prevalente indifferenza della pubblica opinione.

Il numero dei teutonici votati al sacrificio dovrebbe comunque crescere parecchio. Secondo una recente rilevazione, effettuata su un campione di 500 detentori di patrimoni, due terzi di questi darebbero volentieri un maggiore contributo fiscale al benessere collettivo. Nel frattempo, del resto, al di là dell’Atlantico un mostro sacro come Bill Gates, ormai dedito alla filantropia intesa in senso molto ampio, è impegnato insieme ad altri celebri miliardari per assoggettare la categoria ad una drastica imposta di successione e/o patrimoniale.

E’ appena il caso di ricordare, in conclusione, che non sono certo immaginarie né trascurabili le molteplici difficoltà pratiche che si frappongono, insieme a qualche controindicazione ugualmente seria, all’introduzione o reintroduzione di un’imposta tradizionalmente controversa a tutti i livelli. Chi non dispone di conoscenze adeguate per approfondire l’argomento può limitarsi ad osservare che, esistendo un’ovvia differenza tra imposta permanente e imposta straordinaria, ovvero una tantum, almeno quest’ultima potrebbe risultare funzionale, in un adeguato contesto, ai fini di un abbattimento di debiti pubblici tanto onerosi quanto pressocchè inattaccabili prima ancora della crisi planetaria. Dopotutto, utili esperienze del genere sono già state fatte, in Germania come in Italia, ma anche altrove, intorno alla seconda guerra mondiale e dopo la crisi economica degli anni ’30, secondo molti meno grave dell’attuale.

Licio Serafini