ROOSEVELT KENNEDY JOHNSON OBAMA LA SENESCENZA DELL’AMERICA

Noi non sappiamo se i droni i missili i bombardieri ricacceranno l’avanzata nell’Irak del ‘Califfato’ jihadista. Né se l’esercito di Baghdad continuerà a evaporarsi così come accadde ai primi di giugno: dicono abbia abbandonato all’avversario corazzati e materiale bellico statunitense per un miliardo e mezzo di dollari.

Quello che sappiamo per certo è che a 407 anni dal sorgere a Jamestown della prima colonia britannica nel nord del Nuovo Continente, l’America è entrata nel suo V secolo e in un’amara età senile. Era stata la fidanzata del mondo; prima ancora, quando il mondo non la conosceva, quando il Tesoro aveva debiti non fondi, quando la burocrazia federale contava poche decine di persone e l’esercito permanente meno di 700 uomini, l’America era stata un’adolescente maliosa. Nel 1778, due anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, Robert-Jacques Turgot, lo statista riformatore francese, vergò le celebri righe: “America, speranza del mondo, ne diventerai il modello”. Nel rilevare che Thomas Jefferson aveva espresso ‘il meglio dell’America’, gli storici Morison e Commager definirono così questo meglio: “l’idealismo, la semplicità, lo spirito giovanile, l’ottimismo”. A quel tempo l’America non fu un abbaglio collettivo, una suggestione  generatrice di miti. Fu davvero idealismo e giovinezza.

Oggi che essa non ha più nessuna delle sue anime adolescenziali, è certo semplicistico concludere che nessuna società avrebbe potuto incarnare a lungo la purezza quasi- utopistica della Repubblica bambina. Come che sia,  a quattro secoli compiuti l’America  è una detestabile ereditiera, ricchissima ma sfigurata  dalla vecchiaia e dall’obesità, incattivita dalle frustrazioni e da più d’una sconfitta disonorevole. Ancora tolda comando del capitalismo globale,  è però  perseguitata da una Nemesi (la dea della vendetta e della morte) inesorabile: il militarismo bellicista. E’ la Nemesi di se stessa. Nessun grande impero della storia è stato altrettanto condizionato, coartato, dal fattore  militare, dal potenziale di muovere spedizioni e di conquistare regni. Dwight Eisenhower, il più vittorioso dei generali del 1945, cominciò prima dei sociologi a denunciare l’ingrossarsi negli States del Military-Industrial Complex.

Dal patologico gigantismo del proprio apparato bellico l’America è condannata a destinare risorse sempre più mostruose alla preparazione di guerre eventuali, tutte concepite teoricamente per vincere. A differenza che in un passato che al più tardi si chiuse nel 1945, le imprese belliche di Washington sono tutte, più o meno, fallite. L’elenco è impietoso: Corea, Vietnam-Laos-Cambogia, imprese minori quali Baia dei Porci, Libano, Somalia, poi in grande e in feroce Irak e Afghanistan.  Abbiamo omesso il trauma grave della ‘Loss of China’. Tenere la Cina contro la conquista nipponica era stato il motivo più immediato della decisione di F.D.Roosevelt di fare guerra al Giappone; sconfitto il quale Washington affidò al generale Marshall, non meno vittorioso di Eisenhower e di MacArthur, la mission impossible di strappare la Cina al comunismo di Mao. Nel 1968 James C.Thomson, uno degli esperti del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca per l’Estremo Oriente, indicò nella ‘Loss of China’ il primo dei moventi di Kennedy nella decisione di muovere guerra in Indocina. L’incanaglimento e la disfatta uccideranno l’orgoglio dell’anima americana.

Nel decennio 1840-50 dell’Ottocento -un’era geologica prima- l’America era entrata in una fase di espansione prodigiosa. Da una formula proposta nel 1845 da un giornale di New York fu chiamata del Manifest Destiny: essere un disegno provvidenziale che gli USA si allargassero fino al Pacifico e ai Caribi. Essere nell’ordine delle cose che i pionieri venuti dall’Est prevalessero sulle popolazioni indigene: anche in quanto essi portavano valori, ideali, istituzioni moderne. Conseguenza immediata del Manifest Destiny fu l’annessione di Texas, Oregon, California, New Mexico, Utah. Tutto ciò, pur comportando spoliazione dei nativi, apparve al mondo logico, dunque da accettare. L’America divenne un mito radioso: tra l’altro non entrava in conflitto con l’Europa, che ancora controllava il mondo. ‘America si configurava come forza creatrice, fattore generale di progresso. Diventando grande, l’America ingrandiva il mondo.

Tutto ciò durò fino alla Prima Guerra Mondiale, quando l’Europa dilaniata smise di compiacersi dei trionfi dell’America, al contrario dovette invocarne l’aiuto materiale prima, la guida diplomatica poi a Versailles. Col passaggio della Casa Bianca  a Woodrow Wilson l’America si snaturò. Intervenendo nel 1917 Wilson pose le basi del primato globale; se Franklin Delano Roosevelt, il plutocratico Messia del bellicismo,  fondò l’impero  americano, Wilson fu il Giovanni precursore.

F D Roosevelt, massimo guerrafondaio della storia nazionale, fu anche il più bugiardo dei suoi statisti. Con accanimento inflessibile portò in guerra una nazione che restava isolazionista non solo per egoismo, ma in quanto manteneva fede nel valore della propria diversità rispetto ai conflitti e alle miserie della storia europea. FDR mise in atto una lunga serie di stratagemmi per aggirare gli ostacoli che la Costituzione, il Congresso e l’opinione pubblica opponevano all’intervento. A  metà del 1940, sei mesi prima di Pearl Harbor, gli USA si proclamavano già alleati della Gran Bretagna e già coinvolti nella guerra nell’Atlantico. L’attacco a Pearl Harbor fornì l’occasione perfetta per portare l’America nel conflitto:  però sulla menzogna che il Giappone avesse assalito a tradimento. In realtà Roosevelt aveva provocato la reazione nipponica col  rifiuto assoluto dei compromessi ripetutamente proposti da Tokyo. Nel 1949 la vittoria del comunismo cinese e il trionfo dei nazionalismi asiatici cancellarono le posizioni di predominio occidentali in Asia per mantenere le quali Washington aveva voluto la guerra del dicembre 1941.

Se Wilson aveva creato le premesse per l’impero americano, Roosevelt fu il massimo autore della degenerazione in superpotenza planetaria, dunque della trasformazione dell’America nel paese più militarista della storia. Seguirono Kennedy e Johnson, laddove Nixon accettò la disfatta inevitabile. All’aprirsi del Terzo Millennio d.C. la dottrina di G W Bush della guerra preventiva portò alle conseguenze ultime il bellicismo di Roosevelt e Kennedy.

In anni recenti, già avviato il ritiro dall’Irak e dall’Afghanistan, sembra che Washington spendesse 25 miliardi di dollari l’anno per puntellare un paio di governi fantoccio. Qualcuno si sente di negare che se avesse donato ai poveri del mondo una frazione delle smisurate ricchezze bruciate in armi,  spedizioni belliche e sinistre diplomazie dell’illusione egemonica, l’America sarebbe amata  invece che odiata da metà del mondo? Che sarebbe regina dei popoli, come brevemente apparve sul punto d’essere settant’anni fa?  Apparve specialmente in quanto lo scettro del comando cadde dalle mani di Roosevelt, per essere raccolto da quelle più sagge di Harry Truman.

E’ disdicevole raccontare la storia coi ‘se’. Tuttavia, come non chiederci cosa sarebbe stato il secondo dopoguerra se FDR non fosse improvvisamente morto? Non si possono processare le intenzioni, però come escludere che il Grande Guerrafondaio a) avrebbe potuto tentare di abbattere in Cina,  coll’immensa armata che Marshall non ebbe, il potere comunista;  b) che una volta constatato che Stalin non era l’alleato democratico che fingeva di immaginare, bensì il nemico assoluto da sbaragliare nella Guerra Fredda, egli Roosevelt sarebbe stato tentato di allargare contro l’Urss la crociata della Carta Atlantica?

Il Barack Obama che dai satelliti Nato esige più spese militari -”perché la libertà non è gratis”-, pratica la stessa menzogna dei suoi maestri Wilson Roosevelt Kennedy Johnson: gli altri  presidenti “progressisti” che hanno incarognito e umiliato di sconfitte l’America senile.

Anthony Cobeinsy

MARZABOTTO, MY LAI, I DRONES DI OBAMA

“On March 16, 1968, two platoons of American soldiers arrived at the hamlet of My Lai, in the district known as Son My in what was then South Vietnam. They were on a search-and-destroy mission: They entered the village around 8 in the morning. Several hours later, between 300 and 500 villagers lay dead. The details were horrific. Eyewitnesses described bayonetings, clubbings, and close-range shootings, all without a single shot being fired at the Americans. Many of the dead were women, children, and the elderly. Some were killed while kneeling in prayer”.

E’ l’incipit dell’articolo di Stephen L .Carter, ‘My Lai revisited’, che apre ‘Newsweek’ il 26 marzo 2012. L’autore constata che “il massacro non determinò, come molti credono, una svolta nel giudizio degli americani sulla guerra del Vietnam, Un solo imputato, il tenente William Calley comandante dei reparti di My Lai, fu condannato per la strage: ma gli americani biasimarono la condanna. Un sondaggio confidenziale della Casa Bianca accertò che 4 americani su 5 volevano la liberazione del tenente Calley”.

L’articolo di Carter prosegue: “Lt.Calley was sentenced to life in prison. But the sentence was later reduced to 20 years, then to 10. Calley was finally released after three and half years of house arrest.” Per Carter l’ergastolo era giusto “per un uomo che aveva personalmente adunato in un fosso e ucciso le vittime”. Altro rilievo agghiacciante: “Support for the war had begun to drop a bit. After the massacre became known, public support actually increased”.

Stephen L. Carter allinea alcune attenuanti dell’orrore: “All’epoca del massacro oltre un milione di americani avevano servito o stavano servendo nel Vietnam. Tutti conoscevano qualche reduce. Sarebbe assurdo giudicare l’America e i suoi militari per gli imperdonabili crimini di alcuni, sia pure considerando le dozzine di altri fatti gravi che emersero nel 2006 dalla declassificazione di documenti del Pentagono”.

Sarebbe assurdo, sì. Assurdo però anche “capire” il Lt. Calley in quanto un milione di americani avevano servito nel Vietnam. Essere lì, a sganciare più bombe che nell’ultimo conflitto mondiale, a uccidere un milione di vietnamiti, era un’aggravante, la suprema delle aggravanti, non una giustificazione. Più terribile che la ferocia di un ufficiale e dei suoi due plotoni di assassini, fu che “public support for the war actually increased after the massacre became known”. Fu orrendo che “four out of five Americans wanted Calley released”. ‘Newsweek’ non dice che l’America applaudì alla cancellazione della pena, dall’ergastolo a 42 mesi di arresti domiciliari; noi non possiamo affermarlo. Però ne siamo sicuri.

Il giornalista Carter si dice certo che non troverà clemenza lo Staff Sgt. Robert Bales, che dalle parti di Kandahar (Afghanistan) ha ucciso giorni fa 16 donne, vecchi e bambini. Si dice certo in quanto “America has changed (…) our instinct had been to sweep our atrocities under the rug, lest they distract from the larger cause at stake. My Lai mercifully put an end to that habit”. Questo è un lapsus: due paragrafi prima Carter non ha scritto “After the massacre became known, public support for the war actually increased”?

E noi, il mondo dei non americani, dei non devastati dalla lebbra del patriottismo bellicista e del diritto di uccidere, abbiamo bevuto fino in fondo il calice dell’orrore, di appartenere alla stessa umanità del Lt.Calley? Oppure su Marzabotto abbiamo essiccato tutte le nostre lacrime e non dobbiamo versarne più sulle quotidiane My Lai dei drones di Obama?

Anthony Cobeinsy