LUIGI STURZO E UN “SUPPLEMENTO DI ANIMA” PER I POLITICI DI OGGI

Quello che stiamo vivendo oggi in Italia è un passaggio molto difficile e delicato. Assistiamo a un progressivo scadimento dei valori culturali nella vita pubblica e all’impoverimento del linguaggio politico, segno di ben più profondo impoverimento morale e spirituale; coloro che dal popolo sono stati investiti del mandato, presi dalla dura lotta della legge della competizione, hanno finito con l’estraniarsi dal senso reale e obiettivo dei problemi e delle esigenze civili del Paese; il disinibito affarismo e una sempre più sfacciata bramosia di potere hanno poi corrotto ogni possibilità di considerare per ciò che sono, nella loro intrinseca validità, le richieste, le aspettative e i bisogni della nostra comunità nazionale, a tutti i livelli.

Colmare questa assenza di morale, proporre una scelta etica credibile e non strumentale, è ora il vero problema da affrontare. Perché non si tratta solo di ricostruire un sistema che ha accumulato debiti e indebolito le risorse, ma di sostituire una mentalità diffusamente corrotta con un impegno etico profondo volto a ricostruire moralmente l’Italia. Può sembrare banale ma la corruzione non rappresenta un fatto grave solo per la scandalosa gestione del pubblico denaro, per la dilapidazione delle risorse, per la crescita indefinita dei costi delle opere pubbliche, per lo sfruttamento del risparmio dei cittadini; la corruzione rappresenta un fatto grave per il danno in sé provocato alla mentalità degli italiani, con il rischio di far loro perdere l’orgoglio dell’appartenenza a questo Paese e, ancor più, il senso profondo dell’appartenenza a una grande civiltà.

Si pone allora la necessità, anzi, l’urgenza, di restituire alla politica quell’ispirazione etica, quella larghezza di orizzonti, quell’autenticità di vocazione culturale per l’impegno civile, che fu già nella migliore e più grande tradizione del pensiero politico cattolico contemporaneo, da Romolo Murri a Luigi Sturzo, a Francesco Luigi Ferrari, ad Alcide De Gasperi. E non c’è dubbio che in questa profonda crisi che il nostro Paese sta attraversando, molti, laici e cattolici, sempre più spesso si richiamano al sacerdote di Caltagirone, il cui esempio di vita offre ancora oggi fecondi spunti di riflessione, a partire dalla sua lunga esperienza politica che, incominciata in Sicilia alla fine dell’Ottocento, al tempo dei Fasci siciliani, continua nell’età giolittiana con le lotte al trasformismo, approda alla fondazione del Partito Popolare Italiano, per poi raccogliersi negli ultimi anni dell’esilio in una forte riflessione sulla natura dei totalitarismi, sulle debolezze della democrazia, sull’eliminabilità della guerra. Ce n’è a sufficienza per capire che l’insegnamento di Sturzo, gravido ancora di un messaggio di grande attualità, merita di essere riletto e approfondito non solo dagli studiosi del suo pensiero, ma dai teorici delle istituzioni e da chi assume compiti politici e rappresentativi del consenso popolare.

Nell’attuale situazione di grave crisi politica e morale una rilettura delle pagine più significative dello statista siciliano appare però particolarmente necessaria non tanto per le soluzioni, pur validissime, che Sturzo propone riguardo agli innumerevoli temi trattati in campo economico, politico, legislativo e per problemi quali le riforme istituzionali, la partitocrazia, le autonomie locali, quanto, soprattutto, per il senso dello Stato, la passione civile, l’afflato etico che sottendono la sua analisi. Oggi, infatti, il ritorno a Sturzo deve riagganciarsi principalmente all’idea suprema animatrice del suo impegno democratico: l’affermazione contemporanea della moralità e della concretezza della politica. Moralizzare la vita pubblica è stata una delle idee fisse sulla quale Sturzo ha insistito con la sua penna vivace e caustica, intendendo ogni sua attività, compresa quella politica, come una missione “saturata di eticità”, ispirata all’amore del prossimo e resa nobile dalla finalità del bene comune. E questo messaggio di Sturzo, che ripropone quell’unione nella distinzione tra politica e morale, costituisce senza dubbio l’insegnamento più profondo e immediato che si deve trarre dalla lettura di ogni pagina della sua immensa e multiforme opera.

Dobbiamo però ricordare che il fondatore del Partito Popolare, partendo dal concetto della inseparabilità della politica dall’etica, a qualsiasi costo, anche con il rischio della perdita del potere, mise continuamente alle strette la classe dirigente italiana, con i suoi difetti e le sue colpe, non fermandosi di fronte ad amici, a partiti e a organismi economici, anzi, i suoi moniti vennero diretti principalmente contro i democratici cristiani, in quanto maggiormente obbligati all’osservanza delle leggi: “La missione del cattolico – ammoniva Sturzo nel 1956 – in ogni attività umana, politica, economica, scientifica, artistica, tecnica, è tutta impregnata di ideali superiori, perché in tutto si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l’economia arriva al furto e alla truffa”.

E allora si faccia “pulizia, pulizia morale, politica, amministrativa”, come chiedeva il sacerdote siciliano e, più che “l’effimera organizzazione elettorale, si offra una forza fatta di convinzioni profonde!”. Oggi è più che mai necessario e urgente che chi ricopre posti di responsabilità torni a rispettare quelle regole elementari già ricordate da Sturzo, ma non per questo scontate, anzi spesso dimenticate, come quella di “fare ogni sera l’esame di coscienza e imporsi buoni propositi; rigettare fin dal primo momento che si è al potere ogni proposta che tenda all’inosservanza della legge per un presunto vantaggio politico; avere cura delle piccole oneste esigenze del cittadino come di un affare importante; non coprire con l’autorità le malefatte ma lasciare che la giustizia sia per tutti rigorosa; non amare troppo il denaro perché conduce a mancare gravemente ai propri doveri; non mentire perché la menzogna interrompe il dialogo umano e toglie qualsiasi credito alla resipiscenza; non circondarsi di adulatori perché l’adulazione fa male all’anima e altera la visione della vita”.

A più di cinquant’anni da quelle “prediche al vento”, mentre i mali di allora rischiano di trasformarsi in cancrena e di travolgere la stessa democrazia, queste sono le analisi e i rimedi più semplici ma certamente più validi ed attuali indicati dal grande vegliardo e che gli italiani, soprattutto i giovani, vorrebbero vedere messi in pratica al più presto. E anche se lo stesso Sturzo sosteneva che “non si corregge l’immoralità solo con le prediche, i riferimenti storici o, tanto meno, con gli articoli di giornali”, siamo persuasi che si può essere sempre in tempo per il recupero di quei valori, purché si voglia recuperare da parte di tutti i politici e di ciascun cittadino, quel “supplemento d’anima”, quella passione e quell’apprezzamento per la vicenda umana che, per piccola cosa che sia, aiuti a ritrovare finalmente la dignità del proprio compito.

Concetta Argiolas

Luigi Sturzo e il discorso di Caltagirone del 1905

Chiusa la vecchia Opera dei Congressi, la prima organizzazione cattolica papale nazionale, e ridotto il non expedit a una protesta più formale che sostanziale, Luigi Sturzo affrontò più di un secolo fa la nuova situazione che si apriva per i cattolici nell’età giolittiana con il famoso discorso su I problemi della vita nazionale dei cattolici italiani più noto come il discorso di Caltagirone, vera magna charta del futuro Partito Popolare Italiano, lucida e geniale analisi della passata esperienza del cattolicesimo intransigente e anticipazione consapevole e coraggiosa di ciò che avrebbe dovuto essere il futuro partito nazionale dei cattolici.

Dai resoconti della stampa dell’epoca, in particolare della «Croce di Costantino», questo discorso programmatico porta la data del 24 dicembre 1905 nell’edizione del 1906 delle sturziane Sintesi sociali, ora in Opera Omnia, figura la data del 29 dicembre 1905, mentre nell’appendice al volume Dall’idea al fatto addirittura quella del 25 dicembre 1905. Fatta salva questa precisazione, preme qui evidenziare come l’ipotesi prospettata ai cattolici democratici da Sturzo nella sua città natale vedeva con lungimirante modernità un partito che doveva nascere come risultato di un’analisi storica, nonché di un’esperienza avente il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica.

A quell’epoca Sturzo pur affermando che il Papa non poteva rinunziare «alla sua ingenita libertà e indipendenza», sosteneva decisamente che se il partito doveva nascere, esso doveva essere pienamente autonomo dall’autorità ecclesiastica, i cattolici dovevano accettare la caratteristica della vita pubblica moderna, che era e resta civile, e abbandonare la mentalità della contesa per la fede, dei blocchi clerico-moderati e della norma del “caso per caso”; con evidente allusione alla tesi giolittiana delle due parallele Sturzo escludeva cioè che si potesse fare del temporalismo, del legittimismo e del clericalismo clientelare la ragion d’essere del futuro partito.

C’era in queste affermazioni una disponibilità sostanziale e storica all’invenzione di un nuovo grande partito di massa di cui Sturzo sentiva la necessità e avrebbe potuto promuoverne la nascita: le idee, come si vede, erano chiare sin dal 1905, ma il sacerdote siciliano non si lasciò tentare, perché la Santa Sede, che aveva concesso le prime evasioni al non expedit ammettendo solo che i cattolici divenissero elettori ma non eletti, non lo permetteva, e il sacerdote era sicuro che senza l’abolizione ufficiale di quella formula il partito sarebbe riuscito né più né meno di una «chiesuola, di una congrega di partiti e di velleitari». Sfidare la Chiesa? Per Sturzo era improponibile, perché impensabile per un fedele come lui era l’idea di affrontare il clima di sospetti che l’ondata antimodernista aveva provocato intorno ai democratici cristiani, così come impensabile era, per chi come lui profondamente temeva l’accusa di ribellione, l’idea di trasformare modernamente la Chiesa per poi muoversi alla conquista del potere politico.

Certamente egli voleva qualcosa di inimmaginabile a quell’epoca, ed è per questo che il testo sturziano, distinguendosi nettamente dal discorso di Rho di Filippo Meda e dal programma di Romolo Murri, troppo intriso di operatività immediata il primo e da ansia religiosa il secondo, finiva con l’ipotizzare un partito che doveva nascere piuttosto come risultato di un’analisi storica e di un’esperienza che ha il suo costante riferimento nel sano sviluppo della vita civile e sociale da cui dipende l’azione politica. Il suo buon senso e il suo realismo di politico sincero, inducendolo a liberarsi dall’ibridismo politico-religioso della passata esperienza del movimento cattolico e da ogni indulgenza verso sogni integralisti, in difesa della necessità dell’autonomia, dell’aconfessionalismo e della vocazione democratica del futuro partito, spiegano come egli, pur simpatizzando con Murri e i suoi amici, non si sentì attratto da programmi che in qualche modo mostravano di essere ancora legati alle polemiche del passato.

Il progetto di Sturzo rimase per il momento lì, sulla carta; la chiarezza delle idee non significava realizzabilità politica; bisognava nel frattempo puntare a salvare, grazie anche al coinvolgimento dei ceti medi rurali e artigianali, le opere sociali ed economiche cattoliche, evitando il rischio che esse venissero assorbite e depotenziate, dopo lo scioglimento dell’Opera, dalla pratica trasformistica, e creando in tal modo le condizioni affinché la nascita del partito avvenisse, ma al momento opportuno, secondo le necessità dei tempi che, all’inizio del secolo, non erano ancora maturi. Potremmo allora dire che il discorso di Caltagirone del 1905 chiude l’esperienza del movimento cattolico organizzato nell’Opera dei Congressi e la fase dell’«ibridismo politico-religioso» che caratterizzò le lotte dei cattolici democratici dalla fine del secolo scorso all’età giolittiana, e nello stesso tempo preannuncia con grande chiarezza le prospettive di impegno di un partito democratico, laico e popolare di cattolici di ispirazione cristiana, ma con la piena consapevolezza dei ruoli e dei fini della Chiesa, dello Stato e dei partiti in una società moderna.

Ci vollero ben 14 anni, una guerra mondiale, il pontificato di Benedetto XV, la fine di ogni possibilità di ritorno al temporalismo e la liberazione della questione romana dal peso dei condizionamenti legittimistici, perché si presentassero le circostanze necessarie a favorire e ad aprire il varco alla fondazione del Partito Popolare, a cui Sturzo conferì quelle connotazioni politiche e ideologiche che recano indubbiamente il segno di tutta la sua complessa esperienza civile, politica e religiosa di cattolico e di sacerdote fedele e obbediente alla sua Chiesa che ha saputo dimostrare come ogni innovazione o rivoluzione politica operata dai cattolici non avrebbe mai potuto superare, da un lato il limite di una tensione controrivoluzionaria con il rischio di asservire il partito al blocco d’ordine, dall’altro il limite di una conversione progressista, che avrebbe fatto del partito una forza subalterna al socialismo materialistico, inaccettabile da parte della Chiesa. Lungimiranza politica, coerente realismo e coraggiosa ma non passiva attesa sono, dunque, gli ingredienti che contraddistinsero il successo della tesi sturziana del discorso di Caltagirone che, pertanto, merita veramente di essere considerato il primo grande discorso di un cattolicesimo moderatamente impegnato nella lotta politica, dell’inizio di una storia di partito di ispirazione e struttura laica e democratica, della piena acquisizione da parte della tradizione cattolica democratica di un concetto di partito come strumento per l’esercizio di un potere dentro e non più fuori dall’organizzazione liberale dello Stato moderno.

Concetta Argiolas