IL CAUDILLO DA GIOVANE E IL BUONGOVERNO DI MIGUEL PRIMO DE RIVERA

Non è universalmente noto che Francisco Franco – il Caudillo che vinse la Guerra Civile, che non ebbe misericordia per i vinti e che per un quarantennio governò la Spagna con mano di ferro- fu autore di quattro libri di tipo politico e a partire dal 1946 firmò con uno pseudonimo una serie di quarantanove articoli, anch’essi intesi a denunciare i fallimenti in Spagna della monarchia costituzionale gestita dai liberali.
Il primo dei libri -“Marruecos. Diario de una bandera” era del 1922.
Allora Franco, che poco dopo, a 33 anni, sarebbe divenuto per meriti di guerra il più giovane generale di brigata in Europa, aveva solo il grado di maggiore. La Guerra Civile era lontana 14 anni. Il Nostro enfaticamente condivideva con la maggioranza degli spagnoli (compreso il più autorevole dei loro intellettuali, José Ortega y Gasset cattedratico di filosofia, e non compreso Miguel de Unamuno) l’attesa di un governante militare, capace di far uscire il Paese dalla crisi estrema della pace interna, della politica e dell’economia. Scriveva il maggiore dell’esercito coloniale, per sua dichiarazione “drasticamente convinto delle disfatte del regno costituzionale, cioè del sistema liberal-parlamentare, a partire dal 1876 (Costituzione liberale dopo il tracollo della Prima repubblica spagnola):
“Fu il liberalismo dell’Ottocento a propiziare il tramonto della Spagna.
In trentacinque anni (1833-1868) la nazione ebbe 41 governi, due guerre carliste, due reggenze, tre Costituzioni, 15 sollevamenti militari.
Tra il 1868 (deposizione di Isabella di Borbone, la regina accesa fautrice dei liberali) e il 1902 (salita al trono del nipote Alfonso XIII) si succedettero 27 governi, due monarchie (una fu l’infelice regno di Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II), una repubblica, una guerra civile e si perdettero gli ultimi resti dell’Impero. Sotto Alfonso XIII (1902-31) la Spagna ha conosciuto un paio di dozzine di governi; due presidenti del Consiglio sono stati assassinati”.

Nel 1923, un anno dopo il libro del pluridecorato eroe delle guerre in Marocco, Miguel Primo de Rivera, capitano generale a Barcellona, fece, d’intesa col Re e coi principali comandanti militari, il colpo di stato che instaurò la Dictadura: sette anni fino all’avvento della Seconda Repubblica. Non ci risultano scritti di Franco specificamente dedicati alla dittatura di Primo, ma il futuro Caudillo non poté non approvarli senza riserve: nella prima lunga fase di de Rivera approvarono quasi tutti gli spagnoli.
Si opposero, a parole, un certo numero di intellettuali, gli agrari più oltranzisti e gli anarchici (peraltro resi inoffensivi).
Il partito socialista, unica sinistra seria del tempo, fu apertamente privilegiato dal dittatore (progettò di fare di esso il partito unico di regime). L’allora leader socialista Largo Caballero fu immesso nel maggiore organismo di vertice del regime; più tardi egli sarà proclamato ‘il Lenin spagnolo’ e capeggerà il governo della Repubblica prima di Juan Negrin.
Si mobiliteranno contro la Dittatura esigui gruppi di studenti. Col tempo si infittirono le critiche della vecchia classe dirigente (nella maggior parte delle cariche i politici di carriera erano stati sostituiti da ufficiali.
La Depressione internazionale cominciata nel 1929 investì la Spagna meno aspramente che altri paesi: però le conseguenze non mancarono, e indebolirono seriamente il regime del Generale, fortemente indebitato per le vaste opere pubbliche e per i numerosi programmi di provvidenze sociali, i quali fondarono il Welfare State. Primo de Rivera si dimise nel 1930 e poco dopo morì a Parigi.

Gli storici sono abbastanza concordi: Primo de Rivera non fu fascista (anche se Alfonso XIII nella sua bonaria fatuità amava presentare il generale come ‘il mio Mussolini’). Il Dictador fu un governante autoritario, ma né repressore né crudele. In pratica non imprigionò né perseguitò; al contrario fu coerentemente posseduto da buoni propositi. I fatti dicono che fu il migliore governante che la Spagna abbia avuto dal riformismo settecentesco di Carlo III. Primo de Rivera compì una parte non piccola delle opere auspicate dal movimento del Regeneracionismo, il prodotto più alto dell’intelligenza spagnola moderna, e dal suo profeta Joaquin Costa.
Il crollo e il caos della Spagna dopo l’umiliante sconfitta nella guerra contro gli USA (1898) e dopo la perdita dell’impero erano talmente gravi che Joaquin Costa dovette invocare, oltre al rovesciamento dell’intero pensiero valoriale -non guerrieri ma ingegneri e agronomi- anche l’avvento di un ‘chirurgo di ferro’ dall’energia imperiosa al posto dei politici rotti a tutti i compromessi e cautele.

La dittatura di Miguel Primo de Rivera, oltre a restaurare l’ordine e la legge che le violenze e gli assassini di fazione avevano sconvolto, aprì la modernizzazione e immise la Spagna sulla strada dello sviluppo.
Seguirono, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, le svolte tecnocratiche e liberiste del regime franchista, le quali anticiparono l’attuale rigoglio dell’economia spagnola, di recente accertata più vitale di quella italiana. Primo de Rivera fu populista in senso letterale.
Innanzitutto per indole e convinzioni, egli parteggiò per il popolo di cui a volte condivise le ingenuità. Antagonizzò frontalmente le cosiddette élites politiche, i ‘politicastros’, professionisti dei parlamenti e delle urne.
Ma contrastò anche gli agrari aristocratici che ai suoi tempi dominavano le campagne, affamando letteralmente i braccianti e i contadini senza abbastanza terra. Per la verità Primo fece assai meno del dovuto in termini di riforma agraria, così come altrettanto poco fece la repubblica nata nel 1931: e quest’ultima fu la fatale inadempienza del regime progressista e iperlaico. Tra il 1931 e la rivolta dei generali lo scontro di classe divampò nelle campagne prima che nelle città, con episodi molto sanguinosi.
I fucili della repressione repubblicana spensero numerose vite di braccianti, resi ribelli dalla predicazione anarchica.

Le opere più qualificanti di Primo de Rivera furono quelle che eressero le prime istituzioni e provvidenze del Welfare State: pensioni, miglioramenti salariali, scuole, ospedali, case popolari, soccorsi ai più umili (quando c’era un’eccedenza di bilancio Primo elargiva o tentava di elargire (contro i logici veti dell’alta burocrazia) doti e corredi nuziali alle ragazze povere.
Al tempo stesso la Dictadura affrontò concretamente la modernizzazione: strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, incentivi persino esagerati alle iniziative manufatturiere e ai programmi d’autarchia. I risultati furono pronti e in parte vistosi. La Spagna divenne un paese industriale: a ciò i governi liberali avevano costantemente fallito. Le classi alte tradizionali avrebbero dovuto apprezzare i meriti di Primo: attenuazione dello scontro sociale, cancellazione del caos, impulso alle produzioni.
Prevalse invece il rancore degli ottimati per le intenzioni popolaresche e per taluni stili ‘patriarcali’ o ‘folcloristici’ del Dictador.
Sta di fatto che nacquero i primi esperimenti di “cogestione” delle fabbriche e di equidistanza dello Stato tra capitale e lavoro. Primo forzò il partito socialista ad assumere un ruolo nella regìa economica e politica.
Alla fine la Dictadura fu messa in crisi dalla combinazione tra i gruppi d’interessi (in prima fila i datori di lavoro) e alcuni capi delle Forze armate, quelli più vicini alle classi alte e più critici della spesa sociale ‘facile’. Primo simpatizzava per i proletari (e volentieri si univa alle danze dei gitanos…). Gli altri padroni del vapore no.

La Dictadura fu dunque una fase di esperimenti sia pure paternalistici quali la Repubblica non ne fu all’altezza e si condannò a soccombere.
Primo, uomo d’azione, seppe imboccare la via delle provvidenze dall’alto. Anche perché gli assetti liberalcostituzionali scelti dalla Restaurazione borbonica non esistevano più: la Spagna del 1923 era una nave alla deriva. Nella sostanza le valutazioni del libro del maggiore Francisco Franco erano fondate. A Guerra Civile vinta, il Caudillo si espose ai giudizi più crudi per avere infierito sugli avversari. Al contrario di Primo de Rivera, Franco fu incapace di compassione. Primo invece di incarcerare gli avversari importanti li multava, riducendo gli ammontari a favore dei meno ricchi. Tuttavia, tra la vittoria del 1939 e la morte (1975) il Caudillo godé dell’indiscusso e universale consenso della nazione.
La tardiva mobilitazione dei gruppi antifranchisti fu completamente inefficace. La liquidazione del regime fu voluta e organizzata dall’alto: dagli uomini di Franco.

Antonio Massimo Calderazzi

IDEARIO DI SPAGNA

da M.de Unamuno a Primo de Rivera

Gli eroi, non solo antifranchisti “La guerra civile, la più pura e la più pulita delle guerre” affermò, se si vuole declamò, il grande Miguel de Unamuno, forse il più ispirato tra i pensatori della Generazione del ’98, mosso sì da alcune pulsioni irrazionalistiche però anche, come rettore a vita dell’università di Salamanca, autentico sacerdote o magistrato della scienza. I migliori sono arrivati oggi a rifiutare le guerre mosse oltre i confini, nel nome cioè della patria, della libertà, della democrazia, della rivoluzione, di altre imposture. Come negare che uccidere e morire per un ideale di parte sia meno animalesco che farlo per una cartolina precetto?

Nel senso di Unamuno, nessun conflitto civile è stato tragicamente nobile quanto quello di Spagna, esploso nel 1936 ma in realtà incubato da tre aspre guerre carliste nell’Ottocento, dalla Settimana Tragica del 1909, dalle lacerazioni del 1917. Se non fosse morto l’ultimo giorno del fatale 1936, se oggi dal Walhalla dei giusti potesse parlarci, l’uomo di Salamanca ci direbbe di rispettare i combattenti di entrambe le fazioni.

Invece no. Dalla caduta dei fascismi il pensiero unico conosce in Spagna soltanto eroi antifranchisti; così come le lapidi delle città italiane onorano soltanto i partigiani. Gli avversari di questi ultimi, anche se lottavano per una causa senza speranza, anche se la loro sorte era segnata, tutti sgherri infami. Così per coloro che in Spagna militarono contro la Repubblica prima iperlaicista, poi rossa, non ci furono Hemingway eloquenti. Hollywood si commosse solo da una parte. I morti dei nemici furono ricordati dai soli “poeti reazionari”, quelli con la sahariana di Franco.

Però uno di essi, Victor de la Serna, trovò parole almeno altrettanto intense quanto i fotogrammi di Per chi suona la campana. A un anno dalla ribellione dei militari scrisse su ABC, edizione sivigliana (quella madrilena era fieramente repubblicana) che “Los alferez provisionales”, gli ufficiali meno che ventenni, “erano gli stessi quando la Spagna aveva per sè il Destino. Partivano per l’avventura imperiale d’America e conquistavano province come regni e regni come mondi. Oggi arrossano del loro sangue i parapetti della guerra, loro insultati come i sen^oritos della classe media, che però non avevano quindici centavos per pagare il tram alla fidanzata. Larve di capitani, muoiono gridando Arriba Espan^a e gli si rompe in gola una voce quasi di bambino”.

In questi settant’anni la letteratura e le sue sorelle (cinema, pittura, oratoria, ideologia, sobillazione, eccetera) hanno cantato con infinite variazioni, metti, la prodezza leonina dei difensori di Madrid, specie se accorsi dall’estero. Ogni comandante miliziano, ogni capopolo repubblicano è stato additato a un’ammirazione senza limiti.

Per esempio, l’anarchico Buenaventura Durruti, il capo della colonna autotrasportata che portava il suo nome e che seminò il terrore nei villaggi dove i nemici della Rivoluzione non erano stati ancora tutti sgozzati. Quando Durruti morì (21 novembre 1936, forse colpito da una pallottola vagante, più probabilmente ammazzato da uno dei suoi uomini o da un sicario comunista) l’imponente funerale a Barcellona mobilitò, dicono, 200.000 persone. I corrispondenti stranieri telegrafarono ai loro giornali che Barcellona piangeva.

Ma Durruti aveva commesso foschi crimini in quattro nazioni, i cui tribunali lo avevano condannato alla pena capitale. In Spagna, assieme a Joaquin Ascaso (altro leader anarchico; un suo attendente vantava di avere ucciso 253 persone), uccise l’arcivescovo di Saragozza, cardinale Soldevila, e molta gente comune, compresa una ricamatrice di pizzi a Madrid. Ebbe a scrivere Hugh Thomas, tipico storico antifascista: “Durruti e Ascaso, tuttavia, non erano criminali comuni.

Erano sognatori che assolvevano una missione, personaggi che Dostoevskij sarebbe stato fiero di aver creato”. Ancora Hugh Thomas: “A Lerida la popolazione aveva deciso di risparmiare la cattedrale. Durruti non tollerò, e la cattedrale fu incendiata. Con le sue violenze, Durruti si fece letteralmente odiare dai contadini di Pina, nei pressi di Saragozza, tanto che la sua colonna, per la muta ostilità con cui fu accolta, fu costretta a lasciare il paese”.

Al di sopra di tutti gli eroi della Repubblica, la sinistra d’Occidente e gli intellettuali alla Hollywood hanno deificato Dolores Ibarruri, la Pasionaria. E’ morta a novantaquattro anni, nel 1989, avendo vissuto dopo la sconfitta un mezzo secolo molto confortevole negli agi di Parigi, Mosca, infine Madrid. Ma José Calvo Sotelo, che l’11 luglio 1936 alle Cortes essa minacciò di morte per mano del popolo (“Questo è l’ultimo suo discorso”), fu ucciso due giorni dopo da un commando della polizia repubblicana capeggiato da un comunista, il capitano Fernando Condés.


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