HISPANIA FELIX ANCHE SENZA CRESCITA (MA POLITICI LADRI COME I NOSTRI)

In una visita di questi giorni in Spagna abbiamo appreso due fatti che aiutano a capire quanto accade nel Regno che ci dominava nel Seicento.

1) In dodici mesi le vendite della grande distribuzione sono scese solo del 4,9% (lo certifica l’Anged, organismo che rappresenta 2953 supermarket e giganti come El Corte Ingles e Ikea); l’occupazione del settore è scesa solo del 3,85. Era lecito aspettarsi ben altre cifre.

2) Per la crisi gli spagnoli non abbandonano il paese. Dal 2009 ad oggi il numero di cittadini spagnoli nati in Spagna ma residenti all’estero è aumentato di non più di 40 mila persone su 47 milioni. Fu negli anni Sessanta e fino al 1974 che due milioni emigrarono verso altri paesi europei. Nemmeno la fase 1993-97, quando la disoccupazione colpì il 24% della popolazione attiva, vide un aumento importante degli espatri e delle migrazioni interne.

Valuta in proposito Carmen Gonzales Enriquez, ricercatrice e cattedratica universitaria: “La espagnola es, en conjunto, una poblacion sedentaria, apegada (attaccata) a su ciudad, en la que los lazos familiares y las amistades condicionan sustancialmente la voluntad de movilidad de los individuos. Este es un rasgo (profilo) que compartimos con los paises de Europa del Sur. A finales del 2009 solo un 12% de los espagnoles consideraba la possibilidad de trabajar en otro pais, frente al 51% de los daneses y al 26% de los britanicos”. Non si fa abbastanza, conclude la studiosa, per capire come  mai, con una disoccupazione generale al 26% (quella giovanile è doppia), coloro che emigrano sono pochi.

Il fatto n.1 dimostra che la crisi è/è stata seria sì, ma non drammatica per una società come la spagnola, avvezza da sempre alle ristrettezze. La letteratura picaresca attesta da mezzo millennio l’antica dimestichezza con la povertà della nazione che nel Seicento possedeva l’impero in cui non tramontava il sole (ma che sotto Carlo V re e imperatore conobbe episodi di cannibalismo per fame). Anche il dato odierno della disoccupazione giovanile va letto nella prospettiva storica. Quando, mille anni fa, la Reconquista prese ad avanzare vigorosa, e tutte le energie venivano mobilitate per ricacciare gli invasori dall’Africa, i castigliani e gli altri spagnoli non potevano che vivere del poco. Dunque la fase attuale segna arretramenti modesti.

Questo contribuisce a spiegare il fatto n°2: pochi lasciano la Spagna. Ciò smentisce le previsioni di Roberto Garcia Delgado su ‘El Pais’, riportate il mese scorso da ‘Internauta’, secondo cui la Spagna potrebbe emulare l’Irlanda della Potato Famine come terra d’emigrazione in massa. Se non partono, è evidente che gli spagnoli hanno fiducia nelle risorse del loro organismo economico.

Il paese, vasto e non povero di minerali, prese a modernizzarsi nell’Ottocento avanzato; si avvantaggiò di non entrare nella Grande Guerra (proponevano l’intervento Manuel Azagna e i radical- progressisti che sarebbero stati annientati dalla Guerra Civile 1936-39). Il progresso economico fu propulso tra il 1923 e ’30 dalla modernizzazione e dalla pace sociale imposte dalla Dittatura di Miguel Primo de Rivera. Passato il dramma della Guerra Civile, la creazione di ricchezza riprese lentamente già durante il secondo conflitto mondiale, e molto di più negli anni Cinquanta, coll’avvio del grande turismo e con gli aiuti americani. Infine la nazione partecipò con successo all’arricchimento di tutti i paesi occidentali. Quella che era una società prostrata si unì alle avanzate del mondo industrializzato. Oggi tallona l’Italia.

Forse conta ancora di più un altro fattore. Gli spagnoli ci sono maestri nel difendere e valorizzare il retaggio e i costumi. Vissuti frugalmente tutta la loro storia, sembrano appagarsi di quel poco che nessuna traversia economica può cancellare. Senza dubbio il disagio degli ultimi, dei ceti più svantaggiati, si accentua nelle fasi di crisi. Si calcola che le famiglia senza alcun reddito siano 600 mila.  Eppure anche los pobres pobrisimos appaiono gratificarsi della continuità dei valori e usi nazionali.

Ero a Siviglia il 12 ottobre, la Fiesta Nacional degli spagnoli, e sembrava che non un andaluso, anche se invalido, storpio o non vedente, rinunciasse ad accorrere nelle avenidas, piazze e giardini della metropoli; a concedersi le caldarroste, i gelati, le mangiate e le sobrie bevute della tradizione. Tavolate e allegria in migliaia di bodegas e sulle pubbliche panchine. Festa de noartri, mi pare dicano a Roma.

Non molti sembravano sapere con precisione perché festeggiavano quel giorno: lo spiegavano i più saputi, mandando twitter, erudendo commensali e passeggiatori. Il 12 ottobre Cristoforo Colombo sbarcò nell’isola di Guanahamì e prese possesso nominale di gran parte delle Americhe, un trionfo non concesso ad altri popoli. Per secoli la data fu commemorata come ‘giorno della Hispanidad’, finché nel 1913 un ministro di Alfonso XIII cambiò il nome in Fiesta de la Raza. Oggi i concetti di Hispanidad e di Raza sono scorretti, ma la gente non rinuncia a compiacersi. Grossi raduni di parenti, di vicini e condomini, persino di estranei, che vociano, ridono, masticano, levano i bicchieri. Sono cose che qui costano poco: mezzo litro di ottima birra patriottica, seduti ai tavolini, 2 euro; un quarto che da noi. Questo aiuta a non privarsi delle gioie modeste, quelle che non sono consumismo. La felicità non è figlia del superfluo. E’ quest’ultimo che soffre della caduta del Pil.

Dunque i discendenti dei Re Cattolici ci insegnano che la decrescita non sarebbe un dramma. E’ una lezione salutare, visto che per noi i tempi dello sviluppo permanente sono finiti (è giusto siano cominciati per gli altri, per i troppo poveri).

Invece ci sono aspetti nei quali la Spagna non ha nulla da insegnarci: anzi ha imparato da noi. Una volta perduta l’innocenza della povertà, il miracolo economico, la democrazia delle tangenti, il ‘socialismo’ felipista (Gonzales si chiamava Felipe) cioè craxiano, hanno aperto l’era della corruzione pervasiva. Rimpannucciandosi, gli spagnoli si sono messi a fare gli italiani. Apri due quotidiani, uno della sinistra ‘progressista’, p.es. ‘El Pais’, l’altro della destra aggiornata (p.es. ‘El Mundo’): dedicano ogni giorno metà all’incirca delle pagine ai furti della cleptocrazia. I successori del Cid Campeador alla guida della Raza sono più spesso che no indagati dalle procure.

Conclusione, la Spagna sembra cavarsela meglio del temuto. Ma anch’essa come lo Stivale attende il Giustiziere.

A.M.C.

ROBERTO VACCA – NON SPARARE SULLE SCUOLE

In Europa la disoccupazione cresce. In USA la crescita dell’occupazione si rallenta. La disoccupazione giovanile ha raggiunto tassi più che doppi rispetto alla percentuale globale, come illustrato nella *tabella a fondo pagina.

Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza USA, consiglia ai giovani di laurearsi prendendo soldi in prestito (da chi?) e, intanto, propone di ridurre i fondi a disposizione delle borse di studio Pell. Questo implicherebbe di costringere un milione di studenti ad abbandonare gli studi.  Il Manufacturing Institute americano ha rilevato che ci sono 600.000 posti lavoro non occupati per mancanza di lavoratori con qualifiche adeguate. Il Presidente Osama ha sostenuto che occorrono corsi mirati che possano preparare i giovani disoccupati a svolgere lavori produttivi. La sfida è stata raccolta dai Community College. Sono corsi biennali che danno un diploma di associato, preparano al College, ma insegnano anche abilità tecnologiche e organizzative richieste dalle aziende (assistenza sanitaria, logistica, trasporti, amministrazione, lavori tecnici).

I Community College esistono in tutti i paesi di cultura anglosassone. Ce ne sono1200 inUSA, 300 nel Regno Unito,150 inCanada e73 inAustralia. Ce ne sono anche in Malesia e nelle Filippine.

La recente iniziativa del governo italiano di analizzare e ridurre tutte le spese della pubblica amministrazione è ragionevole. È un bene che non preveda altri tagli alle risorse delle scuole  e miri solo a ridurre le spese per acquisti o per appalti. Sarebbe opportuno intraprendere iniziative per migliorare la qualità dell’insegnamento e per controllarla attentamente.

Sarebbe anche opportuno che le aziende più avanzate leggessero l’Articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono liberee liberone è l’insegnamento. …. Le istituzioni di alta cultura … hanno il diritto di darsi  ordinamenti autonomi.” Quindi farebbero bene a fondare ed esercire scuole che facciano acquisire ai giovani proprio le abilità richieste nelle loro attività produttive innovative. Si potranno chiamare Collegi Comunitari o con altro nome che suoni bene. Su questo punto è bene rileggere quanto scrisse Luigi Einaudi nel suo saggio ”Vanità dei titoli di studio” del 1947. [“ … non si corra dietro alle parole invece che alla sostanza.”

Si facciano scuole nuove e ottime. Non si parli di abolire scuole ottime (come gli Istituti Tecnico Industriali Statali, da cui sono provenuti inventori e tecnici di alto valore). Le aziende aumentino drammaticamente gli investimenti in ricerca e sviluppo creando attività di alto livello che contribuiscano alla ripresa. Non usciremo dalla crisi con trucchi contabili.

Roberto Vacca

*Tabella

USA EU27 Germania UK Francia Italia EIRE Grecia Spagna
% giovani disoccupati 16,5 22   9 22 23 28 30 45 48