DIEGO MARINARO: C’E’ ANCORA VITA NELLA CONTRADA MEFITICA CHE CHIAMAVAMO PATRIA

Lo sapete tutti, ‘assillo’ è il nome in disuso di un insetto dei Dìtteri, chiamato anche tafano e in altri modi, che perseguita di morsi cavalli, bovini e altri quadrupedi. Dove trovano acque, i tormentati vi si cacciano dentro per trovare sollievo annegando gli assilli. Così io. Nel guardare 4-5 minuti un giorno sì e due no un telegiornale vengo punito dalle implacabili facce e natiche degli indignitari dìtteri della nostra politica, bersani santanché cicchitto gasparri e peggio, cominciando dal vendolo di Terlizzi. Non mi fanno ancora impazzire per la rabbia, però quasi sempre rimpiango di non essere cavallo o bue nelle vicinanze d’una pozzanghera. L’afflizione dei tafani di monteCitorio monteSenato eccetera!

Ma un sabato mattina mi propongono di pedalare un quarto d’ora nella palestra della media Cavalieri a Milano, su una biciclettina fissa collegata a un generatore-misuratore: se con tante biciclettine la nostra scuola saprà produrre più kilowatt delle scuole avversarie di Milano, vincerà un chimerico premio ‘Energiadi’ che farà tanto bene alle attività scolastiche non contemplate dalla Legge di stabilità. Sul premio non fa affidamento nessuno, genitori, nonni, scolari e insegnanti. Però vado lo stesso alla palestra e che trovo? Un piccolo popolo di scolari genitori nonni e congeniali che pedalano alacri, con un’immedesimazione e una gioia che brillano negli occhi e gonfiano i tricipiti. Nessuno spera nel premio (andrebbe alla cassa), tutti si consentono l’euforia di sapersi insieme, in buona salute e in  ancor migliore coscienza. Prevalgono gli ingegneri tardoquarantenni rimasti ragazzini, le medichesse solidali, altri del ceto sotto-medio idealista. Non ci sarà il premio, resterà il piacere dell’happening very low cost, più quello di andare all’opposto del consumismo delle griffes. Che ti fa la più umile delle risorgenze dello Spirito!

Pedalo un po’ anch’io che mai mi sono curato di atletica leggera, di gare nemmeno a parlarne, alla larga dei giochi che vogliono impegno, quando mai noi trappisti abbiamo fatto palestra? L’agonismo per beneficenza sì, però è più interessante osservare le facce dei pedalatori-a-fin-di-bene. Ebbene mi sorprendo contagiato dalla felicità delle biciclettine.  C’è più sentimento di quel che immaginavo in questa fetta di mondo che un tempo, prima che si identificasse nella Trimurti moda-calcio-alti consumi, chiamavo patria. Nella palestra dei Buoni Sentimenti vedo adunate un’ottantina di brave persone, più spiantate che agiate però consapevoli degli studi fatti, perciò degli obblighi che ad altri non competono.  Si appagano di fare insieme una cosa che per milioni di Santanché è senza costrutto, ma vivono in una terra infestata di tafani e vogliono salvarla.

Dunque lo Stivale non è abitato solo da cani libidinosi e smaniosi di addentare. Le brutture prevalgono -l’Italian style, i giovanotti zootecnici che giocano alla guerriglia urbana, gli intellettuali suonati che predicano la rivolta dal Sessantotto (quando nella soddisfazione generale il capitalismo cominciò a stravincere), i banchieri berlusconiani, le vecchie ereditiere e le vedove allegre che per rafforzare la proprietà finanziano ‘il manifesto’- ma una minoranza elitaria resiste, fa il volontariato (così apparentandosi agli Dei)  e in più produce kilowatt benefici. Juvat vivere esclamò Ulrich von Hutten cavaliere e poeta, al constatare che la ribellione protestante riscattava la cristianità dall’abiezione del papato fornicatore nepotista posseduto dal demonio. Juvat vivere annunciano a modo loro le felpe e i pedali civici della palestra Cavalieri.

Che poi, rintanatomi in casa, mi succede di ascoltare il sindaco di Capànnoli (Pi) annunciare a Radio 24: “Abbiamo preso a caso 80 cittadini sui 40 mila iscritti all’anagrafe, esclusi tutti i politici e tutti i professionals delle cose civiche, e gli abbiamo proposto di decidere loro come spendere 400 mila euro del bilancio comunale. Unanimi hanno deciso di spenderli per le scuole: compresa la tinteggiatura di pareti col lavoro volontario di genitori nonni e simpatizzanti. L’anno prossimo faremo 500 mila euro”.  C’è più amor di patria, c’è più onore a Capànnoli che in tutte le allocuzioni del Partitocrate in Chief nel settennato celebratorio dell’unità.

Diego Marinaro

BLUEPRINT PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA NEO-ATENIESE SELETTIVA

1. Cancellata per sempre la delega elettorale, in Italia produttrice della peggiore politica d’Occidente, la sovranità del popolo non viene più ceduta ai rappresentanti espressi dalle urne: essa resta ai ‘cittadini qualificati’ -o cittadini attivi, o supercittadini- scelti per un anno dal sorteggio. Essi la esercitano direttamente in continuo, sia attraverso la consultazione e deliberazione via telematica,  sia in quanto sorteggiati in 2° grado a fare un turno breve (p.es. un semestre) negli organi deliberativi ed esecutivi, governo centrale compreso. Il sorteggio sostituisce le elezioni. La Costituzione va cambiata in toto. Lo Stato paga la consulenza informatica a chi ne necessita.

2. Il suffragio universale resta solo per i referendum, anche propositivi, tutti senza quorum e resi più facili da indire. Le decisioni referendarie sono vincolanti: le leggi e gli altri atti legislativi ed esecutivi non possono contraddirle o svuotarle. In questo senso la Democrazia Diretta acquista una fisionomia elvetica, sedici anni fa additata come esemplare ai Paesi occidentali da uno speciale di ‘The Economist’.

3. La ‘cittadinanza  qualificata’ si attribuisce a 500.000 persone per ciascun turno annuale, estratte a sorte da un computer centrale della Magistratura, sotto gli opportuni controlli e in presenza di determinati requisiti: cultura, esperienze lavorative/operative, meriti civici -volontariato, etc- pienamente documentabili. Un organo ad hoc della magistratura compila e aggiorna l’Albo dei Cinquecentomila, accogliendo o respingendo le domande d’iscrizione volontariamente presentate dai cittadini; la magistratura accerta che nessun supercittadino abbia carichi pendenti, sia inquisito o imputato.

4. Prestare il “servizio politico” da supercittadini non è obbligatorio; dà diritto a un modesto compenso di base (p.es. 1.000 euro per turno annuale) contro la disponibilità ad essere sorteggiati e sondati ufficialmente; il compenso aumenta se il sondaggio diventa molto impegnativo in termini di prestazione e studio.

5. Dopo un semestre di appartenenza all’Albo dei Cinquecentomila, i supercittadini possono essere sorteggiati in II grado al loro interno per servire un secondo semestre in uno degli organi deliberativi -consigli comunali e regionali, parlamento monocamerale di 200 membri sorteggiati- oppure esecutivi -giunte comunali e regionali; governo centrale.

6. Col salire in importanza degli uffici da ricoprire devono crescere i requisiti dei cinquecentomila supercittadini: chiunque di loro può essere sorteggiato per sedere nel consiglio di un piccolo comune; solo le 300 persone incluse per qualifiche e meriti oggettivi nella classe più alta di supercittadini possono essere estratti a sorte per un semestre nei governi regionali; solo tra i 50 supercittadini di vertice sono sorteggiati i 10 membri dell’esecutivo centrale: uno dei quali a turno presiede il governo, un altro assolve le mansioni di capo dello Stato.

7. I Cinquecentomila vengono sorteggiati per un anno tra persone in possesso di requisiti quali:

– cultura: da laurea in su, oppure meriti intellettuali dimostrabili oggettivamente: p.es. premi, concorsi vinti, altri riconoscimenti oggettivabili;

– esperienze lavorative/operative: p.es. dirigenti, imprenditori, sindacalisti da almeno 10 anni; capi-operai da almeno 15 anni;

-meriti civici: p.es. volontariato svolto full time da almeno 5 anni, part time da 10 anni.

8. I supercittadini selezionati per sorteggio a far parte degli organi deliberativi ed esecutivi del livello più alto possono, a titolo eccezionale e in presenza di meriti e requisiti straordinari, sostituirsi al sorteggio e designare a maggioranza un capo straordinario del governo. Di norma il governo è presieduto a turno da uno dei suoi Dieci membri.

9. I membri del governo svolgono a turno le funzioni di capo dello Stato, le cui attribuzioni e facoltà vengono ridotte al minimo essenziale, mentre sono rinvigorite quelle del capo a turno dell’Esecutivo (governo centrale). Sono eliminati gran parte dei ruoli cerimoniali e di rappresentanza. La reggia del Quirinale va chiusa, venduta o riutilizzata. Idem per le altre residenze presidenziali. I fondi di dotazione e i dipendenti di tutti gli organi di vertice delle  istituzioni vanno ridotti fino all’80%. Ad ogni livello, anche periferico, le sedi di prevalente prestigio vengono chiuse, oppure ridotte fortemente nel personale e nei costi.

10. La miniaturizzazione dei costi di rappresentanza e prestigio porterà qualche pregiudizio a livello diplomatico, PR e simili, ma il Paese guadagnerà reputazione se dedicherà le risorse risparmiate ad opere più importanti del protocollo e degli usi diplomatici. P.es. la Democrazia Diretta metterà fine alle consuetudini mondane onde poter cancellare indegnità quali il non assicurare automaticamente un tetto decente ai senza dimora, un pasto agli scolari poveri, un reddito di sussistenza alle famiglie senza reddito. Trascurando la riprovazione di  diplomatici e ciambellani stranieri non si destineranno risorse, p.es., a ricevimenti, parate, visite di Stato, etc.: eventi quasi sempre futili o privi di utilità. La Democrazia Diretta farà rivivere gli ideali repubblicani di sobrietà, che nella storia si contrapposero allo sfarzo e all’elitismo delle monarchie.

 A.M.Calderazzi

Ps. Di solito per le risposte utilizzo un apposito articolo, ma stavolta prendo poche righe in calce all’oggetto della mia critica, spero costruttiva. Mi pare che un problema su cui si debba riflettere sia la poca durata del mandato dei “supercittadini”, che  potrebbe essere di ostacolo alla creazione ed all’impiego di una competenza specifica nelle cose di governo. Il rischio, in parole semplici, è che quando finalmente un sorteggiato ha sviluppato le competenze per governare al meglio, il suo tempo sia scaduto. Mi pare tuttavia un problema superabile se alla “politica” lasciata in mano ai “supercittadini” si affiancasse una “burocrazia tecnica”, gestita rigidamente su criteri di neutralità e competenza, in grado di incanalare le proposte politiche ed evitare derive pericolose. Dei tecnici insomma col potere di dire “questo non si può fare” ai politici, ancorché questi ultimi fossero uomini degni e probi e selezionati con l’estrazione a sorte. Per evitare incrostazioni, anche i tecnici dovrebbero avere mandati di durata predeterminata e non rinnovabile.

Tommaso Canetta

25 APRILE 2013, UNA NUOVA LIBERAZIONE

Aggravatasi paurosamente la crisi, inferocitosi l’odio per i partiti, il 25 aprile 2013 l’Uomo di fegato ha preso il potere senza colpo ferire. Ha applicato alla lettera il metodo di Miguel Primo de Rivera, quella volta di novant’anni fa in Spagna: accordi tecnici tra i principali comandanti territoriali, perfetta sincronizzazione degli interventi, niente impiego delle armi, pura e semplice destituzione dei gerarchi e notabili del regime. I più non hanno fiatato, i meno sono stati ospitati in amene località montane.

Il 26 aprile 2013 giornali e teletestate non sono usciti o presentavano vasti spazi vuoti; quelli del giorno successivo inclinavano già a capire le ragioni del Movimento; un altro giorno ancora e le Grandi Firme, i Pensosi Opinionisti e i Testimoni del Tempo, insomma le icone del pensiero democratico, hanno preso ad inneggiare all’Uomo di fegato.

Camusso, Landini e ogni altro leader sindacale sono stati prontamente guadagnati al colpo di stato. Portati subito nella tenda del comando supremo, l’Uomo di fegato ha spiegato loro, libri di storia alla mano, che a partire dal 1923 il capo dei sindacati spagnoli Francisco Largo Caballero -il ‘Lenin spagnolo’, futuro capo del governo repubblicano cioè rosso- fu l’ascoltatissimo consigliere ufficiale di Primo de Rivera: questo perché il Dictador volle essere primo nella storia moderna di Spagna a innovare dalla parte del popolo: case, ospedali, avvio delle pensioni e delle assicurazioni sociali. Nacque allora il Welfare iberico, e in più si attuò un vasto programma di opere pubbliche (strade, canali, ferrovie, persino paradores) che dettero occupazione. Niente scioperi ma parità tra capitale e lavoro in organismi d’arbitrato obbligatorio. Nessuno storico nega il consenso quasi unanime che andò al regime militare nel primo quinquennio, prima che i forti interventi statali ingigantissero il debito, e prima che arrivasse la Grande Depressione.

Messa così, è chiaro che l’Uomo di fegato del 2013 è deciso a correggere la rotta della nave, a cancellare gli eccessi del capitalismo. Per indebolire l’onnipotenza del diritto di proprietà e la prepotenza del mercato ha sospeso anche il Codice civile e ha cassato il concetto del diritto acquisito. Con un decreto entrato in vigore di notte ha espropriato le grandi fortune, mandando in esilio quanti hanno cercato di esportare i capitali. Ha dichiarato di non sapere rilanciare la crescita; pertanto la società andrà riorganizzata nella presunzione della decrescita. Le grandi masse dovranno vivere con un po’ meno, i privilegiati con moltissimo meno. A tutte le famiglie sarà garantito il minimo vitale. Il governo del Dictator ha notificato l’uscita dall’Alleanza occidentale e la rinuncia a tutte le operazioni internazionali, a parte rari e autentici interventi caritatevoli.

Il sistema derivante da queste riforme non sarà fondato sulla libera iniziativa; i suoi parziali lineamenti neo-collettivistici avranno poco in comune con i fallimenti del marxismo. Questi sconvolgimenti non li attueranno i militari dell’Uomo di fegato: troppo impreparati, in ogni caso troppo pochi. Si aprirà l’era della democrazia diretta selettiva, senza più elezioni. Tra i cittadini più qualificati per capacità professionali e meriti civici quali il volontariato, il computer centrale estrarrà una Polis ristretta, per turni non rinnovabili di pochi mesi. Assistiti dai tecnici e dai burocrati, i circa cinquecentomila ‘supercittadini’ saranno decisori e gestori. Mai più politici di mestiere.

Il meccanismo congegnato dall’Uomo di fegato avrà molti difetti, eppure risulterà preferibile a quello, insopportabilmente pessimo, cancellato con le brusche. Lo dimostrerà ad abundantiam l’approvazione del popolo. In Spagna i primi anni della gestione primo riverista furono i migliori tra il crollo del parlamentarismo dei notabili e la Guerra Civile.

l’Ussita

LA TELEMATICA AL SERVIZIO DELLA SOVRANITA’ POPOLARE

L’ipotesi della “democrazia elettronica” si affacciò in quel laboratorio di idee che talvolta -tutt’altro che sempre- sono gli Stati Uniti e vi divenne consistente nella campagna 1992 per la Casa Bianca. L’aggettivo ‘elettronica’ non è da prendere alla lettera: muove dall’idea che, con tutti i limiti e le incognite del computer, quell’alternativa sarà comunque meglio dell’usurpazione e della rapina cleptocratica. In un primo momento i professionisti americani dell’usurpazione politica reagirono abbassando il profilo, fingendo di aprirsi alla discussione. Bill Clinton lasciò credere di voler tenere a battesimo qualche forma di ‘coinvolgimento telematico’. Il vicepresidente Al Gore vaticinò l’avvento di una ‘Neo-Athenian democracy’. Altri, in posizioni meno eccelse, stettero buoni, lasciandosi accreditare come possibilisti. Insomma la professione politica fece una sia pur modesta puntata sulle novità.

Si comportarono invece da catoniani intransigenti (Catone Uticense, pronipote del più not Censore, avversò come poté l’ascesa di Cesare; finì suicida) i commentatori che facevano opinione. Denunciarono i terribili inconvenienti di associare il popolo nella gestione della res publica:

a) si assegna troppo potere alle posizioni di maggioranza, a scapito dei dissenzienti e dei marginali. Se l’uomo della strada si facesse Principe o socio del Principe si eliminerebbero i filtri tra impulsi popolari e produzione legislativa; in più, sostennero, ci sono casi -per esempio il trattamento di trasgressivi e devianti- in cui la maggioranza è ‘meglio’ non prevalga.

b) ledeliberazioni della ‘democrazia istantanea’ non sono meditate; mancano le ‘mediazioni’ che sono il mestiere dei politici professionisti (i più bravi dei quali siedono a vita nei solenni senati della convenzione americana). Altre obiezioni: la democrazia diretta degenererebbe in videocrazia. Se le istituzioni oligarchiche fossero costrette ad applicare la volontà del popolo, deciderebbero opportunisticamente e non secondo saggezza. Il popolo come tale è negato alla saggezza, mentre i politici di mestiere, sempre secondo l’Ancien Régime, ne sono colmi: infatti tutte le Costituzioni si fidano dei politici, non del popolo.

Sarebbero argomentazioni da rispettare se fossero vere le virtù degli ottimati. Invece le cronache di tutti i giorni confermano al di là di ogni ragionevole dubbio che i politici, soprattutto quelli all’italiana, sono quasi tutti ladri e lestofanti, altro che legislatori; che quelli all’americana vincono per il denaro che riescono a mettere insieme, dunque sono al servizio del denaro.

Quanto alla tesi secondo cui l’uomo della strada coarterebbe le minoranze di tipo libertario, diciamo le cose come stanno: visto che le posizioni trasgressive non sono molto condivise -la gente non vuole liberalizzare le droghe, la gente preferisce rallentare le conquiste libertine- si esige che vengano imposte dall’alto, dai politici. Se le stesse posizioni fossero largamente accertate, se ne esigerebbe il trionfo nel nome della sovranità popolare. La maggioranza può essere sovrana solo se la pensa come la minoranza.

Che i politici siano distillatori di senso dello Stato e monopolisti di saggezza lo ha smentito per sempre la Tangentopoli che si aggrava invece di attenuarsi (in Italia lo ha appena certificato la Corte dei Conti). Più ancora lo smentiscono tutti i sondaggi e tutte le analisi, i cui risultati si riassumono in un dato crudo e comunemente accettato: da noi la stima per i politici e i partiti è scesa a una percentuale tra il 7 e il 4 per cento. Hanno stima dei politici non più di 2 americani su 10. Il resto è pura chiacchiera o frode. Fidarsi, oggi, dei rappresentanti eletti è un disordine mentale. Oppure è nostalgia di un tempo lontano che sfuma nel mito (gli slanci del Risorgimento, Jefferson, il secolo dei lumi, San Tommaso, Marco Tullio Cicerone, Aristotele, tutti i codificatori delle virtù da scuola media inferiore.

La grande e giusta obiezione alla democrazia diretta è che un corpo legislativo di milioni o centinaia di milioni di persone è inconcepibile. Dunque, referendum a parte, i numeri della Polis sovrana vanno rimpiccioliti di mille e più volte: portati alla dimensione ateniese. Abolito il suffragio universale e azzerata la classe politica, il modo più equo di reclutare i supercittadini pro tempore è di farli sorteggiare dal computer, in presenza dei requisiti più alti, per un ‘servizio politico’ di x mesi, che esiga forti meriti oggettivabili ma escluda ogni ambizione di carriera, persino in chi abbia fatto turni da legislatore o da governante. Un congegno random che esalti l’onestà e la competenza riprodurrà le condizioni per il governo dei migliori al posto del governo dei più bravi cacciatori di voti/percettori di tangenti.

A.M.Calderazzi

E-DEMOCRACY: IN ISLANDA E’ COMINCIATA, A MILANO SPERIAMO

La resurrezione in Italia del referendum, cosa implica a termini di logica se non una tendenza a ridurre, in prospettiva a revocare, la delega alla classe politica peggiore d’Occidente? Occorre, certo, che il referendum sia molto sentito, invece di proporre temi cervellotici o ludici. Questo 12 maggio i temi erano coinvolgenti, e in più agiva l’avversione nei confronti del Berlusconi ultrà del turbocapitalismo.

Se l’animus del 12 maggio durasse, sulla distanza l’effetto sarebbe l’inizio della fine della democrazia rappresentativa, dunque l’avvio di questa o quella versione della sovranità di popolo. Sarebbe il ritorno alla Polis dei cittadini invece che degli oligarchi ladri. Tutto ciò a valle della consapevolezza che la nuova Polis si è già delineata come elettronica. I prodigi della tecnologia sono tali da consentire subito possibilità di potere dei cittadini le quali superano quelle dell’Attica, che aveva solo 40 mila residenti di pieno diritto.

In “Internauta” di giugno Tommaso Canetta ha additato il valore dell’esplorazione di democrazia diretta in Islanda: La Nuova Atene sta già sorgendo tra i ghiacci e i vulcani. Canetta ha riferito puntualmente le novità esposte da Maria Serena Natale su “Il Corriere della Sera”. Siamo alla piena integrazione tra democrazia, tecnologia ed estrazione a sorte. Il quotidiano propone categorie quali ‘agorà virtuale’ e ‘democrazia diretta dell’antica Atene’. Per alcuni di noi a “Internauta” le novità dall’Islanda confermano una tendenza che ha per sé l’avvenire.

La grave crisi apertasi nel 2008 ha indotto gli islandesi a darsi una nuova Costituzione. Per riscriverla hanno eletto all’antica 25 costituenti, ma il testo dal quale essi partono è il documento steso da una commissione che ha riordinato le proposte di 950 cittadini estratti a sorte. Il sorteggio, che quattro settimane fa un titolo de “il Riformista” ha definito “l’anima della democrazia” si fa dunque antagonista dell’urna elettorale, da due secoli strumento principe della spoliazione dei cittadini. L’urna è l’esatto contrario di quella sovranità popolare che tante Costituzioni, cominciando dalla nostra, evocano in tutta menzogna. L’esperienza di due secoli ci dà la certezza che le elezioni esprimono gli eticamente peggiori. Il sorteggio, ‘pescando’-con opportuni meccanismi anzi automatismi- nella società civile, produce randomcraticamente un personale politico pro tempore  impossibilitato dalla brevità dei turni e dall’obiettività del computer a farsi casta.

L’audacia islandese non finisce nella scelta random di 950 ‘pre-legislatori’. I 25 che stenderanno il testo finale della nuova Carta stanno divulgando (o hanno già divulgato) i resoconti e le bozze dei loro lavori attraverso i social network (You Tube, Facebook, Twitter), stimolando i cittadini ad esprimersi e a proporre. A complemento di tanto scrupolo di vicinanza al sentire dei cittadini ci sarà un referendum finale. A quel punto la ratifica da parte dell’ Althing, il vecchio parlamento di sessanta membri, è dovuta. “Non era pensabile” ha spiegato il capo del governo, la socialdemocratica Johanna Siguroattir, “una revisione costituzionale senza la diretta partecipazione del popolo”. Un ruolo così immediato dei cittadini non c’era mai stato, nemmeno nei contesti più avanzati dell’ecumene scandinavo. L’Islanda è primogenita tra le democrazie che andranno facendosi dirette e ‘ateniesi’ , grazie alle straordinarie conquiste dell’elettronica.

Le poleis del sistema ateniese potevano reggersi come si reggevano in quanto le loro cittadinanze erano molto ristrette, dunque gli agorà esercitavano il potere. Nelle gigantesche nazioni d’oggi la tecnologia trionfante permette -oltre a consultazioni generali d’indirizzo attraverso un referendum ‘continuo’ infinitamente più agevole dei nostri- l’esercizio quotidiano della deliberazione da parte di un campione (denominato ‘macrogiuria’ dalla politologia americana) di persone qualificate scelte a sorte -per un turno breve- dal computer, sorteggiate all’interno, p.es., di un centesimo dei cittadini. Varie formule e tecniche programmeranno un computer centrale perchè selezioni i più qualificati in modi inattaccabili.

In giugno “Internauta” ha anche segnalato, sempre per la penna di Canetta, le novità di e-democracy promesse ai milanesi dal manifesto politico di Giuliano Pisapia. Esso annuncia “forte innovazione in statuti e regolamenti finalizzati a strumenti diretti di consultazione dei cittadini, anche via Internet: per esempio proposte di referendum di indirizzo con raccolta firme, voto on-line e certificato elettorale digitali”.

Per ora è solo un annuncio. Forse risulterà la tradizionale bugia elettorale. Ma chi dice che la Milano ‘dei creativi’ non possa capeggiare una svolta coraggiosa, tanto più quando quasi ogni casa ha un computer e molte tasche contengono un telefonino high tech? E’ vero, l’esplorazione del futuro potrebbe risultare più facile in una cittadina-modello del Trentino che in una metropoli afflitta da complessità  e problemi che un po’ la fanno assomigliare a Napoli.

Tuttavia è assolutamente certo: mai, proprio mai, avremo riforme non irrisorie se dovrà farle la classe politica. Invece le faranno giurie di gente onesta -l’opposto dei politici- e preparata,  estratta dal computer per un periodo limitato e con divieto di rinnovo. 66 anni di cleptocrazia hanno dimostrato al di là di ogni dubbio che i mestieranti delle urne non sono mai migliori per cultura della media dei cittadini; sono nettamente peggiori per moralità. Li programmano a malversare i ricatti e le clientele della politica parlamentare (e regionale, e provinciale, e locale, e di comunità montana, etc). Nella peggiore delle ipotesi diciamo che, se Giuliano Pisapia mancherà alla promessa  della e-democracy, avrà quanto meno segnalato agli altri della professione politica la convenienza -per loro- di farsi furbi:  di annunciare novità attraenti e giuste. Magari delegando i nipoti ad attuarle.

A.M.Calderazzi

IL GIAPPONE NANIZZATO DAI SUOI POLITICI

Pensiamo e diciamo in molti la stessa cosa: Fukushima ha rivelato al mondo, al tempo stesso, la grandezza d’animo dei giapponesi e la singolare pochezza dei loro governanti. Sulle qualità della gente abbiamo poco da aggiungere. Sulle carenze della classe dirigente va detto che andrebbero senza dubbio evitate le esagerazioni. I leader naturali della società nipponica hanno avuto la loro parte nei prodigiosi avanzamenti del paese a partire dal 1868, quando i sodali di Mutsuhito, sovrano coraggioso, abolirono lo shogunato e mossero la più impetuosa delle modernizzazioni.

In due-tre decenni il Giappone feudale e rurale si convertì in nazione manufatturiera, all’avanguardia in alcuni settori. La vittoria navale sull’impero zarista, a Tsushima, impartì una lezione all’Occidente. Il paese che nel 1853 la squdretta del commodoro Perry (quattro navi) aveva potuto intimidire l’Impero costringendolo ad aprirsi allo straniero, era già la terza potenza navale del pianeta, più forte della Russia sterminata. Il resto è noto. Il piano di egemonia militare sull’Asia fallì nel 1945, ma il Giappone dette la spinta decisiva perchè i nazionalismi asiatici abbattessero il colonialismo europeo. In più la tecnologia e l’iniziativa imprenditoriale giapponesi dominarono i mercati internazionali fino a vent’anni fa, quando il Sol Levante cominciò a perdere colpi.

Da quel momento è partito il gioco del ridimensionamento: gli inimitabili primati  del Giappone sono andati indebolendosi, in qualche caso miniaturizzandosi. Qualunque guru, non solo di New York e di Francoforte, anche della più modesta delle piazze globalizzate,  può oggi guardare con cipiglio alla performance dei responsabili del sistema-paese nipponico. Figuriamoci dopo Fukushima.

Il capo del governo Naoto Kan è stato giudicato poco meno che inetto. Il londinese ‘Times’ computò che nel tempo messo da Obama tra presentare la candidatura e insediarsi alla Casa Bianca il Giappone si dette 3 primi ministri, 4 ministri delle finanze, 6 ministri della difesa. Come a dire, gli inetti al potere. Il commentatore britannico denunciava: farsa orientale, tregenda di lotte e di camarille, fluviali riunioni per raggiungere il consenso a tutti i costi, in definitiva “an utter absence of leadership”, “the perils of life without decision-making”. Titolo del commento: ‘Chronic lack of leadership costs the nation dear in its hour of need’.

Secondo il ‘Times’, i giapponesi dopo anni di passività si accorgono ora di non potere lasciar fare ai loro mediocri rappresentanti. “Pagano caro per avere permesso alla loro politica di degenerare nel nepotismo, nella gerontocrazia, nelle decisioni sbagliate. Fukushima ha svelato un vuoto di leadership in quasi ogni angolo della realtà nipponica. La nazione viene chiamata a dimostrare calma e resistenza -i giapponesi posseggono tali qualità in abbondanza- ma se non ci sarà un immediato salto culturale esse qualità non saranno messe a valore”.

Un altro esperto di Giappone, Michael Elliott, ha difeso su ‘TIME’ il primo ministro Naoto Kan per avere esortato il paese ad ‘aprirsi al mondo’ e, curiosamente, a “facilitare il rientro al lavoro delle donne dopo avere figliato’. E’ legittimo chiedersi quale balzo in avanti farà il Sol Levante quando i congedi di maternità si accorceranno. Piuttosto Elliott riconosce  che il problema è l’Establishment stesso: ‘burocrati, caporioni di partito, gente di legge, gruppi d’interesse, giornalisti legati al potere. La società nipponica deve volere il cambiamento, anche consegnandone le leve a coloro cui le ha finora negate: le donne, i giovani, gli immigrati persino’.

Mah. Se i giapponesi hanno le qualità che sappiamo ed è la loro classe dirigente così manchevole, le donne i giovani gli immigrati non si dimostreranno migliori della nazione cui appartengono. E’ la classe dirigente da esautorare, a beneficio di un popolo intero dimostratosi così saldo, così migliore delle sue élites. Dei campioni di un popolo  tanto meritevole, espressi non dalle elezioni ma da segmenti selezionati di democrazia diretta, scelti a caso ma in rapporto a criteri oggettivi, agirebbero meglio di una casta incrostata, erede di retaggi ancora più incrostati. Se il meccanismo dei partiti e delle urne produce una leadership scadente,  il meccanismo va ripudiato. Una nazione coraggiosa, fatta di persone mediamente migliori dei loro politici, dovrebbe decidere di gestirsi da sé, senza Establishment.

Jone

PERCHÉ ABOLIRE IL QUORUM NEI REFERENDUM ABROGATIVI

Che tra i mille rappresentanti del potere legislativo siedano anche persone impegnate in attività più costruttive che schiacciare bottoni, in modo diversamente critico, potrebbe per molti rappresentare già di per sé una novità. Che in questa fascia residuale qualcuno si occupi di democrazia diretta e partecipazione popolare ha quasi dell’incredibile. Non desta alcuno stupore invece la scarsa pubblicità all’iniziativa ed il suo esito. 

Spulciando tra i molti frutti mai maturati sui rami del Parlamento è possibile anche imbattersi in un disegno di legge di modifica costituzionale volto a rendere più effettiva la partecipazione del popolo alla attività legislativa. Proposto dal senatore del Svp Oskar Peterlini, il ddl (influenzato dall’esperienza della vicina Svizzera) ha tra i propri principali obiettivi quello di abolire il quorum nei referendum abrogativi, favorire l’iniziativa legislativa popolare (prevedendo un referendum popolare nel caso gli organi legislativi rigettino la proposta di iniziativa popolare), creare la possibilità di iniziativa legislativa popolare costituzionale.

Tralasciando (per ora) l’iniziativa popolare, costituzionale o non, soffermiamoci sulla più modesta e, almeno da un punto di vista teorico, più fattibile proposta di abolizione del quorum nei referendum abrogativi. Queste sono le (condivisibili) argomentazioni contenute nel ddl:

1. A causa del quorum, chiunque non si reca a votare conta automaticamente come un “No”, mentre in realtà ci sono tantissimi motivi personali che possono impedire la partecipazione ad un referendum: la mancanza di conoscenza dell’argomento, l’indecisione, il disinteresse e mille altre ragioni private. Nel caso delle elezioni tutti questi motivi sono ragioni di astensione dal voto o della non-partecipazione, ma non equivalgono ad un voto contrario. Nelle elezioni contano solo i voti validi per i partiti e i candidati. Anche la non-partecipazione al voto referendario quindi va considerata per quello che è: un’astensione dal voto senza influenza sul risultato.

2. Attraverso il boicottaggio del referendum, la partecipazione al voto scende facilmente sotto il 50% degli aventi diritto al voto richiesto per la validità del risultato della consultazione. Gli oppositori, sfruttando il meccanismo del quorum, cercano di invalidare la consultazione invitando gli elettori a disertare le urne, contando su coloro che non andrebbero comunque a votare. Perciò gli oppositori non devono più convincere i cittadini con argomenti e proposte alternative, ma si fermano ad appelli al boicottaggio. Solo in assenza di quorum contano veramente gli argomenti, perché sia i promotori che gli oppositori sono tenuti a convincere la maggioranza dei cittadini.

3. I cittadini attivi politicamente si impegnano ad informarsi e a farsi un’opinione per poi recarsi a votare. I non interessati e i fautori del boicottaggio non vanno alle urne. In caso di referendum invalidato a causa del mancato raggiungimento del quorum, i primi vengono di fatto puniti per il loro impegno civico, mentre i secondi, boicottatori e disinteressati, vengono premiati per una scelta che di fatto danneggia il confronto democratico.

4. In un certo senso a causa del quorum di partecipazione anche il diritto al voto segreto viene indebolito: chi nonostante un boicottaggio si reca ugualmente alle urne da parte degli oppositori viene automaticamente considerato un avversario politico.

5. In Italia non è previsto quorum nel caso di referendum molto importanti quale il referendum confermativo facoltativo relativo alle leggi costituzionali (art. 138, 2° comma) e nel caso delle leggi sulla forma di governo (leggi elettorali e di democrazia diretta) a livello regionale.

6. Per il voto elettorale a nessun livello governativo è previsto un quorum minimo di partecipazione: solo chi vota può decidere. Non esiste il “numero legale” nelle elezioni politiche.

7. Il timore che una piccola minoranza molto attiva possa imporre i suoi interessi ad una maggioranza passiva non è motivato. Le ricerche sul comportamento degli elettori evidenziano che nelle votazioni contese il tasso di partecipazione è alto e la maggioranza dei cittadini esprime chiaramente il suo rifiuto alla proposta di una minoranza. I partiti e le forze sociali, che pretendono di rappresentare la maggioranza della società, sono comunque sempre liberi di mobilitare i loro sostenitori a votare contro un quesito referendario, che si presume rifletta solo l’interesse di una minoranza.

8. In Svizzera, negli USA, in Baviera ed in altri paesi non esiste il quorum di partecipazione. Nonostante la partecipazione alle votazioni referendarie in Svizzera oscilli “solo” attorno al 40%, nessuna forza politica rivendica seriamente un quorum di partecipazione, sapendo che si aprirebbe un varco a manovre tattiche e a strumentalizzazioni politiche.

9. La democrazia diretta deve promuovere e non scoraggiare la partecipazione dei cittadini. Uno degli obiettivi principali della democrazia diretta è la promozione della partecipazione dei cittadini, ribadita dall’attuale articolo 118, comma 4 della Costituzione. Un alto livello di partecipazione non viene raggiunto imponendo l’obbligo legale di raggiungere una quota predeterminata e non è certo perché esiste il quorum che si convincono a votare cittadini non interessati. Avviene invece il contrario: i cittadini interessati e motivati, dopo una serie di esperienze con referendum falliti per mancato raggiungimento del quorum, si sentono frustrati e perdono la fiducia in questo strumento. In questo senso paradossalmente essi sono scoraggiati proprio dal quorum di partecipazione perché si devono confrontare con una fetta di concittadini che boicottano la votazione. È quindi un circolo vizioso. Benché originalmente il quorum fosse  inteso come uno stimolo alla partecipazione, è innegabile che oggi il quorum determini il rifiuto del dibattito e dell’impegno. I gruppi più penalizzati da questo meccanismo sono proprio le minoranze sociali che non riescono a sollecitare ampie fasce di popolazione.

10. Il quorum scaturisce dalla sfiducia nei cittadini. Oggi gli strumenti referendari sono strumenti di partecipazione attiva e non più di sola “difesa in casi estremi”. Le procedure di democrazia diretta devono essere disegnate di modo tale da incoraggiare la comunicazione a tutti i livelli e, in questa ottica, un quorum di partecipazione, con le relative campagne di boicottaggio, tende ad essere di ostacolo per una buona comunicazione. È più facile rifiutare ogni dibattito, istigando i cittadini a non votare, piuttosto che affrontare di petto un dibattito pubblico e una votazione senza quorum.

Il quorum di partecipazione del 50% non è una norma fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, tanto è vero che è previsto solo da uno dei due tipi di referendum nazionali oggi istituzionalizzati. Rifacendosi agli esempi funzionanti in vari altri paesi, in Italia è ora di abolire il quorum di partecipazione sia a livello nazionale sia regionale sia comunale.

La cancellazione del quorum di partecipazione è però da rimpiazzare con un’altra norma di notevole importanza, cioè la necessità di raggiungere la maggioranza dei voti validi non solo a livello nazionale, ma anche nella maggioranza delle regioni. Questa norma, che da atto alla traiettoria di fondo del sistema politico italiano verso uno stato regionale più avanzato, evita un’espressione referendaria sbilanciata sotto il profilo geografico, richiedendo che i voti favorevoli non possono essere concentrati in poche regioni. Ad esempio un referendum accolto solo nelle otto regioni del Nord non potrebbe passare, perché in almeno 11 regioni su 20 la maggioranza dovrà essere stata raggiunta.

Il ddl è stato presentato alla presidenza il 29 aprile 2008. Sono passati quindi tre anni in cui una proposta articolata e fondata per una volta sui principi, e non sulla stretta contingenza, è stata ignorata e trascurata dal Parlamento e dai media. Nel nostro piccolo a Internauta ci piace ridare spazio e luce alla proposta per intero.

 T.C.

 A questo link il testo completo del ddl Peterlini.

 http://www.openpolis.it/dichiarazione/391088

FRAGA IRIBARNE: ALMENO IN GALIZIA TORNEREMO ALL’ AGORA’ DI ATENE

Una delle occasioni mancate da colui che apparve il maggiore dei governanti spagnoli, capace di succedere a Franco alla liquidazione del regime

Alla soglia del potere vero e di una grande opera di ricostruzione civile, Fraga Iribarne si impantanò: puntò sul recupero di una democrazia parlamentare che, fallita in pieno nel 1923, era stata agevolmente soppiantata dalla dittatura filosocialista di Miguel Primo de Rivera. Prima di commettere l’errore assoluto di una carriera brillante, Fraga era stato il migliore prodotto della meritocrazia spagnola. Appena laureato era risultato primo nei tre concorsi più ardui: cattedra universitaria, magistratura, uffici parlamentari. Presto il Caudillo lo volle nel governo, dove fu pioniere e regista della liberalizzazione del regime. Alla morte di Franco, il passo sbagliato: scelse di conformarsi a chi voleva il ritorno dei partiti e delle urne. Fondando una mediocre grossa formazione di centro-destra Fraga il fuoriclasse dimostrò di non avere un’idea forte e subito prese a declinare: prima vice presidente del governo invece che premier (sotto Arias Navarro), poi capo di un’opposizione impotente di fronte a Felipe Gonzales, poi , superato nel suo partito da Aznar, ripiegato a presidente della Galizia.

Nemmeno nella regione in cui era nato e che governò a lungo prima d’essere sconfitto dalle urne, Fraga fu all’altezza delle grandi cose cui era destinato. I giochi dell’oligarchia partitica, cui si era acconciato, furono più forti di lui. Pervenuto alla presidenza della Galizia aveva fatto un annuncio importante -‘prepariamoci alla democrazia elettronica’. Anche questa occasione fu mancata, naturalmente non solo per responsabilità sua. Pubblichiamo tale annuncio: venendo da un politologo che governava, sia pure a Santiago de Compostela invece che a Madrid , esso sembrò aprire una finestra sul futuro. Seguirono invece sommessi esperimenti, laddove occorreva demolire ed edificare ex novo.

La democrazia vera è un assetto politico nel quale sono i cittadini ad esercitare la sovranità. Partecipano alle decisioni muovendo da una completa informazione sugli affari della collettività. In questa prospettiva, cui stamo andando, si è aperta la discussione se abbiano ancora senso le analisi di Montesquieu e di Marx. L’infrastruttura tecnologica rappresentata dall’autostrada informatica rende possibile questa nuova democrazia.

La quale poi non è tanto nuova: in qualche modo è un ritorno alla democrazia ateniese, all’agorà, riprodotta nella dimensione diretta e immateriale del ciberspazio. Credo che il punto cruciale oggi non sia il conflitto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Siamo invece nella transizione da una democrazia intermittente ad una continua (alcuni preferiscono definirla ‘interminabile’). Parlo di democrazia continua perché ora la gente può riunirsi ininterrottamente nel ciberspazio. La democrazia elettronica diverrà reale quando avanzerà la costruzione di quella che il giovane filosofo Javier Echeverria ha chiamato Telepolis.

Di questa democrazia elettronica si sono fatte le prime prove. Ci sono stati esperimenti di grande interesse, come nel Minnesota, dove si è creato un ‘foro elettronico di politica’ che per la prima volta ha introdotto un sistema interattivo nelle elezioni del governatore e dei senatori. Il regista di questa iniziativa, Steven Clift, prevede che il versante civico dell’autostrada informatica finirà col prevalere su quello commerciale, quello che ha permesso a Internet di crescere al ritmo esponenziale che sappiamo.

In Galizia ci accingiamo a sperimentare anche noi questa democrazia elettronica; come dice Clift, essa ‘esiste, è qui ed è inevitabile’. Tra poco appresteremo le condizioni pregiudiziali per questo avvio. Da una parte, un sistema informatico pubblico a costo di connessione zero o quasi zero; dall’altra uno spazio comunicativo non commerciale col quale rafforzare i legami sociali della comunità.

Ridimensionato da statista/creatore ad alto notabile, Fraga persevera nell’errore-continuità

Non si pensi che siamo alla fine della democrazia rappresentativa. I parlamenti, i governi, gli organi della rappresentanza politica non spariranno né saranno automaticamente sostituiti da una chiamata permanente dei cittadini alla “ciberpartecipazione”. L’impiego massiccio delle tecnologie della comunicazione permette ai cittadini di disporre di un’informazione trasparente, veritiera e completa. Senza tale informazione la democrazia autentica non è possibile: né convenzionale, né digitale. Mancando un accesso equo e illimitato all’infrastruttura dell’informazione, possiamo anche tornare all’agorà di Atene, però riproducendo le carenze della democrazia ateniese, alle cui assemblee partecipava solo la minoranza dei cittadini di diritto pieno.

M. Fraga Iribarne

I parlamenti e i governi non spariranno, dice Fraga ed ha ragione. Però non dovranno essere più composti di professionisti espressi dalle urne. L’esperienza di un paio di secoli ha accertato per sempre, dovunque nel mondo, che i vincitori delle urne sono i peggiori, i più ladri, i più opportunisti, tutti nemici dell’uomo (anche in Spagna, e perché no?). Quello che Fraga non dice è che tornare ad Atene, oggi nell’età digitale, non è tornare alle assemblee popolari, bensì al sorteggio -il sorteggio via maestra ateniese- per selezionare con oggettività random i più qualificati e dunque per cancellare il mestiere di carrierista politico a vita (=di oligarca camorrista e ladro).

JJJ

SVIZZERA: IN CHE SENSO DEMOCRAZIA DIRETTA

Le assemblee rappresentative non sono sovrane: l’ultima parola spetta al popolo. Senza ratifica popolare leggi e delibere non hanno effetto. I cittadini decidono anche quando non votano: i politici hanno paura di loro. Estratti da un tableau costituzionale dell’esperto elvetico Hans Tschaeni.

In tutti i Cantoni il popolo nomina direttamente gli amministratori-governanti. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cinque cantoni della “Landsgemeinde” (Obvaldo, Nidvaldo, Glarona, Appenzello esterno e Appenzello interno) vige ancora la democrazia diretta pura: il popolo riunito in assemblea delibera in proprio sugli affari pubblici. I rappresentanti eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi. Landsgemeinde è dunque il nome dell’Arengo dei cittadini che si riunisce all’aperto per legiferare, nonché per eleggere il governante cantonale (landamano) e i giudici.

A livello federale il popolo ha il diritto di accettare o rigettare per referendum le leggi importanti, cominciando da quelle costituzionali, adottate dal parlamento della Confederazione: per questo la democrazia elvetica è definita anche “referendaria”. A livello nazionale il referendum deve svolgersi se chiesto da 30.000 aventi diritto, oppure da 8 cantoni. Anche i trattati conclusi a termine indeterminato o per più di 15 anni sono soggetti a referendum facoltativo. I decreti urgenti vanno sottoposti a referendum entro un anno dalla conversione in legge da parte dell’assemblea parlamentare. A livello cantonale il referendum, istituto tipicamente svizzero, è assai frequente. Solo attraverso esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e, soprattutto, preventivo sui legislatori eletti: anzi assurge esso stesso a legislatore. La “ghigliottina” del referendum è micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini.

Sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Da una parte il referendum rappresenta il mezzo più efficace perché il popolo possa controllare il parlamento e i partiti e arginare l’influenza dei gruppi di pressione; dall’altra la necessità del compromesso che esso comporta agisce spesso da freno alle innovazioni temerarie. Ci si rifugia nel compromesso per non vedere respinto un disegno di legge.

Nella democrazia elvetica può persino accadere che il cittadino sia obbligato a farsi eleggere. In molti cantoni e comuni vige l’Amtszwang, obbligo di accettare una carica pubblica. Nel cantone dell’Appenzello interno l’obbligo vale fino al sessantacinquesimo anno d’età. Per dieci anni il cittadino è tenuto a svolgere ruoli giudiziari o amministrativi: logica conseguenza del suo diritto di intervenire in misura considerevole nella gestione della cosa pubblica.

A.M.C.

GLI ELETTI NON SONO SOVRANI

Perché la Svizzera si definisce democrazia diretta.

L’ultima parola spetta al popolo: le leggi entrano in vigore
solo in seguito a ratifica popolare. L’uomo della strada
decide anche quando tace: fa paura ai politici. Estratti da un
tableau costituzionale di Hans Tschaeni.


la Svolta, 4 aprile 1997

“In tutti i cantoni il popolo nomina direttamente il governo. In alcuni di essi vige inoltre il referendum legislativo obbligatorio. Nei cantoni della cosiddetta Landsgemeinde esiste persino la democrazia diretta pura: è il popolo riunito in assemblea che decide sugli affari pubblici. Gli eletti hanno solo compiti organizzativi e consultivi.

“Uno dei diritti politici essenziali del cittadino svizzero è la “iniziativa”: una domanda firmata da un certo numero di cittadini dà avvio alla procedura per l’introduzione di norme nuove. L’iniziativa è dunque il diritto popolare di proporre nuove disposizioni di legge; le autorità -non quelle federali- sono obbligate a decidere in merito. Meno dell’11% delle iniziative promosse negli ultimi trent’anni fu accettato dai cittadini. Di solito i postulati che sono oggetto delle iniziative popolari mancano dei necessari elementi di compromesso; servono però a far sfogare il malcontento delle minoranze.

“Il referendum è il diritto degli svizzeri di pronunciarsi su accettazione o rigetto delle leggi importanti adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge debba entrare in vigore. Il referendum è dunque il più significativo tra i diritti politici degli elvetici. Per questo la nostra democrazia è definita anche referendaria. A livello nazionale il referendum facoltativo deve tenersi se è chiesto da 30.000 aventi il diritto di voto, oppure da otto cantoni. Anche i trattati internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum. Per quanto esista in altri paesi, il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul legislatore. Non permette ai cittadini di intervenire nell’elaborazione di una legge o di un decreto, ma dà loro la possibilità di influire indirettamente sul legislativo e sull’esecutivo, e persino di cancellare le loro decisioni. In questo modo il popolo, a condizione che sia ben guidato, assurge esso stesso a legislatore ed opera a fianco dei suoi rappresentanti.

“Non si può dire che si sia fatto un uso eccessivo di questo diritto popolare: tra i decreti soggetti a referendum facoltativo soltanto 1 su 12 è stato sottoposto al giudizio del popolo. In compenso la “ghigliottina” del referendum si è dimostrata per più micidiale della “lancia” dell’iniziativa: il sessanta per cento dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento e sottoposti a votazione popolare sono stati respinti dai cittadini. Questo fatto è ben noto ai nostri parlamentari e alle autorità: per questo temono il referendum. Possiamo dire che sotto molti aspetti è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge e quindi per evitare lo scontro. La via del compromesso è sola a permettere di aggirare lo scoglio del referendum facoltativo.
“Nella nostra democrazia può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare un’elezione. Questo obbligo esiste in molti cantoni e comuni. Un giornalista straniero ha scritto che da noi la democrazia è diventata una specie di occupazione secondaria. L’Amtszwang, cioè il dovere di esercitare una funzione pubblica, è una logica conseguenza del diritto posseduto dal singolo cittadino in cinque cantoni o semicantoni di intervenire in proprio nella gestione della cosa pubblica. Nell’Appenzello Interno ogni cittadino è soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno; è tenuto a far partedi organi giudiziari o amministrativi per almeno dieci anni.

“I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente. Continuano a scegliere i candidati alle elezioni: ma nella democrazia referendaria non sono le elezioni a determinare l’andamento della cosa pubblica, bensì i referendum.

A.M.C.

KLEIN: E SE DECIDESSE LA GENTE?

Folgorato sulla via di Atene dal sorteggio.

Joe Klein, una delle firme importanti della stampa americana, sembra galvanizzato dalla realizzazione, stranamente improvvisa, che “forse è il momento della democrazia deliberativa” (=non rappresentativa, non parlamentare, non appaltata ai politici col voto). Riportiamo largamente il suo intervento, su TIME del 13 settembre 2010, titolo (abbreviato) ‘What if we let people make decisions?”. Non è se non in parte la nostra idea di perché occorrerà a tutti i costi ‘cambiare democrazia’; però Joe Klein ha milioni di lettori. Una sola avvertenza: nel 1992, quando negli Stati Uniti divampò come un fuoco di paglia, a causa di Ross Perot, il dibattito sulla fine della delega elettorale, TIME ed altri grandi giornali, pur ammettendo che il futuro era della democrazia non delegata, considerarono ciò una sventura. Quando, col sorteggio, ridurremo all’1% la cittadinanza attiva (=sovrana), TIME e i suoi fratelli si ricrederanno. In qualche misura hanno già cominciato.

Se mi chiedete qual è stato l’atto presidenziale più deludente di Barack Obama, rispondo: sul problema dell’immenso disavanzo federale ha insediato una commissione d’alto livello. Che tedio, che cosa inutile! Quando manca la volontà politica, si nomina una commissione d’alto livello. La quale non decide nulla o quasi.

Se invece esistesse un meccanismo magico capace di cambiare a fondo il processo decisionale della democrazia, rendendolo credibile ed operante? Gli Ateniesi antichi avevano il meccanismo: il kleroterion, una specie di selettore delle palle del bingo. Ogni giorno alcune centinaia di cittadini (liberi e maschi, naturalmente) venivano scelti a sorte (randomly) e delegati a decidere per conto della Polis.

Si dirà, oggi la cosa sarebbe impossibile. E invece in Cina il distretto costiero di Zeguo (120 mila abitanti) pratica già il kleroterion sotto la regia di James Fishkin, professore a Stanford. Ogni anno 175 persone sono selezionate con criteri scientifici per rappresentare la popolazione intera. Ripetutamente sondate e documentate sulle questioni da decidere, approfondiscono intensamente discutendo in gruppi ristretti, affiancate da esperti di tendenze contrapposte. Alla fine del terzo giorno le priorità emerse vengono recepite ed attuate dalle autorità.

Il processo funziona brillantemente da 5 anni, nonostante i cittadini partecipanti non siano molto qualificati (contadini per il 60%). Il governo di Pechino è in procinto di allargare il meccanismo ad altri distretti.

Il professor Fishkin, 62 anni, conduce esperimenti di ‘democrazia deliberativa’ in vari continenti e paesi, da un ventennio. Ha raggiunto la certezza che la gente sa decidere a ragion veduta. Nel Texas ha gestito un processo di democrazia deliberativa dal 1996 al 2007. Uno dei risultati: quello Stato era ultimo nel campo dell’eolico, ora è il primo. Gli utenti disposti a pagare di più per avere energia dal vento sono passati dal 54 all’84 per cento.

Per come stanno le cose, forse è arrivato il momento della democrazia deliberativa. Quando viene messa di fronte a scelte vere e a conseguenze reali, la gente decide bene. Allora perché Obama non trasforma la sua commissione blue ribbon in un esercizio di democrazia deliberativa? I diciotto commissari stendano un rapporto per 500 Americani random scelti col metodo Fishkin. I 500 indaghino, riflettano, discutano a fondo. Io scommetto che questo kleroterion, trasmesso dalle televisioni, produrrà risultati più chiari e più credibili di qualsiasi commissione di Obama.

La gente è stanca di sentirsi dire le cose dalle élites. Forse è tempo di fare il contrario.

Controprove da Emmott e Rusconi

Teniamo a precisare che i politici di carriera non sono le élites. Con poche eccezioni, sono i peggiori. Sommi chirurghi, intensi pensatori e dolci poeti, appena eletti, diventano complici dei Proci che banchettano nella reggia di Ulisse. Ciò premesso, prendiamo atto: Il britannico Emmott, a lungo direttore dell’Economist, e il professore Gian Enrico Rusconi, entrambi editorialisti della torinese La Stampa, hanno portato anch’essi, il 14 e 16 settembre, acqua al mulino dove si vuole ‘cambiare democrazia’, rottamando le urne elettorali e cancellando i politici professionali. Non hanno, è vero, menzionato il ritorno ad Atene (alternativa unica alla dittatura militare, a volerla fare finita coll’oligarchia ladra che ci opprime). Però meglio di Joe Klein hanno diagnosticato le sindromi che condannano senza speranza la classe dei politici: non solo indegni della delega elettorale, ma anche incapaci di esercitarla (incessanti ruberie a parte). Riferiamo nell’essenziale le considerazioni di Rusconi, suscitate dal precedente editoriale di Emmott. Premessa la “certezza che il frenetico discutere di sistemi elettorali non cambierà nulla”, Rusconi afferma:

Meno male che c’è ancora un Bill Emmott che prende sul serio la situazione italiana. Nessun sistema elettorale è infallibile, quello italiano è fallimentare. Assolutamente sbagliato sarebbe pensare di migliorarlo col maggioritario puro all’inglese. La proposta pratica di Emmott è una sorta di proporzionale dal basso, con scelta diretta dei candidati, senza la mediazione partitica.

Ma osserva:

Il presupposto è che esista una Buona Italia che attende solo il sistema elettorale adeguato per esprimersi. Mi sembra una simpatica ingenuità. Quello che manca è una classe dirigente nazionale come tale, non solo in politica, che si assuma l’onere di costruire il consenso (costituzionale) sulle grandi regole.

Trovo sano che, a differenza di molti analisti stranieri, Emmott non faccia di Berlusconi l’epitome dell’Italia. Ma sbaglia a vedere il berlusconismo soltanto in chiave di una ‘coalizione artificiale’ che sta implodendo. Il Cavaliere ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dal dopoguerra (…), ha tentato di cancellare l’idea stessa di coalizione partitica per creare un “popolo di elettori”, un nuovo demos che rivendica addirittura il diritto di modificare le grandi regole istituzionali. In questo ha interpretato pulsioni profonde di settori importanti della società civile. Ora li lascia disillusi, frustrati per la sproporzione delle aspettative rispetto alla modestia delle cose realizzate. Ma non è ancora chiaro come finirà.

Finirà male diciamo noi per quanti, ultimi Mohicani o ultimi fantaccini giapponesi della giungla, ancora credono di far bene a difendere l’assetto cleptocratico escogitato dai Costituenti del 1947. Il peggiore in assoluto: tutto il potere ai ladri. Il ‘nuovo demos’ anti-sistema evocato da Rusconi è molto più vasto e più disgustato di quello, piccolo borghese e tacitabile con poco, messo insieme dal Cavaliere. Nascesse un eversore di genio, trionferebbe.

A.M.C.