Manuel Azagna, paradosso della storia spagnola

Il Regno di Felipe VI e il mondo hanno assistito senza troppa angoscia all’agonia della Terza repubblica di Catalogna, uno Stato ‘sovrano’ vissuto per poche ore. La Prima, del 1931, non durò di più; la Seconda, del 1934, sopravvisse una notte e fu seguita da vari processi. Tra gli arrestati ci fu Manuel Azagna, non molto prima presidente del governo: non era stato custodito in carcere, bensì a bordo di una nave militare alla fonda. Carles Puigdemont, momentaneo padre della Catalogna, ha dovuto rassegnarsi a non fare nemmeno lo statista in esilio.

L’aspirazione ‘nazionale’ di metà scarsa dei catalani è stata liquidata dalla generale consapevolezza che né la storia, né il futuro amano i micropatriottismi. Meno che mai può amarli un paese, la Spagna, che fu grandissimo e che ottantuno anni fa fu dilaniato dalla guerra civile. Con un po’ d’ottimismo possiamo dire che il sentimento di fondo degli spagnoli è stato ipotecato ‘per sempre’ dall’orrore del 1936 e del quarantennio che gli seguì. Con le sue consegne nazionalistiche Carles Puidgemont è un ambizioso Nessuno, a confronto coi protagonisti della tremenda tragedia spagnola. Il più sfortunato, o enigmatico, o paradossale tra tali protagonisti fu Manuel Azagna, secondo e ultimo presidente della Repubblica di Spagna, nata il 14 aprile 1931 e spenta dalla vittoria militare di Francisco Franco.

La parabola di Manuel Azagna fu strana. Nato nel 1880, di famiglia agiata, al momento della fine della monarchia borbonica (1931), non dominava affatto la scena spagnola. Era uno dei molti che avevano portato avanti, più o meno efficacemente, l’opposizione ad Alfonso XIII, ai suoi ministri e notabili. Azagna si era segnalato, oltre che come drammaturgo di modico rilievo e letterato di pochi lettori, come segretario esecutivo dell’Ateneo madrileno, un organismo culturale non un’istituzione universitaria, come il nome farebbe pensare. Aveva vinto un concorso per funzionario di concetto di un ministero.

Nel 1914, esplosa la Grande Guerra, Azagna fu tra gli scervellati fautori di un intervento spagnolo a fianco dell’Intesa (fu sventato da un premier conservatore, Eduardo Dato, poco dopo ucciso da un anarchico). Azagna voleva una guerra assurda perché era un ammiratore incondizionato della Francia, in particolare delle glorie e istituzioni militari francesi. Il militarismo repubblicano d’oltre i Pirenei era per il Nostro un insuperabile modello politico e tecnico.

Non doveva avere riflettuto abbastanza sulla disastrosa sconfitta francese del 1870 per mano della Prussia di Bismarck. Bastarono due giornate campali per annientare l’esercito che, sulle glorie napoleoniche, si credeva il più potente d’Europa; per provocare la fine del Secondo Impero, la caduta del Napoleone minore, la Comune parigina coi suoi diecimila morti e infine la nascita della Troisième République, destinata a finire nel 1940 per gli sfondamenti dei feldmarescialli di Hitler.

Finita nel 1930 la dittatura di Miguel Primo de Rivera – insolitamente bonaria, popolareggiante e appoggiata dal partito socialista, allora un partito di onesti – le elezioni dell’aprile 1931 segnano la fine della Monarchia, la proclamazione della Repubblica, l’insediamento di un governo provvisorio di soli esponenti repubblicani: uno di essi è Manuel Azagna, di colpo rivelatosi oratore trascinante.  Autore di uno studio sulla politica militare francese e membro di una delegazione spagnola invitata da Parigi durante la guerra a visitare il fronte, Azagna viene catapultato a ministro della Guerra. In quella carica l’uomo di teatro e di convegni riesce a prendere misure talmente energiche -momentaneamente sottomettendo l’establishment militare- che alla prima crisi ministeriale (14 dicembre 1931) raggiunge il vertice: presidente del governo. La Spagna scopre in Azagna l’incarnazione dello spirito repubblicano e laico.

Il Nostro capeggia una compagine di radicali e di liberalprogressisti. Pur non essendo un oltranzista dell’anticlericalismo -altri esponenti lo superano in volontà di abbattere il potere sociale della Chiesa- Azagna si caratterizza come il condottiero della svolta borghese a sinistra: è sua l’affermazione “la Spagna ha cessato d’essere cattolica”.

Tuttavia ora che domina la nazione il Nostro non riesce a operare riforme e svolte di portata paragonabile a quelle attuate in ambito militare. Attua pressocché niente -con lui gli altri leader repubblicani- sul nevralgico fronte della riforma agraria, il fronte che esigerebbe le misure più audaci a favore dei contadini senza terra, proletari affamati che posseggono solo le loro braccia. Nelle regioni del latifondo e della monocoltura cerealicola, specie Andalusia ed Estremadura, i braccianti politicizzati dagli anarchici  -il loro movimento è lì il più forte al mondo- tentano di ottenere la spartizione della terra. Invece il programma avviato sotto Azagna è esiguo, lento, pressoché nullo. Esplode il ribellismo contadino, anche armato.

Ad esso il capo del governo progressista reagisce con inattesa durezza: almeno una volta autorizza le forze di repressione a sparare sui rivoltosi delle campagne: sparare ‘al ventre’, per uccidere. Le priorità di Azagna sono altre: sono il trionfo della repubblica e della laicità, sono la razionalizzazione delle strutture; non il riscatto delle plebi agricole, non la terra ai contadini. Risultato, una fase di conflitti violenti che fa scorrere molto sangue nel primo biennio repubblicano. L’immagine giacobina e radicale di Azagna si indurisce al di là delle previsioni. Il regime si dimostra incapace di difendere la pace sociale; Azagna che lascia incendiare le chiese e moltiplicarsi i conati di tipo rivoluzionario risulta la personificazione di tale inettitudine repubblicana.

Nell’autunno 1933 il governo progressista perde le elezioni politiche. Le destre, cattolici e monarchici in testa, intraprendono a disfare dal potere le riforme repubblicane. Per i progressisti respinti all’opposizione è il ‘bienio negro’. I fatti del 1934 sono particolarmente gravi: insurrezione dei minatori asturiani (che sanno adoperare la dinamite), tentativo di secessione della Catalogna. Manuel Azagna dà qualche appoggio al secessionismo, viene arrestato e processato, però assolto. La sua stella appare al tramonto.

Invece nel febbraio 1936 il letterato dell’Ateneo che è sembrato addomesticare i militari trova la forza di portare alla riscossa la coalizione progressista, ora chiamata Frente Popular: Azagna è di nuovo capo del governo. Anzi si sente abbastanza demiurgo da ottenere la deposizione del capo dello Stato, Niceto Alcalà-Zamora, e da farsi eleggere al suo posto. Ebbene da quel momento il prodigio di autoasserzione che è entrato nel palazzo dei re smette di esercitare un ruolo politico. Affida il governo a suoi fidi, Santiago Casares Quiroga prima, José Giral dopo, e si mette a fare il re merovingio, che non governa né regna. Meno che mai il capo dello Stato fa qualcosa per sventare l’insurrezione dei generali e la Guerra Civile. Dal 17 luglio 1936 al trionfo finale di Francisco Franco l’uomo che incarna la Repubblica è come inesistente. E’ il paradosso Manuel Azagna.

Al vertice della Spagna assalita dai generali agiscono i capi di governo che si succedono -Giral, Largo Cabalallero, Negrin-, agiscono personaggi politici minori, agiscono i capi comunisti, agiscono emissari e sicari di Stalin: non Manuel Azagna che era stato  il dominus della Nazione. Piuttosto Azagna scrive: scrive pagine in genere intelligenti o alate, rivolte soprattutto a un assiduissimo e penetrante diario.  Inoltre scrive quotidianamente a un suo confidente e cognato, Cipriano Rivas Cherif, uomo talmente intrinseco del presidente da suscitare una tenace leggenda su una omosessualità del capo dello Stato.

L’altro impegno grosso di Manuel Azagna mentre la Spagna si uccide è di curare i propri lavori letterari, in particolare di far rappresentare e recensire le cose per il teatro; e poi di autoanalizzarsi; di giudicare, quasi sempre sprezzantemente, altri personaggi; di ascoltare Beethoven e altri sommi; di contemplare e descrivere paesaggi; di coltivare fiori. Questo soprattutto fece il padre della Repubblica nell’intero corso della Guerra Civile.

Ecco l’enigma, o il paradosso, Manuel Azagna. Inspiegabile l’ascesa, dal modesto intellettuale che era. Inspiegabile il settarismo esasperato da capo del primo biennio del regime. Inspiegabile la nullità dell’azione politica dal momento della conquista del vertice assoluto all’epilogo drammatico di riparare sconfitto in Francia. Passò la frontiera a piedi -non era ancora dimissionario- confuso nella fiumana di fuggiaschi e di sconfitti che scampavano alla ferocia del vincitore.

E’ quasi sicuro che, insolitamente intelligente com’era, considerò persa la guerra civile sin dal primo momento; comunque dal momento del massacro della caserma madrilena della Montagna, prima delle stragi belliche compiute dalla sua parte (manco a dirlo, ci furono altrettante atrocità dei ribelli). Tuttavia, come fece zero per scongiurare lo ‘Alzamiento’ dei generali, fece poco di utile per favorire una pace di compromesso allorchè quest’ultimo era ancora possibile, cioè quando il trionfo di Franco era probabile ma non sicuro.

Negli ultimi mesi della guerra, dopo che l’esercito repubblicano si era svenato nella terribile battaglia dell’Ebro, Azagna provò a fare vane ‘avances’ diplomatiche all’estero, all’insaputa del capo del governo e dei suoi consiglieri sovietici. Il premier Juan Negrin voleva la prosecuzione ad oltranza della guerra: secondo lui le potenze occidentali sarebbero presto entrate in guerra coll’Asse, quindi “non avrebbero permesso” la vittoria finale del Caudillo. Negrin in realtà non poteva fare molto affidamento su una salvezza, ad opera delle democrazie occidentali, della repubblica amata dalla sola Urss (più il Messico per quel che valeva).

Conclamato il trionfo di Francisco Franco, Manuel Azagna deve rifugiarsi in Francia passando la frontiera a piedi, confuso tra gli sconfitti. Morirà a Montauban l’anno dopo, portando con sé il mistero del Carneade divenuto statista brillante e inutile.

A.M. Calderazzi

Fodella sul coma della democrazia rappresentativa

Per quel che ne so, l’economista Gianni Fodella dell’università statale di Milano, autore su Internauta di “Riflessioni sull’arte di governare”, ha fatto un percorso di conversione che si avvicina a quello di Agostino, futuro vescovo di Ippona in Numidia.  Questi passò da una convinta militanza nella fede di Mani al cattolicesimo romano, anzi ambrosiano. Fu il grande Ambrogio a convincere e a battezzare Agostino. Le  spoglie del vescovo di Ippona riposano a Pavia nella chiesa, cara a Dante Alighieri, di san Pietro in Ciel d’Oro.

Non è sicuro che Ambrogio fece trionfare in toto la verità spegnendo in Agostino la fede manichea. E’ invece sicuro che l’insegnamento evangelico, così lineare, dovette imporsi per razionalità oltre che per pregnanza sugli affreschi cosmogonici del persiano Mani. L’insanabile contrapposizione manichea tra i due principi assoluti, il Bene e il Male, era molto incisiva, ispirò più di un’eresia medievale e potrebbe persino riaffiorare. Tuttavia si può capire che il figlio del decurione romano e di Monica sia rimasto incantato dalla semplicità del messaggio cristiano.

Il sistema religioso manicheo, così vicino al pensiero gnostico, la faceva un po’ troppo difficile coi tentativi della Materia di impadronirsi della Luce, coi ruoli della Madre dei Viventi, dell’Uomo primigenio, del Nous che risale in Cielo, del corpo e della psiche che restano prigionieri, del principio buono che crea l’universo per liberare le particelle celesti catturate dalla materia e per separare la luce dalle tenebre. Forse ad Ambrogio bastò leggere ad Agostino il Discorso delle Beatitudini e il futuro vescovo di Ippona diverrà il più amato tra i Dottori della Chiesa, maestro anche dei protestanti. Sarà agostiniano Martin Lutero, ricostruttore del Cristianesimo. Non per niente gli storici cattolici parlano di una “scia protestantica” dell’agostinismo.

Gianni Fodella, che c’entra? C’entra in quanto anch’egli, come Agostino, ha accettato di convertirsi. Un tempo, magari lontano, anche il nostro economista credeva che la democrazia delle urne, dei parlamenti e della naturale leadership dei politici eletti, dei professionisti della rappresentanza, fosse il Sistema obbligato per l’Occidente. Invece il suo scritto recente su Internauta segna l’elaborazione di un pensiero diametralmente opposto.

“Governare non è un mestiere” ha scritto Fodella. Può governare chiunque possegga le virtù del padre di famiglia e del buon cittadino. Il voto alle elezioni non stabilisce chi è probo e capace. Neanche gli studi fatti e il lavoro svolto sono decisivi: per rappresentare il popolo occorrono soprattutto buon senso, capacità di ascoltare e anche modestia, in una parola umanità. Bisogna diffidare della capacità di parlare in pubblico: il governante non deve possedere le doti del piazzista. Dunque il governante deve essere un cittadino indicato dal caso. La professione del politico di carriera va cancellata.

Un cittadino indicato dal caso: è il cuore della conclusione maturata da Fodella e da altri a valle della secolare appartenenza di quasi tutti al furfantesco pensiero unico della rappresentanza. La rappresentanza è il congegno che espropria la sovranità dei cittadini e la consegna ai mestieranti della politica e ai mandatari dei gruppi d’interessi. L’uguaglianza tra i cittadini e la loro sovranità si realizzano solo se si può essere sorteggiati per governare. Quando Atene era capitale della civiltà occidentale un coltivatore di ulivi veniva spesso sorteggiato a fare l’arconte.

Venticinque secoli dopo, e nelle circostanze di un mondo tiranneggiato dalla complessità, è giocoforza peraltro attenuare la purezza talebana dei principi egualitari, la quale produrrebbe guasti. Quindi è verosimile che un giorno la democrazia del sorteggio riduca drasticamente sul piano dell’operatività le dimensioni della Polis sovrana: p.es. da 60 a un milione di cittadini sovrani.

Un milione sono anche oggi in Italia i professionisti della politica, dal portaborse del consigliere di zona al notabile in chief che siede al Quirinale: ma nella democrazia del futuro saranno sorteggiati, non espressi dalla frode elettorale; più ancora, agiranno per tot mesi, senza possibilità di riconferma, non a vita.  Decisori e gestori operativi, compensati modicamente e spogliati di ogni privilegio, assiduamente controllati dagli altri cittadini sovrani pro tempore, nonché dal referendum permanente di tutti quei cittadini ‘anagrafici’ che vorranno e sapranno agire on line, potranno malversare e rubare assai meno che oggi. Avverto che le ipotesi di cui agli ultimi tre paragrafi sono mie, nell’ambito naturalmente del principio del sorteggio.

Il nostro economista riflette che passare dalla rappresentanza truffaldina al sorteggio è sì un’utopia, ma è da realizzare o almeno da avvicinare. La politica dell’Occidente si basa oggi sulla menzogna, sulle enunciazioni disoneste, su programmi sempre disattesi (anche in quanto non esistono più i progetti sociali e i partiti hanno perso ragion d’essere). Si impone il teatro della politica, e gli attori che hanno sostituito le leadership tradizionali sono, dice il Nostro, parassiti senza scrupoli, non meno rapaci e prevaricatori degli aristocratici di un tempo.

Fodella ha abiurato la fede di un tempo lontanissimo, quando il parlamentarismo era un ideale; oggi non potrebbe essere più screditato e odiato. Ma come Agostino da Ippona trovò ad accoglierlo un popolo già immenso, Fodella sa di imbattersi una miriade di volte in formulazioni tipo la sola alternativa al regime dei partiti e dei professionisti delle urne è la democrazia semi-diretta. Poiché quest’ultima è impossibile se le popolazioni sono immense, è giocoforza il sorteggio, che ridimensiona la Polis ai numeri dell’Atene del V secolo a.C.

Dunque il popolo potenziale dei fautori del sorteggio è vasto. Se il ‘ritorno ad Atene’ non appare vicino è in quanto la rappresentanza ha una magagna in più: tiene i cittadini rassegnati alla sudditanza nei confronti dei Proci usurpatori, meritevoli dell’arco possente di Ulisse.

Antonio Massimo Calderazzi

RIFLESSIONI SULL’ARTE DI GOVERNARE

Governare – un Paese (uno Stato), un paese (una città o un borgo), oppure una famiglia – è una funzione che non può – né deve – diventare un mestiere. La funzione di governo della cosa pubblica può essere esercitata da chiunque abbia quei requisiti di onestà e probità che contraddistingue l’azione prudente del buon padre di famiglia in ogni circostanza. Il possesso di questi requisiti non può essere stabilito con un esame (neppure quello dei cittadini che periodicamente votino a suffragio universale), né garantito dall’appartenenza a un partito o ad una associazione, o dall’adesione a una fede religiosa o laica che sia.

Gli studi fatti e le attività o i mestieri esercitati, purché leciti, non hanno grande importanza per essere qualificati a tale funzione, poiché per governare occorre soprattutto buon senso, modestia, capacità di ascoltare i problemi degli altri e prendersene cura, in una parola occorre umanità. Sarebbe meglio chiamarla bontà, dato che caratteristica soltanto umana è quella di generare sofferenze ingiustificate da infliggere ad altri, e le persone buone tendono a non vederne la necessità, come del resto fanno gli animali grazie alla naturale saggezza dei loro comportamenti, dettati da ciò che erroneamente chiamiamo istinto mentre sono in buona parte frutto delle condizioni nelle quali l’animale ha vissuto; proprio come accade per gli esseri umani.

La capacità di parlare in pubblico dovrebbe essere guardata con sospetto, dato che ci attendiamo che chi ci governa non sia un piazzista che ci propone di comprare la sua merce, come quasi ovunque invece accade. Dovrebbe invece essere un cittadino indicato dal caso, onorato di essere stato scelto dalla sorte per servire la comunità alla quale appartiene e nella quale vive. Il suo mandato non dovrebbe accompagnarsi a un trattamento economico di particolare privilegio, né prevedere in seguito, al termine del mandato, emolumenti o privilegi di alcun tipo. Chi governa dovrebbe essere soltanto desideroso di fare bene ed essere di ciò orgoglioso, non tanto per meritare la gratitudine dei suoi simili, quanto per essere soddisfatto di sé per il lavoro utilmente svolto.

Sembra utopia, ma in realtà si tratta semplicemente di una prassi da instaurare, differente da quella in uso oggi nei Paesi democratici. Se la prassi dominante si fonda sulla menzogna e sulla sostanziale disonestà delle enunciazioni e dei comportamenti, non sarà facile mutare le cose, anzi sarà pressoché impossibile. Qualsiasi decisione e misura venga intrapresa non potrà cambiare la situazione. Chi sta in alto nella gerarchia ha bisogno del sostegno di coloro che ne hanno fatto la loro creatura e questi potenti (nell’ombra o allo scoperto) non sono disposti a rinunciare ai loro privilegi per mettere in pratica ciò che è stato deciso dagli ingenui cittadini che si sono recati alle urne nell’illusione di eleggere persone degne di governarli, ma che troveranno invece dei politicanti che hanno ben altri obiettivi.

Occorre osservare che, come si è detto, l’azione di governo non può essere esercitata come un mestiere, né come una vocazione. A differenza del mestiere, che presuppone la capacità di essere esercitato dopo un ragionevole periodo di studio e di tirocinio, e della vocazione per la quale nutriamo uno speciale trasporto (purché non animato dal desiderio di schiacciare gli altri per raggiungere i propri fini esclusivi), governare è per sua natura alla portata di chiunque. Si tratta di una funzione e come tale non è diversa dalla capacità di gestire, con gli altri membri, una famiglia.

Dar vita a una famiglia – il nucleo, il ganglio sociale di base della società, per definizione il più importante che vi sia – non richiede doti particolari, possedute da alcuni esseri umani soltanto. Non occorre superare un esame o fare un concorso. Eppure con questo gesto, con l’azione di formare una famiglia, sia essa allietata o afflitta dalla prole, contribuiamo alla natura che la società, della quale condividiamo il destino, andrà assumendo. Il modo di vivere in una famiglia, di governarla per la massima soddisfazione dei suoi componenti (o per l’egoismo di uno solo), può variare moltissimo ed essere influenzato non soltanto dalla probità o dalla disonestà dei suoi componenti, ma anche da circostanze fortuite di carattere negativo o positivo che per la loro natura non possono essere previste.

L’incertezza è e resta l’elemento dominante. Per questa ragione la famiglia non può fare veri programmi, costruire piani da seguire rigidamente per conseguire gli obiettivi che si propone. Potrà programmare di raggiungere una certa meta (comprarsi l’abitazione) o conseguire un certo risultato (far diplomare o laureare un figlio), ma questi obiettivi, sia pure programmati e perseguiti con tenacia, riguarderanno sempre un campo d’azione molto limitato e anch’esso ricco di incertezze nonostante la fermezza dei propositi e la perseveranza nell’agire. Non occorre dire di più perché l’esperienza di vita parla a ciascuno in modo diverso nel particolare, ma identico sul piano generale.

Perché dunque governare una collettività locale o nazionale o internazionale dovrebbe avere caratteri diversi? Così come non esiste il mestiere di capofamiglia (non sempre il marito, talvolta la moglie o un figlio), il rappresentante della collettività dovrebbe essere sorteggiato, non eletto. L’elezione – questo ormai lo sappiamo da tempo – non può che favorire i peggiori membri della società, quelli che si mettono in mostra perché desiderano il potere politico e che per ottenerlo e farlo durare sono pronti a realizzare la volontà di chi ha facilitato la loro elezione o rielezione.

Il sorteggio, la durata dell’incarico per un numero limitato di anni, gli emolumenti adeguati ma contenuti, gli scarsi vantaggi aggiuntivi, l’impossibilità di avere una “pensione” o un “vitalizio” sarebbero tutti elementi tali da rendere il ruolo di parlamentare o di membro del governo poco allettante per chi miri ai privilegi o al denaro. In compenso il sorteggiato o la sorteggiata che non rifiutasse l’incarico avrebbe l’onore e la responsabilità di poter fare qualche cosa di utile per la comunità alla quale appartiene.

Le etichette costituite dai partiti non hanno più ragion d’essere in un contesto dove i progetti sociali non esistono più (“cos’è la destra cos’è la sinistra”, cantava Giorgio Gaber) o sono divenute finzioni, e dove il confronto è tra chi ha una sua moralità, e chi invece non ne ha alcuna ma si batte soltanto per soddisfare i propri egoismi ed è, senza alcun freno, homo homini lupus.

Attraverso i media – sembrerebbe più adeguato alla realtà che rappresentano chiamarli mezzi di disinformazione di massa – il “teatro” della politica assume una rilevanza che travalica i fatti concreti che dovrebbero essere legati all’azione di governo, limitandosi a sempre ottimistiche dichiarazioni di intenti. Il tempo necessario per una incisiva azione di governo si riduce enormemente, dato che prevale la narrazione degli eventi, meglio se fatta da chi ha la lingua sciolta e il piglio del venditore, non importa se di fumo.

A ben riflettere si potrà ricordare che i programmi di governo non hanno mai avuto un senso concreto, prova ne sia che sono sempre stati disattesi, come è logico attendersi dato che il governo deve affrontare i problemi giorno per giorno, man mano che questi si presentano, e trovare una soluzione avendo chiaro sempre l’obiettivo della propria azione: operare a beneficio della collettività governata, presente e futura.

Malgrado le grandi speranze riposte nella democrazia rappresentativa basata sul suffragio universale, ai ceti parassitari dominanti in ragione della posizione nella gerarchia sociale e del censo, si sono sostituiti individui di ogni estrazione sociale accomunati dal desiderio di esercitare il potere politico con ogni mezzo al fine di avvantaggiarsene personalmente. Grazie a questi nuovi, ma non meno avidi parassiti, il regime democratico è stato snaturato, svuotato della sua essenza, ed è divenuto una maschera dietro la quale interessi privati di ogni tipo prevalgono sostanzialmente su quelli pubblici, e vengono create situazioni di privilegio la cui vera natura si nasconde dietro all’omertà dei privilegiati, qualunque possa essere il partito o la fazione di appartenenza.

L’amico Enrico Fucini di Marta (Viterbo) si rivolge ai governanti con poche fulminanti parole (“Il libero arbitrio in comodato d’uso lo avete trasformato in libero abuso”) nella scia di ciò che Vittorio Alfieri scriveva nel suo imperituro lavoro “Della tirannide”:

Tirannide indistintamente appellare si deve ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto eluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono o tristo, uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammetta, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Gianni Fodella

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

KANZLER RENZI SI AFFIANCHI UNA GIUNTA 30 CITTADINI SCELTI RANDOM DAL COMPUTER

Il Renzi riformatore delle istituzioni è un Gulliver nel paese di Lilliput. Presi singolarmente, i lillipuziani (la classe politica) sono minuscoli; ma sono tanti, e alla fine riescono a immobilizzare il gigante. Matteo Gulliver voleva fare l’audace legislatore e invece dovrà contentarsi, se gli andrà bene, di una nuova legge elettorale. Vanta che essa sarà presto imitata da altri paesi, ma sbaglia: un metodo di elezioni vale un altro. Sono le elezioni che dovrebbero sparire, sostituite dal sorteggio.

L’aspirante Kanzler dovrà anche contentarsi di rimpicciolire, e riempire di portaborse locali, un Senato che andava semplicemente abolito. Oltre a tutto, non sentiamo parlare di rendere lillipuziana la sede di tale senato, tenuto in vita per non ingrossare le armate di politicanti disoccupati/esodati. Nessuno si meraviglierà se il bilancio della futura assemblea di salvataggio, lungi dall’essere miniaturizzato, risulterà quello del Senato vecchio, sfoltito qua e là.

Che riforma è una che conferma quasi tutte le cose come sono, invece di capovolgerle? Si veda il ruolo dell’uomo del Colle. In prospettiva è doverosamente destinato ad assomigliare a un Bundespraesident cerimoniale, prezioso per non sprecare il tempo e il drive del Cancelliere, unico governante vero. Invece Gulliver mantiene il cosiddetto capo dello Stato su un trono maestoso, spropositato e preso troppo sul serio per quello che è il suo ruolo effettivo. E’ apparso sì capace di deporre Berlusca: ma Berlusca si è deposto da sé dimostrandosi pessimo tra gli statisti ed elargendo ricchezze a un corpo di ballo di troie.

Tenendo il Quirinale al vertice della Nazione, Gulliver appesantisce l’esposizione sua e dell’inquilino del Quirinale al processo di impeachment che entrambi un giorno meriteranno per avere perpetuato lo scempio di una reggia troppo costosa, fatta per i papi peggiori della storia cristiana.

La logica del Buongoverno esigerebbe la cancellazione di gran parte delle categorie almanaccate dai costituzionalisti, e la rottamazione della Costituzione stessa. Per esempio, il tempo e l’energia del Cancelliere non vanno sperperati in compiti di rappresentanza. Per questi ultimi ci vorrebbe un ciambellano ad hoc, e non uno pseudo-monarca settennale che si suppone fare il capo supremo degli eserciti, nominare i ministri e sciogliere le camere, dunque in teoria essere l’uomo di vertice. Per deporre corone al Vittoriano, ricevere boriosi ambasciatori spesso da operetta e dare un’occhiata frettolosa alle loro credenziali, basterebbe un ciambellano sorteggiato per 6/12 mesi, non rinnovabili, tra magistrati medio-alti in pensione. Basterebbe anche il titolo di Primo Cittadino e non di presidente, basterebbero poche decine di funzionari, lacché q.b. (quanto bastano) e un solo corazziere per i selfie delle ambasciatrici. I costi si nanizzerebbero e l’operato del Cancelliere migliorerebbe.

Anche perché il Cancelliere farebbe bene a farsi affiancare da una piccola giunta di una trentina di consultori/controllori, scelti a sorte da un computer centrale programmato ad hoc tra persone in possesso di requisiti particolari: culturali, professionali, di volontariato caritatevole ed altri. Nessuno di essi dovrebbe essere affiliato a partiti o a gruppi di pressione. La sperimentazione di modesti meccanismi di democrazia semidiretta consentirebbe a tempo debito di varare la partecipazione dei cittadini al governo della Polis, sempre utilizzando il procedimento randomcratico. In uno stadio finale della sperimentazione lo stesso Cancelliere, responsabile unico dell’Esecutivo, potrebbe essere sorteggiato tra i cittadini oggettivamente più qualificati di tutti.

In una fase iniziale questa giunta di ‘cittadini coinvolti’ avrebbe soprattutto la funzione di stabilire un principio: che persone scelte randomcraticamente possono dare un contributo senza essere state designate dalla classe politica e dalle urne. Gradualmente verrebbero aggiunti altri compiti, fino al giorno che la giunta dei cittadini consultori, dilatata fino a un centinaio di membri, diventasse una seconda camera, non eletta ma sorteggiata, dotata di poteri limitati. Sostituirebbe il Senato dei portaborse locali.

A.M.C.

SARKOZY & CO: THE FELONIES OF ‘DEMOCRACY’ OPEN THE ROAD TO SORTITION

They have quasi-arrested, however shortly, former president Sarkozy -which is very good. But they, better all of us, should do much more: should cancel professional politics. No country will ever clear its politics of corruption without shutting and sealing the ballot-boxes for good.

Three, even four centuries of electoral democracy in North America have proved beyond any doubt that money rules the political system of the West. If you cannot invest a lot of money you don’t even conceive to be elected a representative of the ‘sovereign’ people, at any level. If you are not a millionaire, you must either offer yourself to Big Money, or you must convince a great many electors to be silly enough to donate small amounts to your election fund. In both cases you will be under the obbligation to return the gifts in some way. Politics, that is capturing votes, is so expensive that truly honest politicians do not exist -cannot exist.

Only exceptions, those few abnormally wealthy persons who will enter politics for innocent ambition rather than illegitimate designs. Sometimes, not at all always, said tycoons can be said to have become politicians out of respectable intentions. A number of plutocrats did so in history, from Pericles to scores of optimates of our days. Unfortunately the business of plutocrats is plutocracy, i.e. strengthening the egemony of money.

Needless to say, the greed of politicians does not stop at simply paying the bill of campaigns and electioneering. Most professionals of representative democracy are soon enticed by the prospect of becoming rich, of upgrading their station in life, from eager fortune-seekers to millionaires. Italy of course has got the distinction of possessing the most avid caste of politicians in the Western world. Practically all members of the Italian regional legislatures and administrations are presently under judicial investigation for embezzlement and other crimes. Every Italian professional of democracy has his price.

The salvation is Sortition, of course. One day members of assemblies and other officials will be selected by the lot, for short terms of office. The need for them to spend, in order to be elected will disappear. Randomcracy (direct, selective democracy) will substitute our rotten institutions. Sometimes it will occur that the lot selects the wrong persons, but their terms will not be long, their harm will be tiny. Above all, they will not have political debts to repay. Sortition is the only conceivable protection against venality and other felonies by normally putrid career-politicians.

Italia docet  (if you prefer, Sarkozy docet): hoping that career-politicians will redeem themselves from the bondage of sin, and will become honest, is worse than naive, is stupid. They simply go on being dishonest. In America several politicians stay in office for their entire adult life. Their silly electors keep voting them indefinitely. Very often their scions and heirs do the same.

That France has exposed corruption in the highest place (presidents Chirac, Giscard d’Estaing, even Mitterrand, can be also mentioned) is splendid news. Sortition will never have a chance, worldwide, if something really enormous doesn’t happen to lay open the absurdity of remain enslaved to the mechanism of election with built-in corruption. It was in a distant, totally different age, that we could not do without representation of the parliamentary type. It was so when the mass of citizens were poor, ignorant and feeble in front of sovereigns and aristocracies;  when they did not travel, did not speak languages, did not communicate, were not part of a global, hypertechnological community. Today a great many electors are more educated or qualified than their elected delegates.

We now live in a future ‘which has already begun’. In order to get rid of elected politicians we shall have to rely to ever increasing disclosures of political crimes and misconducts. Only such crimes will someday force us to stop staying subjected and spiritless. To the effect of such rebellion we shall want hundreds of behaviors the likes of the  French presidents’, better, of the typical Italian elected rascals’. Their malfeasances will bring Randomcracy nearer. Monsieur Sarkozy and his peers deserve our applause: they will be our Liberators.

A.M.Calderazzi & Associates of www.Internauta-online.

DIALOGO SU GRILLO E SULL’ANTIPOLITICA

QUASI NULLA SARA’ COME PRIMA QUANDO L’ANTIPOLITICA TRIONFERA’

Valga la confessione di uno tra i giornalisti più fradici di vecchia politica legittimista, persino capo di una lista elettorale, cioè aspirante gerarca. Curzio Maltese ha asseverato la realtà in modo impeccabile: “La professione politica ha fallito”. Bravo Maltese che non ricorre ai consueti giochi di mano, tre o più carte, per nascondere la sconfitta  propria e dell’intellettualame intero. E che ammette la fondamentale falsità di un settantennio di vanti del pensiero democratico unico.

Le cose stanno veramente come dice il Nostro.  L’esplosione antipolitica degli ultimi anni è il fatto storico più importante dalla caduta delle dittature nazista, fascista e comunista. I popoli si affrancano, insorgono, e i padroni cui si rivoltano sono i professionals dei partiti, gestori della frode elettorale  a mezzadria col denaro e con la corruzione. Settant’anni troppo tardi, Curzio Maltese scopre che la democrazia rappresentativa e la Carta costituzionale sono il nemico. Constata che nell’assetto postfascista/postcomunista il Demos non conta nulla, si è spossessato a favore dei Proci usurpatori e saccheggiatori.

Occorrerebbe -si rassegna ad ammettere il capolista ‘Tsipras’- tornare a un assetto ‘ateniese’, nel quale tutti i cittadini (quelli qualificati, degni del nome -NdR) fanno le loro normali occupazioni; si trasformano a turno (soprattutto attraverso il sorteggio/sortition -NdR) in legislatori e governanti pro tempore; poi tornano alle loro occupazioni. Un po’ come il servizio militare degli svizzeri.  L’esperienza dei parlamentarismi partitocratici, specialmente in Italia Francia Spagna Portogallo Grecia, ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la delega elettorale esprime una classe di potere immancabilmente deteriore e ladra.

Ecco perché l’Antipolitica è la svolta più epocale dal 1945 in Italia, da un quarto di secolo nell’ex campo socialista. Onore e riconoscenza a tutto ciò che ha mosso la frana antipolitica. Da noi il grillismo, sgradevole o equivoco quanto si vuole, ha fatto da grimaldello, da maglio, da indispensabile ostetrica di una nascita gioiosa. Ha articolato in schiamazzi, sbraiti e vaffa un sentimento di fondo che era inespresso in quasi tutti. Oggi che è un movimento temibile gli si imputa che ‘non costruisce’. Forse è così. La lunatica strategia di vincere per la via parlamentare potrà fallire. Dovesse un giorno trionfare, c’è il pericolo che degeneri in partito, solo momentaneamente meno putrido degli altri segmenti della Casta. Ora come ora il movimento è un pesante martello demolitore, indispensabile per abbattere l’abusivo ecomostro; un piede di porco senza il quale non si schioda il sistema.

Questo invoca -di fatto- il sunnominato giornalista della cleptocrazia. Questa è la logica dell’insurrezione antipolitica. Oggi un tot di tizi qualsiasi, più o meno individuati dalla Rete, si sono trovati parlamentari, aspiranti guastatori, pedine di un gioco troppo grande per loro in quanto dominato da croupiers farabutti. Oggi possono solo intralciare, sabotare, fare cagnara. Un giorno, forse non troppo lontano, i tizi qualsiasi reclutati dal Web saranno -se qualificati, se veramente cittadini- sorteggiati per esercitare brevemente la sovranità al posto dei lenoni e degli spacciatori della delega elettorale. Spesso, ogni volta che sarà necessario, saranno giudicati dal referendum telematico: i pochi, quasi nessuno, che non possiederanno un computer, un tablet, un telefonino riceveranno gratis una monocellula elettronica, valore un euro, capace di registrare e trasmettere solo Sì/No.

Questo è, al fondo di tutto, il senso del vincere dei populismi antipatici e contraddittori ma sacrosanti. Sono l’avanguardia dell’insurrezione antipolitica generale e della democrazia diretta, parzialmente elettronica, alternativa obbligata allo sfascio in grande.

Antonio Massimo Calderazzi
GRILLO E LA SUA ANTI-POLITICA NON DEVONO PASSARE

A dispetto di quanto sostiene l’amico Calderazzi qui sopra, non mi sembra ragionevole ritenere che dal grillismo dilagante possa mai nascere niente di buono. La democrazia diretta, internet, la partecipazione dei cittadini e via dicendo sono drammaticamente e semplicemente i fronzoli piacioni di un movimento che altrimenti apparirebbe per quel che è: leaderista quanto il peggior stalinismo, sfascista e cripto-fascista, plutocratico e promotore dei più beceri rigurgiti di ignoranza e anti-intellettualismo.

Le votazioni sul blog di Grillo riguardano un numero ridicolo di persone (decine di migliaia, a fronte di quasi dieci milioni di elettori), la loro regolarità non è accertata da alcun ente terzo e manca – ma questa è una battaglia propria di Internauta – un qualsiasi criterio di selezione e di merito per i contributi e le eventuali cariche. Già anni fa Isaac Asimov metteva in guardia «dall’idea sbagliata che in democrazia la nostra ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza». Un insegnamento a cui gli scherani del comico genovese sembrano immuni.

Il danno che questa masnada di aspiranti sudditi di due aspiranti dittatori (che più inquietante di Grillo è il suo sodale Casaleggio) stanno facendo all’idea di democrazia diretta neo-ateniese, o random-crazia, è incalcolabile. Per gli anni a venire le pur buone proposte che potrebbero nascere in questo ambito saranno squalificate agli occhi delle persone non attirate nella trappola dell’anti-politica grillina. La reazione del sistema a Grillo – che per il principio azione/reazione ci sarà di sicuro – travolgerà anche quei buoni concetti, usati dal M5S come orpelli, che avrebbero meritato miglior fortuna. Prendere le distanze dall’antipolitica e dal grillismo mi pare doveroso per chiunque non voglia veder morire con le fortune del comico-urlatore anche le speranze di un miglioramento della nostra forma democratica. Perché se lo scontro si polarizzasse tra la “casta” e questi sedicenti movimentardi, lunga vita alla casta. Meglio i corrotti dei pazzi.

Tommaso Canetta

LE RICERCHE PER CAMBIARE DEMOCRAZIA LA DANNO VINTA AL SORTEGGIO DIGITALE

Nel pezzo “Tempo di democrazia semidiretta” (Internauta gennaio) si sostiene che in Italia la rappresentanza della sovranità popolare attraverso le elezioni sta agonizzando. Tra l’altro la XVI Indagine Demos per ‘Repubblica’ ha accertato, secondo Ilvo Diamanti, che per il 42% del campione la democrazia può funzionare senza i partiti; che oltre il 30%  ritiene si possa rinunciare del tutto alla democrazia; che solo il 7,1% ha fiducia nel Parlamento, il 5,1% nei partiti.  Si è sostenuto che queste risultanze non sono negative, visto che la nostra non è una democrazia ma una oligarchia di ladri. Nei maggior paesi dell’Occidente le prospettive del sistema parlamentare sono alquanto meno nere perché i contesti non sono altrettanto corrotti o malati.

Questo non vuol dire che all’estero non si aspiri a migliorare la democrazia. Infatti è fuori d’Italia che sta avanzando l’esplorazione di alternative al parlamentarismo deteriore, alternative che si riassumono in numerose varianti della democrazia semidiretta praticata 25 secoli fa nelle città del ‘sistema’ di Atene. Sono varianti -una di esse vige in Svizzera- realizzabili, verosimilmente in ambiente digitale, nelle condizioni del III millennio.

Gli USA aprirono per primi questa esplorazione “neo-ateniese” ventidue anni fa, quando Ross Perot si presentò candidato ‘third party’ alla Casa  Bianca con la proposta “se sarò eletto esporrò alla Tv le questioni su cui decidere direttamente ai cittadini; essi ‘who own America‘ esprimeranno la loro volontà con tutti i mezzi disponibili, tra cui la Tv interattiva (Internet non esisteva-NdR), e il mio governo attuerà. I parlamentari che contrasteranno la volontà popolare non saranno rieletti.

Ross Perot non andò alla Casa Bianca, però ottenne metà dei voti del presidente uscente (Bush senior) e il mondo seppe che la fede degli americani nel meccanismo elettorale non era più inconcussa. Quasi tutti i media internazionali dibatterono le ipotesi di democrazia diretta profilatesi a valle di Perot. Un politico  ambizioso, il vicepresidente Al Gore, additò la prospettiva di una ‘Neo-Athenian democracy”. Poi sembrò non accadere più nulla. L’esplorazione apparve finita. Eppure oggi:

-49 su 50 Stati dell’Unione sanciscono in linea di principio la superiorità del referendum sulle assemblee legislative;

– 24 Stati riconoscono a questa o quella istanza di democrazia diretta il potere di emendare i testi costituzionali e/o legislativi;

-una ventina di Stati attribuiscono ai cittadini il diritto di revocare (recall)  gli eletti;

-nel New England numerose piccole municipalità mantengono in vita l’istituto del “town meeting”: tutti i residenti deliberano direttamente.

Dovunque nel mondo i numeri della demografia siano troppo elevati per un ‘ritorno ad Atene’, una parte della teoria politica nordamericana ed europea è pervenuta a configurare la “soluzione randomcratica”, cioè il sorteggio a caso (random) di campioni di popolo detentori della sovranità: così come nei paesi evoluti l’amministrazione della giustizia penale spetta al popolo, il quale la esercita -a parte la funzione tecnica dei giudici togati- attraverso giurie sorteggiate tra tutti i cittadini in possesso di determinati requisiti. La giuria, non il magistrato, decide guilty/not guilty. Negli USA si è posta l’attenzione sul concetto di “macrogiuria” detentrice della sovranità al posto degli eletti. In Europa si è escogitata la formula del “minipopulus”.

In più gli Stati Uniti hanno allargato la ricerca e il dibattito sulla E-Democracy (democr.dir. elettronica o digitale). Il Florida Institute of Technology ha già implementato software che consentono la deliberazione simultanea di tutti i cittadini.

In almeno due dozzine di paesi del mondo sono state avviate iniziative più o meno sperimentali, propagandistiche o pre-operative, di E-democracy: tra gli altri Irlanda, Canada, Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Svezia, Finlandia, Russia, Ungheria, Grecia, perfino Uganda. La Svizzera è a parte: si definisce da sempre costituzionalmente una democrazia semidiretta (è sovrano il popolo non il parlamento); ma non si sottrae alla ricerca degli aggiornamenti imposti dall’era di Internet.

La bibliografia internazionale in argomento è ormai vasta. Riferiremo prossimamente su iniziative -prima fra tutte quella dei “Kleroterians” riguardanti in particolare il sorteggio, cioè la soluzione randomcratica. L’Italia è molto indietro: solo un po’ di libri, piccoli conati qua e là schiacciati dagli scherni di un pensiero unico di matrice cinico-ignorante. Tra le disfunctional democracies  è la peggiore. D’altra  parte l’Italia ha fama o pretesa d’essere stata nei millenni spiccatamente creativa. In effetti inventò parecchio: dall’impero romano all’opera lirica, da questa o quella pratica mercantile/bancaria al Rinascimento (con relativi pontefici imparentati con Satana), dall’estro speciale degli stilisti omosessuali al fascismo (fece scuola). Oggi la Penisola è accreditata di poco più della progettazione  del berlusconismo/antiberlusconismo: forse si riscatterà.

Chi scrive fu, salvo errore, primo nello Stivale a ipotizzare anni fa una soluzione randomcratica basata su una “ipercittadinanza” (‘attiva’, o ‘sovrana’) ristretta, composta cioè di circa mezzo milione di supercittadini  sorteggiati (per turni brevi da un computer centrale della magistratura, quindi a rotazione ravvicinata) tra persone in possesso di requisiti voluti. Tali supercittadini, oltre ad essere sorteggiabili in grado secondo, terzo, etc. -secondo il crescere e la rarità delle qualificazioni possedute- per funzioni deliberative e di governo sempre più esigenti-parteciperebbero per via telematica alla deliberazione. Eliminata in toto la delega elettorale e azzerati i politici professionali, si ricreerebbero le condizioni che fecero fiorire la Polis retta a democrazia diretta.

Al cuore di qualsiasi assetto randomcratico è dunque il sorteggio tra i più qualificati, oggettivamente meritevoli (p.es., chi ha fatto vero volontariato per almeno ‘x’ anni). Come vedremo, sul sorteggio –sortition, lottery e varianti-si concentra tra Dublino, Londra e Parigi, Londra e Dublino la ricerca degli accademici Peter Stone, Oliver Dowlen e Gil Delannoi e Stone (continua).

A.M.Calderazzi

L’ORA DELLA DEMOCRAZIA SEMIDIRETTA: QUELLA RAPPRESENTATIVA AGONIZZA

Certe disfatte del regime, somiglianti a Caporetto, meglio farle raccontare a ‘Repubblica’ che è il ‘Voelkischer Beobachter’ (l’organo del partito nazional-socialista) o la ‘Pravda’ della partitocrazia. Dunque, lo sapete già: “Gli italiani confermano la loro sfiducia nel sistema dei partiti. Sono le indicazioni che vengono dalla XVI indagine Demos per ‘Repubblica’”. Per il curatore, professor Ilvo Diamanti, “il distacco profondo dalle istituzioni politiche e di governo non è un fatto nuovo, ma colpisce per le proporzioni che ha assunto”.

“Le sedi del governo centrale e locale, rispetto a un anno fa, hanno perso ulteriormente credito, come il presidente della Repubblica (quasi 6 punti in meno). E se il parlamento e gli stessi partiti hanno perduto pochi consensi è solo perché non hanno più molto da perdere. Non deve sorprendere allora che si parli in modo aperto di crisi della democrazia rappresentativa, visto che i partiti e il Parlamento appaiono delegittimati. D’altra parte quasi metà degli italiani pensa che la democrazia sia possibile anche senza i partiti. Forse, implicitamente, che gli stessi partiti siano un problema per la democrazia. Mentre oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Ancora: “Il bilancio tratteggiato dagli italiani intervistati da Demos appare drammatico più che serio, sotto tutti i profili. Se le attese per l’anno che verrà sembrano (un po’) migliori, probabilmente è perché sperare non costa niente. E comunque, peggio di così…”.

“Da ciò il paradosso: una società effervescente e in movimento in un Paese senza riferimenti, sfiduciato di fronte a istituzioni senza fiducia. Ma il contrasto è solo apparente. La mobilitazione della società costituisce in parte una reazione “alla” sfiducia. Riflette la ricerca di risposte attraverso l’impegno personale e collettivo. Senza rassegnarsi. Insieme. La mobilitazione dei cittadini sottende anche una reazione “di” sfiducia: contro gli attori e le istituzioni della democrazia rappresentativa. Un fenomeno canalizzato, alle elezioni politiche, dal M5S”.

“Dietro a tanto ‘movimento’ della società si intuisce il vuoto lasciato dagli attori e dalle istituzioni rappresentative. Non a caso 3 italiani su 4 si dicono d’accordo coll’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il clima ‘antipolitico’ che invade l’Italia in questo passaggio d’anno (e, forse, d’epoca) evoca il vuoto di politica e, al tempo stesso, evoca una domanda di politica molto estesa. E altrettanto delusa. Non può durare ancora a lungo, tutto ciò, senza conseguenze”.

Infine: “I nemici della democrazia rappresentativa non sono solo coloro che la osteggiano apertamente. Ma soprattutto coloro che la tradiscono. Perché la rappresentano in modo irresponsabile (…) A differenza del passato, non solo recente, oggi non si salva nessuno. E nessuno ci salva. Non cè più un Presidente a cui affidarsi”. Fin qui le testuali valutazioni di Ilvo Diamanti. Quella che fa più sensazione è “Oltre il 30% ritiene che si possa rinunciare alla democrazia”.

Aveva la voce spezzata stamattina una beghina, o talebana, della Costituzione che alla RAI telefonava il suo orrore: “La democrazia è un bene supremo!” Lo strazio è comico, però sarebbe giustificato se ciò che abbiamo fosse la democrazia. Invece è l’estremo dell’impostura, è un saccheggio ininterrotto da 68 anni, è una gomorra e camorra disgustosa. Chi si straccia le vesti non si accorge del ridicolo che produce. La ricerca Demos ha chiesto al campione “Quanta fiducia prova nei confronti dei partiti?”. Risposta: “il 5,1%”. Altri sondaggi hanno dato il 2%. Le beghine/talebane lo sanno da molti anni. Si torcono le mani disperate, ma è una finta.

Magari non è tutta colpa degli attuali appaltatori del sistema: anche dei millenni della nostra storia. Una micidiale vignetta di Ellekappa dice: “Sorge un dubbio inquietante: è l’Italia che fa l’uomo ladro?”. In qualche misura sì, è l’Italia. Come guariremo l’Italia: con dei girotondi? con la comicità da orticaria di Benigni? moltiplicando le primarie? coi quaresimali furfanteschi del Colle?

Spiegava Giovanni Giolitti: “Se sono sarto e viene un cliente gobbo, gli faccio la giacca con la gobba”. Chi prenderemo sul serio, le beghine/talebane della Costituzione (un lillipuziano tot delle quali si immolerebbe a difesa delle urne, come a Masada fecero gli Zeloti), oppure quel 95 o 98% degli italiani cui l’andazzo  non potrebbe fare più schifo?

Il rilassante Giovenale alla tisana che si firma Massimo Gramellini constata: “Non ci si indigna più neppure di fronte agli  scandali più clamorosi. E’ come fossimo anestetizzati. Anche andando indietro negli anni ci imbattiamo sempre in storie di scandali, tangenti e ruberie. L’esercizio del potere corrompe”. Per non conturbare il suo immenso pubblico di panciafichisti subalpini, Giovenale addita “l’unica soluzione realistica e non demagogica: limitare il tempo in cui uno svolge determinate funzioni. Come succede in altri paesi, si sta  al servizio della comunità al massimo per 10 anni”.  Cioè: i nostri politici ladri sfiguriamoli coll’acido muriatico, diluito però quanto basta perché  la distruzione dei tessuti si limiti a un leggero prurito.

Scandali tangenti ruberie. Questo essendo la ns/democrazia rappresentativa, è logico che gli italiani se ne curino sempre meno. Non potendo cambiare gli italiani, non resta che cambiare democrazia. E’ vitale che non sia più rappresentativa, cioè frode dei professionisti delle urne. Volendo scartare la dittatura, che altro potrà essere la democrazia di ricambio se non semi-diretta? Rifiutando di sperimentarla ci condanneremmo all’alternativa tradizionale rispetto alla necrosi: il golpe militare.

Nelle ultime settimane, è vero, ha preso piede -poco: un piedino- l’ipotesi “leaderistica”: un assetto basato sul ruolo eminente di un gestore che sia forte com’è forte il regista di un film. Lo si è fatto più volte, da prima di Pericle a de Gaulle. Però faremmo meno fatica a cancellare la delega elettorale e ad azzerare i politici di carriera. Come? Scegliendo a sorte dall’anagrafe un’élite (p.es. cinquecentomila persone) di “supercittadini” (cittadini attivi o sovrani) per turni brevi, e facendoli ruotare al potere, sempre per mandati di pochi mesi non rinnovabili. Governerebbero e legifererebbero sotto il controllo permanente di altri supercittadini anch’essi scelti a sorte e a turno, nonché di chiunque sappia digitare su un computer.

Il diritto pubblico definisce la Svizzera una democrazia semi-diretta, con prestazioni insolitamente buone. Muovere dall’esperienza elvetica per spostare avanti l’innovazione, prendendo atto delle conquiste telematiche, non sarebbe il meno temerario degli esperimenti veri?

Antonio Massimo Calderazzi 

“LABORATORIO ITALIA O MORTE!”

“Roma o morte”  fu il grido di lotta del risorgimentale Partito d’azione, quando negli otto anni tra Aspromonte e Porta Pia caldeggiò la conquista dell’Urbe. Qui spieghiamo perchè riaprire il secolare laboratorio della creatività nazionale. A chi dalle nostre parti non è capitato di sentire “Non sono mai stato all’estero, ma l’Italia è il più bel paese al mondo”? Chi ormai non trova strano il vanto “Sono fiero d’essere italiano”? Almeno un paio di volte per millennio dovremmo fare l’inventario degli svarioni, feticci e ubbie del nazionalismo. Le pretese sceme vanno sfatate: siamo all’incirca come gli altri dell’Occidente. Per qualche aspetto siamo meno degli altri.

E tuttavia: chi può negare che nello Stivale siano nati pensieri e accadute cose quali la Scandinavia, la piana sarmatica o il subcontinente sud-americano non hanno mai conosciuto? Non è detto valga ancora il giobertiano Primato degli Italiani; però non abbiamo l’obbligo di considerarci nient’altro che un dipartimento, un cantone di contesti più larghi: l’Europa, l’Occidente, l’Umanità. E’ incontestabile: negli ultimi diecimila anni lo Stivale ha prodotto da solo più bene e più male che interi sottocontinenti. Uno di noi che abbia vissuto al riparo di uno scudo chiamato ‘senso critico’ deve chiedersi almeno una volta se non ha ecceduto in understatement.

E’ stato bene eccedere, però attenzione. Questo Stivale ha secreto più succhi e più tossine di altre nazioni. Ha inventato, oltre alla mafia e all’obbedienza a tutti i padroni (Francia o Spagna purché se magna), anche l’impero romano, il papato prevaricatore, il Rinascimento glorioso e figlio di puttana, le dolcezze e gli ululati dell’opera lirica, le fisse del pallone e della moda, il futurismo, il fascismo, Gabriele d’Annunzio, e non è finita.. Ebbene, se non si dimostra che siamo invecchiati più di altre stirpi, ci corre l’obbligo di restare inventivi; di non imitare e basta; di porci  domande che altrove tramortirebbero. In politica, per esempio.

Settant’anni fa, quando la sconfitta militare e la fine del fascismo si fecero sicure, i carpetbaggers che aspiravano all’eredità credettero di costruire un audace Stato Nuovo coi progetti, i materiali e gli stili di oltre un secolo prima: urne, parlamenti bicamerali, partiti predatorii. Per il ritardo culturale e il dolo dei padri/nonni Costituenti ci troviamo col peggiore dei congegni occidentali. Non è grottesco che, con la nomea di estrosi che ci portiamo addosso, non ci venga in mente di farla finita con istituzioni e concetti  venuti in voga due secoli e mezzo fa?

Riproponiamo dunque con forza la questione “laboratorio Italia”. Abbiamo tanto poco da perdere che ci conviene sperimentare. Il rifiuto della democrazia rappresentativa e del parlamentarismo ha ormai una storia molto lunga: in Francia, p.es., lunga quanto la Terza e la Quarta Repubblica; taciamo sull’Europa orientale, Russia in testa.

Da noi quasi nessuno crede più nella democrazia dei partiti e delle urne. Non si profila altra alternativa che il passaggio a questa o  quella formula di democrazia diretta/elettronica, più o meno selettiva. E’ disdoro del regime sorto nel 1945 e della sua cultura inerte se l’unica disordinata ipotesi di democrazia diretta e stata fatta propria da un movimento strampalato: Le sue prime iniziative politiche, dopo un’affermazione folgorante, si presentano illogiche. La più  bislacca è la scelta di puntare sul Parlamento, laddove il M5S ha senso solo come forza frontalmente antiparlamentare e anti-istituzionale. Le vie del Signore essendo infinite, è possibile che quanto resterà del  Movimento consegua qualche risultato, a giustificazione della strategia parlamentare. Ma lo scetticismo è lecito.

Un sentiero è stato aperto quando il grillismo ha avviato la pratica della deliberazione via Web; ha inoltre reso brevissimi gli incarichi quali le presidenze dei gruppi parlamentari. Se resteranno trimestrali, si confermerà il proposito di contrastare almeno una parte delle prassi che fanno professionale, carrieristica e cleptocratica l’attività politica. Tuttavia il disegno di prosciugare dall’interno l’acquitrino, anzi le sabbie mobili, della democrazia truffaldina risulterà velleitario. Anche perché la compattezza, la disciplina e il disinteresse degli eletti sono esposte ai rischi più gravi. Il Movimento avrebbe dovuto assalire le istituzioni per demolirle, non per gestirle.

Eppure non è chi non veda il potenziale  dell’opposizione di sistema mossa dal M5S, per la prima volta dal 1945. Sin da subito il popolo del Web potrebbe essere associato alla funzione legislativa. Si parlava da molti anni di democrazia elettronica e da noi non accadeva niente. Con tutti i suoi errori, Grillo ha mosso qualcosa.

L’obiezione tradizionale alla proposta di ‘tornare ad Atene’ è che Atene negava l’appartenenza alla Polis alle donne, agli schiavi, ai meteci. La Polis era ristretta. Ebbene, il concetto di democrazia neoateniese che Internauta ha ricevuto da un piccolo nucleo di ‘progettisti’ milanesi – v. Internauta Ottobre 2012, “Blueprint: la Democrazia Neo-Ateniese Selettiva”– si basa sulla pregiudiziale che la Polis autogovernata del futuro sia ristretta. Circa 500-600 mila supercittadini  che si avvicendano a turni di “servizio politico” di non oltre un anno. Abolite le elezioni, si diventa supercittadini per estrazione a sorte, non all’interno dell’intera Anagrafe ma di un Ruolo di Selezionati.  Sorteggi di secondo e terzo grado assegnerebbero gli incarichi oggi elettivi ai supercittadini nell’anno di turno politico.

In aggiunta alle persone con elevate benemerenze civiche (il volontariato in primis) e oggettive esperienze culturali e lavorative (non solo imprenditori o accademici di livello, anche capi operai, coltivatori diretti, etc.), il Ruolo dei Sorteggiabili  potrebbe accogliere anche chi dimostri con un esame d’essere in grado di fare il supercittadino per un anno, se scelto dal sorteggio.  Un organismo della magistratura gestirebbe le selezioni e i sorteggi: sempre col limite massimo di un anno per turno. I politici di carriera sparirebbero. Al più modesto dei coltivatori dell’Attica poteva accadere di fare l’arconte, magari per un giorno.

Concludendo: ciascuno di noi abitatori di questa ‘Saturnia tellus magna parens frugum’ si senta sfidato a pensare a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo. Sfidato a progettare, a ingegnerizzare una Polis meno scadente della nostra. Come società civile non stimiamo più il nostro assetto. Concepiamone uno migliore. Oppure deponiamo il vanto della fantasia creativa.

A.M.C.

PERCHE’ NON POSSIAMO DIRCI “GRILLINI”

Quando sento Beppe Grillo berciare di democrazia diretta e democrazia elettronica non posso fare a meno di sentire un brivido di orrore corrermi lungo la spina dorsale. Qui su Internauta sono alcuni anni che affrontiamo questi temi e alcuni dei nostri autori non sembrano immuni al fascino delle assonanze tra alcune delle proposte del Movimento 5 Stelle e le nostre idee.

Ma a parere di chi scrive noi non possiamo dirci grillini, né le nostre proposte possono in fondo essere assimilate a quelle del comico genovese. Anzi, personalmente ritengo che la democrazia diretta Grillo-style stia alle nostre idee come il nazismo sta all’assolutismo illuminato.

Il perché è presto detto. Per prima cosa, il modello di nuova democrazia che noi proponiamo funziona se applicato a un intero corpo elettorale (un Comune, una Regione, uno Stato), non ad un partito. In secondo luogo, i cittadini chiamati a governare dovrebbero essere estratti a sorte, non selezionati da una votazione tra “fanatici” dove viene premiato chi fa sfoggio di maggior purezza ideologica. Infine manca completamente nella teoria grillina il procedimento di selezione, che è indispensabile in un sistema randomcratico di democrazia diretta perché le cose funzionino. Ai più alti livelli decisionali del ministero della Sanità, ad esempio, non può finire un pur illuminato agricoltore. E nei gangli vitali dell’economia e della finanza, non possono essere messi dei volenterosissimi laureandi in beni culturali. Democrazia diretta e selezione oggettiva dei migliori contributi devono marciare di pari passo.

Nel sistema alla Grillo invece la selezione manca, la qualità viene vista con sospetto (non a caso le idiozie nei vari meet-up su internet si sprecano, e le rare voci che provano a ricondurre la discussione su un piano ragionevole vengono schernite e ghettizzate) e all’imparzialità del caso viene sostituita la cieca fedeltà al mantra collettivo ispirato dal Capo (in questo caso, leggi Casaleggio).

Il Movimento 5 Stelle potrebbe, nella migliore delle ipotesi, essere un utile pungolo per le altre forze politiche, ammalate al contrario di ingessamento cronico e rifiuto della novità. Ma non ci si può fare affidamento perché ne mancano i presupposti. E anche le teorie più rivoluzionarie e scientificamente approfondite sulle nuove forme di democrazia rischiano di scolorare nel ridicolo, o nell’inquietante, se intinte nella retorica piazzereccia e proto-fascista di Grillo.

Solone X

BARBARA SPINELLI: E’ UN TITANIC LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA. TORNIAMO ALL’AGORA’!

I Giovani Turchi devono essere vicini a prendere il potere a ‘Repubblica’, se il 20 marzo sono riusciti a pubblicare una sfrontata eresia rispetto al misoneismo del loro Fondatore, Eugen Scalfar-Metternich (v. in ‘Internauta’ di marzo “Nonno contro nipoti: Scalfari proibisce il futuro”). La eresiarca è Barbara Spinelli con lo scritto ‘Se la politica torna all’agorà’, talmente blasfemo dal punto di vista del Legittimismo che ne riproduciamo esultanti ampi brani.

Come premessa, la Tizzona d’inferno definisce solida ma ottusa la democrazia imposta da Adenauer a un popolo vinto: “Nel fondo dell’anima tedesca, questa paura dell’esperimento non svanisce”. E prosegue: “La democrazia è dovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati. Oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. E’ tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati (…) O innovare o perire. I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi.  La cittadinanza vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia”.

“Oggi l’Italia è a un bivio, Gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. E’ dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare. Per 541 giorni il Belgio restò senza governo. Ben presto si vide che a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Un tempo riforma significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione), oggi vuol dire peggioramento. L’ingovernabilità (in Belgio) non fu stasi, ma occasione e svolta. In assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo si estesero. Quella amministrazione servì a sventare quel che gli immobilisti consideravano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il ‘sovraccarico’ delle domande cittadine”.

“Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che era in gioco la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle actiones populares del diritto romano: i cittadini possono far valere un interesse della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati. Lo Statosiamonoi  dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi”.

“I Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini- il G32- come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25. Non si tratta di togliere lavoro ai partiti, scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e, in era Internet, il giornalismo tradizionale. In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello all’800.

E’ uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90). Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è più efficace dei referendum. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014″.

“E’ difficile sperimentare, ricominciare. (…) L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica”.

Venendo dalla Madame de Stael dei nostri giorni, il messaggio non potrebbe essere più significativo, anzi esplosivo: l’esatto contrario del legittimismo ‘custode del vecchio ordine’, abitudinario’, ‘immobilista’, ‘cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati’. Brava Barbara. Cui oltre a tutto dobbiamo le particolari parole di saggezza sulla ‘paura dell’esperimento che non svanisce nel fondo dell’animo tedesco’. Come la prima baronessa de Stael, la figlia del grande Jacques Necker, Barbara sa l’orrendo o l’immenso che viene dall’interiorità germanica.

Sacrosante sono le intuizioni: ‘a traballare è l’impianto stesso della democrazia rappresentativa’; ‘oggi sperare nelle riforme significa accettare il peggioramento’; ‘saranno i cittadini, titolari della sovranità, a inventare agende centrate sul bene comune’; ‘i Mille estratti a sorte’; ‘quel che deve finire è lo status  quo: la partitocrazia e il giornalismo tradizionale; ‘se il nuovo Papa torna alle origini, anche per la politica è ora di tornare all’agorà di Atene’.

Era Barbara, non Boldrini antemarcia del Vecchio, che andava scelta.

A.M.C.

ORAZIO PIZZIGONI – CRISI DELLA DEMOCRAZIA

La crisi della democrazia incalza. I segni sono evidenti. In Italia ma anche nel resto del mondo, almeno di quel mondo che alla democrazia si affida. Una ragione di sofferenza per chi crede nei valori di libertà. E di angoscia. Un motivo per parlarne. Anche se, con tutta probabilità, non servirà a nulla. La democrazia oggi non garantisce. (…)

(PER LEGGERE L’INTERO PAMPHLET CLICCA QUI)

M5S PDL ASTENSIONE: TUTTO TRANNE IL PARTITO DEMOGERIATRICO

Comunque andranno le cose, da noi si chiude il secolo della sinistra bacchettona, protesa un tempo a sovvertire, oggi a difendere l’esistente. Lo prova lo sgomento dei cappellani intellettuali, e più ancora dei burocrati, del postcomunismo di fronte alle novità: tutte le novità, non solo quella delle Cinque Stelle. Oltre metà del Paese, tra astenuti e voti per Grillo e altri, non ne può più del perbenismo riciclato Bersani D’Alema Napolitano Finocchiaro (come del destrismo volgare). Non ne può più delle superstizioni: democrazia rappresentativa, fedeltà alla Costituzione oligarchica, glorie resistenziali e sindacali, diritti, fedeltà europea (in realtà atlantica), patriottismo di partito, obbedienza al mercato. Oltre metà del Paese ha capito che i mantelli, le stole e i paramenti rosso-stinto addobbano una realtà Ancien Régime.

Provò il sindaco di Firenze con la sua geniale rottamazione a trasformare il Pd nel partito delle novità, dunque potenzialmente della maggior parte degli italiani. Gerarchi, pensionati, sagrestani e bizzochi serrarono i ranghi a difesa e il Vecchiume vinse. Il trionfatore delle primarie credette di garantirsi l’apoteosi prendendo al suo fianco un vezzoso governatore similbolscevico da Terlizzi (Bari): al partito degli sperimentati e dei responsabili avrebbe apportato estro e spirito cor cordium.

Il Vezzoso apportò solo il tre per cento dei voti, facendo fuggire un multiplo dell’apporto. Il rimmel sinistrista non  fece maliosi, bensì cisposi gli occhidei candidati Pd. Ancora una volta è confermata una verità sancita già nel 1948 (per non parlare dell’Ottocento e del  primo  Novecento): il grosso degli italiani non vuol sentir parlare sinistrese. Consigliò ‘Internauta’: se vogliono bene al popolo le sinistre cambino connotati, si diano altre bandiere, oppure si sciolgano. E’ quel che faranno, abbastanza presto.

Il 25 febbraio 2013 è venuto il Dies irae. Lo Stivale ha espresso una collera che nessun sondaggio aveva previsto. Per odio al sinistrismo ha persino imposto un immorale ritorno di Silvio, ritorno impensabile quando la premiata Casa di riposo di largo Nazzareno appariva destinata a ereditare la Repubblica. Un tot non piccolo di elettori ha stranamente valutato i peccati della Destra meno gravi di quelli del duo Bersani-Vendola. Il Muro di Berlino è già caduto da un quarto di secolo ma molti -esagerando- non vogliono sdoganare gli innocui ex-comunisti.

Oggi Grillo è sospettato di affari in Costarica. Ma il Movimento non è solo Grillo. Le 5 Stelle vittoriose sono accusate di lavorare per il tanto peggio. Ma come negare al loro disegno una coerenza vantaggiosa per tutti? Hanno saputo compiere l’exploit prodigioso di avvicinare il 25 luglio dei partiti. Perché non dovrebbero andare fino in fondo, puntare al potere? La furibonda sobillazione del Genovese ha felicemente osato l’inosabile, convincere le moltitudini che lo Stato è loro, non dei partiti e dei loro furfanti; che i Proci possono essere sterminati da un Ulisse che impersona il Popolo e lo vendica.

Più di un punto programmatico del M5S appare delirante: far abortire l’Europa, per dirne uno. Potrà essere lasciato cadere senza danno. Peraltro, quanto al fronte internazionale, non si può del tutto escludere che questo o quell’esperimento del laboratorio Italia (v. il presente Internauta) possa riprodursi altrove, dentro o fuori l’Unione. Esperimento audacissimo sarà, se sarà, ridurre i partiti a club di discussione, da bande di oligarchia e rapina che sono.

Ancora più audace sarà, se sarà, velocizzare l’ineluttabile passaggio alla Democrazia Diretta, come i Fati esigono.

A.M.C. 

SVIZZERA: PRIMA A PRATICARE LA DEMOCRAZIA DIRETTA

‘The Economist’, grande settimanale londinese ma con forte radicamento americano, ha combattuto per anni una solitaria battaglia anticontinuista, antiparlamentare, sostenendo che la democrazia rappresentativa è divenuta irrilevante. Delegando la sovranità attraverso le elezioni ai professionisti della politica, il cittadino si spoglia di tutto. Deposta la scheda nell’urna deve attendere anni, fino alle prossime elezioni, per illudersi di svolgere qualche ruolo. Con il rapporto “A Survey of Democracy”  The Economist additava alla fine del 1996, come transizione immediata dal parlamentarismo alla democrazia diretta, il congegno referendario vigente in Svizzera. Com’è noto, il sistema costituzionale elvetico si definisce espressamente, anche al livello delle enunciazioni giuridiche, “democrazia quasi diretta”. Scriveva il Survey: “Il paese cui guardare è la Svizzera, che ha inventato e pratica una forma moderna di democrazia diretta. Lì le decisioni del parlamento non sono affatto l’ultima parola. Meglio far scegliere al popolo che ai parlamentari”.

Qui riportiamo nuovamente, con alcune variazioni, le formulazioni autentiche del sistema svizzero, tratte dal trattato di educazione civica “Profilo della Svizzera”  compilato da Hans Tschaeni, finanziato dalla Fondazione Pro Helvetia e offerto ai giornali italiani dalla diplomazia di Berna, quale testo quasi ufficiale.

L’iniziativa è il diritto popolare di proporre nuove leggi alle autorità, le quali sono obbligate a decidere in merito E’ una domanda firmata da almeno 50.000 cittadini aventi diritto di voto. Il referendum è il diritto del popolo di accettare o rigettare le leggi adottate dall’Assemblea federale. Sono i cittadini a decidere se una legge deve entrare in vigore. Dunque il diritto di referendum è il più determinante tra i diritti politici di cui goda il cittadino svizzero. La nostra democrazia è definita anche referendaria. Anche i trattati  internazionali conclusi per una durata indeterminata o per più di 15 anni sono soggetti a referendum.

Il referendum è un’istituzione tipicamente svizzera. Soltanto attraverso di esso il popolo può esercitare un influsso concreto, durevole e soprattutto preventivo sul Legislatore. In questo modo il popolo assurge esso stesso a legislatore. La ghigliottina del referendum si è dimostrata micidiale: il 60% dei progetti di legge approvati dal governo e dal parlamento sono stati respinti dai cittadini. I parlamentari e le autorità temono il referendum. Sotto molti aspetti possiamo dire che è il timore del referendum che determina la nostra legislazione. Ci si rifugia nel compromesso per non correre il rischio di vedere respinto un disegno di legge.

Nel 1961 i cittadini del Canton Soletta furono chiamati alle urne una volta al mese. La nostra democrazia diretta esige il massimo impegno del cittadino. Può persino accadere che il cittadino sia obbligato ad accettare d’essere eletto. Nonostante tutte le possibili obiezioni, si può affermare che la fiducia nel popolo sovrano non è mai diminuita. Quel che conta è che sia il popolo a dire l’ultima parola. I partiti hanno indubbiamente perso parecchio del loro ascendente.

In Svizzera il supremo potere esecutivo (governo) è rappresentato dal Consiglio federale, composto di sette membri che agiscono collegialmente. La presidenza è tenuta dal presidente della Confederazione (eletto dalle Camere riunite per la durata di un anno), il quale non ha però più potere dei suoi colleghi di governo. Il presidente non può essere rieletto per l’anno successivo. I membri del governo (consiglieri federali) sono eletti dalle Camere riunite per quattro anni. Non possono ricoprire un’altra carica nè esercitare una professione. L’incontestabile forza di  cui gode il Governo è fondata sulla sua collegialità. Il potere non è concentrato in una sola persona, ma è suddiviso fra i membri del Consiglio federale, che condividono le responsabilità.

La ‘Landsgemeinde’: la più antica forma di democrazia

In cinque Cantoni o semicantoni tutti i ‘cittadini attivi’ si radunano all’aperto per eleggere il Landamano, il governo e i giudici e per deliberare sugli affari più importanti della comunità. Le forme originarie della Landsgemeinde sono più antiche della stessa Confederazione. Fin dal 1291 le Landsgemeinden indirizzarono i Confederati verso la forma più semplice e diretta della democrazia.

Nei due Appenzello vige l’Amtszwang, cioè l’obbligo di accettare una data carica pubblica. Nell’Appenzello interno ogni cittadino è  soggetto a questo obbligo fino al sessantacinquesimo anno: E’ tenuto a far parte delle autorità giudiziarie o di quelle amministrative per almeno 10 anni. Le Landsgemeinden sono forme estremamente interessanti della democrazia diretta, il cui contenuto non si esaurisce nel decoro esteriore e nel cerimoniale, che pure rappresenta uno spettacolo affascinante. La democrazia diretta mira a soddisfare, nei limiti del possibile, le esigenze e le aspirazioni di ogni singolo cittadino.

Il popolo svizzero ebbe più di ogni altro il tempo e l’occasione di forgiarsi in Stato. Cominciò la sua opera di costituzione nel 1291, lavorandovi poi per oltre cinque secoli, indisturbato, guidato solamente dalle grandi correnti dello spirito, per le quali non esistono confini nazionali. Ciò rappresenta un caso unico nella storia. Solo Napoleone e le potenze conservatrici del Congresso di Vienna si intromisero seriamente negli affari della Svizzera tra il 1798 e il 1815.

La sua democrazia quasi diretta rappresenta tuttora un caso particolare nel mondo.

N.B.- Sia la democrazia diretta delle Poleis del sistema ateniese, sia la Landsgemeinde cui risale la democrazia quasi diretta dei Cantoni Elvetici furono possibili perché i cittadini erano pochi. Il “Blueprint della democrazia diretta selettiva”, pubblicato da Internauta in ottobre, prevede una Polis attiva di cinquecentomila cittadini, selezionati ogni anno dal sorteggio.