CONTRO LA POLITICA ALLA “FIORITO”, UNA NUOVA DEMOCRAZIA

La domanda banale è, perché le prassi della Regione Lazio sarebbero peggiori di tutte le altre prassi della nostra politica? Non sono peggiori. A Roma e ad Anagni non c’è che l’accentuazione dialettale di un’identica realtà nazionale. La democrazia basata sulle urne promuove i peggiori e corrompe i pochi virtuosi, dunque lo Stivale politico è tutto Lazio. Per fare contenti gli estimatori dei costumi della politica, metti, bellunese o astigiana, diciamo che nella Polis dei discendenti dei Quiriti risaltano più che altrove i lineamenti porcini: la cosa pubblica come truogolo.  Altrove, in tradizioni meno edonistiche e più lontane dal letame, si evitano le enormità del trimalcionismo. Tuttavia è tale la normalità del male che ora si invoca l’abolizione delle Regioni, non solo delle Province: come se tale abolizione fosse cosa semplice. Aggiungiamo: c’è differenza sostanziale tra le sconcezze alla Fiorito e quelle di ogni altro livello della cleptopolitica partorita dalla Più Bella delle Costituzioni? Ci mancava il bunga bunga per sdoganare ogni possibile trasgressione.

L’Italia che soffre le patologie più gravi rispetto a ogni altra contrada della democrazia elettoralistica dovrebbe essere prima a produrre anticorpi e a concepire autoterapie. Ma ha smesso da secoli d’essere reattiva e di creare. Nei millenni aveva inventato parecchio, valori come disvalori: una tribù pastorale che diventa grande impero e plasma  l’Occidente; i Comuni faziosi e prosperi; il Papato temporale; il paganesimo rinascimentale. Poi l’estro si spense e nei successivi cinque secoli la creatività traslocò for good. L’Italia fece qualcosa di originale solo col dannunzianesimo e con la Marcia su Roma. La modernità in camicia nera fu una novità non piccola, ammirata e persino imitata. Oggi i soli creatori sono gli stilisti ermafroditi della Moda.

Eppure, se qualcosa è rimasto di quello che fu il nostro talento, non dovremmo essere noi discendenti di Scipio, Botticelli e Pico della Mirandola a inventare per primi  la cura di una lebbra partitica che devasta noi più che i nostri cugini e cognati d’Europa?

Michele Serra, scrivendo il 20 settembre sui furti orgiastici della Pisana (cui sono spettati i legislatori più sguaiati, non più ladri, dello Stivale+Isole) sostiene bugiardamente che c’è un capobastone Pdl in ciascuno di noi, che l’Italia è abitata da 60 milioni di Fioriti. E’ una scempiaggine, una manifestazione isterica, naturalmente. A parte che i tanti milioni di iscritti all’anagrafe, anche volendo, non saprebbero rubare come i ns/ politici professionisti, l’Italia ha forse il volontariato più vasto di tutti; e quelli del volontariato si sacrificano per i loro slanci come Michele Serra non immagina (deve frequentare solo politici e intellettuali progressisti). Quelli del volontariato arrivano a fare a piedi le strade della metropoli per poter pagare il tram che porta alla mensa fuori città: lì sfacchinano a servire pasti ai poveri e a nettarne i tavoli.

Ma Serra prorompe inaspettatamente  nell’esclamazione “Non mi convince la Democrazia Diretta” (perché, appunto, siamo tutti Fioriti). Dunque, nella disperazione di scoprire che la sua Repubblica è tutta Lazio, Michele Serra attesta a contrario  che la sola alternativa al male assoluto che abbiamo è la Democrazia (quasi) Diretta. Bravo Serra. ha visto la Luce! Non c’è che cestinare la Costituzione -l’Atto di proprietà che intesta il paese ai ladri- e cacciare tutti i politici, cominciando da chi non fa altro dal 1945 e ci è costato vari milioni di soli emolumenti legali. Per cacciare tutti e presto sarebbe ottimale il colpo di Stato. Però la sacrosanta Antipolitica, fattasi gigantesca, potrà forse fare da sé, senza carri armati, se accelererà un processo rivoltoso delle coscienze che è già cominciato, grazie a Dio.

Vent’anni fa l’America sembrò avere scoperto con Ross Perot che la democrazia poteva smettere d’essere rappresentativa, cioè truffaldina: “Se sarò eletto presidente governerò insieme ai cittadini, che sono the owners of America. Sottoporrò loro tutte le decisioni, risponderanno con tutti i mezzi delle tecnologie”. Perse onorevolmente e la democrazia elettronica cadde in letargo, l’America è rimasta plutodemocratica. Però la Svizzera, ufficialmente una democrazia diretta, funziona bene a referendum: su tutto l’ultima parola è dei cittadini, non dei politici.

La democrazia diretta assoluta, con 300 milioni di decisori in USA e 60 milioni in Italia non è concepibile. Però il referendum sovrano sì. E poi si potrà fare come ad Atene: lì la Polis era divisa in dieci segmenti i quali governavano e legiferavano a turno, e potevano farlo perché erano in pochi.  Destinato il suffragio universale ai soli referendum (resi agevoli, numerosi e onnipotenti) e cancellata la rappresentanza, determineremmo condizioni ateniesi ed elvetiche riducendo la Polis attiva a 300 o 500 mila super-cittadini, sorteggiati per un turno semestrale tra categorie molto qualificate, in possesso di requisiti oggettivi o meritevoli per opere svolte, con divieto di rinnovi perché non rinasca la professione politica. Tra i supercittadini si sorteggerebbero tutte le figure oggi elettive o prodotte da alleanze e maneggi. Beninteso, una sola Camera, di 100-150 sorteggiati per 6 mesi. I partiti, sciolti e costretti a restituire il maltolto. I costi complessivi, ridotti di nove decimi. Campi di lavoro coatto per quasi tutti gli ex-politici.

Col crescere in importanza degli uffici da ricoprire, il sorteggio si farebbe in segmenti di supercittadini progressivamente più qualificati e più ristretti: il ministro delle finanze sarebbe scelto, a sorte, tra i 30 o 50 più competenti delle finanze. Come in Svizzera, i ministri più importanti si alternerebbero nella guida del governo. L’imperativo assoluto: azzerare fino all’ultimo i professionisti della rappresentanza. Ad Atene si arrivava ad essere Arconti per un giorno, e il giorno dopo tornare a zappare sotto gli ulivi.

A.M.Calderazzi

25 APRILE 2013, UNA NUOVA LIBERAZIONE

Aggravatasi paurosamente la crisi, inferocitosi l’odio per i partiti, il 25 aprile 2013 l’Uomo di fegato ha preso il potere senza colpo ferire. Ha applicato alla lettera il metodo di Miguel Primo de Rivera, quella volta di novant’anni fa in Spagna: accordi tecnici tra i principali comandanti territoriali, perfetta sincronizzazione degli interventi, niente impiego delle armi, pura e semplice destituzione dei gerarchi e notabili del regime. I più non hanno fiatato, i meno sono stati ospitati in amene località montane.

Il 26 aprile 2013 giornali e teletestate non sono usciti o presentavano vasti spazi vuoti; quelli del giorno successivo inclinavano già a capire le ragioni del Movimento; un altro giorno ancora e le Grandi Firme, i Pensosi Opinionisti e i Testimoni del Tempo, insomma le icone del pensiero democratico, hanno preso ad inneggiare all’Uomo di fegato.

Camusso, Landini e ogni altro leader sindacale sono stati prontamente guadagnati al colpo di stato. Portati subito nella tenda del comando supremo, l’Uomo di fegato ha spiegato loro, libri di storia alla mano, che a partire dal 1923 il capo dei sindacati spagnoli Francisco Largo Caballero -il ‘Lenin spagnolo’, futuro capo del governo repubblicano cioè rosso- fu l’ascoltatissimo consigliere ufficiale di Primo de Rivera: questo perché il Dictador volle essere primo nella storia moderna di Spagna a innovare dalla parte del popolo: case, ospedali, avvio delle pensioni e delle assicurazioni sociali. Nacque allora il Welfare iberico, e in più si attuò un vasto programma di opere pubbliche (strade, canali, ferrovie, persino paradores) che dettero occupazione. Niente scioperi ma parità tra capitale e lavoro in organismi d’arbitrato obbligatorio. Nessuno storico nega il consenso quasi unanime che andò al regime militare nel primo quinquennio, prima che i forti interventi statali ingigantissero il debito, e prima che arrivasse la Grande Depressione.

Messa così, è chiaro che l’Uomo di fegato del 2013 è deciso a correggere la rotta della nave, a cancellare gli eccessi del capitalismo. Per indebolire l’onnipotenza del diritto di proprietà e la prepotenza del mercato ha sospeso anche il Codice civile e ha cassato il concetto del diritto acquisito. Con un decreto entrato in vigore di notte ha espropriato le grandi fortune, mandando in esilio quanti hanno cercato di esportare i capitali. Ha dichiarato di non sapere rilanciare la crescita; pertanto la società andrà riorganizzata nella presunzione della decrescita. Le grandi masse dovranno vivere con un po’ meno, i privilegiati con moltissimo meno. A tutte le famiglie sarà garantito il minimo vitale. Il governo del Dictator ha notificato l’uscita dall’Alleanza occidentale e la rinuncia a tutte le operazioni internazionali, a parte rari e autentici interventi caritatevoli.

Il sistema derivante da queste riforme non sarà fondato sulla libera iniziativa; i suoi parziali lineamenti neo-collettivistici avranno poco in comune con i fallimenti del marxismo. Questi sconvolgimenti non li attueranno i militari dell’Uomo di fegato: troppo impreparati, in ogni caso troppo pochi. Si aprirà l’era della democrazia diretta selettiva, senza più elezioni. Tra i cittadini più qualificati per capacità professionali e meriti civici quali il volontariato, il computer centrale estrarrà una Polis ristretta, per turni non rinnovabili di pochi mesi. Assistiti dai tecnici e dai burocrati, i circa cinquecentomila ‘supercittadini’ saranno decisori e gestori. Mai più politici di mestiere.

Il meccanismo congegnato dall’Uomo di fegato avrà molti difetti, eppure risulterà preferibile a quello, insopportabilmente pessimo, cancellato con le brusche. Lo dimostrerà ad abundantiam l’approvazione del popolo. In Spagna i primi anni della gestione primo riverista furono i migliori tra il crollo del parlamentarismo dei notabili e la Guerra Civile.

l’Ussita

UN PENSIERO NUOVO PER LA SALVEZZA

Il 5 marzo 1997, undici giorni esatti dopo la tremenda accusa di Sergio Cofferati al governo semi-pidiessino di Romano Prodi (“Non ha fatto nulla per creare occupazione”), abbiamo avuto il secondo colpo di palazzo (reale) dell’ultimo cinquantaquattrennio. Nel primo, il Re Imperatore depose il cavaliere dell’Annunziata Benito Mussolini e lo fece arrestare dai carabinieri del maresciallo Badoglio, anch’egli cavaliere dell’Annunziata. Nel secondo colpo l’Inquilino del Quirinale O.L.Scalfaro ha provato ad assumere dei semi-poteri d’eccezione. Ha convocato Prodi e mezzo governo per dirsi pronto a “firmare provvedimenti d’emergenza” sulla disoccupazione. Plauso dei sindacati, così pensosi del bene collettivo.

Non sarà lo scrivente, che considera la Seconda repubblica peggiore della Prima, dunque destinata a finire male, a deplorare l’attentato di Scalfaro alla Costituzione-una-delle-più-avanzate-al-mondo. Costituzione che sarà magistrale ma non prevede la meritata gogna per il Conduttore della partitocrazia: in questo caso un professore bolognese a lungo ipnotizzato dal capo del Partito della Recidiva comunista. Vadano in malora la Recidiva, il Bolognese e  la macchina costituzional-politica che lo ha installato a palazzo Chigi.

Resta però l’emergenza lavoro. Non è solo italiana: si vedano 4,8 milioni di disoccupati nella vigorosa Germania; e si veda la tempesta che infuria questi giorni per il tentativo della Renault di liberarsi di seimila persone superflue. Poiché 3100 di tali superflui sono occupati nello stabilimento Renault di Vilvoorde (Belgio), il capo del governo di Bruxelles, Jean-Luc Dehaene, ha condannato aspramente il tentativo dell’azienda francese. Ha invocato non solo “un’autentica regolazione sociale” e “chiare misure d’armonizzazione sociale” ma anche “controlli contro i disinvestimenti”. Si è unito alle rampogne il sovrano Alberto II, subito promosso da ‘Repubblica’ a “Re delle tute blu”.

Capito? Credevate che Bertinotti, recidivo in cachemire, avesse plagiato il patron di Nomisma, e basta. Invece no: Jean-Luc, momentaneo gestore di un contesto ipercapitalista anzi plutocratico quale il Belgio, si mette  a maledire il mercato; e così pure il suo Sire e il presidente della Commissione europea, Jacques Santer.

Nel 1996 Renault ha perso circa 1500 miliardi di lire e una parte della sua produzione resta invenduta: anche perché l’Europa intera ha una sovracapacità di 3-4 milioni di veicoli. Non ci sono abbastanza compratori, il mercato è saturo. Se governanti come i summenzionati tentano di impedire alla Renault di ridimensionare una produzione generatrice di perdite, vuol dire una cosa assai semplice e assai grave: si tenta di rilanciare l’assistenzialismo; di ricacciare indietro la storia; di far andare il fiume dal piano al monte. Ecco il senso della ‘badogliata’ di Scalfaro: “Sono a disposizione per firmare decreti che creino lavoro”.

Se lo tolga dalla testa. Lo Stato -il nostro, quello belga, francese, tedesco, eccetera- non ha più le risorse per creare attività. Se le avesse, dovrebbe destinarle ad altri scopi (il tracoma in Africa, p.es., non la prosperità piccolo-borghese, con seconda casa, dei dipendenti di Vilvoorde). Il lavoro lo crea l’economia cioè la realtà, non il governo. Il governo è giusto dia un soccorso a chi ha perduto il pane. Il governo genera solo lavoro falso, cioè prodotti senza acquirenti. Oppure crea ‘infrastrutture’, ossia cose che le società ipersviluppate hanno già in eccesso:  autostrade e aeroporti elettorali,  università ciascuna delle quali sforna disoccupati o spostati (a volte molto bravi: mai sentito parlare  dei laureati a spasso? Degli ingegneri messi in libertà?). Oppure ancora il governo può elargire incentivi, per esempio per la rottamazione di auto. Ma sono un doping, drogano il mercato. Infatti, passati gli incentivi, la Renault ha bisogno urgente di licenziare. Nessun Tesoro dell’Occidente dispone di attivi da destinare alla creazione di posti di lavoro, veri o finti che siano, perchè non può collocare d’imperio ciò che gli esuberi producono.

Allora. Se lo Stato, qualunque Stato, non può/non deve fare quasi più niente per giustificare buste paga, e intanto la globalizzazione incalza con minacce ancora più scure di quelle che conosciamo, da dove verrà il pane per i disoccupati? I politici che gestiscono o malversano l’Occidente non hanno più risposte. Gli economisti della cattedra, dei think tanks, delle banche, delle corporations, delle foundations, delle confederazioni, neppure. Le soluzioni vanno cercate fuori dell’ufficialità, dell’Establishment, del know-how riconosciuto dai media. Vanno cercate ovunque ci sia intelligenza creativa, coraggio fino all’estremismo visionario, in ogni caso noncurante della correttezza politica.

Ecco un soluzione, che non viene da un teorico ma da un imprenditore, abituato a confrontarsi coi problemi reali: il Contratto libero. “Dare ai giovani e a tutti la possibilità di scegliere, al momento dell’assunzione, tra i contratti di lavoro esistenti e un nuovo Contratto Libero: quest’ultimo organizzato su paghe più alte, tasse e contributi più bassi, sanità e previdenza a scelta e a carico del lavoratore. L’idea base è di saltare (quasi) completamente le intermediazioni pubbliche ( Stato, sindacati, associazioni), dare ai dipendenti più reddito e più responsabilità. Il Contratto Libero creerebbe nuovi posti di lavoro e alleggerirebbe il contribuente di oneri per assistenza e previdenza. Una rete di protezione per i più deboli, i più imprevidenti, perfino i più fannulloni assicurerebbe un Reddito Minimo Sociale, crescente coll’età e indicizzato all’inflazione”.

E’ possibile confutare questa o quella delle proposte dell’ingegnere-imprenditore milanese che si firma Peter Pan, non la loro logica complessiva: a meno di non volerle contrapporre una logica complessiva ancora più drastica e dirompente. Peter Pan non addita utopie, bensì temperamenti e razionalizzazioni dell’esistente.  Quando l’economia sociale di mercato e la ‘bonomia’ del capitalismo sono rimaste nude occorre ascoltare gli eterodossi. Occorre rifiutarsi al consenso, alla saggezza condivisa, al plauso delle confederazioni. Oggigiorno, nel mercato globale, il Contratto Libero o altre formule di rottura possono dare pane, non i vertici e i decreti di Scalfaro. Non le ingiunzioni di Dehaene o le allocuzioni al burro di Alberto del Belgio. E nemmeno le algebre liberiste dei grattacieli della finanza.

Erano pensieri del 1997. Oggi che le cose sono peggiorate, gli spunti innovativi offerti da Peter Pan ingegnere imprenditore -era Giorgio Peterlongo, di cui lo scorso maggio Internauta pubblicò l’e-book Lo Stato siamo noi- sembrano in qualche misura affiorare nel piano Ichino, cui  dicono si ispireranno le innovazioni di Mario Monti in materia di lavoro. Ma se il finanzcapitalismo  corrente non coglierà la ragionevolezza di metter fine alla consociazione coi sindacati conservatori e coi politici ladri; di ripudiare lo Stato imprenditore produttore di  debiti; di abiurare la fandonia della crescita permanente; di fingere di non sapere che i paesi nuovi sapranno produrre ‘tutto’ per il pianeta intero; allora dovrà sorgere un Pensiero ancora più nuovo.

Dovrà proporre il ritorno generale alla parsimonia, e anche alla povertà;  la cancellazione-avocazione della ricchezza dei pochi; la caduta degli imperativi della produttività e della proprietà individuale. Il Pensiero non delle riforme ma della rivoluzione intimerà a dare la certezza del pane -e poco più del pane- a tutti grazie alla condivisione quasi-egualitaria, al semi-socialismo e alla disciplina delle gilde, dei conventi e dei kibbuz. Le vacche sono macilente, non è più tempo di rising expectations e  di salvataggi di Stato. Addio all’edonismo, sia  elitario sia di massa. Abbiamo ballato, come raccontò un film, la sola estate di Craxi Prodi D’Alema Berlusconi.

A.M.C.

 

LA DEMOCRAZIA E’ UNA FINESTRA DIPINTA

Panfilo Gentile contro il suo tempo

“Gran parte dell’opinione pubblica non corrottasi respirando l’aria viziata dei partiti ritiene che in Italia la democrazia sia soltanto una finestra dipinta. Quando passo dinanzi a Montecitorio so che il parlamento è ancora un organo costituzionale superstite e formalmente non revocato, ma l’interferenza dei partiti lo rende prigioniero e lo degrada a semplice camera di registrazione. I segretari dei partiti nei loro conventicoli decidono e mandano. Il Parlamento deve mettere solo il sigillo. E’ il notaro dei partiti”.

Quando Panfilo Gentile scriveva queste cose, oggi talmente accertate da apparirci banali, la partitocrazia imperversava da non più di tre lustri. Non era, come oggi è, recidiva da poco meno di settant’anni (a far data dal Congresso di Bari, quando Vittorio Emanuele e Badoglio gestivano il Regno dall’umile prefettura di Brindisi). Però Panfilo Gentile aveva capito come si metteva. Nato all’Aquila nel 1889, era stato dissenziente dal regime fascista e già si trovava dissenziente da quello antifascista. Fece quel che poté in area liberale, scrisse sul ‘Corriere della Sera’ e dove altro accettavano i suoi articoli; nel ’52/53 diresse la ‘Nazione di Firenze; stese libri,  tra cui questa  “Polemica contro il mio tempo”, Volpe editore, Roma 1965, il cui cuore era il capitolo “La degenerazione oligarchica della democrazia”. Una degenerazione, secondo Panfilo Gentile come secondo  Maurice Duverger (“Les partis politiques”, Parigi 1958), assolutamente fatale, e non solo in Italia, in Francia (ma De Gaulle qualche modesta correzione la farà con la Quinta repubblica), nella Spagna del dopo Franco. Osservava Panfilo: “Il regime democratico, secondo gli schemi degli scrittori politici di tipo giacobino, non è mai esistito e mai potrà esistere in nessun luogo. Se tra i nostri lettori vi è qualcuno che abbia studiato Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, saprà che la teoria delle élites ha dimostrato l’impossibilità storica dell’ideale democratico”.

Peraltro il Nostro non concepiva un’alternativa all’esistente: “Siamo semplici osservatori, non medici sociali. Ci basta associarci all’opinione assai diffusa che la nostra classe politica è un’oligarchia di mezze calzette”. Precisava che “i beneficiari dell’usurpazione costituzionale in realtà non sono i partiti ma i loro dirigenti, e le due cose non vanno identificate. I partiti sono insieme al Parlamento vittime dell’operazione para-totalitaria che stiamo descrivendo. Individui senza scrupoli cominciano col sottomettere un partito (…) restare poi al comando è un gioco da bambini: Nascono così tanti piccoli dittatori interni, i quali debbono solo mettersi d’accordo tra loro per tenere sottomesso il paese”. Chiesero a Chateaubriand se per avere successo in politica fossero necessarie molte qualità. P.Gentile sottolineava la risposta dell’autore del Génie du Christianisme: “Occorre piuttosto saper perdere le qualità. Infatti l’ascesa nel partito è riservata agli elementi più spregiudicati ed affetti da quella specie di paranoia che è propria di coloro che si dedicano al professionismo politico”.

Altra constatazione sconsolata del dimenticato pensatore aquilano: “Si attingono miliardi alle casse statali e parastatali per finanziare i partiti, per far uscire giornali passivi, per regalare sovvenzioni (…) Si ricordi per tutti il caso dell’Eni e l’accorata denuncia di don Surzo. Non meno di tre quotidiani di proprietà dello Stato sono a disposizione degli oligarchi”.

Lo storico fallimento di uno studioso dalla vista così acuta fu che fece solo l’osservatore. Non seppe progettare, né accorgersi del nuovo che fatalmente arriva: per esempio sono arrivati i computer e Internet. P.Gentile aveva ragione ad essere contro il suo tempo. Era un tempo senza idee che non fossero vecchie. Gli sarebbe servito il coraggio di rifiutare le soluzioni di un Ottocento prolungato, allora, fino a La Malfa, Taviani, Moro, Togliatti ed altri scopritori dello stantio pari ai nostri Franceschini, Scaiola, Vendola e simili. A Panfilo Gentile sarebbe servita la fantasia di riscoprire il passato remotissimo: il passato in cui Atene inventò ‘tutto’ della democrazia. Compresa la futura democrazia diretta/elettronica, allora chiamata agorà.

JJJ

SPAGNA: Piazze antisistema

E’ presto, forse, per vedere la madrilena Puerta del Sol, nera di giovani, altrettanto insurrezionale quanto le piazze della rivoluzione araba. Anche se Felipe Gonzales, il padre nobile della partitocrazia all’italiana, a lungo capo del governo e dunque massimo bersaglio dell’antipolitica, ha commentato che il fenomeno “sigue la estela” delle rivolte del mondo arabo (così come i Re Magi seguirono la Stella per raggiungere Betlemme). Nel capire e persino elogiare l’ammutinamento cominciato il 15 maggio Felipe fa l’elder statesman. Legittima, o mostra di legittimare, l’ammutinamento: “Dicono che votare non vale niente” “Reclamano una cittadinanza permanente e non solo ‘de voto’. E’ sensazionale che i politici importanti hanno accuratamente evitato di attaccare i manifestanti (a parte Mariano Rajoy. capo dell’opposizione conservatrice, il quale ha borbottato: ”lo facil es criticar a los politicos”). Il presidente Zapatero è stato pieno di rispetto per gli Indignati. Esperanza Aguirre ha additato il significato antisistema degli avvenimenti nelle piazze delle grandi città. Inaki Gubilondo ha deplorato il ‘narcisismo dei partiti” e affermato che dovranno rifondarsi.

E’ presto, dicevamo, per presagire grosse svolte. Non è presto, invece, per constatare che gli Indignati spagnoli hanno precorso in inventiva i coetanei italiani, i quali finora hanno solo trasferito voti dai partiti tradizionali a un partito potenziale, restando ostaggi della malapolitica. I gridi di battaglia spagnoli sono più netti: NO LES VOTES, Un politico vale l’altro, La democrazia deve essere reale e non consistere nelle elezioni.

Finito il franchismo, la Spagna imboccò in spirito d’imitazione la via della combutta all’italiana, vituperevole all’estremo soprattutto in quanto fatta per degenerare in corruzione sistemica. Oggi Puerta del Sol è una rettifica, un inizio di redenzione.

Gli italiani, che nei millenni inventarono tante formule di civiltà, non sono stati all’altezza del loro passato. I nostri giovani non si sono ancora spinti oltre posizioni vagamente trasgressive, mai eticamente superiori alle trasgressioni di Arcore e Montecarlo. Invece i giovani spagnoli sembrano avventurarsi in territori inesplorati, col coraggio che fece grandi gli avventurieri delle conquiste, partiti soprattutto dall’Estremadura. Il territorio della nuova Conquista è, a lume di logica (ma lo affermano implicitamente i rivoltosi), quello della democrazia diretta e non delegata; della politica senza politici di professione e senza partiti e massonerie di potere.

Non è affatto da escludere che il movimento perda slancio, tanto potente è la forza d’inerzia e tanto trepida non può non essere la vocazione rivoluzionaria in un paese che combattè la più aspra e la più nobile delle guerre civili.  E’ acquisita ad ogni modo l’audacia concettuale di rifiutare finalmente l’impostura elettorale. Forse i giovani di Puerta del Sol inventeranno o almeno cercheranno un congegno di democrazia diretta che abbia senso nel XXI  secolo. Forse sarà affine al congegno neo-ateniese e randomcratico che alcuni di noi di “Internauta” proponiamo con convinzione assoluta. Più appare un’ubbia, più futuro ha.

A:M:Calderazzi