QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

OSTELLINO FA IL CATONE L’UTICENSE MA SBATTE LA TESTA CONTRO IL FUTURO

Nella sua coerenza di ultimo dei minghettiani (nel senso di legittimisti del liberalismo), Piero Ostellino rimbrotta si può dire ogni giorno dal ‘Corriere’ l’intero popolo dello Stivale perché non si attiene a Adamo Smith. A modo suo, l’ex-direttore ha qualche ragione. Perché rinunciare a tre secoli di tradizione liberale, sia pure mummificata, allorquando il pensiero marxista è morto e il suo solo sfidante, la dottrina sociale della Chiesa, sembra Sisifo: ogni volta che si avvicina alla cima del monte, il macigno che è condannato a issarvi rotola giù a valle. A un certo punto scende in campo un superpapa un po’ argentino: e non succede niente. Il masso rotola.

Ci sarebbero, deve ragionare Ostellino, tutte le condizioni per ingiungere “Alzati dalla tomba” al liberalismo di Marco Minghetti. Invece nessuno ne vuole sapere. I nostri politici e politologi danno dispiaceri all’ex-nume di via Solferino. Allora, chi prende sotto la protezione del suo mantello protoliberale? Il Partito democratico e i sindacati. Se non ci credete, leggete “La rottamazione fa male alla Sinistra” (Corriere 29 ottobre ’14).

Chiarisce Ostellino: “Personalmente non nutrivo e non nutro alcuna simpatia per la signora Bindi né per Massimo D’Alema. Ma ciò che inquieta è che in gioco non sono loro, ma una parte della nostra storia, della nostra tradizione politica, e con essa il futuro del Paese. Il Pd avrà i suoi difetti ma rappresenta pur sempre alcuni milioni di cittadini. Di una sinistra decente e sanamente riformista c’è bisogno. Ciò di cui non c’è bisogno è  un nuovo duce” (sarebbe Matteo Renzi).

Se Bindi e D’Alema non suscitavano le simpatie dell’ex-direttore scientifico dell’Ispi di Milano, dove la troverà un’incarnazione amabile della sinistra “decente e sanamente riformista”? E se essa incarnazione non è a portata di mano, se i Cuperlo i Civati i Mineo   gli appaiono scarsini come competitori di Renzi, non siamo autorizzati a sospettare che non di una sinistra migliore Ostellino sente necessità, bensì di un altro David Ricardo che si alzi dalla tomba come Lazzaro di Betània, fratello di Marta e Maria?

Insomma il nucleo dell’intervento di cui ci occupiamo non è propriamente il ritorno in salute di una sinistra che boccheggia;  bensì la resurrezione del liberalismo. La sostanza dell’argomentare dell’ex-grande di via Solferino è la filippica contro Renzi, colpevole di infischiarsi della scuola liberale. Lo imputa di “un’operazione personale di potere per liberarsi dei concorrenti”, di una irrisione dei sindacati “che coll’aria che tira è come sparare sulla Croce Rossa”. Infuriato al punto di definire “ragazzotto fiorentino” uno che ha dimostrato di sapere il fatto suo come nessun altro, Ostellino se la prende con un “Paese cialtrone”, con gli italiani che rischiano di “finire nel tunnel di una ridicola autocrazia mascherata da riformismo, che attraverso la leva fiscale faccia perdere loro le libertà individuali”.

Ecco il senso vero della disfida del Nostro: protestare perché qualche calcio negli stinchi del regime, invece di venire dai soliti innocui -i sindacati; i sinistri duri e puri che mai dettero vero fastidio all’One Per Cent- promette d’essere sferrato da un fiorentino che non ha riverenza per i padri nobili, destra o sinistra non importa. A Ostellino, nella concitazione, sono sfuggite persino allusioni a qualche affinità “con Stalin, Hitler e Mussolini” di un Renzi “che le stigmate dell’autocrate le ha tutte”.

Insomma, Piero Ostellino fa il Catone l’Uticense, pronipote diminutivo del Catone importante. Diminutivo, però difensore ostinato della tradizione repubblicana, senatoria, cioè classista/oligarchica, agghindata all’antitirannica. Avversò quel poco che poté Giulio Cesare, salvo a suicidarsi quando fu sul punto di cadere nelle mani del Dictator (il quale verosimilmente avrebbe perdonato lui come perdonò non pochi nemici sconfitti).

Ci permettiamo un consiglio: Ostellino torni a rimuginare su David Ricardo. Lasci perdere l’Uticense: pestava l’acqua nel mortaio, non piacque molto a Cicerone, cadde in sospetto di Pompeo di cui era luogotenente. Soprattutto, si avviticchiava al passato, laddove Cesare inventò un impero semimillenario.

Non finga Ostellino di avere a cuore il ruolo della nostra sinistra, così immeritevole. Lo angoscia piuttosto la morte del liberalismo,  farmaco scaduto da ben oltre un secolo. Ce l’ha con Renzi come l’Uticense con Cesare. Ma anche Renzi, come Cesare, cerca di inventare un futuro.

A.M.C.

10 IDEE SPERIMENTALI PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Idee perché il Pd, partito meno pessimo degli altri, si dia un programma aggressivo ma condivisibile dai tanti che detestano le sinistre

Sono da rifiutare tutti i partiti di oggi. Quelli di domani avranno natura opposta: sodalizi di ideali invece che associazioni a rubare/usurpare. La democrazia diretta cancellerà la delega elettorale e le urne, selezionerà ‘random’ un corpo politico ristretto, qualificato e non di carriera -la nuova Polis- che a turni brevi, non rinnovabili, fornirà i decisori, li affiancherà e controllerà col computer in tempo quasi reale. I partiti saranno modesti incubatoi di ipotesi e seminari.

 

Nell’immediato, tuttavia, c’è un partito, il Pd, forse meno ripugnante degli altri. Per offrirsi almeno quale male minore deve assumere i contorni precisi che non ha. Un suo manifesto programmatico dovrebbe premettere: Vogliamo un’innovazione avanzata, vogliamo la demolizione di parte dell’esistente, ma non siamo sinistristi. Le sinistre hanno perso quasi tutte le battaglie, e le vittorie conseguite, cominciando da quelle sindacali, sono state di Pirro. Siamo la gente, quasi tutta la società, che aspira a pensare e ad agire affrancandosi in parte dal passato.

 

  1. Le leggi del mercato e della proprietà non sono eterne: vanno emendate. I diritti acquisiti non sono sacri bensì ridimensionabili. E’ imperativo cancellare gli eccessi di disuguaglianza. Il fisco dovrà arrivare ad avocare i redditi più alti, retribuzioni bonus liquidazioni e vitalizi compresi. Se individui o segmenti sociali minacceranno di abbandonare l’Italia, il loro esodo non sarà contrastato: però coloro che esporteranno i capitali e in altri modi saboteranno il nuovo corso dovranno lasciare fisicamente il territorio nazionale ed essere espropriati della metà dei beni (comunque intestati: il Codice civile va riformato). Le persone e le categorie renitenti saranno sostituite da giovani  volenterosi e meno esigenti. L’esodo dei veri e propri redditieri sarà incentivato, visto che di fatto contribuirà a ridurre le iniquità tra i cittadini.
  2. Se queste ed altre misure andranno contro il liberismo dell’Europa, è ipotizzabile l’uscita dall’Unione.
  3. Le conquiste delle lotte sindacali saranno attenuabili. I privilegi dei lavoratori iperprotetti saranno ridimensionati tanto quanto quelli dei proprietari di beni e dei titolari di diritti  acquisiti. I conflitti di lavoro, scoraggiati e quando occorra proibiti gli scioperi, saranno composti da organismi paritari di conciliazione obbligatoria. Le manifestazioni nei centri urbani saranno tendenzialmente vietate. I cortei violenti, le occupazioni di luoghi pubblici, strade, ferrovie, ecc. verranno repressi anche con mezzi più punitivi quali i ‘water cannons’.
  4. Le imprese che saranno accertate come non competitive dovranno chiudere. Ai senza lavoro sarà assicurato un sussidio commisurato, quale che sia il loro precedente livello retributivo, alle esigenze vitali minime delle famiglie dei ceti popolari.
  5. Il Partito democratico ripudia l’atlantismo e si impegna a ridurre dei tre quarti le spese belliche e quelle diplomatiche, di rappresentanza e prestigio, cominciando dal livello  più alto. In particolare saranno azzerati gli stanziamenti per ogni capacità offensiva delle Forze armate; queste ultime saranno dimensionate alle sole esigenze difensive, di polizia e ordine pubblico. L’uscita dall’Alleanza atlantica comporterà la fine delle nostre missioni militari all’estero, a parte i rari casi in cui la vicinanza geografica imponga limitati programmi umanitari.
  6. Per avviare la riforma generale dello Stato la Costituzione va sospesa, e così pure l’operatività della Corte costituzionale. Il Parlamento sarà ridotto ad una sola Camera di circa 200 membri, e nella stessa misura si abbasseranno le dimensioni, i costi e i compensi di tutti gli organismi elettivi. Cancellati i vitalizi. Il Consiglio dell’economia e del lavoro verrà abolito assieme ad alcune migliaia di enti inutili, province comprese. I Comuni andranno accorpati. Il personale superfluo non sarà assorbito da altre amministrazioni e riceverà il limitato sussidio di cui sopra. L’abbassamento del suo tenore di vita non costituirà un’emergenza collettiva; anche perchè colpirà tutti i dipendenti pubblici e quelli delle imprese senza mercato.
  7. Una patrimoniale severa e progressiva dimezzerà il debito pubblico. Solo i beni e le attività  caritatevoli beneficieranno di sgravi e di contributi. Nessun sostegno ai partiti e loro organizzazioni e media. L’afflusso dall’estero di lavoratori a basso costo e l’asilo politico saranno scoraggiati. L’accoglienza sarà sostituita da importanti iniziative di soccorso e sviluppo nei paesi d’origine, iniziative da attuare direttamente e sotto nostra protezione armata. I paesi i cui governi non accetteranno queste modalità non saranno aiutati.
  8. I disoccupati, prima di tutto giovani, vedranno ridotti i sussidi man mano che, per non più di tre volte, rifiuteranno i lavori loro proposti. La scuola nobiliterà coi suoi mezzi il lavoro manuale qualificato, anche per contrastare l’attrazione sui giovani delle carriere impiegatizie e delle libere professioni considerate prestigiose. Alcune di queste ultime dovranno essere scoraggiate da riforme strutturali e da modifiche normative: per esempio si ridurrà, assieme al familismo/nepotismo, il bisogno di avvocati, consulenti tributari, odontoiatri, addetti alla comunicazione, alla pubblicità, ecc. Ai notai saranno tolti privilegi, attribuendo parte delle loro funzioni ad altri pubblici ufficiali e abbassando le loro tariffe. Lo sport professionale, la moda, lo spettacolo, parte delle attività culturali e dei media, le produzioni  senza utilità sociale non riceveranno fondi pubblici. La Rai sarà privatizzata, il canone abolito. Il contribuente darà limitati sostegni alle sole attività di contenuto elevato e ai programmi specifici a favore dei disabili e degli svantaggiati.
  9. Lo Stato e la mano pubblica promuoveranno stili di vita e di consumo più semplici. Tutte le espressioni del lusso e del superfluo saranno colpite da prelievi supplementari, i cui ricavati copriranno il (misurato) sostegno ai larghi segmenti sociali che perderanno il reddito. La ‘Italian way of life’ sarà più consona alla tradizione, cancellati però i privilegi della ricchezza e ristrette  secondo bisogno le libertà del demo-capitalismo consumista e plutocratico.

10. I giovani, i disoccupati e le famiglie disposte a sperimentare modi di vita innovativi riceveranno incentivi se si associeranno in kibbuz, confraternite laiche o no, comunità e gilde, al fine di lavorare e vivere insieme: non solo per affermare modelli nuovi, egualitari e solidali, anche per abbassare i costi del sostentamento nella realtà dell’impoverimento diffuso e del rigetto del benessere consumistico.

L’assieme di queste proposte e di altre collegabili apparirà utopico. Ma se la maggioranza sociologica si farà coinvolgere dal concetto di un’innovazione avanzata in contesto semicollettivista e solidale, scevro di velleità antagonistiche e trasgressive, le apparenze utopistiche si depotenzieranno e un avvenire semi-socialista farà meno paura.

Antonio Massimo Calderazzi