CHE DIO ESISTA, NON OCCORRE PER VIVERE IL SENTIMENTO RELIGIOSO

Umberto Veronesi, l’oncologo, ha fatto bene a testimoniare con un libro Il mestiere  di uomo  a una verità sua e di molti: il cancro è la prova che Dio non esiste. Di fronte a un Padre che, come il dio Crono, divora i suoi figli, è umano che molti concludano, il Padre non c’è. Veronesi è ultimo di un corteggio smisuratamente lungo di uomini atterriti da quella che sentono come la ferocia della Divinità. Uomini che si macerano su altre durezze  di un Creatore detto infinitamente buono:  le tante Shoah, le guerre, i delitti del Male, lo stesso dover morire. Se Dio è onnipotente, può cancellare il male e il dolore del mondo. Non cancella, allora non esiste. Oppure è impotente, che dio è?

L’eresia manichea dei Bogomili, dunque anche dei càtari albigesi, postulava fino alla fine dei tempi un Dio sconfitto, inferiore a Satanaele signore del creato e della storia. Così depotenziando Dio, l’eresiarca bulgaro lo assolveva del trionfo del male. Invece chiamando Dio onnipotente noi cattolici gli addossiamo il dolore delle creature. L’amore che identifichiamo in Lui è contraddetto sempre dalla sofferenza cosmica. Anche papa Ratzinger ha condiviso la domanda di Hannah Arendt: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”.

Sono centomila nei secoli le confutazioni dell’ateismo da parte di teologi, apologisti, teosofi, filosofi, altri avvocati del Nume. Rav Giuseppe Laras, presidente del tribunale rabbinico del Centro e Nord Italia, oppone: “La domanda che dobbiamo porci di fronte alla Shoah non è quella sul silenzio di Dio, ma perché noi impediamo a Dio di parlarci”. Sarà…però il cancro e la morte sono spietatamente reali, quale che sia la nostra indocilità al Signore. E’ umano rifugiarsi nell’ateismo. Non è sola disperazione, non solo nichilismo. E’ anche protezione contro l’odiosità del sottomettersi senza scampo a Crono.  Oppure, affrancamento dall’anelito ad amarlo anche se spietato.

Una delle prime confutazioni a Veronesi è venuta da Vito Mancuso, da qualche tempo il divo della teologia di sponda laica. Questo giovane professore universitario era stato prete,  presto aveva lasciato il sacerdozio, si era sposato, aveva avuto figli. Scrive autorevolmente su ‘Repubblica’. E’ singolare che la sua argomentazione sia fatta, in parte, di alcune delle categorie più tradizionali dell’ortodossia cattolica:

“Per negare Dio l’ateismo si nutre dell’argomento del bene. La presenza del male nel mondo è in contrasto con un Dio la cui essenza è pensata come interamente buona, come amore, oltre che come onnipotenza (…) Visto che il male esiste, a non esistere è il Dio buono e onnipotente (…) Invece, nelle prospettive nelle quali Dio è anche capacità di male, la presenza del male non contraddice in alcun modo la sua esistenza. E’ semmai solo una delle molteplici manifestazioni di una somma e imperscrutabile onnipotenza a cui occorre conformarsi (…) Non è un caso che l’ateismo come fenomeno di massa sia sorto in Occidente e non altrove”.

Mancuso parla di un’aporia di cui soffre il cristianesimo; la quale peraltro “non dimostra che il cristianesimo sia falso, perché a essere aporetica e contraddittoria è l’esistenza stessa (…) Vi sono due dati di fatto entrambi veri ma  inconciliabili allo stato attuale della mente umana: l’esistenza del bene e quella del male (…) Rimane da spiegare da dove vengono l’uomo e la sua ragione”. Coll’occasione segnaliamo che Mancuso colloca “il punto di partenza del percorso cosmico a 13,8 miliardi di anni fa”. Beati gli scienziati che sanno fare il calcolo.

Mancuso: “Appaiono insostenibili entrambi i dogmatismi: uno nega ogni logica nel governo del mondo, l’altro vede logica in ogni evento, come fa l’attuale Catechismo (art.412): ‘Dio permette ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande’. Un sofisma dal punto di vista teorico e un’indegnità dal punto di vista morale”. In effetti, osserviamo noi, è crudele che la madre del bambino morente di cancro si senta parlare del ‘bene più grande’ che il Nume trae dallo strazio dei suoi figli.

La risposta più plausibile alla domanda sull’origine del male è, per Mancuso, “quella che rimanda all’impasto originario di Logos più Caos che costituisce il mondo e che impone un modo nuovo di pensare Dio. Occorre superare le secche della dogmatica tradizionale, destinate inevitabilmente a condurre molti all’ateismo, senza con ciò cadere nel nichilismo che vede la natura solo come forza cieca priva di ogni direzione”.

Concludendo su Mancuso, vale forse sottolineare che il teologo affrancato dalle ‘secche della dogmatica tradizionale’ ne condivide il principio della “imperscrutabilità” dell’onnipotenza, dunque del disegno divino. L’imperscrutabilità è un assunto durissimo da accettare se, come recitano le omelie e i moniti da confessionale,  ci fu data la libertà.

Tuttavia, per noi è certo. Per vivere il sentimento religioso, né l’esistenza né la bontà di Dio sono indispensabili. Tutti gli altri Iddii della storia umana non sono mai esistiti, oppure esistettero e morirono (non si è parlato della morte anche del ‘nostro’ Dio?). Eppure le religioni vivono, dall’alba dell’umanità: e non che siano mancati gli allarmi sulla vanità del credere. Si crede, nonostante tutto. Una delle spiegazioni è che si è religiosi -coloro che lo sono- per amore dell’umanità, non necessariamente per amore di Dio. Si crede, ci si illude di credere, per essere in comunione col passato e col futuro degli uomini. Per sperare e palpitare insieme. Per rimpiangere insieme  che il Padre -il Dio ignoto- non si faccia conoscere. E’ sempre stato così, la realtà è fatta anche dell’anelito a trascendere il quotidiano, il visibile, il terreno. Dobbiamo ricordare il titolo di un’opera breve di Benedetto Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani”?

Si è monoteisti anche senza il Dio unico. Si è cristiani anche ove Cristo non sia figlio di Dio. Si invoca Maometto anche in assenza di Allah. Le religioni sono l’uomo stesso, dal sorgere della vita intelligente. Sono un retaggio che è di tutti, non dei soli credenti. Le chiese e i templi sono per gli uomini come gli alberi per i boschi, indispensabili. Gli uomini hanno sempre pensato gli Iddii senza mai la certezza di conoscerli. E’ tragico che non siano mai esauditi da vivi. La tragedia  muove molti di noi uomini ad accanirci nello spasimo di riuscire a credere.

Lo definì il papa teologo Ratzinger: la fede è ricerca della fede.

l’Ussita

TAIZE’ COME ORFISMO DI SALVEZZA

Una persona cara, il cui idealismo vorrei possedere uguale invece che pallido, e che dunque invidio, mi ha messo tra le mani La Règle de Taizé. L’ho letta d’impulso, nella sete di trovarci il segreto dei grandi fatti di dedizione e di proselitismo nel tempo del monachesimo.

Non ho avvertito le scosse che dovettero muovere a seguire Benedetto da Norcia, Francesco da Assisi e Chiara. Ma controluce ai brevi precetti della Règle mi sono apparsi i segni di quel miracolo moderno -e francese: i pensatori francesi hanno saputo come quasi nessuno fare profonda e lirica la ricerca del divino-  che è stato Taizé: il risorgere in tanti giovani dell’anelito. I nostri tempi lo avevano intristito.

In epoche e temperie lontane avevamo il coraggio di chiamare ‘spirituale’ questo anelito. Oggi il rispetto umano e la diffidenza verso la commozione ci obbligano a volare basso, a pensare prosa anche quando vorremmo arrenderci allo stupore, anche quando i sentimenti ci prendono alla gola. Abbiamo visto le moltitudini giovanili accorrere a Taizé in Polonia a Milano; le abbiamo amate mentre in lunghe file attendevano ridendo umili scodelle di cibo; mentre dormivano per terra. In breve, le abbiamo viste rifiutare il tristo edonismo del benessere before Lehman Bros. E ci siamo negati di abbandonarci alla speranza, speranza in cieli nuovi, speranza in un altro Avvento. Ci siamo costretti alla scaramanzia di ridimensionare: ‘accorrono ai semplici riti e ai canti mantrici di Taizé per l’happening, per riempire giorni di vacanze, per passare l’attesa delle risposte ai curricula. Le faticose notti di treno, di pullman quasi gratuito dall’Est allora  straccione, abbiamo voluto spiegarle col semplice vitalismo/cameratismo dell’età’. Meglio, ci siamo detti, non fantasticare sul ritorno dei grandi slanci.

Eppure questo è stato Taizé, quale che sia l’efficacia trascinatrice della Règle. La Regola è per gli eroi silenziosi che sentono di farsi monaci -eroismo dei pochissimi. Eppure leggere le sommesse formule del credo di Taizé -nelle stesse ore che il caso voleva mi macerassi sulle cronache delle millenarie sconfitte del Cristianesimo, nello strazio delle turpitudini di Ecclesia meretrix  medievale e rinascimentale- è, al peggio, un miraggio, una fatamorgana di liberazione. Ma forse è qualcosa di molto più.

Il fenomeno Taizè potrebbe non essersi spento. Potrebbe ancora rigenerare. L’epoca che viviamo è qua e là meno bestiale che in passato. I popoli non si trucidano più come un tempo nel nome di cause abiette come Patria e Ideologia. I bambini orfani non devono più seguire e ingrossare i funerali  dei solventi per la riconoscenza d’avere una branda in camerata. I poveri assoluti non sono più segregati come lebbrosi. Tuttavia l’epoca che viviamo è un cortile che non vede mai il sole. Gli dei che ci tenevano compagnia sono morti tutti; Colui che speravamo tornasse lo farà solo alla fine dei tempi.

In questo gelo della speranza il risorgere dell’anelito è un prodigio che si rinnova senza tempo. Fu per tale prodigio che le religioni misteriche e le vocazioni di salvezza venute dall’Oriente -il credo di Mitra, il culto di Cibele madre degli dei, persino l’allucinato mito di Attis, il di lei amante- furono accolte con riconoscenza dalle élites romane. Divennero l’ultima trincea pagana contro il Cristianesimo che avanzava. I credi di redenzione si diffusero in tutto l’Impero: promettevano la felicità delle anime come gli antichi collegi sacerdotali, gli aruspici, gli arvali, i luperci, i feziali, i flàmini, non avevano mai saputo fare.

Al minimo, Taizé è, forse resterà, un barbaglio di luce salvifica, al di là delle disfatte delle grandi Chiese. Taizé è esotico rispetto alle nostre tradizioni, come lo furono Cibele, Dioniso e Mitra. Le miscredenze di più di un pensiero unico liquideranno Taizé come un sogno di fideisti ingenui. Ma le miscredenze usano trionfare su paesaggi di morte, e invece la Vita  è invincibile.

l’Ussita