La salvezza, solo metapolitica

“In Europa il livello di spesa degli Stati è insostenibile. A un certo punto arriverà il crollo”.

Cercheremo di mostrare, per esempio, come gli USA guidano sì le economie di mercato in una crociata antistatalista, ma le guidano verso la sconfitta. Il successo è impossibile. Valga una fosca previsione dell’olandese Jan Timmer, al tempo capo del colosso elettronico Philips: “Il futuro del nostro continente quale entità industriale fa paura”.

La malattia europea dell’assistenzialismo è così grave che già vent’anni fa un belga poteva teoricamente percepire cinquecento euro al mese come disoccupato, e questo dalla maggiore età al momento della pensione;  che un po’ dovunque gli studenti trovano inammissibili lavori manuali estivi molto ambiti dai coetanei americani; che i lavoratori non qualificati lasciano agli extracomunitari quelle mansioni umili che i loro padri accettavano pienamente; che i contribuenti mantengono i milioni di lavoratori delle aziende che producono merci rifiutate dal mercato.

Sempre un po’ dovunque le pensioni, le vacanze generose, le casse integrazione, le attività ricreative e circenses sostenute dalla mano pubblica, le burocrazie troppo vaste mettono a repentaglio la tenuta delle gestioni statali. Il Welfare va alla deriva: tuttavia è inattaccabile. Si invocano tagli, ma nessuno prevede che saranno drastici. L’ offensiva contro l’ipertrofia della spesa è destinata a spegnersi, più o meno presto. Nei contesti politici più diversi si conclude che la solidarietà è un valore irrinunciabile e un alibi perfetto; che il dissesto dei conti è un costo della democrazia avanzata.

In altre parole. La spesa sociale si può persino devastare in circostanze straordinarie, una guerra per esempio; non si può riformare. A ciò il processo politico tradizionale e la finanza ordinaria sono impotenti. Il Welfare ipertrofico lo si contiene solo nel quadro di un assalto ‘barbaro’ al treno di vita cui ci siamo avvezzi. Solo se si accetta una ragionevole regressione nella povertà. A quel punto la massa dei cittadini manterrà le coperture e i diritti per i bisogni essenziali, ma rinunzierà al di più. Per non fallire l’imprenditore svenderà la villa. Per pagarsi le stupide terme l’operaio urbano rinuncerà alla bici da corsa, ai guanti e ai caschi tecnologici che costano quanto la bici da corsa. Queste cose i sindacati gliele avevano elargite con ‘le lotte’.  Risultato, il pubblico che ragiona compra cinese.

La sola razionalizzazione possibile della spesa ha contorni comunemente giudicati irrazionali.  Esige una specie di ‘guerra santa’, né laica né garantista, su quasi tutti i fronti: contro le combutte,  gli sprechi a giustificazione sociale, le spese per il prestigio all’estero, gli obblighi da trattato, i malaffari delle campagne elettorali, la legalità della Costituzione megera imposta dai partiti tutti defunti (Pci Dc Psi Pri Democrazia del lavoro, etc),  contro la concertazione e contro il consenso.

Mancando l’emergenza spaventosa, il riformismo non ha speranze: le ha solo la brutalità, solo l’attitudine a osare l’inosabile: tagliare il 10% non si può, occorre tentare di tagliare il 50%.  Al prezzo di rinnegare i valori condivisi, la Costituzione, la modernità. Al prezzo di cambiare la vita, di tornare agli onesti stenti dei nostri nonni. Il pane quotidiano dei miseri verrebbe dagli espropri a carico delle fortune ereditate; e tutti stringeremmo la cinta, visto che molti capitali fuggirebbero e diremmo addio alla prosperità. Quando era cancelliere Helmuth Kohl infuriò i sindacati rimbrottando: “I tedeschi credono di poter vivere in un Luna Park”. Ma mettere giudizio, voltare le spalle al Luna Park, non sarebbe sufficiente. Gli USA, per esempio, dovrebbero declassarsi da superpotenza planetaria; altrimenti farebbero risparmi irrisori, oppure nessun risparmio.  Qualcosa otterrebbero sventrando il ruolo dello Stato: prospettiva ritenuta sacrilega.

Anche l’Italia, non riuscendo a fare le cose relativamente indolori, dovrebbe affrontare quelle enormi. Dovrebbe vendere il Quirinale al miglior offerente straniero, garantendogli licenza per farne un bed&breakfast da centomila letti. Dovrebbe chiudere le ambasciate e le missioni militari nel mondo, rinunciare alla flotta e all’arma aerea, sostituire i cannoni con gli idranti antisommossa e con le brande per i senzatetto. Dovrebbe miniaturizzare i costi della politica, tra l’altro sostituendo le elezioni col sorteggio e il parlamentarismo con la democrazia elettronica. Insomma bisognerebbe azzerare a centinaia i programmi che fanno il nostro orgoglio di ‘grande paese’. A quel punto si riuscirebbe a limare secondo saggezza i programmi impossibili da obliterare.

In conclusione. Si possono concepire i cataclismi, non le riforme. La spesa pubblica andrebbe abbattuta dovunque, ma le probabilità che ciò avvenga in circostanze normali sono nulle. I processi politici tradizionali non offrono alcuna soluzione, comunque si chiami il partito al potere. Occorrerebbero situazioni eccezionali quali nessuna delle formazioni e delle ideologie attuali sa o vuole determinare. Essendo arte del possibile, la politica è fuori gioco: abbassare la spesa pubblica è l’Impossibile. E la democrazia è una solfatara spenta da troppo tempo.

Non resta che l’ipotesi teorica di uno sconvolgimento delle coscienze provocato dal sorgere di una personalità ‘universale’ capace di deviare la storia ben al di là della politica. Dal sorgere di un nuovo Maometto, o Lutero, o almeno Savonarola, demiurgo metapolitico, portatore di un messaggio totale. Però Egli farebbe trionfare il fideismo, non l’agognata razionalità. Meno che mai la laicità.

L’Occidente vivrebbe un’esperienza in qualche misura analoga al fondamentalismo; ma forse la sua storia, il suo umanismo, le sconfitte stesse della modernità, della permissività e del cinismo mitigherebbero le ferocie estreme del fanatismo. Inevitabilmente fanatici sarebbero i fautori più ardenti del Demiurgo: non alcun politico ma una Grande Guida, operatrice di opere sovrumane. Sovrumano sarebbe disamorare le maggioranze dal benessere, anzi dalla crapula. Sovrumano sarebbe strappare le masse all’idolatria della ricchezza. Sovrumano farle vergognare delle cupidigie animalesche: denaro, edonismo, sport, moda, Tv, altri cascami, altre carie o lebbre dell’anima.

Questi o altri sconvolgimenti sono improbabili, dunque l’Occidente e le parti di mondo che esso ha contagiato cancellando l’aspirazione a svolte metapolitiche si terranno la spesa pubblica impazzita, assieme agli altri mali incurabili.

Tuttavia non è impossibile che le società laiche, moderne, liberaldemocratiche, fatte momentaneamente ricchissime dall’esplosione dei consumi, siano un giorno rovinate dalla globalizzazione. Come escludere in assoluto che l’intero sistema della modernità possa decadere come l’Inghilterra dell’età di Vittoria?  Com’è noto, nulla è impossibile agli Dei. Specie a quelli ancora da nascere.

Antonio Massimo Calderazzi

Piange il coccodrillo antimalthusiano

A metà settembre il quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, ha dominato le rassegne stampa con una denuncia, più sdegnata che mai, del dramma della fame nel mondo. Essendo tale denuncia di solito molto irrilevante, non ce ne occuperemmo. Però le notizie e le statistiche riportate da Avvenire – fonti i soliti maestosi organismi internazionali: questa volta Fao, Unicef, Ifad, Oms – ci interessano in quanto confessioni anzi autoaccuse, autoaccusa di Avvenire per cominciare.

Dunque gli affamati del pianeta sono 815 milioni (11% della popolazione mondiale): 520 in Asia, 243 in Africa, 42 nell’America latina e nei Caraibi. Rispetto al 2015 sono complessivamente 38 milioni in più (tutti gli abitanti di un paese medio), dopo dieci anni di diminuzione. La fame cresce. Secondo Avvenire i 38 milioni in più sono dovuti alla proliferazione dei conflitti violenti e agli choc climatici; i conflitti vengono detti sempre più gravi a causa dei cambiamenti climatici. 155 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deficitari in altezza, 52 milioni soffrono di ‘deperimento cronico’. Altre edizioni di Avvenire hanno precisato che il Sud Sudan e il Sahel ‘muoiono’, e che sono molto critiche le prospettive del gigante nigeriano, con tutte le sue risorse naturali.

Il giornale assegna il debito rilievo all’autorevole e fulminante dichiarazione “Dobbiamo continuare a lanciare appelli” di un Gilbert Fossoun Houngbo, presidente dell’Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo).  Dati i precedenti – in particolare l’eccessiva micragnosità del trattamento economico dei diplomatici e dei manager internazionali – ci chiediamo come riuscirà Houngbo a sostenere col suo reddito personale – senza dubbio lo vorrebbe, per non sfinirsi a lanciare appelli – il progresso agricolo di intere etnie di coltivatori africani.

Giganteggiano naturalmente i pensieri di papa Bergoglio sulla miseria, in particolare quelli condensati nel bronzeo messaggio a Graziano da Silva, presidente della Fao, in occasione di un 40° congresso della Federazione. Il papa dice cosa sacrosanta, benché largamente inutile, quando deplora i miliardi di humans che ‘non mettono in discussione i propri stili di vita onde condividere coi poveri e onde ridurre l’aggressione all’ambiente’. Accettare di impoverirci – diciamo noi – sarebbe persino più urgente che purificare l’atmosfera; a tal fine sarebbe  provvidenziale un tiranno beneficamente duro. Un po’ meno sacrosanto nel pontefice il salmodiare “contro l’inerzia di molti e l’egoismo di pochi”, nonché contro “l’assenza della cultura della solidarietà”.

Ancora meno significativo, nel papa, l’affermare che “i beni affidatici dal Creatore sono per tutti” e che “il costante calo, nonostante gli appelli, degli aiuti ai paesi poveri ‘è un meccanismo complesso’. Tra l’altro sembra che al Sahel non siano stati affidati molti beni. Il messaggio papale si conclude coll’annuncio che farà visita al signor presidente della Fao, e coll’auspicio che “la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia scenda sui consessi della Fao”.

Sarebbe ora, diciamo noi, che invece di far visite alle agenzie dell’Onu, Francesco proclamasse, per cominciare: la miseria del pianeta sarebbe un po’ meno grave se paghe, appannaggi e vitalizi internazionali, soprattutto agli alti livelli, fossero meno delinquenziali. Se proclamasse che l’accesso all’indipendenza delle ex-colonie ha peggiorato la loro miseria: costi, furti e ferocie della politica, della diplomazia, degli apparati militari, delle guerre, della vanagloria. La corruzione e la rapina dei governanti sono piaghe dei paesi molto avanzati. Figuriamoci il Terzo Mondo.

Altro pessimo gesto di Francesco è l’abitudinario invocare che sulle sanguisughe internazionali scenda la benedizione di Dio onnipotente e ricco di misericordia. E’ormai assodato che nei confronti sia degli 815 milioni di affamati, sia di chi morendo ha smesso di avere fame, la misericordia divina non è stata smisurata. Volendo contestare l’ateismo – giustamente, dico io che amo entrare in chiesa – il papa dica altre cose. La ricerca del Padre divino è vicenda drammatica, non tollera discorsi melensi o menzogneri. Sulle sanguisughe internazionali dovrebbe scendere la maledizione divina: come a Sodoma.

Il fatto veramente grave è che l’Avvenire come il papa con tutta la Chiesa rinviino ancora una volta la confessione/autodenuncia che un giorno non potranno non fare: per millenni si è promessa una dolcezza paterna che troppe volte non è venuta. Più ancora: nell’ultimo secolo la Chiesa ha contrastato come ha potuto il “birth control” tentato a salvezza dei miseri. Una delle malevolenze odierne di Avvenire si rivolge sempre contro i “neomalthusiani”, per i quali l’eccesso delle nascite è la causa prima della miseria. Nel settembre 2017, a valle di millenni di sconfitte contro la povertà, il quotidiano dei vescovi italiani assicura “avremmo gli strumenti per sfamare l’intera umanità. E’ l’uomo a produrre gli scenari che abbiamo sotto gli occhi”.

Dunque nel lacrimare sulla tragedia degli affamati il coccodrillo antimalthusiano accusa l’uomo di essere l’uomo. L’uomo come è, e come non vuol cambiare, non fu progettato dal Creatore?  E comunque, perché l’Onnipotente non agisce mai per correggere le malazioni dell’uomo?  Si usa sostenere che l’Onnipotente è inflessibile nel rispettare la libertà del malvagio. Ma gli affamati non preferirebbero mangiare piuttosto che essere contitolari coi malvagi del diritto di disobbedire al Creatore (Egli certamente non intendeva programmare l’umanità al male)?

Accertato che l’uomo è proprio come è – preferisce vendere il cibo invece che regalarlo, tenere la ricchezza  per sé invece che condividerla – tra non molto la Chiesa dovrà rovesciare il suo insegnamento tradizionale:  si nasce per un fatto animale e non per un dono divino. Limitare le nascite su grande scala non è un oltraggio al Creatore. Sarà obbligatorio constatare per sempre che siamo in troppi; che la Provvidenza non avrà pane e salute per tutti; che non interverrà contro l’egoismo degli agiati per rispettare la loro libertà.

Ergo birth control, e il coccodrillo antimalthusiano smetta di piangere.

Antonio Massimo Calderazzi

DALLA CRISI FRANCESE DI OTTANT’ANNI FA ALLA NOSTRA ATTESA DI LIBERARCI DEI LADRI

Nel 1934 la Francia apparve per un po’ in una crisi tale da farla tentare dal fascismo. In realtà il paese la dette vinta a chi difendeva le istituzioni, perché le gestiva: due anni dopo le sinistre si unirono nel Front Populaire e sul breve termine, per pochi mesi, vinsero.

Le condizioni dell’economia erano meno serie delle nostre d’oggi. Tuttavia si delineava la minaccia di un’altra guerra, per l’indomabile volontà di rivincita della Germania umiliata a Versailles. In più l’Europa era attraversata da pulsioni autoritarie che oggi appaiono inverosimili, e anche questo differenzia il nostro contesto attuale da quello francese di allora.

Il tessuto sociale della République reca ancora i segni della Grande Guerra. Poco meno di un milione e mezzo di francesi hanno perso la vita; un altro milione è fatto dei mutilati, dei gassati, degli storpi. Metà degli altri reduci hanno riportato traumi e patimenti. La popolazione invecchia: a partire dal 1935 le morti supereranno le nascite. Eppure l’economia regge, in contrasto coi drammi della Depressione altrove. Alla fine del 1929 il governo Tardieu addita ancora ai francesi un tempo di prosperità.

Invece agli inizi dei Trenta si aprono varie sofferenze. Passata la successione di bilanci statali in  attivo, il 1933 segna un disavanzo. Tardieu crede d’avere imboccato la via giusta -opere pubbliche, pensioni agli ex-combattenti, altre misure per incoraggiare i consumi- ma le entrate si prosciugano. I disoccupati vanno a manifestare a Parigi. Si contano due milioni senza lavoro, e non esistono sussidi né casse integrazione. Le riparazioni di guerra tedesche non affluiscono come sperato, mentre gli USA chiedono la restituzione dei prestiti bellici. La destra guidata da André Tardieu perde le elezioni (1932) e imposta un’opposizione sempre più aggressiva, in qualche coordinazione coll’Action française, con le Croci di Fuoco (movimento dei decorati al valore), con altre leghe e gruppi antiparlamentari e antisemiti. Non mancano i simpatizzanti col fascismo.

Arrivò il 6 febbraio 1934, giorno in cui secondo i libri di storia la democrazia repubblicana fu sul punto di cadere di fronte all’assalto delle destre antisistema. In realtà fu solo una marcia su Parigi più importante delle altre. Gli scontri con le forze dell’ordine e tra opposti manifestanti fecero 15 morti e 1435 feriti. Le ripercussioni  immediate furono appariscenti ma abbastanza innocue: una crisi ministeriale in più (quale il parlamentarismo francese conosceva da sempre); il gabinetto Daladier sostituito da una grande coalizione  sinistra-destra capeggiata da Gaston Doumergue, ex capo dello Stato; più il tradizionale corollario di destituzioni e di avvicendamenti.

La politica francese non colse l’occasione per la presa di coscienza grave che i tempi richiedevano. La democrazia elettorale restò malata di malaffare. Il grido di battaglia urlato dai manifestanti del 6 febbraio, “A bas les voleurs!”, abbasso i ladri, anticipò come meglio non si sarebbe potuto il sentimento antipolitico degli italiani d’oggi. La congiuntura economica ebbe una normalizzazione, ma il Paese non trovò la risposta giusta alla sfida mortale presentata dall’avvento di Hitler, campione  della vendetta contro Versailles, in primis contro Parigi.

Nell’imminenza della Grande Guerra era sorto in Francia un politico importante, Joseph Caillaux, presidente del Consiglio nel 1911, capo dei radicali di sinistra e il ministro che istituì l’imposta sul reddito, a proporre una linea di riconciliazione di fondo con la Germania, al costo di alcune concessioni coloniali. Esploso il conflitto, aveva avuto la coerenza e il coraggio di esplorare una via per fermare la strage, ma il terribile Clemenceau lo fece arrestare, processare e (nel 1920) condannare per intese col nemico. Un’amnistia lo riabilitò cinque anni dopo.

Nella crisi francese degli anni Trenta nessun francese si alzò a cercare di scongiurare un altro conflitto col Reich. Le sinistre ubriacate di vigilanza antifascista si coalizzarono nel Front Populaire, imitando il Frente popular spagnolo. Vincendo le elezioni generali del 1936, credettero d’avere aperto l’era dell’asserzione progressista: dunque niente riconciliazione con Berlino, e invece tanta militanza. Contro una media di una cinquantina di scioperi al mese, nel giugno 1936 gli scioperi furono dodicimila. Gli iscritti alla centrale sindacale CGT passarono da 1 a 5 milioni.

Tre anni dopo,  2 settembre 1939, Parigi al seguito della Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Nel maggio successivo l’esercito francese, ancora il maggiore d’Europa, fu sbaragliato. La Troisième République morì in giugno,  dopo un settantennio di potenza e di prosperità. Aveva sbagliato tutti i calcoli a medio termine. Risorse nel 1947 come Quarta Repubblica, con tutti i difetti della Terza: nel 1953 l’elezione all’Eliseo di René Coty richiese tredici scrutini. Le crisi ministeriali si succedettero patologicamente fino al ritorno nel 1958, con pieni poteri, del ‘più illustre dei francesi’. In un settantennio la Terza Repubblica aveva avuto un centinaio di primi ministri. La nuova Costituzione dettata da Charles de Gaulle liquidò il peggio del sistema parlamentare-partitico.

Al di là delle somiglianze tra la République des voleurs, uccisa dai suoi errori, e la nostra cleptocrazia d’oggi -sempre più conclamata come malata terminale- non stiamo suggerendo che lo Stivale avrà la parabola della Troisième, la quale fece la fine peggiore in assoluto. Invece sì prevediamo che forse Francia e Italia arriveranno prima di altri paesi a ripudiare la democrazia elettorale. E’ certo al di là di ogni dubbio che essa non può non essere corrotta, e alla lunga fallimentare. Forse Francia e Italia troveranno le vie per passare dalle imposture e dalle rapine della delega elettorale a qualche formula di democrazia semidiretta e selettiva, probabilmente basata sul sorteggio tra cittadini più qualificati della media, nonché sugli avanzamenti della tecnologia.

Ciascuna a suo modo, Francia e Italia sono state scaturigini di grandi innovazioni. La prima creò il gotico e l’Illuminismo, poi uccise l’Ancien Régime e, 169 anni dopo, umiliò il parlamento e i partiti. Il nostro Stivale sta uccidendo nel disprezzo il regime-gozzoviglia dei Proci, ma nei secoli anzi millenni fu assai più creativo. Noi inventammo di tutto, dal latino e dall’impero romano al papato a lungo gestito dai nemici di Cristo, dal Rinascimento alla mafia, dai Comuni possenti all’opera lirica. Lo stesso fascismo  fu imitato o ammirato abbastanza a lungo qua e là.

Al momento giusto sapremo tornare estrosi. Forse prima di francesi, spagnoli, portoghesi, greci, o chissà chi.

A.M.C.

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Rodolfo Mondolfo dimostrò nel 1919
perché la futura disfatta del comunismo. Oggi, morte
tutte le altre formule socialiste, e nel marasma
del libero mercato, la logica della lezione
di Mondolfo addita una

PROPOSTA DI GUILD SOCIALISM

Noi non sappiamo se l’economia di mercato è arrivata alla resa dei conti. Molti lo dicono. Forse non è vero. E’ vero che la sua tracotanza è finita, che l’ideologia liberista ha perso la spinta, appesantita anche da un sessantennio di vittorie e forse rifiutata da una logica della globalizzazione la quale sì esalta il capitalismo dei paesi emergenti, ma con ciò stesso minaccia gli assetti di quelli industrializzati, pace sociale compresa. Se c’è poco futuro per il liberismo, dovremmo ancora una volta riflettere sul perché il suo antagonista storico, il comunismo, si è suicidato. Sappiamo che là dove imperava i popoli si sono ribellati, decretando anche la morte istantanea del comunismo altrove. E’ certo che non ci sarà una resurrezione. Però è giocoforza chiederci cosa verrà dopo il marasma del capitalismo.

‘Internauta’ ha la fortuna di avere nella sua compagine una nipote di Rodolfo Mondolfo il quale fu, meglio di altri in Italia, l’alternativa teorica, e sfortunata, al leninismo (v.Internauta, ottobre 2010); dunque noi abbiamo avuto un accesso migliore alla testimonianza mondolfiana. Il Nostro già nel 1919 denunciò la degenerazione antiumanistica del bolscevismo: “Dalla contemplazione religiosa di una sacra icona, che è deformazione della Russia reale, può soltanto uscire l’illusoria fede in miracoli”. Mondolfo constatava che il capitalismo di Stato e, più ancora, la violenza e il terrore condannavano il comunismo alla disfatta. Nel 1919! Per l’importante studioso accademico di Marx, il leninismo non offriva la prospettiva della liberazione dell’uomo, ma il suo feroce contrario.

A pochi mesi dalla Rivoluzione d’Ottobre Mondolfo accusava: “Ai proletari russi si nega il pane”. Nel momento stesso del trionfo leninista, egli definiva ineluttabile, un giorno, la restaurazione capitalistica. Nella fase fino alla Nep, Mondolfo vedeva soprattutto il tentativo di forzare i contadini a fornire vettovaglie alle città, incapaci per loro conto di produrre prodotti industriali per le campagne. I giorni di Lenin preparavano la terribile violenza stalinista: industrializzazione forzata (presto volta soprattutto a rifornire le forze armate); brutale collettivizzazione. Col capitalismo di Stato la ferrea dittatura staliniana pervenne a moltiplicare la produzione industriale, ma le campagne restavano in un assetto semifeudale. Lo sterminio dei kulaki non mancò di ‘legittimare’, quasi per assonanza, la schiavizzazione dei lavoratori urbani. Vivo ancora Lenin, Mondolfo dimostrava che la dittatura del partito cancellava ogni prospettiva di socialismo.

Trentasette anni dopo il Nostro trovava nella requisitoria kruscioviana contro lo stalinismo la conferma della contraddizione assoluta tra le intenzioni strategiche del dittatore e la tremenda realtà dei suoi crimini, generatori diretti dell’anticomunismo, in Russia come nel mondo: “Il partito trasformò la proclamata dittatura ‘del’ proletariato nella propria dittatura ‘sul’ proletariato.

Mondolfo scriverà nel 1956 che le proprie dimostrazioni dei tragici errori del leninismo e dello stalinismo “oggi possono apparire profetiche: anche se allora suscitarono l’opposizione di Gramsci, il quale irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alla rivoluzione’. In realtà il partito schiacciava ogni opposizione e poi usava il potere dello Stato per realizzare un programma “che era proprio di esso partito, ma non corrispondeva affatto alle concezioni ed aspirazioni delle masse. Esse sapevano bene che non sarebbero state le beneficiarie della rivoluzione”.

Per Mondolfo il sistema trionfatore nel 1917 “conduce inevitabilmente all’assolutismo. Sia che si verifichi una dittatura collegiale, sia che le si sovrapponga una dittatura personale, non c’è differenza per le masse. La differenza sarà solo per la ristretta cerchia dei dirigenti, che nella dittatura personale sono più esposte alla minaccia delle purghe e delle soppressioni violente”. E’ noto, aggiungiamo noi, che Stalin mise a morte tutti i grandi compagni di Lenin nella Rivoluzione d’Ottobre.

Da Mondolfo e dalle gilde di Maeztu
una ben altra prospettiva comunitaria

Fosse vivo, Mondolfo deriverebbe dall’odierna condizione precomatosa dell’ipercapitalismo l’imperativo di definire un’idea di socialità aggiornata al XXI secolo. Essa non potrebbe che contrapporsi a tutte le formule di comunismo. E non potrebbe che contrapporsi a tutte le esperienze socialiste e socialdemocratiche, tanti sono i rovesci e la corruzione sia del socialismo europeo, sia di quello terzomondista; e tanto disonorevoli sono le rese al capitalismo, al burocratismo e all’atlantismo del Labour e delle socialdemocrazie nordeuropee. Non potrebbe che accertare la nullità, a volte persino nocività, di ogni proposta dell’odierno sinistrismo ‘alternativo’: rivoluzione dei diritti, difesa delle devianze, iperlaicismo, nozze in deroga, eccetera.

Se i pochi, pochissimi produttori di idee grandi alla Mondolfo non inventeranno qualcosa di nuovo, venuto da un futuro che solo i profeti vedono, che altro fare se non cercare nel passato ciò che appaia promettente, anche in quanto già verificato nella realtà? Non è sbagliato tralasciare le intuizioni e le esperienze passate di uomini come noi, non meno creativi di noi?

Le più importanti delle formule storiche di aggregazione e solidarismo furono gli ordini religiosi, le congregazioni monastiche e simili. Esistono tuttora, ne nascono alcuni nuovi; però esigono il forte collegamento ad un credo, nonché la rinuncia personale a vari aspetti dell’esistenza. Conquiste massime del monachesimo restano la vita in comune, la disciplina, l’uguaglianza, il ripudio degli imperativi dell’individualismo e dell’edonismo. Tuttavia riprodurre oggi fuori del contesto religioso le categorie del monachesimo è quasi impossibile. Non così altre formule di comunitarismo.

Nel medio Ottocento britannico nacque ed ebbe uno sviluppo non irrisorio il Guild Socialism, una formula di collettivismo alternativo a quella marxista. Col nuovo secolo fu superata dal Fabianesimo, poi divenuto il Labour. Quando l’anglo-spagnolo Ramiro de Maeztu -secondo M.Fraga Iribarne (in quanto studioso cattedratico, non in quanto politico) Maeztu fu il maggiore pensatore spagnolo della prima metà del Novecento- si fece aggiornatore teorico del Guild Socialism, gli conferì contenuti moderni. Caratterizzò il Guild Socialism nel senso di un corporativismo non autoritario, ben distinto da quello fascista (v. in ‘Internauta’ di luglio 2011 lo scritto di Fraga Iribarne su Maetzu).

Alle sue origini ottocentesche il Guild Socialism si rifaceva alla lunga esperienza medievale delle ‘gilde’. Saldate dall’affiliazione religiosa, le gilde erano confraternite laiche di solidarietà, condivisione e mutuo soccorso tra persone che svolgevano attività affini; si affermarono non poco, soprattutto in Germania Francia Inghilterra, e giunsero a togliere prerogative pubbliche ad altri poteri ed istituzioni.

Se recuperassimo gli spunti principali del Guild Socialism quali attualizzati da Ramiro de Maeztu, perverremmo a svilupparli in un progetto alternativo ai socialismi falliti. Le Nuove Gilde susciterebbero valori comunitari ed esperienze solidaristiche innovative che ricaccerebbero i precetti dell’individualismo. Antagonizzerebbero il culto del denaro, del benessere, della proprietà individuale. Le Nuove Gilde aggregherebbero laici liberamente disposti a mettere in comunità aspetti più o meno importanti dell’esistenza: vari gradi di convivenza, di comproprietà, di lavoro e impresa, il tutto in chiara contrapposizione a molti dei dettami che ci opprimono da millenni: consumismo e arricchimento individuale prima di tutto. Inizialmente le gilde attrarrebbe solo minoranze elitarie, ma darebbero l’esempio.

Il comunitarismo egualitario, variamente articolato, delle gilde andrebbe premiato da importanti sgravi fiscali, a compenso della rinuncia più o meno larga al perseguimento della prosperità individuale. Queste ed altre provvidenze si aggiungerebbero alle economie di scala del vivere e intraprendere in comune. Come le Arti dell’età comunale (ma esse esistevano, anzi erano obbligatorie, nel Tardo Impero romano), come le altre corporazioni, gilde e hanse del Nord Europa, come i kibbuz, come le nostre cooperative, le Nuove Gilde svolgerebbero attività economiche, sempre in spirito mutualistico. In questo senso i membri giovani troverebbero più facile inserirsi nel mondo del lavoro.

Probabilmente il comunitarismo delle gilde (come quello di matrice diversa) sarà una delle risposte ai dilemmi gravi della decrescita. La decrescita, più o meno ‘felice’, è una necessità contro la disumanizzazione e l’imbruttimento dell’esistenza. Ma essa sarà inscindibile dalla gemella disoccupazione. Il solidarismo delle gilde ripartirebbe al loro interno lo sforzo di soccorrere i disoccupati, a volte di dar loro lavoro. Oggi i disoccupati nei paesi dell’Ocse sono 44 milioni; aumenteranno, prima di tutto tra i laureati.

Ovviamente le Nuove Gilde, cellule di una società più fresca, parzialmente affrancata dal capitalismo/consumismo, sarebbero anche protagoniste in prima fila di un epocale passaggio dal sindacato e dallo sciopero alla cogestione: niente di più cogestito di una gilda. Il sindacato stesso è destinato, anche dal dissesto del capitalismo, a trasformarsi in agente della cogestione. La società dell’avvenire prossimo dovrà organizzarsi attorno alla partecipazione dei lavoratori ai profitti e alle perdite delle aziende; e nessuna partecipazione sarebbe più avanzata di quella realizzantesi nella gilda, larga come una Hansa nordgermanica o minima come una comunità di pochi individui o famiglie.

Antonio Massimo Calderazzi

SE I RICCHI NON SBORSANO TORNERA’ LA LOTTA DI CLASSE

Così la pensa un liberale tedesco

L’Occidente nel suo complesso è alquanto malmesso e minacciato persino da rivolte di tipo arabo. I moti inglesi, soprattutto, hanno suscitato forte impressione; si crede poco che si tratti di puro teppismo. Il settimanale amburghese “Die Zeit” ha recentemente pubblicato in prima pagina un articolo il cui autore, Uwe Jean Heuser, proclama la propria fede liberale contrapposta all’ideologia e alle ricette tradizionali della sinistra. Avverte tuttavia che sta riaccendendosi una lotta di classe che non ritiene immotivata bensì provocata da errori, eccessi e carenze del moderno capitalismo, ai quali si deve rimediare facendo valere le esigenze di riequilibrio economico e giustizia sociale prima che sia troppo tardi. E raccomanda, in particolare, un’adeguata tassazione dei grandi patrimoni, dei ceti più benestanti e delle transazioni finanziarie. Riportiamo qui il testo pressocchè integrale dell’articolo, per un utile confronto con proposte spesso analoghe ma dai toni ben più blandi avanzate da esponenti e ambienti moderati del nostro paese. Per non parlare, naturalmente, del nostro ineffabile premier, il cui cuore sanguina all’idea di dover chiedere un obolo a chi introita più di 150 mila euro all’anno ma rimane secco davanti ad innalzamenti dell’IVA uguali per tutti, vanificazioni di contributi pagati per uno straccio di pensione e aumenti di quelli a carico dei co.co.co. (me. sq.)

Ritorna la lotta di classe. Dovunque in Occidente la gente vuole sapere chi paga per la crisi. Erogando miliardi per i salvataggi gli Stati hanno difeso i patrimoni dei possidenti. Molti sono ora minacciati di bancarotta, può arrivare una nuova recessione ed è sempre più chiaro quanto costosa sia questa crisi. Dobbiamo ancora astenerci dal toccare i benestanti? No, gridano i poveri e con loro anche molti ricchi. E hanno ben ragione. L’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema con il quale vi è precipitato; deve invece correggerlo.

In realtà tutto va sempre peggio. I paesi industriali non sono alla prese soltanto con gli indebitamenti ma devono fronteggiare anche la catastrofe climatica. Collegando le due cose diventa evidente che mai i paesi ricchi erano stati così malmessi come oggi. Il dibattito su chi dovrà dare e quanto per salvare l’euro e il dollaro, per sanare i bilanci e per la svolta energetica, dominerà nelle capitali fino a che i politici non avranno trovato una risposta.

Ne consegue quasi automaticamente una domanda: la sinistra aveva dunque ragione? L’ha posta un conservatore britannico ritrattando la sua fede nel mercato. L’editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung l’ha ora estesa alla Germania. Come tutti sanno, quando i conservatori cominciano a dubitare vuol dire che qualcosa sta per accadere. E’ importante perciò dare una risposta alla domanda sulla sinistra, e la risposta è no.
In effetti la sinistra ha ragione solo nella misura in cui ce l’ha chiunque metta in guardia contro gli eccessi. Naturalmente si finisce in rovina quando i banchieri possono fare qualsiasi cosa e i cittadini non ne guadagnano niente. E viene meno la democrazia quando, come in America, i ricchi raddoppiano la loro quota del reddito nazionale.

Non dimentichiamo però che la Germania si è rimessa in piedi solo con l’Agenda 2010 dei liberali e non con la redistribuzione di sinistra. Oggi i lavoratori dell’Occidente devono competere con un miliardo di cinesi, indiani e brasiliani, che un tempo ricavavano dai loro campi solo lo stretto necessario e oggi invece partecipano al mercato mondiale come contadini, operai industriali o addetti ai servizi informatici. Tenere duro su salari elevati e più welfare state porterebbe ben presto alla disoccupazione di massa.

Non abbiamo bisogno della sinistra neppure per capire che nel capitalismo in crisi qualcosa è finito fuori strada. Il senso della decenza e l’aspirazione ad un’economia di mercato funzionante dicono la stessa cosa: non è ammissibile che chi sta in alto giochi d’azzardo e chi sta in basso paghi.

Da tempo si avanzano a Berlino buone idee per più equità. Perché i benestanti pagano la stessa aliquota massima di imposta del 42% come i percettori di redditi medi e perché solo per i più ricchi c’è ancora un supplemento? Estendiamo dunque l’aliquota più elevata all’intera categoria. E’ altresì inspiegabile che in Germania l’imposta di successione sia così bassa rispetto al resto del mondo. Per i grandi patrimoni essa dovrebbe aumentare. E’ ugualmente necessario tassare tutte le operazioni sui mercati finanziari, a carico di chi ha molto e traffica molto. Non mancano neppure i mezzi per alleviare i meno abbienti in sede fiscale e di contributi sociali e migliorare la formazione dei figli dei poveri.

Almeno altrettanto importante è ridistribuire la responsabilità. Due anni fa la Germania ha cominciato a sottoporre ad una rigorosa normativa tutti gli istituti finanziari, ma si è fermata a metà strada. Non serve neppure denaro per mettere in regola quanti mettono in pericolo il nostro benessere e liberare dalle pastoie di legge coloro che lo creano. Occorre solo la volontà di farlo.

Rientra nelle leggi del movimento politico che nei momenti di crisi ci si rivolga ai benestanti. Però non illudiamoci: quando si dice che si batte cassa presso i ricchi, la faccenda riguarda anche il ceto medio. Il che si può giustificare soltanto se anche lo Stato si assume le sue responsabilità e frena la propria vocazione ad indebitarsi.

Dopotutto la Germania si è obbligata per Costituzione a non contrarre praticamente più debiti nel prossimo decennio. L’Europa, come Angela Merkel ha chiesto questa settimana a Parigi, deve seguire l’esempio tedesco. Anche la svolta energetica è un tentativo di mettersi in regola nei confronti del futuro.

Ma chi pagherà? Il paese deve creare un nuovo equilibrio tra denaro e responsabilità, se possibile prima che la grande ondata redistributiva investa l’Occidente; e lo farà. Resta da vedere se sapremo agire con previdenza e promuovendo il benessere oppure ci lasceremo travolgere; se sarà uno Schroeder a dare il là alla risposta oppure un Lafontaine. O, meglio ancora, la signora Merkel.

F.S.

ORA SCRIVONO CHE LA NOSTRA POLITICA BALLA SUL TITANIC

Mai sirene d’allarme avevano ululato tanto. Mai campane avevano suonato a martello come nelle ultime settimane. I grandi media del Regime nato dalla Resistenza e ingrassato dal Boom si sono accorti che le cose vanno veramente male. Non solo quelle dell’economia. Tutte le cose, cominciando dall’anima fatta lercia dalla corruzione dei politici. I giornalisti Grandi Firme, che avevano dato del tu a generazioni di inquilini del Colle per aver cantato i fasti repubblicani, hanno scoperto che la nostra celebrata democrazia è un assetto cleptocratico, e che in cleptocrazia si ruba. In più, incombe il Default.

Quando le Grandi Firme del Regime hanno aperto gli occhi si erano appena spente le celebrazioni del Sesquicentenario dell’Unità, compunte e un po’ pompate (benché immalinconite dal quasi nullo sventolio di tricolori, nonché dalla certezza che nessun cittadino raziocinante si è curato di dare un’occhiata alla Carta costituzionale, dalle Grandi Firme lodata come una delle più mirabili del globo per sapienza e vicinanza al comune sentire). Dunque non stiamo parlando delle vili imboscate delle agenzie di rating, ma della decomposizione causa furti del sistema politico fondato da De Gasperi e Togliatti: con tutta l’eccellenza della Costituzione che lo ha gestito.

Il florilegio delle geremiadi è impressionante. Ecco qui elencate a caso alcune delle più diffuse in questi giorni sui media che avevano raccontato il crescere della Repubblica, da vezzosa bambina a
escort e donna del Mob.

Siamo ormai alla tragedia. Unanime l’esecrazione per la classe politica. E’ in gioco la sopravvivenza nazionale (G.Napolitano). Questa politica è una fogna morale. L’indignazione è morale, purtroppo non si organizza. I nostri politici sono i più pagati e i più indagati al mondo. Mezzo milione, un milione vivono sulla politica, a carico degli italiani. Forti analogie col crollo della Prima Repubblica. La classe dirigente non riformerà nulla perché prigioniera di una rete di rendite, privilegi, interessi. Voltare le spalle a tutti i partiti. Non si intravede via d’uscita. Non era mai accaduto che tutte le forze sociali invocassero un nuovo corso. La corruzione è strabiliante, peggiore che al tempo di Mani Pulite. Contestualmente ai duri tagli della manovra Tremonti i parlamentari hanno esentato dai tagli i loro vitalizi. I pagamenti ai partiti, vietati dal popolo con un referendum, si ingrossano. Se la classe politica non si ravvederà il crollo sarà clamoroso. Tremonti avrebbe dovuto sapere che il nostro Titanic sbatteva contro un iceberg. La gente è pronta a impugnare i forconi. I più sfrontati tra i furfanti asseriscono d’essere in politica per spirito di servizio. Ogni mese il deputato riceve 3690 euro per il portaborse, che di solito è moglie figlio compagna oppure è un precario a euro ottocento, il resto nelle tasche del deputato. La giusta sede delle nostre istituzioni è un penitenziario, il braccio A per la maggioranza, il B per l’opposizione (Vincino). Sono giorni neri nella storia della Repubblica. Il berlusconismo è al tracollo, il PD è parte integrante di una Casta impunita. No, non possiamo chiedere ancora ai cittadini di fidarsi della classe dirigente. Per mantenere i politici ciascun italiano spende euro 27,40 all’anno, ciascun americano 5,10. C’è rischio che la polveriera salti in aria (Rizzo e Stella). A chi elargisce ai partiti il fisco dà sconti 51 volte più alti che per le donazioni alla ricerca sulle malattie gravi dei bambini. I più stretti collaboratori di Obama sono pagati 118 mila $ o Euro, 15 mila meno di quanto prendeva 40 anni fa uno dei 15 (o 19) barbieri del Senato. La deriva antipolitica è giustificata da comportamenti che mettono in pericolo l’idea stessa della rappresentanza, della democrazia. Sola divinità è il denaro (P.L.Battista). I moderati si sentiranno pronti all’insurrezione. Nemici sono sia il governo, sia l’opposizione. O si va avanti, o si va a fondo (G.Tremonti). Nella Repubblica erano Lord rispetto a Quelli di oggi (A.Di Pietro). Siamo già nella Nuova Tangentopoli. 7.000 società partecipate dagli enti locali hanno assunto 25 mila consiglieri. Se si continua così è la rivoluzione. Certe cose si respirano nell’aria: il nostro futuro è il declino. Il comune sentire è fatto di scoramento e sfiducia (E.Galli della Loggia). La crisi morale è superiore ai tempi di Enrico Berlinguer (W:Veltroni).

Idee su che fare, nessuna. Le Grandi firme, abituate a pensare allo stesso modo che piaceva al Colle & altri Palazzi, comunque a credere immutabile e dunque accettabile l’ordine delle cose, non arrivano a concepire che detto ordine -demoplutocrazia, materialismo, edonismo, partitocrazia, impostura democratica, corruzione- possa essere sovvertito. Le Firme in orbace bella ciao considerano esaurito il loro compito, e combattuta la giusta battaglia, stendendo filippiche che impressionino per una mattina gli Inquilini dei Palazzi, magari li inducano a ravvedersi.

Ma gli Inquilini hanno dimostrato, questa estate, che se i politici di carriera sono gentaglia, i loro leader sono persino peggiori. Non riformeranno niente, non si emenderanno mai. Attendere da loro la bonifica della palude mefitico-malarica è come delegare alla Mafia la distruzione della Mafia. La democrazia fondata sulle elezioni e sui partiti non potrà che perpetuare l’esistente. Le eventuali correzioni fatte dai politici riprodurranno i vecchi mali. Le differenze migliorative saranno irrisorie; le altre saranno peggiorative.

Allora la salvezza sta nel sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, ancora più ispirato di Mosé, che ci guidi verso orizzonti opposti a quelli che abitiamo; e in una crisi collettiva di coscienza, indotta o no da un duro trauma sociale, la quale ribalti le certezze e ci affranchi dalle dipendenze: dal denaro innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà da un sommovimento spirituale, non da alcun congegno democratico. Le eventuali formule dei politici -nessuno, proprio nessuno escluso- le rifiuteremo, anche se travestite da riforme. Meno che mai accetteremo le proposte travestite da riforme che vengano dagli eredi degli storici fallimenti: marxismo, liberalismo, democrazia sconciata dal fimo elettorale, dal suffragio universale, dal laicismo-radicalismo dissacratore, dal cinismo che favorisce tutte le devianze e le trasgressioni.

Allora la salvezza non è vicina. Verrà da una palingenesi ardua. Dal concorrere di due fatti epocali, rari nella storia: il sorgere di un grande uomo, o manipolo di uomini, più ispirato di Mosè, il quale ci guidi verso orizzonti lontani da quelli che abitiamo; e una crisi collettiva di coscienza che rovesci le nostre certezze, ci affranchi dalle nostre dipendenze. Dal denaro e dai consumi, innanzitutto.

La rigenerazione della politica verrà solo da un sommovimento spirituale. Dopo la disfatta miseranda della triade Marx Lenin Mao non è più comparso un grande rivoluzionario. Eppure dovrà sorgere, immensamente più puro di cuore. Guai se sarà solo uno statista: corromperà (cominciando dal corrompere se stesso), opprimerà, muoverà guerre ‘giuste’.

I modelli del Ricostruttore saranno piuttosto i lottatori dell’ideale e gli operatori del bene: il Tolstoji socialista cristiano, l’Albert Schweitzer che ha pietà dei lebbrosi, il Giovanni Bosco che porta a dignità i figli dei poveri ed accoglie i più sventurati di tutti, gli errori della natura, i mostri. Più lontano dalla santità, il Ramiro de Maeztu che predica il ritorno al solidarismo delle confraternite o gilde medievali (Guild Socialism).

Quando sapremo rivoltarci contro gli eccessi del mercato, con ciò stesso vorremo il ritorno agli ideali della condivisione e della carità. Per averlo questo ritorno, pessimo errore guardare alle sinistre che conosciamo: sono quasi due secoli che le sinistre falliscono, oppure tradiscono. Dovremo invece sostenere qualche raro eretico della destra il quale, come Maeztu, disprezzi le tradizionali scelte di campo della sua parte. Un secolo fa Ramiro de Maeztu prese la guida in Gran Bretagna del Guild Socialism, un movimento di ispirazione antica contro le degenerazioni e i misfatti dell’ordine plutocratico. Un uomo venuto dalla cultura di destra aveva maledetto il cieco egoismo di tutte le destre.

In Gran Bretagna prevalse invece il laburismo, moderna espressione social-burocratica destinata all’ignominia di Harold Wilson e Tony Blair. Maeztu fu sconfitto: morì fucilato dai repubblicani spagnoli, benemeriti maestri degli assassini di un fascista rispettabile di nome Giovanni Gentile. Ma la storia fa molte prove e giravolte prima di vincere.

l’Ussita

CONSEGUENZE NEFASTE DI POLITICHE ECONOMICHE BEN INTENZIONATE

Il caso del Giappone

Giusto al tempo della nascita dell’Italia unitaria che stiamo ricordando il Giappone, dopo quasi tre secoli di isolamento dal resto del mondo, temendo di perdere la propria indipendenza nel vedere che cosa era accaduto alla Cina che si era opposta alle prepotenze degli inglesi (guerre dell’oppio del 1839-42), decise di porre le basi industriali necessarie a dotarsi delle armi moderne che non possedeva. Così, dal 1868 si industrializzò per armarsi, si mascherò da paese europeo imitando spesso in modo ridicolo Inghilterra, Francia e Germania dalle quali prese esempio in molti campi: marina, esercito, industria manifatturiera moderna, siderurgia, cantieristica. Anche la costituzione fu di matrice bismarckiana mentre l’inno nazionale Kimi ga Yo veniva musicato dal tedesco Franz Eckert. Vinte tre guerre (sino-giapponese 1894-95, russo-giapponese 1904-05, prima guerra mondiale), a imitazione delle potenze europee e dell’America pose le basi della sua dominazione sui paesi vicini, più che colonizzati resi schiavi. Le vittorie e le conquiste lo spinsero a immaginarsi il dominatore dell’intera Asia attraverso la creazione della Sfera di Co-prosperità della Grande Asia Orientale (Dai Tôa Kyôeiken) che avrebbe avuto come capofila e paese egemone il Giappone. Queste ambizioni smisurate lo porteranno alla disastrosa sconfitta del 1945.

Tuttavia, questo paese prostrato, il cui popolo è stato ancora una volta ingannato dai suoi governanti, saprà cogliere l’occasione per mostrare la sua capacità di risorgere dalle ceneri. Con tenacia e volontà i giapponesi si dedicheranno alla ricostruzione post-bellica che vedrà alleati banche, imprenditori privi di mezzi e parecchi ex-criminali di guerra. Uno degli strumenti importanti usati saranno i prestiti bancari concessi alle imprese senza garanzie reali (overloaning prestare al di là di quanto lecito o consentito), basati sulla fiducia e sulla convinzione di successo da parte degli imprenditori condivisa dalle banche.

A questi overloans – che furono nella stragrande maggioranza dei casi onorati – si unirà la pratica dei Circoli per il Controllo della Qualità (Q. C. Circles) che organizzano e riuniscono i lavoratori al fine di studiare i metodi più idonei per introdurre nell’impresa tutti quegli elementi tesi a migliorare le condizioni del lavoro e della produzione; e ancora una volta sarà la determinazione e la tenacia del popolo giapponese ad avere la meglio. La nascita di nuove imprese, soprattutto piccole e medie (il Giappone è, con l’Italia, il paese del mondo con il più alto numero di imprese piccole e medie), ma anche grandi come la Sony, assorbe gradualmente la forza lavoro in gran parte disoccupata. L’aumento della produttività del lavoro (a differenza che in Italia) si traduce in sostanziosi aumenti salariali che fanno crescere quella domanda interna che la guerra e la povertà post-bellica avevano grandemente ridotto. Così, un paese dalla bilancia commerciale cronicamente passiva e i cui prodotti erano noti per il loro basso prezzo e la qualità scadente, ma dove il costo del danaro è sempre stato basso, ribalta i termini del problema in vent’anni di duro lavoro da parte di tutti: la bilancia commerciale diventerà attiva dalla metà degli anni Sessanta e i prodotti giapponesi diventeranno pian piano noti soprattutto per la loro qualità, anche se questa opinione diffusa non sarà sempre fondata sui fatti e suffragata dalla diretta esperienza.

Le azioni delle imprese giapponesi quotate in borsa vengono sottoscritte e acquistate soprattutto dai risparmiatori giapponesi, non da investitori esteri. I dividendi che le imprese giapponesi destinano agli azionisti sono modestissimi e questo elemento le rende poco attraenti per gli investitori americani che contano sui dividendi delle azioni come parte del loro reddito spendibile, a differenza dei risparmiatori giapponesi che contano soltanto sulla rivalutazione in conto capitale del loro “giardinetto” di azioni di imprese nazionali.

Queste aspettative si rivelano per un lungo lasso di tempo perfettamente fondate: le quotazioni crescenti delle azioni, dovute in parte alla forte inflazione che caratterizza l’economia giapponese (il tasso medio annuo di crescita dei prezzi al consumo dell’Italia e del Giappone sarà eguale per trent’anni tra il 1945 e il 1974), ne mantengono alta e crescente la domanda. Un fenomeno analogo caratterizza il mercato immobiliare: i terreni (e anche le case) vedono crescere costantemente i loro prezzi di mercato. Ma la continuazione di questa tendenza negli anni Settanta e Ottanta comincia a preoccupare il governo, e cioè l’apparato rappresentato dai pubblici funzionari (non dai membri del gabinetto in carica) che hanno una tradizione di modus operandi diretto al bene del “paese-famiglia” (kokka) da parte della pubblica amministrazione giapponese, e che troviamo quasi sempre nelle misure e nelle politiche adottate dal governo. (*)

Alla fine degli anni Ottanta la mano pubblica decide di frenare l’ascesa dei prezzi di case e terreni e dei valori mobiliari, riflettendo sui seguenti fatti:
a) quando buona parte del reddito delle famiglie è assorbito dal costo dell’affitto o del mutuo per l’acquisto dell’abitazione, l’economia rischia di ristagnare per la caduta della domanda di altri beni e servizi;

b) quando i corsi delle azioni divengono troppo elevati producono un effetto di spiazzamento (crowding out) che danneggia le società di nuova formazione che non riescono ad approvvigionarsi facilmente dei capitali di cui hanno bisogno per nascere, vivere e prosperare.

Poiché questi fatti si stavano verificando in Giappone già da alcuni anni, occorreva escogitare politiche tali da mitigarne o annullarne le implicazioni negative, o addirittura nefaste, per l’economia. Così, per ovviare a questa situazione che stava diventando sempre più pericolosa per il Paese e preoccupante perché fonte di sperequazione sociale, i funzionari governativi decisero di attuare misure e politiche appropriate per raggiungere questi obiettivi, e cioè di far “sgonfiare” queste due bolle speculative. Le misure restrittive del credito e di natura fiscale adottate nel maggio e nel dicembre del 1989 fecero sì che questi obiettivi venissero raggiunti. I corsi delle azioni giapponesi quotate alla borsa di Tôkyô cessarono di crescere invertendo la tendenza dal gennaio 1990. Lo stesso accadde nel mercato immobiliare, anche se l’industria edilizia non si fermava e continuava a costruire sempre oltre un milione di abitazioni l’anno (tra 1.707.000 del 1990 e 1.094.000 del 2008). Un vero declino si è verificato soltanto nel 2009 (788.000 abitazioni) ed è continuato nel 2010 quando la quota mensile delle abitazioni costruite ha oscillato tra le 57.000 di febbraio e le 73.000 di novembre.

L’indice della Borsa di Tôkyô “Nikkei 225” aveva raggiunto il livello più alto in assoluto di 38.957,44 punti il 29 dicembre 1989 e poi aveva cominciato a scendere costantemente attestandosi negli anni Duemila su livelli che non hanno mai superato i 18.300 punti, mentre nel 2010 il valore ha oscillato tra 10662 di gennaio e i 9268 punti di agosto; in ottobre il valore di 9455 punti è stato pari a un quarto del valore storico massimo. Nel mercato immobiliare i prezzi si sono sensibilmente ridotti dal 1992 e poi si sono sostanzialmente dimezzati rimanendo su questi bassi livelli. Un appartamento per il quale nel 1992 si chiedevano 110 milioni di yen poteva essere comprato per 75 e rivenduto anni dopo a 55 milioni, il nuovo prezzo di mercato, rimasto poi fermo fino ai nostri giorni.

Questi fenomeni sono stati percepiti negativamente: le famiglie hanno ritenuto di aver subito una perdita nella consistenza del loro patrimonio poiché il valore di mercato delle loro proprietà (case, terreni e azioni) si era ridotto. Hanno quindi preso a risparmiare di più per ricostituire il patrimonio depauperatosi in termini monetari e a prezzi correnti (ma non in termini reali: una casa fornisce lo stesso servizio, un’azione rappresentava sempre lo stesso frammento della proprietà dell’impresa quotata in borsa), con la conseguenza di ridurre le proprie abitudini di consumo e di trascinare l’economia giapponese nella “trappola della liquidità” foriera della recessione dalla quale il Giappone non si è ancora risollevato.

Ciò non sarebbe forse accaduto se i pubblici funzionari artefici di queste politiche fossero stati in grado di farsi ascoltare per spiegare in modo adeguato al popolo giapponese quanto positivo fosse per il Giappone la caduta dei prezzi nel mercato mobiliare e immobiliare. Mantenendo inalterate le abitudini di consumo e di risparmio (e non vi era alcun motivo che impedisse di farlo) la situazione generale sarebbe migliorata perché la capacità di spesa dei cittadini per altri beni e servizi sarebbe aumentata grazie alla diminuzione di questi prezzi. Il fatto che i valori di mercato correnti delle azioni e degli immobili fossero scesi avrebbe danneggiato soltanto gli speculatori, una esigua minoranza, e i risparmiatori più ricchi che non ne avrebbero troppo sofferto. Questi ultimi, avendo investito parte dei loro redditi in azioni dalle quali non si attendevano dividendi, avevano implicitamente mostrato di non avere bisogno di questi dividendi per mantenere il loro tenore di vita.
Inoltre, le famiglie proprietarie di azioni e di immobili avrebbero continuato a possedere gli stessi “pezzi” delle imprese delle cui azioni erano proprietarie, mentre il servizio fornito dall’abitazione non si sarebbe ridotto a causa del suo più basso prezzo di mercato. Chi avesse desiderato vendere la propria casa per comprarne un’altra più grande sarebbe stato avvantaggiato dai prezzi dimezzati degli immobili, e non svantaggiato come poteva sembrare a un osservatore superficiale. (**)

Il fatto che i funzionari pubblici non siano riusciti a spiegare in modo adeguato che i risultati sperati e raggiunti avrebbero avvantaggiato tutti e rafforzato il sistema economico giapponese, indicando nello stesso tempo come ciascuno avrebbe dovuto conseguentemente comportarsi in linea con l’adozione di queste politiche, può forse essere visto come un segnale preoccupante e negativo della minore capacità delle nuove leve di pubblici amministratori di fronteggiare con la necessaria determinazione gli eventi.

Così è stata innescata la crisi economica, che si è tradotta in un tasso di disoccupazione della forza lavoro che – oscillante tra l’1,1% del 1970 e il 2,1% del 1990 – è salito dal 2,2% (1992) al 5,1% (2010), indicatori non trascurabili di malessere sociale tuttavia ben lontani da quelli registrati in quasi tutti gli altri sistemi economici ricchi. Il cammino fin qui fatto dall’economia giapponese – divenuta negli anni Ottanta e Novanta, anche grazie alla costante tendenza alla rivalutazione dello yen, la seconda economia mondiale – è stato prodigioso. I passi giganteschi fatti sono innegabili e ben illustrati dal paragone con un’altra economia estremamente dinamica, quella italiana. Basti pensare che nel 1953 il reddito pro-capite giapponese espresso in dollari era pari alla metà di quello italiano (essendo la popolazione giapponese doppia di quella italiana i due prodotti nazionali si eguagliavano), ma già nel 1969 il Giappone aveva, come oggi, un prodotto nazionale lordo (oggi si preferisce il PIL) più che doppio di quello italiano: 171 miliardi di dollari rispetto agli 83 miliardi di dollari dell’Italia. Così in un breve lasso di tempo le posizioni relative si erano ribaltate grazie al maggiore dinamismo dell’economia giapponese.

Questi stessi zelanti e attivi amministratori pubblici che hanno fatto crescere l’economia giapponese ne hanno generato la crisi, non essendo stati in grado di spiegare al popolo giapponese che essa non è priva di aspetti positivi. I giapponesi non si rendono conto come questo “rallentamento” della loro economia possa essere visto in fondo come una benedizione, dato che riduce l’inquinamento e gli sprechi, e rende meno frenetica la rat-race e le nevrosi che vi sono associate.
Analogamente, nella loro smania di efficienza, e vittime del desiderio di primeggiare sempre e ad ogni costo, questi stessi pubblici amministratori hanno suggerito al Paese l’opzione energetica nucleare della quale forse non si pentiranno mai abbastanza.

Il Giappone non è il paese modello che viene presentato dai mezzi di disinformazione di massa ovunque nel mondo. I giapponesi sono bravissimi e zelanti nelle esercitazioni, ma quando l’evento per il quale si esercitano accade davvero, terremoto o incendio che sia, nessuno sa più che cosa fare, dato che l’evento reale si presenta sempre – è la perfidia del destino – con delle anomalie non previste.

Il terremoto con epicentro sotto l’isola di Awajima (“Isola dei Disastri”) del 17 gennaio 1995 nell’area di Osaka-Kobe (HanShin jishin) ha causato 6.434 morti, buona parte dei quali arrostiti dal gas la cui erogazione non era stata tempestivamente interrotta per l’inadeguatezza delle azioni umane seguite al sisma.
Le sue costruzioni antisismiche lasciano molto a desiderare se le case unifamiliari di legno, vetro e plastica con il tetto di travi ricoperte di tegole di maiolica hanno schiacciato sotto il loro peso chi ci abitava. I palazzi di 10-15 piani costruiti con criteri anti-sismici sono collassati schiacciando chi abitava ai piani intermedi e inferiori, rivelando così che i criteri antisismici erano stati applicati in modo solamente virtuale. Le strade sopraelevate si sono inclinate, ostacolando i soccorsi, perché i piloni su cui poggiavano avevano armature in ferro inadeguate oppure perché alcune strutture non erano di ferro ma di legno. Più che i veri criteri antisismici in quelle costruzioni avevano prevalso la speculazione e la disonestà. I dettagli in materia non hanno circolato molto e i nostri disattenti maestri della cosiddetta “informazione” hanno continuato a lodare un paese dove un terremoto importante ma non catastrofico può fare oltre sei mila morti.

Il maremoto, come si diceva una volta (ora si preferisce la terminologia più esotica: onda di porto o tsunami, tidal wave), che in pochi minuti l’11 marzo ha spazzato la costa giapponese del Pacifico per molti chilometri e penetrando all’interno quanto l’altitudine dei rilievi costieri consentiva, avrebbe fatto meno danni se gli insediamenti urbani non fossero stati così vicini alla costa, edifici spesso costruiti su terra strappata al mare, ma fossero stati più rispettosi della tradizione costruttiva dei giapponesi del passato che voleva le abitazioni il più in alto possibile e non al livello del mare. Mentre piangiamo le migliaia di morti inghiottiti dal mare, dobbiamo essere consapevoli che il vero danno di questo terremoto non viene dalla natura, ma dalla incauta azione umana che ha portato a localizzare impianti elettronucleari potenzialmente fragili in prossimità del mare.

Nessun Paese al mondo dovrebbe poter decidere autonomamente di produrre energia elettrica con l’uranio facendo uso della tecnologia basata sulla FISSIONE nucleare, la sola attualmente disponibile. Infatti, questo metodo produce le indesiderate scorie radioattive di cui ciascun Paese non sa come liberarsi in modo sicuro e la cui esistenza può mettere seriamente in pericolo la vita sull’intero pianeta Terra.

Ove si tenga conto che le riserve mondiali di uranio sono limitate (come del resto quelle di qualsiasi altro minerale e con l’aggravante che l’uranio, a differenza di quasi tutti gli altri metalli, non può essere recuperato neppure parzialmente), il suo uso dovrebbe perciò essere proibito e rinviato a quando si potrà disporre della tecnologia basata sulla FUSIONE nucleare, allo studio da anni e non lontana dal conseguire risultati pratici positivi. Una tecnica questa che non produrrà scorie radioattive e che permetterà di produrre energia elettrica senza quegli effetti collaterali indesiderati che dovrebbero portare gli scienziati a convincere i popoli e a spingere i governi ad abbandonare il nucleare, come del resto ha fatto la Germania la quale, dopo aver avviato un vasto programma di costruzioni di centrali nucleari, accortasi dell’errore commesso, non ne ha più costruite. Fatto questo che si preferisce tacere, e che non viene divulgato dai mezzi di disinformazione di massa, che citano invece continuamente paesi moderni, ricchi e progrediti come gli Stati Uniti, la Francia e la Svizzera fautori convinti della produzione di energia elettrica mediante il nucleare “sporco” ora in uso.

Fino a ieri in questo elenco di Paesi eletti da imitare vi era anche il Giappone, un paese densamente popolato e fortemente sismico dove mai si sarebbe dovuta costruire una centrale elettrica a combustibile nucleare …

Gianni Fodella

(*) Nelle prassi giapponesi consolidate sono i rispettati e rispettabili pubblici funzionari a prendere le decisioni di politica economica, mentre i ministri si limitano ad apporre la loro firma. In questo modo le politiche economica, fiscale, industriale, energetica, ecc. del Giappone sono caratterizzate da una continuità e coerenza sconosciute altrove, specie in Italia dove ad ogni cambio di governo (e la frequenza dei cambiamenti di governo è sostanzialmente identica a quella del Giappone) il ministro in carica vuole far sentire il proprio peso e il segno della sua volontà, con la conseguenza che è praticamente impossibile dar vita a politiche pluriennali coerenti per conseguire obiettivi utili al Paese. Naturalmente il metodo italiano è migliore se le politiche suggerite sono dannose per il Paese.
(**) Basterà un semplice esempio. Prima della caduta dei prezzi degli immobili, chi avesse desiderato vendere una casa del valore di 1 oku (cento milioni) di yen per comprarne una del valore di 2 oku yen, avrebbe dovuto risparmiare cento milioni di yen. Dopo la crisi che aveva portato i prezzi a dimezzarsi, il risparmio necessario sarebbe stato di soli 50 milioni di yen. Ma tutto ciò non è stato considerato dai giapponesi con la dovuta ponderazione. Se avessero riflettuto, e se il governo li avesse invitati a riflettere in modo corretto, avrebbero capito che il ridotto prezzo delle abitazioni avrebbe permesso loro di comprare case più grandi alle quali destinare risparmi minori rispetto alla situazione precedente.

QUESTO 25 LUGLIO INSEDIERÁ GALEAZZO CIANO

Quello del ’43 fu rottura vera.

Chi scrive vanta una quarantennale indifferenza di fronte alla lotta fratricida che spacca in due bande spietate i Proci banchettanti a spese del popolo: Proci Azzurrastri contro Proci Rossastri. I primi capeggiati, oggi, da Silvio Lubriconi, austero magnate markettelevisivo, i secondi discepoli e uomini di mano dell’Ingegnere, mite finanziere e mistico che fece una lunga ascesi ad Ivrea, quando vegliò la salma Olivetti, e a Torino-Lingotto, quando provò ad arricchire la Fiat a beneficio di due orfani , Gianni e Umberto.

Indifferente, dunque. Se questo pomeriggio di novembre avanzo un’ osservazione sulle cronache della stagione finora dominata dalle libere ragazze di Lubriconi e dai contratti monegaschi e RAI non ostacolati dalla Terza Carica dello Stato, è perché sento infittirsi i richiami al 25 luglio 1943 e i connessi opposti esorcismi.

Ma quel 25 luglio segnò una fine dura e aspra: il cavaliere Mussolini (così lo definì il comunicato della Corona) arrestato e portato alla detenzione in un furgone cellulare camuffato da ambulanza. Il maresciallo cavaliere (anch’egli dell’Annunziata) Pietro Badoglio, che il Re mise a capo del governo, bene o male finì di abbattere il regime fascista, negli anni Venti e Trenta ammirato da mezzo mondo; accettato e persino amato dallo Stivale (non mezzo ma quasi intero); alla fine demolito dai quadrimotori mod. Liberator, Stirling Lancaster e Flying Fortress. Questo 25 luglio non abbatte, non vuole abbattere, un bel niente. Sloggia, o tenta di sloggiare i Proci Azzurrastri a beneficio dei Proci Rossastri.

Sarà come se il 25 luglio di allora il Re e Imperatore sabaudo avesse insediato a palazzo Venezia, come duce, Galeazzo Ciano. Oppure Emilio De Bono. Oppure Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon. Gianfranco Fini in Tulliani è stato il Galeazzo Ciano di Silvio Lubriconi, come lui Cofondatore. Ma se l’avrà vinta, assieme ad altri quadrumviri o decemviri (=capicommensali) della gozzoviglia cominciata nel 1945, che epocale cambio di regime sarà? Usurpatori ladri prima, usurpatori ladri dopo. Alcuni di coloro che nel Gran Consiglio votarono contro il Duce pagarono con la vita, davanti al plotone d’esecuzione. Pagheranno i gerarchi della congiura in corso, oppure ingrasseranno mangiando più di prima?

Per millenni gli ebrei della Diaspora rifiutarono la realtà cantando “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Chi scrive canticchia con la stessa eroica speranza “Arriverà Ulisse, dichiarerà chiusa la gozzoviglia”.

Jone

TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini

CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Oppure affittarlo. Che i Padri della patria, il comunista Togliatti in testa, abbiano deciso 62 anni fa che la repubblica sorta -dicevano- sul sangue dei partigiani e sul sacrificio dei fuorusciti, avesse bisogno di un palazzo fastoso è paradigma della disonestà che ha trionfato. Bastava una palazzina di 50 stanze, come era a Bonn la presidenza della Bundesrepublik. Invece i virtuosi del 1948, incorruttibili solo per poco pochissimo, vollero la reggia dei papi e dei Savoia, costruita da Gregorio XIII col denaro che avrebbe dovuto soccorrere i miseri. Il sito era lo splendido giardino del cardinale Ippolito d’Este, la cui austera madre era stata Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, quest’ultimo incarnazione di virtù. Un santo.

Qualche anno fa la giovane Seconda Repubblica fece le mosse di volere riformare le sue vituperevoli istituzioni. Nessuno ci credette; ci avevano fatto più cinici i primi cinquant’anni di cleptocrazia che le dozzine di secoli. Eppure per un momento avevamo creduto di doverci disintossicare dal cinismo. Erano cinici i patrioti del Risorgimento? I volontari e i rassegnati del Carso?

Nessuno ci credeva, dicevamo. Eppure…Pensammo ci sarebbero state Bicamerali, Costituenti, Ricostituenti. Ci sarebbero stati codici, pandette e altri conati di rigenerazione istituzionale. Ci sarebbero state denunce implacabili. Sarebbe esplosa l’antipolitica. Le ruberie dei cleptocrati sarebbero state messe a nudo. Possibile che nulla sarebbe cambiato?

Possibile. Nulla è cambiato. I costi della politica erano apparsi scandalosi a tutti, persino alla gentaglia dei politici. Sono aumentati.

Allora è tempo di piantarla con la deferenza verso le istituzioni, cominciando dalla più augusta (diciamo così). La presidenza della nostra repubblica scalognata ha funzioni quasi esclusivamente cerimoniali: auguri di capodanno, salamelecchi col corpo diplomatico, esequie, ricevimenti, onorificenze, persino un sommo comando delle forze armate che prolunga il generalato supremo del fronte occidentale esercitato nel 1940 da Sua Altezza Reale Umberto, molto rimpianto dalle novantenni aristocratiche. Persino la prerogativa di sciogliere le Camere è discussa. A Londra, madre o nonna del parlamentarismo, indire nuove elezioni spetta al capo del governo quando vuole, non alla regina collega del nostro sommo sacerdote. Dunque il maremoto delle riforme che ci sono state promesse -perciò certamente verranno, che diamine!- dovrebbe cominciare dalla sommità fisica del sistema politico meno onorevole del mondo occidentale.

Dal Colle presidenziale -un tempo più prosaicamente conosciuto come Monte Cavallo- gli uffici del Primo Cittadino dovrebbero traslocare verso la summenzionata palazzina di 50 stanze, e non più. Il primo ministro Cameron, che ha portato alla vittoria il partito della conservazione, ha avuto il coraggio di tagliare di un quarto uno dei bilanci più tradizionali dello Stato britannico, quello del Foreign Office. Sacrifici più modesti a carico della superba Navy, della gloriosa RAF, del semi- invincibile Army. Ce lo imprestassero per un po’, a sostituire un Berlusconi o altri pari a lui, Cameron taglierebbe di otto decimi la spesa meno essenziale di tutte, quella dell’arcipalazzo pontificio/sabaudo. Ottima cosa sarebbe che abolisse i ricevimenti ai diplomatici, dignitari e loro signore.

Cameron licenzierebbe, oppure manderebbe a regolare il traffico all’Eur, i quasi 300 corazzieri che torreggiano coi loro inutili due metri nelle quotidiane teleriprese della Corte sorta dalla Resistenza. Se ci pensate, ad ogni giuramento di sottosegretario o di soprannumerario ministro assiste solenne, tra altri ciambellani, un generale a molte stelle, o forse ammiraglio, con uniforme assai elegante. Che ruolo ha in quel momento? Ha strategie di guerra da consigliare allorché il comandante supremo delle FF.AA prende il ‘giuramento’ di un politico dall’onore inattendibile?

Il feldmaresciallo di cui parliamo è uno dei quasi duemila cortigiani, corazzieri, lacchè o burocrati grandi e minimi che Cameron metterebbe in pensione a un quarto del vitalizio (ma su molti si potrebbe risparmiare in tutto la pensione, visto quanto superbamente sono stati pagati e alloggiati). Quanto alla squadretta di giuristi che preparano la firma di leggi e decreti, essi non hanno bisogno dei saloni di Sua Santità, dei cavalli e delle corazze delle Guardie del Presidente (ma per proteggere quest’ultimo si impiegano alcune centinaia di militari e poliziotti veri, i cui costi non figurano nei bilanci del Quirinale). Le università, i ministeri, le cassazioni, gli studi legali della capitale pullulano di giuristi, cui la telematica permetterebbe di lavorare dai loro domicili.

Dicono che il Quirinale conti 1200 stanze e in più gallerie, scuderie, portinerie. Una volta svuotate -coi metodi anglosassoni basterebbero due settimane- si può immaginare quanto si ricaverebbe a venderlo o ad affittarlo, completo di arazzi, tappeti e candelabri. I miliardari di Shanghai non baderebbero a spese. A ripensarci, potremmo cedere loro anche i corazzieri, palafrenieri e lacchè. I ciambellani, non è chiaro che se ne farebbero. Però se adibissero la reggia a grand hotel low cost, a sfilate di moda e a conventions di concessionari d’auto, qualche ruolo lo troverebbero anche per i ciambellani.

Ci divertiamo a fantasticare, ma la questione è veramente dolorosa. Si tolgono gli insegnanti di sostegno agli sventurati e agli storpi; si nega il pasto agli scolari morosi; si lasciano dormire in istrada, a volte morire d’inverno, i barboni delle metropoli; si abbandonano alle mense dei miseri i senza lavoro non organizzati né protetti. Invece si destinano. 220 e più miliardi all’anno a mantenere una reggia sfrontata e senza onore, la quale costa il quadruplo della monarchia britannica e l’ottuplo della presidenza federale, a Berlino, della nazione più stimata al mondo. Il Colle costa quanto quarantamila precari. Se il nostro non fosse uno paese-canaglia, gestito dai peggiori tra noi, il Quirinale non sarebbe stato mai aperto. Arrivasse un giorno il Giustiziere, cancellerebbe subito la più vistosa e immorale delle nostre infamie.

Abbiamo di peggio, peraltro. Che sono morti a fare, quei fucilati della Resistenza che avevano sperato in un paese migliore?

Antonio Massimo Calderazzi

Si tolga dai piedi questa demoplutocrazia!

Il mercatismo/consumismo che ha trionfato su tutte le rivoluzioni e tutte le cospirazioni resta spregevole. Non è scritto che le generazioni avvenire moriranno tutte capitaliste. Né è scritto che il suffragio universale e i partiti, strumenti principi delle oligarchie ladre, vigano per sempre. Ma la democrazia, dove andrà?

Muoia la democrazia che conosciamo, è la risposta di chi qui sotto si sottoscrive. Non merita di sopravvivere la democrazia che per di più è stata il pretesto fraudolento di tante guerre, da una da 15 milioni di morti per liberare l’Alsazia e Trento/Trieste, nonché per inventare nazioni false come Jugoslavia o Cecoslovacchia, a un’altra in corso per portare ‘i diritti’ alle afghanistane umiliate dai taliban. Finisca per sempre la democrazia plutocratica spacciata da due tra i peggiori bugiardi della storia, Franklin D.Roosevelt e Winston S.Churchill. Si tolga dai piedi questa democrazia che fa da alibi a Berlusconi, a Franceschini, ad ogni altro commediante del mondo libero.

In nulla dovrà assomigliare all’attuale, la democrazia di domani o dopodomani. Proviamo a scrutare insieme il futuro, senza ubbie messianiche ma non senza speranza.

AMC

Quali probabilità ha un paese mediterraneo come l’Egitto di riscattarsi dalla povertà?

Percorrendo le strade del cosiddetto progresso tecnico (meccanizzazione, irrigazione dei campi attraverso canalizzazioni moderne, fertilizzazione chimica) l’Egitto si è trovato ad avere più disoccupazione e ad essere soltanto in grado di offrire gli stessi prodotti derivanti da altre agricolture mediterranee. Con quali risultati per il Paese? Non molto incoraggianti se si pensa che l’Egitto, un paese uso a giocare un ruolo come produttore ed esportatore a livello mondiale, è andato perdendo terreno sul piano della competitività. Le merci egiziane rappresentavano infatti a metà del Novecento lo 0,84% delle esportazioni mondiali mentre mezzo secolo dopo contavano soltanto per lo 0,07% delle esportazioni mondiali, ben 12 volte in meno. A che cosa è dovuto questo tracollo? A una molteplicità di fattori, in parte comuni a tutti i paesi del mondo (come l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, che ha fatto praticamente cessare la tradizionale correlazione positiva tra nuovi investimenti e nuova occupazione; questo processo si è andato accentuando e accade ora spesso che a nuovi investimenti si accompagni non un aumento bensì una caduta nell’occupazione della forza lavoro) e in parte caratteristici dell’Egitto e di altri paesi del Mediterraneo, Italia inclusa, che si trovano in questi anni presi tra due fuochi:

1) da un lato i Paesi dell’Est-Asia, che promettono di divenire, o di tornare a essere, l’officina del mondo grazie a determinate loro caratteristiche (credute note, ma in sostanza completamente ignorate) unite agli interessi, per definizione di breve periodo, sia delle maggiori imprese di distribuzione del mondo, sia di quelle imprese manifatturiere americane ed europee le quali (credendo di poter mantenere il potere di mercato che erano andate conquistandosi nel corso degli ultimi due secoli) hanno pensato di poter usare a loro beneficio esclusivo quelle caratteristiche delle imprese est-asiatiche (giapponesi, cinesi, taiwanesi, coreane, vietnamite, thailandesi) che credevano fondate su una maggiore laboriosità e desiderio di successo. A tutto ciò si è unito il mito della “sovranità del consumatore” che ha portato, in un clima di indifferenza quasi generale, alla scomparsa di intere industrie da diversi paesi ricchi (elettronica di consumo e automobilistica ne sono buoni esempi), mentre nei settori industriali abbandonati e in altri nuovi si affacciavano imprese di Paesi fino a ieri poverissimi (Cina) o poveri (Corea), tra i soli che a buon diritto potremmo chiamare PVS = Paesi in via di sviluppo;

2) dall’altro lato i Paesi tutt’ora ricchi, compresi tra l’Europa e gli ex-possedimenti europei di colonizzazione bianca, hanno continuato a sostenere le proprie economie facendo leva sui servizi, sfruttando al meglio le più favorevoli condizioni di produzione ovunque si presentassero nel mondo, usando in modo spregiudicato il loro potere economico nei mercati finanziari (e valutari) e quello militare ovunque fosse possibile.

Come l’Italia del passato, così anche l’Egitto (sotto la spinta della crescita demografica) ha dovuto ricorrere all’emigrazione (NOTA) poiché se è vero che la piaga dell’analfabetismo è stata in parte sanata e la scolarizzazione di ogni ordine e grado è andata aumentando, la crescente disoccupazione della forza lavoro ha impedito agli egiziani di usare i benefici derivanti da un’istruzione più diffusa, anche perché in Egitto come ovunque è frequente la non corrispondenza tra tipi di lauree disponibili e tipologia dei laureati richiesti dal mercato del lavoro. Occorre anche aggiungere che la diffusione di macchine automatiche sempre più sofisticate ha RIDOTTO, e non accresciuto, la domanda di personale specializzato.

A proposito di crescita demografica è bene ricordare che l’Egitto nel 1961 (così come la Turchia) aveva una popolazione di 27 milioni (pari alla metà circa di quella di paesi come Francia o Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i grandi Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

In termini generali si può affermare che l’emigrazione abbia un effetto negativo sullo sviluppo dei Paesi dai quali ha origine, quando si traduce in una migrazione permanente di quella forza lavoro più o meno qualificata, ma comunque nel fiore degli anni, la quale, dopo essere stata cresciuta e formata nel paese povero di origine, va a beneficiare il Paese di destinazione (normalmente ricco) con questo essenziale fattore produttivo al cui svezzamento e formazione il paese ricco non ha minimamente contribuito. La povertà del Paese di origine avrebbe potuto essere alleviata soltanto se le modalità dell’emigrazione avessero implicato che il lavoratore migrante portasse con sé l’intera famiglia allargata, mettendo così a carico del Paese ricco di destinazione l’istruzione dei minori e l’assistenza medico-sanitaria e previdenziale degli anziani.

Le rimesse degli emigranti, che sembrano essere un beneficio che torna al Paese di origine nella forma di reddito prodotto all’estero, non ha sempre connotati positivi poiché si traduce in genere in consumi e non in risparmi che possano trasformarsi in investimenti. Se poi consideriamo che i consumi originati dalle rimesse si indirizzano spesso verso beni durevoli di origine estera, il loro volume finisce per creare ulteriori vincoli alla bilancia commerciale non completamente compensati dalla posta positiva della bilancia delle partite correnti costituita dalle rimesse.

A questo proposito il caso dell’Egitto è emblematico quando guardiamo alle vicende della motorizzazione privata. Negli anni ’40 e ’50 le strade del Cairo erano percorse soprattutto da tram, autobus e filobus e ben poche erano le automobili che non fossero taxi. Gli egiziani appartenenti a ogni ceto sociale facevano uso dei mezzi di trasporto pubblici ai quali si aggiunse presto la rete ferroviaria metropolitana. Il quadro cambiò negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando fecero la loro comparsa due modelli di automobile di fabbricazione egiziana – pochi ma sempre più richiesti – e soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’70 quando vennero abolite molte restrizioni alle importazioni che, unite ai redditi conseguiti dagli egiziani che andavano a lavorare nei paesi arabi produttori di petrolio, fecero entrare nel Paese una gamma molto vasta di modelli di auto di importazione divenuta rapidamente uno status symbol da esibire.

La scarsa vivibilità del Cairo di oggi (e di qualsiasi area urbana egiziana) in termini di inquinamento acustico e dell’aria, dove i trasporti davvero pubblici sono quasi scomparsi e sono comunque trascurati anche perché divenuti appannaggio dei più poveri, trova le sue origini almeno in parte nel reddito generato all’estero dagli egiziani temporaneamente emigrati. Occorre forse precisare che questo tipo di comportamento riguarda i lavoratori con qualifiche medie e qualifiche modeste, poiché quelli con qualifiche elevate tendono a rimandare in patria una proporzione più piccola del loro reddito, anche per lo stile di vita imposto dal Paese di emigrazione alla famiglia egiziana che vi si deve adeguare.

Il paragone tra Egitto e Turchia (i due paesi oggi più popolosi del Mediterraneo) può essere illuminante per molte ragioni, soprattutto sotto il profilo demografico; nel 1961 avevano una popolazione di 27 milioni, pari alla metà circa di quella dei paesi allora più popolosi come Francia e Italia) che è aumentata di oltre due volte e mezza nei quattro decenni successivi fino a 70 milioni, mentre i Paesi europei menzionati sfiorano i 60 milioni.

La diffusione dell’istruzione superiore che ha caratterizzato l’Egitto dopo il colpo di stato del 1952, ha creato una situazione nella quale l’offerta di diplomati e laureati è aumentata mentre la domanda, anch’essa cresciuta, sia pure in modo non proporzionale, continua ad assorbire soprattutto i figli delle cosiddette classi colte, trascurando di dare lavoro a buona parte di coloro che provengono da quei ceti meno privilegiati che chi aveva contribuito alla deposizione della monarchia sembrava voler favorire. Ci sono troppi laureati per i posti di lavoro che richiedono questa qualifica.

Questo fenomeno riguarda soprattutto gli uomini, ma il caso delle donne è particolarmente illuminante. Se guardiamo a quelle con istruzione superiore, colpisce la gamma limitata di possibilità che la società egiziana offre loro, anche se il numero delle donne laureate è enormemente cresciuto passando dalle poche decine (di unità) del periodo tra le due guerre mondiali al mezzo milione di oggi.

Si tratta soprattutto di posti da: 1) impiegata (segretaria); 2) commessa (addetta alle vendite); 3) insegnante; 4) casalinga. Di fatto l’opzione 4 rivela il crollo delle ambizioni e dei sogni perseguiti con gli studi superiori, mentre l’opzione 3 è limitata dalla fortissima concorrenza derivante dall’elevato numero di uomini, oltre che donne, pronti a svolgere questo ruolo.

In conclusione, gli unici veri lavori retribuiti a disposizione delle egiziane laureate sono quelli di impiegata o commessa, e non si tratta di un fatto trascurabile. Per dare un’idea della dimensione del problema in termini numerici basterà pensare che più del 43% degli studenti universitari egiziani (oltre un milione) è donna.

Che dire poi dei divari salariali? Tra il salario di un professore universitario e una domestica impiegata nella sua famiglia il divario era di 500 volte alla metà degli anni ’40, alla metà degli anni ’60 era di 20 volte e di 15 volte nel 1979. Poi i professori non hanno più potuto permettersi una domestica….

Gianni Fodella

(NOTA)
Se guardiamo a uno studio demografico del 1936 (W. Cleland, The Population Problem in Egypt: A Study of Population Trends and Conditions in Modern Egypt, Lancaster, Penn.: Science Press Printing Company) vi si affermava (p.36) “Egyptians don’t migrate” e ciò risultava abbastanza vero fino alla metà del XX secolo.

C’É DEL MARCIO A NEW YORK

C’è del marcio a New York. E il furore intorno alla moschea di Ground Zero è solo la punta dell’iceberg. La vicenda che ha rimesso la Grande Mela al centro del dibattito nazionale e internazionale, infatti, è solo la punta dell’iceberg di un crescente scontro culturale che avvolge l’America fin dal 2001, ovvero dai giorni dell’Operazione Enduring Freedom e dell’imporsi all’attenzione pubblica del concetto di ‘Islamofascismo’. Uno scontro culturale che si propaga senza sosta in lungo e in largo per gli Stati Uniti, proprio come un rapido contagio, infiammando l’opinione pubblica in un periodo di grande scontento generale.

Arrivati a questo punto, la questione riguardo il diritto o meno all’esistenza della moschea prevista al Park51 dovrebbe già essere stata risolta. Nella decisione non dovrebbe essere determinante l’evidenza che negli immediati dintorni di Ground Zero ci siano già altre due moschee, la Majid Manhattan e la Masjid al-Farah: la vera risposta, supportata dalla Costituzione Americana, è che la moschea Park51 – molto semplicemente – ha diritto di sorgere lì. Ma ciò non ha placato il temperamento di persone come Pamela Geller e Robert Spencer, che tramite la loro associazione ‘Stop Islamization of America’ (SIOA) hanno dichiarato guerra totale a quella che definiscono la ‘Moschea della Supremazia Islamica’. Un’associazione che, stando al loro sito, difende la ‘libertà religiosa’:

Ricordate: siamo in guerra. Stiamo combattendo per la nostra nazione, per i nostri valori e per i principi costituzionali di libertà che hanno reso grande l’America. Siamo in guerra per la libertà di parola, l’uguaglianza dei diritti delle donne, e per la libertà di coscienza – tutte cose negate dalla legge islamica.

Le incongruenze sono visibili a occhio nudo. Se la SIOA combatte per la difesa dei valori americani, non dovrebbe essere a favore della costruzione di una moschea guidata da un imam moderato? Non dovrebbe, la SIOA, essere dalla parte dei musulmani americani che sono morti nell’attacco dell’11 Settembre, e di quelli che – ancora oggi – combattono in Afghanistan e in Iraq? E, soprattutto, contro chi stanno combattendo i ‘patrioti’ americani della SIOA? Dando una rapida occhiata ai confini americani, non mi sembra di vedere orde di barbari che si riuniscono con aria sediziosa preparandosi alla presa della Casa Bianca.

Ma i sostenitori della filosofia della SIOA (che è poi quello dei Tea Parties, e dunque di Glenn Beck e Sarah Palin) non sono particolarmente preoccupati delle incongruenze. Il loro è un mantra di supremazia etno-religiosa, e la loro islamofobia si sta rapidamente trasformando in una nuova e rabbiosa forma di razzismo. La SIOA ha programmato un raduno per il prossimo 11 Settembre e uno degli ospiti invitati a parlare sarà l’estremista politico olandese Geert Wilders, che in un’intervista ha affermato che ‘l’Islam non è una religione, ma un’ideologia: l’ideologia di una cultura ritardata’. Quello che preoccupa è la constatazione che questo sentimento, una volta relegato nella marginalità di subculture sotterranee e minoritarie, stia ora lentamente uscendo allo scoperto, fino a diventare mainstream.

Movimenti contrari alla costruzione di questa e altre moschee stanno fiorendo in varie parti d’America. A Temecula, in California, gruppi di manifestanti si sono riuniti brandendo cartelloni con la scritta ‘No Allah Law Here’, in aperta ostilità con il Centro Islamico di Temecula Valley, che vorrebbe costruire una moschea di oltre 2.000 metri quadrati su alcuni terreni inutilizzati di cui è già entrato in possesso. Un Centro Islamico a Florence, Kentucky, è apertamente attaccato da un website anonimo (‘Stop the Mosque’), e inoltre vi sono state diverse segnalazioni di un anonimo oppositore – soprannominato ‘il vigilante’ – che va in giro appendendo volantini che intimano l’immediato stop dei lavori di costruzione della moschea. E poteva forse mancare un bel rogo di libri? Terry Jones, il pastore del Dove World Outreach Center di Gainesville, in Florida, sta programmando una giornata internazionale dedicata a bruciare il Corano (International Burn a Quran Day), ovviamente per il prossimo 11 Settembre. Lo scopo dichiarato è quello di inviare ‘un messaggio molto chiaro, e radicale, ai musulmani: la legge della Sharia non è la benvenuta in America’.

L’islamofobia ha trovato risonanza anche fra i politici di professione. Il New York Times riporta che il repubblicano Allen West ha definito l’Islam ‘un nemico pericoloso’, mentre un suo compagno di partito, il candidato al Congresso Ron McNeil, ha attaccato l’Islam definendolo una minaccia ‘al nostro modo di vivere’. E come se tutto ciò non fosse abbastanza, alcune frange stanno convertendo in chiare manifestazioni di violenza questi discorsi di stampo intollerante. Il 25 Agosto, a New York City, il tassista Ahmed Sharif è stato brutalmente accoltellato da uno squilibrato che poco prima gli aveva chiesto se era musulmano. E il giorno dopo, nel Queens, un uomo è piombato nella Moschea Imam ad Astoria e ha urinato sul tappeto delle preghiere.

E’ ormai evidente quello che sta succedendo: vaghe e infondate dichiarazioni di intolleranza, basate su razzismo e odio etno-religioso, stanno trovando discepoli volenterosi. Ma ancora più evidente è la mutazione di questo programma estremista: da filosofia spicciola e minoritaria, intrisa d’ignoranza, a fenomeno politico e sociale.

Un recente sondaggio del Pew Research Center for the People and the Press ha rilevato che un numero sempre crescente di americani (ora il 18%) crede che il Presidente Barack Obama sia musulmano. Questo risultato, chiaramente, è da mettere in relazione al generale malcontento della Middle Class americana, ma non può sfuggire che evidenzia anche la presenza di una volontà mistificatoria nei confronti del Presidente. “I dati del Pew hanno evidenziato che fra Repubblicani e Conservatori – ovvero i gruppi che non amano Obama – raccoglie sempre più adesioni la credenza che Obama sia musulmano”, scrive David P. Redlawsk, direttore dell’Eagleton Center per i Sondaggi di Interesse Pubblico.

Ma, chi sono questi islamofobi? Da dove viene la loro rabbia? E ancora, qual è l’elemento unificante dei loro – variegati – sentimenti ostili? E’ forse l’Islam in quanto tale? La disoccupazione? La mancanza di fiducia verso i politici di Washington? O magari la sfiducia, più in generale, nella democrazia? Dichiararsi sostenitori dei valori americani di libertà è un’affermazione senza dubbio vaga (non siamo forse una società pluralista in cui convivono molti, e diversi, concetti e principi di libertà?), ma la formulazione di un mantra aggressivo, basato su concetti ideologici e astratti, è chiaramente il fondamento di un pericoloso populismo.

Con i dati sull’occupazione praticamente immobili, e con quelli legati all’economia che promettono generazioni perdute invece che una riedizione dei bei tempi d’oro, la rabbia che sentono gli americani potrebbe essere – a volerle dare un nome più preciso – quella della perdita di opportunità. L’America, da sempre, è la terra del sogno; oggi, tuttavia, sembra offrire soprattutto pignoramenti e code di disoccupati. Arianna Huffington dell’Huffington Post ha perfino cominciato a definire il paese ‘un’America del Terzo Mondo’. Ma la ricerca di un’anima vera per questo paese confuso, e magari anche del vocabolario adeguato per esprimere la sua rabbia, andrebbe condotta prima che l’epoca di Obama si tramuti – suo malgrado – in una Repubblica di Weimar a stelle e strisce; prima che i discorsi improntati all’odio e alla diffamazione possano essere catalogati come cupo antipasto di un clima di vera e propria violenza islamofobica.

Il rischio è che i musulmani americani si ritrovino, loro malgrado, a essere i capri espiatori di una lista di problemi più ampi. Le pene degli americani di oggi, siano esse di natura politica o economica, appartengono a tutti, dai banchieri di Wall Street ai deputati del Congresso, per finire ai comuni cittadini elettori.

Alla fine dei conti, se c’è qualcosa che possiamo imparare da questo polverone e dalle grida che si sono alzate intorno a parole quali ‘valori’ e ‘libertà’, è che non c’è niente di più anti-americano che prendersela con un gruppo di individui per una crisi che appartiene all’intera collettività.

Andrew Z. Giacalone
traduzione di Leonardo Staglianò

photo: nowtheendbegins.com