SCHLESINGER Jr: RIMPIANTO PER I DUE GRACCHI D’AMERICA

Non ci è dato sapere se una certa perla di saggezza attribuita al presidente Kennedy fu farina del suo sacco, o non piuttosto del sacco di una sua eminenza grigia, magari lo stesso Schlesinger.
Ecco la perla: “Prima che la mia presidenza finisca, dovremo fare altre prove per assodare se una nazione governata come la nostra potrà durare.
Il risultato non è affatto sicuro”.
Avesse pensato sempre così, l’uomo della Nuova Frontiera sarebbe considerato un vero statista, laddove molti dubitano.

Sappiamo per certo che Arthur M.Schlesinger Jr., figlio dell’omonimo illustre storico di Harvard e lui stesso, il figlio, accademico di primo piano a Harvard, due volte vincitore del premio Pulitzer, fu alto consigliere del presidente Kennedy, virtualmente un suo ministro.
Purtroppo non riuscì a dissuadere il Principe dal far partire l’impresa americana nel Vietnam. Per Schlesinger fu l’impresa più sbagliata e turpe in assoluto: ma prevalse l’ostinazione bellicista del neoeletto condottiero della Nuova Frontiera. Il presidente uscente Eisenhower, che di guerra si intendeva più del sottotenente di corvetta Kennedy, aveva tentato invano di sconsigliare l’avventura indocinese.

Nei giorni in cui il presidente Trump appare aver fermato, almeno provvisoriamente, quei capi del Pentagono che volevano dare una tremenda lezione militare all’Iran, e in ciò fare sembra ripudiare i propositi di totale egemonia sul pianeta, risulta profetica la visione anti-imperialista avanzata da Schlesinger nel libro “The crisis of confidence: ideas, power and violence in America” (1967).
Scrisse: “Sembra che ormai gli eventi sfuggano al nostro controllo. Non possiamo più difenderci dal corso ineluttabile della storia. Nell’ultimo quarantennio abbiamo dovuto affrontare la peggiore Depressione, la peggiore guerra mondiale e la più rovinosa guerra limitata. Eppure fino a poco tempo fa siamo sempre stati convinti di poter fronteggiare con la nostra leadership e con le nostre risorse -morali e psicologiche oltre che economiche- qualsiasi sfida. Ne siamo altrettanto sicuri oggi?
Il fatto che mezzo milione di americani, più un milione di alleati, più una tecnologia bellica smisurata, non siano riusciti a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri in pigiama nero, ha scosso la nostra fiducia nella potenza dell’America; e le immense devastazioni che abbiamo compiuto hanno scosso la fiducia che avevamo nella nostra rettitudine (…)
E’ arrivato il momento di ripensare le istituzioni e i valori del nostro paese”.

” La guerra nel Vietnam ha indotto il nostro governo a seguire una linea di insensata, spaventosa distruzione. E’ stato proprio il fallimento nel Vietnam a revocare in dubbio tutta la nostra politica estera (…) Il peso totale delle bombe sganciate sui due Vietnam è stato di 2.948.057 tonnellate.
Il peso totale delle bombe sganciate nella Seconda guerra mondiale, in Europa come nel Pacifico, è stato 2.057.244 tonnellate.
Il 31 marzo 1967 un discorso del presidente Johnson annunciò il fallimento della nostra escalation. Se avesse tenuto quel discorso un anno prima, molti americani e molti vietnamiti sarebbero ancora in vita.
Come ebbe a dire Kennedy nel 1961, ‘dobbiamo accettare il fatto che gli USA non sono né onnipotenti né onniscienti, che siamo solo il 6% della popolazione mondiale, che non possiamo riparare ogni torto e sanare ogni calamità’.
Invece il successore di Kennedy ripristinò il dullesismo e si gettò a capofitto nella politica dell’overkill”.

Solo riducendo la nostra presenza militare nel pianeta, affermò Schlesinger, e solo cominciando a dare prova di ragionevolezza, potremo restaurare la nostra influenza nel mondo. La politica di impegno totale su scala planetaria è incompatibile con ogni prospettiva di ricostruzione sociale in patria. In futuro il mondo terrà conto dell’America non tanto per la nostra forza militare, quanto per la capacità di sanare le nostre fratture sociali, prima di tutto fratture tra tra ricchi e poveri, tra bianchi e non bianchi, poi tra vecchi e giovani e tra esperti e non scolarizzati. Il nostro paese è in uno stato di incipiente disgregazione. La struttura della società è sottoposta a gravi tensioni. I privilegiati sono divenuti gli antesignani del rinnovamento, mentre i bianchi sottoprivilegiati difendono accanitamente lo status quo (e, diciamo noi, votano per Trump). Il nostro paese è in uno stato di iniziale disgregazione.

Il rimedio additato dal Nostro: superare la Vecchia Politica.
Se i grandi partiti non cominceranno a fare ciò che non hanno mai fatto -coinvolgere veramente l’uomo della strada- dovremo aspettarci un balzo in avanti della Nuova Destra e della Nuova Sinistra: in apparenza nemiche acerrime, in realtà unite nella volontà di abolire le istituzioni che hanno il ruolo di conciliare le tensioni della nostra società.

Quasi tutte le valutazioni e le enunciazioni dell’intellettuale Schlesinger sono state confermate dal mezzo secolo che è passato dal suo libro, scritto “in memoria di Robert Francis Kennedy”. Ciò che non è stato convalidato è la sua speranza che una conversione al realismo e all’etica della classe dirigente sapesse rigenerare l’America. Che in particolare sapessero rigenerarla gli imperativi/slogan della Nuova Frontiera e poi, caduto John Kennedy a Dallas, gli slanci idealizzanti del fratello Robert, fatto martire dalla propria incapacità di convincere l’uomo della strada.
L’uomo della strada non poteva condividere le posizioni ìperprogressiste del fratello del Presidente: anch’egli destinato ad essere assassinato, come i due patrizi romani tribuni della plebe, Sempronio e Gaio Gracco.
(Accertato che la guerra civile lo condannava a morire, Gaio si fece uccidere dal suo schiavo).

Antonio Massimo Calderazzi

‘TIME’ CONTRO 5 MITI AMERICANI

A leggerla in fretta, la cover story pubblicata il 20 giugno 2011 dal settimanale della Time Warner, autore Rana Foroohar, potrebbe essere presa per un manifesto antiliberista e ‘unamerican’. Non lo è se non in parte; in ogni caso contiene ammissioni di peso. Titolo: ‘The Five Miths About the U:S:Economy’.

Premesse: la congiuntura resta cattiva, con disoccupazione al 9,1%; di settimana in settimana l’americano della strada si sente più povero; c’è un’intera generazione che non troverà il lavoro ben pagato di un tempo; è incredibile che l’opposizione repubblicana proponga ancora, come stimoli alla ripresa, l’abbassamento delle tasse (che avvantaggia i soli ricchi e le corporations) e i tagli sul Welfare; fuori degli USA c’è almeno mezzo miliardo di persone ‘who can do our jobs’.

Seguono l’elenco e la confutazione dei Five Miths. Primo: sei mesi basteranno, come un tempo bastavano, per far tornare i buoni livelli d’occupazione. Occorreranno sessanta e più mesi. Secondo: agiranno gli stimoli tradizionali. Invece non affronteranno i problemi di fondo del sistema-paese. Terzo: il settore privato ha le soluzioni. In realtà il settore privato investirà nei paesi emergenti, non negli Stati Uniti. Quarto: rimedierà la mobilità dei lavoratori. Negli anni Ottanta si trasferiva il 20% di essi, oggi il 10% (anche perché lavorano di più le donne, ed esse hanno difficoltà a seguire i mariti con un lavoro). Quinto: lo spirito d’iniziativa è sempre la grande risorsa dell’America. In realtà  dagli anni Ottanta  la creazione di nuove aziende si indebolisce.

Conclusione: occorrono novità grosse. Nell’immediato, sostiene l’autore, il governo deve aiutare i tanti che stanno perdendo la casa per l’impossibilità di pagare i mutui. Poi gli americani dovranno ricredersi: ai giovani non basta più andare all’università per trovare un buon lavoro: “not everyone can or should shell out money for a four-year liberal-arts degree”. Sono richiesti più saldatori e impiegati d’ordine che laureati.  E’ necessario mettere fine a un sistema di detrazioni e favori ai ricchi, per il quale i 400 redditi statunitensi più alti non pagano più del 18% in tasse.

Per ultimo gli americani devono smettere di considerare ‘patriottico’ il rifiuto di una politica industriale. Non si tratta di passare a un’economia di comando come quella della Cina, ma di concertare pubblico e privato come fa la Germania. Imitiamo la Germania. Qui, con la cogestione, i capitalisti e i sindacati sono diventati partner. “In una società polarizzata come la nostra questa partnership appare impossibile. Ma alle crisi serie come l’attuale devono seguire i cambiamenti seri. Da come affronteremo i mali strutturali dipende non l’andamento dei prossimi mesi ma il futuro dei  decenni”.

J.J.J.