COME REAGIRE ALLA SPECULAZIONE?

Per reagire alla speculazione, serve una garanzia integrale di ultima istanza per le banche e per i debiti statali nell’eurozona, insieme a un bilancio federale, anche in deficit

Ci sono alcune cose esasperanti quando radio, tv e giornali danno informazioni sui problemi economici e politici europei o, ancor di più, tentano di commentarle. La peggiore è il tentativo di “dare un senso” ai comportamenti dei mercati finanziari. Esempio: perché i mercati, dopo un primo apprezzamento per le garanzie europee alle banche spagnole, hanno fatto ribassare le borse e aumentare gli spread speculando contro Italia e Spagna. Chi parla dei dati sulla recessione, chi attribuisce un ruolo alla disoccupazione dei due paesi, chi si preoccupa dei possibili aggravamenti dei deficit contabili degli Stati, chi vi aggiunge le apprensioni per gli equilibri politici, e così via. Il punto è che le “ragioni” dei comportamenti dei mercati e delle ondate di vendite e acquisti non riflettono, di solito, particolari congetture razionali.

I cosiddetti “mercati” consistono in ordini di acquisto o di vendita di determinati titoli finanziari; la maggior parte di tali ordini obbedisce a dei “modelli” adottati dai gestori di fondi vari. I gestori non sono speculatori attivi. I loro modelli sono meramente reattivi; sono cioè in genere costruiti in modo tale da suggerire di reagire positivamente (comprando specifici titoli) o negativamente (vendendoli), in una certa misura, al variare di determinati indicatori e tenuto conto di una serie di attributi nella composizione dei fondi stessi (struttura del portafoglio e valutazione del suo rischio). Possono intervenire “correzioni” rispetto ai suggerimenti dei modelli, ma il comportamento di massima è sostanzialmente legato ad essi. Solo una piccola ma strategica quota delle ondate di acquisti o vendite è governato dai giochi volontari di un numero ristretto ma estremamente potente di speculatori attivi e professionali, in grado di indurre l’innesco di rialzi o ribassi su determinati titoli.

Mentre lo scopo dei modelli dei gestori è quello di trovare una qualche forma di compromesso tra il mettere in sicurezza i fondi gestiti e il conseguire determinati tassi di rendimento (ovviamente senza nessuna pretesa di dare una interpretazione corretta del funzionamento delle economie nel loro complesso e non solo dei titoli finanziari), lo scopo degli speculatori attivi è quello di guadagnare il più possibile e nel più breve tempo da manovre operate intorno ai movimenti da loro stessi indotti nell’andamento dei titoli. Per questo gli speculatori hanno bisogno di tenere i mercati finanziari in continuo movimento; possono guadagnare anche relativamente poco sui singoli movimenti, ma se i movimenti sono tanti il guadagno per anno è comunque grande. La leva è data dal comportamento dei gestori dei fondi e in ultima analisi dai suggerimenti dei loro modelli, comunque ben noti agli speculatori attivi.

Il gioco, le motivazioni e i modelli di comportamento dei giocatori hanno le loro perversioni. Se tale gioco esaurisse i suoi effetti sui soli giocatori non ci dovremmo preoccupare, come non ci preoccupiamo di coloro che perdono i loro patrimoni nelle bische del mondo. Il problema è che eurocrati, politici e opinion makers danno a quel che succede nelle sale da gioco la dignità di segnalatori credibili dello stato di fiducia che i “mercati” attribuiscono ai singoli sistemi economici, come se quel che succede nei mercati finanziari fosse ispirato dai migliori modelli disponibili per l’interpretazione del funzionamento dei sistemi economici nella loro interezza (sia della loro parte reale che della loro parte finanziaria). Gli stessi soggetti, poi, si sentono autorizzati dalla loro pretesa superiore capacità, di scegliere di volta in volta, sulla base dei loro interessi o delle proprie convinzioni ideologiche, i “colpevoli” di turno (debito pubblico, mercato del lavoro, ecc.).

La seconda questione esasperante riguarda le opinioni dei policy maker sul fatto che si “sia fatto abbastanza” sui più diversi piani: in materia di austerità, di raccolta di fondi di garanzia europea, di prestiti o di emissioni di moneta per salvare le banche, ecc. Non vi è mai omogeneità tra le diverse autorità: se qualche commissario europeo dice che l’Italia è al sicuro, il presidente del Fondo dice che ci sono tre mesi per salvare l’Eurozona, o vicende simili.

Occorrerebbe essere chiari una volta per tutti. A fronte del manipolo di grandi speculatori capaci di mettere in moto i mercati finanziari è probabile non esista un fondo internazionale di entità sufficiente a fugare i timori dei detentori dei titoli (in realtà nessuno ci può mettere la mano sul fuoco ma nessun soggetto pubblico se la sente di scommettere). E allora è chiaro che il problema non è quantitativo ma qualitativo.

L’unica risposta che “metterebbe al sicuro” sarebbe una garanzia integrale di ultima istanza non solo per le banche ma anche per i debiti degli stati dell’eurozona (per il solo passato), accompagnata dall’unico atto in grado di rendere “normale” la situazione dell’eurozona stessa: la costituzione di un bilancio federale con la possibilità che esso possa essere gestito in deficit per sostenere il rilancio dello sviluppo. Naturalmente si tratta di accompagnare un tale cambiamento con una riforma delle normative europee che regolano le modalità di funzionamento della Bce, rendendole simili a quelle degli altri grandi stati del mondo. A questo fine occorre semplicemente rendere possibile per il futuro finanziare con emissione diretta di moneta, anche totalmente, il solo deficit federale.

Il ricorrente gioco delle parti, divenuto ormai un po’ ridicolo, sul credit crunch e le responsabilità delle banche è “l’altra faccia”, altrettanto irritante, di quanto appena detto. E’ facile parlare oggi di comportamenti aberranti delle banche; ma dove e per volontà di chi nascono i sistemi organizzativi e la struttura degli incentivi che hanno condotto le banche a gonfiare i loro portafogli di titoli, oggi considerati tossici, a cominciare dai titoli di stato di molti paesi dell’eurozona?

Tutto nasce, a ben vedere, da due “riforme” fortemente volute dalle banche centrali europee già dagli anni Ottanta:

(1) quella che “superava” la distinzione tra banche ordinarie di raccolta del risparmio, banche per il credito industriale a medio e lungo termine e banche d’affari;

(2) quella che faceva divieto alle banche centrali dei paesi europei di acquistare i titoli del debito pubblico degli stati membri sul mercato primario al momento della loro emissione.

Come conseguenza della riforma (2) le banche centrali hanno preso l’abitudine di prestare denaro a bassi tassi di interesse alle banche – ormai tutte eguali per effetto della riforma (1) – affinché esse sottoscrivano i titoli del debito emessi dagli stati. Si è trattato di una sorta di invito a nozze per le banche, cui si dischiudevano così impieghi lucrosi e che apparivano a prima vista del tutto sicuri; inizialmente almeno tutti ritenevano infatti che i titoli del debito fossero sostanzialmente garantiti (come accadeva prima delle riforme).

Ne risultarono notevoli distorsioni nei comportamenti delle banche, di particolare pericolosità nel caso di quelle un tempo ordinarie, la cui capacità di raccolta era connessa alla fiducia che era loro accordata dai depositanti in virtù di una ben fondata e antica fiducia su garanzie di carattere istituzionale. Le banche si gonfiarono sempre più di titoli (per conto proprio e della clientela depositante), rinunciando in misura crescente al loro ruolo di finanziatori degli affari commerciali e industriali, sia a breve che a lungo termine.

Lo spiacevole “risveglio”, connesso al fatto che la Bce non ha più la veste tradizionale di garante di ultima istanza per i titoli dei debiti pubblici, avvenne solo con l’esplodere della crisi finanziaria. Solo allora i titoli pubblici, di cui le banche erano divenute innaturalmente “rigonfie”, apparvero essere “tossici” per via dell’emergere – una novità per i paesi europei – di differenziali nei “rischi paese”. Ma nonostante il risveglio le banche sono state in pratica costrette a continuare a sottoscrivere i titoli pubblici, salvo essere considerate sempre più esposte a rischio.

In realtà – ed è forse la più sottile tra le cose irritanti – media e policy makers continuano a tenere distinti i problemi connessi ai rischi bancari e quelli connessi ai rischi paese. Appare invece evidente, tanto da non avere bisogno di spiegazioni, che il rischio delle banche scomparirebbe se si eliminasse il problema dei rischi paese, lasciando che la Bce funga da garante di ultima istanza per i “debiti paese” pregressi. Il rischio Europa, poi, verrebbe del tutto fugato se il vincolo di pareggio di bilancio per i paesi membri venisse temperato ammettendo – come già detto – che il bilancio federale europeo possa essere finanziato, oltre che con imposte federali, anche in deficit in relazione a programmi di sviluppo e innovazione e a nuove politiche industriali e commerciali capaci di fare dell’Europa un nuovo polo competitivo planetario.

Ma queste cose, che già la primavera dello scorso anno venivano sostenute da Sbilanciamoci.info e da poche altre voci a livello europeo, sembra ormai le abbiano capite quasi tutti, sia pure con colpevole ritardo. E allora perché tenere in piedi tante finzioni e tanti tavoli diversi di trattativa? Solo per trattare la Germania con i guanti di velluto o perché il fronte dei paesi “sviluppisti” non è ancora sufficientemente coeso? E se invece il fronte degli sviluppisti è davvero coeso, perché non si invertono le parti, minacciando la Germania di metterla fuori dall’Euro?

Il problema, infatti, è che, come aveva ben compreso il Keynes di Bretton Woods, non è ammissibile che in una comunità di paesi che fanno del commercio internazionale un perno di coesione possa esservi un paese o un gruppo di paesi che sono sistematicamente in avanzo; cioè quello che la Germania colpevolmente pretende.

di Sergio Bruno

da www.sbilanciamoci.info

QUALI TERAPIE PER L’ITALIA ANORMALE

Il bilancio che abbiamo provato a tracciare dell’Italia centocinquantenne (vedi parte Iparte IIparte III,parte IV parte V e parte VI) si presta alle più diverse valutazioni a seconda dei diversi possibili angoli visuali. Nel complesso, non crediamo tuttavia che possa considerarsi soddisfacente e in ogni caso, allo stato attuale, abbastanza  rassicurante per il futuro. Il paese non è certo da buttare ma le sue pecche e carenze sono innumerevoli, gravi e, nella migliore delle ipotesi, almeno pari ai suoi pregi e potenzialità. Forte sarebbe la tentazione di definirlo malato incurabile, data appunto la sua avanzata età statuale, se non fosse che mai è stato sottoposto, o ci sbagliamo?, a terapie adeguate.

Proprio su quest’ultimo punto, d’altronde, si accentra il discorso che più ci interessa, da portare avanti e poi finalmente concludere senza allargarlo troppo. Quale che sia l’esito di un attendibile checkup nazionale, sembra comunque lecito ribadire e partire dal presupposto che il paese assai raramente sia stato governato  in modo sufficientemente oculato, responsabile e lungimirante. Che ciò possa derivare anche da difetti più meno connaturati o storicamente generati del popolo italiano, lo abbiamo già rilevato. Certamente influenti sull’insolvenza delle sue classi dirigenti, non possono essere ignorati neppure in sede di esame dei possibili rimedi alle loro conseguenze.

Guvernè bin, come diceva Giolitti, uno dei migliori o dei meno peggio, non significa soltanto amministrare il paese “con la diligenza del buon padre di famiglia”, secondo una vecchia e consacrata formula. Significa anche, all’occorrenza, andare ben oltre l’ordinaria amministrazione fronteggiando con coraggio le emergenze più critiche, perseguendo con tenacia la soluzione dei maggiori problemi di fondo, sfidando se necessario l’impopolarità e le eventuali resistenze. Tutto ciò è troppo spesso mancato, come ad esempio, in modo particolarmente vistoso, all’indomani della prima guerra mondiale e nel momento cruciale della seconda, e in generale nei confronti della corruzione, della criminalità organizzata e dell’evasione fiscale.

Quanto all’impopolarità, l’ultimo della lunga serie di nostri presidenti del Consiglio, non contento di esprimere comprensione per gli evasori, benché campione dichiarato ed esaltato della liberalizzazione ha confessato di non poter mantenere le promesse al riguardo per timore di perdere i consensi delle categorie interessate. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, oggi novantenne, rivela invece di essersi trovato pronto a dimettersi in almeno tre occasioni se non fosse riuscito ad imporsi su questioni ritenute vitali, nel presupposto che “un capo di governo deve sempre accettare il rischio di venire deposto”.  E il generale de Gaulle, com’è noto, si ritirò a vita privata dopo la bocciatura per referendum della regionalizzazione della Francia da lui propugnata.

Nell’Italia prefascista le dimissioni dei governanti non erano una rarità; qualcuno persino eccedeva. Sono diventate estremamente rare negli ultimi tempi, che hanno visto casi addirittura madornali di attaccamento alla poltrona per nulla nobilitato da lotte ad oltranza per cause sacrosante, o almeno apprezzabili, ma incomprese. Quella di Massimo D’Alema, fattosi da parte dopo un’imprevista sconfitta in elezioni regionali, è rimasta un’eccezione. Silvio Berlusconi compie il suo “passo indietro” solo dopo una lunga e pervicace resistenza, ancora convinto di rappresentare il più grande statista della storia nazionale, godere un alto prestigio all’estero e cadere vittima del tradimento, esattamente come lamentava dopo il 25 luglio 1943 Benito Mussolini. Dal quale (qualcosa bisogna pure riconoscergli) il più recente ”uomo della provvidenza” si distingue almeno per avere rispettato, malgrado una certa disinvoltura interpretativa, le regole democratiche, a dispetto delle mire autoritarie addebitategli dagli avversari.

Frattanto, ha assunto dimensioni massicce e le forme più smaccate la moltiplicazione dei privilegi e delle prebende della classe politica in generale, l’ormai famigerata “casta”, in stridente contrasto con le ripercussioni della crisi economico-finanziaria sui redditi del grosso della popolazione e al punto da dare corpo all’immagine di una vera e propria deriva cleptocratica. Si è così giunti al più sconcertante tra i tanti primati negativi via via accumulati dal paese: i politici ed amministratori più pagati e tuttavia più inetti, e fors’anche più corrotti, dell’Occidente.

La crisi che fa incombere sull’ottava potenza economica mondiale lo spettro del default, avendo messo finora al tappeto solo la piccola e ben più povera Grecia,  ha messo tanto più a nudo l’irresponsabile imprevidenza e insipienza dei suoi governanti, non a caso trattati come inaffidabili e al limite minorati dai loro colleghi dell’Eurozona. I quali, sempre più preoccupati per la sorte della moneta comune, si sono visti infine costretti, insieme alle autorità di Bruxelles e Francoforte, a porre sotto umiliante tutela quelle di Roma per di più bersagliandole con una escalation di ultimatum.

Tutto ciò ha ulteriormente accentuato ed esasperato l’anomalia del caso italiano, di una nazione, cioè, appartenente per censo e lignaggio all’élite planetaria ma sempre afflitta da squilibri e piaghe secolari, da cronica inefficienza e instabilità politica e ora anche dall’inedita prospettiva del declino e del regresso. Si spiega, perciò, che da un lato abbia preso piede, in un paese che fino a poco tempo fa vantava livelli tra i più elevati di partecipazione al voto, la tendenza ad un crescente astensionismo e siano ricomparsi movimenti di tipo qualunquistico. E che, dall’altro, non manchino proposte di rinnovamento radicale di un sistema politico comprensibilmente giudicato non all’altezza di un compito che rimane comunque insostituibile.

L’amico Massimo Calderazzi e anche Gianni Fodella caldeggiano su questa rivista nientemeno che il rimpiazzo della democrazia rappresentativa, imperniata su parlamento e partiti, con un governo di tecnici eletti a rotazione da un consesso di cittadini selezionati periodicamente mediante sorteggio e con sistematico ricorso a referendum popolari per via elettronica, rispolverando così un antico modello ateniese debitamente aggiornato. L’idea è meno peregrina ovvero avveniristica di quanto possa apparire a prima vista. Qualcosa del genere è stato infatti già sperimentato in sede locale o regionale negli Stati Uniti e addirittura nella Cina ancora ufficialmente comunista, e magari si arriverà a realizzarla su scala più o meno vasta in un futuro non necessariamente lontano.

Essa solleva però due obbiezioni, pur prescindendo da un’analisi politologica che richiederebbe una specifica competenza. Entrambe riguardano specificamente proprio il caso italiano con la sua conclamata anomalia. Perché pensare, innanzitutto, a soluzioni così rivoluzionarie, ad una fuga in avanti così difficile da concepire in un paese che non brilla più da secoli per spirito innovativo e il cui unico esempio dato sinora agli altri e da non pochi altri effettivamente seguito, con i ben noti risultati, è stato quello di un regime fascista?

Nauseato per l’attuale condizione nazionale e affascinato dal modello Pericle, Massimo non esita ad auspicare la sua introduzione, se necessario, mediante un colpo di Stato e una dittatura ad hoc. Chi si sentirebbe di sottoscrivere data l’esperienza già fatta in materia? Qualcuno, oltre a tutto, ha ricordato nei giorni scorsi che anche il precedente ateniese non suona particolarmente incoraggiante in quanto il governo illuminato di Pericle spianò la strada alle molteplici malefatte del suo allievo Alcibiade, del resto guerrafondaio come il celebrato cugino.

Ma guardiamo all’oggi. Da quando è nata, o se si preferisce risorta, l’Italia si crede pari se non addirittura migliore degli altri maggiori Stati europei, indipendentemente dalla loro età per i più ben più avanzata; e anzi, per la precisione, dei più forti e progrediti tra essi. Se ciò avviene, diciamo, a livello ideale o retorico, a livello pratico sono questi paesi i nostri termini di riferimento abituali ed è ad essi (naturalmente con la più recente quanto ingombrante aggiunta degli Stati Uniti) che ci sforziamo più o meno alacremente e coerentemente di assomigliare. D’altra parte, tutti hanno avuto, hanno tuttora e continueranno ad avere i loro problemi, le loro crisi e le loro pecche. Nessuno, però, è gravato da trascorsi complessivamente paragonabili a quelli italiani, come abbiamo già cercato di chiarire; e, soprattutto, nessuno versa oggi in una situazione generale, di immagine e di sostanza, in termini quantitativi e qualitativi, anche soltanto avvicinabile a quella italiana.

Non mancano ovviamente punti sui quali possiamo vantare qualche superiorità, e che non bastano tuttavia a modificare una condizione di inferiorità quanto meno sotto il profilo della gestione politica. Fuori d’Italia, quest’ultima bene o male funziona, senza che si avverta un particolare bisogno di profondi rinnovamenti; neppure in Spagna, paese di democrazia giovane, di sviluppo economico recente e ancora fragile, e però governato meglio (malgrado una disoccupazione doppia della nostra) e comunque in modo molto più apprezzato all’estero, mercati finanziari compresi.

A questo punto conviene citare nuovamente D’Alema, non perché sia il moderno Aristotele bensì in quanto autore, qualche anno fa, di un libro intitolato “Un paese normale”. Personalmente non l’ho letto ma mi risulta abbia additato tra i primi un obiettivo ormai largamente condiviso: quello appunto di curare i mali nazionali senza perseguire palingenesi più o meno rivoluzionarie ma una più banale normalizzazione. La quale può significare soltanto portarsi ai livelli e moduli predominanti nel resto dell’Europa occidentale (senza dimenticare che anche buona parte di quella orientale sta progredendo rapidamente in tale direzione), cercando beninteso di salvaguardare le positive peculiarità nazionali che pure esistono.

Gli sforzi in questo senso, sinora, hanno dato frutti insoddisfacenti, ma nulla vieta e semmai tutto consiglierebbe di insistere, malgrado le delusioni. Resta però da vedere come, ossia giocando quali carte e scartando invece quali altre. Un dibattito nazionale al riguardo è tutt’altro che inedito e poco frequentato, ma pur rispondendo evidentemente ad un’esigenza largamente sentita si mantiene troppo spesso sulle generali oppure si concentra eccessivamente su temi di dettaglio. Da decenni si reclama, soprattutto a sinistra, un “nuovo modo di fare politica”, senza che nessuno abbia mai chiarito o capito in che cosa esattamente consista. A destra si contava molto sull’effetto B, ovvero sulla ventata d’aria fresca, creatività e capacità propulsiva apportata dall’avvento al potere di un grande imprenditore, di un “uomo del fare” in luogo dei profeti di “convergenze parallele”, “teste d’uovo” e dottori sottili di questo o quel colore. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel mondo politico e tra gli studiosi ed esperti, adesso, ci si confronta soprattutto,  quotidianamente e accanitamente, su come cambiare o ritoccare il sistema elettorale, nel pur giusto presupposto dell’indecenza del vigente Porcellum. Con il dovuto rispetto per la sapienza e l’autorevolezza del professor Sartori e di altri vecchi e nuovi guru, nonché per la tenacia e l’abnegazione di Mariotto Segni e di altri combattenti per la nobile causa, sembra in realtà fatica sprecata e tempo perso. Non si vede infatti cosa ci si possa aspettare da un nuovo cambiamento della legge elettorale dopo gli esiti dei precedenti, a meno di non voler provare proprio tutti i modelli esistenti al mondo prima di dichiararsi vinti, naturalmente senza alcuna garanzia di trovare quello buono. Non è comunque intellettualmente lecito sostenere oggi che i voti di preferenza siano indispensabili quando ieri li si bollava come un invito a nozze per le mafie, oppure lamentare che i deputati non siano scelti dal popolo ma dai capipartito come se nella spesso rimpianta prima repubblica avvenisse il contrario. O, ancora, stigmatizzare l’eccessivo premio di maggioranza previsto per la Camera e rivelatosi tuttavia perfettamente inutile ai fini dell’agognata governabilità.

Stupisce quindi che anche una persona di buon senso come Romano Prodi, contrario oggi ad un governo tecnico giudicato incompatibile con il bipolarismo, auspichi l’adozione di una legge elettorale che confermi quest’ultimo; e ci auguriamo anzi, questa volta, che l’ex premier smentisca una simile esternazione dichiarandosi frainteso dalla stampa, come ormai i politici nostrani fanno quasi sistematicamente. L’esperienza dimostra in modo incontrovertibile, mi sembra, che con le leggi elettorali non si confermano, almeno dalle nostre parti, né il bipolarismo, rimasto sinora una pia illusione come a maggior ragione il bipartitismo (il cui antesignano Veltroni, peraltro, dissente adesso da Prodi), né qualsiasi loro contrario.

Di qui, per concludere, la seconda obbiezione che credo di dover rivolgere alla proposta della democrazia elettronica. Tutto lascia pensare che i più brillanti ed ingegnosi ritrovati tecnici, di cosiddetta ingegneria costituzionale o altro, forse utili per risolvere al massimo qualche problema molto specifico all’interno di un determinato sistema politico, difficilmente possano rispondere all’esigenza di crearne uno nuovo, sufficientemente funzionale, per sostituirne un altro inficiato dalla prolungata e comprovata inadeguatezza delle classi dirigenti di un determinato paese. Se i tentativi di riuscirvi sono falliti su scala ridotta, come sperare che possano andare a buon fine mirando così in alto?

Siccome però il problema di un leniniano “che fare” si pone, anzi certamente si impone all’ordine del giorno, e quindi alle proposte che non convincono è quasi d’obbligo replicare avanzandone delle altre, diciamo subito che per rimediare ai gravi difetti del sistema politico e del personale politico appare necessario tenere ben presenti anche quelli del paese in generale e del suo popolo, indissolubilmente intrecciati con i primi come si è già detto e ripetuto. Ma ne riparleremo alla prossima puntata, ossia nell’ultimo articolo di questa serie.

Franco Soglian