DALLA CRISI FRANCESE DI OTTANT’ANNI FA ALLA NOSTRA ATTESA DI LIBERARCI DEI LADRI

Nel 1934 la Francia apparve per un po’ in una crisi tale da farla tentare dal fascismo. In realtà il paese la dette vinta a chi difendeva le istituzioni, perché le gestiva: due anni dopo le sinistre si unirono nel Front Populaire e sul breve termine, per pochi mesi, vinsero.

Le condizioni dell’economia erano meno serie delle nostre d’oggi. Tuttavia si delineava la minaccia di un’altra guerra, per l’indomabile volontà di rivincita della Germania umiliata a Versailles. In più l’Europa era attraversata da pulsioni autoritarie che oggi appaiono inverosimili, e anche questo differenzia il nostro contesto attuale da quello francese di allora.

Il tessuto sociale della République reca ancora i segni della Grande Guerra. Poco meno di un milione e mezzo di francesi hanno perso la vita; un altro milione è fatto dei mutilati, dei gassati, degli storpi. Metà degli altri reduci hanno riportato traumi e patimenti. La popolazione invecchia: a partire dal 1935 le morti supereranno le nascite. Eppure l’economia regge, in contrasto coi drammi della Depressione altrove. Alla fine del 1929 il governo Tardieu addita ancora ai francesi un tempo di prosperità.

Invece agli inizi dei Trenta si aprono varie sofferenze. Passata la successione di bilanci statali in  attivo, il 1933 segna un disavanzo. Tardieu crede d’avere imboccato la via giusta -opere pubbliche, pensioni agli ex-combattenti, altre misure per incoraggiare i consumi- ma le entrate si prosciugano. I disoccupati vanno a manifestare a Parigi. Si contano due milioni senza lavoro, e non esistono sussidi né casse integrazione. Le riparazioni di guerra tedesche non affluiscono come sperato, mentre gli USA chiedono la restituzione dei prestiti bellici. La destra guidata da André Tardieu perde le elezioni (1932) e imposta un’opposizione sempre più aggressiva, in qualche coordinazione coll’Action française, con le Croci di Fuoco (movimento dei decorati al valore), con altre leghe e gruppi antiparlamentari e antisemiti. Non mancano i simpatizzanti col fascismo.

Arrivò il 6 febbraio 1934, giorno in cui secondo i libri di storia la democrazia repubblicana fu sul punto di cadere di fronte all’assalto delle destre antisistema. In realtà fu solo una marcia su Parigi più importante delle altre. Gli scontri con le forze dell’ordine e tra opposti manifestanti fecero 15 morti e 1435 feriti. Le ripercussioni  immediate furono appariscenti ma abbastanza innocue: una crisi ministeriale in più (quale il parlamentarismo francese conosceva da sempre); il gabinetto Daladier sostituito da una grande coalizione  sinistra-destra capeggiata da Gaston Doumergue, ex capo dello Stato; più il tradizionale corollario di destituzioni e di avvicendamenti.

La politica francese non colse l’occasione per la presa di coscienza grave che i tempi richiedevano. La democrazia elettorale restò malata di malaffare. Il grido di battaglia urlato dai manifestanti del 6 febbraio, “A bas les voleurs!”, abbasso i ladri, anticipò come meglio non si sarebbe potuto il sentimento antipolitico degli italiani d’oggi. La congiuntura economica ebbe una normalizzazione, ma il Paese non trovò la risposta giusta alla sfida mortale presentata dall’avvento di Hitler, campione  della vendetta contro Versailles, in primis contro Parigi.

Nell’imminenza della Grande Guerra era sorto in Francia un politico importante, Joseph Caillaux, presidente del Consiglio nel 1911, capo dei radicali di sinistra e il ministro che istituì l’imposta sul reddito, a proporre una linea di riconciliazione di fondo con la Germania, al costo di alcune concessioni coloniali. Esploso il conflitto, aveva avuto la coerenza e il coraggio di esplorare una via per fermare la strage, ma il terribile Clemenceau lo fece arrestare, processare e (nel 1920) condannare per intese col nemico. Un’amnistia lo riabilitò cinque anni dopo.

Nella crisi francese degli anni Trenta nessun francese si alzò a cercare di scongiurare un altro conflitto col Reich. Le sinistre ubriacate di vigilanza antifascista si coalizzarono nel Front Populaire, imitando il Frente popular spagnolo. Vincendo le elezioni generali del 1936, credettero d’avere aperto l’era dell’asserzione progressista: dunque niente riconciliazione con Berlino, e invece tanta militanza. Contro una media di una cinquantina di scioperi al mese, nel giugno 1936 gli scioperi furono dodicimila. Gli iscritti alla centrale sindacale CGT passarono da 1 a 5 milioni.

Tre anni dopo,  2 settembre 1939, Parigi al seguito della Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania. Nel maggio successivo l’esercito francese, ancora il maggiore d’Europa, fu sbaragliato. La Troisième République morì in giugno,  dopo un settantennio di potenza e di prosperità. Aveva sbagliato tutti i calcoli a medio termine. Risorse nel 1947 come Quarta Repubblica, con tutti i difetti della Terza: nel 1953 l’elezione all’Eliseo di René Coty richiese tredici scrutini. Le crisi ministeriali si succedettero patologicamente fino al ritorno nel 1958, con pieni poteri, del ‘più illustre dei francesi’. In un settantennio la Terza Repubblica aveva avuto un centinaio di primi ministri. La nuova Costituzione dettata da Charles de Gaulle liquidò il peggio del sistema parlamentare-partitico.

Al di là delle somiglianze tra la République des voleurs, uccisa dai suoi errori, e la nostra cleptocrazia d’oggi -sempre più conclamata come malata terminale- non stiamo suggerendo che lo Stivale avrà la parabola della Troisième, la quale fece la fine peggiore in assoluto. Invece sì prevediamo che forse Francia e Italia arriveranno prima di altri paesi a ripudiare la democrazia elettorale. E’ certo al di là di ogni dubbio che essa non può non essere corrotta, e alla lunga fallimentare. Forse Francia e Italia troveranno le vie per passare dalle imposture e dalle rapine della delega elettorale a qualche formula di democrazia semidiretta e selettiva, probabilmente basata sul sorteggio tra cittadini più qualificati della media, nonché sugli avanzamenti della tecnologia.

Ciascuna a suo modo, Francia e Italia sono state scaturigini di grandi innovazioni. La prima creò il gotico e l’Illuminismo, poi uccise l’Ancien Régime e, 169 anni dopo, umiliò il parlamento e i partiti. Il nostro Stivale sta uccidendo nel disprezzo il regime-gozzoviglia dei Proci, ma nei secoli anzi millenni fu assai più creativo. Noi inventammo di tutto, dal latino e dall’impero romano al papato a lungo gestito dai nemici di Cristo, dal Rinascimento alla mafia, dai Comuni possenti all’opera lirica. Lo stesso fascismo  fu imitato o ammirato abbastanza a lungo qua e là.

Al momento giusto sapremo tornare estrosi. Forse prima di francesi, spagnoli, portoghesi, greci, o chissà chi.

A.M.C.

QUANTE SARANNO LE NOSTRE JEREZ DE LA FRONTERA?

Qualche mese fa ‘Time’ mandò una giornalista in Andalusia, a Jerez de la Frontera, perché riferisse sulla malattia spagnola partendo dalla città più indebitata del Paese. Il debito del Comune dello sherry e del flamenco raggiungeva un miliardo di euro, non troppo meno di quello di Madrid, che ha 3,3 milioni di abitanti. La spiegazione più immediata: a bloated payroll, troppo personale. Per 210 mila abitanti Jerez ha 1900 dipendenti diretti, 600 indiretti. Un caso da manuale di dilatazione della spesa per assumere gente, cioè per raccogliere voti. Uno dei cosiddetti ‘costi della democrazia’ meno perseguibili col Codice penale, come invece lo è la corruzione. In Spagna essa è andata crescendo coll’avvento della libertà, specialmente a partire dal governo socialista di Felipe Gonzales (egli cadde per gli scandali). Il malaffare ha poi contagiato gli uomini di Aznar prima, ora di Rajoy). Il partito di Rajoy si è insediato a Jerez nel giugno 2011, dunque il grosso del debito lo hanno provocato i socialisti, sulla scia della finanza ‘craxiana’  dell’andaluso Gonzales.

La sofferenza sociale trovata a Jerez dalla giornalista Lisa Abend è quella che non potrà non riprodursi qua e là da noi: stipendi e salari non corrisposti per vari mesi; fornitori non pagati; servizi cittadini sospesi, tagli brutali, disoccupazione oltre il 36%, scuole ripetutamente chiuse, strade al buio, scioperi, quarantenni tornati a vivere coi genitori in pensione. Non  sappiamo che aiuti Jerez ha ricevuto o riceverà da Madrid, da Bruxelles, da chissà chi. E’ verosimile che il disagio sociale si attenuerà presto o tardi. Ma la vicenda è paradigmatica anche per noi: ecco dove può portare l’euforia di quando le vacche erano grasse. Non solo i troppi dipendenti. Anche le opere pubbliche spropositate e non essenziali.

Una per tutte, un colossale centro culturale chiamato Ciudad Flamenca, o Flamenco. Il ballo gitano è una gloria, sarà stato dichiarato patrimonio dell’umanità. Ma tutto ha un limite. L’area edificabile destinata al tempio del flamenco è grande quanto un quartiere intero, dunque il tempio era stato concepito esorbitante: considerando anche che la città possiede già un Museo del flamenco, nonché una facoltà universitaria  di flamencologia. Provvidenzialmente l’arcitempio non è stato costruito. Ma sono le intenzioni megalomani  che contano, così contrastanti col retaggio eroicamente povero di una città agricola del sud-ovest andaluso. Perché è venuto in mente all’Alcalde e agli assessori di emulare i ridicoli eccessi architettonici di Dubai e di troppi altri ex villaggi arricchiti? Certi progetti, come il ponte sullo Stretto, costano cari anche se non si realizzano: studi, progetti, consulenze, pubblicità, personale e, soprattutto, penali. Risultati umani, mille casi come l’infermiera Marisa Sanchez che va gratis a curare i malati all’ospedale, non si sente di lasciarli marcire; e come il probo trattorista Manuel Medina, che vende mazzi di aglio in strada, e mangia se i passanti li comprano, in spirito di carità.

Nella tradizione pìcara di una città andalusa, la demozione sociale non è una novità e nemmeno un dramma abbastanza atroce. La disdetta passerà. Tuttavia prepariamoci, avremo anche noi le nostre Jerez de la Frontera. Beati i Comuni che non hanno assunto troppo, che non hanno progettato gigantesche pagode per turisti da venire, che non hanno preso alla lettera le promesse dello sviluppo forever. Che ogni coppia con bireddito microimpiegatizio fosse arrivata a fare crociere nei fiordi norvegesi e settimane nelle stazioni sciistiche ordinando bottiglie di etichetta invece che fiaschi era, è, una forzatura.

A furia di extra prelievi fiscali dovrebbe diventare una forzatura anche i privilegiati dell’One per cent. Un giorno gli eccessi di reddito dovranno sparire, con le cattive se necessario. Però la collettività ha l’obbligo di garantire il pane agli affamati, non l’edonismo ai nullatenenti. L’edonismo, ballo gitano compreso, non deve passarlo il Welfare State. E la gente che fa teatro, p.es., la smetta di chiedere: Jerez è nei guai per avere dato troppo ai signorini delle arti. Quante Jerez avremo?

Demetrio

MARCO VITALE: QUALI IDEE VECCHIE ABBANDONARE E QUALI IDEE NUOVE SEGUIRE PER USCIRE DALLA CRISI

La crisi finanziaria americana,  e la conseguente crisi economica generale, è anche la caduta della visione ideologica  che ha dominato l’economia mondiale negli ultimi venti anni, sviluppata negli USA e diffusa nel mondo dai neoconservatori americani, dalle banche d’investimento statunitensi, dai loro portavoce presso le Università di tutto il mondo, dalle grandi società di consulenza.

Avevano detto che la deregolamentazione selvaggia dei mercati avrebbe portato produttività e benessere per tutti. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il darwinismo sociale è il motore dello sviluppo e che la solidarietà sociale era un fattore negativo. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che le differenze economiche tra i più ricchi e i più deboli dovevano aumentare e non diminuire per creare una più vigorosa spinta allo sviluppo. Ora che queste differenze negli USA e nei paesi americaneggianti, come l’Italia, sono al massimo livello degli ultimi ottant’anni, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che bisognava privatizzare ogni cosa, unica via per salvarci dall’inefficienza dello Stato. Ora che i governi americano e inglese e altri governi hanno dovuto massicciamente intervenire per salvare privatissime banche e assicurazioni  e l’intero mercato dal fallimento, sappiamo che non è vero.

Avevano detto che il mercato e solo il mercato doveva reggere la società senza che altri schemi tenessero insieme il tessuto sociale, che il mercato era tutto e che tutto allo stesso dovesse essere sottomesso. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che al centro del sistema, come motore dello stesso, doveva esserci il “capital gain”. Adesso sappiamo che non è vero.

Avevano detto che la globalizzazione all’americana doveva andare bene per tutti, perché era il migliore dei mondi possibili. Ora sappiamo che non è vero.

Avevano detto che gli Stati Uniti erano talmente forti non solo militarmente ma anche finanziariamente da non aver bisogno di nessuno e che sarebbero sempre andati avanti per la loro strada, unilateralmente. Adesso sappiamo che non è vero.

Come sempre, dunque, quando si verificano grandi sconquassi economici, si assiste anche  al tramonto di un’intera concezione, di un sistema di pensiero. Oggi sappiamo che non è vero. Ma, tuttavia, ci rifiutiamo di riconoscerlo. La grandissima maggioranza dell’apparato delle scienze economiche e sociali ha fatto quadrato rapidamente, ergendo un muro difensivo per difendere il sistema ed evitare fughe in avanti. Naturalmente ci sono importanti ma non numerose eccezioni (e da noi mi piace citare soprattutto Stefano Zamagni) ma l’atmosfera dominante è stata quella del “quieta non movere”. Ma, per fortuna, le cose non sono più quiete.

Ciò fu subito chiaro,  sicché sin dal 2009 potevo lanciare un allarme verso il sistema che rifiutava di leggere la profondità della crisi e la necessità di nuovi paradigmi culturali, valoriali ed anche tecnici. Il più forte partito in questa direzione fu quello che chiamai “dei minimalisti conservatori[1].

La progressione logica dei minimalisti-conservatori, al di là delle enfasi diverse, segue uno schema abbastanza uniforme, articolato su tre punti:

  • la crisi è sostanzialmente dovuta a errori di valutazione tecnica;
  • la crisi era totalmente imprevedibile;
  • quindi non c’è niente da cambiare, né nella organizzazione economico-sociale né nel pensiero; bisogna  solo aspettare che la crisi passi, magari con l’aiuto di qualche stimolo fiscale.

Questo partito, fortemente ideologico fu, da noi, ben rappresentato dal rettore della Bocconi, Guido Tabellini che, nel 2009, concluse un importante dibattito  su Il Sole 24 Ore[2] con queste memorabili e lungimiranti parole:

“Come sarà ricordata questa crisi nei libri di storia economica? Come una crisi sistemica e un punto di svolta, oppure come un incidente  temporaneo (sottolineatura aggiunta) e presto (sottolineatura aggiunta) riassorbito, dovuto ad una crescita troppo rapida dell’innovazione finanziaria? Se guardiamo alle cause della crisi, e alle lezioni da trarne, la risposta è senz’altro  (sottolineatura aggiunta) la seconda. In estrema sintesi, la crisi è scoppiata per via di alcuni specifici problemi tecnici riguardanti il funzionamento e la regolamentazione dei mercati finanziari, ed è stata acuita da una serie di errori commessi durante la gestione della crisi… Vi sarà un’altra rivoluzione (come quella degli anni Trenta) nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il funzionamento di un’economia di mercato? Io penso di no. Le lezioni da trarre, per quanto importanti, sono più circoscritte. Riguardano principalmente il funzionamento di alcuni aspetti dei mercati finanziari, e in particolare la gestione del rischio, e l’assetto della regolamentazione finanziaria. Ma non vi sarà una revisione sostanziale degli obiettivi di politica economica, né dei concetti fondamentali di come funziona un’economia di mercato”.

A questo non pensiero  io contrapposi il pensiero che Luigi Einaudi dedicò alla crisi degli anni 20-30:

“Come si può pretendere che la crisi sia un incanto, e che a manovrare qualche commutatore cartaceo l’incanto svanisca? Ogni volta che, cadendo qualche edificio, si appurano i fatti, questi ci parlano di amministratori e imprenditori incompetenti, o avventati, o disonesti. Le imprese dirette da gente competente e prudente passano attraverso momenti duri ma resistono. Gran fracasso di rovine, invece, a chi fece in grande a furia di debiti, a chi progettò colossi, dominazioni, controlli e consorzi; a chi per sostenere l’edificio di carta fabbricò altra carta, e vendette carta a mezzo mondo; a chi, invece di frustare l’intelletto per inventare e applicare congegni tecnici nuovi o metodi perfetti di lavorazione e di organizzazione, riscosse plauso e profitti inventando catene di società, propine ad amministratori-comparse, rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali. L’incanto c’è stato, e non è ancora rotto; ma è l’incanto degli scemi, dei farabutti e dei superbi. A iniettar carta, sia pure carta internazionale, in un mondo da cui gli scemi, i farabutti e i superbi non siano ancora stati cacciati via se non in parte, non si guarisce, no, la malattia; ma la si alimenta e inciprignisce. Non l’euforia della carta moneta occorre; ma il pentimento, la contrizione e la punizione dei peccatori; l’applicazione inventiva dei sopravvissuti. Fuor del catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza; dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù”.

E aggiunsi[3]

 

“Bisogna smetterla di ingannare la gente facendo credere che i governi abbiano la  bacchetta magica per scongiurare le conseguenze di crisi gravissime come questa. I governi potevano evitare la generazione di una crisi così grave, che è conseguenza di una visione irresponsabile dello sviluppo, della montatura di una economia di carta, del gigantismo bancario, della deregolamentazione finanziaria selvaggia (le banche sono rimaste regolamentate, ma il trucco è consistito nel portare fuori dal circuito bancario, in circuiti totalmente non regolamentati, il grosso delle operazioni finanziarie e di credito), delle conseguenti manipolazioni finanziarie. Si poteva evitare e governare tutto ciò.  Ma ora che, con la loro acquiescenza, la frittata è fatta, i governi possono solo attenuare gli effetti della crisi e cercare di compensarla impostando nuovi temi di sviluppo, ma non certo cancellarne le sue dure conseguenze.”

Questa è la crisi della degenerazione del mercato, non del mercato in sè. Evitiamo dunque di cadere in una astratta disputa astratta e ideologica su più mercato o più Stato, ma analizziamo e curiamo le cose che non hanno funzionato sia nello Stato che nel mercato. Non si tratta di guardare indietro, ma avanti. Non si tratta di invocare più Stato, ma più diritto, più regole, anzi più principi, più responsabilità diffusa, più rispetto del mercato;  si tratta di tagliare le unghie ai ladri, di mandarli in prigione, di ricostruire economie efficienti ma giuste, severe ma solidali e di avviare una globalizzazione al servizio dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini e non solo dei potenti, ricchi ed irridenti che hanno contrassegnato la non felice stagione che, forse,  si sta chiudendo. Ma non nutriamo eccessive illusioni. La resistenza del sistema è fortissima

C’è un test divertente di quanto sto dicendo. In un incontro di studiosi, tra i quali alcuni americani, mi è capitato di leggere le profonde parole di un grande economista liberale, Luigi Einaudi. Sono parole lette da Einaudi nell’aprile 1945 nella Relazione del Governatore della Banca d’Italia per l’esercizio 1943. Einaudi disse: “Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo possibile il pubblico”. Quando lessi queste parole uno studioso americano presente commentò francamente: “Se qualcuno avesse pronunciato queste parole in America, quattro anni fa, avrebbe avuto buone possibilità di venire ricoverato in un ospedale psichiatrico”. Oggi questo, forse, non succederebbe più, e in ciò consiste il cambiamento e anche la speranza.

Questa resistenza intellettuale della maggioranza degli economisti e dei governi a riconoscere la vera natura della crisi e la sua profondità, fu da me paragonata all’atteggiamento dei medici o governanti milanesi ai tempi della peste descritta dal Manzoni che, nonostante gli allarmi lanciate dagli incaricati  Tadino e Settala, si rifiutarono a lungo di riconoscere l’esistenza della peste:

“Come non paragonare le acrobazie intellettuali e verbali dei medici milanesi che, a nessun costo, volevano parlare di peste e citavano “febbri maligne” e “febbri pestilenti” pur di non usare la parola: “peste”  (”miserabile rufferia di parole, e che pur faceva gran danno”, dice il Manzoni), con il pervicace e prolungato rifiuto da parte dei nostri economisti di usare la parola “recessione” e con la tesi, a lungo sostenuta, che la crisi finanziaria non avrebbe toccato l’economia reale (distinzione già di per sé, sempre e comunque, demenziale)?

Come non paragonare le prime misure prese dai governi e soprattutto gli ultimi atti del presidente Bush e del suo malefico ministro del Tesoro, Paulson, aventi natura più di esorcismi che di rimedi, con la pressione pubblica e popolare che forzò il riluttante arcivescovo Federigo a dare l’assenso alla grande processione, con esposizione delle spoglie di San Carlo, l’11 giugno 1630, che, incrementando le occasioni di contagio a causa della gran folla, fece esplodere il numero dei morti per peste? E qui, invece di  attribuire l’effetto alla causa vera, si scatenò la caccia agli untori.

Come non paragonare l’improvvisa euforia che sta prendendo molti, che festeggiano la presunta fine della crisi prima che si realizzino le correzioni di sistema necessarie per avviare un nuovo ciclo di sviluppo sostenibile, con la felice e serena convinzione di Don Ferrante che “in rerum naturam” la peste non può esistere, perché non è sostanza né spirituale né materiale e che la vera ragione del contagio è la fatale congiunzione di Saturno e Giove: perciò non ci sono cautele da prendere ma occorre solo aspettare che la congiunzione passi (vedi i nostri minimalisti–conservatori e/o nihilisti), sicché Don Ferrante morì di peste sereno e felice? 

La progressione è descritta dal Manzoni, con grande efficacia, con queste parole:

“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo[4]. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo[5]. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso,  non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome[6]. Finalmente, peste senza dubbio e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro”.

Con l’idea del venefizio e del malefizio si innesta nella successione la fase tragica degli untori e della caccia all’untore, che finisce per apparire plausibile anche a una mente limpida e acuta come quella del medico Tadino e, persino, si insinua nella mente dell’arcivescovo Federigo. E qui dobbiamo stare bene attenti, per non cadere anche noi in questa spirale. Se abbiamo usato, e ancora useremo, parole severe verso la congrega degli economisti e dei banchieri, perché ciò è indispensabile, dobbiamo guardarci dal veder in loro la causa unica della crisi. Sarebbe una insensata caccia all’untore. Parimenti se abbiamo usato parole di severità verso certi interventi dei governi o verso i loro ritardi e le loro omissioni, dobbiamo guardarci dall’attribuire loro tutte le responsabilità della crisi o del protrarsi della stessa. Sarebbe anche questa un’insensata caccia all’untore.

Dobbiamo piuttosto rivolgere l’attenzione al contesto, all’ambiente nel quale la crisi è stata concepita, è stata a lungo in gestazione ed è poi, alla fine, scoppiata. Dobbiamo guardare a noi stessi come compartecipi di approcci culturali, morali e comportamentali erronei e che dobbiamo correggere”.

Ora dobbiamo guardare avanti con la serenità e la fortezza che scaturisce dalla speranza cristiana, dalla disciplina alla verità (“sia il vostro dire sì quando è sì e no quando è no. Tutto il resto viene dal maligno”), dal disinteresse, dall’amore per l’uomo, tutto l’uomo e tutti gli uomini . Il protrarsi della crisi è tale da giustificare la mia proposta di accantonare la parola crisi (che evoca un processo acuto e breve e che è totalmente usurata) per sostituirla con: processo di trasformazione. Noi siamo, infatti, nel mezzo di un grande processo di trasformazione del quale conosciamo cosa ci lasciamo alle spalle, ma non sappiamo in quale nuova terra approderemo. Ciò dipenderà, in gran parte, da ciò che faremo e da ciò che non faremo, dalle nostre azioni ed omissioni. Il protrarsi di questo processo sta aprendo gli occhi a molti e si sentono, finalmente, voci autorevoli che animano con nuove proposte il deserto intellettuale ancora dominante, che cercano di rispondere un positivo ai gravi avvertimenti di chi non vuole chiudere gli occhi, come Edgar Morin che, nel novembre 2011, scriveva: “Come sonnambuli, camminiamo verso la catastrofe” o come il governatore della Banca d’Inghilterra, Sir Meriyn King che, nell’ottobre 2011, ammoniva: “Siamo di fronte al rischio di un crollo del sistema economico mondiale”; come Stiglitz che nel 2010 diceva: “Stiamo preparando altre crisi altrettanto violente di quella che stiamo attraversando. Crisi che distruggeranno milioni di posti di lavoro nel mondo. Ma, in questi due anni, ci siamo limitati a spostare le poltrone sul ponte del Titone”. In questo panorama un rilievo particolare merita Pierre Larrouturou che, nel 2012, ha pubblicato un denso libretto dal titolo: “C’est plus grave que ce qu’on vous dit… Mais on peut s’en sortir”[7] e che ha fondato un gruppo di pressione, chiamato Roosvelt 2012, insieme a Edgar Morin, Michel Rocard e numerosi altri studiosi ed operatori che si prefigge di combattere il fatalismo e lanciare un New Deal europeo. Una delle loro tesi, da me pienamente condivisa è l’importanza cruciale dell’Europa. Il contributo di pensiero di questo studioso e di questo gruppo è estremamente importante.  Non posso qui riassumerlo, ma mi soffermerò sul punto centrale del loro pensiero, che esprimo con le loro stesse parole: “E’ ora di agire e di reagire. Di esigere ciò che è giusto per noi e per i nostri figli. La giustizia sociale non è un lusso al quale rinunciare in tempi di crisi. Ricostruire la giustizia sociale è il solo modo di uscire dalla crisi. I sonnambuli che governano l’Europa ora devono svegliarsi. Subito.”

Nerlla stessa direzione si muove il recente “Global Democracy Manifesto” lanciato da Attili, Bauman, Chousky, Marrameo, Iglesias, Saviane, Esposito. E Clinton, nel bellissimo discorso tenuto alla Convenzione democratica a sostegno del debolissimo Obama (un fantasma sorretto da un lato dalla moglie e dall’altro da Clinton) ha detto: “

We Democrats – we think the country works better with a strong middle class, with real opportunities for poor folks to work their way into it, with a relentless focus on the future, with business and government actually working together to promote growth and broadly share prosperity. You see, we believe that “we’re all in this together” is a far better philosophy than “you’re on your own”. It is. Now, there’s a reason for this. It turns out that advancing equal opportunity and economic empowerment is both morally right and good economics. Why? Because poverty, discrimination and ignorance restrict growth. When you stifle human potential, when you don’t invest in new ideas, it doesn’t just cut off the people who are affected; it hurts us all. We know that investments in education and infrastructure and scientific and technological research increase growth. They increase good jobs, and they create new wealth for all the rest of us”.

Dunque la giustizia sociale ritorna per molti al centro della concezione dello sviluppo. E come non ritornare qui al pensiero di Maritain (in “L’uomo e lo Stato”) quando afferma che : “da un lato la ragione primordiale per cui gli uomini, uniti in una società politica, hanno bisogno dello Stato è l’ordine della giustizia. D’altro la giustizia sociale costituisce il bene decisivo per le società moderne. Di conseguenza, il dovere primordiale dello Stato moderno è di mettere in atto la giustizia sociale. In pratica, è inevitabile che questo dovere primario venga assolto facendo leva oltre il normale sul potere dello Stato nella misura stessa in cui quest’ultimo è costretto a compensare le deficienze di una società le cui strutture di base sono fuori strada nei confronti della giustizia. Tale deficienze sono la causa prima del disordine. E perciò tutte le obiezione teoriche o le rivendicazioni particolari, per giustificate che possano essere nei loro ambiti specifici, saranno inevitabilmente considerate cose secondarie di fronte alla necessità vitale – non soltanto materiale ma anche morale – di soddisfare i bisogni e i diritti a lungo trascurati della persona umana negli strati più profondi e più estesi della società”.    

Quindi tante delle”idee nuove” altro non sono che idee antiche, idee perenni da ricuperare, aggiornare, rimettere al centro, contrastando la concezione demenziale che ho riassunto nel mio “incipit” e che è ancora dominante. Per queste ragioni la DSC ha ricuperato un nuovo peso, un nuovo ruolo, un nuovo significato. Ma dobbiamo collegarla ad altri filoni di pensiero che pongono al centro l’uomo, il rispetto della dignità dell’uomo, la giustizia sociale. Dobbiamo ricollegarla all’economia sociale di mercato con la quale ha profonde consonanze, con il liberalismo sociale di cui parla Quadrio Curzio, con l’economia civile di cui parla Stefano Zamagni, con la grandissima tradizione dell’illuminismo lombardo per il quale sviluppo economico e “incivilimento” erano la stessa cosa. Questi incroci e collegamenti sono fondamentali perché si tratta di filoni di pensiero che si rafforzano reciprocamente ed assumono, insieme, quella forza necessaria per contrastare il fortissimo “establishment” degli interessi e dell’immobilismo intellettuale  e morale.

L’economia sociale di mercato non è, come molti pensano, una specie di socialistume  o di statalismo mascherato. È una rigorosa dottrina liberale che pretende un mercato efficiente e non truccato. Ma che, al contempo, sa che il mercato non esaurisce tutta la rete delle relazioni umane e sociali, che il mercato deve stare dentro il suo campo di gioco e non prevaricare, che ci sono cose che, come disse Paolo Giovanni II, non si possono né comprare, né vendere. L’economia sociale di mercato rigetta, come male sommo, l’assistenzialismo, ma sa che senza solidarietà e sussidiarietà niente può funzionare bene e durevolmente, ed è proprio qui uno dei grandi incroci con la DSC.

E’ caduta l’economia di carta, cioè quei valori e consumi non frutto del lavoro, dell’impresa, della produttività, della creatività ed impegno dell’uomo, del risparmio, degli investimenti, ma pompati nel sistema dai manipolatori e funamboli del credito, con la complicità e compiacenza dei politici, delle banche centrali, dei regolatori (un fallimento completo), dei santoni dell’economia, dei malfattori in guanti bianchi.  Questi valori erano apparenti, basati sul debito, privi di un attivo sottostante valido e fecondo, proprio come i derivati fasulli. Erano parte del più gigantesco schema Ponzi di tutti i tempi, rispetto al quale la truffa del “povero” Madoff, l’unico che ha pagato, è da asilo di infanzia. E la forza del sistema è stata tale da innestare sulla caduta  la più grande operazione di marketing di successo di tutti i tempo: far credere che il fallimento sia dovuto allo stato sociale, mentre è dovuto alle degenerazioni finanziarie di chi, ora, rimprovera agli stati quei debiti dagli stessi assunti per salvarli  e tenerli al potere, senza condizioni.  La costruzione era simile a quei palazzi che si facevano da ragazzi (non so se i ragazzi di oggi fanno ancora giochi così semplici) con le carte da gioco. Talora, i più abili riuscivano a costruire palazzi persino di tre piani, ma poi bastava una piccola scossa e tutto il castello di carte crollava. L’ho chiamata economia di carta, ma potevo anche chiamarla economia di panna montata. Se è ben fatta e servita molto fresca, la panna montata è molto buona. L’economia di panna montata è stata molto ben servita e tutti o quasi, salvo pochi grilli parlanti, come sempre antipatici e fastidiosi, l’hanno molto gradita. Ma se la si lascia per un po’  al caldo sulla tavola, la panna montata si smonta, si appesantisce, rilascia un liquido non gradevole e diventa rapidamente acida e cattiva. Dobbiamo dirci, onestamente e francamente, che tutti, o quasi, siamo compartecipi ed abbiamo approfittato di questa economia di carta o di panna montata.

Ciò detto e recitato un salutare e liberatorio confiteor è necessario però mettere ordine nella scala delle responsabilità. L’economia di carta, infatti, non piove dal cielo. E’ stata pensata, voluta, teorizzata, costruita, pezzo dopo pezzo, da gruppi dirigenti, soprattutto finanziari ma non solo, che si sono arricchiti a dismisura rubando i soldi dei risparmiatori e che, per quanto possiamo capire ad oggi, rimarranno ricchi, impuniti ed irridenti. L’economia di carta ha avuto i suoi progettisti, i suoi sacerdoti, i suoi cantori, i suoi divulgatori; ha avuto i suoi premi Nobel, tanti, troppi, premi Nobel.

Ma se è caduta l’economia di carta e si è sgonfiata l’economia di panna montata, non è certo caduta l’economia, cioè la capacità dell’homo faber di produrre, migliorare, creare, risparmiare per  una vita ed un futuro migliori. Questa ha solo avuto un forte e salutare rallentamento. Né è caduta la finanza, strumento preziosissimo e chiave di volta dello sviluppo. E’ caduto l’abuso della finanza. La componente di carta e di panna montata non esiste più e va sostituita con nuovi sviluppi di economia vera appoggiata da una finanza sostenibile. Ciò richiederà tempo e sforzi intensi per dar vita ad un’economia finanziariamente, ambientalmente, antropologicamente sostenibile.  Un compito di lungo respiro ed esaltante, che mi fa dire: che bello essere giovani in questi tempi che offrono la possibilità di collaborare alla costruzione di un nuovo mondo e di una nuova economia, molto più civile! Ma dobbiamo accettare serenamente che se l’economia di carta  o di panna montata si è sgonfiata, ciò è un bene e non un male e dobbiamo conseguentemente adattare la nostra vita, i nostri consumi, le nostre abitudini alla nuova realtà. Ecco perché gli agevolisti che vogliono mantenere in vita il passato con la respirazione bocca a bocca sono un grande pericolo. Quello che conta è ricreare lavoro per tutti, anche per quelli che facevano lavori inutili che, inconsciamente, montavano la panna montata. Basta alzare la testa e guardare in giro per vedere quali e quanti sono i bisogni veri ed insoddisfatti dell’uomo, per capire che non c’è un problema reale a perseguire questi obiettivi, ma solo problemi frutto della nostra distorsione e perversione, che dobbiamo correggere.

Dunque le soluzioni non mancano, la direzione di marcia incomincia ad apparire meno oscura, la terra promessa affiora, lontano, tra le nebbie. La speranza cristiana soffia nelle nostre vele. Ma per approdare dobbiamo prima fare una vera e propria conversione. E la DSC può molto aiutarci in questo, soprattutto se sapremo tenere  distinto questo grande pensiero (che non è certo arretrato di 200 anni, come ha detto, nella sua ultima intervista, il cardinale Martini, peraltro parlando di altri temi, ma è anzi all’avanguardia, è il futuro, proprio perché è basata su principi e obiettivi non contingenti), tenerlo distinto, dicevo, dai comportamenti concreti dell’apparto di vertice della Chiesa che, come anche le recenti vicende IOR dimostrano, necessitano, come tutti e, forse, più di tutti, di una seria conversione.

 

Marco Vitale
Intervento al secondo convegno sulla dottrina sociale della Chiesa a Verona
 

 


[1] Marco Vitale, Passaggio al futuro, Egea 2010, Pag. 20

[2] Ora raccolto nel volume, “Lezioni per il futuro. Le idee per battere la crisi”, ed. Il Sole 24 Ore, 2009

[3] Marco Vitale, op. cit. pag. 26

 

[4]  Da noi a lungo è stata rifiutata la parola “crisi”, per parlare, invece, di “rallentamento”.

[5]Da noi  si incominciò a parlare di “minor crescita”.

[6] Da noi finalmente si parla di “crisi”, ma solo finanziaria, che quindi lascerà indenne l’economia reale. A Milano, precisa il Manzoni, si parlava di non vera peste perché non tutti morivano.

[7] Tradotto in italiano con il titolo: “Svegliatevi. Perché l’austerità non può essere la risposta alla crisi. 15 soluzioni da applicare con urgenza”. Ed. Piemme, 2012

ROBERTO VACCA – PANICO DA DERIVATI, NON E’ UNA SORPRESA

I giornali di oggi titolano tragicamente “Boom dei derivati valgono 14 volte le Borse”. È vero: il problema esiste, ma il rischio era ben noto. Lo avevo spiegato oltre un anno fa nel mio libro SALVARE IL PROSSIMO DECENNIO (Garzanti, 2011). Ne riporto qui una pagina in cui scrivevo che alla fine del 2010 il livello degli IRD era  450 trilioni di $ = 32 volte il PIL degli USA. Non ci dovrebbe stupire che dopo un anno e ½ sia cresciuto a 504 T$ (36 volte il PIL degli USA). Dovremmo stupirci che le regole severe sul funzionamento delle banche non siano state ancora imposte.

Estratto dal Capitolo 8 di “Salvare il Prossimo Decennio”, di R. Vacca

“Sorge il dubbio se gli esperti esistano davvero in economia. Tranne rare voci (come quella di N. Roubini), nessuno previde la crisi economica del 2008 e nemmeno suggerì come evitarla. A posteriori, le cause sono state: rilassamento di regole e controlli USA su banche e istituti finanziari. Sono stati emessi titoli estremamente speculativi supportati da garanzie immaginarie e bilanci falsi per giustificare bonus ridicolmente alti dei vertici manageriali. La struttura dei derivati spesso è instabile, o perversa. Nel mio “Patatrac – la crisi: Perché? Fino a quando?” (Garzanti 2009) definisco i derivati e ne spiego i meccanismi. Nello stesso testo indico il livello altissimo del circolante dei Credit Default Swaps:  (55 T$ = quattro volte il PIL USA) che, insieme a perdite, frodi, crediti irrecuperabili etc., mostrava che la crisi sarà lunga. Ricordavo quanto sia implausibile che l’andamento di titoli basati su mutui contratti da squattrinati, produca lauti utili incassati da ricconi. Ora il livello dei CDS è diminuito. Cresce smisuratamente il volume dei derivati basati sui tassi di interesse (Interest Rates Derivatives – IRD) – vedi tabella seguente.

Anno IRD in T$ CDS  in T$
2001   69,2     0,9
2002 101,3     2,2
2003 142,3     3,8
2004 183,6     8,4
2005 213,2   17,1
2006 285,7   34,4
2007 382,3   62,2
2008 403,1   38,6
2009 427   30,4
2010 449   30

  1 T$ = 1 Teradollaro (detto anche trilione di dollari) = 1012 $

  Fonte: ISDA, International Swaps and Derivatives Association, Inc.

Il sottostante di un derivato basato su tassi di interesse è il diritto a pagare o a ricevere una certa somma di denaro a un dato tasso di interesse. Pare che la maggioranza (80%) tra le 500 maggiori aziende del mondo  si serva di questi derivati per controllare il proprio flusso di cassa. Il volume totale degli IRD alla fine del 2009 era di 449 T$ – circa 32 volte il prodotto interno lordo USA!

In effetti questo impiego é un’assicurazione contro tassi di interesse eccessivi e consegue – talora –  una riduzione dei tassi pagati. Questi strumenti vengono talora presentati come scevri da ogni rischio – ma non è proprio così. Esistono IRD più sofisticati il cui valore è funzione non soltanto del livello corrente di un indice (come, ad esempio, il LIBOR – London InterBank Offered Rate), ma anche dei valori passati dell’indice e dei valori e andamenti passati propri, cioè dello stesso IRD. In quest’ultimo caso il titolo, o strumento, si chiama Snowball (= palla di neve) e tenderà a ripetere amplificate o attenuate le proprie  vicissitudini precedenti. Esistono molte altre varianti degli IRD. Ad esempio, le clausole dette “bermudiane”, a certe date fisse, permettono all’istituto emittente o all’acquirente di interrompere il rapporto a certe condizioni prestabilite. Le strategie più convenienti per gestire un IRD possono solo essere arguite in base all’impiego di modelli matematici probabilistici: ne sono disponibili parecchi aventi caratteristiche diverse. Per orientarsi su questo terreno, occorre aver raggiunto un alto livello di professionalità. È raro che un investitore o l’amministratore di un’azienda riesca a innalzare adeguatamente le proprie competenze e a prevedere i rischi che sta correndo. I livelli dei tassi di interesse sono stabiliti da leggi nazionali e da accordi internazionali. Oltre a questi è pensabile che si possano sviluppare manovre pilotate da speculatori, data  la citata enorme mole delle risorse coinvolte”.

Roberto Vacca

GLI INDIGNATI SONO INDIGNATI MA NON TUTTI CRIMINALI

Anzi, non solo vanno capiti ma dobbiamo ringraziarli per la loro discesa in campo in quanto tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo di un finanzcapitalismo criminale e di una classe dirigente (a partire da Obama) incapace di combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, abbiano detto: gli indignati hanno ragione. Hanno ragione perché questo finanzcapitalismo di rapina deve cambiare se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera. Ma, denuncia Luciano Gallino (e noi siamo d’accordo), anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco si è fatto per correggere la rotta.

Gli incresciosi, dolorosi, inaccettabili scontri romani del 15 ottobre devono essere condannati senza se e senza ma. Ciò detto, con fermezza, non è possibile liquidare il tutto con l’affermazione semplificatrice ed ingannevole: sono tutti criminali, come alcuni giornali hanno fatto.
Penso che non siano criminali neanche tutti gli autori delle violenze, anche se tra loro vi erano certamente soggetti criminali e, forse, pagati per esserlo. Tutti, comunque, devono essere puniti per le loro violenze, così come puniti devono essere quei responsabili che, mi auguro, senza intenzione, non hanno saputo prevedere e contenere la violenza, come il loro mestiere avrebbe richiesto. È così difficile stabilire che in queste manifestazioni non si possano indossare passamontagna e caschi, come si fa in Germania? È così difficile stabilire che non si possono portare zaini o altri simili contenitori? È così difficile intercettare i più pericolosi, che vengono in genere da lontano, con pullman organizzati, dei quali l’”intelligence” sa tutto o dovrebbe sapere tutto? È così difficile mettere in vari passaggi del corteo dei filtri e posti di blocco?

Ma certamente criminali non sono gli organizzatori della manifestazione ed i tanti che manifestavano senza violenza, anche se certamente con ostilità al sistema, come in tante altre città del mondo, compresa Milano, contro una situazione economica, sociale, politica, inaccettabile. Di questi voglio parlare e non dei black block.

Questi non vanno “capiti” come qualcuno ha detto. Vanno ringraziati per la loro discesa in campo. Senza una vigorosa energia sociale, infatti, espressa dai giovani e dal movimento degli indignati e senza un poderoso sforzo di innovazione culturale, la Grande Crisi – nel mezzo della quale ci troviamo – finirà peggio di quella degli anni Trenta. Non è facile spiegare ciò, evitando di cadere nel terrorismo psicologico, che è l’ultima delle mie intenzioni. Non è facile perché il 90% dell’apparato accademico mondiale, sia di economisti che di sociologi, non ha mai voluto guardare a fondo in questa crisi, nelle sue radici e nella sua natura epocale, e continua a non volerlo fare, gingillandosi con letture congiunturali e minimaliste e limitandosi ad invocare una non meglio precisata “crescita” che, andando avanti così, non ci sarà mai, almeno nel senso che loro intendono. Il grosso dell’accademica non ha mai voluto parlare il linguaggio della verità, per il semplice motivo che alla maggioranza di loro sta bene così. Non è facile spiegare ciò, perché anche i governi non parlano il linguaggio della verità e scaricano sulle prossime generazioni un debito immane sostenuto per salvare banche, banchieri e finanzieri, o incapaci o bancarottieri o entrambi, il cui posto, in un mondo minimamente giusto, dovrebbe essere la galera.

La delusione Obama

Obama aveva sollevato molte speranze nel corso della campagna elettorale, quando pronunciò discorsi ispirati, certamente scritti da qualche giovane di talento, nei quali sosteneva le ragioni di “Main Street” verso “Wall Street” e assumeva un impegno per correggere il sistema. Ma quando affidò la politica economica ad un terzetto emanazione di Wall Street (Summer, Rubin, Geithner; i primi due tra l’altro, autori dei principali provvedimenti che, sotto Clinton, avevano accelerato la corsa alla irresponsabilità finanziaria del finanzcapitalismo) si capì che Obama aveva concluso una specie di accordo con Wall Street e che non sarebbe stato lui a combattere la battaglia per un nuovo ordinamento finanziario del quale il mondo aveva ed ha un disperato bisogno.

D’altra parte i leader politici europei hanno mostrato una tale mancanza di leadership ed una tale insipienza da trasformare la piccola bancarotta della piccola Grecia in una minaccia per la stabilità mondiale. La stessa Chiesa cattolica non ha mai alzato una voce profetica contro l’immoralità e l’ingiustizia montante, ma preferendo rifugiarsi in documenti da ufficio studi, sia pure qualificato, come è il caso della “Caritas in Veritate”. Solo in questi giorni il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha emesso un documento che, finalmente, prende decisa posizione sul tema in termini che, dalle anticipazioni stampa, appaiono condivisibili.

Di fronte a questo vuoto di verità e di speranza e ad un contestuale martellamento terroristico sulle prospettive senza speranza per i giovani, le nuove generazioni si sentono confuse, demoralizzate, ingannate. E quindi finalmente sono scese in campo cercando di esprimere quegli anticorpi che le classi dirigenti di un mondo gravemente malato, non sanno e non vogliono più esprimere.

Finanzcapitalismo

Fortunatamente non tutto il mondo accademico è asservito al potere e, ogni tanto, esce qualche libro che parla il linguaggio della verità ed aiuta a capire come stanno realmente le cose. È questo il caso dell’ultimo libro di uno dei migliori sociologi italiani, Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi, 2011), al quale dobbiamo già molta gratitudine per altri libri importanti e liberi. È un libro di grande valore, la cui lettura mi sento di raccomandare a tutti quelli che vogliono capire perché gli indignati sono indignati e per ché noi dobbiamo essere loro grati per ciò. Mi servirò dunque anche dell’aiuto di questo libro per sviluppare la mia analisi, anche perché se esso è più profondo e documentato del mio “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi (Egea 2010)”, esso si muove, tuttavia, secondo linee interpretative di fondo molto coincidenti con le mie.

La crisi economico-finanziaria resasi evidente nel 2008 e che nel 2011 è entrata in una nuova fase pericolosissima è, in realtà, collegata direttamente con quella del 2001, scatenata dallo scoppio della bolla dei titoli tecnologici. Scoppiata la bolla mobiliare infatti, partì la bolla immobiliare. Sottostante ad entrambe la politica monetaria e creditizia super rilassata del duo Greenspan – Bernanke. È già, quindi, da un decennio che il mondo è sconvolto dalla crisi. Ma nel 2001 era già da vent’anni che la crisi era in gestazione. Essa era non solo prevedibile ma “annunciata” (Zamagni) e “inevitabile” (Vitale, 2001).

I fattori chiave di questa gestazione possono essere così riassunti:

° a partire dagli anni Ottanta è iniziata una finanziarizzazione dell’economia mondiale di proporzioni gigantesche, che può essere sintetizzata in pochi dati. Nel 1980 gli attivi finanziari equivalevano al Pil mondiale. Nel 2007 gli stessi superavano per quattro volte il Pil mondiale. Nel frattempo in 51 Paesi sui 73 per i quali si dispongono dei dati la quota dei redditi di lavoro sul PIL è scesa in media di 9 punti nelle economie avanzate, di 10 punti in Asia, di 13 punti in America Latina. I punti persi dai redditi di lavoro sono andati ai redditi finanziari;

° contestualmente è avvenuta una gigantesca distribuzione del reddito dal basso verso l’alto operata mediante tre strumenti: salari bassi e stagnanti, forte riduzione dell’imposizione fiscale effettiva sui redditi più alti, forte riduzione effettiva delle imposte pagate dalle imprese. Riferendosi agli USA, epicentro e guida del fenomeno, nel periodo 1973-2007 la quota di reddito afferente il 10% più benestante della popolazione è salita dal 33% al 50%. Analoga gigantesca concentrazione si è verificata negli USA di ricchezza patrimoniale, che ha raggiunto lo stesso livello che aveva esattamente nel 1928. Ma anche questo è un fenomeno mondiale: i 1000 individui più ricchi del mondo hanno un patrimonio netto di poco inferiore al doppio del patrimonio totale dei 2,5 miliardi di individui più poveri. Analoghi fenomeni si sono verificati in molti altri Paesi e gli USA sono seguiti da Inghilterra e Italia nell’ordine.

Questo fenomeno sconvolgente l’assetto di una economia basata sulla crescita di una solida classe media che ha caratterizzato il periodo dal 1944 al 1980 non è frutto del caso né della globalizzazione, come qualcuno dice. È frutto di una politica deliberata e dichiarata, basata su una esplicita ideologia neo-liberale, nell’ambito della quale si è sostenuto che le diseguaglianze crescenti sono il motore della crescita. Condivido la tesi che “l’estrazione di reddito dalla popolazione lavoratrice della classe dominante ha raggiunto un limite invalicabile” (L. Gallino). Ora ci troviamo con gli USA, che producono ancora il quarto del Pil mondiale, che hanno il debito privato/pubblico (cioè famiglie, imprese, pubblica amministrazione) più alto del mondo; una rapidissima crescita del debito pubblico salito da una media nel decennio precedente del 30% del PIL al 90% nel 2010; un debito verso l’estero che nel 2007 toccava gli 11 trilioni di dollari;

° quelli sopra illustrati sono i due grandi squilibri che l’esplosione della crisi ha posto in luce, squilibri che trovano la loro base filosofica e politica in una pensiero concentrato sull’estrazione di valore piuttosto che sulla creazione di valore. A questi squilibri-obiettivi si aggiungono le distorsioni del sistema che sono state ormai ben sviscerate ma che hanno più la natura di mezzi per raggiungere quegli obiettivi che di vere e proprie cause. Metto qui: l’esplosione della finanza ombra, con tutti i suoi marchingegni (veicoli fuori bilancio, esplosione dei derivati “over the counter”, strumenti finanziari complessi e superopachi come: CdO, Cds, esplosione dei mutui subprime) che ha portato una enorme pletora di enti a battere moneta fuori da ogni controllo e da ogni regia; fantasmagoriche teorie e modelli economici sul monitoraggio dei rischi, emanazione di discipline fisiche e matematiche; vistosissimo spostamento dell’attività bancaria dal finanziamento delle attività produttive alle attività finanziarie e speculative (negli USA gli attivi formati da prestiti alle attività commerciali sono scesi dal 26% del 1985 al 10% del 2005.

Nello stesso periodo le banche hanno accresciuto di oltre sei volte il reddito totale (dal 7% del 1980 al 44% del 2007) proveniente da attività di trading (commissioni, plusvalenze, margini su operazioni di acquisizioni e fusioni); spremitura di risorse naturali per ottenere guadagni di capitale a breve, attraverso la cosiddetta “valorizzazione” di risorse naturali; formazione di feroci oligopoli nell’agroalimentare (la metà del mercato globale è controllato da dieci corporation; l’85% del commercio mondiale delle granaglie è in mano a tre corporation; altre tre controllano l’83% del commercio di cacao);

° questo gigantesco processo di concentrazione di redditi, di ricchezza, di potere, si potrebbe pensare avrebbe portato, almeno, ad un sistema finanziario solido. Ricchi, solidi, potenti, come la classe nobiliare prima della rivoluzione francese, come i baroni siciliani al loro apogeo, come i grandi “rubber baron” americani alla fine dell’800. Invece questi sono riusciti a diventare grandi aspiratori e concentratori di ricchezza ed al contempo a dar vita ad un sistema finanziario e bancario di estrema fragilità sistematica, basato come è su una leva eccessiva e su nuovi tipi di denaro, circolante per l’80% senza alcun controllo in volumi dell’ordine di un quadrilione di dollari, quali i derivati.

Sono super ricchi ma super fragili perché non sono classe dirigente. Sono ladri: “Posto che il denaro è anzitutto una promessa di valore, chiunque possiede la facoltà di creare denaro purché sia disposto, in via di principio, ad assumersi la responsabilità di far fronte al contenuto ed ai tempi della promessa”. Ed è proprio su questa responsabilità che si gioca la differenza tra classe dirigente e ladri. Sono pertanto ancora una volta d’accordo con Luciano Gallino quando scrive: “A motivo della sua considerevole fragilità intrinseca, la mega-macchina sociale denominata finanzcapitalismo rappresenta il maggior generatore di insicurezza socio-economica che il mondo moderno abbia finora conosciuto. Essa è strettamente intrecciata alla produzione di smisurate disuguaglianze; al deterioramento delle condizioni di lavoro nei Paesi sviluppati e al mantenimento di esse a bassi livelli per la maggior parte della popolazione dei Paesi emergenti; alla progressiva distruzione degli ecosistemi e alla devastazione dell’agricoltura tradizionale a favore di un modello rivelatosi incapace di nutrire il mondo. L’ascesa finora incontenibile della mega-macchina che svolge simili funzioni è un fattore centrale del degrado della civiltà – mondo…. La crisi economica (è ormai) crisi di civiltà”;

° uno degli strumenti ideologici principali per realizzare questo processo è stato il trionfo di un principio delirante e cioè il principio della “massimizzazione del valore per l’azionista come paradigma cui deve attenersi il management di qualsiasi società, industriale o finanziaria che sia. Esso ha incentivato i manager, e per certi aspetti li ha obbligati, a prendere decisioni tattiche e strategiche che guardano non al fatturato, alle vendite, ai volumi produttivi, all’occupazione, agli utili di gestione, agli investimenti in capitale fisso e ricerca e sviluppo, ma in primo luogo alle quotazioni giornaliere dei titoli della propria società in borsa. Nonché, occorre dire, alle proprie opzioni sulle azioni, divenute una parte maggioritaria dei compensi dei manager. (Luciano Gallino). Su questo punto, assolutamente decisivo, e che ha orientato tutto il sistema al breve termine mi permetto di rinviare al capitolo 6 del mio libro “Passaggio al Futuro, oltre la crisi attraverso la crisi”, dove il tema è analizzato a fondo sino al solenne epitaffio del Financial Times del 16 marzo 2009: “Shareholder value maximization is dead”.

L’agenda del “to do”

In conclusione, sul piano della struttura finanziaria, le cose cruciali da fare sono poche e le principali sono:

° bisogna procedere ad una graduale ma drastica riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario riconducendolo alla sua funzione di mezzo fondamentale di sostegno dell’economia produttiva (“narrow banking”);

° dovrebbe essere eliminata la finanza ombra riportando in bilancio tutte le attività detenute fuori bilancio dalle grandi holding finanziarie. È con tali mezzi che gli istituti finanziari hanno portato l’effetto leva al folle 30 a 1. Qualche piccolo passo in questa direzione fa Basilea 3 (settembre 2010) con disposizioni per la cui applicazione si rinvia, peraltro, al 2011;

° occorre regolare in modo stringente il mercato dei derivati OTC e molti strumenti intenzionalmente troppo complessi come tanti CDO e CDS dovrebbero essere proibiti:

° andrebbe fortemente limitata la cartolarizzazione dei crediti;

° molti aspetti della gestione dei rischi bancari andrebbero fortemente rivisti.

Tutto questo per poter riorientare il sistema economico-finanziario verso il finanziamento dello sviluppo, degli investimenti, dell’occupazione. Nulla di tutto questo sta avvenendo in modo serio, al di là delle cortine di chiacchiere dei vari congressi internazionali.

Le ragioni degli indignati

Questi sono i fatti che gli indignati non conoscono con precisione perché nessuna forza politica, nessuna forza sindacale, nessun movimento culturale, nessun grande giornale, nessuna televisione, nessuna facoltà di economia, nessun dibattito parlamentare li spiega loro con chiarezza e ne fa oggetto di un disegno politico, alternativo, a lungo termine, un progetto di correzione di questo finanzcapitalismo criminale. Ma ormai molti li percepiscono, sia pure confusamente, e l’unica cosa che si sentono rispondere, quasi con sadismo, è che non c’è e non ci sarà mai più lavoro per i giovani; e che non ci sono più soldi. Che si facciano una ragione: precari sono e incapaci di badare a se stessi e tali resteranno. Per sempre? Non si sa; si vedrà. E poi perché sono così petulanti e ansiosi? Perché tante domande?

I più informati sanno che l’attacco non è al capitalismo ed all’economia di mercato, ma al capitalismo di rapina che si è concretizzato negli ultimi trent’anni ed a tutti coloro che il mercato lo hanno manipolato, ferito, umiliato, trafitto, attraverso truffe di ogni tipo, oligopoli, monopoli, collusioni con governi o enti governativi. Non è un caso che non equivoci sostenitori dell’economia di mercato e del capitalismo, come il premio Nobel per l’economia Krugman, il governatore della Bce Draghi, il grande operatore finanziario Soros, hanno detto: gli indignati hanno ragione. Ma per poter parlare così è però necessario essere persone libere, e le persone libere sono in numero esiguo.

Hanno ragione gli indignati, perché questo infame finanzcapitalismo di rapina deve cambiare, se vogliamo tornare ad investire sul futuro, per i giovani, per la democrazia sostanziale, per una società più giusta e quindi più libera; se vogliamo contenere i rischi di un collasso generale, che è ormai possibile e che rischia di essere catastrofale.

Io credo di avere le carte in regola per dire queste cose, perché è da una vita che mi batto contro il finanzcapitalismo di rapina e per il capitalismo democratico, e perché è dal 2001 (nel mio libro: America. Punto e a capo) che ho denunciato il “pacco” che la finanza americana stava rifilando agli americani ed al resto del mondo. Ma, come illustra con efficacia Luciano Gallino, anche dopo la tremenda lezione del 2008-2009, ben poco (io dico: praticamente nulla) si è fatto per correggere la rotta:

° le banche che erano considerate TBTF (too big to fail) sono oggi ancora più grandi.

Nel 2010 queste grandi banche salvate, senza condizioni, dai governi hanno iniziato ad attaccare il debito pubblico degli Stati, cresciuto a dismisura proprio grazie agli aiuti forniti al sistema finanziario ed agli stimoli concessi all’economia per contrastare gli effetti delle loro stesse azioni; in America il Safe Banking Act l’unica proposta seria perché stabiliva che nessuna banca poteva possedere più del 10% del totale nazionale dei depositi e che nessuna banca poteva avere oltre il 2% del Pil come esposizione non depositaria, è stato rapidamente bocciato.

° Nessuna delle ottime raccomandazioni per un mondo più sicuro promosse dall’ex segretario dell’ONU Kofi Amman si è materializzata.

Gli Stati Uniti hanno approvato una legge di riforma (estate 2010), il Dodd-Frank Act, che contiene anche qualche spunto positivo, ma che non contiene niente di serio sui punti cruciali: riduzione delle dimensioni globali del sistema finanziario; riduzione delle dimensioni delle banche “troppo grandi per fallire”; separazione tra attività di credito e attività d’investimento; mancata eliminazione o riduzione della finanza ombra che fa capo alle banche (società condotte o veicoli per i fuori bilancio); limitazione della cartolarizzazione dei crediti; regolamentazione dei derivati (che viene in pratica rinviata ai decreti attuativi). Inoltre il provvedimento è estremamente macchinoso e, per entrare in vigore (non prima del 2015) richiede la realizzazione di almeno 530 decreti attuativi.

Anche i documenti sui quali si sta lavorando in sede di Unione Europea sono fortemente insufficienti e deludenti.

L’unico Paese che ha elaborato proposte serie è il Regno Unito dove la Financial Services Authority (FSA) ha elaborato, per ora solo proposte, basate sulla seguente corretta filosofia. È necessario “restringere il rango di attività in cui possono impegnarsi le maggiori istituzioni finanziarie, oppure la misura in cui possono impegnarsi in attività ad alto rischio. Questo perché nella crisi in atto la fonte principale di molte difficoltà istituzionali è stata l’eccessiva espansione (delle banche) in attività che vanno ben al di là del nucleo dei loro affari. Un ulteriore passo su questa strada potrebbe includere la creazione di “banche ristrette” (narrow banks) la cui funzione risiederebbe nel fornire prestiti e servizi di pagamento, mentre le attività di investimento sarebbero limitate ad attivi “sicuri” …. Inoltre si potrebbe pensare a restringere le dimensioni delle istituzioni finanziarie, in termini assoluti o in rapporto alla grandezza del particolare mercato in cui operano… Tale approccio punterebbe a evitare in primo luogo che qualsiasi istituzione possa diventare troppo grande per fallire”.

° Ma soprattutto non si è visto, se non in casi isolati (e assolutamente minoritari): l’assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti sia finanziarie che accademiche (scrive Gallino che la consistenza numerica degli accademici critici si misura in percentuali ad una cifra, ma esistono), che manageriali, che sindacali, che politiche; né uno sforzo di pensiero nuovo; né qualche atto di generosità intellettuale e morale. Anzi, anche se la legge americana, il Dodd-Frank Ac, fosse, in buona sostanza, aria fritta, Wall Street ha speso, in due anni, 300 milioni di dollari per sbarrargli la strada. “Le risorse di cui dispone il finanzcapitalismo per difendere il proprio dominio in ogni ambito dell’organizzazione sociale sono praticamente infinite. Al confronto quelle di cui dispongono il pensiero critico, le organizzazioni non governative, i movimenti e le formazioni politiche che ad esso si oppongono e la stessa ONU, sono irrisorie” (L. Gallino);

Poi è arrivato il 2010: “L’anno in cui il finanzcapitalismo ha disvelato il suo ultimo capolavoro: rappresentare il crescente debito pubblico degli Stati non come l’effetto di lungo periodo delle sue proprie sregolatezze e dei suoi vizi strutturali, lungamente sostenuti ed incentivati dalla politica, bensì come l’effetto di concezione di lavoro e di uno stato sociale eccessivamente generoso”. (L. Gallino). Io sono totalmente d’accordo con Gallino quando conclude che “un’economia che presenta caratteristiche di tal genere va giudicata patologicamente irrazionale”.

Questo è il quadro di fronte al quale si trovano gli indignati. Trovo molto significativo il fatto che questo movimento internazionale non si sia messo in moto quando la crisi è diventata palese ed acuta nel 2008-2009, ma quando si è visto che la capacità del sistema di reagire e correggere la rotta erano prossime allo zero. Allora è subentrata la disperazione, la paura, lo scoraggiamento, l’indignazione. La posizione degli indignati è anche un disperato tentativo di reagire allo scoramento.

Le prospettive appaiono effettivamente disperate. Ma il futuro è, come sempre, aperto. Dipende da noi e soprattutto da cosa sapranno fare le nuove generazioni. Sapranno indirizzare le loro energie in direzioni costruttive? Riusciranno ad incrociarsi con quei membri responsabili delle classi dirigenti, che li potranno aiutare ad imboccare la via giusta, che non è certo quella della violenza, ma è quella della verità, della speranza, della conoscenza. Allora potrà anche avverarsi la previsione positiva dell’economista e scienziato politico brasiliano Luiz Carlos Bresser–Pereira (citato in L. Gallino pag. 313), che parla di un nuovo capitalismo: “Il nuovo capitalismo che emergerà da questa crisi riprenderà probabilmente le tendenze che erano presenti nel capitalismo tecno-burocratico, in particolare nei trent’anni gloriosi (1947-1977). In campo economico, la globalizzazione continuerà ad avanzare nel settore del commercio e della produzione, non in quello finanziario; in campo sociale, la classe professionale e il capitalismo basato sulla conoscenza continueranno a prosperare; a titolo di scambio, in campo politico lo stato democratico diventerà socialmente più orientato, e la democrazia più partecipativa”.

Certo che è ormai chiaro che le classi dirigenti tecnocratiche, da sole, non sono capaci di correggere un bel niente. Se lasciamo fare solo a loro siamo spacciati. È necessaria una azione dei cittadini, un’azione democratica forte, per ottenere le riforme finanziarie indispensabili alla nostra salvezza. Cito ancora Gallino con il quale totalmente concordo: “L’architettura del sistema finanziario mondiale, quale si è sviluppata dagli anni Ottanta, presenta una serie di gravi difetti strutturali. Essi hanno fortemente contribuito alla crisi che si è manifestata a partire dall’estate 2007, e ne stanno preparando una ancora più grave, a meno che non vengano effettuate entro un tempo ragionevole delle riforme mirate a vasti interventi di ristrutturazione. Sono i cittadini che dovrebbero richiederle ai Parlamenti nazionali, al Parlamento di Strasburgo, alla Commissione Europea. Se non saranno loro a levare la voce, nel senso hirschmanniano dell’espressione già ricordato, le lobby della finanza riusciranno ad annacquare sino all’insignificanza qualsiasi riforma tocchi i loro interessi e il sistema che li sostiene, diretto a finanziarizzare il mondo quali che siano i rischi di un disastro finale. Non è una figura retorica. Secondo quanto racconta nel suo libro il ministro tedesco delle Finanze di allora, Peer Steinbrueck, che ebbe un ruolo importante nel gestire la crisi in contatto con il governo americano, nell’autunno 2008 il mondo si trovò davvero sull’orlo dell’abisso. Ossia di un crollo generale dell’economia nei cinque continenti, inclusi finanza e industria, servizi e scambi commerciali. Si tratta di questioni che sono vitali per i cittadini, ma di cui perfino la politica, che dovrebbe tutelarli e orientarli, sembra essere all’oscuro”.

Si tratta di un’azione indispensabile ma difficilissima, perché “Il finanzcapitalismo ha reso grande parte della popolazione mondiale o materialmente impotente o psichicamente sottomessa” e la maggior parte degli “opinion leader” sono a libro paga del finanzcapitalismo. Per questo non solo dobbiamo capire ma essere grati agli indignati che tentano di rompere la crosta dura dell’ebetismo.

Marco Vitale

LAND OF MOBILITY (DOWNWARD)

“Il top 1% delle famiglie americane prende per sé quasi un quarto del reddito di tutte le famiglie, ripartizione che non si vedeva dal 1929. Un’economia così non può prosperare (…) I lavoratori dei livelli inferiori sono schiacciati dalla concorrenza straniera,  al tempo stesso che i guadagni dell’alto management salgono alle stelle.. La globalizzazione ha accelerato lo svuotamento di interi settori manufatturieri: abbigliamento, automotive, tessile. Per parlare chiaro: su molti fronti industriali non siamo in grado di competere”.

Fin qui Jeffrey D. Sachs, famoso cattedratico della Columbia Univ.  Joseph E. Stiglitz, premio Nobel, insiste piuttosto sul punto che l’economia americana ha una massiccia sovracapacità produttiva: “Milioni di persone lavorano part time perché la domanda è bassa. Rischiamo seriamente che una disoccupazione ben superiore al 4-5 per cento di un tempo divenga la ‘nuova norma’”.  Al momento i disoccupati ufficiali sono il 9%.

Altri osservatori valutano che il problema della povertà negli USA non è stato tanto aggravato dalla caduta dell’occupazione (la recessione ha cancellato 6-7 milioni di jobs), quanto da una malattia molto più strutturale: la mobilità verso il basso. In settembre il Census Bureau ha reso noto che la percentuale dei poveri ufficiali è la più alta mai registrata nei 52 anni delle rilevazioni al riguardo. Il 15% abbondante degli americani vivono al di sotto della linea di povertà, a due anni dell’avvio della cosiddetta ripresa. C’è una scuola di pensiero secondo la quale sono 20 anni di ‘hyperglobalization’, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro, piuttosto che la disoccupazione presente, che hanno reso pesante la povertà. In termini reali i lavoratori blue collar guadagnano meno di 40 anni fa.

“Il Sogno Americano si è infranto nella misura in cui faceva sperare in una ‘upward mobility’ permanente” conclude Rana Foroohar, columnist di “Time”. “The American Dream is becoming a Myth. Già prima della crisi l’America aveva meno mobilità sociale di vari paesi europei. Diventa sempre più difficile elevarsi rispetto al livello socioeconomico cui si nasce (…) La demografia dei prossimi decenni sarà probabilmente contraddistinta dalla Boomerang Generation”. Conclusione della Foroohar: i ricchi dovrebbero pagare più tasse per favorire una ‘less divisive society’.

Veniamo a noi, il mondo fuori della Confederazione stellata. Dove sono oggi i tanti che dal trionfo bellico del 1945, e più ancora dalle conquiste filosofiche della scuola di Chicago, assolutizzavano gli Stati Uniti come Land of opportunity? Dove sono i tanti, i troppi, che all’avvento di Obama nitrirono come ebbri stalloni il loro entusiasmo: un semi-africano alla Casa Bianca come la prova definitiva della grandezza, freschezza, inventività e generosità americane? Oggi è  constatazione condivisa che nella politica sociale Obama agisce di concerto coi plutocrati come agirono, chi più chi meno, tutti i presidenti. E che in Afghanistan/Pakistan, pur non facendo il ‘top gun’ come Bush, ricorre a mezzi crudi cui GWB non aveva fatto ricorso.

Il vero argomento contro chi non la beve sul magistero di Wall Street e sul calore umano della Statua della Libertà, è che l’intero mondo capitalista vive la crisi. Giusto: se la bandiera a stelle e strisce non sventolasse, i mali sarebbero gli stessi. Per questo è il liberal-mercatismo il mutuo ipotecario di cui dovremmo liberarci. Il marxismo e ogni altro sinistrismo non sono stati all’altezza (mai lo saranno). Allora, in attesa che la salvezza venga da un futuro imperscrutabile, non ci resta che riaprire e rendere percorribili alcuni dei sentieri su cui andarono gli uomini del passato (non erano pigmei rispetto a noi: a volte erano più alti). Sentieri tra i quali sono quelli -additati dal Vangelo come dal Corano come da altri Libri di fede- della carità e della solidarietà comunitaria.

Per esempio dovremmo recuperare il socialismo dei monasteri e quello delle confraternite, delle gilde e dei kibbuz (v. in questo Internauta “Guild Socialism contro le disfatte dell’equità” ed altri pezzi collegati). I discorsi sul rilancio delle insurrezioni, lepidi come gli appelli alla libertà d’impresa e le novene per la crescita, vanno bene come afrodisiaci da spender poco. E volete mettere il mini-costrutto delle lotte tipo Fiom a paragone  del bene fatto dal volontariato?

Anthony Cobeinsy