NON UNA QUARTA REPUBBLICA MA LA POLIS RIGENERATRICE DI DRACONE

 
Il 25 luglio 1943 Mussolini e il regime furono abbattuti senza che un gerarca o un ‘Moschettiere del Duce’ fiatasse.  Andò così perché il colpo di stato venne dall’alto, dal re e dall’esercito di Badoglio.  Allora il paese era  devastato dai quadrimotori. Oggi esso vive l’attesa di un evento fosco: le conseguenze saranno aspre, e quello sarà il momento di Dracone, legislatore, giustiziere, demolitore del cattivo esistente.  Anch’egli come Badoglio prevarrà in modo incruento e indiscusso, perché otterrà l’appoggio immediato del Paese.
Le città non saranno state distrutte ma agirà, oltre al naufragio economico, il disgusto dei troppi anni di regime. Dopo tanta e generale acquiescenza, Dracone si insedierà chiudendo ‘manu militari’ le Istituzioni e confinan-done i capi in un albergo di montagna, o in un campo di lavoro, o nella stiva di un mercantile.  Dracone non avrà bisogno d’essere sanguinario o  feroce, avrà il Paese dalla sua. Chiusi i palazzi delle Istituzioni, messine in vendita alcuni, Dracone si farà legislatore come il suo predecessore di ventisei secoli fa. Farà di meglio: abolirà  le urne, i partiti e la loro Costituzione truffaldina. Darà la sovranità al popolo, togliendola alla classe politica.
Ma il popolo dovrà tornare alle dimensioni gestibili, cioè esigue, della Polis ateniese. Non i 46 milioni degli elettori d’oggi, i quali non hanno una sola molecola della loro teorica sovranità. Non hanno una molecola perché un sovrano fatto di 46 milioni di persone non è  concepibile.  I quarantasei milioni resteranno per le necessità dell’anagrafe e per rari referendum.
Per un popolo sovrano basterà una persona su mille, per un turno (p.es.  un anno) non rinnovabile.  Cinquantamila persone comporranno un corpo politico sovrano perfettamente congeniale all’età telematica, soprattutto a valle degli straordinari esperimenti imposti dalla pandemia 2020. 
Un giorno forse si dirà che l’età della randomcrazia, della democrazia semidiretta comincia nel 2020.  E’ legittimo, ed è possibile, che lo Stivale si faccia laboratorio di un grande esperimento di democrazia senza delega, una volta che Dracone avrà demolito la repubblica dei partiti e dei ladri.
Nei millenni lo Stivale ha inventato di tutto. Con Dracone potrà inventare  un popolo sovrano dei Cinquantamila – ‘i migliori’- sorteggiati per un anno.
Dracone farà programmare un cervello elettronico centrale perché ogni anno scelga i Cinquantamila in rigida funzione di requisiti, qualifiche e meriti superiori a quelli medi dei 46 milioni di elettori.  ‘Migliori’ potranno essere, scelti random, lo scienziato ‘comprovabile’, il pompiere coraggioso, l’imprenditore che si è fatto da sé,  la madre che ha allevato bene, il magistrato di esperienza, il medico eroico, qualunque operatore del bene: sempre che convinca il software del cervellone.
Tutti puri di nequizie (= condanne), tutti scelti a sorte per un solo anno. Chiunque autocertifichi (con prove) di meritare, sia tra i sorteggiabili.
I grandi tecnici, gli studiosi specializzati troveranno le vie per programmare in modi ineccepibili e sicuri il computer centrale, in modo che ogni anno scelga i cinquantamila Migliori.  Cancellata per sempre la professione di politico, dai Cinquantamila saranno sorteggiati per un anno tutti i detentori di una funzione politica specifica: i due-trecento membri temporanei di un organismo centrale che stenda nel dettaglio le leggi (coll’assistenza di tecnici responsabilizzati in modi, appunto, draconiani); i quattro-cinquecento membri degli organismi regionali e locali; i titolari e vicetitolari per un anno dei dicasteri centrali.
Dracone non sarà un despota: semmai un capo morale, un sommo arconte, mallevadore supremo del primo esperimento di democrazia randomcratica selettiva (semidiretta).  Se da qualsiasi direzione, nazionale o estera, verranno formule migliori della randomcrazia, esse prevarranno, a tutto vantaggio del Buongoverno, sogno impossibile del sistema demoliberale d’Occidente. Questo è il punto: il Buongoverno è ancora da nascere -non solo per lo Stivale- dopo il centinaio di secoli della storia umana di cui sappiamo.
Cento secoli di aneliti per un governo che non sia oligarchia, o tirannia, o dispersione di apparenza iperdemocratica (cioè ingiusta).  Si è provato con le rivoluzioni cruente, i risultati furono tutti pessimi.  Il fluire della storia portò alterazioni che i loro fautori chiamarono progressi. Ma dopo i conati razionalizzatori del sistema ateniese, mai si è riusciti ad affidare il governo ai pochi che siano oggettivamente migliori della media statistica. 
La democrazia parlamentare che ha afflitto le nostre parti di mondo, ora sì che la sappiamo scadente.  Scadente prima di tutto nelle società anglosassoni e negli inerti banchi di prova della Scandinavia.  Sola isola di buonsenso, la democrazia elvetica, che alcuni chiamano ‘diretta’. 
Alla nostra leva, nata a cavallo dell’anno Duemila, spetta di fare un tentativo in più di autogoverno razionale.  Ma di farlo subito, irridendo alle Costituzioni deteriori quali la nostra.
Antonio Massimo Calderazzi

ORAZIO PIZZIGONI – CRISI DELLA DEMOCRAZIA

La crisi della democrazia incalza. I segni sono evidenti. In Italia ma anche nel resto del mondo, almeno di quel mondo che alla democrazia si affida. Una ragione di sofferenza per chi crede nei valori di libertà. E di angoscia. Un motivo per parlarne. Anche se, con tutta probabilità, non servirà a nulla. La democrazia oggi non garantisce. (…)

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ORAZIO PIZZIGONI: CRISI DEI PARTITI CRISI DELLA DEMOCRAZIA E’ VERAMENTE COSI’?

La democrazia è in crisi. Tutti si stracciano le vesti. Accusandosi a vicenda per lo stato comatoso dei partiti, che della democrazia moderna sono la struttura portante. Per non parlare del cosiddetto centro, di cui Casini si è arrogato la rappresentanza; egli si tira fuori della questione e non si capisce perché. Nessuno offre una soluzione. Una crisi allora senza speranza? Siamo arrivati alla fine di un’epoca? La democrazia moderna chiude qui il suo ciclo vitale? Al di là delle ripicche che dominano la vita politica, gli approfondimenti sulle ragioni della crisi sono pressoché inesistenti. La verità è che essa ha ragioni lontane. Affonda le sue radici nella seconda guerra mondiale, che mise alla prova le vecchie logiche democratiche segnalandone, di fronte all’irruzione sulla scena delle grandi masse popolari, le insufficienze e i limiti. La partecipazione attiva di milioni di civili alla lotta contro il nazismo e il fascismo ha modificato i vecchi assetti istituzionali. La delega, considerata strumento esclusivo della democrazia secondo le vecchie logiche di potere, ha mostrato la corda. Chi si era impegnato, in armi o no, contro le concezioni autoritarie di nazismo e fascismo, chiedeva, in termini più o meno precisi, di poter essere protagonista anche in tempo di pace. Ma come? Utilizzando quali strumenti? Facendo riferimento a quali progetti?

Nessuno disponeva di progetti. Né a destra, né a sinistra. Mancanza di intelligenza politica? Scarsa fantasia istituzionale? Al di là delle insufficienze delle forze politiche, la crisi metteva allo scoperto un problema più profondo. Quello della sofferenza non di questo o quell’aspetto ma della medesima logica di potere che in passato risultava funzionale alle classi dirigenti, le quali selezionavano chi assumeva posizioni di responsabilità. Attacco non a questo o a quel caposaldo, ma al cuore del sistema stesso. L’adeguamento della democrazia moderna alle nuove esigenze delle società uscite dalla guerra implicava un passaggio verso nuove forme di rappresentanza, che richiedevano un salto di qualità nel senso della partecipazione. Ed è proprio sulla partecipazione che la democrazia, così come concepita sin lì, manifestava i suoi limiti organici. Di qui il disagio che ha pervaso quasi tutti i paesi, in modo particolare nella vecchia Europa. Un disagio che si va estendendo e rende vani (o quasi) gli aggiustamenti, i rattoppi, gli interventi chirurgici ora qui ora lì. Che fare allora? Quali le prospettive in un mondo che reclama in termini sempre più precisi ed estesi il coinvolgimento della società civile? Sono i quesiti che tormentano il nostro tempo. Destinati ad aggravarsi se non troveranno risposte.

Orazio Pizzigoni

 

PIU’ INVESTIMENTI  PIU’ DISOCCUPAZIONE?

L’idea, accettata da quasi tutti, che basti investire per ridare fiato all’economia, si scontra con una verità solare: che gli investimenti si fanno (quasi) sempre col proposito di ridurre i costi di produzione, con particolare riguardo per quello del lavoro. Più macchine e più innovazione significano organici più magri. Nell’Inghilterra del Settecento gli operai reagirono distruggendo le macchine. Siamo di fronte al medesimo dilemma? Direi di no. Ma certo è impossibile negare che gli investimenti, invocati come la panacea, comportano la drastica riduzione dell’occupazione. Allora non ci sono prospettive per lo sviluppo? La disoccupazione è la sola alternativa alla crisi? Che dobbiamo metterci l’anima in pace e accettare le ferree leggi del mercato.? No. Bisogna cercare nuove strade, scatenando la fantasia e l’intelligenza. Mi domando per esempio se una di queste strade non sia rappresentata (aprendo una nuova fase epocale) dalla riduzione dell’orario di lavoro: da otto a sette ore, e quindi via via a sei, a cinque. Secondo filosofie che tengano conto dei mutamenti intervenuti in tutti i campi.

o.p.