DIECI SECOLI TURPI DEL PAPATO

Riflessioni cattoliche

La pedofilia di un certo numero di ecclesiastici è un crimine grave. Ma senza confronti più gravi furono il nepotismo, la simonia, la brama del potere e del fasto; per non parlare di altri delitti. Se papa Francesco non li confesserà, a nome di una Chiesa che nel Credo di tutte le messe si proclama ‘santa’, se non porterà avanti il “mea culpa millenario” lanciato da Giovanni Paolo II, tradirà la sua coscienza e la fiducia di tanti. La Chiesa è stata santa solo nelle catacombe, nei martirii e dovunque abbia praticato la carità.

Attenuatosi considerevolmente coll’Ottocento, nel Novecento il nepotismo si manifestò pubblicamente solo coi titoli ereditari di marchese e di principe attribuiti a Francesco Pacelli, il fratello di Pio XII che negoziò con Mussolini il Concordato del 1929. Invece nel passato lontano il nepotismo fu la pratica colossale di una decina di secoli. Il nepotismo -rubare il denaro dei poveri per arricchire i parenti- si usa distinguere in Grande e Piccolo. Il primo raggiunse i suoi estremi nell’indegno Quattrocento e nella prima metà del Cinquecento. Il secondo fiorì nei secoli XVII e XVIII.

Fino agli ultimi anni del Settecento- scrive nelle Promenades dans Rome  Stendhal (che attorno al 1829 passò non meno di quindici mesi nella capitale pontificia) i cardinali si circondavano dello splendore delle corti monarchiche. “I ventitré cardinali che nel 1492 elessero papa Alessandro VI contro denaro contante erano quasi tutti poco devoti, o veri atei. Godevano di ricchezze immense. Il pontefice, Rodrigo Borgia, fu l’incarnazione meno imperfetta del demonio. Era nipote di Callisto III, che gli aveva assegnato tutte le dignità di cui aveva potuto disporre. La celebre Vannozza, che ad Alessandro VI aveva dato quattro figli maschi e una femmina, Lucrezia Borgia, era stata fatta sposare a un romano. Innocenzo VIII, che nel 1492  si dové rimpiazzare, era stato famigerato per la sua lussuria. Non si vendettero al secondo Borgia solo Giuliano Della Rovere e altri quattro porporati”.

“Alessandro VI, il pontefice che fece bruciare Savonarola, condusse una vera e propria guerra contro gli Orsini e i Vitelli; prese come nuova amante Giulia Farnese, sorella del futuro Giulio II. Si disse che aveva fatto morire di veleno tre cardinali. Morì anch’egli avvelenato. Gli successe un Pio II, che regnò ventisei giorni, poi fu avvelenato. Aveva una figlia, che visse oscuramente”.

 

Stendhal a Roma

Henri Beyle, attento osservatore del suo tempo, lesse accanitamente le storie dei pontefici passati. Di Paolo V Farnese, che completò la costruzione di San Pietro, l’autore de La Certosa di Parma rileva che i quindici anni del suo regno lo impegnarono soprattutto nell’ arricchire enormemente la sua famiglia. Per essa costruì il palazzo Farnese, uno dei più grandi d’Europa. Un suo discendente del tempo del soggiorno romano di Stendhal godeva delle rendite di quattro  principati.

Nel 1623 salì sul trono un altro dei massimi nepotisti, Urbano VIII. Ai parenti Barberini, che fece ricchissimi, affidò quasi tutti gli affari della Chiesa temporale, compresa una vera e propria guerra per i ducati di Castro e di Ronciglione. Tutti i pontefici successori dettero principati, palazzi e castelli ai parenti Pamphili, Chigi, Rospigliosi, Altieri, Ottoboni, Pignatelli, Albani.

Nel 1773 Clemente XIV (Lorenzo Ganganelli) soppresse l’Ordine dei Gesuiti. “Subito il veleno lo stroncò” narra il nostro scrittore. Pio VI (Angelo Braschi) prosciugò parte delle Paludi Pontine, ma non dette i nuovi terreni ai contadini bensì al nipote duca Braschi, che si fece un bel palazzo in piazza Navona. Il governo del papa gli aveva concesso vari monopoli sui grani”.

Stendhal:”Uno scrittore dei nostri tempi, appassionato di Roma, non può non essere scosso anche dalla mostruosa crudeltà di papi del secolo X che facevano ammazzare i loro avversari. Quando morì papa Formoso, che Giovanni VIII aveva scomunicato, la fazione avversaria elesse Stefano VI e questi nell’896 fece esumare il cadavere di Formoso e lo sottopose a un processo che lo condannò al taglio di tre dita della mano destra. Alla fine il cadavere fu gettato nel Tevere. Stefano VI fu strangolato. Il suo successore deposto. Dopo altre elezioni e deposizioni, si impose Sergio III, che regnò indisturbato sette anni. Era sua amante Marozia, figlia del marchese di Toscana e di Teodora, una patrizia intelligente e ricca. Innamoratasi di un giovane prete, Teodora lo fece diventare prima vescovo di Bologna, infine papa (Giovanni X). Finì assassinato. Nel 928 Marozia elevò al papato, come Giovanni XI, un  figlio avuto da Sergio III. Nel 956 fu la volta di Giovanni XII, un diciottenne. I romani lo combatterono per la sua vita licenziosa: amori, sacrilegi, incesti, assassinii”.

“Il palazzo Laterano era diventato un antro di prostitute, una delle quali era amante del papa. Giovanni XII fu accusato di aver venduto un vescovato a un ragazzo di 10 anni, e anche di aver fatto mutilare e uccidere un cardinale. Il pontefice Benedetto VI fu strangolato per ordine di un cardinale Bonifacio, che farà morire un papa (oppure era un antipapa) e morirà linciato ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio. Poco dopo divenne papa Giovanni XV, il quale non aveva altra passione che il denaro. Al successore Giovanni XVI gli avversari strapparono gli occhi e amputarono narici e lingua; sopravvisse poco”.

“Nel 1024 il fratello di Benedetto VIII comprò il pontificato e prese nome Giovanni XIX. Nove anni dopo un altro suo fratello pagò un alto prezzo per assicurare la tiara al proprio figlio di 10 anni (Benedetto IX). Verso i 17 anni quest’ultimo fu deposto dai grandi della nobiltà romana, perché troppo libertino: faceva assassinare i mariti delle donne che gli piacevano. Però era riuscito a vendere il pontificato a un Gregorio VI”. Sempre secondo Stendhal, in quel momento si contavano cinque tra papi e antipapi. Nel 1047 uno di essi fu avvelenato per ordine di Benedetto XI, tornato per la terza volta sul trono di Pietro. “Nel 1054 fu eletto un tedesco, Vittore II, voluto dal sacro romano imperatore e uomo di costumi così severi che presto fu avvelenato. Diciannove anni dopo un pontefice di tempra eccezionale, Ildebrando da Soana, mise fine a 182 anni di anarchia e di delitti nella casa dei successori di Pietro”.

 

Concordia degli storici

Si dirà, Stendhal era uno scrittore, un liberale e un tardo-illuminista, magari anche una malalingua, non uno storico. Ma buona parte delle sue affermazioni, dicerie persino, sono convalidate dagli storici riconosciuti. I nomi e i fatti qui riportati provengono tutti da fonti autorevoli: von Pastor,  Gregorovius, von  Bezold (L’età della Riforma), Emil Gebhart (Storia della rinascita religiosa nel Medioevo), Leopold von Ranke. Si veda il capolavoro di quest’ultimo, Die roemischen Paepste in den letzten fier Jahrhunderten, pubblicato in tempi ormai lontani dalle grandi battaglie di Lutero e degli altri campioni della Riforma.

In merito al nepotismo, Ranke riferisce che un oratore al Concilio di Basilea ebbe a sostenere: ”Non è tanto male se un papa ha dei figli: possono portargli aiuto”. E che Lorenzo de’ Medici scrisse a Innocenzo VIII: “Il papa può chiamare sua proprietà soltanto l’onore e i benefici che ha fatto ai suoi”. Ranke sottolinea che Sisto IV (1471-84) mise il potere spirituale al servizio di progetti e intrighi mondani, il primo dei quali era di fondare uno Stato in Romagna a favore di Girolamo Riario, suo nipote. Scomunicò i governanti veneziani quando smisero di favorire le imprese di Girolamo. Perseguitò i nemici Colonna “con furore selvaggio”; uno, protonotario,  lo fece uccidere.

Giulio II (Giuliano Della Rovere) nipote di Sisto IV, fu “uomo terribile”, principe più che pontefice, nepotista all’estremo. Legittimò i quattro figli che Alessandro Farnese, fatto cardinale a 25 anni, aveva avuto da una dama che viveva nello splendido palazzo del porporato. Prima di diventare papa col nome di Paolo III, questo Farnese si concedeva un treno di vita quasi regale: la sua corte contava 226 persone. Da pontefice fu grande nepotista: ma nel suo caso bisogna parlare di ‘figlismo’ piuttosto che di nepotismo.

Di Alessandro VI, “pontefice mostruoso”, Ranke rileva che divenne un importante fattore della politica europea per la determinazione di dare una corona di sovrano allo spietato figlio Cesare Borgia. Di quest’ultimo si conoscono universalmente gli assassinii, cominciando da quello del fratello duca di Gandia, gettato nel Tevere; e da  quello del cognato Alfonso d’Aragona.  Un favorito del padre, di nome Peroto,  Cesare lo trafisse mentre si stringeva al papa nella speranza di proteggersi. Il sangue spruzzò sul volto del pontefice. Anche per Ranke l’Anticristo Alessandro VI fu primo a proclamare ex cathedra  che comprare le indulgenze liberava dalle pene dell’Aldilà; e anche per Ranke il secondo papa Borgia morì accidentalmente del veleno preparato da lui per uno dei cardinali più ricchi (voleva ereditare i suoi beni).

Il successore Giulio II assicurò alla propria famiglia il principato di Urbino. Quando non fu più assillato dai parenti si abbandonò alla sua passione, le guerre di conquista. Andò egli stesso al campo, vestito d’armi, e non mancò di macchiarsi di dissolutezze. Assegnò le dignità ecclesiastiche per considerazioni mondane, e non raramente per denaro.

“L’età apostolica della Chiesa sta per tramontare” scrive novanta anni fa lo storico Emil Gebhart, riferendosi a un millennio prima. “A Roma essa sta nella fossa dei leoni, tradita dai cardinali della Curia, violentata dai conti di Tuscolo che vendono il soglio di Pietro all’incanto, saccheggiata dai baroni della Campagna, schiava delle famiglie patrizie. Condannata a regnare per non perire, la Chiesa si stringe con avida violenza a un lembo di territorio; fa servire al dominio secolare l’ascendente che le veniva dalla fede degli antichi secoli; pratica una diplomazia  senza scrupoli; assolda mercenari  spietati; ama appassionatamente la ricchezza: presso l’altare del Dio vivente ha un banco d’usuraio”.

“Allora a Roma la simonia fu il mezzo di governo più efficace, come più tardi, al cospetto dell’Italia principesca, fu il nepotismo. Ogni cosa fu venduta al mercato pontificio: i cappelli rossi e le mitre, il perdono dei peccati, l’assoluzione dalle scomuniche, le sovranità, le relique dei santi, la corona imperiale, la tiara papale, la porta del Paradiso. Era così irresistibile la corrente che trascinava la Chiesa verso i beni della terra che San Gregorio VII (Ildebrando da Soana, morto nel1085), il quale era entrato a Roma scalzo, fu tormentato più ardentemente di ogni altro dalle cupidigie secolari. Tentò di guadagnare alla Santa Sede, oltre agli allodii di Matilde, tutti i grandi feudi imperiali di Toscana, e poi Spoleto, Camerino, Mantova, Modena, Reggio, Brescia, Parma. Fu più modesta persino l’ambizione di Alessandro VI.  Tutte le virtù esaltate da Gesù saranno sprezzate”.

Sempre Gebhart: “la storia dei papi dal IX al XIII secolo dà le vertigini. Sono tornate le pazzie di Caligola, la ferocia di Nerone, la lussuria di Eliogabalo. I conti di Tuscolo consegnano la Santa Sede alle cortigiane e ai briganti. Giovanni XII, papa a 17 anni, installa un suo harem nel Laterano. Bonifacio VII, detronizzato 42 giorni dopo l’elezione, fugge a Costantinopoli col tesoro della Chiesa, torna alla morte dell’Imperatore, fa morire di fame il suo successore Giovanni XIV nei pozzi di Castel S.Angelo, strappa gli occhi ad alcuni cardinali, finisce assassinato. Benedetto IX, papa a 12 anni, mena una vita così orribile che i maggiorenti di Roma tentano di strangolarlo sull’altare. Egli scappa, vende la tiara, rientra a Roma occupata da due antipapi, è di nuovo scacciato, fa avvelenare il papa  tedesco Clemente II, sale per la terza volta sulla cattedra di Pietro. Poi scompare per sempre, chiuso come una belva nei boschi di Tuscolo”.

Altri fatti truci e disgustosi del papato verso la fine del primo millennio. Il cadavere insanguinato di Bonifacio VII viene fatto rotolare a calci attraverso quella che fu città imperiale. ”Quel papato diabolico e profondamente miserabile -è ancora Gebhart-, quella Chiesa macchiata di delitti e oppressa dalla  brutalità del secolo, diventa il tormento della cristianità. Se Dio permetteva simili orrori doveva avere abbandonato a Satana i pastori dei fedeli. L’immaginazione degli italiani fu sconvolta dal terrore dell’Anticristo. Ranieri, vescovo di Firenze, annunciò dalla cattedra la vicina apparizione di Satana”.

Il papato sprofondò nell’anarchia alla scomparsa di Carlo Magno, il fondatore del sacro romano impero. Fu la fase che una parte degli storici singolarmente designarono ‘pornocrazia’. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide degli Spirituali (morì nel 1299) profetizzò che il papa degli ultimi tempi sarebbe stato un monaco santo, uscito da una grotta.

Tre secoli prima di Lutero san Bonaventura, cardinale e generale dei francescani, scrisse che la Chiesa poteva cavarsela anche senza papi; definiva Mater pecuniarum la Camera apostolica;  Roma la chiamava ‘la Meretrice dell’Apocalisse’.  Lo stesso nome,  Meretrice di Babilonia, davano alla Chiesa i Catari albigesi, che arrivarono a guadagnare alla loro fede metà degli abitanti del Midi francese. La vendetta ordinata da Innocenzo III durò 18 anni e fu sterminio: ventimila morti solo a Béziers.

Anche Guglielmo da Ockam e Marsilio da Padova condivisero il giudizio di Bonaventura sul ruolo del papato. Lutero avrebbe levato la domanda: ”Se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, la quale corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”. Sembra sicuro che il papa su cui Lutero trionfò, Leone X, tentò di comprare Lutero con un galero di cardinale.

Niccolò III, morto nel 1280, si meritò per il suo nepotismo le aspre condanne di Dante e di Salimbene da Parma. Con lui, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali, si rafforzò la successione dei papi più malvagi.  Tra Innocenzo III nel 1215 e Leone X nel 1512 si convocarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa: ciascuno di essi attestò il fallimento dei precedenti. Quello di Trento (1545) attesterà il fallimento di tutti e nove.

Quando il papato si trasferì per un settantennio ad Avignone nulla migliorò. Alcuni cardinali arrivarono a mettere insieme più di quattrocento prebende. Di Bonifacio IX, eletto nel 1389, si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutti gli uffici. Con Innocenzo VIII Cybo simoniaco, eletto nel 1484, si disse che aveva abbassato il papato al livello più basso. Ma sarebbero venuti i Borgia.

 

Il quadro dell’abiezione

Innumerevoli e severe pagine di Gregorovius e di von Pastor, maestri di storia del Medioevo e della Chiesa, confermano il quadro dell’abiezione. “Gli spiriti restarono atterriti anche passata la paurosa data dell’anno Mille. Il braccio di Dio apparve troppo pesante, l’immagine del Redentore si velò, solo  il Giustiziere implacabile dell’Apocalisse rimase al suo posto”. San Girolamo, che era stato cardinale,  si fece eremita in Palestina per avere constatato la ricchezza di Damaso, papa nel 366, di cui era stato segretario.

Tra Innocenzo IV e Bonifacio VIII gli assassinii e le crudeltà si attenuarono, si ebbero papi migliori: Alessandro IV, vir placidus, jucundus, risibilis;  Gregorio X, eletto sotto l’ispirazione di san Bonaventura che era generale dei Minori e uomo pacifico. Pure Onorio IV operò per la pace: anche se pacificando gli Stati della Chiesa badò a ingrandire la propria famiglia, i Savelli. Dopo la struggente parentesi dell’eremita Pietro da Morrone (Celestino V), chiamato al seggio pontificio dalla sua grotta tra le montagne, venne il tempo ferreo di Bonifacio VIII, tempra di passioni orgogliose, il contrario che caritatevole, ingeneroso e duro nei confronti di papa Celestino che aveva forzato a lasciare la tiara.

Questo Bonifacio, autore dell’enciclica Unam Sanctam manifesto della teocrazia sul mondo, fondò la potenza dei Caetani. Utilizzando non solo  il prestigio papale, anche la violenza e il raggiro, mise insieme una vasta signoria Caetani. In un contesto curiale dove molti cardinali, appartenenti a casate affermatesi sotto papi precedenti, basavano la loro influenza su possessi e ricchezze, era “imperativo” accrescere i territori dei parenti del papa.  I più gravi rivolgimenti interni al papato saranno fomentati anche dagli antagonismi tra i casati pontifici.

Ecco perché la corrente degli Spirituali, per l’ideale di libera povertà che aveva informato i primi tempi del francescanesimo, rifiutavano Bonifacio come illegittimo, veneravano la memoria di Celestino V, dichiaravano peccato la temporalità della Chiesa. E Bonifacio, scomunicati i nemici temporali  Colonna, perseguitò duramente gli “eretici e scismatici”   che praticavano il dissenso: in prima linea gli Spirituali.  Col Duecento divamparono le eresie suscitate, più che da dissensi teologici, dalle reazioni ai fatti di immoralità grave nella Chiesa. Verso la fine del Medio Evo il clero apparve spesso più vizioso e corrotto dei laici. Attorno al 1450 il vescovo di St.Asaph, in Inghilterra, intascherà somme gigantesche dalla vendita ai suoi preti di licenze a tenere concubine.

I Colonna fecero il grande balzo in avanti sotto Niccolò IV, fatto papa nel 1288: grazie a lui arrivarono a possedere cinquanta castelli.  Il loro papa portò da un terzo alla metà la quota dei cardinali sulle entrate dello Stato della Chiesa.  La misura di un terzo era stata fissata da Gregorio IX, Ugolino di Segni, eletto attorno al 1170.

Praticarono il nepotismo virtualmente tutti i pontefici tra l’VIII e il XVIII secolo; un intero millennio. In forme relativamente tenui, le pratiche nepotistiche furono lamentate già prima dell’elezione nel 772 del romano Adriano I, che dette potenza e ricchezza a due nipoti. I papi presero a donare feudi, territori e cespiti ai propri congiunti, di solito figli di fratelli e sorelle ma non di rado figli propri, a volte illegittimi, altre volte riconosciuti, quasi sempre ostentati e riveriti.  Martino V, eletto nel 1417 (Oddo Colonna), era figlio di cardinale.

Il primo dei pontefici di nome Paolo, eletto nel 757, ebbe il privilegio di succedere al fratello Stefano II. Tuttavia fu fatto santo e nulla è tramandato contro di lui. Anche Paolo II veneziano fu un frutto nepotistico: creato cardinale a 23 anni dallo zio Eugenio IV, gli fu facile godere della predilezione di due successivi pontefici. Nella Roma del pieno Rinascimento visse da signore magnifico e costruì palazzo Venezia. Da papa regnò secondo lo spirito dei tempi, fomentando guerre, perseguitando gli ussiti e gli ‘eretici’ fraticelli, sottoponendo a inchiesta anche San Francesco di Paola e i suoi eremiti.

 

“Questa città est facta meretrix

Il cardinale Pietro Bembo, coltissimo segretario di Leone X, aveva osservato bene Roma.

Concluse che era una cloaca piena degli uomini peggiori, “la cloaca di tutta la terra”. Però, nipote di Eugenio IV (a sua volta nipote di Gregorio XII) raggiunse anch’egli il soglio:  fu Paolo II.  Nel suo tempo Pasquino scrisse: “Voi che vivete santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Il papa non si vergogna delle sue bugie. A Roma il termine ‘buon cristiano’ viene usato per dileggiare: ‘bravo sciocco”.  Ma almeno Paolo II ebbe il merito di avversare gli umanisti paganeggianti e paraculi: cominciando dal Platina (il quale rispose  congiurando contro il pontefice, assieme all’altro umanista Pomponio Leto).    Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, confermò: “Senza denaro nessun beneficio ecclesiastico si può ottenere in Roma”.

Particolarmente gravi le colpe del terzo Paolo (Alessandro Farnese). Con quattro figli avuti da una nobildonna romana, il suo nepotismo, in realtà figlismo, è clamoroso. Un figlio Pier Luigi  diventa duca di Parma e Piacenza e tutta la famiglia Farnese viene lanciata verso i grandi  giochi dinastici europei: un Orazio sposa Diana di Francia, bastarda del re Enrico II; un Ottavio ottiene in moglie Margherita d’Asburgo. Paolo III era divenuto cardinale a 25 anni grazie alla bellissima sorella Giulia, sposata a un Orsini e amante di Alessandro VI Borgia. Ebbe gli istinti di un principe del Rinascimento, a cominciare dall’amore dello sfarzo e dell’ingrandimento dei figli. Uno d’essi, Pier Luigi capitano generale pontificio, investito dal padre di grandi feudi tra i quali Castro, Parma e Piacenza, represse nel sangue una rivolta a Perugia e  morì assassinato.

Paolo IV, nipote del cardinale Oliviero Carafa, fu il papa dell’intransigenza contro gli eretici; rafforzò l’operatività dell’Inquisizione cosiddetta ‘romana’. Assegnò feudi ad alcuni parenti e il cardinalato a un nipote indegno; tuttavia punì con durezza alcuni congiunti dalla condotta immorale. Paolo V (Camillo Borghese) raggiunse i limiti ultimi del nepotismo dando alla famiglia ricchezze immense, tra le quali villa Borghese. Suo erede fu il nipote cardinale Scipione Caffarelli.

Non dimenticarono i parenti Alessandro VII (Chigi), morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi, defunto due anni dopo. Il successore Clemente X confermò in grande la tradizione di lasciare a un nipote cardinale il governo della Chiesa. Innocenzo XI Odescalchi non nepotizzò e contrastò il lusso e le pompe; eppure gli Odescalchi divennero principi dell’Impero e duchi in Ungheria. Qualche circoscritta efficacia ebbe nel 1692 la bolla Romanum decet pontificem  contro il nepotismo, di Innocenzo XII Pignatelli.

Tuttavia il grande nepotismo non fu un’invenzione del Rinascimento.  Innocenzo III  (+1216) creò dal nulla una potenza dinastica . La Cronica  di Giovanni Villani recita (libro VII, cap.54) a proposito di Niccolò III (ultimi anni del Duecento): “Fu de’ primi papi nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Sono gli Orsini, che da allora si allargarono molto a nord-est di Roma. Sotto Niccolò IV i Colonna di Palestrina fanno il grande balzo: posseggono due città e una cinquantina di castelli.

Bonifacio VIII, uno dei dannati dell’Inferno dantesco, già da cardinale fu in proprio il fondatore della dinastia Caetani. Scrive lo storico Arsenio Frugoni, cattedratico alla Sapienza: “Fatto papa continuò la costruzione della famiglia con una tenacia che non conosce soste. Una signoria propria garantiva una potenza non inutile neppure a un pontefice, in una Curia dove le casate già affermate basavano la loro influenza su ricchezza e possessi”. Quando Bonifacio VIII muore (1303) i Caetani hanno una ventina di castelli. Secondo lo storico G.Falco autore de La signoria dei Caetani,  papa Bonifacio, dal libertino che era, fu simultaneamente amante di un donna sposata e della di lei figlia.

Si ispirarono al principio di “far per la famiglia” Adriano I -un precursore: morì nel 795- e vari altri predecessori di papa Caetani. Tra i successori campeggiarono Giovanni XXII, avignonese, e Martino V Colonna; finchè si arrivò al primo Borgia, Callisto III. Come  fondatori o accrescitori di dinastie seguirono:  Sisto IV, il turpe Alessandro VI, i due papi Medici (Leone X e Clemente VII), i Paoli che abbiamo visto, Urbano VIII Barberini. Innocenzo X Pamphili.

Innocenzo III, che apparteneva al casato degli Alberici di Tuscolo -ebbero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali- portò sì dal nulla la fortuna dei suoi parenti Conti, ma più ancora si impegnò a portare il papato medievale all’apice della potenza, Come rappresentante di Dio in terra anche nel temporale, rivendicò di poter nominare e deporre i spvrani, imperatori compresi; si arrogò di annullare le leggi civili, quali la Magna Charta,

 

Il nepotismo si fa “piccolo”

A partire dalla seconda metà del Cinquecento e dagli albori della Controriforma il nepotismo diventa “piccolo”: non più creazione di dinastie e di “Stati”, ma elargizione di cariche civili e di benefici importanti a un ceto di parenti e di favoriti. Assai alto è il numero delle persone e delle famiglie arricchite da cespiti amministrativi e gestionali di origine ecclesiastica. Senza arrivare ai casi-limite di prelati che mettono insieme centinaia di benefici e prebende, erano innumerevoli e ‘normali’ le situazioni di privilegi che producevano lucro. Ai livelli più alti, occorrono secoli prima che si ponga fine all’attribuzione alla stessa persona di più di un vescovato, di un’abbazia o di un ricco canonicato.

Uno storico della famiglia Chigi ha stimato che ancora nel 1870 la grande aristocrazia nera romana traeva metà dei suoi redditi dagli affari vaticani, l’altra metà dalla rendita dei latifondi, di norma donati dai papi. Anche se nel 1829 Pio VIII Castiglioni si decise a proibire ai propri parenti di venire a Roma.

La rapina delle finanze ecclesiastiche rappresenta nei secoli  un fatto sostanzialmente criminale. Le ricchezze elargite a favoriti, cortigiani e parenti risalivano a donazioni e lasciti di fedeli, sia ricchi sia miseri. Il ‘denaro dei poveri’ o ‘di Cristo’, ‘l’obolo di Pietro’, il ricavato delle vendite delle indulgenze e della raccolta di fondi per le crociate  o per fini di utilità generale, fu largamente trasferito da papi e prelati di vario grado a parassiti o a notabili senza morale.

E non erano ‘cristiane’ altre tradizionali destinazioni delle ricchezze ecclesiastiche: il mecenatismo artistico, i monumenti, le fontane, gli obelischi, gli archi del puro prestigio, le  troppe chiese, più ornate del giusto, i palazzi sfarzosi, le abbazie più vaste di non poche regge; e poi le guerre intraprese per estendere o difendere i possedimenti ecclesiastici o i patrimonii dei casati importanti. Non per queste cose era stata intesa la carità dei fedeli.

 

Mea culpa millenario

Abbiamo trattato in qualche dettaglio del nepotismo, del paganesimo, degli avvelenamenti, dell’immoralità, per additare alcuni peccati che la Chiesa di oggi non usa confessare in termini schietti. Quando, il 1° settembre 1999, vigilia del grande Giubileo 2000, un’udienza generale di Giovanni Paolo II annunciò al mondo la volontà di lanciare un ‘mea culpa millenario sui peccati storici della Chiesa’ si  additarono solo “le divisioni dottrinali, l’Inquisizione e la mancata difesa dei diritti umani”. Pochi anni prima papa Wojtyla aveva anche denunciato l’antigiudaismo, il conflitto tra fede e scienza, le Crociate, la non-condanna dei totalitarismi. Silenzio dunque sul nepotismo, sulla simonia, sugli assassinii, su altri costumi scellerati. Anzi vari prelati di vertice, tra i quali i cardinali Ratzinger, Sodano, Ruini, Biffi, più qualche scrittore cattolico, espressero dubbi sul concetto stesso che la Chiesa dovesse dichiarare colpe e invocare perdono. Nel Concistoro straordinario, a porte chiuse, del giugno 1994 quasi tutti i cardinali intervenuti avevano sollevato obiezioni.

Un’altra colpa che non figura troppo nelle odierne professioni di pentimento è il ripudio dell’umiltà. L’annuncio rivoluzionario del Vangelo era stata la beatitudine dei poveri, dei miti, dei misericordiosi: erediteranno i cieli e la terra, troveranno misericordia. Le Beatitudini, momenti supremi del Cristianesimo, cominciarono  ad essere ripudiati dalla gerarchia appena conseguì potere e ricchezza; per pervenire, all’alba del secondo millennio cristiano, all’esplosione di superbia dei papi-monarchi universali, i quali si asserivano Vicari di Cristo, anzi “presenza di Cristo in terra”.

La Chiesa non riuscirà mai a spiegare perché Cristo avrebbe voluto impersonarsi in uomini come il secondo Borgia; come gli innumerevoli papi nepotisti; come Giovanni XII, un assassino e un ladro; come Benedetto IX, fatto pontefice a dodici anni e poi macchiatosi di quasi tutte le colpe; come quei loro predecessori e successori che operarono iniquità e guerre. Ciò rientra naturalmente nel più tremendo problema di una Chiesa che, per la parte maggiore della sua storia, rinnegò gli insegnamenti di Cristo.

Due secoli prima delle requisitorie di Girolamo Savonarola contro Alessandro VI il santo francescano Antonio da Padova predicò “i demoni appenderanno sul fuoco infernale i cattivi prelati. La religione vera s’è ritratta dalla Chiesa. Solo i laici hanno la fede feconda: clerici sunt infructuosi et laici fructuosi”.  Martin Lutero ebbe buon gioco a fare del pontefice l’Anticristo; per questo riuscì a far sollevare contro Roma la Germania. Il grande ‘cavaliere della Riforma’ Ulrich von Hutten, sostenne che l’Imperatore germanico, togliendo alla Chiesa ricchezze e potere temporale e reprimendone le pretese teocratiche, la purificava e liberava.

La pretesa stessa che il papa sia stato vicario di Cristo è dunque un misfatto di cui la Chiesa deve ancora pentirsi. Si prenda a caso un’espressione odierna della tradizionale propaganda ecclesiastica a livello popolare: “ Il papa è la voce viva di Cristo. In ultima analisi è il Cristo stesso. Il papa parla, è Cristo che parla”. L’apologista che citiamo -a caso, va sottolineato- non è sfiorato dal dubbio di delirare. Conclude: ‘Un papa potrà anche cadere come cadde Pietro, ma si rialzerà”  E poi: “Ogni violazione del principio d’autorità è un attentato alla somma maestà di Dio. La gerarchia è una grazia particolare che mette il fedele in piena comunicazione con Cristo. Per essere cattolici si deve essere romani”.

L’oscuro papista dei nostri giorni prolunga la sfrontatezza di Johann Tetzel domenicano, lo sfortunato avversario di Lutero cui era stata affidata in Germania la vendita delle indulgenze: “L’indulgenza papale -assicurava- può assolvere chi abbia violato la Madre di Dio”. Sul trono di Pietro sedeva in quel momento Leone X (Medici), del quale lo storico Ludwig von Pastor ebbe a scrivere: “Il suo avvento fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la sua Chiesa (…) Dopo due papi Medici i misfatti della Chiesa divennero scandalosi”.

La concezione del pontefice come sovrano anche temporale del mondo aveva trovato verso la fine del Duecento un definitore prestigioso per dottrina e per rango nel cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il Papa è supremo tra gli uomini”. L’asserzione della monarchia universale raggiunse lo zenit con Innocenzo III, statista e teologo ben più che pastore d’anime. Si definì superiore all’imperatore e alto signore della maggior parte dei regni cristiani. Mai il vertice ecclesiastico aveva a tal punto prevalso sul potere civile; e mai più sarebbe riuscito a farlo.

Se la prima metà del XIII secolo fu davvero il tempo del trionfo, quando invece la pretesa teocratica si indebolì, il fine supremo del temporalismo divenne lo sfruttamento finanziario della Cristianità. A metà del Trecento la corte papale ad Avignone divenne fastosa e il nepotismo crebbe vistosamente. Nel 1377 il papato tornò a Roma e poco dopo, con il Quattrocento, si aprì la degenerazione assoluta che avrebbe suscitato la Riforma.

Si aprì anche il mecenatismo verso le lettere e le arti. Quello fu il volto a lungo considerato luminoso di una realtà dominata dall’empietà e dall’amoralità rinascimentali. I manuali di storia usano accreditare i pontefici e i cardinali più indegni d’aver fatto trionfare il Rinascimento a Roma: palazzi ville piazze obelischi fontane; e con la Controriforma, chiese senza numero.

Ma il mecenatismo, lungi dall’essere gloria, è una delle colpe di cui la Chiesa dovrà farsi perdonare. Nemmeno la città di Roma deve gratitudine per essere stata fatta sontuosa a danno dei poveri del mondo intero. Tutte le colpe di quella che era stata la stirpe dei Quiriti  furono aggravate dai secoli di governo della Chiesa. Il Rinascimento, se fece prosperare artisti, artigiani e meretrici, aggiunse alla situazione romana elementi di normalità turpe ma elegante che erano mancati al ferreo Medioevo: quanto meno da quando la mano pesante degli imperatori sassoni aveva nettato le stalle dei Teofilatti, degli Alberici, dei Crescenzi, degli altri, meno sinistri, dominatori dell’istituzione papale.

Era meno peccatrice  la Chiesa quando non era imbellettata dal Rinascimento. Non ad arricchire letterati, pittori, scalpellini e donne di corte era stato inteso nei secoli l’obolo di Pietro. Il mecenatismo fu, oltre che rapina del denaro destinato alla carità, anche dilapidazione del tesoro dello Stato. In aggiunta al furto più indegno di tutti -l’arricchimento delle famiglie di pontefici, di porporati e di alti prelati- vanno menzionate  altre deviazioni gravi delle risorse pubbliche. Le spese militari e diplomatiche, per esempio.

Divenuta una potenza italiana, la Chiesa dovè mantenere un esercito e una marina, affrontare un lungo seguito di guerre. A volte erano conflitti vinti o perduti nel perseguimento di fini non della Chiesa ma dei parenti dei papi e delle grandi famiglie.  Spesso Roma finanziava le imprese belliche di altre potenze. Non sempre erano crociate o conati di crociata in Terrasanta. Più spesso erano imprese contro gli eretici -si veda lo sterminio degli albigesi, gli eccidi di ugonotti- o semplicemente guerre ‘laiche’ tra Stati, cui la Santa Sede doveva contribuire per obblighi d’alleanza; guerre in genere tra cristiani.

Si opporrà che lo Stato della Chiesa non distraeva solo fondi intesi a opere di carità (donazioni dei fedeli) o derivati dalla vendita di indulgenze, di uffici e benefici. Essendo uno Stato, aveva anche legittimi introiti fiscali. Ma era uno Stato che provvedeva molto male a quelle necessità pubbliche -l’istruzione e  la sanità per esempio- a fronte delle quali normalmente si giustificano i prelievi fiscali. La massa dei sudditi pontifici era più povera e più ignorante della media delle altre nazioni.

 

Lo scellerato modo italiano

Niccolò Machiavelli, pessimo tra i cattivi maestri, ha tuttavia ragione quando osserva che il papato aveva scristianizzato gli italiani. In effetti, dopo lo sgomento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto Medioevo, aveva insegnato loro che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. Nei secoli a valle del ‘magistero’ machiavellico, spentasi per intero la coscienza morale, la scelleratezza si configurò come “il modo italiano di vedere le cose”. Questo, oltre a spiegare la nostra sostanziale indifferenza alla Riforma, aggravò il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e canagliesca di riservare il papato agli italiani e a (pochi) stranieri che a loro assomigliavano. Il risultato fu un contesto della Chiesa dominato da cardinali senza ordini sacri e senza coscienza, però parenti o sodali di papi. Inoltre, mai sarebbe venuto in esistenza il patriziato dei principi di creazione papale se il vertice cattolico non avesse fatto proprio il pensiero  antimorale del Segretario fiorentino. Fu così che l’alto clero italiano prevalse in modo schiacciante su tutte le altre nazioni cristiane.

In conclusione. I palazzi, i castelli, i latifondi, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche romane o divenute romane dicono la storia millenaria del nepotismo e degli altri delitti con la forza assoluta dei fatti.

Il rapido incanaglimento della realtà religiosa più importante della storia, nata da una mangiatoia e dal rivoluzionario discorso delle Beatitudini, degenerata nel temporalismo e nella rapina nepotistica, è la tragedia immensa della cristianità. Non ha ancora trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare.

Il millenario ripudio di Cristo da parte della Chiesa di vertice è uno dei massimi drammi della vicenda umana: non meno grave della miseria, delle ingiustizie,  delle guerre, di tutti i trionfi del male.

l’Ussita

RIFLESSIONI CRISTIANE SU DUE DELITTI DELLA CHIESA

Il giorno delle Ceneri, 8 marzo, dell’anno giubilare 2000 fu, per volontà di Giovanni Paolo II, l’occasione di un solenne atto di penitenza: la Chiesa chiedeva perdono al mondo per i peccati storici -duemila anni- suoi e dei cristiani. Fu l’iniziativa più importante e innovativa del pontificato polacco.

Fu anche la più contrastata. Woitila aveva messo cinque anni per prevalere sui dubbiosi e sui contrari nella Curia e nella Chiesa, cominciando nel novembre 1994 con la lettera apostolica “Tertio Millennio adveniente”. Aveva istituito una commissione di studio teologico-storica, la quale convocò due colloqui internazionali, sull’antigiudaismo e sull’Inquisizione. “La Chiesa sente il dovere di riconoscere le colpe dei propri membri e di chiederne perdono” affermò il papa. Addusse alcuni esempi: le colpe cattoliche nella divisione tra i cristiani; l’uso della forza al servizio della fede: i battesimi coatti; i tribunali dell’Inquisizione; il mancato contrasto alla tratta degli schiavi (nostra nota: nel 1442 il pontefice incoraggiò il sovrano portoghese a praticare quel commercio) e allo sterminio degli ebrei. “La considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli”.

Le obiezioni a Giovanni Paolo furono pronte e significative. Il cardinale segretario di Stato, Sodano, osservò che un riesame globale della storia della Chiesa era ‘questione difficile e delicata’, stanti le perplessità dei cardinali (la maggior parte di essi, secondo i resoconti di stampa sul concistoro straordinario del giugno 1994). Vari porporati misero in guardia il papa dal rischio che il mea culpa apparisse una resa alla propaganda dei laicisti, dei comunisti, dei fondamentalisti islamici, dei sionisti. Si disse che  tra i principali avversari  fossero Ratzinger e Ruini, che il card. Biffi negava si potesse parlare di colpe della Chiesa, bensì di uomini di Chiesa. Un vescovo, Alessandro Maggiolini, deplorò ‘uno sprofondarsi in mea culpa che frastorna i fedeli’.

In quel momento di riflessione su due millenni si menzionò poco il temporalismo, ossia la cupidigia di potere e di ricchezza, che si fece soverchiante a partire quanto meno dalla ‘donazione di Sutri’, ottenuta da Gregorio II nel 728. Alcuni secoli dopo venne il tempo ‘glorioso’ di Gregorio VII e di Innocenzo III, due tra i massimi pontefici della storia. Con loro la Chiesa proclamò che il papa era sovrano sopra i sovrani, superiore dunque all’imperatore; e non arretrò di fronte a nulla pur di imporsi suprema.

Riprovevole com’era dal punto di vista evangelico, la teocrazia non era ripugnante,  aveva pur sempre qualche giustificazione politica. Invece il nepotismo, l’altro delitto di cui si parlò poco nel 2000, fu odioso all’estremo: fu spogliare i poveri per fare ricchi e potenti i parenti, i nipoti, i figli dei papi. I papi con figli erano abbastanza numerosi, soprattutto nel Rinascimento: ostentati, onorati, di norma accasati nelle dinastie, nell’alta nobiltà o là dov’erano grandi ricchezze.

Vari storici fanno risalire l’aumento del nepotismo al secolo XII. In realtà la degenerazione era già forte nel sec.IX, quando sorse la leggenda della papessa Giovanna: una donna di Magonza, oriunda inglese, che si travestì da uomo e, ascesa nella Curia romana, sarebbe riuscita a salire sul soglio pontificio. Spesso  il nepotismo cominciava con l’elevazione al cardinalato di ventenni, di adolescenti, sedicenni persino. All’inizio del XI secolo tutti i membri della Curia erano parenti degli Alberici, conti di Tuscolo. Numerose grandi famiglie contarono vari papi. Così i Colonna, gli Orsini, i Medici, i Borgia, i Fieschi.

San Girolamo, celebrato in tanti dipinti nell’ eremo a tradurre la Bibbia, con un leone accucciato ai  piedi, era stato cardinale  di Curia. Si rifugiò in Palestina per non diventare ricco come il  papa Damaso I di cui era stato consigliere intimo. La Camera apostolica cominciava ad essere ‘Mater pecuniarum’.

Tre secoli prima di Lutero, San Bonaventura cardinale e generale dei francescani definiva Roma la ‘meretrice dell’Apocalisse’. Lo stesso nome, meretrice di Babilonia, le davano gli eretici albigesi, che pervennero ad essere la metà degli abitanti del Midi francese. La Crociata contro di loro, ordinata da Innocenzo III, fu inesorabile, 20.000 morti solo a Béziers, centinaia di migliaia in totale. Imprecò il ghibellino Guglielmo Figueica o Figueira: “Roma traditrice, l’avidità vi perde, tosate troppo a raso la lana delle vostre pecore. Alleggerire i prelati delle loro ricchezze sarebbe  un atto di carità”.

Il papato degenera  nella fase che in Italia segue alla scomparsa di Carlo Magno; ma già nel VI secolo a Roma Gregorio Magno ha preso il posto dell’imperatore. Ugolino dei conti di Segni, divenuto Gregorio IX attorno al 1170, assegnò ai cardinali un terzo delle entrate dello Stato ecclesiastico, e nel 1288 Niccolò IV accrebbe l’elargizione alla metà. I cardinali, a volte di origini modeste, lasciavano alle famiglie superbi palazzi e possessi. Il francescano Pietro di Giovanni Olivi, una delle guide dei francescani Spirituali (morirà due anni prima del Giubileo di Bonifacio VIII) contò tre età del papato. Nella prima, terminata con papa Silvestro e coll’impero di Costantino, i pontefici erano poveri; nella terza sarebbero tornati poveri. Ci fu chi profetizzò che il papa Santo degli Ultimi Tempi sarà un monaco ‘uscito da una grotta’.

Niccolò III Orsini, messo da Dante nell’Inferno dei nepotisti, secondo le profezie escatologiche degli Spirituali aprì la successione dei papi più malvagi. Nota la ‘Cronaca’ del Villani (libro VII, capit.54): “Fu de’ primi papi nella cui corte si usasse palese simonia per gli suoi parenti”. Erano gli Orsini, che allargarono molto i loro domini a nord-ovest di Roma. Onorio IV, nipote di Onorio III cui succedette, aggiunse ai dominii del casato Savelli tre città e vari castelli. I Colonna fecero il loro balzo sotto Niccolò IV, nel cui regno la quota dei cardinali sulle entrate dei domini della Chiesa fu allargata da un terzo alla metà. Grazie ai papi della famiglia i Colonna giunsero a possedere 50 castelli, con le annesse proprietà terriere. Uno di tali papi, Oddo, era figlio di un cardinale.

Il papato raggiunse l’apice della potenza medievale con Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni). Fece morire centinaia di migliaia di Albigesi. Si proclamava rappresentante di Dio anche nella sfera temporale, perciò poteva nominare e deporre i re e l’imperatore stesso, poteva annullare le leggi civili quali la Magna Charta. Creò dal nulla la grossa fortuna dei parenti Conti nella Campagna romana. Era collegato alla dinastia degli Alberici di Tuscolo, cui appartennero 13 papi, 3 antipapi e 40 cardinali.

Autore della ‘Unam Sanctam”, manifesto della teocrazia su scala mondiale (”Chi non si assoggetta al Papa non ha salvezza”),  fu Bonifacio VIII, fondatore della dinastia Caetani. In collaborazione coi parenti, col prestigio del suo grado, con la violenza, col raggiro, pezzo per pezzo, creò la vasta signoria familiare che all’epoca garantiva potenza al papa, in un assetto curiale dove i cardinali basavano la propria influenza sui possessi e le ricchezze. I più gravi rivolgimenti del papato medievale si collegavano ad antagonismi personali e familiari. Per questo gli Spirituali, fedeli all’ideale di libera povertà che era stato lo spirito dei primi tempi francescani, rifiutavano come peccato la temporalità della Chiesa,  consideravano illegittimo Bonifacio VIII, che aveva forzato alla rinuncia il suo santo predecessore Celestino V.

Per Bonifacio VIII il Giubileo del 1300, coi suoi ingenti introiti, fu una straordinaria operazione finanziaria. L’avidità fu il suo vizio  principe, infatti figura nell’Inferno dantesco. Alla morte di Bonifacio i Caetani, in precedenza un casato non grande, contano 20 castelli e 3 cardinali nipoti, Invece che pastore, Bonifacio fu canonista e uomo di potere.  Fu anche un libertino: ebbe come amanti simultanee una donna sposata e sua figlia. Per combattere i Colonna, che aveva scomunicato, indisse una crociata cui concesse le stesse indulgenze dei crociati di Terrasanta.

Scrisse il cardinale Matteo d’Acquasparta: “Il papa è supremo tra tutti gli uomini: le nazioni del mondo gli obbediscono. E’ sovrano spirituale e temporale sopra tutti, in luogo di Dio”. Di uno dei suoi successori, Bonifacio XI (ultimo papa che portò il nome Bonifacio), si affermò che fu il più grande simoniaco della storia: vendette al migliore offerente tutte  le prebende, cioè le rendite dei benefici ecclesiastici. “Nessun beneficio ecclesiastico si può avere a Roma senza denaro” scriverà Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II.

Grazie ai redditi curiali e ai benefici le famiglie di papi e cardinali raggiungevano l’insuperata ricchezza dei magnati toscani e padani, protagonisti assoluti della finanza e dell’impresa a quel tempo.  Verso la fine del Medioevo la Chiesa possedeva da un quinto a un terzo della terra, e in linea di massima non pagava tasse.

Ad Avignone, dove il papato si trasferì per un settantennio (1303-77) il malcostume della Curia non si attenuò. Alcuni cardinali arrivarono a collezionare  400, persino 500 prebende. E Clemente VI, quarto papa avignonese, ebbe vari figli che, secondo l’uso, erano chiamati nipoti. Fece cardinali tre figli e altri sei parenti. Dicono fosse figlio suo quel Pietro Riario avuto da una sorella.

 

Abominio nel Rinascimento

I primi dodici secoli della Chiesa mostrano come il temporalismo e il nepotismo, più altri peccati mortali dell’istituzione, cominciarono assai prima del Rinascimento. Ci furono certo le anime grandi, come il santo arcivescovo di Firenze Antonino Pierozzi. Ma mai come nel Rinascimento aveva trionfato l’indifferenza dell’alta gerarchia all’insegnamento evangelico, anzi l’aperta scelta del male. Pietro Bembo, uomo dottissimo, dopo avere conosciuto a fondo la Curia quale cardinale e segretario di Leone X, scrisse che Roma era una cloaca piena degli uomini peggiori, la cloaca di tutta la terra. E uno sconosciuto ammonì: “Voi che volete vivere santamente, partite da Roma. Questa città est facta meretrix. Itali rident nos quod credimus resurrectionem. A Roma ‘buon cristiano’ viene usato in ironia”.

Leone X Medici, di cui si sostenne che aveva tentato di comprare Lutero con un cappello cardinalizio, fu uno dei massimi scialacquatori delle ricchezze della Chiesa. Uno scandaloso arcivescovo di Mainz gli promise 10.000 ducati in cambio della licenza di tenere tre vescovati. E verso il 1450 il vescovo di St.Asaph (Inghilterra) aveva introitato grosse somme dai suoi preti vendendo loro licenza a tenere concubine.

Tra le passioni terrene di Leone X va ricordata la caccia, che anteponeva alle funzioni religiose, al punto da portare frequentemente lunghi stivali venatori. Come scrisse il von Pastor, massimo storico dei papi, l’avvento di Leone fu una delle prove più severe cui Dio avesse sottoposto la Chiesa. Lutero ebbe buon gioco a denunciarne le colpe e a mettere alla gogna il domenicano Silvestro Prierias, il quale aveva proclamato “la Chiesa non può errare quando si pronuncia sulla fede e sui costumi”. Non mancò nemmeno la congiura di alcuni cardinali per avvelenare papa Leone. Il quale era stato eletto al soglio che non aveva 37 anni. Per le esigenze della sua politica temporalistica, Leone nominò 37 cardinali in un solo giorno. Fu insaziabile di interessi e passioni mondane.

Suo cugino Giulio de’ Medici divenne Clemente VII dopo avere ottenuto privilegi e incarichi da Leone X. Fino all’ultimo istante di vita si adoperò per  gli interessi della sua famiglia. Ancora von Pastor: “Dopo due papi Medici gli abusi nella Chiesa sono diventati scandalosi. Paolo III (Alessandro Farnese), successore del secondo papa Medici, era diventato cardinale a 25 anni e aveva avuto quattro figli da una donna che viveva nel suo fastoso palazzo all’Arenula. La sua corte era ‘regale’: 226 persone. I quattro saranno legittimati da Giulio II (Giuliano della Rovere), ‘uomo terribile’. Uno dei quattro, Pier Luigi, definito ‘feroce’, si vide assegnato lo stato di Parma e Piacenza. Nel caso di Paolo III bisogna parlare di figlismo, invece  che di nepotismo.Lo zio di Giulio II, Sisto IV (Francesco della Rovere), papa politico come pochi, principe più che pontefice, è restato nella storia come nepotista all’estremo.

Anche Paolo II (Pietro Barbo, 1417-71) aveva, come numerosi altri pontefici,  ereditato la tiara: era nipote di Eugenio IV). Ma almeno ebbe il merito religioso di avversare gli umanisti paganeggianti, cominciando dal Platina. Di Innocenzo VIII Cybo, simoniaco aperto, eletto nel 1484 (sposò il figlio Franceschetto ad una Medici) si disse che con lui il papato aveva raggiunto il punto più basso. Ma otto anni dopo ci sarebbe stato l’avvento di Rodrigo Borgia, Alessandro VI, nipote del  primo papa Borgia, Callisto III.

Le scelleratezze di Alessandro VI, che dopo avere comprato la tiara non cambiò la vita depravata all’estremo, sono talmente note che qui non vengono trattate. Ricordiamo solo: condannò a morte San Girolamo Savonarola, fece in modo che il figlio Cesare, cardinale giovanissimo e delinquenziale, costituisse un proprio stato nelle Romagne allargate; che la spregiudicata figlia Lucrezia, dapprima sposa a Giovanni Sforza duca di Pesaro, poi a Alfonso d’Aragona duca di Bisceglie (fatto assassinare dal fratello Cesare Borgia, il quale aveva anche sterminato vari signori dello Stato della Chiesa), infine al duca Alfonso d’Este, nella cui reggia ferrarese si fece ammirare ‘per bellezza, eleganza e cultura’.

Così era il Rinascimento. Così era la Chiesa del Rinascimento. Essa si  riassunse in Alessandro VI, ma molti altri “servi servorum Dei” gareggiarono nel male con  lui.

Ulrico di Hutten, il cavaliere e umanista della Riforma, sostenne che l’Imperatore germanico, se avesse tolto ricchezze e potere temporale alla Chiesa e respinto le pretese teocratiche, l’avrebbe liberata e purificata. Dopo Lutero, che aveva annunciato “Eravamo tutti hussiti senza saperlo”, si concluse che l’anima tedesca era la più profonda perchè si ribellava a Roma. E il Riformatore aveva chiesto: “se castighiamo i ladri con la gogna e i grassatori con la spada, perché non assaliamo piuttosto questi mostri di perdizione della Sodoma romana, essa che corrompe la gioventù e la Chiesa di Dio?”.

 

Il ‘piccolo’ nepotismo 

l documento ‘Admonet nos’ di san Pio V Ghislieri condannò ufficialmente il nepotismo: e in effetti si chiuse quello che gli storici chiamano  “nepotismo maggiore”, per il quale i parenti di pontefici e cardinali si costituivano in dinastie ricche e sovrane di stati territoriali. I papi non conferirono più ai parenti feudi e signorie, ma cariche e benefici molto lucrosi. Fino al1870 l’aristocrazia romana traeva metà dei suoi introiti dalla rendita agraria dei latifondi -in genere ottenuti dalla Chiesa- l’altra metà dalle cariche, benefici e affari vaticani.  Fossero introiti importanti: lo dicono, soprattutto a Roma e nel Lazio, i palazzi principeschi, i giardini, i castelli, le ville che portano i nomi di papi e di cardinali.

Fu il cosiddetto piccolo  nepotismo praticato specialmente da Paolo IV Carafa, Paolo V Borghese, Urbano VIII Barberini (che però tentò di risuscitare il grande nepotismo), Innocenzo X Pamphili. La degenerazione nepotista declinò sensibilmente nel Settecento e quasi scomparve nell’Ottocento. Ci fu un modesto riaffioramento con Pio XI, che assegnò un marchesato ereditario a Francesco Pacelli, fratello di Eugenio Pacelli (Pio XII), cardinale e già designato segretario di Stato. Il marchese fratello ricevette da re Vittorio Emanuele il titolo di principe per sé e per i discendenti. Crediamo di ricordare che il principe Pacelli ricevette altre posizioni, tra le quali la presidenza della LAI. Linee Aeree Italiane (la futura Alitalia). Però NON abbiamo verificato.

L’ultimo pontefice a fare nepotismo su scala gigantesca fu Urbano VIII (1623-44). Gli undici anni del suo successore Innocenzo X Pamphili videro le lotte armate con i Barberini e i Farnese (guerra di Castro), nonché il singolare legame del papa con la cognata donna Olimpia, la persona più importante della Curia, cui andarono accuse di immoralità. Il nepotismo di Pio IV aveva almeno prodotto due grandi cardinali, Carlo e Federico Borromeo. Nel 1605, cinque anni dopo la morte sul rogo di Giordano Bruno, ci fu anche il breve papato di un altro Medici.

Sotto Gregorio XIV Ludovisi governava il cardinale nipote Ludovico, efficace promotore degli interessi familiari. Non dimenticarono i parenti Alessandro VII Chigi, morto nel 1667, e Clemente IX Rospigliosi. Clemente X Paluzzi-Altieri mantenne la tradizione di far governare al cardinale nipote. Innocenzo XI Odescalchi nepotizzò poco, combatté il lusso e le pompe, però gli Odescalchi divennero principi e duchi in Ungheria. Succedette Alessandro VIII che arricchì i parenti Ottoboni, mentre ebbe  qualche efficacia la bolla contro il nepotismo (1692) di Innocenzo XII Pignatelli. Gli Albani divennero potenti dopo la morte di Clemente XI. Peraltro furono molti i papi eletti in quanto appartenenti a famiglie ricche e potenti. P.es.nel Mezzogiorno i Pignatelli, i Caracciolo, gli Imperiali avevano possessi così vasti da richiedere piccoli eserciti privati.

Finalmente Pio VIII Castiglioni, eletto nel 1809, proibì ai parenti di venire a Roma. Probabilmente fu il primo così severo nella storia della Chiesa temporale. Per quasi un millennio e mezzo  la consegna era stata “bisogna far per la famiglia”.

Tra il 1215 e il 1512 si contarono nove grandi Concili per riformare la Chiesa, ciascuno attestante il fallimento del concilio precedente. Il concilio di Trento avrebbe confermato il fallimento di tutti e nove. Nel mezzo millennio che seguì il clero italiano fece pesare la sua assoluta preponderanza a danno delle altre nazioni cristiane: fatto evidentemente assurdo. Niccolò Machiavelli, maestro pessimo col suo “Principe”, aveva nondimeno ragione a scrivere che il papato romano aveva scristianizzato gli italiani. In effetti aveva insegnato loro, dopo lo smarrimento delle invasioni barbariche e le durezze dell’alto  Medioevo, che il potere fine a se stesso era più importante che la salvezza dell’anima. La nostra coscienza morale era morta. Per i secoli a venire la scelleratezza si era configurata come “il modo di vedere italiano”.

Tutto ciò, oltre a spiegare l’indifferenza degli italiani alla Riforma, aggravava il giudizio del mondo sulla pratica millenaria e perfettamente ingiustificata di riservare il papato a potenti ecclesiastici italiani, quasi tutti con un parentado da arricchire e da portare al rango di principi. I palazzi, i castelli, i cardinalati, i pontificati delle famiglie principesche, quasi tutte italiane, che vantarono papi dicono la storia del nepotismo con la forza assoluta delle cose.

 

In conclusione. Il rapido incanaglimento della massima Chiesa della storia, nata da una mangiatoia, dal rivoluzionario Discorso delle Beatitudini e dal Golgota, degenerata nel temporalismo e nella rapina dei poveri per arricchire i parenti è un’immensa tragedia che non ha trovato il suo Eschilo o il suo Shakespeare. Per non meno di dodici-quattordici secoli i vertici della Chiesa hanno tradito Cristo in molti modi. Temporalismo e nepotismo sono stati tra i delitti più gravi, anche se c’è l’uso di parlare piuttosto dell’intolleranza, dei roghi dell’Inquisizione, delle molte guerre dei papi. Le turpitudini della Chiesa di vertice sono tra i grandi drammi della vicenda umana: non meno gravi delle guerre e della miseria. Inutile dire che le plebi sottoposte alle  signorie nepotistiche erano tra le più povere e ignoranti.

Nulla potrà sminuire il senso drammatico del mea culpa di Giovanni Paolo II, l’8 marzo dell’anno giubilare 2000.

A.M.Calderazzi