NON HA SENSO RIMPIANGERE GLI ANNI CINQUANTA

E’ educativo rileggere due anni dopo il pezzo “I lavoratori usa e getta nel tempo del declino” di Luciano Gallino, celebrato sociologo di osservanza progressista; pezzo interamente volto a denunciare “i dirigenti confindustriali i quali riescono a dire che l’Italia è un paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Per Gallino “più che una dichiarazione di insipienza è, da parte dei manager, un’offesa alla memoria dei loro predecessori, quelli che in meno di vent’anni fecero di un paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40% di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici quintuplicavano la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Bassetti, Necchi e Olivetti, Pirelli e Valletta. Avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Sinigaglia, Mattei, Saraceno, Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti che non sembra aver lasciato nessun discendente”.

Gallino ammette che c’è la crisi. “Tuttavia la produzione di auto e di elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di fascia alta, non è cessata nel mondo, è cessata in Italia. Non sembra essere arrivato nulla di realmente nuovo. Le medie e le grandi aziende spendono una miseria in ricerca e sviluppo. Gli impianti sono tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qua e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e male occupati (…) Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici”.

Questo tipo di analisi falso-ingenua autorizza a pensare che tra le concause del nostro declino figuri quella che potremmo chiamare l’insipienza dei sociologi di parte quali Gallino. Noi abbiamo poca simpatia per gli uomini d’impresa. Oggi l’imperativo non è di tentare di ripristinare l’impossibile, cioè le condizioni degli anni Cinquanta, bensì quello di svezzarci dalla crescita e dal benessere consumistico. E’ di convertirci alla vita semplice, senza il superfluo, col pane assicurato a tutti (a spese dei ricchi) invece che coi divari disgustosi che conosciamo.

In ogni caso, che studioso è un sociologo il quale lamenta non siano più i tempi della Vespa e della Lambretta, delle prime utilitarie e dei primi elettrodomestici, della quintuplicazione dell’acciaio, e così via? Se non sono più quei tempi è perché

è cambiato il mondo. Oggi la Cina, le Tigri asiatiche e un certo numero d’altri paesi che erano abitati quasi solo da contadini, boscaioli, manovali e pescatori, sono già in grado di produrre quasi tutti i manufatti importanti che il pianeta richiede, con una qualità crescente e prezzi spesso decrescenti. In più i nuovi produttori lontani operano in genere liberi da sindacati, partiti e parlamenti che avrebbero strozzato la rivoluzione industriale dell’Asia e che da noi hanno portato alla situazione attuale. Nelle parole di Gallino, essa è in Italia “quattro milioni di disoccupati, quattro milioni di precari che stanno invecchiando, migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese, milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione”. E’ l’altra faccia del capitalismo di cui Gallino ha nostalgia, con tutta l’osservanza progressista.

Senza un ripensamento rivoluzionario, niente potrà fermare sulla distanza il declino dell’economia industriale d’Occidente, coll’eccezione temporanea di comparti futili o dannosi come la moda, il lusso, gli sport, l’entertainment, gli armamenti. Concause di questo declino sono gli eccessi della tassazione, della conflittualità, dello stesso benessere diffuso che esige retribuzioni e aspettative crescenti. Col tempo le aspettative scemeranno, ma non coll’immediatezza che i nuovi tempi esigerebbero. Dunque il nostro indebolimento competitivo non potrà che accentuarsi. Le ripresine che spunteranno qua e là incrementeranno l’automazione più che l’occupazione. Si accentueranno i mali per cui Gallino si straccia le vesti e rimpiange il miracolo economico che non verrà.

Il paragrafo conclusivo dello scritto del sociologo è anche il più indeterminato, quindi il meno utile: “Bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori e i dirigenti pubblici di vaglia sono diventati così pochi, i capitali preferiscono gli impieghi improduttivi, i brevetti scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici. Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori utilizzati come usa e getta continuerà a diffondersi”. Il professor Gallino non ha chiarito: “fare qualcosa” che vuol dire e a chi spetta. Un tempo a fare qualcosa era la mano pubblica, e lo faceva a debito. Oggi, se anche volessimo -e non vogliamo- dilatare ulteriormente il nostro debito, avremmo l’obbligo assoluto di astenerci. Le industrie inventate dallo Stato portano male perché sono false.

Meglio la decrescita, col rancio garantito a tutti a spese del lusso, della moda e degli sport: sono fissazioni nazionali, ingannevoli perché in qualsiasi momento gli asiatici si butteranno sui business frivoli nei quali ci crediamo imbattibili. Si dimostreranno più in gamba di noi, per di più liberi dagli impacci della sociologia.

A.M.C.

SVILUPPO NON CRESCITA: LA LEZIONE DI LUIGI STURZO

Da cinquant’anni la dominante teoria americana non solo identifica lo sviluppo con la crescita economica quantitativa ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione oggi è giunta al capolinea. Emerge quindi la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo. Ecco allora l’insegnamento di don Sturzo, l’unico economista cattolico che si muova sempre all’interno della Dottrina sociale della Chiesa. Quella Dottrina ignorata non solo dai cattolici di questi decenni ma anche da molti degli uomini di Chiesa.

Sturzo si dedicò incessantemente al tema dello sviluppo, che fu un cardine del suo pensiero e della sua azione. Più precisamente, il tema dello sviluppo fu al centro del suo pensiero soprattutto in due fasi: dal 1899 al 1920, quando fu sindaco di Caltagirone, e nel 1946 quando, dopo il suo rientro in Italia dall’esilio, si batté per l’impostazione di uno sviluppo sano prima della sua Sicilia, poi dell’Italia, quindi dell’Europa intera. Sviluppo, ho detto, non semplice crescita economica: Sturzo si impegna per lo sviluppo integrale della persona e della comunità secondo una concezione del pensiero economico che è propria della grande Scuola italiana che va dal Verri al Beccaria, da Carlo Cattaneo a Romagnosi.
Concezione che è propria, inoltre, della Dottrina sociale della Chiesa e che verrà esplicitamente posta a base dell’Enciclica Popolorum Progressio firmata da Paolo VI nel 1967:
“14. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”.

Così intenso, lo sviluppo è qualcosa di più di una mera aspirazione. È un dovere in senso teologico:
“15. Nel disegno di Dio ogni uomo è chiamato a uno sviluppo…
16. Tale crescita (intesa come sviluppo integrale o crescita in umanità; ndr) non è d’altronde facoltativa (…). Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri (…).
25. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze (…). Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’accettazione del rischio calcolato, l’audacia nell’intraprendere, l’iniziativa generosa, il senso della responsabilità”.

Credo che queste parole riassumano bene il concetto di sviluppo del quale Sturzo fu portatore sin da quando, nel Sabato Santo del 1895, sotto la congiunta influenza della Rerum Novarum, dei Fasci siciliani, degli studi romani all’Università Gregoriana, e della presa di coscienza delle miserie di un quartiere popolare di Roma che visitò in occasione della benedizione pasquale, decise di impegnarsi nel sociale: di fare cioè quello che la citata Populorum Progressio, sulla scorta del Concilio Vaticano II, raccomanderà ben 72 anni dopo.

Questa visione sturziana dello sviluppo come fatto integrale che risulta dall’intelligenza, dalla libertà di intraprendere, dalla volontà, dalla responsabilità e dalla legalità – incivilimento, come lo definivano i grandi pensatori laici italiani del ‘700-‘800 – presenta sorprendenti analogie con il pensiero di un altro grande italiano, Carlo Cattaneo, pubblicato in un saggio intitolato “Del pensiero come principio d’economia publica” del 1861, dieci anni prima della nascita di Sturzo. È improbabile che il sacerdote di Caltagirone abbia mai letto lo scritto di Cattaneo; ma rimarcare le analogie del pensiero economico in personaggi così diversi è importante per rivendicare il fatto che questa visione profonda ed umana dello sviluppo è una costante del grande pensiero italiano, sia laico che religioso, almeno a partire dall’Illuminismo lombardo.

Ed è importante sottolineare questo fatto anche e soprattutto oggi perché, al contrario, da almeno cinquant’anni la dominante teoria americana non solo identifica lo sviluppo con la crescita economica quantitativa ad ogni costo, ma ha anche alimentato un concetto distruttivo di crescita economica basata solo o prevalentemente sul capitale e sullo sfruttamento più cieco delle risorse disponibili. Questa impostazione oggi è probabilmente giunta al capolinea.

Emerge quindi la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo. Ed è importante notare ed annotare questi incroci di idee e di pensiero tra i grandi economisti italiani, da Sturzo a Cattaneo, da Romagnosi a Gioia, da Pecchio al Beccaria e al Verri, incroci che risultano coerenti con gli insegnamenti sempre più interessanti della Dottrina sociale della Chiesa. È dunque questa concezione integrale dello sviluppo, inteso come incivilimento, tipica della tradizione italiana, che anima e guida Sturzo nell’azione sociale tra i contadini siciliani. Azione che si concretizza in molte direzioni. Fonda casse di mutuo soccorso, casse rurali di prestiti (la prima risale al 1895 e nel 1905 se ne contano già 145: uno sviluppo prodigioso) e cooperative. Organizza l’azione politica e amministrativa dei cattolici nel municipio di Caltagirone (1899: ha vent’otto anni). Diventa pro-sindaco con una maggioranza di 32 seggi su 40 (1905: ha trentaquattro anni); incarico, quest’ultimo, che conserva sino al 1920m(avrà quarantanove anni).

L’impulso decisivo all’azione sociale e pubblica fu dato a Sturzo dalla Rerum Novarum, come lui stesso ci ha raccontato. Tutto il suo pensiero e la sua azione economica si possono inquadrare alla luce dei principi di fondo di quella enciclica, che sono:

– è necessario avere sempre un’azione positiva a favore dei “proletari”;
– la soluzione socialista di accentrare la proprietà non è la risposta;
– l’uomo e la famiglia sono anteriori allo Stato;
– la proprietà richiede un uso produttivo come è di ogni bene che, pur individuale, è patrimonio comune del genere umano;
– lo Stato deve intervenire in via sussidiaria ed i limiti del suo interventi sono “determinati dalla causa medesima che esige l’intervento dello Stato”;
– né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale.

Potrei sviluppare questa lettura in relazione ad altri documenti della Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto in relazione alla Mater et Magistra (dove si legge: “39. Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale dei singoli cittadini”) ed alla Centesimus Annus; ma riprenderò questi argomenti un’altra volta.

Qui preme sottolineare solo che il pensiero e l’azione economica di Sturzo si muovono sempre dentro il sistema fissato da questi principi e da questi valori, e da essi ricevono forza e capacità di durare nel tempo. Egli è l’unico economista cattolico che si muove sempre all’interno della Dottrina sociale della Chiesa. Per questo egli è stato ignorato e deriso dalla grande maggioranza dei cattolici, dagli anni Cinquanta sino agli anni Novanta: perché i cattolici di questi decenni, ed anche la grandissima maggioranza degli uomini di Chiesa, non hanno né conosciuto né rispettato la Dottrina sociale della Chiesa, nonostante De Gasperi abbia assegnato alla nascente Democrazia Cristiana proprio questo compito.

Marco Vitale

da http://www.allarmemilano-speranzamilano.it

LA CRESCITA E’ DAVVERO URGENTE (E POSSIBILE)?

Il presidente Napolitano esorta insistentemente a promuovere la crescita definendola un’esigenza nazionale “stringente e drammatica” nell’attuale situazione. Difficile obiettare, dal momento che la grande maggioranza degli economisti e, al seguito, anche dei politici premono nello stesso senso. Non manca tuttavia, anche tra gli addetti ai lavori, chi nega che la crescita sia necessaria, possibile ed auspicabile per uscire dalla crisi. E’ il caso dell’attuale presidente tedesco della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Thomas Mirow, un socialdemocratico già collaboratore di Willy Brandt e Gerhard Schroeder e sottosegretario alle Finanze a Berlino. L’autorevole personaggio ha esposto il suo pensiero in una recente intervista al settimanale “Die Zeit” di cui riportiamo qui un’ampia parte (me. sq.).

Non vi sono molti Stati di rilevante peso economico che abbiano spazio per una politica fiscale espansiva. Di sicuro non la Germania, che ha un indebitamento superiore all’80%. Ci siamo posti un tetto al debito che considero estremamente importante. E’ vero che noi ed altri paesi stabili lo paghiamo con interessi modesti, ma nessuno sa quanto stabile sia il livello dei relativi tassi. E anche se resta basso, cresce la spesa per gli interessi che grava sul bilancio.

Non dobbiamo concentrarci troppo sulle misure a breve termine bensì affrontare i problemi strutturali, quali ad esempio le infrastrutture spesso inadeguate o la scarsità di investimenti per l’istruzione.

Quanto alle manovre per tagliare le spese, non credo che vadano abbastanza lontano. La maggioranza degli Stati dovranno prima o poi rendersi conto che abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. Oggi assistiamo ad un fondamentale spostamento del benessere nel mondo. Non credo che nel medio periodo il tasso di crescita pro capite nei paesi industrializzati possa superare l’1,5%. Già per raggiungere questo livello dovremmo compiere ulteriori sforzi, ad esempio completando l’integrazione del mercato interno europeo.

Sarà inoltre necessario convincere la gente che si può vivere bene anche con tassi di crescita più modesti e più realistici. Dovremmo impostare su questa scorta i nostri sistemi di sicurezza sociale e i nostri bilanci pubblici anziché sperare in una crescita che probabilmente non arriverà mai. Una crescita artificiale, in quanto finanziata con debiti, non servirà a salvarci.

Il mio non è scetticismo ma realismo. Non vedo da dove potrebbe provenire un forte aumento della domanda di consumi in una società che ha già tanto. Dato l’alto indebitamento anche gli investimenti pubblici potrebbero contribuire alla crescita solo in misura limitata. Infine, non possiamo permetterci di crescere a spese dell’ambiente. Tutto ciò impone dei freni.

Il problema che dovremmo affrontare è chi pagherà i conti. Gli oneri devono essere ripartiti equamente. In molti paesi i sacrifici vengono imposti proprio a coloro che del boom non hanno beneficiato molto. Dobbiamo perciò pensare a come risparmiare determinate categorie ed esigere di più da altre.

L’economia finanziaria costituisce una fonte importante di creazione di ricchezza, perché allora non dovremmo tassarla adeguatamente? In linea generale, in molti paesi si è cercato di combinare elevate richieste di prestazioni statali con la riduzione di tasse e spese, due cose che non possono stare insieme.

In molti Stati le tasse devono aumentare. Non credo, ad esempio, che i problemi degli Stati Uniti di possano risolvere agendo solo sul lato spese. Quanto alla Germania, non riesco a vedervi lo spazio per apprezzabili riduzioni di tasse. Anche quest’anno i bilanci pubblici rimarranno sensibilmente in deficit, benché l’economia sia cresciuta in modo straordinariamente forte per il secondo anno consecutivo. In una situazione così favorevole si dovrebbe puntare piuttosto ad un saldo attivo del bilancio.

Di fronte alle richieste da parte dei mercati di nuove misure di salvataggio o di emissione di titoli comunitari non dobbiamo lasciarci mettere con le spalle al muro. Credo si possa confidare che Stati come la Spagna e l’Italia sappiano risolvere i loro problemi. Ritengo che un forte aumento del Fondo di salvataggio richiesto da alcune parti sia difficilmente sostenibile sul piano politico. Anche gli Eurobond possono essere di aiuto soltanto a lungo termine, perché un indebitamento comune presuppone un previo rafforzamento dell’integrazione della politica economica e finanziaria.

Può darsi che il nostro governo federale sia troppo esitante a questo riguardo. Però se alla fine il popolo tedesco non seguisse questo o un altro governo sulla via verso una maggiore solidarietà europea ne deriverebbero conseguenze fatali per la Germania e per l’intera Europa. Abbiamo perciò bisogno di un lavoro di persuasione, che è sempre penoso.

F.S.

TEDESCHI CONTRO IL PIL

Crescono non solo in Germania i fautori della crescita zero.

Può darsi che sia solo un’utopia, un miraggio, persino un errore. Molti però ci credono, e non da oggi. Sono anzi sempre più numerosi, sia in campo scientifico sia nel mondo politico e in quello economico, quanti propugnano o per lo meno considerano seriamente l’ipotesi di una crescita zero o comunque diversa. E non manca neppure chi l’ha già risolutamente abbracciata, come un grosso imprenditore di Brema che la applica con audacia anseatica e teutonico rigore nella propria azienda. Dalla sua esperienza trae spunto un lungo articolo del settimanale “Die Zeit”, uno dei più prestigiosi in Europa e nel mondo, del quale riportiamo qui ampi stralci.

Più di due terzi dei tedeschi ormai dubitano che la qualità della loro vita migliori se l’economia cresce. Interi gruppi sociali sperimentano già da tempo cosa significhi essere tagliati fuori dal benessere. Ad altri la crisi finanziaria ha mostrato quanto possa essere pericoloso puntare tutto sulla crescita come fanno banchieri, imprenditori e anche politici. Le molteplici catastrofi naturali non costituiscono forse il monito più pressante di dove potrebbe portare in ultima analisi lo sfruttamento del pianeta sospinto dalla crescita, cioè direttamente alla catastrofe climatica?

La sensazione che i cittadini avvertono è stata a lungo espressa in modo articolato solo da alcuni outsider. Criticare la crescita era quasi un tabù per la scienza ufficiale…Ma ormai il dibattito sul modello tradizionale del benessere è divampato anche nelle sedi istituzionali, associazioni, partiti e persino nella sfera economica, tradizionalmente molto conservatrice. Anche lì i promotori del ripensamento parlano sempre più chiaramente: in prospettiva è necessario liberarsi dalla fede tradizionale nella crescita perché essa trascina il mondo in un vicolo cieco.

Il capofila degli industriali Hans-Peter Keitel sostiene pubblicamente la necessità di una crescita sostenibile. E l’industria farmaceutica invita cattolici e protestanti ad un seminario intitolato “Di meno è (talvolta) di più”. Perfino la socialdemocrazia si è risvegliata…perché il tema interessa non soltanto il ceto medio attirato dai Verdi ma anche i lavoratori. Dopotutto le due categorie sono accomunate dallo scetticismo sul modello dominante, che per gli uni distrugge l’ambiente e agli altri, per la loro specifica esperienza, non assicura più benessere e qualità della vita in misura sufficiente.

Socialdemocratici e Verdi [tedeschi] sono in buona compagnia. In Francia cresce il movimento per la decroissance, che dice no alla crescita. In Austria il ministero degli Esteri cerca vie che portino ad una “economia di mercato umana”. In Gran Bretagna, l’anno scorso, l’economista e consulente del governo Tim Jackson ha fatto scalpore chiedendo ai politici un “benessere senza crescita”. Subito dopo è entrato a Downing Street un premier, David Cameron, che intende misurare il benessere della nazione non soltanto con la crescita ma anche con la soddisfazione degli uomini, ovvero con un indice della felicità appositamente creato. Persino l’OCDE, organizzazione dei paesi industriali tradizionalmente tutt’altro che ostile alla crescita, guarda ora all’argomento con occhi diversi. Mirando, cioè, a colmare il divario tra la crescita, così com’è concepita oggi, e l’effettiva percezione del benessere da parte delle persone…

Ma sanno i politici e i dirigenti delle associazioni dove ciò li porterebbe? Un mondo senza crescita non precipiterebbe nel caos? Se l’economia ristagnasse, verrebbero meno per i politici i classici spazi di manovra per la distribuzione. Di più per alcuni significherebbe di meno per gli altri. Anche il sistema sociale si basa sul fatto che un numero sempre minore di contribuenti produce sempre di più. Senza crescita esso potrebbe crollare, e lo Stato non potrebbe più sostenere il peso dei suoi debiti. La crescita zero sarebbe insomma non un sogno ma un incubo.

Già nel 1972 un gruppo capeggiato dall’economista americano Dennis Meadows profetizzava, sulla base di modelli elaborati col computer, l’avvento di un mondo caratterizzato come segue. Se l’economia continuasse ad usare un tanto di risorse e la popolazione continuasse ad aumentare rapidamente, l’umanità rimarrebbe ancor prima del 2100 senza materie prime e la sua economia andrebbe in frantumi. Questo studio provocò uno choc nell’intero pianeta, seguito da un’ondata di rigetto ancor più forte. Tutti i problemi della società moderna possono essere superati, replicarono autorevoli economisti al dissenziente collega Meadows, proprio mediante più tecnica e più crescita.

Molti di loro si sono dimostrati preveggenti. Oltre 200 milioni di uomini sono sfuggiti alla fame, e soprattutto in Cina è avvenuto quasi un miracolo. In molti altri paesi più persone hanno più che mai da mangiare e da bere, sono più sane e istruite. Si può rimproverare alla crescita di avere dato di meno ai poveri e di più ai ricchi, ma neppure le guerre, le crisi e le recessioni hanno impedito che, globalmente, si producesse e si consumasse di più in tempi record.

E tuttavia il prezzo del benessere è elevato. Benché la plastica venga prodotta solo da 60 anni, gigantesche concentrazioni di suoi residuati si sono formate nei mari del pianeta, la più grossa delle quali, nel Pacifico, è di dimensioni pari all’Europa centrale. Un vortice tossico in mezzo all’oceano mette in circolazione particelle ad alta concentrazione di cartocci per lo smercio, scatole di CD, spazzolini da denti, bottiglie, vasetti di yogurt, pezzi di Lego, scarpe da ginnastica e accendisigari. Da tempo i rifiuti del benessere sono entrati negli stomachi dei pesci e quindi, buon appetito!, nella catena alimentare.

Contemporaneamente, il petrolio e parecchi metalli sono diventati molto scarsi. I paesi emergenti con in testa la Cina e un nuovo ceto medio globale fanno concorrenza all’Occidente per l’accesso alle risorse. Miliardi di uomini vogliono mangiare meglio e acquistare prima o poi televisori, automobili e computer. I danni collaterali che ne derivano sono immensi. Quotidianamente scompaiono 100 specie animali, vengono distrutti 20 mila ettari di terra coltivabile e disboscati 50 mila ettari di foreste. L’acqua scarseggia in molte regioni, i mari soffrono per troppa pesca e il pianeta si riscalda a ritmo crescente.

L’organizzazione Global Footprint Network è fortemente impegnata a calcolare in che misura l’umanità produca in eccesso rispetto alle sue possibilità. Il risultato è spaventevole e ha un nome: World Overshoot Day, il giorno dell’anno a partire dal quale l’uso delle risorse supera la capacità annua della terra di rigenerare durevolmente tali risorse. Nel 1990 questo giorno è caduto il 7 dicembre. Nell’anno corrente l’Overshoot Day è sceso al 21 agosto. L’umanità, dunque, vive ecologicamente a credito già dalla tarda estate.

Ancor prima della guerra il grande economista britannico John Maynard Keynes si diceva sicuro che in un tempo prevedibile una “economia sazia” non sarebbe più cresciuta, senza per questo finire a terra. Persino il padre dell’economia sociale di mercato in Germania, Ludwig Erhard, ammoniva che nessuno doveva “cercare ancora a lungo la salvezza solo nella costante espansione dei beni materiali”.

Oggi si pronunciano ancora in questo senso solo pochi economisti. Tra essi figura Hans Christoph Binswanger dell’Università di San Gallo, padrino professionale del presidente della Deutsche Bank Josef Ackermann. Binswanger ha indagato a fondo come nessun altro su ciò che funge da motore dell’economia. “E’ il denaro”, egli afferma, che rende obbligatoria la crescita e la sospinge. Di fatto le banche possono oggi creare denaro in quantità quasi illimitata accordando ai loro clienti sempre più crediti. Per potere pagare i propri debiti i beneficiari del credito devono poi investire a scopo di profitto, devono quindi accrescere il prodotto sociale.
All’obbligo fa seguito la spinta. I soci dell’impresa si aspettano profitti il più possibile elevati. Questi possono essere perseguiti anche sul mercato azionario o attraverso speculazioni immobiliari, con la crescita sempre nel mirino. La sfida consiste oggi, secondo Binswanger, nel saper “frenare tempestivamente l’accumularsi dell’indebitamento economico ed ecologico”. Lo studioso, che per le sue idee ha ricevuto molti premi, caldeggia perciò la riforma del sistema bancario, che dovrebbe limitarsi a prestare il denaro che effettivamente possiede, rendendo così difficile l’aumento del volume del credito e la spinta incessante alla spirale della crescita.

Se l’umanità disponesse di qualcosa di diverso dal PIL ne conseguirebbero una diversa valutazione della crescita e quindi anche una politica diversa. Un esempio. Se oggi avviene un incidente, la macchina va in pezzi e il guidatore in ospedale, ma l’economia cresce benché l’accaduto danneggi la persona come pure la società. Lo stesso accade con lo sfruttamento dell’ambiente. Che le risorse vengano usate durevolmente oppure no, per il PIL è indifferente. L’ambiente può anche essere devastato, il PIL aumenta lo stesso.

Uomini e società non traggono alcun beneficio automatico dalla crescita economica, come dimostrano le ricerche su economia e felicità. Nei paesi poveri aumenta indubbiamente la soddisfazione quando il PIL finalmente cresce. Ma nelle società ricche essa può persino diminuire se contemporaneamente l’ambiente viene maltrattato e i ceti meno abbienti non hanno la possibilità di migliorare.

Tendono allora l’orecchio anche socialdemocratici e conservatori. Distruggendo la natura senza neppure accontentare la gente dove si va a finire? La combinazione tra ricerca su felicità e ambiente favorisce così la nascita di nuove alleanze. Dal dibattito su una rinuncia alla crescita si passa a quello su una crescita diversa…Nessuna rinuncia, ma ricerca di un’altra crescita, nelle speranze trasversali ai partiti, una crescita più ecosostenibile e più giusta. Si potrà salvare il pianeta con una tecnica nuova e più accorta, con consumatori più attenti e politici migliori. In effetti simili speranze sono alimentate da analisi comparative internazionali, secondo cui l’impiego di materie prime e materiali può essere teoricamente scisso dalla crescita economica.

Dopotutto, il mondo potrebbe produrre nel 2007 quanto produceva nel 1980 usando un quarto di materiali in meno. Attualmente un’intera armata di esperti è impegnata a sganciare la crescita dallo sfruttamento dell’ambiente. Il messaggio comune di tutti questi apostoli dell’efficienza è che il benessere può essere assicurato anche solo con un quinto e forse persino un decimo degli attuali consumi. La strada da percorrere è tuttavia impervia.

L’ostacolo maggiore non è l’inadeguatezza tecnica bensì la politica fiscale. Il fisco tedesco si nutre soprattutto di prelievi sul lavoro. Per contro l’utilizzo della natura non viene tassato, e su ciò influisce poco in Germania anche la modesta imposta ecologica. Oggi come in passato mancano perciò gli incentivi ad usare i materiali in modo intelligente ed economico…Se però un giorno responsabili del fisco e innovatori industriali, economisti di punta e la massa dei consumatori facessero causa comune, una crescita verde potrebbe forse diventare realtà in questo paese.

Da un punto di vista globale non ci aiuta al riguardo neanche la natura, ovunque strapazzata più che mai. In Germania, per la verità, la sua depauperazione ristagna intorno alle 50 tonnellate annue pro capite, per cui l’ambiente nazionale risulta meno maltrattato di prima. Molte fabbriche nemiche dell’ambiente hanno tuttavia traslocato in paesi stranieri poveri. E’una tendenza che accomuna tutte le potenze industriali, che importano sempre più dall’estero prodotti nocivi, come rende noto uno studio dell’Ufficio federale per l’ambiente. Non c’è perciò da meravigliarsi che il consumo mondiale di materie prime sia aumentato del 62% dal 1980, con buona pace di tutte le nuove tecniche.

Di fatto, nella gara tra efficienza e crescita l’efficienza, almeno finora, è arrivata per lo più solo seconda. Le automobili consumano meno carburante, ma sono aumentate di peso e potenza. Le abitazioni richiedono meno riscaldamento per metro quadrato, ma la loro superficie pro capite è cresciuta. Malgrado il mitico successo dell’energia eolica e solare il sistema energetico tedesco ha sfornato nel 2008 quasi altrettanto gas nocivo quanto nel 1995.

Oggi le cose diventano difficili per i politici che sbandierano l’idea della “nuova crescita”. Confessare o no che neanch’essa risolve tutti i problemi? Rassegnarsi o no ad avviare il dibattito sulla “crescita zero”? Se sì, come risolvere i problemi finora fronteggiati mediante la crescita, cioè il finanziamento della sicurezza sociale, l’abbattimento del debito statale, la lotta contro la disoccupazione? L’imprenditore di Brema Harald Rossol conosce bene questi problemi. Egli crede tuttavia che la rinuncia alla crescita sia “l’unica via per salvare il nostro mondo”. Ma cosa succederebbe se molti, o alla fine tutti, si comportassero come lui? Se l’economia senza crescita improvvisamente nascesse? Neppure Rossol saprebbe rispondere, ed è tuttavia convinto che ce la potremmo fare, in quanto “a risolvere un problema si comincia prendendo atto che esso esiste”.

Licio Serafini

LETS RENEGE THE IDOLATRY OF GROWTH

Like many pro-market economists, prof. Krugman has inveighed against the present attitude of the German political-economic school, which advocates austerity and fiscal sanity as the right ways to confront the international crisis. Krugman too believes that budget cuts are dangerous, they can suffocate the infant recovery. In the United States president Obama should do the opposite of what president Hoover did: when, at the beginnings of the Thirties, the Great Depression appeared on the verge of recovery, the White House and the leaders of the financial and banking community thought it wise to stop supporting the economy through federal incentives. The disastrous result, according to Krugman, was that in the U.S. the Depression went on for the whole of the Thirties. Only the Second World War, calling to arms 10 millions Americans and requiring weapons on a giant scale, solved the problem of American unemployment. Facts went that way indeed. Pearl Harbor rather F.D.Roosevelt’s New Deal ended the Great Depression.

If the economy is the science of wealth, the ill-boding of prof. Krugman may possibly prove right. But is the perennial quest of wealth the supreme goal of the society of man? Growth is not the Absolute Good. In the West today we know much better than in the past. We have experienced a half century of affluence, and we have learned the misery of affluence: so many millions are very poor. We now understand the advantages of simple life. We suffer the remorse and barbarous inhumanity of wealth. We know many achievements, beyond becoming richer, which would make us happier.

So we should not share the logic of the vast legion of market economists. We should refuse it. We should say no to perennial growth. Just one goal is mandatory -guaranteeing with heavier taxes on the rich a vital minimum to the deserving poor. Globalization will multiply the unemployment, so the market dogmas must give way to social justice.

A. A. Cobeinsy