QUANDO LA DECRESCITA FELICE TROVERA’ UN PROFETA NON DISARMATO

A guardarci intorno, è esiguo ma non irrisorio il popolo di coloro che hanno abiurato la fede nello sviluppo, e dunque la logica fondante del mercato e del capitalismo d’oggi. Si fanno meno rari i riferimenti ai teorici della decrescita: dal romeno Nicholas Georgescu-Roegen (gli si attribuiscono i concetti di bioeconomia e di entropia) al polacco Zigmunt Bauman, all’italiano Maurizio Pallante, che con Andrea Bertaglio cerca di animare da noi un movimento politico della decrescita. Con più convinzione si richiamano le idee di Serge Latouche, cui l’appartenenza alla tradizione francese facilita un’insolita chiarezza e incisività dell’argomentazione. Sono ormai molti a riflettere, predicare, inveire contro l’economicismo che innerva la modernità (modernità che nella sostanza vige da tempo immemorabile). Peraltro le tesi che conosciamo -non sono certamente tutte- si confondono quasi sempre con parole d’ordine collegabili alla decrescita ma da essa differenti: l’ecologismo, le sociologie alternative, le enunciazioni politiche progressiste; e perdono concentrazione. Sarebbe più utile separare la decrescita da decine di altre tematiche probe.

Serge Latouche non divaga. Al centro del pensiero suo e di quanti vivono l’attesa di una svolta radicale  (anzi brutale, perché implica il rifiuto del benessere e il ritorno alla povertà) Latouche ha messo la limitazione dei desideri, cioè la frugalità: condizione, sostiene, per quella che chiama ‘abbondanza’. Per il Nostro l’economia moderna -moderna di tre secoli- si basa su una perversione morale: l’idea che greed is good. La dipendenza dal benessere materiale nella quale siamo precipitati è per Latouche una patologia da cui guarire. Occorre organizzare una società diversa, inventare un altro modo di vivere. Quale che sia l’efficacia della descrizione di tale diversità, è merito del teorico francese aver messo a punto un pensiero circoscritto al dilemma crescita-decrescita e all’imperativo di respingerere la pseudo-eticità dell’arricchimento ininterrotto.

Tutto giusto. Ma il messaggio arriva a poche migliaia di seguaci: recepiscono, rielaborano, si galvanizzano, affollano la Rete con intenzioni e tematiche che inevitabilmente si allargano, sconfinando in crociate meritorie ma ormai tradizionali: difesa dell’ambiente, anticonsumismo, nuova morale, priorità agli alimenti che viaggiano poco,  fuga dalla congestione metropolitana, lotta alle spese militari, e tante altre. Movimenti ereticali di origine antica, come tali molto degni, ma già riproposti da decenni, con poca fortuna. Hanno reclutato adepti che inevitabilmente si annullano nell’immensità dei numeri degli idolatri del Pil. Per ora il rifiuto dello sviluppismo è un movimento senza futuro. E’ la proposta estrema di una setta di zeloti. Tale resterà fino al giorno di un cataclisma ideale quale pochissime volte si verificò nella storia. Nessun principio a vocazione universale è mai sorto in assenza di una grande guida, di un Maestro. Buddha Confucio Cristo Maometto Lutero, tutti capi religiosi. I leader laici, incapaci di generare visioni (o illusioni) ultraterrene, non hanno fatto nascere che movimenti periferici, limitati nel tempo.

In altre parole. C’è Serge Latouche con la decrescita genialmente felice. Ci sono migliaia di blog simpatizzanti, ci sono attivisti fervidi di iniziative e di esperimenti. Ma in una prospettiva non lontana non accadrà nulla di decisivo. L’arricchimento di chi lavora, cioè ‘merita’, resterà il principale tra gli idoli della tribù planetaria, di recente ingigantita dai miliardi dell’Asia e di altri continenti.   Perché non accadrà nulla? Perché il rilievo sociale di quanti propongono ideologie alternative è insignificante. Sono sconosciuti. Le idee nascono nuove, quelli che le avanzano non contano. Magari sono politici o accademici, il che guasta. Quando le novità vengono da rivoluzionari di sinistra è persino peggio: l’esperienza di 224 anni dalla rivoluzione del 1789 attesta la falsità delle rivoluzioni politiche e l’insincerità di quanti le proclamano. Semplicemente i popoli non si fidano, così come oggi i proletari non si fidano più dei sindacati. Abbondano gli entusiasmi e gli sdegni del Web, ma sono fatti minoritari, sostanzialmente innocui.

Accadrà qualcosa quando, ammutoliti i politici e gli accademici, un Maestro conosciuto da tutti e magari odiato da molti, incarnerà un pensiero nuovo, scandaloso. Sarà un capo superiore ad ogni altro. Per esempio, un presidente americano di ben altro prestigio e inventiva che l’attuale. Meglio, molto meglio, un Papa demolitore e ricostruttore, che abbia agito clamorosamente invece di predicare e ‘invocare’ quotidianamente. Le nazioni si accorgeranno. Nulla sarà come prima. Dopo millenni di fede nella ricchezza, dubiteremo delle virtù del lavoro e del progresso materiale. Ci ricorderemo dei  disarmati profeti della decrescita felice.

l’Ussita

SE NON COMBATTE LA CRESCITA LA NOSTRA CULTURA E’ INUTILE

Gian Arturo Ferrari ha invocato un futuro “diverso dalla crescita senza fine” con un articolo che ‘Corriere della Sera’ (18 0ttobre ’12) ha intitolato “La crisi è il momento della verità: la nostra cultura serve a qualcosa?”. Ecco i paragrafi salienti:

“Forse questa non è una crisi, è qualcosa di molto diverso, di molto più profondo. Forse quel che abbiamo di fronte è la fine di un ciclo, di un’epoca. Il mondo che tramonta, sotto la cui legge -la crescita ininterrotta- siamo tutti vissuti, era iniziato attorno alla metà del secolo scorso, quando nel lampo calcinante di Hiroshima e nei fumi di Auschwitz si era consumato il mondo precedente. Era stato quello un mondo incomparabilmente più povero del nostro, violento nella sua essenza, crudele. Un piccolo mondo atroce. Ma nello stesso tempo (e forse non senza un nesso) una delle più alte vette di genio, di invenzione, di bellezza della storia umana, come il V secolo ateniese o il Rinascimento italiano. Il sublime nel sangue dei massacri.

Sulle sue rovine è nato il nostro mondo, quello che abbiamo sin qui conosciuto, dominato dal ribrezzo per la guerra; dall’abbandono delle ardue vette del pensiero per le più agevoli pianure della tecnologia; e soprattutto dalla risoluta volontà di stare meglio, dunque dalla fame di benessere, di prosperità, di ricchezza. Una fame esaudita, quasi miracolosamente e al di là di ogni più rosea aspettativa, aprendo così il periodo più felice, almeno sotto il profilo economico, dell’intiera storia umana. E generando la falsa idea, cioè l’ideologia, che la crescita ci sarebbe sempre stata, sempre maggiore e sempre più accelerata, altro che limiti allo sviluppo! Poi qualcosa si è inceppato e nessuno ci ha mai saputo spiegare bene che cosa.

L’ultimo rifugio è il pensiero che la fine è stata annunciata tante altre volte, ma poi non è successo niente. Nel 1973 con la crisi energetica dopo la guerra del Kippur. Nel 1989, con la caduta del Muro, quando venne proclamata la fine non solo del comunismo, ma addirittura della storia. Nel 2001, quando, dopo le Torri, fu autorevolmente detto che finiva il mondo degli stati sovrani. Di tutte queste catastrofi non abbiamo particolarmente sofferto. Ma questa volta non sarà così facile uscirne. Questo è il momento della verità, il momento di vedere se tutta la nostra cultura, in particolare quella economica, serve a qualcosa, se riesce cioè a spiegare, senza drammi ma anche senza pie menzogne, quel che sta succedendo. Ed è anche il momento di sapere se avremo la forza di pensare e di creare un nuovo futuro, diverso dalla crescita senza fine in cui ci siamo illusoriamente cullati”.

IL FUTURO ANNUNCIATO DA LATOUCHE E’ GIA’ COMINCIATO

Mai come nel giorno che FIAT ha confermato l’abbandono del programma Fabbrica Italia risulterà la piena verità della profezia di Serge Latouche sulla decrescita. Una predicazione, la sua, ben più saggia che quella di Pietro l’Eremita per far partire la Prima Crociata. Più le manifatture chiudono, di norma per non riaprire, e più le tesi del filosofo francese risultano fondate. La fine dello sviluppo non è intuizione di Latouche, ma sua è la genialità di descrivere ‘felice’ la decrescita. Sua è, in parte, la coerenza di additare la frugalità come la via della salvezza. Il Nostro mette persino a punto il concetto, promettente proprio perché estroso, di ‘abbondanza frugale’. Dimostra che occorre rifiutare il discorso dello ‘sviluppo sostenibile’. A prima vista, dice, l’espressione suona bene, ma è contraddittoria: in Occidente lo sviluppo è sempre meno realizzabile, ed è bene sia così; ma là dove sembra ancora vigere aggiunge disvalori e problemi.

A parte l’originalità di aggettivazioni che è solo di Latouche, le tesi di cui sopra sono state ripetutamente enunciate da alcuni di Internauta, tra  cui chi scrive: che ha piuttosto insistito sulla meno attraente formula ‘accettare il ritorno alla povertà’, povertà anche proposta come ‘vita semplice’, fatta delle millenarie ristrettezze delle maggioranze sociologiche del pianeta intero. Mettendo l’enfasi sulla impossibilità di prolungare lo sviluppo, il nostro discorso è meno ardito di quello di Latouche, che è l’indesiderabilità del benessere.

Quanto a me, mi concentro sullo sforzo di dimostrare A) l’eticità di chiudere le imprese che esistono per produrre perdite, dunque l’assurdità e l’immoralità -nelle circostanze d’oggi- di ogni tipo di salvataggio. B) Qualsiasi ‘politica industriale’, oggi che la globalizzazione vince (anche perché è una Dea di giustizia: meno siamo ricchi noi, meno sono miseri i paesi arretrati), significa solo sovratassare per sostenere produzioni che hanno perso il mercato, oppure lo perderanno a breve perchè sarà dei produttori d’oltremare. C) L’imperativo generale non è più difendere i redditi di lavoro, ma scoprire i modi per vivere senza lavoro. La collettività deve certamente prendere a suo carico la sopravvivenza basica delle famiglie, a un livello all’incirca pari alla metà del salario del lavoratore del livello inferiore; l’altra metà devono metterla le famiglie, cambiando modi di vita quanto basta. I ceti superiori dovranno perdere i patrimoni al di sopra della media generale, ma lo stile ‘sottoborghese’ di abitare e di consumare che i proletari avevano conquistato in Occidente non è più sostenibile. I modi per reinventare la vita a redditi dimezzati esistono: Latouche, non certamente ma probabilmente, ha ragione ad annunciare che la nuova vita sarà ‘felice’. Dovrà spiegarsi meglio, e probabilmente lo farà.

Il pensatore bretone coglie nel segno quando invoca di ‘far uscire dalla testa il martello economico’ e di ‘decolonizzare l’immaginario occidentale soggiogato dall’economicismo sviluppista’. Quando si scaglia contro il nostro ‘imperialismo culturale sul pianeta’. In fasi passate collocava il suo impegno in un campo ‘marxista non leninista’. Oggi appare trascurare la pregiudiziale marxista, utile quanto una lampadina fulminata. Orienta l’analisi e, più ancora l’inventiva, sul ‘pari de la décroissance’, su come ‘sortir de la société de consommation’. Imaginosamente intitola un libro ‘La planète des naufragés: essai sur l’après-développement’. Va sottolineata ancora l’efficacia delle formule: il doposviluppo, il pianeta dei nàufraghi, persino il brillante ossimoro dell’abbondanza frugale.

La logica di Latouche non ha bisogno di difese, e nemmeno di molte chiose. I governi europei professano fede nello sviluppo perché sono ‘postdemocrazie dominate dai media e dalla finanza’. Il liberismo sociale non ha senso. Il debito di paesi come l’Italia non sarà onorato. Il capitalismo così com’è rischia di finire, ‘a vantaggio di una forma di fascismo dei ceti alti’ (ma, chiediamo noi, perché no dei ceti bassi, alla José Antonio Primo de Rivera?). Meglio la bancarotta, e poi ripartire da zero.

A parte l’esorbitanza, forse, di quest’ultima tesi, l’ardimento del lavoro di Latouche è inoppugnabile. Dando per dimostrata l’ineluttabilità della decrescita, egli dovrebbe procedere oltre e descrivere  come ci organizzeremo nel concreto quotidiano per vivere senza lavoro. Vivere che sarà arduo, non impossibile.

Antonio Massimo Calderazzi

TORNINO I LEVELLERS, SCONFITTI EROI DELL’EQUITA’

La storia conosce sia i movimenti grandi che fallirono dopo aver prodotto aberrazioni e fosche tragedie (nazismo comunismo eccetera), sia i movimenti piccoli che fallirono senza aver fatto il male dei primi, epperò seminando il futuro. Tra questi ultimi meritano ricordo e riconoscenza i Levellers, che tentarono la sorte in Inghilterra verso il 1647, in quella guerra civile chiamata Rivoluzione inglese che mise a morte Carlo I e dette il trionfo a Olivier Cromwell. Con la clemenza che gli era propria il futuro Lord Protettore, momentaneo sostituto di un re Stuart, non fece fatica a liquidare i Levellers con un controllato impiego del plotone d’esecuzione.

Ma il nome dei Levellers era fatidico. Senza il menomo successo tentarono di propugnare il livellamento dei ceti, la riduzione delle ineguaglianze sociali. Furono schiacciati come moscerini fastidiosi,  ma di loro avrebbe bisogno il mondo d’oggi devastato dall’ipertrofia del capitalismo e dai mali collegati. Sono finiti nel disonore i conati dell’alternativa comunista: tutti, salvo il grottesco ‘comunismo’ cinese, che garantisce la prosperità solo agli oligarchi e agli ottimati che facciano bene il loro mestiere depredatorio.

In piedi non restano che le proposte dei profeti disarmati, dei pensatori miti, dei tanti che furono scherniti dai faziosi e dagli intransigenti pseudovittoriosi: calvinisti, gesuiti, illuministi rampanti, rivoluzionari borghesi e rivoluzionari marxisti, tutti operatori del nulla di buono. Non restano che gli idealisti di un neocollettivismo amico dell’uomo. Non restano che i comunitaristi cristiani, musulmani e di altri credi, e più ancora quelli della carità, gli operatori del volontariato, gli impotenti di fronte alle cose grandi che agiscono nelle cose minime e terribilmente umane. Non restano che gli equivalenti dei Levellers, illusi e facili da neutralizzare, eppure…

Il fatto è che i vittoriosi, i padroneggiatori della realtà, i maneggiatori dell’efficienza, i detentori del potere e dei capitali, gli edificatori dei centomila grattacieli del pianeta, hanno messo insieme un mondo moderno sostanzialmente depravato. Una società non povera di conseguimenti e di vanti, ma ingiusta all’estremo anche dove attraverso il Welfare tratta con riguardo i grandi numeri. Infatti a ciascun progresso dell’economia e dello stesso Welfare si accompagna, per norma categorica, l’allargamento dei divari sociali.

Ma oggi i Levellers non auspicherebbero la barca per tutti. Non si sognerebbero di propugnare il livellamento a quota alta, i tenori di vita agiati di massa. Il presupposto, anche per i Levellers, sarebbe l’opposto delle ‘rising expectations’. Sarebbe il quasi-ripudio del denaro, il ‘lowering of expectations’, l’accettazione di qualche arretramento, il ritorno alle ristrettezze e alla parsimonia  scelta e non necessariamente subita. I Nuovi Levellers toglierebbero molto ai ricchi per garantire il pane a tutti, anzi poco alla volta abolirebbero i ricchi. Però negherebbero simpatia ai giovani che aspirano alla ricchezza, alle gratificazioni degli sport, ai meretrici della moda. Toglierebbero lustro e legittimità al benessere. I Livellatori sarebbero in realtà Capovolgitori di valori e di modelli.

l’Ussita 

MEGLIO NON CRESCERE

UNA VIA DI SALVEZZA I

La crescita, al punto in cui siamo, è nemica dell’uomo (esige più consumismo e più devastazione dell’ambiente) ma è anche una chimera. Non il mostro, in fondo simpatico, del mito greco (muso di leone, corpo di capra, coda di drago, fiamme dalla bocca). Bensì la chimera del dizionario Devoto-Oli: “Ipotesi assurda, sogno vano, utopia”. Milioni di voci si levano a invocarla, dai bonzi dell’economia accademica ai guru alla buona dei quotidiani gratuiti, dai bar Sport ai moniti del Colle. Ma, p.es. in Italia, nessuno dice con precisione cosa -di diverso dagli interventi pubblici che dilatano il debito e la corruzione- farà risorgere la crescita. Le liberalizzazioni, le razionalizzazioni, i tagli ai costi della politica arriveranno, forse, quando sarà troppo tardi.

Un ingigantimento dell’export, è difficile. Non ci sono solo Cina e Corea a toglierci i mercati. Aumentano le imboscate da un pulviscolo di produttori inaspettati. C’è persino un improvviso ‘miracolo’ dell’Angola, dove i portoghesi, ex-padroni coloniali, arrivano per trovare lavoro. E’ certo: spunteranno altre Angole, oggettivamente beneficate da mezzo secolo di conquiste sindacali in Occidente. Inutile dire che i proletari dei paesi poveri meritano il beneficio.

Questo o quel comparto del nostro export potrà riprendersi alquanto ma, concomitando l’arretramento di altre nostre produzioni, non saprà far avanzare l’economia intera, cioè produrre crescita. Resta il mercato nazionale. Chi sa immaginare che la domanda interna si gonfi al punto di riaprire le fabbriche di auto o di elettrodomestici, o i cantieri navali già chiusi o di imminente chiusura? Quando risorgessero le risorse per comprare p.es. autobus, chi dice che sarebbe Irisbus a ricevere commesse e non i concorrenti prestigiosi come Mercedes e Volvo, oppure quelli nuovi arrivati dall’Asia o da altrove? Certo, la politica da Roma potrebbe costringere il settore dei trasporti collettivi a preferire Irisbus; ma poi dovrebbe vedersela coll’Europa. Non stiamo pagando 3,5 miliardi per infrazioni alle quote latte? Quando potesse fare acquisti, il settore del trasporto persone comprerebbe sul mercato concorrenziale. Peggio per le navi. Più le maestranze in lotta occupano le autostrade, più confermano che i nostri cantieri non hanno commesse. Le navi sudcoreane costano meno e nulla da dire sulla loro qualità.

Un editoriale di ‘Repubblica’, massima gazzetta del consumismo chic e del denarismo progressista, ammette il 5 ottobre: “Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi: Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso”. Chi ha scritto l’editoriale, Barbara Spinelli, è troppo pensatrice perché ci chiarisca se il ‘crescere diverso’ richiederà o no più Pil. Le resta il merito di avere pronosticato un futuro fatto di meno consumi, cioè di negazione di quell’edonismo che fece la fortuna di ‘Repubblica’ e ‘Espresso’, organi non solo della Bella Gente moderna e liberata, ma anche e soprattutto dei borghesi piccoli piccoli che aspirano ai consumi  e all’allure  della Bella Gente.

Torniamo alla Chimera. Perchè la crescita non sia ‘ipotesi assurda, sogno vano, utopia’ occorrerà che il possente Mercato occidentale esca dalla recessione. Che non si ingrossi l’aggressività commerciale dei paesi di nuova industrializzazione. Che infine le economie come la nostra creino produzioni originali le quali resistano abbastanza a lungo alla concorrenza dei paesi non ancora guadagnati all’edonismo e alle conquiste sindacali.

Sono le speranze che cullano gli ambienti colpiti dalla crisi. Ma essi mirano ai loro vantaggi, non al bene generale. Questo bene non si identifica più nella prosperità materiale. La riscossa dei consumi è da temere, non da desiderare (v. in questo ‘Internauta’ di ottobre il nuovo intervento di “Die Zeit”, contributo di Franco Soglian). Almeno i segmenti sociali più coltivati ripudieranno gli imperativi che hanno imperversato finora.

Dovranno accettare l’abbassamento del tenore di vita. Scoprire la sobrietà, la vita semplice, la povertà persino: anche perché sarà una povertà senza le ferocie del passato. I poveri saranno aiutati (parsimoniosamente ma coprendo le necessità) grazie all’avocazione dei redditi più alti. All’atomismo dell’agiatezza individuale -tanti mutui prima casa, tante cantinette e tanti garage quanti percettori di redditi all’antica- succederanno modi nuovi di organizzazione della sobrietà e del reciproco soccorso (v. in questo ‘Internauta’ i pezzi “Un’opzione nuova per i disoccupati definitivi”, “Guild Socialism contro le disfatte  moderne  dell’equità”, “Marx non tornerà. Però l’Impero del soldo si è ammalato”). Divamperà la ribellione liberista-consumista, ma risponderanno forme inedite di solidarietà e di disciplina delle comunità.

Ormai tutti siamo andati a scuola e abbiamo viaggiato: molti di noi abbiamo avuto le opportunità di evoluzione culturale che ci affranchino dai tabù del passato. L’accrescimento della prosperità materiale è ormai un valore negativo -come il vestito buono e la cravatta la domenica- che appiattisce verso il basso e imbruttisce la vita.

A.M.C.

DA POVERI, SENZ’ATOMO, VIVREMO ECCOME

Forse tra un ventennio l’energia si ridurrà a poca cosa per noi che saggiamente avremo dimenticato le centrali nucleari. Ma restare uno dei paesi più ricchi ed edonisti al mondo non merita d’essere la prima delle priorità. Al contrario, vivremo meglio quando ci impoveriremo.

Forse il nucleare è indispensabile -leucemie e tumori permettendo- per difendere lo stile di vita e il benessere. Tuttavia né l’uno né l’altro sono da difendere. Dello stile di vita, vituperevole e dozzinale com’è, infestato di SUV e di consumi superflui all’estremo, dovremmo liberarci comunque. Del benessere è essenziale che resti soltanto la sanità gratuita per i poveri e semigratuita per i ceti medi inferiori. Il resto è quasi tutto ridimensionabile.

Senza il nucleare e con un Pil immiserito torneremo al passato, ossia a come vissero quasi tutte le generazioni. Chiuderanno molte fabbriche, boutiques, palestre, centri fitness e shopping centers. Morirà l’alta gamma, che oggi crediamo imperitura. Ottimo: l’essenziale è che a nessuna famiglia manchi l’indispensabile: un tetto, il paniere alimentare, la scuola per i figli e poco più: per assicurare questo a parecchi  milioni di famiglie occorrerà ridistribuire la ricchezza come né il comunismo né la socialdemocrazia né il sinistrismo antagonista hanno saputo fare. Il primo si è fatto odiare e infine uccidere, la seconda è stata donna di servizio del capitale, il terzo si è consacrato alla storia come una comica a volte divertente, più spesso noiosa. Non sappiamo come si chiamerà l’ideologia che organizzerà il convivere quando gli idrocarburi -e l’uranio- finiranno e quando le energie alternative garantiranno la sola parsimonia spinta. Forse il sistema assomiglierà al comunitarismo del convento in assetto laico. Pazienza per chi avrà esigenze più alte.

Sicura sarà la fuga dei capitali. Non bisognerà vietarla, bensì autorizzarla se accompagnata dalla fuga, o espulsione, dei loro detentori. In molti casi sarà difficile, ma non impossibile, identificare questi ultimi. Spetterà agli esperti affinare le tecniche per neutralizzare prestanomi e altre astuzie. Certo non  resterà sacro il diritto di proprietà. Chi esporterà i capitali andrà in esilio, lasciando alla patria gli immobili, i simboli di status e tutto ciò che non sia esportabile via Internet. La condanna all’esilio col coccio chiamato òstrakon era nella Grecia antica un istituto perfettamente legale; Aristotele lo attribuì a Clistene, l’Alcmeonide che governò Atene un po’ prima e forse meglio di Pericle, suo nipote. Anche Firenze ai tempi della grandezza comunale esiliava ed espropriava legalmente i cittadini.

Gli altri ricchi, quelli che obbediranno alla legge, non andranno perseguitati. Aggrediti dalle tasse, inevitabilmente sì. Nessuna famiglia di disoccupato dovrà fare la fame: come non attingere agli alti redditi? Di conseguenza nascerà un sofisticato dopolavorismo per élites impoverite.

Man mano che le risorse energetiche si ridurranno, bisognerà fermare l’incremento demografico. Corrispettivamente si chiuderanno le frontiere agli immigrati economici. L’asilo politico sarà sempre  meno accordato. Il sud del mondo sarà aiutato a valorizzare le proprie risorse naturali, cominciando dal sole e dal territorio. Parte dei deserti saranno irrigati  dall’acqua che l’elettricità solare ed eolica porterà alla superficie, trasporterà da lontano e/o desalinerà.

I nostri concittadini dovranno, quando mancheranno di meglio, fare i badanti e i braccianti: perderà i sussidi chi rifiuterà le mansioni oggi riservate agli extracomunitari ultimi.  Molti dei nostri nonni e bisnonni vissero facendo queste cose. Noi ci siamo montati la testa.

Per non accettare tutto ci potremo costruire centrali nucleari: ma forse non saremo all’altezza dei costi proibitivi di una sicurezza moltiplicata n volte. Non è nemmeno detto che i paesi nostri vicini si intestardiranno per sempre sull’atomo. Tutto fa pensare che i più avanzati scopriranno prima di noi la bellezza di tornare poveri.  Petrolio, metano e uranio non si esauriranno anche per loro?

JJJ

UNA CRESCITA VERDE E’ POSSIBILE

In alternativa al modello attuale e alla crescita zero

Nello scorso numero abbiamo pubblicato una perorazione per la crescita zero apparsa su “Die Zeit”, sul quale, come altrove all’estero, sta proseguendo il dibattito su questo tema di crescente attualità. Riportiamo ora un articolo dello stesso settimanale tedesco (4/11/2010) in cui si sostiene, con dovizia di dati, che al modello di sviluppo tradizionale esiste anche un’alternativa meno drastica: la crescita verde.

Crescita e sviluppo sono oggi concetti controversi. Molti li esaltano, altri li demonizzano. Soprattutto per quanti se lo possono permettere lo scetticismo sulla crescita torna di moda. Questi postmaterialisti dimenticano volentieri su che cosa poggia il loro stile vita biologico. Essi hanno rinunciato anche all’idea e alla concezione di progresso. Sono economicamente e socialmente ciechi e privi di prospettive. Non riescono neppure a concepire che i problemi dell’odierna, vecchia società industriale possano essere risolti con nuovi metodi.

Il Club di Roma, nel suo rapporto del 1972 intitolato “I limiti della crescita”, avvertì che avevamo sforato la sostenibilità del nostro pianeta. Se la popolazione, la produzione di generi alimentari e beni industriali, l’inquinamento ambientale e il consumo di materie prime non rinnovabili continueranno a crescere a ritmo immutato si arriverebbe, secondo quel rapporto, al collasso dell’economia mondiale.

Ciò è vero, ma non significa che l’unica soluzione del problema sia l’ascetismo. Dobbiamo invece conciliare il benessere di massa con quello che il nostro pianeta può dare e sopportare. Crescita e utilizzo delle risorse possono e devono essere scissi. Abbiamo bisogno di una crescita di qualità.

A questo fine è necessario un modello di sviluppo al cui centro stiano nuove tecnologie, nuovi prodotti e procedimenti di produzione per un uso più efficiente di energia e risorse. L’Ufficio federale [tedesco] di statistica ha stabilito che l’utilizzo delle risorse è il principale fattore del costo di produzione dell’industria di trasformazione tedesca. Esso costituisce il 46% del valore della produzione lorda. L’Agenzia tedesca per l’efficienza dei materiali (Demea) stima che l’industria nazionale potrebbe risparmiare 100 miliardi di euro all’anno se usasse materie prime e materiali con soltanto un 20% in più di efficienza. Noi invece ci comportiamo come se i salari, che costituiscono solo il 20% dei costi, fossero l’unico fattore su cui risparmiare.

Già le tecnologie di riciclaggio diventano un grande mercato di crescita a causa dell’esplosione demografica planetaria. In Germania dovrebbero esservi investiti 20 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, con conseguente possibilità di creare fino a 200 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, grazie al riciclaggio, si consumerebbe molto meno energia rispetto alla produzione primaria di materiali. Anche le emissioni di diossido di carbonio, ad esempio con il riciclaggio dell’alluminio, si riducono ad un quinto di quanto emesso nella produzione primaria di alluminio. E il riciclaggio apre nuovi sbocchi all’esportazione: nelle relative tecnologie la Germania possiede già una quota di mercato di oltre un terzo.

La biotecnologia, dal canto suo, può rimpiazzare costose ed inquinanti lavorazioni chimiche. Il konzern Boehringer Mannheim (oggi Roche Diagnostics) ha appurato che l’impiego di feccia geneticamente modificata riduce i costi di produzione dei medicinali e migliora l’impatto ambientale. I costi di produzione sono calati da 80 mila a 40 mila euro, i rifiuti solidi e liquidi da 200 a 40 tonnellate e il consumo di energia è diminuito dell’80%.

Per cambiare veramente dovremmo tuttavia tassare anche il consumo di risorse naturali liberamente disponibili e non soltanto l’emissione di CO2. Il valore economico dell’ecosistema è molto più elevato di quanto abbiano ritenuto finora economisti e naturalisti. Le circa 100 mila zone naturali protette della terra forniscono annualmente agli uomini servizi di ecosistema per un valore di 4,4-5,2 miliardi di dollari USA. E’ una cifra superiore alla somma mondiale dei fatturati delle industrie automobilistica e siderurgica e dei servizi IT.

Crescita e conservazione sono conciliabili. Proprio nelle aree in cui sviluppo e crescita sono scarsi si registra la maggiore perdita di biodiversità. Gli abitanti delle regioni economicamente più deboli sono infatti costretti a guadagnarsi da vivere usando metodi anacronistici e distruttivi. Ne sono esempi il taglio di alberi a scopo di riscaldamento o la distruzione della flora tropicale mediante la pesca con la dinamite nel mare. Un modello di sviluppo intelligente è condizione di base per la conservazione.

Del resto, qualsiasi cosa si faccia in Germania, paesi come la Cina, l’India e il Brasile vogliono crescere e cresceranno. Essi sostengono a ragione che il benessere dell’Occidente è frutto di un processo di industrializzazione che ha sollevato problemi quale il cambiamento del clima. Ora questo benessere dovrebbe essere loro negato? Perciò tocca ai paesi industriali avanzati dimostrare che crescita e conservazione sono conciliabili. Anziché concorrenti per risorse che tendono a scarseggiare i paesi in via di sviluppo potrebbero così diventare nostri partner.

Già oggi per i mercati delle tecnologie verdi si prevedono a medio termine tassi di crescita dell’8% all’anno. Ciò significa un abbondante raddoppio ogni dieci anni. Entro il 2020 il volume del mercato globale delle tecnologie verdi aumenterà dagli attuali 1,4 miliardi a 3,2 miliardi, creando enormi opportunità di occupazione. Nei prossimi dieci anni potremmo creare in Germania con la tecnologia verde fino a due milioni di nuovi posti di lavoro.

Per una simile evoluzione dobbiamo tuttavia porre fin d’ora le premesse. Occorre una politica industriale ecologica, con lo Stato come pioniere, che promuova le tecnologie appropriate. Chi insiste troppo a lungo su tecnologie dinosauriche come quella dell’energia nucleare spinge le tecnologie del futuro verso l’estero.

Un nuovo modello di crescita e sviluppo non può essere contrapposto al nostro modello di benessere, come fa ad esempio l’economista Meinhard Miegel nel suo bestseller “Crescita senza sviluppo”. Un nuovo modello di sviluppo deve invece fondere insieme dinamica economica, conservazione ed equità sociale. Una terza rivoluzione industriale ne crea i presupposti…Redditi e profitti di una società industriale rispettosa delle risorse consentono sin d’ora una giusta redistribuzione.

F.S.