IMPOVERITI DALL’EURO O DALLA CASTA?

Volge al termine mentre scrivo l’ottavo Festival dell’economia di Trento. Gli faccio sinceri auguri di successo anche se mi sembra che in quel campo ci sia poco da festeggiare. Gli auguro e mi auguro, soprattutto, che riesca a fare luce su un tema che, se ho ben capito, doveva campeggiare nelle relazioni e nel dibattito: l’euro, la sua salute e le sue prospettive, in generale e in particolare per quanto riguarda l’Italia. La quale, guarda caso, appare sempre più divisa anche sul che farne, ripudiarlo o tenerselo bene stretto confidando che i vantaggi risultino superiori ai costi.

Una questione, anzi un dilemma, tanto scottante e forse persino vitale quanto estremamente bisognoso, appunto, di chiarimenti Le diverse posizioni vi si fronteggiano infatti in un modo ormai familiare: esponendo, quando va bene, ciascuno le proprie ragioni ma ignorando quelle altrui. E ciò non solo nel confronto tra politici, cosa non troppo sorprendente, ma per lo più anche tra esperti. Il risultato è un dialogo tra sordi che non aiuta per nulla a cogliere anche solo i termini del problema chi non è abbastanza attrezzato per risolverlo mentalmente con mezzi propri.

Eppure anche i non attrezzati, tra i quali mi colloco, potrebbero essere chiamati a pronunciarsi, quindi a contribuire a decidere, se andassero a buon fine le proposte, ventilate da Movimento cinque stelle e Lega nord, di demandare al popolo lo scioglimento del nodo mediante referendum. Proposte a mio avviso insensate, trattandosi di questione molto più tecnica e complessa, ad esempio, di quella nucleare, dove la scelta si poneva tra convenienza economica ed anche ecologica alquanto sicura e rifiuto di un rischio al limite mortale. Proposte, d’altronde, rese  minimamente plausibili, come un ricorso al pari o dispari, proprio dalla difficoltà al momento totale di venire altrimenti a capo del dilemma.

Sarebbe tuttavia grave se all’espediente referendario si finisse col ricorrere per l’incapacità di tecnici e di politici di concordare soluzioni più ragionate. E se, alla prova delle urne, finissero col prevalere tesi e argomentazioni non più valide e forti di altre ma di più facile presa a livello popolare, ossia di maggiore carica populistica e demagogica.

Il pericolo incombe non solo in Italia. L’euro e la stessa Unione europea sono sotto tiro un po’ dovunque, al punto da rendere alquanto riduttivo il termine “euroscetticismo” usato riguardo ad entrambi. Più che di scetticismo si tratta di autentica e crescente disaffezione, da una voglia di abbandonare entrambi controbilanciata solo da quella di entrarvi che persiste, a malapena affievolita in qualche caso, nell’Europa postcomunista. Nella parte occidentale del continente governi e opinioni pubbliche restano attestati in maggioranza sull’europeismo tradizionale, ma in posizioni eminentemente di difesa resa anch’essa ardua dal modo poco convincente e incoraggiante in cui le istituzioni comunitarie e gli stessi governi hanno combattuto finora la crisi finanziaria, economica e sociale.

In Italia, comunque, il pericolo è particolarmente serio dati i precedenti e le inclinazioni nazionali. Esso si profilava già durante l’anno abbondante del governo Monti, quando, oltre che dalle file dell’esile opposizione parlamentare ed extraparlamentare, anche da vari ambienti della maggioranza formalmente vasta che a suo modo lo sosteneva si levavano voci “euroscettiche” sempre più sonore. Accomunando, soprattutto benchè non esclusivamente, le frange più lontane dal centro e per loro natura più scalpitanti degli schieramenti di destra e di sinistra.

Succede anche altrove. Persino nella virtuosa Germania, accusata da non pochi di essersi arricchita a spese dei malcapitati soci e di puntare ancora una volta a dominare l’Europa servendosi dell’euro e della UE, sta affiorando un’inedita ostilità ad essi all’interno della socialdemocrazia o nei suoi pressi dopo la comparsa di un partito apertamente e programmaticamente antieuropeo alla destra della coalizione governativa. Da un lato, però, ciò tende a smontare implicitamente le suddette accuse. Dall’altro non autorizza a pensare che gli “euroscettici” nostrani si trovino in buona compagnia dato che i tedeschi di ogni colore condividono nella quasi totalità il sostegno al rigorismo finanziario e di bilancio nel loro paese, nell’eurozona e nell’Unione europea.

Da noi, invece, l’insofferenza nei confronti della moneta comune e di Bruxelles va di pari passo e quasi si identifica con l’impazienza di sbarazzarsi di un eccessivo rigore nella gestione dei conti pubblici, imposto dall’esterno o adottato per libera scelta, sostenendo che ciò sia indispensabile per uscire dalla crisi rilanciando la crescita economica. Il che, naturalmente, può essere senz’altro vero almeno in una certa misura. L’insofferenza e l’impazienza sollevano tuttavia i peggiori sospetti quando, per giustificare l’auspicato ripudio dell’euro e l’invocata riesumazione della lira si arriva ad imputare alla moneta comune l’impoverimento del paese precipitato in questi ultimi anni.

Qui il falso, per chi vuol vedere, è sotto gli occhi di tutti. Nel decennio successivo all’adozione dell’euro (2001-2011) il Pil nazionale pro capite è diminuito del 3,8%. Un caso unico nell’eurozona con la sola eccezione del Portogallo, la cui recessione non è peraltro andata oltre il -0,9%. Tutti i rimanenti 15 paesi sono economicamente cresciuti: alcuni con balzi intorno al 50% (Estonia e Slovacchia) o del 25% (Slovenia), altri, i più settentrionali, con incrementi dal 9% (Belgio e Olanda) al 12-14% (Austria, Finlandia, Germania). Meno bene quelli bagnati dal Mediterraneo (Francia e Spagna sotto il 5%), tra i quali tuttavia persino la Grecia era migliorata dell’8% prima di venire prostrata dalla crisi iniziata, come nel 1929, negli Stati Uniti.

Come spiegare un simile contrasto? Con una congiura collettiva architettata da Berlino ai danni del nostro paese? Con un capovolgimento del fatidico stellone più duraturo del solito? Con una presunta incompatibilità dell’euro, denunciata da qualche parte, con un apparato produttivo dominato dalle piccole e medie imprese, che però non mancano neppure in altri paesi, spesso privi invece di grandi aziende che pure esistono anche nell’Italia ancora industrialmente inferiore solo alla Germania, nell’intera Europa, e meno forte semmai nel settore dei servizi oggi considerato ovunque il più vulnerabile dalla crisi?

Non è il caso di chiamare piuttosto in causa l’inettitudine quanto meno relativa dei governi di Roma, la loro incapacità di sfruttare quella che per altri è stata evidentemente una buona occasione per progredire? Di eliminare o almeno ridimensionare macroscopici handicap esclusivi, o complessivamente superiori  a quelli altrui, quali lo smisurato debito pubblico (sia pure accumulato per lo più nei decenni precedenti), l’evasione fiscale di massa, la corruzione dilagante, la criminalità organizzata e lo sperpero di risorse alimentato anche dalla cupidigia della “casta”?

L’elenco potrebbe continuare ancora per parecchio, ricordando ad esempio una pecca più di dettaglio ma attinente all’argomento come l’utilizzazione in misura incredibilmente esigua, da sempre, dei capitali messi a disposizione dall’Unione europea per progetti di sviluppo adeguatamente congegnati. Oppure, volendo volare più alto, l’incapacità dell’intera classe politica di “rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e geografici degli ultimi venticinque anni”, stigmatizzata in questi giorni dal governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco.

A livello governativo le responsabilità vanno ovviamente ripartite pro quota, ovvero per il numero di anni (rispettivamente 8 e 2 scarsi) che hanno visto al timone nel periodo con l’euro le coalizioni di centro-destra e quelle di centro-sinistra, senza dimenticare la pesantezza di una parte dell’eredità da esse ricevuta. Questa comprendeva anche la laboriosa adozione dell’euro, generalmente ascritta fino a ieri a grande merito di governi di centro-sinistra o tecnici. Chi oggi preferisce classificarla invece come un demerito dovrebbe però ricordare che l’introduzione materiale della moneta unica, gestita da un governo Berlusconi, ebbe luogo in condizioni tali da consentire il raddoppio di gran parte dei prezzi sul mercato, mediante la conversione di mille lire in un euro anziché quasi cinquanta suoi centesimi secondo il cambio ufficiale. Il tutto per la gioia di vaste categorie di commercianti ma a danno dei consumatori e a scapito, anche qui, dei conti e della salute generale del paese.

A quanti poi sognano il ritorno alla lira come condizione per il rilancio della crescita e la salvaguardia della sovranità nazionale non vanno rammentati soltanto i deleteri effetti inflazionistici e sullo stesso indebitamento provocati in Italia dalle svalutazioni facili del passato. Anche in Germania si obietta ai nostalgici del marco che proprio la sovranità degli Stati nazionali, di qualsiasi Stato nazionale, è la prima a soffrire per derive e insolvenze come quelle generate in tutta Europa dalle sfrenate svalutazioni concorrenziali degli anni ’80.

Oggi il quadro europeo e mondiale ha subito in poco tempo trasformazioni epocali, tali da consentire che le integrazioni comunitarie vengano messe in discussione non solo nelle loro forme e per i loro requisiti contestuali ma anche per la loro convenienza tout court. L’esigenza o l’opportunità di rinunciarvi, collettivamente o singolarmente, vanno però dimostrate in modo persuasivo, tenendo comunque ben presenti le esperienze fin qui acquisite e astenendosi in ogni caso dal travisarle a piacimento. Senza dimenticare infine, come ammoniscono i pignoli tedeschi, che l’operazione sarebbe di per sé costosissima: effettuata per decreto, equivarrebbe ad espropriare di colpo milioni di cittadini.

Licio Serafini

I SOLDI: VIRUS DROGA CANCRO DEI PARTITI

Anche il noto docente Marco Revelli, su ‘Repubblica’, si è cimentato nel calcolo di quanto  ci costano i partiti. Ha aggiunto ai rimborsi elettorali diretti “l’enorme massa del finanziamento indiretto: i 250 milioni annui erogati a deputati e senatori; i circa 3 miliardi annui a 150 mila eletti regionali,  provinciali, comunali; altri 3 miliardi allo sterminato esercito dei titolari di incarichi e consulenze per l’amministrazione pubblica, reclutati in base alle appartenenze partitiche; oltre ai 2 miliardi per i 24 mila membri di nomina politica delle circa 7000 società partecipate”. Totale, 8250 milioni. Riprende Revelli: ” Poi bisognerebbe tener conto del trend, davvero esplosivo, per cui la campagna elettorale del 2008 è costata alle casse pubbliche dieci volte più di quella del 1996. Intendiamoci, la tendenza è generale. Kennedy e Nixon nel 1960 avevano speso rispettivamente 9,7 e 10,1 milioni di dollari. Obama e Romney, nel 2012, 2 miliardi!”

Quest’ultimo rilievo sottolinea, giustamente, che se l’Italia è la vittima più sciagurata della cleptocrazia, i partiti e i politici hanno un costo esorbitante in tutte le democrazie all’occidentale; dunque -diciamo noi- sarebbero da castigare, meglio, da abolire, dovunque: “Ovunque il bisogno di denaro dei partiti aumenta esponenzialmente, in proporzione diretta alla crisi della fiducia”.

Il paginone di ‘Repubblica’ dedicato il 31 marzo alla ‘protesta contro i costi della politica’ segnala in proposito vari libri, dal Manifesto per l’abolizione dei partiti di Simone Weil a La mucca pazza della democrazia di Alfio Mastropaolo (Bollati Boringhieri), da Contro l’industria dei partiti di Ernesto Rossi (Chiarelettere 2012), a Oltre il sistema rappresentativo di A.Chiti (Franco Angeli 2006). Sempre nel paginone, Sebastiano Messina sottolinea che la legge, stesa da Flaminio Piccoli, sul finanziamento pubblico fu approvata a tempo di record: bastarono 16 giorni dalla presentazione perché apparisse sulla Gazzetta Ufficiale. E addita l’ipocrisia della dizione ‘rimborsi elettorali’: “Nel 2008 le spese reali per le campagne elettorali sono risultate da un terzo a un undecimo di quanto erogato dallo Stato (…) Il partito più organizzato, il PD, ha 180 dipendenti. Perciò, quando Grillo lo invita a rinunciare al finanziamento pubblico, Bersani sa che accettare quella sfida sarebbe per il suo partito una vera rivoluzione. Una rivoluzione francescana.”

“Le democrazie malate: il virus del troppo denaro”. Si intitola così la risposta di Sergio Romano a una lettrice che da Sidney, Australia lo scongiura di darle “un po’ di speranza, se esistano alternative alla democrazia”. L’ex-ambasciatore non si lascia intenerire: “La storia della democrazia parlamentare è anche storia di ambizioni molto terrene e di persone che approfittano del loro status pubblico per arricchirsi. Ma non è facile ricordare un altro momento storico in cui due capi dello Stato francese, un presidente del consiglio italiano, un premier spagnolo, un cancelliere tedesco, un folto gruppo di ministri, un governatore americano (dell’Illinois) e alcuni senatori degli Stati Uniti siano stati sospettati di malversazioni e in alcuni casi indagati, multati o condannati da un tribunale del loro paese. Se l’immoralità fosse un virus e si propagasse nella società come un bacillo dovremmo giungere alla conclusione che è scoppiata un’epidemia. Il bacillo è il troppo denaro che unge da qualche decennio le ruote della democrazia. L’ultima campagna presidenziale americana è costata 5 miliardi di dollari. Quando le somme sono così importanti, il denaro ha molto spesso un costo politico (…) Non credo, cara signora, che i nostri sistemi democratici siano condannati ad estinguersi sotto il peso del denaro. Ma questa volta, per uscire dal pantano, occorre una lunga quaresima. Sogno un periodo di vita democratica in cui ogni ministro dell’economia, delle finanze e del bilancio, al momento di prendere le sue funzioni, faccia un breve discorso d’insediamento per dire ai suoi connazionali: “D’ora in poi il mio nome sarà Francesco”.

Le desolate citazioni che precedono compongono probabilmente la più superflua delle cose di ‘Internauta’. Non sono decenni che sappiamo d’essere ostaggi della camorra della Partitocrazia? Fino a quando il voto di protesta/odio contro i politici e i partiti non raggiungerà i due terzi del Paese non avremo alcuna speranza. Sorgano allora un secondo e un terzo Grillo, se il primo non saprà crescere. Anzi esplodere.

Porfirio

LA MORALE GRILLINA CI INGANNA SULLE VERE PRIORITA’

Arrotondiamo per eccesso: ci sono 1000 parlamentari che guadagnano 15.000 euro al mese. Quindi, contando tredicesime e quattordicesime, lo Stato spende per loro 210 milioni di euro all’anno. Se dimezzassimo i parlamentari e gli riducessimo a un quarto dell’attuale lo stipendio, otterremmo un risparmio di oltre 180 milioni di euro. A prima una vista una cifra ragguardevole, specie se consideriamo che il budget attuale serve a sfamare gente come Scilipoti. Ma il gravissimo danno che la morale grillina sta causando al Paese, è la mistificazione sistematica sugli ordini di grandezza del problema.

Uno Stato che spende ogni anno per la Sanità una cifra intorno ai 110 miliardi di euro, e che di quei 110 miliardi potrebbe risparmiarne 10 solo portando ad uno standard medio di efficienza le Regioni dove invece lo spreco e la bassa qualità del servizio sono la regola, non può illudere i cittadini che la soluzione dei problemi passi dalla lotta ai privilegi della casta. C’è una sproporzione di quasi 50 a 1 tra i risparmi che si ottengono accanendosi sugli stipendi degli onorevoli e quelli che si otterrebbero accanendosi sugli sprechi della Sanità.

Si dirà che i due problemi non sono scindibili, che il motivo per cui la sanità spreca tutti quei soldi è che è collusa col potere politico. Questa affermazione purtroppo non è strettamente vera, ed è dimostrato dal fatto che la Lombardia è una delle Regioni con il sistema sanitario al contempo più efficiente e più colluso con la politica. Ovvio che si debba intervenire sul tema della nomina dei primari, dei dirigenti, delle clientele etc. Ed è una priorità “etica”. Ma non si può pensare che basti questo a risolvere il problema macroeconomico dello Stato.

Un’altra questione che viene sbandierata come discriminante per l’attuale fase politica è quella dei rimborsi elettorali. Nessuno nega che i politici che impongono misure lacrime e sangue al Paese dovrebbero essere i primi a dare l’esempio ed imporsi una cura dimagrante. Ma ancora una volta si ingannano i cittadini sulle proporzioni della questione: 250 milioni di euro (in cinque anni) che vanno ai partiti (di nuovo arrotondiamo per eccesso) non sono rilevanti per uno Stato che deve pagare 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul proprio debito pubblico. Abbattere quel debito sì che è una priorità. E proporre l’uscita dall’euro o un non meglio precisato reddito di cittadinanza (da tenere ben distinto dal reddito minimo garantito, provvedimento di assoluto buonsenso ed equità) non sono misure che vadano nella giusta direzione.

Insomma la casa sta crollando. Invece di ascoltare gli ingegneri che chiedono preoccupati di risistemare le fondamenta, rafforzare i pilastri portanti  e riparare il tetto, ci stiamo lasciando abbindolare dall’arredatore che la priorità sia sbarazzarci degli arazzi polverosi (oggettivamente orribili) che infestano tutta la casa, piantare le margherite nel giardino e ridipingere la facciata di uno spensierato color pistacchio. E che questo dovrebbe bastare ad impedire il crollo…

Tommaso Canetta

NON E’ PREZIOSA L’INCOLUMITA’ DEI POLITICI

Visto che per la scorta  di Fini in vacanza all’Argentario sono state pagate in un albergo 9 camere per due mesi e mezzo, è giocoforza concludere: A) la sicurezza del presidente della Camera non sia più una priorità nazionale oltre i costi di due questurini alloggiati parsimoniosamente. Pertanto il detto presidente paghi in proprio tutto il di più. Dall’estate prossima, ridurre i questurini a uno: occorrendo, egli chieda soccorsi col cellulare. B) Si cancelli il diritto stesso alle vacanze del gerarca in parola e di ogni altro gerarca, se il contribuente deve addossarsi una parte anche minima dei costi. Non vadano in vacanza, né al cinema, né a ballare, nuotare, sciare, etc. C) Le Alte Cariche istituzionali, lungi dal  meritare sforzi e sacrifici, sono un gravame che andrebbe miniaturizzato.

Tutto ciò, com’è chiaro, prescinde dalla persona di Fini. A non volerne prescindere, andrebbe aggiunto che il Nostro, avendo fatto l’intera carriera ‘lavorativa’ in politica, cioè legalmente o indirettamente a spese dell’Erario, senza essersi mai guadagnato il pane, dovrebbe più di altri sentire il disagio di costare molto al paese. Due recenti titoli di giornale lo hanno descritto come ‘l’Uomo Casta’ e ‘il re della Casta’. Raramente due caratterizzazioni polemiche sono state più appropriate. E’ difficile immaginare un personaggio altrettanto identificabile con la professione e il business dello sfruttamento, anche monetario, della rappresentanza politica; nonché coi mali del parlamentarismo. Messa così, non può destare sorpresa che sia stata avviata un’indagine giudiziaria preliminare su un’altra autoblu assegnata a non so quale segretaria particolare dell’on. Fini.

Tornando all’incolumità dei gerarchi. La vita e la peace of mind di quelli che il protocollo ancora chiama Grandi Ufficiali dello Stato non è più preziosa della vita di ferrovieri, vigili del fuoco, inservienti d’ospedale e di quasi ogni altro essere umano. Non potendo moltiplicare N volte i costi della sicurezza di tutti indistintamente i pubblici servitori, si dovrebbero abolire quasi tutte le scorte. Poco danno, anzi parecchio vantaggio, se pochi o molti o tutti i politici professionali rinunziassero per paura. Farebbero posto a quanti non abbiano paura, oppure si proteggano con speciali polizze assicurative a loro carico. E poi, perché difendere i notabili di alto rango e di lungo pelo sullo stomaco e non tutti indistintamente i dipendenti pubblici, ossia qualche milione di vite?

Se, abolite le scorte  per quasi tutti i politici, arrivasse un’ondata di attentati, che sciagura sarebbe? C’è vera differenza tra essi politici e i consigliori, i capizona e i capibastone della Casta? Se gli attentati e i baronicidii convincessero non pochi figuri ad uscire dalla politica, quanti si straccerebbero le vesti? Cancellando quasi tutte le scorte si potrebbe rafforzare la lotta al crimine in generale, dunque anche al terrorismo politico che è parte del crimine. Rendendo più efficace la repressione dei reati si renderebbe più sicura anche l’attività -poco benemerita quanto si vuole- dei professionisti delle urne.

In conclusione. Fino a quando la democrazia diretta, più o meno elettronica, non cancellerà i politici di carriera, siano essi a pagarsi la protezione e le scorte. Sono retribuiti e rubano abbastanza per sostenere costi che finora addossavano ai contribuenti. Meglio, molto meglio, se diventando meno lucrativa, la carriera politica venga abbandonata e restino solo gli intrepidi e, si fa per dire, i disinteressati.

Porfirio

MONTI CHIUDA LE CAMERE E LA CONSULTA

Non conta se da Seul sia venuta una minaccia o un segno di scoramento. Se SuperMario (“Potrei lasciare”) abbia lanciato un ultimatum, oppure anticipato un’abdicazione (quel ‘gran rifiuto’ di papa Celestino V che il Poeta chiamò ‘viltade’). Se in definitiva confermi o smentisca di voler entrare nella storia come il maggiore tra i governanti repubblicani. Ciò che conta è se la missione di redimere l’Italia sia o no compatibile con i partiti, la tangentocrazia, il parlamentarismo, le urne.

Non è compatibile. La logica dell’esperienza Monti è antitetica all’elettoralismo. Non solo a quello italiano, o mediterraneo (francese, iberico, ellenico): persino a quello britannico, quest’ultimo peraltro deperito, quasi estinto come modello. Sulla distanza la ‘mission’ del Nostro è di abbattere la Seconda Repubblica, di edificarne una Terza che sia molto più innovativa di quella, poco ardita, imposta da De Gaulle alla Francia. Se Monti non costruirà lo Stato Nuovo, mancherà il suo destino e la gloria. Risulterà niente altro che uno dei successori di Mariano Rumor.

La prospettiva che alle prossime elezioni il gioco torni ai (delinquenziali) soggetti di prima, al Mob dei partiti ladri, fa accapponare la pelle, secondo la perforante formula di Michele Salvati (aveva tentato di razionalizzare alquanto la camarilla del potere). Il cardinale Bagnasco, che nei giorni scorsi ha auspicato che a emergenza economica finita la cosa pubblica ritorni ai suoi gestori ‘fisiologici’, fa come quegli uomini di chiesa che a Chicago benedivano nozze e funerali dei boys di Al Capone; e che a Napoli tributano ad altri boss l’omaggio della processione del Santo. La nostra classe politica è una Camorra Generale che supera i confini delle malavite regionali. Sembra accertato che non più del 3-4% degli italiani ha stima dei partiti e dei politici: ma se si indiranno elezioni, la Camorra Generale raccoglierà assai più del 3-4%. Chi dubita che si reinsedierà appieno la Casta, magari un filo meno sfrontata però altrettanto rapinatrice?

Se Mario Monti vorrà compiere l’opera le urne dovranno restare chiuse molto a lungo, perché i rizomi della gramigna partitica secchino e l’infestazione si riduca. Il senso dell’esperienza Monti va oltre la riduzione dello spread e la nostra riabilitazione agli occhi degli investitori stranieri (sempre che non si accorgano della militanza Fiom e delle non poche Alcoa e Fiat che tenteranno di traslocare). Se Monti vorrà compiere l’opera dovrà affrontare la bonifica della palude malarica che è la nostra politica ‘democratica’.

Si usava dire che la Francia guarì dell’epilessia quartorepubblicana perché aveva un De Gaulle, più il dramma algerino. Ma noi oggi abbiamo Monti, più l’emergenza economica, più la corruzione. Monti non è da meno. Con tutta l’ammirazione dovuta al Generale, la sua grandezza non va esagerata. Che avesse liberato la Francia e partecipato alla vittoria fu una sua amplificazione. La vera gloria fu di avere liquidato l’Impero africano e fatta presidenziale la Quinta Repubblica: oggi largamente ricaduta alle vecchie consorterie, però in qualche misura risanata. I meriti di Monti sono già ragguardevoli, ma si faranno smisurati se demolirà il vecchio ordine e avvierà la Nuova Ricostruzione.

La logica dell’impresa Monti vuole un lungo rinvio delle elezioni. Il Parlamento si può tenere chiuso senza danno, finché sia trasformato in strumento della democrazia diretta, reclutato per sorteggio tra i qualificati e i virtuosi (p.es. tra chi fa vero volontariato). Si possono licenziare i parlamentari, i funzionari, i commessi, gli stenografi; si possono cancellare i bilanci, pagando solo le donne e i filippini per le pulizie delle sale tre volte l’anno; si possono disdettare quasi tutti i palazzi (il solo Montecitorio basterà per un’unica assemblea di 200 sorteggiati). Al tempo della sua gloria la Repubblica romana sospendeva tutte le magistrature a favore del Dictator: sia che incombesse il pericolo (Lucio Quinzio Cincinnato), sia che nascesse l’Impero (Giulio Cesare).

Molti invocano la ‘nuova fase costituente’. Dunque la Costituzione vecchia vada in bacino per estesi e lenti lavori. A titolo simbolico un giudice costituzionale, scelto a sorte, venga immesso nel governo costituito in Comitato di salute pubblica o in Direttorio straordinario. La Consulta venga tenuta chiusa dai corazzieri di re Giorgio. Delle proteste di giuristi, intellettuali, cantautori e calciatori non ci si curi. Sindacati e gruppi antagonisti vengano guadagnati confiscando le grandi proprietà e i redditi spropositati perché si garantisca il pane a tutti.

Se nulla di tutto ciò faranno, Monti e Napolitano si dispongano a malinconica pensione.

Antonio Massimo Calderazzi

UNA VERGOGNA DELLA REPUBBLICA: LA SUA REGGIA

La velina che il Segretario generale della presidenza della repubblica ha diramato ai media ai primi di febbraio è un testo burocratico-promozionale che consolida sia i pregiudizi, sia le verità accertate su quella vergogna nazionale che è il fasto del Quirinale. Un solo esempio, tratto dalla comparsa difensiva del segretario Donato Marra: “Spesso si rinfacciano al Quirinale i dati dei bilanci di altre nazioni e la mancanza di un bilancio certificato e reso pubblico. Si fa il parallelo con l’Eliseo che costa 112,5 milioni, sostanzialmente la metà”. Come rintuzza il Segretario generale? Rimanda a “note precedenti che spiegano l’impossibilità del confronto, per la diversità delle funzioni e dei criteri contabili”. Stop. Nessun chiarimento, p.es. sulla “diversità delle funzioni”. Ovvio che non si chiarisca: nel sistema semimonarchico dato da de Gaulle alla V Repubblica le funzioni dell’Eliseo sono un multiplo delle funzioni del Quirinale talmente grosso che nessun segretario generale, pur di tempra michelangiolesca, riuscirebbe a difendere lo sconcio di funzioni assai minori e di costo doppio.

E’ vero, tre mesi fa l’Inquilino della reggia papal-sabauda ha cominciato a salvare il paese con il benemerito similcolpo di Stato che ha deposto Berlusconi e insediato Mario Monti. Ma a) per il similcolpo non occorrevano le 1787 persone del personale quirinalizio; ne sarebbe bastata una dozzina b) il personale e la ‘dotazione’ della presidenza sono ipertrofici, sproporzionati da sempre. Il Quirinale repubblicano è uno scandalo dal tempo, oggi a torto o a ragione rimpianto, di Enrico De Nicola. Se il segretario Marra vanta che i dipendenti sono 394 in meno rispetto al 2006 (insediamento di Napolitano) vuol dire oltre ad altre cose che fino al 2006 i parassiti della Corte erano 394 al di là del giusto secondo i criteri attuali, certamente oltre mille al di là del giusto secondo noi contribuenti.

Vuol dire che da due terzi di secolo la Repubblica, modellata da un Costituzione detta mirabile, impone agli italiani una reggia esorbitante, costosa, immorale. Costruito con i soldi rubati ai poveri per il fasto di un papa poco cristiano che ancora tentava di dirsi superiore a tutti i sovrani, il Quirinale non avrebbe dovuto essere assolto della sua indegnità, dunque non avrebbe dovuto essere scelto come casa-ufficio del capo nominale di uno Stato secondario, e in più disastrato dalla guerra. Tutti i presidenti repubblicani sono colpevoli di non aver chiuso il Quirinale per una residenza più sobria e meno gaglioffa. Avrebbero fatto risparmiare, ai costi di oggi, una decina di miliardi di euro.

 

Pur consapevole da sempre dello sconcio regale per una repubblica quasi partigiana, conosco poco i comportamenti dei vari padroni di casa e dei loro parenti, cortigiani, ciambellani e lacché: a parte alcuni dei fatti che costrinsero al ritiro personaggi quali il presidente Giovanni Leone.

Annotiamo che verso la fine del 2009 un segretario generale da poco uscito di carica, Gaetano Gifuni, fu indagato dall’autorità giudiziaria su denuncia, presentata ‘con grande rammarico’ (sembra in seguito alla scoperta di ammanchi di cassa) dagli uffici della presidenza. Secondo l’accusa, Gifuni aveva autorizzato il nipote Luigi Tripodi, capo del servizio Tenute e Giardini del Segretariato generale, ad abitare in una villa costruita abusivamente all’interna della tenuta presidenziale di Castelporziano. Il Tripodi fu colpito dagli arresti disciplinari sull’accusa di essersi appropriato, insieme ad un direttore e a due cassieri, di quattro milioni di euro. Ignoro il seguito.

Quali sono le prassi della dorata burocrazia quirinalizia lo dice il fatto che Gifuni, dopo uscito di carica, risultava ‘segretario generale emerito, consulente di Napolitano e risiedeva a palazzo Sant’Andrea, “dov’era il ministro della Real Casa”, dunque presumibilmente una bella sede, di proprietà dello Stato.

Tornando alla velina dell’incipit. Essa sottolinea che gli adeguamenti delle retribuzioni, forse anche dei fondi di dotazione, sono bloccati per il 2013, ma non per il 2014. Non è il preannuncio di un recidivo aumento degli oneri? Emerge anche che la previsione di spesa, 245,3 milioni, è superiore a quella che essa velina indica come dotazione a carico del bilancio dello Stato: 228 milioni.

Altri, cominciando da Gian Antonio Stella, hanno fatto le bucce alla perorazione pubblicitaria del Segretario generale (anch’egli fatto oggetto nel recente passato di non ammirativi rilievi circa l’entità dei suoi emolumenti. Egli replicò adducendo l’elevata dignità e responsabilità del suo ruolo. Tutti in effetti sappiamo quanto indispensabile sia alla Patria la burocrazia succeduta al ministero della Real Casa.

Come dicevo, sono poco informato sui nefasti della Corte repubblicana. Se fossero in parte fondate le dicerie e le accuse del genere di quelle che abbatterono un presidente e chiacchierarono i suoi edonistici figli, il Quirinale risulterebbe la reggia democratica meno amabile d’Occidente. Presto o tardi, meglio presto, andrà chiusa. In teoria lo farebbe uno come Monti, se ci arrivasse.

A.M.C.