TRA I PRIMI SCACCHI DI RENZI NON NANIZZARE I FONDI AL QUIRINALE

Mentre si avvicina l’uragano sociale, Dio sa quanto sarebbe giusto si facessero economie là nella casa condominiale degli Italiani, dove Partenopeo veglia sui nostri destini, detta condoglianze a vedove e orfani dei suicidi per debiti, autorizza commesse per droni, ordina rilucidature alle argenterie e alle sciabole dei corazzieri. Ogni milione che si risparmiasse nei superbi palazzi e tenute presidenziali (che, non dimentichiamolo, possediamo in comproprietà) produrrebbe Niagara di investimenti nei comparti in sofferenza, persino nella moda e nelle altre nostre eccellenze fetide. Però toglietevi la pubblica parsimonia dalla testa.

Non sappiamo se il “Corriere” di un tempo, quando non era House Organ del lusso e delle tendenze, avrebbe intitolato una colonnina “Quirinale: 27 milioni di risparmi in tre anni”, come ha fatto l’8 febbraio. Il titolo induceva a pensare a tagli per 27 milioni. Invece no. Sul Colle più erto (che un tempo i romani chiamavano, salvo errore, Magnacavallo o Magnanapoli) non si è deciso di abbassare la spesa. Si è rinunciato ad alzare di 27 milioni la voce Retribuzioni e Pensioni, in prima linea quelle dei padreterni del Palazzo: il Segretario Generale e i Consiglieri del Presidente della Repubblica.

Il bilancio di previsione per il 2014, “al netto dei fondi di riserva e degli effetti contabili delle partite di giro, ammonta a 236,9 milioni”. I poveri, i malati, i disperati del Bel Paese non diano troppo peso alle proprie sventure. Si rallegrino del signorile decoro, con alloggio in reggia e usufrutto dei giardini tra i più belli del mondo, con cui trattiamo i cortigiani di Partenopeo. Per le sventure, sperino negli effetti contabili delle partite di giro.

Quanto in particolare ai Consiglieri di palazzo, non si capisce perché il Similsovrano non debba pagare da sé i loro consigli. Non elabora senso democratico dello Stato da quando, poco più che ventenne, piacque al luogotenente di Stalin Palmiro Togliatti, e così partì un cursus honorum -mai gratuito per l’erario e non terminato- sessantacinquennale? E poi: può necessitare di consigli (fattura ai contribuenti) un vegliardo prenovantenne che serve il popolo dai giorni aurorali in cui nacque la Prima Repubblica? Non sarebbe più lieto il popolo se il Vegliardo del sommo Colle destinasse ai reparti di oncologia pediatrica ciò che costano i suoi consiglieri? Si può capire che i giganteschi corazzieri siano indispensabili alla protezione del Sommo Inquilino (anche se lo Stato destina in più a detta protezione centinaia di militari e poliziotti che gravano su altri bilanci). Ma i Consiglieri, con un Principale così sapiente, non portano vasi a Samo e nottole ad Atene?

Quali che siano i giri di parole e le bugie del mandarino quirinalizio, lingua ben più altera del burocratese delle Poste o delle Ferrovie, l’ Arcipresidenza continua a dilatare i suoi costi. Esigerebbe 9 milioni all’anno in più se la collera di decine di milioni di potenziali sanculotti ucraini non cominciasse a farsi minacciosa.

Si aggrava dunque l’esposizione politica, anzi penale, dei capi dello Stato e del governo (per non parlare di varie Procure della Repubblica) ad accuse di violazione dell’obbligo di cancellare lo squilibrio tra il superbo trattamento del primo Cittadino, con la sua corte, e le risorse della collettività al sesto anno di recessione. Qualsiasi avvocato di provincia, specie se esperto di class action, potrà sporgere denuncia di reato, con qualche prospettiva di successo.

E’ illegale, oltre che immorale, imporre a una delle nazioni più indebitate della storia oneri di rappresentanza e spocchia nettamente superiori a quelli accettati da Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, tanto più ricchi della Terra dei Precari. Le cui plebi cominciarono nel modo peggiore a lesinare sul cibo perché la Reggia risplendesse: nel 1870 il neonato Regno della pellagra e della tbc si dette una capitale che da quindici secoli si accresceva del fasto temporale della Chiesa. Fasto talmente delinquenziale da essere ripudiato dal Papa d’oggi. Fecero la loro parte i Savoia, Mussolini, i costruttori della repubblica fondata sul lavoro e redimita degli allori partigiani bella ciao.

Matteo Renzi ha già cominciato a mancare ai suoi doveri, in ogni caso alle sue promesse, non mettendo in programma di miniaturizzare la prima di tutte le spese improduttive, Quirinale e dipendenze. E’ al di là di ogni dubbio: le funzioni del capo dello Stato possono essere svolte con il 25% dei fondi attuali. Tre quarti degli ambienti fisici della Reggia, nove decimi degli addetti sono superflui. Una delle ville romane, o un palazzetto d’epoca di dimensioni medio- piccole, è sufficiente. I ricevimenti fastosi, soprattutto se diplomatici, vanno aboliti. I corazzieri, che hanno la sola mansione di torreggiare (alla sicurezza seria provvede la Questura) siano sostituiti da gigantografie low cost made in Taiwan. Tutto il resto va liquidato. Per un minimo di rappresentanza costano meno le agenzie di PR e catering.

E’ ozioso elencare le opere giuste che si compiranno amputando di 180 milioni il bilancio del Quirinale. Ed è inutile aggiungere che le residenze già pontificie- sabaude-malarepubblicane saranno, coi loro arazzi e opere d’arte, il più ricco di carati dei gioielli da offrire sul mercato, mettendo in concorrenza i nouveaux riches del pianeta.

Per Partenopeo è troppo tardi, ma Matteo Renzi potrà salvarsi dalla class action, o peggio. Un suo collega persino più brillante, Manuel Godoy primo ministro di Carlo IV re di Spagna a 25 anni, sfuggì per miracolo alla plebe decisa a linciarlo. Accadde ad Aranjuez, un’altra reggia. Matteo, pensa a figli e moglie precaria. Non impietosirti per il leasing BMW dei cortigiani del Colle, mettili sul lastrico con ogni possibile corazziere, palafreniere e lacché!

Poche ore fa un panettiere campano si è ucciso per una sanzione del Fisco. Quanto durerà la mansuetudine degli italiani, la riluttanza a fare come gli ucraini?

Porfirio

LA SELF-DEGRADAZIONE DI SERGIO ROMANO

Spieghiamo più avanti perché Dante Alighieri prenderà male la risposta di Sergio Romano alla lettrice Nucci Ferrari. Aveva scritto, la signora: “Fa specie leggere dove e come ha scelto di vivere papa Francesco. Il nostro presidente, al confronto, vive come e più di un nababbo tra tappeti, arazzi, broccati. Ma perché? E quanto ci costa? Non potrebbe andare a stare in un alloggio meno sfarzoso, sia pure di rappresentanza? Così il Quirinale, invece di costare, renderebbe se fosse tutto visitabile da turisti a pagamento e senza le restrizioni per la sicurezza”.

L’ex ambasciatore S.R. ha aperto la sua replica con un’altera, severa riprovazione sia del grido di dolore della signora, sia del fatto che non pochi gli stanno scrivendo nello stesso senso (“abbiamo ricevuto lettere molto  somiglianti: fenomeno spesso dovuto ai virus mediatici che circolano sempre più frequentemente sulla rete”). Romano scandisce così l’assioma ‘è bene che il Quirinale resti il palazzo della Nazione’: è il luogo in cui il presidente dovrà svolgere le sue funzioni. “Lì sono gli uffici del segretariato generale. Lì riceve il presidente del Consiglio, i ministri, i parlamentari, gli ambasciatori, i capi di Stato e di governo stranieri, le associazioni, le scolaresche, le persone che gli permettono di restare quotidianamente in contatto coll’intero paese. Qui soprattutto tiene le consultazioni e conferisce l’incarico per la formazione del governo”.

E’ evidente, riconosciamo noi, che la vita si fermerebbe se i ricevimenti e i conferimenti si svolgessero in un luogo meno fastoso. Inoltre, ricorda Romano, “dovrebbe renderci orgogliosi il fatto che pochi altri palazzi contengono tra le loro mura pezzi così importanti di storia italiana. Che sia tuttora usato per fini istituzionali mi sembra uno straordinario simbolo di unità nazionale.” In effetti, chi potrebbe negare il debito che l’unità nazionale deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò di costruire il Quirinale? E’ a lui che si ispirò Pio IX quando, il 20 settembre 1870, offrì spontaneamente Roma al nostro Regno.

Tutto ciò premesso, non è facile trovare tante odiosità compresse nel piccolo spazio della risposta a Nucci. Sergio Romano era un’icona, il Primus tra i commentatori italiani. Lo era per essere stato storico di valore, benché ambasciatore. Con questo articoletto buttato giù distrattamente egli ha fatto la ‘gran  rinuncia’, come Celestino V. Da  papa degli opinionisti si è ridotto a poco più che  quirinalista, per di più diplomatico in pensione. Cos’altro pensare della sua pretesa che una Repubblica nata quasi partigiana mantenga in uso la reggia forse più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere? Che obbligo ha un Paese di media categoria di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando tanti ciambellani, corazzieri, palafrenieri e lacché?

Nicola Petrovic-Niegos faceva il re del Montenegro in una villetta a Cettigne che disgusterebbe uno dei molti maggiordomi del Quirinale. Re Nicola, scarpa grossa e cervello fino, si intendeva di grande mondanità: sposò una figlia a un sovrano sabaudo di antica stirpe, un’altra al più importante dei granduchi di tutte le Russie. La reggia montenegrina era modesta perché il regno era modesto. Perché ospitare i nostri presidenti, non di rado mezze calzette, a livelli tanto superiori a quelli della Casa Bianca? La Bundesrepublik non avrebbe i mezzi per ‘Guardie del Presidente’ vestite come nei film? Una delle categorie festeggiate al Quirinale -gli ambasciatori, spesso autentiche nullità, avanzi di quando non esistevano i telefoni e gli SMS- meritano così pochi riguardi che un salone di prefettura basterebbe. Anche uno spazio da eventi promozionali.

Abbiamo visto che Romano ha tirato in ballo la storia: abitarono la reggia i papi e i Savoia; che lo facciano i Primi Cittadini “mi sembra uno straordinario simbolo di continuità nazionale”. In effetti, chi si sogna di negare il debito che l’Unità deve a papa Gregorio XIII, che nel 1574 ordinò la costruzione della Reggia? A Gregorio si ispirò Pio IX il 20 settembre 1870, quando donò spontaneamente Roma al Regno che unificava la Penisola.

Venendo da un ciambellano, da una guida  turistica o da un insegnante precario di educazione civica, il richiamo all’unità nazionale potrebbe passare. Invece uno storico non dovrebbe sorvolare sulle indegnità che furono la realtà del Papato quando eresse il Palazzo sui giardini dell’ascetico cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia, ancora più ascetica.  Se la Reggia è così sproporzionata all’odierna nazione italiana è in quanto nacque per le estati di sovrani planetari, i quali pagavano il fasto col denaro ‘di Cristo’, cioè rubato ai poveri. Uno storico non ha il diritto di tacere sul disonore fatto marmi, broccati, arazzi e saloni da pontefici tra i peggiori in assoluto.  La continuità di cui Romano si compiace è continuità di vergogna. Il primo ad aborrire il fasto pontificio è certo papa Francesco, fortunatamente impedito dai bersaglieri di Porta Pia di villeggiare al Quirinale.

Come non concludere che il maggiore tra i commentatori ha deciso di autodegradarsi come Pietro da Morrone, quindi di meritare, oltre che il biasimo di Dante, quello dei lettori? Sergio Romano era il più prestigioso tra i commentatori italiani. Col sullodato articoletto ha fatto la gran rinuncia come Celestino V (questo spiega il biasimo dantesco). Da essere il principe degli opinionisti si è ridotto a poco più che un quirinalista. Cos’altro pensare della sua arringa, dovere una repubblica nata quasi partigiana mantenere in esercizio una reggia forse la più costosa al mondo, perché l’Inquilino possa ricevere in spocchia? Che obbligo ha un Paese di categoria intermedia di dedicare ai ricevimenti 230 milioni l’anno, pagando qualche migliaia di dipendenti?

P.S.-Romano sa che errare humanum, perseverare autem diabolicum (a proposito del Diavolo, il Nostro potrebbe non sapere che “Testiculo del Anticristo” fu uno degli epiteti in castigliano del dibattito teologico tra Elipando arcivescovo di Toledo (+ 805) e Beato de Liébana, abate e consigliere della regina (visigota?) Adosinda. Eppure Romano persevera. Un Fabrizio Perrone Capano gli aveva scritto che se non si comprano gli F35 “tanto vale chiedere la soppressione delle Forze Armate”. A noi il suggerimento sembra utile. Ma l’ambasciatore non cade nella trappola retorica. Risponde che “uno Stato debole e inerme corre il rischio di essere aggredito e ricattato. Le armi restano l’ultima ratio regum .L’influenza di uno Stato dipende ancora dalla sua capacità di buttare sul tavolo la propria forza militare. Ne abbiamo avuto la prova in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Libano. L’invio di un corpo militare è il biglietto d’ingresso che l’Italia ha pagato per sedersi al tavolo della diplomazia” (per la verità aggiunge che i risultati raggiunti sono stati modesti ” se non addirittura insignificanti”. Conclude con involontaria, irresistibile comicità: nessun paese che abbia un benché minimo orgoglio può restare indifferente “di fronte alla possibilità che una soluzione politica venga presa a sua insaputa“.

Se aggiungiamo un ultimo pensiero di Romano (“Le cravatte italiane sono le più belle del mondo. Dovremo distruggere noi stessi (per imitare i trasandati Grandi senza cravatta del vertice nell’Ulster) questo primato della moda italiana?”) .abbiamo gli elementi a) per riconoscere in lui un diplomatico di razza b) per ipotizzare la rinuncia  alla diplomazia, punto e basta.

Porfirio

REO SUBITO chi non chiuderà e non venderà la Reggia

“Un giorno sarà reato da impeachment non chiudere e non vendere il Quirinale” intitolavamo giorni fa. Sbagliavamo. Non ‘un giorno’ bensì ‘oggi’ è il reato, persino più grave di quel che credevamo. Abbiamo appena appreso che il numero delle sale e saloni della Reggia è controverso: “c’è chi ne calcola 800 e chi quasi 2000, considerando le adiacenze e dipendenze e trascurando una chiesa e qualche cappella”.

La superficie coperta è dichiarata di 180.000 metri quadrati: ci vivrebbero 2000 famiglie medie (in realtà il quintuplo, o più, se si soppalcasse). I giardini papali/reali misurano 4 ettari “dai quali si domina la città eterna, ornati di statue antiche, piante rare e arricchiti perfino da una fontana musicale”. Insomma, uno dei misfatti più grossi del papato cinquecentesco, operati da pontefici praticamente tutti finiti all’Inferno.

Il giornalista di corte Marzio Breda, nell’introdurre con orgoglio due intere paginate del ‘Corriere’ sulla nostra Versailles, segnala con signorile distacco che “al Quirinale c’è troppo poca intimità; troppo affollata la corte di persone che ti si muove intorno, ricorda Mario Segni, che ci veniva a trovare il padre Antonio, capo dello Stato”.

La Reggia dei papi nemici di Cristo richiede 1720 dipendenti: personale militare e forze di polizia distaccate, 819; personale comandato e a contratto, 102. Personale di ruolo,799. I costi, sempre secondo le due pagine apoteotiche del ‘Corriere’, 243,6 milioni (bilancio di previsione 2013), di cui: per il personale in servizio 53,8%, per pensioni 37,1%, per beni e servizi 9,1%.

Inorgogliamoci un po’ di più: il Reggimento dei Corazzieri -così utili anzi imprescindibili- esige altezza minima 1,90 e la perfezione nel cavalcare i destrieri, “nonché le moto Guzzi California”. Infine, ora sappiamo che Enrico De Nicola, primo inquilino della Reggia, era insignito di 2 onorificenze, Antonio Segni di 10, Cossiga di 35, Napolitano di 13. E’ evidente che sulla distanza l’istituzione quirinalizia va rafforzandosi, al contempo virando verso rinunce spiccatamente penitenziali.

Dunque 180.000 mq. L’intero Campidoglio di Washington, sede delle due Camere del Congresso, non va oltre 56.000 mq,: roba da edilizia proletaria rispetto al palazzo dei 30 papi, 4 re sabaudi e 12 presidenti della repubblica più di tutte le altre voluta e presieduta da compagni di lotta dei lavoratori. Peggio: “in confronto al Quirinale, la Casa Bianca è una casetta di campagna” (Francesco Merlo, di ‘Repubblica’. Comincia a guadagnarsi meriti, F.Merlo). Sulla facciata della Casa Bianca si contano due dozzine di finestre; quante centinaia su quella della reggia dei papi, che per costruirla affamarono i poveri?

Parliamo fuori dei denti. C’è qualcuno che, con metà dei giovani senza lavoro, un milione di persone che nel 2012 non ha ricevuto alcun  reddito e il dramma dei suicidii, non veda l’infamia di tenere aperta per vanagloria una Versailles che costa oltre dieci volte il giusto e dove papa Francesco si vergognerebbe di entrare? Per una sede più piccola, più consonA ai tempi che viviamo, dovrebbero bastare 150 ciambellani e lacché, non 1720. Gli stipendi e i vitalizi di questi pochi risulterebbero, come sono, spregevolmente alti. Andrebbero miniaturizzati, previa cancellazione generale dei ‘diritti acquisiti’ che valgano più di duemila euro al mese.

Papa Bergoglio ha tolto 25 mila euro annui a ciascuno dei cardinali preposti allo IOR. Noi invece paramarxisti e simili ci teniamo la Versailles del colle più alto. Luigi XVI e Maria Antonietta che si ostinavano col loro Ancien Régime finirono di ghigliottina. L’intera famiglia allargata dello Zar del 1918 fu sterminata. Noi virtuosamente indulgiamo: e sì che il nostro Buckingham Palace non attira abbastanza turisti.

E’ innegabile la ferocia di destinare un quarto di miliardo l’anno  allo sfarzo pretenzioso anzi comico, allorquando i programmi collettivi vengono tagliati incessantemente. Martellano ogni giorno le notizie sull’aggravarsi della povertà degli umili, sulla chiusura di imprese, sui gesti di disperazione mortale: tragedie che sarebbero alleviate, persino scongiurate, se ripudiassimo le categorie e le spese della rappresentanza, i precetti del cerimoniale, le prassi del protocollo e della diplomazia: imperativi e obblighi tutti deteriori, ripudiati sempre più largamente dai tempi che viviamo. Se le cancellerie e le ambasciate si offendono, facciamone a meno.

Non chiudere il Quirinale -nonostante il suo mostruoso valore immobiliare- è l’espressione estrema di uno spirito reazionario, anzi folle (Bufalino, lo scrittore, chiama mascalzoni coloro che non vogliono cambiare niente). Investire tante risorse nel trattamento di un sommo dignitario aveva un senso, sia pure odioso, quando il capo dello Stato, il sovrano, era l’Unto dal Signore.

Non in un futuro indeterminato, bensì a breve, entro il secondo mandato di Napolitano, occorrerà metter fine al fasto monarchico attorno al Primo Cittadino. Se volesse cancellare il misfatto dei fondatori della repubblica/traditori dello spirito repubblicano, nonchè delle undici presidenze che hanno preceduto l’attuale nata ieri, Napolitano dovrebbe motu proprio cancellare quasi tutti i riti quirinalizi, obsoleti e colpevoli, anzi dolosi.

Altrimenti dovranno essere i segmenti di punta del paese, in testa i giovani e le schiere sempre più folte dei disgustati, a mobilitarsi, a denunciare, ad esigere. Lo sfarzo è malazione e scandalo, è negazione sfrontata dei principi di una collettività responsabile, è insulto al millenario ideale della semplicità repubblicana. Statisti e governanti che recidiveranno nell’affronto andranno processati e impeached.

Antonio Massimo Calderazzi

UN GIORNO SARA’ REATO DA IMPEACHMENT NON CHIUDERE E VENDERE IL QUIRINALE

Se è vero che due eventi grossi -l’insurrezione in Italia di un quarto degli elettori, più altrettanti astenuti; l’avvento di un Papa che predica e forse praticherà la povertà- hanno aperto prospettive inattese, forse cominciano tempi nuovi. Improvvisamente la moralità e la parsimonia, finora non-valori, si impongono come obblighi. I vertici della partitocrazia parlano come se volessero tagliare i costi dello Stato e della politica. Non vanno creduti, però è insolito il fatto che almeno alludano al bene. Se le regole del gioco vanno mutando, se di colpo il Palazzo sente di dovere accettare obblighi finora inconcepibili, allora il personaggio cui spetta di cambiare strada per primo è il prossimo Presidente della repubblica.

L’Uscente avrebbe dovuto prendere decisioni clamorose almeno un lustro fa, quando si aprì la crisi economica. Per non averle prese risponderà agli storici; non è azzardato prevedere che condanneranno. Nei prossimi giorni l’uomo del Colle potrebbe ancora compiere in extremis un gesto rivoluzionario: chiedere scusa per non avere ingiunto di chiudere e vendere il più grosso dei gioielli inutili della Repubblica. I poteri li aveva.

La dotazione della Presidenza assorbe da sola un 230 milioni; ulteriori oneri sono su altri bilanci. Se essa Presidenza prendesse atto dei tempi nuovi e gravi; se si trasferisse in una palazzina senza fasto, oppure si restringesse in una modesta sezione della reggia (la Repubblica non ha necessità di una reggia intera); se si liberasse di un migliaio di dipendenti, necessari solo al fasto e mangiapane a tradimento; se  chiudesse le residenze estive, alla sede del capo dello Stato basterebbero 30 milioni. I 200 milioni risparmiati darebbero 10 mila euro/anno a 20 mila famiglie di disoccupati con figli. E se il valore di mercato del Quirinale più dipendenze, con le relative opere d’arte, arazzi, arredi, cavalli e giardini , fosse di almeno 20 miliardi, ci sarebbero 10 mila euro una tantum per 200 mila famiglie di disoccupati con figli.

Più ancora di  altri beni importanti della Nazione, il Quirinale potrebbe, nelle more della vendita a condizioni di mercato, essere offerto in garanzia alla finanza internazionale contro prestiti  non tiranneggiati dallo spread. Sull’esempio trascinatore del Capo dello Stato, tutti gli altri organismi pubblici dovrebbero alleggerirsi di beni non essenziali. Questi ultimi andrebbero trasferiti per la vendita a un organismo centrale ad hoc, modellato sull’istituzione germanica che commercializzò il patrimonio della DDR, Repubblica democratica tedesca. L’alienazione della parte non essenziale del nostro patrimonio pubblico abbatterebbe in misura importante il debito dello Stato, e questo sì darebbe respiro alle famiglie e alle imprese.

L’obiezione passatista, secondo cui lo Stato e le entità pubbliche hanno irrinunciabili esigenze di rappresentanza e prestigio, disonora chi l’avanza. In tempi nuovi in cui un cardinale può volare low cost e usare la bicicletta per recarsi in conclave, al limite per diventare papa; in cui il neoeletto pontefice può lasciare in garage la limousine ammiraglia targata SCV1 e andare a dir messa fuori Vaticano in una qualsiasi quattroporte da ceto medio inferiore; in cui vari governanti non portano più la cravatta, i discorsi sulla rappresentanza, sul prestigio e sul protocollo sono tali da marchiare da parvenu e da incolto chi li fa. Il fasto tradizionale, l’ostentazione di ricchezza spesso celante povertà, sono un fatto del passato e del demi-monde. Corre voce che papa Francesco, nel declinare dopo l’elezione la mantellina rossa bordata di ermellino, abbia spiegato allo sbigottito monsignore del cerimoniale: “E’ finito il Carnevale. La mantellina la metta lei”. Se la voce è fondata, Francesco non poteva emettere uno statement  più severo e più gravido di futuro. Il Carnevale non è finito solo per il vertice della Chiesa. Molto più, naturalmente, per vertici assai più modesti quale quello della repubblica.

Qualsiasi museo di carrozze esibisce cocchi di gala di ambasciatori, vescovi, ciambellani e principi, ciascuno dei quali cocchi costava nel Settecento quanto un piccolo ospedale di allora. Ma i tempi sono cambiati e condannano senza appello lo sfarzo del Quirinale. Per le villeggiature del capo dello Stato ci sono gli agriturismi, e paghi di tasca sua.. Per la sua sicurezza i corazzieri sono superflui, oltre che ridicoli. Alla fine di quest’anno i poveri assoluti supereranno in Italia i quattro milioni; poi ce ne sono innumerevoli milioni oltremare. I poveri assoluti di casa nostra apprezzeranno un sussidio assai più, p.es., dell’orgoglio che il loro Stato mantenga ambasciate tra le più eleganti del pianeta. La Gran Bretagna, fino all’anteguerra massima tra le potenze coloniali e navali, per economizzare ha ormai una Royal Navy minuscola,  più nessuna colonia vera e non poche sedi diplomatiche in meno.

Se l’Italia figlia della Resistenza (nelle intenzioni semibolscevica) volesse imitarla, come dovrebbe, dimezzerebbe le ambasciate, i diplomatici, le flotte, gli stormi, le brigate corazzate altrettanto inutili e facili da sbaragliare quanto le ambasciate, le flotte e gli stormi. Con un Comandante supremo come l’Uscente, le Forze Superflue, i diplomatici boriosi e altri parassiti sono stati protetti. Forse il Successore dell’Uscente giudicherà l’interesse e la dignità del Paese con mente più moderna, con cuore più fraterno, anche con la prudenza di non rischiare l’impeachment.

A.M.Calderazzi

UNA VERGOGNA DELLA REPUBBLICA: LA SUA REGGIA

La velina che il Segretario generale della presidenza della repubblica ha diramato ai media ai primi di febbraio è un testo burocratico-promozionale che consolida sia i pregiudizi, sia le verità accertate su quella vergogna nazionale che è il fasto del Quirinale. Un solo esempio, tratto dalla comparsa difensiva del segretario Donato Marra: “Spesso si rinfacciano al Quirinale i dati dei bilanci di altre nazioni e la mancanza di un bilancio certificato e reso pubblico. Si fa il parallelo con l’Eliseo che costa 112,5 milioni, sostanzialmente la metà”. Come rintuzza il Segretario generale? Rimanda a “note precedenti che spiegano l’impossibilità del confronto, per la diversità delle funzioni e dei criteri contabili”. Stop. Nessun chiarimento, p.es. sulla “diversità delle funzioni”. Ovvio che non si chiarisca: nel sistema semimonarchico dato da de Gaulle alla V Repubblica le funzioni dell’Eliseo sono un multiplo delle funzioni del Quirinale talmente grosso che nessun segretario generale, pur di tempra michelangiolesca, riuscirebbe a difendere lo sconcio di funzioni assai minori e di costo doppio.

E’ vero, tre mesi fa l’Inquilino della reggia papal-sabauda ha cominciato a salvare il paese con il benemerito similcolpo di Stato che ha deposto Berlusconi e insediato Mario Monti. Ma a) per il similcolpo non occorrevano le 1787 persone del personale quirinalizio; ne sarebbe bastata una dozzina b) il personale e la ‘dotazione’ della presidenza sono ipertrofici, sproporzionati da sempre. Il Quirinale repubblicano è uno scandalo dal tempo, oggi a torto o a ragione rimpianto, di Enrico De Nicola. Se il segretario Marra vanta che i dipendenti sono 394 in meno rispetto al 2006 (insediamento di Napolitano) vuol dire oltre ad altre cose che fino al 2006 i parassiti della Corte erano 394 al di là del giusto secondo i criteri attuali, certamente oltre mille al di là del giusto secondo noi contribuenti.

Vuol dire che da due terzi di secolo la Repubblica, modellata da un Costituzione detta mirabile, impone agli italiani una reggia esorbitante, costosa, immorale. Costruito con i soldi rubati ai poveri per il fasto di un papa poco cristiano che ancora tentava di dirsi superiore a tutti i sovrani, il Quirinale non avrebbe dovuto essere assolto della sua indegnità, dunque non avrebbe dovuto essere scelto come casa-ufficio del capo nominale di uno Stato secondario, e in più disastrato dalla guerra. Tutti i presidenti repubblicani sono colpevoli di non aver chiuso il Quirinale per una residenza più sobria e meno gaglioffa. Avrebbero fatto risparmiare, ai costi di oggi, una decina di miliardi di euro.

 

Pur consapevole da sempre dello sconcio regale per una repubblica quasi partigiana, conosco poco i comportamenti dei vari padroni di casa e dei loro parenti, cortigiani, ciambellani e lacché: a parte alcuni dei fatti che costrinsero al ritiro personaggi quali il presidente Giovanni Leone.

Annotiamo che verso la fine del 2009 un segretario generale da poco uscito di carica, Gaetano Gifuni, fu indagato dall’autorità giudiziaria su denuncia, presentata ‘con grande rammarico’ (sembra in seguito alla scoperta di ammanchi di cassa) dagli uffici della presidenza. Secondo l’accusa, Gifuni aveva autorizzato il nipote Luigi Tripodi, capo del servizio Tenute e Giardini del Segretariato generale, ad abitare in una villa costruita abusivamente all’interna della tenuta presidenziale di Castelporziano. Il Tripodi fu colpito dagli arresti disciplinari sull’accusa di essersi appropriato, insieme ad un direttore e a due cassieri, di quattro milioni di euro. Ignoro il seguito.

Quali sono le prassi della dorata burocrazia quirinalizia lo dice il fatto che Gifuni, dopo uscito di carica, risultava ‘segretario generale emerito, consulente di Napolitano e risiedeva a palazzo Sant’Andrea, “dov’era il ministro della Real Casa”, dunque presumibilmente una bella sede, di proprietà dello Stato.

Tornando alla velina dell’incipit. Essa sottolinea che gli adeguamenti delle retribuzioni, forse anche dei fondi di dotazione, sono bloccati per il 2013, ma non per il 2014. Non è il preannuncio di un recidivo aumento degli oneri? Emerge anche che la previsione di spesa, 245,3 milioni, è superiore a quella che essa velina indica come dotazione a carico del bilancio dello Stato: 228 milioni.

Altri, cominciando da Gian Antonio Stella, hanno fatto le bucce alla perorazione pubblicitaria del Segretario generale (anch’egli fatto oggetto nel recente passato di non ammirativi rilievi circa l’entità dei suoi emolumenti. Egli replicò adducendo l’elevata dignità e responsabilità del suo ruolo. Tutti in effetti sappiamo quanto indispensabile sia alla Patria la burocrazia succeduta al ministero della Real Casa.

Come dicevo, sono poco informato sui nefasti della Corte repubblicana. Se fossero in parte fondate le dicerie e le accuse del genere di quelle che abbatterono un presidente e chiacchierarono i suoi edonistici figli, il Quirinale risulterebbe la reggia democratica meno amabile d’Occidente. Presto o tardi, meglio presto, andrà chiusa. In teoria lo farebbe uno come Monti, se ci arrivasse.

A.M.C.