I SOLDI: VIRUS DROGA CANCRO DEI PARTITI

Anche il noto docente Marco Revelli, su ‘Repubblica’, si è cimentato nel calcolo di quanto  ci costano i partiti. Ha aggiunto ai rimborsi elettorali diretti “l’enorme massa del finanziamento indiretto: i 250 milioni annui erogati a deputati e senatori; i circa 3 miliardi annui a 150 mila eletti regionali,  provinciali, comunali; altri 3 miliardi allo sterminato esercito dei titolari di incarichi e consulenze per l’amministrazione pubblica, reclutati in base alle appartenenze partitiche; oltre ai 2 miliardi per i 24 mila membri di nomina politica delle circa 7000 società partecipate”. Totale, 8250 milioni. Riprende Revelli: ” Poi bisognerebbe tener conto del trend, davvero esplosivo, per cui la campagna elettorale del 2008 è costata alle casse pubbliche dieci volte più di quella del 1996. Intendiamoci, la tendenza è generale. Kennedy e Nixon nel 1960 avevano speso rispettivamente 9,7 e 10,1 milioni di dollari. Obama e Romney, nel 2012, 2 miliardi!”

Quest’ultimo rilievo sottolinea, giustamente, che se l’Italia è la vittima più sciagurata della cleptocrazia, i partiti e i politici hanno un costo esorbitante in tutte le democrazie all’occidentale; dunque -diciamo noi- sarebbero da castigare, meglio, da abolire, dovunque: “Ovunque il bisogno di denaro dei partiti aumenta esponenzialmente, in proporzione diretta alla crisi della fiducia”.

Il paginone di ‘Repubblica’ dedicato il 31 marzo alla ‘protesta contro i costi della politica’ segnala in proposito vari libri, dal Manifesto per l’abolizione dei partiti di Simone Weil a La mucca pazza della democrazia di Alfio Mastropaolo (Bollati Boringhieri), da Contro l’industria dei partiti di Ernesto Rossi (Chiarelettere 2012), a Oltre il sistema rappresentativo di A.Chiti (Franco Angeli 2006). Sempre nel paginone, Sebastiano Messina sottolinea che la legge, stesa da Flaminio Piccoli, sul finanziamento pubblico fu approvata a tempo di record: bastarono 16 giorni dalla presentazione perché apparisse sulla Gazzetta Ufficiale. E addita l’ipocrisia della dizione ‘rimborsi elettorali’: “Nel 2008 le spese reali per le campagne elettorali sono risultate da un terzo a un undecimo di quanto erogato dallo Stato (…) Il partito più organizzato, il PD, ha 180 dipendenti. Perciò, quando Grillo lo invita a rinunciare al finanziamento pubblico, Bersani sa che accettare quella sfida sarebbe per il suo partito una vera rivoluzione. Una rivoluzione francescana.”

“Le democrazie malate: il virus del troppo denaro”. Si intitola così la risposta di Sergio Romano a una lettrice che da Sidney, Australia lo scongiura di darle “un po’ di speranza, se esistano alternative alla democrazia”. L’ex-ambasciatore non si lascia intenerire: “La storia della democrazia parlamentare è anche storia di ambizioni molto terrene e di persone che approfittano del loro status pubblico per arricchirsi. Ma non è facile ricordare un altro momento storico in cui due capi dello Stato francese, un presidente del consiglio italiano, un premier spagnolo, un cancelliere tedesco, un folto gruppo di ministri, un governatore americano (dell’Illinois) e alcuni senatori degli Stati Uniti siano stati sospettati di malversazioni e in alcuni casi indagati, multati o condannati da un tribunale del loro paese. Se l’immoralità fosse un virus e si propagasse nella società come un bacillo dovremmo giungere alla conclusione che è scoppiata un’epidemia. Il bacillo è il troppo denaro che unge da qualche decennio le ruote della democrazia. L’ultima campagna presidenziale americana è costata 5 miliardi di dollari. Quando le somme sono così importanti, il denaro ha molto spesso un costo politico (…) Non credo, cara signora, che i nostri sistemi democratici siano condannati ad estinguersi sotto il peso del denaro. Ma questa volta, per uscire dal pantano, occorre una lunga quaresima. Sogno un periodo di vita democratica in cui ogni ministro dell’economia, delle finanze e del bilancio, al momento di prendere le sue funzioni, faccia un breve discorso d’insediamento per dire ai suoi connazionali: “D’ora in poi il mio nome sarà Francesco”.

Le desolate citazioni che precedono compongono probabilmente la più superflua delle cose di ‘Internauta’. Non sono decenni che sappiamo d’essere ostaggi della camorra della Partitocrazia? Fino a quando il voto di protesta/odio contro i politici e i partiti non raggiungerà i due terzi del Paese non avremo alcuna speranza. Sorgano allora un secondo e un terzo Grillo, se il primo non saprà crescere. Anzi esplodere.

Porfirio

QUIRINALE, ASTA PER VENDERLO

UNA VIA DI SALVEZZA VI 

Molti, quasi tutti, invocano che si smobilizzi in grande il patrimonio immobiliare pubblico. Lo si dovrà fare, quando le manovre non basteranno e  il soccorso dell’Europa e di Pechino verrà meno. A quel momento metteremo a frutto arcipalazzi caserme poligoni di tiro altri templi del superfluo.

Però quasi nessuno sostiene alto e forte che il primo dei templi da offrire al mercato -globale, manco a dirlo: ci mancherebbe che dovesse restare italiano- è il Quirinale. Il primo, non l’ultimo: per ragioni morali. Che la reggia papale-sabauda sia sede della nostra presidenza è uno dei proto-misfatti del regime sorto alla cancellazione della monarchia. Il palazzo edificato fastoso (1574) sui giardini del cardinale Ippolito d’Este, figlio di Lucrezia Borgia santadonna, da papa Gregorio XIII Ugo Boncompagni, poi per 372 anni abitato dalle corti di sovrani prima ‘spirituali’ come i sommi pontefici, poi piemontesi, è il prodotto e il simbolo di malazioni gravi. I papi spesero in lusso quirinalizio ricchezze che erano state donate ai poveri di Cristo (altre ricchezze andarono ai parenti dei Servi dei servi di Dio).

Il primo dei monarchi piemontesi non sentì il dovere di scegliere una sede più modesta per il suo Regno che nasceva con tanta tubercolosi e tanta pellagra. Suo figlio, chissà perché denominato Re Buono -fece sparare i cannoni contro gli affamati milanesi del 1898- esigette per la sua corte una dovizia pari a quella degli Hohenzollern a Berlino. Le cronache dicono che al Quirinale teneva mille cavalli, nutriti meglio delle mondine; e che mai permise limature alla sua Lista civile. Era talmente buono che lo ammazzarono. Dunque l’edificio sul Colle era già il palazzo delle infamie quando vi entrò il futuro Imperatore d’Etiopia. E se il classismo dell’Ottocento legittimava gli elevati livelli d’apparato imposti all’Erario dall’Augusta Coppia (Umberto e Margherita), l’infamia assoluta risaliva a un papa che detestava spartire coi poveri il denaro di questi ultimi. Per non essere frainteso: vado in chiesa con convinzione.

Nel palazzo del vituperio volle sistemarsi la Repubblica che si disse nata dagli eroismi e dai delitti della resistenza. La stessa cosa volle fare nel 1931 la Repubblica di Spagna: si insediò nella reggia di Alfonso XIII. Non le portò fortuna: nel Palacio de Oriente sono tornati i Borboni.

E’ impossibile indulgere sulla scelta dell’Edificio dei misfatti da parte dei Padri della repubblica, sorta sulle macerie della guerra e voluta soprattutto da partiti di popolo. Lo Stato nuovo avrebbe dovuto ripudiare la pompa e l’elitismo monarchici, cioè la distanza dalle masse, a quel momento vestite di stracci. Quello dei Padri dello Stato nuovo fu aperto tradimento della coerenza  (un tempo si chiamava ‘virtù’) repubblicana.

Alcuni dei successori del primo presidente Enrico De Nicola furono persone per bene. Però, a parte le economie lillipuziane annunciate dal presente Inquilino, nessuno dei Primi Cittadini si impegnò a cancellare la repellente identificazione tra valori repubblicani e gli specchi, arazzi e  giardini borgieschi voluti da Gregorio XIII, uno tra i meno evangelici dei pontefici (fece ‘generale di Santa Romana Chiesa’ e capostipite di vasta famiglia principesca, ricca di cinque cardinali, suo figlio Giacomo). La congiuntura del 2011, infine, che ha fatto cancellare provvidenze a favore dei bambini più sfortunati di tutti, avrebbe dovuto muovere l’Inquilino attuale a tagliare con la mannaia, non con le forbici da unghie, l’offensivo bilancio del Quirinale. Avrebbe dovuto ricordare d’essere stato in gioventù dalla parte dei poveri.

Un giorno, quando verrà o faremo la Seconda Liberazione, l’ufficio di capo dello Stato si ridurrà alla dimensione cerimoniale e sarà ricoperto a turno, per sette mesi non anni, da persone qualificate scelte a sorte. La Confederazione elvetica non ha un capo dello Stato, in pratica. Ma se invece la Costituzione dei cleptocrati – il Guitto fa bene a chiamarli Cozze: molluschi ma ladri- si dimostrerà intoccabile, ugualmente il bilancio del Quirinale dovrà essere tagliato di tre quarti. Il palazzo turpe andrà venduto, la Presidenza trasferita in una palazzina consona al rango medio-modesto spettante al protonotario che riceve eroiche salme dall’Afghanistan, e comunque vicina alla misura della presidenza della Bundesrepublik a Bonn.

Da vendere anche le residenze accessorie Rosebery, San Rossore, Castelporziano, etc. Licenziati fino all’ultimo i corazzieri – li sostituiscano ben più meritori vigili del fuoco o urbani-, eliminati quasi tutti i valletti lacché palafrenieri giardinieri e ancora la turba di ciambellani, consiglieri, commessi di lusso pagati come cardiochirurghi. Non pochi dei quali cortigiani, temo, abitano gratis, figli e parenti compresi, le più belle tra le stanze romane, arredate con i lasciti di chi temeva le fiamme dell’Inferno. Io conosco i familiari di un gentiluomo che visse e morì nella reggia di cui parliamo. Perché non dovrebbero morirvi i suoi colleghi cortigiani d’oggi? Sarebbe discriminazione contro la gloriosa repubblica per instaurare la quale- e averla lussuosa- gli avvocati antifascisti languirono al confino, i gappisti uccisero e furono uccisi.

Oltre a tutto: ai valori raggiunti dal Real Estate romano, gli acquirenti cinesi, russi o degli Emirati pagheranno cifre astronomiche per i saloni dei papi-re, ideali set per telefilm in costume. Pazienza se i successori lontani di Enrico De Nicola daranno garden parties più alla buona. E se gli smisurati corazzieri saranno mandati a dare le multe.

JJJ

DECIMARE: PERCHE’

Sacrosanto incipit di un articolo di Antonio Polito “Tasche dei corrotti, mani dello Stato- Privatizzare contro la corruzione” (Corriere 13 luglio 2011). Si dice: “E’ impressionante l’elenco di aziende di proprietà dello Stato, o a partecipazione dello Stato, o condizionate dallo Stato, che sono citate nelle cronache giudiziarie dei casi Bisignani, Milanese e Morichini”.  Seguono 16 nomi di grandi società della mano pubblica, cominciando da Eni, Rai, FS e finendo con l’Alitalia di allora. “Chi cercasse davvero la causa profonda del male italiano della corruzione, è qui che dovrebbe guardare. Più ampia è la porzione d’affari che viene intermediata dalla politica, più forte è la tentazione di usare a fini privati il potere cosiddetto pubblico”. Il rimedio indicato è, logicamente, privatizzare. Solo i lunatici  della sinistra estrema (fingono di credere che ‘pubblico’ sia del popolo), più l’on.Fini (che non essendo fesso non crede), direbbero no.

Cerchiamo però di vedere perché privatizzare sì, ma non come è piaciuto finora a burocrati infedeli, politici ladri per definizione, faccendieri, finanzieri sia turbo alla Berlusca sia contegnosi e foschi alla De Benedetti, più altri professionals del saccheggio: chi più chi meno appartenenti alla stessa delinquenza che ha privatizzato le economie del campo socialista. Uno dei misfatti del comunismo fu di opprimere i popoli al punto che oggi odiano lo Stato e la collettività assai più che i gangster che li depredano. Anzi, togliete loro gli  attuali governanti parathatcheriani e lacché di Obama,  diventeranno belve.

Dunque, privatizzare all’opposto che nel passato. Affidare la privatizzazione a Dracone, sentenziandolo contestualmente all’ergastolo e alla spoliazione di tutti i beni se sgarrerà anche di poco. Dracone non abbia pietà e non se l’attenda.

Condizione pregiudiziale sia una correzione del Codice civile che consenta la cancellazione pura e semplice dei diritti acquisiti. Per le categorie medie e alte, sparisca sia l’entitlement alle pensioni e  liquidazioni d’oro, sia le prassi per cui qualsiasi caporeparto con moglie che lavora si fa la barca e la casa in Umbria, qualsiasi amministratore delegato si fa Creso. In particolare andrebbe cassato l’aggancio tra pensione e retribuzione. Per chi per decenni ha ricevuto stipendi elevati, tali da permettere accantonamenti per la vecchiaia, la pensione dovrebbe essere una modesta integrazione, non un prolungamento di alti stipendi. Pregiudiziale a questo esproprio dovrebbe dunque essere l’abolizione dei diritti acquisiti.

Ciò premesso, un burocrate, un politico, un boiardo e sottoboiardo di Stato, un faccendiere e un finanziere su dieci, estratto a sorte, andrebbe ‘decimato’: sospeso e messo sotto inchiesta, con blocco di tutti i beni comunque intestati. Poi privatizzare gli organismi, associando ai predetti i loro commercialisti e avvocati.  Metodi da Terrore 1793, senza ghigliottine? Sì, altrimenti la scampano quasi tutti.

Ovvia obiezione, mai il quadro politico permetterà. Giusto, però non turlupinate il popolo con le più false delle promesse. Mai l’assetto normativo e lo stato di diritto consentiranno a Dracone di privatizzare in modo ‘barbaro’? Vero, per questo occorre la noncuranza dello Stato di diritto.

Ad ogni modo, non era Stato di diritto la Repubblica romana antica, quando in circostanze di necessità sospendeva tutte le magistrature per affidare la salvezza a un Dictator semestrale? E’ forse meglio la nostra cleptocrazia, leguleia garantista e rapinatrice, che il reggimento di Tito Larzio (primo dittatore romano nel 501 a.C.), o quello di Giuseppe Garibaldi, proclamato dittatore a Salemi il 14 maggio 1860, o quello di Miguel Primo de Rivera (governò la Spagna dal1923 al ’30), il quale ultimo, amico del popolo e annientatore del potere dei notabili, lasciò il governo poche ore dopo essere stato sfiduciato dai generali e dai latifondisti?

Beati i popoli senza Supreme Corti, oppure che le hanno ma sanno abbatterle mandando al macero Statuti e Costituzioni quando sono diventati strumenti e scudi del malaffare.

Mevio