L’ANCIEN REGIME DEI GIULIANI AMATI RESISTE MA CROLLERA’

Quando il Quirinale ha insediato Giuliano Amato nella Corte della manomorta costituzionale si è preso atto che Napolitano sta  rafforzando la presa sua e della Casta che presiede sul peggiore assetto politico dell’Occidente. Fin qui, poco da aggiungere: il potere si difende. F.D.Roosevelt fece una grossa infornata di giudici suoi partigiani nella Corte Suprema. La vulgata è che il suo New Deal vinse la Grande Depressione. Invece questa si trascinò fino ai grandi programmi di riarmo, quando Washington riuscì a provocare Pearl Harbor. Fu la guerra a cancellare la disoccupazione, più la quasi-miseria dei farmer (anche canadesi).

E’ più importante mettere in luce  nella nomina di Amato un aspetto laterale, la sfrontatezza dei privilegi che si accompagnano alle carriere ai vertici della società politica. Una stima dei giorni scorsi fa ascendere l’assieme delle pensioni ed emolumenti di Amato a circa 69.000 euro al mese, quasi tutto denaro del contribuente. Chi percepisce più o meno quanto 140 pensionati al minimo è certamente un prodotto d’eccellenza della meritocrazia. Ma c’è dell’altro, che disonora la nostra Polis. Alcune migliaia di individui di meriti non eccezionali, ciambellani e ras burocratici compresi, godono di trattamenti analoghi a quelli dell’ex-notabile craxiano (del quale si dice abbia sollecitato interventi pubblici o parapubblici a favore del tennis club di Orbetello, che presiede; la tradizione era che sganciasse il tennista presidente).

Le retribuzioni dell’alto management privato si sono anch’esse impennate, anzi sono impazzite, sui modelli delle corporations USA. Dicono che Dick Fuld, l’ex capo della Lehman Brothers la cui bancarotta nel 2008 avviò la crisi mondiale, è stato sì condannato a pene pecuniarie (non devastanti), però ha percepito in un dodicennio poco meno di  mezzo miliardo  di dollari. America docet.

Restiamo allo Stivale. Qualcuno crede che il nostro congegno politico-culturale potrà un giorno esprimere un Dracone o un Licurgo, individuale o collettivo, capace di fare giustizia delle iniquità e brutture peggiori? Risposta: per come è la nostra politica, nessuno crede. La sinistra gauchiste è sempre stata una frangia lunatica, che non conterà mai nulla. A poco meno di un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, a un secolo e mezzo dall’apparizione dell’anarchismo, la gente preferirà sempre il Borbone, oppure il Vizioso da Arcore, oppure chiunque altro si qualifichi antibolscevico.

La sinistra razionale, teoricamente a vocazione maggioritaria, è capeggiata da un ex-stalinista circospetto, oggi guadagnato al liberismo, alla difesa  della proprietà e in più innamorato dello sfarzo della reggia pontificia-sabauda e del militarismo atlantico. Nei giorni in cui il mondo viene folgorato dall’utilitaria R4 e da altre scelte o mosse pauperistiche di papa Francesco, Napolitano rifiuta di chiudere il Quirinale e di ridurre il costo delle Forze armate di cui è comandante supremo; cioè si proclama conservatore Tory.

Qualcosa di simile fa, in pratica, l’alta gerarchia del Partito democratico impersonata da Massimo D’Alema. Il più ricco tra i plutocrati del pianeta potrebbe affidare il suo patrimonio alla società di gestione postcomunista D’Alema-Finocchiaro-Cùperlo & Associati. C’è la possibilità che il Pd  si dia a Matteo Renzi e dunque ‘asfalti’ o comunque batta la destra berlusconiana. Ma Renzi ha promesso di  portare al Pd la maggioranza sociologica, non di rilanciare l’equità; e non la rilancerà.

Nessuno sa ciò che faranno le Cinque Stelle. La lotta alle diseguaglianze e ai soprusi dovrebbe essere una loro ragion d’essere; ma non è detto. E’ certo che se non saranno all’altezza un’altra, più efficace, forza antagonista dovrà nascere. La protesta sociale si allargherà perché la ripresa sarà debole. Un grosso settore dell’elettorato finirà col preferire all’astensione o alla rassegnazione il sostegno a un movimento migliore  delle 5Stelle. Se l’insurrezione spontanea sarà insufficiente un Conduttore, demagogo o no, dovrà levarsi a guidare l’azione popolare.

Ricapitolando. La politica di questa Terza Repubblica che nasce malata oncologica non potrà nulla contro la feudalità dei partiti, dei poteri forti, della Costituzione scritta dai giuristi della cleptocrazia, dell’ipercapitalismo, dei sindacati parassitari, dei ‘diritti’ zapateristi, degli intellettuali opportunisti, delle disuguaglianze che crescono, dei privilegi vecchi e di quelli di nuova generazione. Il Paese dovrà insorgere, da solo o dietro un leader anti-sistema che sia mosso più da impulsi neo-etici che dalle morenti categorie del sinistrismo. Per salvarsi, il berlusconismo-dopo-Silvio continuerà a fomentare, persino a finanziare il sinistrismo. Ma alla fine la gente capirà. Chiuderà d’impeto l’ultima fase dell’Ancien Régime dei profittatori della Resistenza.

Porfirio

‘NON POSSUMUS’: SCALFARI SDEGNATO COME PIO IX CON LE IDEE NUOVE

“Buffalo Bill, Toro Seduto e l’Arbitro al Quirinale”: l’editoriale di ‘Repubblica’, il 13 gennaio, ha questo di diverso dagli altri: ti lascia in dubbio se Scalfari l’abbia scritto nella sua qualità di Fondatore, o piuttosto in quella di controfigura di D’Alema o di Napolitano nel colossal legittimista di Cinecittà, ‘Non Possumus’. Nell’enciclica omonima, Pio IX ( ‘cittadino Mastai’ Carducci lo apostrofò perché levasse il bicchiere) scandì l’intransigenza verso le nuove idee liberali. Logico: si era visto togliere Romagna (1859), Umbria e Marche (1860) e la stessa Roma (1870).

Perché ci interroghiamo sull’animus di Scalfari il 13 gennaio? Perché in altre domeniche il Fondatore ci era parso più sciolto, quasi sbarazzino, aperto alle sperimentazioni. Questa volta, quale controfigura di D’Alema o Napolitano, il Nostro ha sillabato l’orrore per le novità. Papa Mastai-Ferretti non avrebbe fatto meglio. “A quanto -si è chiesto il Nostro- può arrivare il consenso che uscirà dalle urne alle varie forme di demagogia che si vale, ciascuna, di imbonitori ben collaudati? All’ingrosso, almeno 40% nel loro complesso. Marciano separati ma colpiscono insieme. Dunque la minaccia è forte”.

Che minaccia? “Non hanno programmi, salvo quello di mandare all’aria tutte le strutture esistenti, la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la Corte costituzionale, le imposte che devono essere ridotte al minimo. E ovviamente la politica e i partiti”. Così parlò Eugenio il Legittimista (dizionario= ‘fautore di un sistema costituzionale decaduto’) dell’Anno. Oppure, vista la sua passione per l’Esistente, il Coprofilo dell’Anno.

Una delle eresie esecrate da Mastai-Scalfari è la società civile. “Non si sa cosa rappresentino queste due parole, quale sia il nuovo che esse esprimono e il vecchio che condannano”. Forse, opina il Misoneista dell’Anno, “la novità consiste nel rifiutare il concetto (intendeva il Dogma) di democrazia delegata. Il più coerente da questo punto di vista è il grillismo, che prevede i referendum come unici strumenti di governo; peggio, prevede gestori della cosa pubblica guidati da capi pro tempore, in carica per pochi mesi a rotazione. Una sorta di condominio al posto dello Stato, cioè il peggio del peggio”. Il Solaro della Margarita dell’Anno dixit.

Se le varie formazioni antipolitiche e populiste, stima Non Possumus, avranno attorno al 40%, rimane il 60% per le formazioni “che si propongono il cambiamento e la modernizzazione per rinnovare le istituzioni senza distruggerle”. Questa sì è una notizia: sotto l’egida p.es. della Bindi le istituzioni saranno rinnovate! E quali sono queste formazioni? Risposta, il Pd, “il solo in tutto il panorama attuale che sia un vero partito e non si vergogni di dirlo, anzi lo rivendichi con orgoglio”. Quanta fierezza in questa riproposizione da Sillabo (sempre Pio IX, però 1864) dell’inoppugnabilità/nobiltà della partitocrazia!

Ci sarebbe, ammette Non Possumus, anche il centro di Mario Monti, a riscuotere una parte del 60%. Però, avverte, c’è un problema “estremamente inquietante. Se al Senato sarà necessaria un’alleanza tra il centrosinistra e i montiani, questi ultimi pretenderanno di prendere tutto il piatto della partita: un governo guidato da Mario Monti  e strutturato a sua immagine”. Non Possumus non esclude che “ad elezioni avvedute i montiani si ravvedano”. Teme sì che “possano proporre la medesima soluzione a un Berlusconi che sarebbe sicuramente molto più arrendevole alle loro richieste”. Però conclude con virile speranza: “Non andrà così. Per fortuna dell’Italia c’è un arbitro al Quirinale”.

Anche questo è uno scoop. Apprendiamo che l’Arbitro, tra il 25 febbraio e il giorno della scadenza del Settennato. riuscirà a dare allo Stivale un Successore partitocratizzante. Non dovesse riuscirci, forzerà il Successore antipatico a pensarla come lui & Scalfari  almeno per le prime settimane d’arbitraggio.

Le cose potranno andare come legittimamente auspica il Misoneista. Ma noi, non siamo legittimati a chiederci perché il Rinnovatore-delle-istituzioni-senza-distruggerle, dominus di un giornale che adora la modernità, si allinea al conservatorismo di D’Alema & Co., per i quali guai a toccare l’assetto incrostatosi in un sessantottennio di malazioni? Alla pari di D’Alema & Co., Scalfari ragiona e agisce come fosse un émigré a Coblenza in odio alla Rivoluzione.  Gli émigrés avevano ottime ragioni, ghigliottina compresa, per non rimpatriare. Ma l’Inquilino del Colle, il Velista da Gallipoli (ora agroristoratore in Umbria) e il Fondatore non guadagnerebbero qualcosa se si dissociassero dai pochi che ancora credono nelle verità del 1947?

Perché imitano gli ultimi monarchici che andavano a Cascais a baciare la mano all’ultimo Re?  E’ vero, D’Alema  e Scalfari incarnano un passato non onorevole: però si riscatterebbero se dessero un’occhiata al futuro. Sanno d’essere co-imputabili d’avere ridotto la repubblica a una Gomorra, anzi Geenna. Ma gli italiani brava gente perdonerebbero.

Un ultimo nostro dubbio. Con un titolo modernissimo -dentro ci sono anche Buffalo Bill e Toro Seduto- Scalfari non avrebbe potuto essere meno rancoroso con Santoro, colpevole sì di avere rilanciato Berlusconi ma pur sempre gran tenore della sinistra? “Showman di provato talento, venditore di bubbole che rimonta in ogni occasione il vecchio film in cui Totò vende la Fontana di Trevi a Peppino De Filippo”: così Santoro è stato crocifisso da Non Possumus.

Ohibò.

Porfirio

MONTI CHIUDA LE CAMERE E LA CONSULTA

Non conta se da Seul sia venuta una minaccia o un segno di scoramento. Se SuperMario (“Potrei lasciare”) abbia lanciato un ultimatum, oppure anticipato un’abdicazione (quel ‘gran rifiuto’ di papa Celestino V che il Poeta chiamò ‘viltade’). Se in definitiva confermi o smentisca di voler entrare nella storia come il maggiore tra i governanti repubblicani. Ciò che conta è se la missione di redimere l’Italia sia o no compatibile con i partiti, la tangentocrazia, il parlamentarismo, le urne.

Non è compatibile. La logica dell’esperienza Monti è antitetica all’elettoralismo. Non solo a quello italiano, o mediterraneo (francese, iberico, ellenico): persino a quello britannico, quest’ultimo peraltro deperito, quasi estinto come modello. Sulla distanza la ‘mission’ del Nostro è di abbattere la Seconda Repubblica, di edificarne una Terza che sia molto più innovativa di quella, poco ardita, imposta da De Gaulle alla Francia. Se Monti non costruirà lo Stato Nuovo, mancherà il suo destino e la gloria. Risulterà niente altro che uno dei successori di Mariano Rumor.

La prospettiva che alle prossime elezioni il gioco torni ai (delinquenziali) soggetti di prima, al Mob dei partiti ladri, fa accapponare la pelle, secondo la perforante formula di Michele Salvati (aveva tentato di razionalizzare alquanto la camarilla del potere). Il cardinale Bagnasco, che nei giorni scorsi ha auspicato che a emergenza economica finita la cosa pubblica ritorni ai suoi gestori ‘fisiologici’, fa come quegli uomini di chiesa che a Chicago benedivano nozze e funerali dei boys di Al Capone; e che a Napoli tributano ad altri boss l’omaggio della processione del Santo. La nostra classe politica è una Camorra Generale che supera i confini delle malavite regionali. Sembra accertato che non più del 3-4% degli italiani ha stima dei partiti e dei politici: ma se si indiranno elezioni, la Camorra Generale raccoglierà assai più del 3-4%. Chi dubita che si reinsedierà appieno la Casta, magari un filo meno sfrontata però altrettanto rapinatrice?

Se Mario Monti vorrà compiere l’opera le urne dovranno restare chiuse molto a lungo, perché i rizomi della gramigna partitica secchino e l’infestazione si riduca. Il senso dell’esperienza Monti va oltre la riduzione dello spread e la nostra riabilitazione agli occhi degli investitori stranieri (sempre che non si accorgano della militanza Fiom e delle non poche Alcoa e Fiat che tenteranno di traslocare). Se Monti vorrà compiere l’opera dovrà affrontare la bonifica della palude malarica che è la nostra politica ‘democratica’.

Si usava dire che la Francia guarì dell’epilessia quartorepubblicana perché aveva un De Gaulle, più il dramma algerino. Ma noi oggi abbiamo Monti, più l’emergenza economica, più la corruzione. Monti non è da meno. Con tutta l’ammirazione dovuta al Generale, la sua grandezza non va esagerata. Che avesse liberato la Francia e partecipato alla vittoria fu una sua amplificazione. La vera gloria fu di avere liquidato l’Impero africano e fatta presidenziale la Quinta Repubblica: oggi largamente ricaduta alle vecchie consorterie, però in qualche misura risanata. I meriti di Monti sono già ragguardevoli, ma si faranno smisurati se demolirà il vecchio ordine e avvierà la Nuova Ricostruzione.

La logica dell’impresa Monti vuole un lungo rinvio delle elezioni. Il Parlamento si può tenere chiuso senza danno, finché sia trasformato in strumento della democrazia diretta, reclutato per sorteggio tra i qualificati e i virtuosi (p.es. tra chi fa vero volontariato). Si possono licenziare i parlamentari, i funzionari, i commessi, gli stenografi; si possono cancellare i bilanci, pagando solo le donne e i filippini per le pulizie delle sale tre volte l’anno; si possono disdettare quasi tutti i palazzi (il solo Montecitorio basterà per un’unica assemblea di 200 sorteggiati). Al tempo della sua gloria la Repubblica romana sospendeva tutte le magistrature a favore del Dictator: sia che incombesse il pericolo (Lucio Quinzio Cincinnato), sia che nascesse l’Impero (Giulio Cesare).

Molti invocano la ‘nuova fase costituente’. Dunque la Costituzione vecchia vada in bacino per estesi e lenti lavori. A titolo simbolico un giudice costituzionale, scelto a sorte, venga immesso nel governo costituito in Comitato di salute pubblica o in Direttorio straordinario. La Consulta venga tenuta chiusa dai corazzieri di re Giorgio. Delle proteste di giuristi, intellettuali, cantautori e calciatori non ci si curi. Sindacati e gruppi antagonisti vengano guadagnati confiscando le grandi proprietà e i redditi spropositati perché si garantisca il pane a tutti.

Se nulla di tutto ciò faranno, Monti e Napolitano si dispongano a malinconica pensione.

Antonio Massimo Calderazzi

PROCREAZIONE ASSISTITA: LA VOLONTÁ POPOLARE NON SI É ESPRESSA

A seguito dell’assegnazione del premio Nobel a Robert Edwards, padre della fecondazione in provetta, e soprattutto dopo il recente ricorso alla Consulta sulla Legge 40/04 (o su ciò che ne resta), si è riaperto in Italia il dibattito sulla procreazione assistita.

Tralasciando quelle che possono essere le opinioni personali sul tema, quello che è stupefacente è l’argomento utilizzato dai sostenitori della legge in questione. Secondo costoro, politici o prelati, non si può “sovvertire la volontà popolare” che si manifestò tramite il referendum del 2005. Un tale assunto è assurdo sia da un punto di vista costituzionale, sia da un punto di vista logico-politico.

In primo luogo, in Italia vige una gerarchia delle fonti normative, per cui la Costituzione è sovraordinata alla legge ordinaria. Se una legge ordinaria è in contrasto con la Costituzione, va abrogata. L’organo competente è la Corte Costituzionale. E’ assurdo dunque stigmatizzare preventivamente l’intervento della Corte come se fosse un’indebita interferenza del potere giudiziario nella sfera di quello legislativo. Si tratta, al contrario, del dispiegarsi del normale bilanciamento dei poteri nello Stato.

In secondo luogo, da un punto di vista logico-politico l’argomento dei paladini della legge 40 è ancor più ipocrita e imbecille. Come si può sostenere che la volontà popolare degli Italiani si sia espressa in un referendum a cui ha partecipato il 25% del corpo elettorale? Bisognerebbe essere privi di cervello, o di scrupoli, per sostenere che il 75% che si è astenuto ha voluto manifestare la propria contrarietà al referendum. La verità è che, grazie alle indicazioni del clero e del ceto politico cattolico, alla percentuale dei contrari si è aggiunta quella dei disinteressati, rendendo impossibile quantificare gli uni e gli altri. L’unico dato certo è che al 25% degli Italiani il tema interessava, e che la grande maggioranza di questi erano favorevoli all’abrogazione della legge.

Per evitare in futuro simili confusioni, e soprattutto per non assassinare l’istituto del referendum, si impone oggi un ripensamento del quorum. In un Paese che vede l’affluenza alle urne in costante calo, ormai sotto l’80%, non ha più senso il mantenimento dell’asticella al 50%+1 degli aventi diritto al voto. A meno che non ci sia l’intento inconfessabile di sterilizzare uno dei pochi strumenti di democrazia diretta previsto nel nostro sistema.

Tommaso Canetta