CHE FATICA COMBATTERE COPERNICO A DIFESA DEL SILVIOCENTRISMO D’ANTAN

Si consoli Angelo Panebianco: capitò anche a giganti del pensiero quali Martin Lutero (in sottordine, anche a Filippo Melantone) e a padreterni dell’astronomia come Tycho Brahe, di respingere la svolta eliocentrica di Copernico. Col tempo, e col sostegno delle conquiste di Keplero, Galileo e Newton, il grande polacco trionfò. Oggi, nel suo areòpago celeste, Copernico ha la soddisfazione di dare il suo nome a tutte le scoperte, teorie e prospettive che capovolgono ogni concezione precedente.

Non per questo Lutero e Tycho Brahe devono sentirsi umiliati per sempre. Lo stesso Panebianco non si disperi. E’ vero, a lungo ha creduto che il firmamento ruotasse attorno alla Terra, dunque attorno all’Uomo; che perciò il centro dell’universo fosse un magnate di Arcore, palazzinaro-pubblicitario prima, televisivo poi, infine statista incline alle orge con le menadi. Oggi che la comunità scientifica respinge il silviocentrismo, Panebianco sente la necessità di additare al monarca spodestato una nuova ragion d’essere. Tutto bene: però nel suo interesse si discosti dalla linea di pensiero enunciata il 13 maggio coll’editoriale cui il Corriere della Sera ha dato il titolo “Il destino bloccato di un partito”.

Panebianco esordisce con impeccabile buonsenso. “La debacle di Berlusconi nel Trentino conferma che, in assenza di un’opposizione credibile, Matteo Renzi sarà per molto tempo imbattibile. Il punto decisivo è naturalmente lo stato comatoso di Forza Italia. Un partito in cui il declino del carisma del fondatore ha aperto la strada a una miriade di conflitti tra notabili che si disputano pezzi di eredità; un partito che non è più in grado di attrarre gli elettori di centrodestra”.

Il ragionamento di Panebianco si fa meno cristallino quando afferma che Forza Italia è al momento “un partito bloccato, non può vivere né con, né senza Berlusconi. Lui è il fondatore, e solo lui può decidere se e quando tirarsi fuori. Anche perché, pur essendo la stella di Berlusconi offuscata, egli resta comunque l’unico leader che possa ancora far presa su settori dell’elettorato conservatore: qualcuno che riesca a prenderne il posto non è ancora emerso”.

Panebianco si fa ancora più tolemaico (per i giovanissimi= geocentrico ossia anticopernicano) quando statuisce: “Ma poiché Berlusconi resta nonostante tutto molte spanne al di sopra degli altri politici di centrodestra, egli sembra il solo ancora capace di intuizioni giuste”. Questo ci sembra ragionare da vecchio gregario del Cagliostro fininvest; quale è comunque l’ultima delle intuizioni fulminanti? Risposta: “dar vita a un partito repubblicano ispirato ai conservatori americani”. Ohibò.

Tuttavia il Nostro ammette che occorre anche rinnovare le idee: “Ha ragione probabilmente Antonio Martino a proporre una piattaforma centrata sulla flat tax : il prelievo fiscale dovrebbe essere una percentuale ‘x’ uguale per tutti, tolta la fascia dei più poveri, esentati dalle tasse”. Per la verità il professore nostalgico dell’arcorecentrismo riconosce: “Se fosse davvero adottata, la flat tax accentuerebbe le diseguaglianze; però innescherebbe una crescita economica vigorosa, forse anche nel tempo spettacolare”. Insomma: “C’è un ampio elettorato di centrodestra che può essere riconquistato se gli si presentano nuovi leader e nuove idee”.

E’ un paio di secoli che la ‘nuova idea’ della flat tax seduce gli zeloti del liberismo. Non è nemmeno escluso del tutto che, se la fascia degli esenti totali fosse fatta molto larga, tipo compassionate conservatism, il risultato potrebbe piacere per così dire alle masse. Però non sembra facile che Martino & Panebianco guadagnino il padronato più dinamico (=vocato agli investimenti) alla prospettiva di elargire sgravi fiscali alla plebe, pur di abolire la progressività. La rivoluzione della flat tax appare un’opera di lena abbastanza lunga da non poter beneficare né Martino né Berlusconi; laddove le geremiadi di Panebianco ineriscono all’immediato, a quella sortita dal castello assediato che salvi la guarnigione conservatrice e rimetta sul trono il deposto Silvio, prima che superi i 90 e passa.

Insomma la pensata di Antonio Martino potrebbe in astratto operare un mezzo miracolo. Però suggeriamo di perdere l’abitudine di collocare l’ex-Cav “molte spanne al di sopra di altri politici di centrodestra”. Era una valutazione sbagliata, oggi fa ridere più di prima. Le Borse si impennerebbero se Silvio entrasse in convento.

Porfirio

STELLA: GLI ITALIANI SI RIPRENDANO IL QUIRINALE NE FACCIANO UN MUSEO IMBATTIBILE

“Il Louvre raccoglie nove milioni di visitatori all’anno, la Città Proibita dodici milioni. L’Italia apra al pubblico la reggia dei papi e dei Savoia”. Con La Casta  Gian Antonio Stella era diventato, con Sergio Rizzo, il più benemerito tra i giornalisti, vero e proprio condottiero della rivolta antipolitica. Invece pochi anni fa era precipitato nel ridicolo annunciando una sua soluzione all’insolubile problema di integrare gli immigrati nelle  città. La soluzione gli appariva geniale: “sparpagliarli, sparpagliarli nei quartieri buoni invece di ghettizzarli nelle periferie”. Questioni razziali e culturali a parte, l’invenzione di Stella semplicemente dimenticava che le case dei quartieri buoni costano ‘N’ volte più che quelle delle suburre; e che la mano pubblica manca delle risorse, dei mezzi legali e della volontà per sistemare d’imperio i miseri nelle nice areas.

Oggi, grazie al Quirinale, il Nostro si riappropria del ruolo di opinion leader sul serio. Se farà una campagna efficace come quella contro la casta dei politici, sarà un generale vittorioso. Poche carognate di regime superano lo sfarzo e lo spreco di un settantennio di reggia per un’istituzione repubblicana nata dalla Resistenza comunista o quasi.

Il 30 dicembre il Corriere della Sera  ha dato un considerevole risalto al ragionamento di Stella: il Quirinale appartiene agli italiani, ebbene gli italiani lo mettano a frutto “sbaragliando la concorrenza mondiale”. Che la reggia costruita oscenamente costosa,   -con denaro rubato ai poveri- da papi farabutti, sia la casa di tutti noi “lo ha detto più volte Giorgio Napolitano”. Così esordisce in prima pagina il Nostro. “Una frase molto bella” commenta, lasciando peraltro risultare che è una frase falsa, non creduta da alcuno, anche in quanto profferita dal Primo Dignitario della Casta.

All’obiezione che “in questi tempi di sbandamento c’è il rischio di intaccare una delle figure che ancora godono di prestigio” Stella oppone, efficacemente: “Mai un papa ha goduto di tanto prestigio e tanto affetto popolare quanto Francesco, che ha scelto di abbandonare gli appartamenti papali per vivere nei pochi metri quadri di una delle camere con salottino del convitto Santa Marta”.

Continua: “Proprio perché è molto più grande, più ricco e più costoso nella manutenzione a confronto coll’Eliseo o con Buckingham Palace, il Quirinale pesa sulle pubbliche casse più di ogni altro. Ed è all’ottantesimo posto nella classifica mondiale dei musei. La Hofburg di Vienna, per secoli cuore del potere degli Asburgo, ospita oggi solo un ufficio di rappresentanza della presidenza, più una straordinaria rete di istituzioni culturali fino al celebre Kunsthistorisches, che fa da solo 1,3 milioni di ingressi l’anno. Il Louvre attira ogni dodici mesi 9 milioni di turisti. La Città Proibita, dodici milioni”.

Di qui la proposta: si chieda al prossimo capo dello Stato di lasciare il Quirinale. “Gli italiani e gli stranieri accorrerebbero entusiasti alla scoperta di quel palazzo di 1200 stanze: come grande museo sarebbe in grado di sbaragliare ogni concorrenza mondiale. Certo, molti burocrati che si erano abituati a vivere in quella bambagia, storcerebbero il naso: ma come! la tradizione! il decoro! Ma gli italiani, ci scommettiamo, vedrebbero la svolta con simpatia. E la leggerebbero come un gesto di solidarietà, di riconciliazione, di amicizia”.

Sono quattro anni che quasi ad ogni  suo numero  ‘Internauta‘ invoca: il Quirinale venga chiuso e venduto al migliore offerente. Solo a Roma dormono in strada diecimila homeless, e alcuni ne muoiono. Trentamila famiglie stanno per essere gettate sul lastrico per la fine del blocco degli  sfratti. Tutti i nostri capi dello Stato (tranne Enrico de Nicola, che si sistemò a palazzo Giustiniani) andrebbero processati per non avere rifiutato di mettere piede nel Quirinale. Andrebbero processati anche gli eredi dei presidenti morti, perché indennizzino coi loro beni i contribuenti per il sopruso di un settantennio di sprechi del Quirinale. Ma noi di ‘Internauta’  riconosciamo: è più giusta la proposta di Stella, fare della reggia malfamata il primo museo del mondo. Noi ci eravamo fatti inebriare da prospettive che Stella ha signorilmente taciuto.

Quella di licenziare in tronco l’intera Corte: corazzieri palafrenieri cocchieri consiglieri giardinieri ciambellani lacché cacciatori (paghiamo anche questi a San Rossore!). Quella di tagliare di nove decimi la dotazione finanziaria e il personale della Presidenza. Quella di cancellare tutti i suoi vitalizi. Per le esigenze della futura, sobria sede del Primo Cittadino basta un piccolo drappello di funzionari e segretarie, basta una palazzina. Bastano poco più di venti milioni l’anno, dei 228 attuali. Manco a dirlo, si chiudano le dipendenze a Napoli e altrove. Si apra al solo pubblico pagante la tenuta di San Rossore. Si vendano ai turisti  ricchi le corazze, gli elmi e i cavalli della Guardia del Presidente. Non si usava contrapporre allo sfarzo e agli sprechi delle monarchie la virtuosa semplicità delle repubbliche?

Porfirio

DECRESCERE NON SARA’ TORNARE MISERI, CI SALVERA’ DAL PORCILE DI CIRCE

“Un po’ d’ossigeno contro chi esalta la decrescita felice”. Apre così Pierluigi Battista del ‘Corriere’ uno sfogo liberatorio contro quanti abiurano la fede nello sviluppo. Battista si dichiara rinfrancato dalla pubblicazione di un libro Contro la decrescita  “che andrebbe consigliato a chi non riesce a capacitarsi che un passato di penuria e miseria, dolore e rassegnazione, possa essere indicato come un’Età dell’Oro. Un manuale utile per rintuzzare le solite, lugubri geremiadi contro il consumismo”. Da qui Battista procede a rievocare com’era grama, a volte drammatica, la condizione della maggioranza sociologica del pianeta  prima dell’industrializzazione, del rigoglio tecnologico-scientifico, delle vaccinazioni, degli altri miracoli della medicina. Prima della perfetta felicità in cui viviamo, oggi che il progresso non la dà vinta ad alcuna malattia e il mercato sana tutte le afflizioni.

Gli anatemi del Nostro contro la Carboneria  antisviluppista sono ovviamente giusti: purché possa sostenere che l’anticonsumismo e l’elogio della sobrietà vogliono il ritorno all’infelicità dei miseri, alle ristrettezze estreme, allo strazio della mortalità infantile, il ritorno alle  tragedie senza numero di quando la scienza medica conosceva quasi solo salassi e  clisteri,  e l’arte del vivere non aveva raggiunto l’inimitabile sofisticazione d’oggi.

Va data ragione a Battista: sempre che l’Età dell’Oro sia il consumismo; che la diffusione del benessere non abbia comportato alcun costo e alcuno scompenso; che la redditolatria non abbia allargato i divari sociali,  devastato l’ambiente, comprato le anime. Basterà dare queste dimostrazioni e il buon diritto di Pierluigi Battista trionferà. Emergerà che il perseguimento di sempre più reddito non è  né ossessivo, né corruttore. Che i consumi sono tutti sacrosanti. Che i benestanti di un tempo sbagliavano a contentarsi di ciò che avevano, che i benestanti d’ oggi fanno bene a esistere per arrivare allo yacht.

Basterà convincerci che gli imprenditori suicidatisi nel Nord-Est si sono immolati per l’Ideale; che gli intonachisti non devono fare a meno del Suv per trasportare secchi e fustini; che l’operaio d’oggi sarebbe un reietto se ciascun familiare adulto non possedesse un’auto propria e non facesse crociere in navi alte dieci piani. Basterà convincerci che, in virtù delle rising expectations, i rappresentanti del popolo e i servitori della collettività  non esigono più tangenti di un tempo. Che è fisiologico lo straripamento in sovraricchezza dell’One per Cent. Che i mali e le storture dell’ipereconomicismo sono immaginari. Che insomma gli Dei ci vogliono così: invasati di cupidigia.

Eppure Battista finge di non sapere che chi propone la decrescita non addita l’idillio dell’Eden, né suggerisce di regredire a quando pellagra e Tbc infierivano sui poveri. Apertosi il terzo millennio, e a valle di una crisi grossa, decrescita vuol dire semplicemente rinuncia alla crescita. Basta crescita: ci siamo sviluppati fin troppo. Gli imperativi e le aspirazioni sono cambiate. Retrocedere a come eravamo vent’anni fa non sarebbe straziante. I privilegi di quando i paesi industrializzati erano allo zenit della prosperità erano insostenibili: i nodi sarebbero venuti al pettine anche senza la caduta di Lehman Brothers. In più si è dispiegata la capacità competitiva dei più vitali tra i paesi poveri. Oggi che la Cina produce beni essenziali per il mondo intero, in astratto non ha più senso che la merce X venga fabbricata, metti, in Italia. Quando i costi di produzione cinesi si impenneranno, altre società ex-arretrate toglieranno mercati ai prodotti occidentali.

Decrescita vorrà dire adeguamento alla realtà, valorizzazione di quelle positività che riusciremo a difendere.

Si indeboliranno le spinte che avevano portato a livelli di reddito innaturali, ma la decrescita non ci immisererà. Perdere un decimo o un quinto di redditi gonfiati non sarà miseria, se politiche redistributive aiuteranno i più deboli. Si abbasseranno gli stili di vita. Si attenueranno l’adorazione della carriera, la sacertà stessa del lavoro. Si indebolirà l’identificazione tra felicità e possesso individuale. La decrescita riabiliterà la vita semplice, riabiliterà persino alcune ristrettezze: ci affrancheranno da alcuni dei costi del consumismo e dell’edonismo.

Questi due idoli non hanno portato in tribunale un’Infanta di Spagna, figlia e sorella di Re, sotto l’accusa di avere frodato il contribuente, quasi essa fosse un normale impostore della democrazia rappresentativa, questa sì Paradiso in terra?

Porfirio

IL CORRIERE RINGIOVANITO COME PUO’ APPREZZARE I VECCHIUMI?

Non sappiamo perché, ma il Codice canonico impone, perché una causa di beatificazione si concluda, la “ricognizione delle spoglie di un servo di Dio”. Nemmeno sappiamo che tanfo, o al contrario che olezzo di santità, si diffonda all’apertura dei venerati sepolcri.

Ogni fragranza è da escludere, ove si faccia ricognizione dei precetti politici di Claudio Magris. Giacciono in un articolo -meglio, un avello-  comicamente intitolato “Salvate i parlamentari da tentazioni populiste”: quasi i parlamentari siano quei giovani ateniesi destinati ogni anno alle fauci del Minotauro (il mostro nato dall’adulterio con un toro dell’integerrima Pasife, moglie di re Minosse). Salvate dunque i martiri giovinetti di Montecitorio/Montemadama!

Poche scoperchiature di bara prendono alla gola quanto il più recente pensiero del Magris statista, fatto di zaffate secoli XVIII-XIX. Egli esordisce definendo tacitiana un’operetta di Bruno Visentini. A stare a lui, Visentini era un imprenditore/pensatore talmente proiettato nel futuro da non avere alcunché da dire al presente (si ricordano di lui un tot di giornalisti in quiescenza; più un collega-pensatore quale Carlo De Benedetti). Claudio Magris, che divenne un divo con Danubio –libro geniale- si conforma questa volta a modi mentali da autodidatta. Elogia la “bruciante pregnanza” della posizione Visentini sulla questione istituzionale di 68 anni fa, monarchia o repubblica. Non voleva che a decidere  fosse un referendum: popolo di ebeti. “Il plebiscito, e le varie forme di democrazia diretta, sono democratiche ed educatrici nei Paesi di coscienza politica molto evoluta”.  Era necessario “il filtro di una classe politica”.

Oggi, passato un settantennio di scandali dal bruciore della dottrina Visentini, il prof.Magris ha il greve imbarazzo di  dover riconoscere: “La democrazia parlamentare si trova in una crisi assai grave; cresce la tendenza alla democrazia diretta e all’insofferenza per il filtro della classe politica”. Nel suo smarrimento, il discepolo di Visentini si aggrappa a  Ferruccio De Bortoli “le cui critiche a Renzi erano fondate su quelle al dilagare della democrazia diretta  e sull’eclissi della democrazia parlamentare”. Utile testimonianza sul marasma pre-agonico delle Istituzioni ancien-régime.

Audacemente fresco, anzi avveniristico, il rimpianto del liberalismo, “calibrato meccanismo di pesi e contrappesi”; dobbiamo salutarlo con la riverenza del tempo quando ci si toglieva il cappello al passaggio dei funerali. Gli scherni al liberalismo fervevano già un secolo e mezzo fa, allo zenith del parlamentarismo francese, così pochade. Il quale perdette la Troisième République nel 1940, la Quatrième nel 1958, quando quest’ultima dovette arrendersi a un generale (ma de Gaulle era più in gamba di quel suo predecessore, Georges Boulanger, che arrivata la prova aspra si suicidò sulla tomba dell’amata).

2014: il parlamentarismo è screditato e maledetto come più non si potrebbe. “In Italia, Magris riconosce, la situazione è drammatica, anche per l’indecente degenerazione morale e civile di quella classe politica cui si richiamava Visentini”. E’ da chiedere: che senso ha per Magris ipotizzare che “nasca una nuova classe politica degna di questo nome e non di quello di casta: termine anzi troppo lusinghiero”. Che senso ha quando, se si guarda intorno, Magris non vede che uno smisurato ‘filtro’ di soli ladri e imbroglioni? Si vedano in proposito le fiere proteste di innocenza di un Galan, che poco dopo patteggia una pena non leggera.

Magris farà un gran bene al Paese quando lo avvertirà dell’avvenuta nascita di una classe politica interamente composta -com’egli rimpiange non sia- “dei Catoni e dei Bruti”, cioè di maestoso senso dello Stato. L’avessero assegnata, la questione istituzionale del 1946, al quadrumvirato Catone-Bruto-Visentini-Magris! Sarebbe stata repubblica, of course: ma quanto sarebbe assomigliata all’Empireo, il più esterno dei cieli, il solo immobile secondo le antiche teorie astronomiche! L’Alighieri, com’è noto, vi alloggiò i beati; esso cielo consisteva di ‘luce intellettual piena d’amore’, emanante direttamente da Dio e non dalla concertazione tra partiti, sindacati e poteri forti. Se si incaponirà a cercare il perfetto Stato liberale, Magris non dovrà risalire alla Scolastica  tomista. Gli basterà fermarsi ai tempi umbertini, quando la classe degli ottimati liberali dette le sue  ultime prove di nobile disinteresse: si veda l’affare della Banca Romana e quello dell’Ospedale Mauriziano a Torino.

L’avvertenza l’avevamo  fatta nell’incipit: a scoperchiarli, i sarcofagi possono dare olezzo di santità, ma anche fetore di vecchiume, o peggio.

Porfirio

CONTRO GLI SCANDALI DELLA POLITICA, COMMISSARIARE TUTTO

Che il miglior governo italiano degli ultimi decenni – tale ritenuto unanimemente all’estero e a in maggioranza anche in patria – non sia stato eletto dai cittadini, dovrebbe farci riflettere. Che personaggi come Francone Fiorito, il Batman del Lazio (citiamo lui ma gli esempi potrebbero essere molteplici), siano campioni di voti e preferenze, dovrebbe farci preoccupare. Che addirittura il Corriere della Sera, uscendo dal consueto ruolo di Bella addormentata, se ne renda conto, è ai limiti dell’allarmante.

Non pochi articoli sono usciti in questi ultimi giorni in cui si sottolinea chiaramente che il problema non è nel parlamento dei nominati, non solo e non tanto. Il problema è la classe politica locale, votatissima, che gozzoviglia senza remore alla faccia nostra e della crisi. E pensare che proprio i politici locali dovrebbero essere quelli che i cittadini sono maggiormente in grado di “controllare”. Pare vero il contrario. Coi soldi, coi favori, con il “chiudere un occhio”, i politici controllano i voti dei cittadini (tanto ne bastano relativamente pochi, migliaia, per governare regioni e comuni popolati da milioni di abitanti) e si garantiscono la poltrona.

Allora ammettiamolo candidamente: il problema è lo scambio che sta alla base del voto democratico. In una società dove si sono perse ormai da decenni le idee, non solo le ideologie, i meccanismi della politica – specialmente quella locale, ma non solo – sono sempre più simili a quelli del mercato del bestiame. Un vile mercanteggio al ribasso tra persone che, spesso né da una parte né dall’altra, pensano di dover fare gli interessi della collettività, ma al contrario ritengono di dover barattare il mantenimento dello stipendio con una serie di favori e promesse.

Non vogliamo spazzare via con un rapido colpo di spugna la democrazia rappresentativa fondata sul suffragio universale? Va bene, allora si predisponga una procedura di commissariamento molto più efficace e rapida di quella attuale. Si garantisca che il commissario sia un tecnico estratto a sorte da una lista predeterminata di persone qualificate e incensurate, prive di conflitti di interesse e che mai potranno ricoprire il medesimo incarico per via elettiva. Si attribuiscano a tali commissari tutti i poteri necessari, e gli si dia un tempo adeguato, per risanare i bilanci, fare le giuste riforme (specie quelle impopolari), le infrastrutture (senza appalti e favori agli amichetti) e purgare legislazione e istituzioni dai rispettivi obbrobri. Soprattutto, se ne faccia un impiego massiccio, rendendo necessarie poche severe condizioni per procedere al commissariamento.

La democrazia rappresentativa non può essere buttata a mare senza un secondo pensiero. Si può però trovare un accordo per cui essa dura fintanto che funziona. Quando non ottiene più i risultati (e in termini di economia e servizi si potrebbero fissare standard e obiettivi programmati), viene – in parte – commissariata. In fondo è esattamente quello che sta accadendo in seno all’Unione europea. Fintanto che un Paese col proprio sistema democratico tiene i conti in ordine, la Ue non interferisce. Se un Paese elegge per 20 anni dei farabutti (o dei semplici incompetenti, o dei populisti di ottimo cuore e pessimo cervello) e si ritrova col sedere per terra, mamma Ue arriva a salvare la situazione con una montagna di soldi. In cambio impone, surrogando la classe politica nazionale, il calendario delle riforme e degli obiettivi da raggiungere.

Perché non emulare, e in modo molto più drastico visto che la nostra è una comunità nazionale e non ci sarebbero problemi di sovranità dello Stato, questo stesso meccanismo all’interno dell’Italia?

Tommaso Canetta

UNA CAMERA “SORTEGGIATA”, LA PROPOSTA DI AINIS

Dalle colonne del Corriere della Sera, Michele Ainis lancia una provocazione. Ancora una volta (si veda il caso Gramellini-Megliocrazia) una delle proposte di Internauta trova spazio anche nel dibattito sui mezzi di comunicazione di massa. Riportiamo l’inizio dell’articolo, per leggerlo per intero si veda il link:

Il lascito del 2011? Un serbatoio di malumori e di rancori nel rapporto fra i cittadini e la politica. Una furia iconoclastica, che ha fatto precipitare al 5% la fiducia nei partiti. Faremmo male a liquidar- la inarcando un sopracci- glio, faremmo peggio a cavalcarla senza pronosti- carne gli esiti, senza in- terrogarci sulle soluzioni.

Perché c’è un timbro antiparlamentare, in quest’onda di sdegno collettivo; e infatti il Parlamento è la più impopolare fra le nostre istituzioni. Perché la storia si ripete: accadde già durante gli anni Venti e Trenta del Novecento, quando un’altra crisi economica mordeva alla gola i popoli europei. E perché allora l’Italia, come la Germania, se ne riparò cercando l’uomo forte. E trovandolo, ahimè.

NON RIMPIANGERE LA CULTURA LIBERALE O QUELLA DEMOCRATICA

Vi disgusta il capitalismo virulento, reso tossico dall’immoralità dei suoi gestori, berlusconiani o no? Ve lo dà la democrazia delle elezioni, appaltata ai gaglioffi che ci adescano dai manifesti.

Vi disgusta il sinistrismo, sincero solo nelle frange lunatiche e per il resto, sotto la regia di DeBenedetti e Santoro, perfettamente falso? Ve lo dà la democrazia delle elezioni, appaltata come sopra. Dunque non ci libereremo mai del capitalismo/consumismo se non volteremo le spalle alla democrazia delle elezioni. Le sue urne sono il vanto di un Occidente sclerotico: il non-Occidente va dimostrandosi sempre più reattivo, vitale e indifferente alle glorie dell’elettoralismo.

Questo discorso vale in generale per l’intero campo demo-plutocratico, rassegnato ai riti e ai misfatti parlamentari. Ma le situazioni non sono le stesse. I francesi furono vaccinati da Charles De Gaulle contro la malattia di rispettare i partiti e i loro lestofanti. Gli inglesi sono troppo sgomenti per la fine della loro grandezza per porsi problemi. I tedeschi e gli spagnoli trangugiano tutto pur di non rivivere vicende tragiche. Gli americani non contano, screditati per troppo patriottismo guerrafondaio.

Per gli italiani sarebbe diverso. Nei millenni inventarono molto più degli altri: dall’imperialismo efficiente di Roma -l’opposto di quello americano- al Rinascimento gestito, oltre che da Firenze, da papi satanici; dall’opera lirica al fascismo. Sarebbe giusto che gli italiani, oppressi dal peggiore dei sistemi moderni, fossero primi assoluti a sperimentare la politica senza politici.

“Berlusconismo e antiberlusconismo -ha scritto Piero Ostellino- sono due facce della stessa medaglia: lo scomparire della cultura borghese. Nel 1922 ci fu una frattura, Mussolini. L’antica borghesia era ricomparsa nel 1948 con Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. Ma la borghesia “democratica” che le succedette trasformò le conquiste della democrazia liberale nell’occupazione dello Stato da parte dei partiti”. E infine: “Che nella storia agisca una ‘potente razionalità generatrice di progresso’ è falso. Ciò che oggi la nostra borghesia sa esprimere è il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Poco davvero per chiamarlo progresso”.

Non è detto che la cultura borghese fosse tanto benemerita, se consentì allo stupro oligarchico dello Stato. E se a fini di laicismo e di modernità ha retto il sacco alla rapina e alla dissacrazione. Ostellino dovrebbe ammettere che berlusconismo/antiberlusconismo sono il prodotto inevitabile dello stesso scadimento etico ascrivibile anche al liberalismo borghese, spregiatore delle virtù e dei contrappesi di un tempo meno progressista e più ‘timorato di Dio’. Che cultura di retaggio è una che si fa imporre, p.es., il Gay and Lesbian Pride? Ad ogni modo il cuore del problema è, ha ragione Ostellino, nel fatto che la “borghesia democratica ha consegnato lo Stato ai partiti”. In che modo lo ha fatto? Ecco il modo: la democrazia delle elezioni genera i peggiori -i professionisti della politica- e i peggiori saccheggiano e devastano.

Da qualche tempo si fa strada l’opinione che il Giappone declini come l’Italia (Internauta ne riferiva un mese fa: “Il Giappone nanizzato”), ma che il cataclisma di Fukushima abbia rivelato la grandezza d’animo dei nipponici al tempo stesso che la mediocrità dei loro governanti. Ne deriva, di necessità, che il Giappone si salverebbe in fretta se al posto dei suoi dirigenti mettesse piccoli campioni di una cittadinanza eccellente, espressi non dalle urne -congegni di truffa inventati dai politici- bensì da qualche segmento di democrazia diretta. Non c’è la prova provata delle alte qualità della gente, contrapposte alle carenze di un Establishment composto di politicastri, affaristi e burocrati?

Nessuno può affermare che la nazione italiana sia migliore dei suoi politici allo stesso grado che la nazione nipponica è migliore della sua presunta élite. Ma i politici italiani, destra o sinistra non conta, sono talmente peggiori, più cariati e più ladri, dei loro colleghi internazionali, che non sarà difficile migliorare se un giorno l’uomo della strada si sostituirà (sfasciate le urne e trovato un congegno di democrazia neo-ateniese) agli appaltatori delle elezioni e dei partiti. Molti tra noi siamo più onesti dei politicastri. Dovendo scegliere tra un portaborse e uno/una del volontariato, da chi comprereste un’auto usata?

A.M.C.

1876 – IL PRIMO EDITORIALE DEL CORRIERE DELLA SERA

Nel centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia pubblichiamo un articolo scritto nel 1876, da un moderato, conservatore, ex garibaldino. Pensiamo che molte delle considerazioni svolte, riguardo la politica, i partiti, i giornali, la società, siano di una straordinaria attualità. Quell’impronta ancora razionalista ed illuminista che pervade tutto lo scritto, speriamo che possa tornare nei discorsi dell’Italia di oggi.

“Al Pubblico”, di Eugenio Torelli Viollier, editoriale-manifesto del primo numero del Corriere della Sera:

“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la retorica, e veniamo a parlarti chiaro.

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: “Siamo moderati, siamo conservatori.” Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: “Bevo alla prosperità dell’Italia”, e Guglielmo di Prussia: “Bevo all’unione de’ nostri popoli”. Noi dunque siamo conservatori.

Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, – e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo, ma nella storia avrà una nota di gloria d’impareggiabile fulgore, perché ha condotto a termine due imprese di cui una sola sarebbe bastata ad illustrarlo. Dopo aver compiuto l’unificazione d’Italia, ha restaurato le finanze. Se domani dovesse abdicare, potrebbe, con orgoglio che dà l’adempimento d’un gran compito, esclamare: Nunc dimittis, domine. Da un disavanzo annuo spaventevole ci ha condotti al pareggio. Non ancora, dite? Ebbene, sia: mancano venti, mancano trenta milioni: che sono appetto ai 700 che mancavano dieci anni fa? Qualche cosa di peggio che le finanze turche. Allora si discuteva sul fallimento dello Stato e si cercava di agguerrircisi: oggi chi osa più pronunziare questa parola? Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta – bestia ringhiosa, feroce, spoetata; ma senz’essa era follia sperare di vincere. L’Italia unificata, il potere temporale de’ Papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio, – ecco l’opera del partito moderato.

Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite fra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Lasciate stare i brontoloni del partito, gl’ipocondriaci, gli atrabiliari, che antepongono i moderati ai radicali unicamente come preferirebbero la febbre terzana al colèra; badate agli altri: nessuno è pienamente contento: si potrebbe dire che c’è più rassegnazione che vera e completa soddisfazione. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. È stato già osservato che per udire sparlare, ma sul serio, de’ ministri, bisogna andare in una brigata di deputati di Destra. Ebbene, è vero. Gli è che partito e Ministero sono due cose distinte. Gli è che il partito moderato non è partito immobile, non è un partito di sazi e di dormenti. È un partito di movimento e di progresso. “Noi vogliamo, ha detto il conte di Cavour, la libertà economica, noi vogliamo la libertà amministrativa, noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza, noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell’ordine pubblico”. Tale è il credo del partito moderato. Sennonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegnamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole e i maestri; – di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; – di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città.

Questo giornale, che è moderato, e vuol essere lo specchio fedele dei pensieri di chi scrive, e delle persone savie che vorranno aiutarci de’ loro consigli, – e li invochiamo, giacché, se siamo indipendenti, non vogliamo restare isolati, – non promette di essere di più facile contentatura dell’altra gente del suo partito; e però non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand’anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso. – Certo è che se ci avverrà di censurare, ci studieremo di non essere avventati né iracondi, e ad ogni modo le nostre intenzioni saranno rette. Nulla ci ripugna più del tuono minatorio e degli atteggiamenti da gradasso con cui certi giornali di parte nostra credono opportuno, di tratto in tratto, d’affermare la loro indipendenza. La nostra indipendenza, ch’è reale, non avrà bisogno di queste frasche. Il pubblico non tarderà a conoscere in che acque naviga il Corriere della Sera. Errori se ne commisero, se ne commettono, se ne commetteranno. Il paese non fu sempre servito bene dagli uomini che adoperò. Qualcuno se lo ingraziò e salì al potere, avendo una cosa sulla bocca, un’altra nel cuore. Chi peccò per ignoranza, chi per inesperienza, chi per tristizia d’animo. Qualche volta non errarono gl’individui, errò l’intero partito. Il partito moderato inclinò alla grettezza, alla timidità, al fiscalismo, alle idee aristocratiche: noi che vogliamo tenerlo in piedi, non avremo il diritto di gridare quando lo vedremo in pericolo di perdere l’equilibrio?.

Sentiamo dire: – E la disciplina del partito? – State buoni, voi altri, con la disciplina del partito. Un articolo di giornale non è una palla nera o una palla bianca. Una palla nera può rovesciare un Ministero, cento articoli non lo scrollano. La disciplina di partito è indispensabile alla Camera: quante nobili coscienze ne ha allontanate questa dura legge! Il giornale non ne è esente del tutto, ma porta certamente un freno assai più largo. Guardate i giornali inglesi, i migliori d’Europa, come si muovono liberamente nell’ambiente del loro partito. Certo, se c’è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi, il giornale che guarda ogni materia dal lato dell’opposizione al Ministero o dell’appoggio da dare al Ministero; il giornale che gira ogni mattina nello stesso circolo d’idee, come il cavallo nella cavallerizza; il giornale organetto, che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari. Ci piace essere obbiettivi; ci piace ricordarci che tu, pubblico, non t’interessi che mediocremente ai nostri odî ed ai nostri amori; che vuoi anzitutto essere informato con esattezza; ci piace serbare, di fronte a’ nostri amici migliori, la nostra libertà di giudizio, ed anche, se vuolsi, quel diritto di frondismo ch’è il sale del giornalismo.

Sentiamo dire ancora: Badate, voi dividete il partito. – Davvero? ma era forse diviso il partito quando esisteva a Milano un altro giornale della sera ad un soldo? Crediamo invece che non fu mai tanto forte quanto allora. È diviso il partito radicale perché ha due organi pomeridiani invece d’uno? Ci pare piuttosto che sia, o si creda, più vigoroso oggi che sei mesi fa. Noi non nasciamo per far guerra ai giornali del nostro stesso colore politico; non è ai loro lettori che diamo la caccia. È nel campo degli avversari comuni che confidiamo raggranellarli. E che! dovrebbe durare a Milano la voga di giornali che ogni giorno scoprono una nuova infamia del Governo, che riempiono le loro colonne con un interminabile enumerazione di delitti a carico di quanti primeggiano nella cosa pubblica, giornali che descrivono l’Italia come la preda di un oscena banda di malfattori? Ma s’essi avessero ragione, se la classe dominante fosse davvero quella che dicono, l’Italia che la tollera sarebbe la più corrotta e la più vigliacca delle nazioni. No, no, la classica terra del buon senso, la patria di Parini e di Manzoni, non può compiacersi a lungo di tali esagerazioni e stravaganze. Sono i lettori di quelle corbellerie che noi vogliamo conquistare, contro di loro si debbono rivolgere le forze riunite del Corriere e de’ giornali che militano sotto le stesse bandiere. A’ giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell’emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della Sera potrà farsi posto senza che dalla sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni”

LIBERTA’ INDIVIDUALI E STATO DI DIRITTO

Due valori da conciliare, non contrapporre

Michail Suslov, gran sacerdote del marxismo-leninismo, si distingueva per una diabolica capacità di scovare nell’ideologia ufficiale ogni possibile giustificazione per qualsiasi decisione dei massimi dirigenti sovietici da Stalin in poi. Un suo emulo postumo potrebbe essere Piero Ostellino, vestale del liberalismo ma forse un po’ influenzato da una lontana esperienza di corrispondente da Mosca. L’ex direttore e ora collaboratore del Corriere della sera, infatti, è da tempo impegnato a giudicare, condannare e (molto raramente) approvare quanto si fa o non si fa in Italia alla luce di una dottrina opposta a quella comunista e in particolare del pensiero dei suoi pionieri anglosassoni, che ama citare a profusione. Una dottrina, per la verità, da lui interpretata e predicata in una versione alquanto oltranzistica, verosimilmente condivisa da pochi altri credenti.

Qualche anno fa, ad esempio, deplorava l’imposizione di limiti di velocità alle automobili in quanto gravemente lesiva della libertà individuale al pari del divieto di fumo nei locali pubblici. Indifferente, nel primo caso, al fatto che l’Italia vanta tra i suoi tanti primati negativi anche l’alto numero di vittime del traffico causate da comportamenti irresponsabili verso il prossimo (per non dire anche verso se stessi) e semmai dall’impunità di cui troppo spesso godono i trasgressori. Non commosso, nel secondo caso, neppure dal discreto e alquanto sorprendente successo che il divieto di appestare il prossimo (oltre a danneggiare se stessi) ha riscosso in un paese scarsamente portato alla disciplina. Ma tant’è, si dirà, sui sacri principi non si transige, anche se l’intransigenza rischia di sconfinare nell’assurdo e nel macchiettismo.

Adesso però Ostellino, più che mai scatenato nella sua crociata sotto la spinta delle nuove bufere che agitano la scena politica nazionale, tocca tasti e trova accenti che lo rendono meno isolato, per quanto sempre fantasiosamente originale, che in precedenti occasioni. Le rivelazioni su quanto avviene ad Arcore, Palazzo Grazioli e Via Olgettina lo inducono ad avvertire, a beneficio delle protagoniste femminili, che la prostituzione in quanto tale non è un reato e che il diritto di usare il proprio corpo a fini leciti non può essere negato. Giusto, ma è sicuro il Nostro che nell’attuale temperie sia il caso di incoraggiare indirettamente pratiche e modi di vita così poco raccomandabili? E sarebbe soddisfatto se la loro ulteriore diffusione portasse un domani ad una massiccia presenza in posti di alta responsabilità di persone specializzate nel suddetto uso anziché promosse per merito?

Un ascoltatore di Prima pagina ha ricordato, non del tutto a sproposito, lo storico precedente della contessa di Castiglione inviata da Cavour a sedurre Napoleone III per favorire la causa risorgimentale. Non risulta però che la nobildonna in questione concedesse sistematicamente le proprie grazie ad altri e più o meno numerosi “utilizzatori finali”, mentre quella che si presume sia stata, fino a prova contraria, una prestazione una tantum motivata dall’amor patrio non sembrerebbe un argomento forte in mano a chi perora la distinzione non solo tra giustizia e morale ma anche tra morale e politica. E’ soprattutto per la distinzione tra giustizia e politica, tuttavia, che Ostellino si batte come un leone, e addirittura con un’irruenza, di sostanza se non nella forma, tale da fare invidia ai più bellicosi protagonisti dei talk-show televisivi.

Suo nemico pubblico numero uno è, da vent’anni a questa parte, la magistratura, o quanto meno la magistratura per così dire impicciona, cioè quella sua parte accusata di esercitare la famigerata “supplenza” ovvero autosostituzione alla politica. In realtà, poiché i detentori del terzo potere nel loro insieme tendono a fare quadrato contro tale accusa, e ciò anche perché la politica continua tranquillamente a lasciarsi supplire sotto vari aspetti, il bersaglio diventa o rimane sempre quello più grosso. Lo dimostra nel modo più stupefacente una delle ultime bordate sparate dall’emulo di Suslov, prendendo spunto dalla recente sentenza della Cassazione che ha confermato, certo alquanto a sorpresa, la condanna in appello dell’ex “governatore” siciliano Totò Cuffaro per collusione con la mafia, respingendo lo scagionamento chiesto dal procuratore generale (Corriere della sera del 25 gennaio).

Come è legittimo da parte di chiunque in qualunque caso più o meno analogo, Ostellino nutre profondi dubbi sulla fondatezza di tale condanna, giunta al termine di un iter processuale tormentato. Insinua però, indirettamente, che si sia trattato di un processo politico (definizione accettabile nella fattispecie solo nel senso che l’incriminato era un politico) e, pur ammettendo che le sentenze vanno comunque rispettate, esprime tutta la sua costernazione per il fatto che Cuffaro, anziché urlare la propria innocenza e dichiararsi perseguitato, abbia accettato la condanna con la “rassegnazione” dovuta ad un “giudizio di Dio insindacabile”, alla proclamazione di una “Verità rivelata indiscutibile per definizione”.

Sbagliano rotondamente, allora, i tanti che per cecità o cinismo hanno elogiato il comportamento del condannato paragonandolo a quello di Andreotti processato benchè alla fine assolto? Sì, secondo il Nostro, perché il povero Cuffaro altro non sarebbe che la vittima (più unica che rara, si direbbe) di una “sindrome diffusa negli ambienti giustizialisti collegati con le procure e i pubblici ministeri” ma che avrebbe contagiato anche chi deve difendere gli imputati e persino questi ultimi. Una sindrome che porterebbe a negare a priori la presunzione di innocenza, a consentire il linciaggio morale degli accusati attraverso i processi mediatici, a credere che “compito della Giustizia non sia applicare la legge…bensì di far rigare dritto i cittadini” in virtù di una “missione salvifica” affidata alla magistratura.

La quale magistratura, precisa peraltro Ostellino, non sarebbe l’unica responsabile di questa “distorsione dello spirito delle leggi”. Questa scaturirebbe infatti da una generale “carenza di cultura liberale”, dall’“idea che le ragioni dello Stato… debbano sempre prevalere su quelle degli individui”, per cui “una assoluzione è percepita come una sconfitta dello Stato, e della Verità rivoluzionaria, e una condanna come un loro successo”. Ed ecco la strabiliante conclusione: “In definitiva, ci siamo dati uno Stato di diritto senza possederne la cultura che in altri paesi ne è il fondamento morale e, forse, neppure le istituzioni. Non siamo una democrazia compiuta e neppure ancora un Paese civile”.

Adesso finalmente sappiamo, insomma, in che senso dovremmo muoverci per edificare un vero Stato di diritto, una democrazia compiuta e un paese civile, sbarazzandoci, come auspica Ostellino, dai retaggi del totalitarismo fascista e del Sessantotto che voleva cambiare il mondo. Dovremmo far sì che i processi si celebrino il meno possibile, che se proprio sono indispensabili si concludano preferibilmente con assoluzioni e che nei casi malaugurati di condanne le sentenze vengano contestate da tutti con tutte le forze e con ogni mezzo.

Questa, ad ogni buon conto, la ricetta che sembra suggerire il Grande Liberale per un paese che vede la criminalità organizzata spadroneggiare in almeno tre regioni del Meridione, insediarsi nella Riviera di ponente e stringere d’assedio Milano; che vanta una corruzione senza uguali nel mondo più progredito e detiene un altrettanto saldo primato nell’evasione fiscale; un paese in cui il rispetto delle leggi è tradizionalmente e tuttora molto spesso un optional anche da parte di chi le leggi le fa. La magistratura, naturalmente, non è infallibile, e l’operato di alcune sue componenti presta il fianco a critiche e persino a qualche sospetto. Quanti tuonano da vent’anni contro la “supplenza” sembrano però dimenticare o minimizzare il fatto che la grande maggioranza delle condanne inflitte a suo tempo da Mani pulite sanzionarono comprovate e sistematiche violazioni della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, i quali l’avevano varata, secondo ogni apparenza, col deliberato proposito di disattenderla.

Dicevamo che le filippiche di Ostellino non sono poi così isolate, neppure tra gli osservatori non politicamente schierati. Erano state precedute, ad esempio, da quanto aveva scritto Angelo Panebianco su “Sette” del 2 dicembre scorso a proposito delle cause del cattivo funzionamento delle nostre istituzioni pubbliche. Per migliorare il quale sarebbe utile, a suo avviso, una dose più elevata di autentico patriottismo, non surrogabile artificialmente per via ideologica. Tra le ideologie in questione egli prende particolarmente di mira un “liberalismo da azzeccagarbugli”, secondo cui “lo Stato liberaldemocratico funziona bene solo se tutti onorano il ‘principio di legalità’, si inchinano di fronte alla ‘maestà della legge’, della legge assunta come valore in sé”.

Comoda per i giuristi, che verrebbero promossi a “sacerdoti della democrazia liberale”, ma abbracciata anche da molti “orfani di ideologie illiberali”, questa avrebbe come “variante cervellotica” il cosiddetto “patriottismo costituzionale”, cioè l’idea secondo cui “ciò che tiene insieme una democrazia liberale è il culto della Costituzione”. Del patriottismo vero, scrive Panebianco, esso sarebbe solo una parodia, perché “il culto della libertà esige che le leggi (e le istituzioni) servano a proteggere la libertà individuale (dallo Stato, in primo luogo)…la legge è rispettata solo se non opprime l’individuo ma ne assicura la libertà”, ecc. ecc.
Così come l’ex direttore del Corriere evita di incitare espressamente a non rispettare le sentenze e a disarmare la magistratura, il politologo bolognese non giunge ad affermare che leggi e Costituzione siano carta straccia. Anche lui, tuttavia, rischia di fare il gioco di chi lo pensa davvero o si comporta come se lo pensasse. E anche a lui si dovrebbe perciò replicare, benché possa suonare superfluo, che a) il rispetto delle leggi è il più fondamentale ed elementare presupposto dello Stato di diritto; b) le leggi vanno rispettate anche se sono sbagliate o malfatte fino a che non vengano corrette o abrogate; c) lo stesso vale per la Costituzione, che non è un vangelo o un feticcio e in alcune sue parti va certamente modificata, secondo le procedure da essa stessa appositamente previste.

Per concludere, un quesito da proporre un po’ a tutti: fermo restando il garantismo, credete che nell’attuale situazione nazionale sia più scottante l’esigenza di proteggere i diritti e le libertà individuali dalle ingerenze e dall’invadenza dello Stato oppure quella di difendere i cittadini dai molteplici abusi dei suddetti diritti e libertà? Negli Stati Uniti duramente colpiti dal terrorismo è ancora acceso il dibattito su quanto sia lecito sacrificare di questi ultimi, almeno temporaneamente, sull’altare della sicurezza collettiva. Un problema analogo esiste anche in Italia, afflitta da mali assai più radicati e diffusi e meno contingenti.

Mevio Squinzia

W LA CORRUZIONE?

Dove può portare l’ansia revisionistica.

Perbacco, ma allora abbiamo sbagliato, eravamo fuori strada, è tutto da rifare o almeno da rivedere. Traditi forse dall’entusiasmo giovanile, siamo partiti in quarta ad illustrare e denunciare la diffusione della corruzione nel vecchio continente, nel presupposto, apparentemente persino banale, che si trattasse di un nemico da combattere, di una piaga da curare. Affetti forse da spirito di mandria, cercavamo di dare un sia pur minimo contributo ad una causa che ci sembrava largamente condivisa nel mondo, almeno a parole. Probabilmente vittime anche dei luoghi comuni ovvero del cosiddetto “politicamente corretto”, non siamo stati attenti alle trappole che la vita spesso tende a chi si lascia trascinare dalle buone intenzioni fidandosi, come prescriveva Oscar Wilde, delle prime impressioni anziché perdere tempo a scavare sotto la superficie.

Fortunatamente c’è chi si preoccupa di approfondire e indagare in tutte le direzioni sfidando intrepidamente la conventional wisdom pur di scovare la luce della verità anche, se necessario, là dove gli altri non si avventurano. Nel nostro caso (penoso, bisogna dire, e ne chiediamo senz’altro scusa ai nostri lettori) la luce è venuta, improvvisa e folgorante, da una lunga recensione che Paolo Mieli ha dedicato, sul Corriere della sera, al libro di un autore straniero sinora ignoto, almeno a noi; ma anche qui rischiamo di doverci scusare. Ben sappiamo, comunque, che contano solo l’analisi dei fatti e la forza delle argomentazioni, non la fama.
Ecco dunque come ci illumina Gaspard Koenig, queste le generalità dell’autore, che peraltro cita anche le intuizioni di alcuni precursori. Per quanto riguarda i fatti, egli ci informa che una fitta schiera di grandi uomini, politici e militari come Pericle o Napoleone, amministratori e diplomatici, ecc., sono stati dall’antichità a oggi, compresi molti insospettabili o insospettati, tutt’altro che incorruttibili o addirittura corrotti fino al midollo. Sorprendente? Non si direbbe, dal momento che secondo una conventional wisdom ancora non contestata, che si sappia, “nessuno è perfetto”. Non stupisce né scandalizza più di tanto, cioè, che uomini anche davvero grandi, ai quali cioè l’umanità debba gratitudine per qualche buon motivo, non siano stati modelli di virtù sotto ogni aspetto.

Sorprende alquanto, invece, la conclusione che il Nostro ne trae, per quanto suffragata da teorizzazioni di celebri anticonformisti se non provocatori quali Nietzsche e Borges. Noi ci saremmo accontentati di continuare ad apprezzare i meriti passando sopra al difetto. Il Koenig ritiene invece che il presunto difetto sia solo l’altra faccia dei meriti, ovvero che questi ultimi non ci sarebbero stati senza quello e che, in definitiva, l’umanità debba di più ai corrotti che agli onesti. Il suo, precisa, “non è un appello alla corruzione, ma la difesa di un fenomeno ingiustamente biasimato, al quale forse siamo debitori di ciò che abbiamo di meglio”.

A questo punto possiamo anche revocare le scuse ai lettori, visto che dire e disdire sembra diventato un costume nazionale, ed esprimere non poca sorpresa anche per la conclusione di Mieli. Il quale, se non arriva a sottoscrivere la tesi in questione, la conforta tuttavia in una certa misura con proprie considerazioni e la definisce “ardita…ma meritevole di una qualche riflessione”. Rendiamo pure il dovuto omaggio all’equilibrio del commentatore e alla spregiudicatezza del cultore di storia che caratterizzano l’ex direttore del Corriere. Gli dobbiamo però domandare se sia proprio sicuro che questa sua ultima recensione sia altresì improntata a quella sensibilità politica, o anche politico-morale, che ugualmente lo contraddistingueva, se non andiamo errati. Se, cioè, convenga alimentare in qualche modo il dubbio che la corruzione sia davvero un male da combattere, specie in un paese nelle condizioni dell’Italia al confronto con altri paesi ai quali generalmente si paragona.

Può darsi che il malaffare, almeno sotto certi climi e negli stadi iniziali di certi processi, serva a lubrificare proficuamente i meccanismi dello sviluppo economico e persino civile ovvero del progresso in generale. Da noi, però, si stima che il suo costo (50 miliardi all’anno) equivalga al 30% in più degli interessi che lo Stato sborsa annualmente per onorare il debito pubblico, macigno che ostruisce la via del nostro sviluppo oltre che spada di Damocle incombente sulla solvenza dell’impresa paese. Guardando poi oltre confine, come negare che lo sconquasso provocato in mezzo mondo e comunque in tutto l’Occidente da pratiche finanziarie quanto meno irresponsabilmente avventate, al limite dell’illecito e improntate alla più sfrenata avidità abbia a che fare con qualcosa di attiguo, come minimo, alla corruzione vera e propria?

Questo per limitarci agli aspetti puramente contabili della questione. Il discorso potrebbe allargarsi a quelli sociali, oltre naturalmente a quelli etici. Dobbiamo forse aspettarci che qualcuno si senta incoraggiato ad abbozzare la riabilitazione di altri lubrificanti o propellenti come il furto e la frode o, perchè no, la pedofilia? E che questo qualcuno trovi qualcun altro ben disposto a rifletterci sopra?

F.S.

“GUIDO ROSSI: BASTA CON LA POLITICA BARBARICA” E POI?

Milano può diventare un laboratorio nazionale per la democrazia partecipata

Quasi un’intera pagina del Corriere della Sera (31 ottobre’10) per un’intervista del vicedirettore G.G.Schiavi al giurista Guido Rossi, “il gran borghese che dalla Consob alla Telecom ha collezionato presidenze e dimissioni”. La lettura di questa pagina è come un quotidiano esperimento di laboratorio, al tempo stesso fruttuoso e frustrante come tanti sforzi di ricerca: molti spunti e verifiche cui quasi mai segue la grande scoperta.

Vediamo. “Milano, dice il giurista, può diventare il fortino presidiato da un sussulto di civismo che crea partecipazione, reinventando un modello di democrazia dal basso, quella dei cittadini (…) Oggi Milano manda un messaggio preciso al paese, indica la nascita di una democrazia dal basso che si nutre di partecipazione e di ascolto (…) Si può cambiare in meglio rilanciando la democrazia della discussione al posto della democrazia del voto”. E ancora: “Per Rossi è arrivato il momento di rompere il circolo vizioso che ha avvelenato i pozzi della democrazia partecipativa. Si comincia dalla Polis per arrivare allo Stato, visto che a livello nazionale non c’è una democrazia deliberativa”.

Notizie grosse, no? Concetti alti. Si comincia dalla Polis. E qual è il fatto nuovo e costitutivo? Guido Rossi: “Milano con le sue primarie e il dibattito che si può creare sul futuro ha l’occasione per diventare un modello, per costruire un nuovo meccanismo di democrazia. Qualcuno dirà che siamo ancora nel campo delle utopie, e un po’ è vero. Ma nella storia le utopie hanno realizzato tante cose. A volte bisogna crederci: la paura del futuro si può vincere solo con un soprassalto di partecipazione”.

L’utopia di Guido Rossi principe del foro e boiardo delle presidenze è tutta qui, le primarie. Può darsi siano uno sconcio minore rispetto alle cooptazioni, usurpazioni e combini delle cupole partitiche. Ma restano un vecchio arnese di tutte le Tammany Hall, una trovata, un gioco di mano per rappresentare meno disgustoso il congegno dell’elettoralismo.

Ma almeno con le primarie d’oltre Atlantico si gioca a carte scoperte, non si imbelletta la furbizia col cerone. Così come le lobbies sono legali, i lobbisti si registrano presso il Congresso federale e presso i campidogli locali a decine di migliaia, per le primarie si investe apertamente in dollari e in cacce e seduzioni agli elettori, talché esse primarie non risultano altro che l’atto primo della tonnara elettorale. Sostiene Guido Rossi che da noi sarà puro confronto di idee, anzi di idealità? I concorrenti metteranno solo la loro bellezza, come tre Dee fecero con Paride?

Il profetico annuncio dell’ex-presidente della Consob è come una lunga giornata siccitosa di agosto: il cielo brontola di tuoni incessanti, si alzano venti minacciosi e umidi, non cade una goccia. Il maestro del diritto, l’araldo della democrazia partecipata, non dovrebbe andare sul concreto, spiegare che le elezioni, primarie comprese, sono reti a strascico per pescare sardine a tonnellate, panie per invischiare merli a migliaia? Esattamente quella “politica barbarica” e quella “democrazia del voto” alle quali ha detto basta?

JJJ

NON DAR DISPIACERI AL DOTT. VENTURINI

Accanirsi a difendere l’impresa nell’Afghanistan (=contro gli afghani) lo fanno in parecchi; ma solo l’argomentazione di Franco Venturini de “Il Corriere” è esilarante. L’ultima volta che un militare con le stellette è saltato su un ordigno esplosivo, il Nostro ha spiegato perché dobbiamo restare: “ Ancora una volta suona per noi l’ora del cordoglio, ma l’Italia non deve anticipare per conto proprio la exit strategy”. Perché non deve? “Se vuole tutelare i suoi interessi”.

Ulteriore spiegazione: “Il consenso popolare non è stato concesso a chi combatte i talebani. La guerra sembra avviata verso un’afghanizzazione della sicurezza sul terreno che fa certo comodo ai governi occidentali ma che, anche senza evocare il Vietnam, suona come una previsione di sconfitta con annesso meccanismo salva-faccia. Allora, cosa ci facciamo laggiù? Ecco: La guerra, proprio perché va male, è diventata un test per disegnare le gerarchie internazionali. Un ritiro unilaterale ci declasserebbe nel mondo, e avrebbe anche conseguenze sulla nostra economia”.

Da chi saremmo declassati, se non dai bellicisti che ragionano come Venturini, ossia come ragionavano Salandra e Sonnino nel 1915, Benito Mussolini nel 1940: tutti bisognosi di un tot di morti da contabilizzare nei negoziati della vittoria? Venturini ci vuole ai piani alti della ‘gerarchia internazionale’; in pratica, ci vuole azionisti (purtroppo di minoranza) dell’egemonia sul pianeta. Forse traballa il ‘rapporto speciale’ Londra-Washington, l’Urbe si tenga pronta.

Non altrettanto chiaro è quali conseguenze teme il Nostro sull’economia nazionale, a parte le commesse militari che Dick Cheney riuscirebbe a far togliere alle nostre industrie belliche. Senza dubbio la fine dell’impresa afghana deprimerebbe il Pil. Ma che altra disdetta? Scemerebbe il pret-à-porter? Rimini perderebbe pedalò? La vendetta di Petreus estrometterebbe Sergio Marchionne dalla Chrysler? Dr.Venturini non ci tenga in ansia!

Poi, il 2 agosto, i Paesi Bassi confermano il ritiro delle loro forze. E Venturini: .

Chissà quanto saliremmo nella gerarchia se, richiamando venti classi di leva, mandassimo a Petreus alcuni milioni di baionette! Ma Venturini non chiede tanto. Basta restare lì quanti siamo che al vertice di Yalta saremo invitati.

Riassumendo.

1) L’Olanda fa come fa perché non è una potenza come la Repubblica bipartisan di Parisi e La Russa. Ma, avesse l’orgoglio e l’ambizione di carriera della detta Repubblica, che le prometterebbe Venturini? Il recupero dell’impero indonesiano? Il ritorno a quando l’ammiraglio Marteen Harpetszoon Tromp sconfiggeva la Royal Navy? Il primato seicentesco nelle nature morte?

2) Se con noi la Nato “si facesse sentire”, quale sarebbe la nostra espiazione? L’Isaf, scornata in Afghanistan, piomberebbe tremenda sulle nostre città d’arte, così belle e fragili? Faremmo la fine dei corpi d’armata di Tblisi, o saremmo solo asserviti come l’Inguscezia? Il rating di Moody’s scenderebbe a tripla Z?

3) Infine. Cedessero Berlusconi e Frattini alla tentazione di fare come la nanopotenza batava, è chiaro che per Venturini l’ultima trincea del rango gerarchico sarebbe difesa dai finiani, dall’Udc, più ancora da D’Alema, Rosy Bindi e Vendola. Gli ultimi tre hanno saputo coniugare gli ideali di sinistra e il rimpianto di quando Roma ‘debellava superbos’. Basta piagnistei pacifisti, sosteniamo i bilanci dell’Alenia.

A.M.C.