A SINISTRA, CONTRO I SINDACATI

Basta nominarlo perché i sindacati si tappino occhi e orecchie (sfortunatamente la bocca no): è il famigerato articolo 18. Il divieto di licenziamento senza “giusta causa” per le aziende con più di 15 dipendenti. Ma cosa ha scatenato nuovamente la discussione?

Di recente il ministro del Welfare, Elsa Fornero, ha dichiarato che il governo intende mettere in atto una riforma complessiva del mondo del lavoro. In particolare si vorrebbe superare il dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato (circa 15 milioni) e quelli che sono costretti ad arrangiarsi tra contratti “flessibili” e “precari” (circa 10 milioni). La soluzione che si vorrebbe proporre contro questa disparità, che è in primo luogo generazionale visto che sono soprattutto i giovani quelli che non trovano lavoro se non in forme scandalosamente non tutelate, è un modello contrattuale unico. In particolare si prende in considerazione la “proposta Ichino”: tutti i nuovi assunti (salvo eccezioni evidenti, come certi lavori stagionali) sarebbero inquadrati in un’unica forma contrattuale a tempo indeterminato che prevede da subito alcune tutele, che crescono (insieme al salario) con l’andare del tempo. A questa maggior flessibilità all’ingresso del mercato del lavoro ne corrisponderebbe una analoga all’uscita, prevedendo che si possa licenziare per “motivi economici” e non solo per giusta causa. In questo caso però, il datore (con l’aiuto dello Stato) deve mantenere il lavoratore per un periodo adeguato (per ora si parla di 1-3 anni) con la retribuzione che progressivamente degrada nel tempo (ad ora si ipotizza dal 90% al 70%), di modo che questi possa ri-formarsi se necessario e reinserirsi nel mercato del lavoro.

Stante quanto sopra premesso, sarebbe ovviamente necessaria una modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Perché il contratto unico funzioni è necessario che il datore possa licenziare per motivi economici, altrimenti una flessibilità solo in entrata porterebbe il modello a collassare in breve tempo. Se un’azienda assumesse in un ciclo di espansione economica, ma non potesse licenziare quando il ciclo rallenta o si inverte, andrebbe incontro al fallimento. Ma i sindacati, che fanno gli interessi dei loro iscritti (in prevalenza pensionati e lavoratori a tempo indeterminato), vedono questa proposta come il fumo negli occhi e preannunciano battaglia. La cosa irritante è che, già dalle prime dichiarazioni, non sembra che abbiano molto interesse ad una discussione sul merito di questa riforma, ma che anzi preferiscano difendere acriticamente l’articolo 18 come una sorta di feticcio, accusando chiunque voglia modificare lo status quo di voler minare le fondamenta della civiltà moderna. Si pensi solo che Susanna Camusso ha usato come argomentazione che l’articolo 18 impedisce licenziamenti per opinioni politiche, sindacali o orientamenti sessuali: niente di più assurdo. Quei licenziamenti contrastano con la Costituzione, con i Trattati dell’Unione europa, con la Convenzione per i Diritti dell’Uomo e con una ridda di altre leggi e trattati internazionali. Il licenziamento preso in considerazione specificamente dall’articolo 18 è un’altra cosa, riguarda la “giusta causa”, tipizzata in giurisprudenza in modo piuttosto restrittivo.

Si dirà, i sindacati fanno il loro mestiere. Viene però da chiedersi chi rappresenterà quei 10 milioni di lavoratori, giovani e precari, che trarrebbero beneficio da questa riforma e che invece vengono da un lato sfruttati dai padroni, e dall’altro illusi da cgil-cisl-uil i quali sostengono di volere il contratto a tempo indeterminato per tutti, ma sanno benissimo che chiedere una cosa impossibile è il modo migliore per non cambiare nulla (e continuare a ipertutelare i loro iscritti, anziani e a tempo indeterminato). Da sinistra, cioè dal punto di vista di chi da sempre vuole tutelare i più deboli, non si può che essere contro questi sindacati.

Tommaso Canetta

da LaStecca

LO STATO SIAMO NOI

Giorgio Peterlongo  ingegnere, industriale, lettore di Virgilio, rimpiange che ‘ meritavamo di meglio’. Ma non rinuncia: ‘Troveremo una strada, o la costruiremo’. E progetta il Contratto Libero.

IL PENSIERO DI PETER PAN

L’immaginazione è più importante della conoscenza ”

( Albert Einstein)

Oggi arrivata un’altra lettera di dimissioni. E’ già il decimo impiegato, negli ultimi due anni, che sceglie di andare in pensione prima del previsto.

            Un uomo nel pieno delle capacità mentali e psicologiche, come gli altri al massimo livello di efficienza, dopo tanti anni di crescita. Grande esperienza, versatilità occhi vivaci, con appena un velo di imbarazzo.

            Anche questa volta non sono riuscito a convincerlo, d’altra parte non ci speravo neppure: il debito pubblico e il costo delle pensioni sono problemi che riguardano lo Stato e le generazioni future. Noi teniamo tutti famiglia, e questo almeno un valore, il resto passa in secondo piano.

  Alla fine del colloquio mi rimasto solo un senso di impotenza.

            E’ chiaro che nessun sistema economico aperto al mercato esterno può riuscire a competere rinunciando ai migliori nel momento del loro massimo rendimento, e allora come faremo a uscirne? Prodi si propone di portare il Debito/PIL dal 122 al 112% in cinque anni, ma nel frattempo saremo vicini ai tre milioni di miliardi, e con che faccia li passiamo ai nostri figli?

            Non possiamo proprio, mi sono detto, e il problema così grande da non poter piessere risolto da ragionieri o esperti: solo facendo tabula rasa di tutte le sovrastrutture, abitudini, tradizioni e sicurezze, solo ripartendo da zero e usando l’immaginazione e il buon senso possiamo farcela.

            Ho fatto due conti e ho visto che stavano in piedi, che così potremmo riuscirci. Allora ho deciso che, a Dio piacendo, avrei lavorato fino a novant’anni per provare a dare una mano e cercare di convincere gli altri, tutti gli altri.

Poi mi sono sentito più leggero.

Giorgio Peterlongo

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