LA BOLDRINI HA DIFETTI, NON QUELLO D’ESSER FIGLIA DI ARRIGO BOLDRINI

Fece bene Laura Boldrini, tempo fa, a respingere d’impeto la bufala secondo cui era figlia dell’omonimo Arrigo. Meritò la solidarietà di tutti. ‘Figlia di un mito della Resistenza’, nome di battaglia Bulow, era troppo anche per una deputata di Vendola. Tutti hanno diritto a non essere associati al capo di quel gappismo che tra l’aprile e il giugno 1945, dopo la ritirata dei tedeschi e la resa degli ultimi fascisti, passò per le armi nella sola località di Cavenigo (Padova) 136 persone: non tutti militi o brigatisti neri, anche civili e parenti.  Cavenigo è una delle pagine più infami della ferocia partigiana, e si inserì in un panorama di atrocità che non sfigura nel confronto con le stragi SS. Nell’intero padovano le esecuzioni successive alla “vittoria” dei killer di Stalin furono molte centinaia.

Il principale capo guerrigliero locale era Arrigo Boldrini: logico che nel contesto di allora venisse assolto dai tribunali. Si usava così. Non lo sappiamo che la nostra Repubblica – un settantennio dopo  riconosciuta in genere come la peggiore d’Occidente – nacque dai mitra gappisti? Allora, nella gloriosa Fase Costituente, agli autori o coordinatori dei fatti antifascisti più crudeli spettavano larghe immunità. In più ricompense, decorazioni, cariche e prove monetarie della riconoscenza di noi contribuenti. Così i responsabili di Dongo e di via Rasella (cioè delle Fosse Ardeatine) sedettero a lungo in parlamento. Così Boldrini\Bulow fu deputato, poi senatore – senza interruzioni – per undici legislature (1945-94, mezzo secolo). Il PCI esercitava i suoi diritti.

E l’interminabile opera legislativa di Nilde Iotti, consorte di Togliatti (eletta 13 volte, complessivi 51 anni), come negare che ad essa dovemmo il Miracolo economico e l’ingresso tra i Grandi del pianeta? L’ex partigiana Nilde fu acclamata tre volte presidente della Camera, un record (per me uno scandalo). Per non far mancare la sua figura all’Assemblea e alla Nazione, si dimise pochi giorni prima di morire alla clinica Luana. Di fatto agonizzava già sull’arcipoltrona presidenziale. Quando Nilde firmò le dimissioni, Giorgio Napolitano si inebriò d’ammirazione: la proclamò “splendida figura”. Anche se il popolo del PCI si era turbato quando Togliatti, per unirsi a lei, lasciò moglie legittima e un figlio. Ma Giorgio, futuro atlantista, futuro estimatore della guerra di Afghanistan pensava sub specie aeternitatis, pensava a come sarebbe stato peggiore il nostro futuro senza le tre presidenze successive e senza il tacito ripudio dello stalinismo.

Ad Arrigo Boldrini riuscì di diventare poco meno che uno statista e un ricostruttore della Patria: per esempio fu vicepresidente della Camera e incarnazione a vita della gloria guerrigliera. Tra pochi giorni nella superba Aula della Regina a Montecitorio celebreranno il centenario della sua nascita le tre somme cariche dello Stato più, per l’antica milizia comune nel nome di Stalin, Giorgio Napolitano. Il centenario, come per Garibaldi, Torquato Tasso e Tazio Nuvolari!

Non solo: decorarono Boldrini con la medaglia d’oro (!) al valor militare. Solo lui avrebbe potuto fare il conto preciso delle raffiche, proprie e altrui, che aveva sulla coscienza. Inutile dire una volta di più che l’idea e il movimento del comunismo sono stati uccisi soprattutto dalla ferocia ‘bolscevica’ del retaggio rosso.

Nell’agiografia di Arrigo Boldrini c’è anche uno spunto di comicità irresistibile. Si enfatizza infatti che il nome di battaglia Bulow se lo dette, o gli fu assegnato, per avere teorizzato la “pianurizzazione”. Che vuol dire? Vuol dire che mise a punto la strategia politico-partigiana della “pianurizzazione”: la guerriglia  poteva|doveva scendere dalle montagne alle campagne e alle città di pianura. Dunque il Nostro divenne Bulow – occorrerebbe un’Umlaut’ o metafonesi, ma la mia tastiera ne manca, oppure sono ciuccio io – e non so se Boldrini usava umlaut – con riferimento ai meriti di stratega del conte Friedrich von Bulow, dalla parte prussiana vincitore sotto Bluecher di Napoleone Bonaparte. Ha scritto il riverente storico Guido Crainz: “La pianurizzazione fu una scelta vincente. Ebbe il merito storico di dare fiducia al mondo contadino”. Ne conseguì che i contadini-assassini di Boldrini abbatterono il Terzo Reich e forzarono il Fuehrer a inghiottìre  il cianuro.

Chissà se invece Boldrini, col suo doppio diploma, di scuola media e di perito agrario, non abbia preso a modello un altro dei von Bulow: il principe Bernhard, cancelliere del Secondo Reich, marito di una principessa italiana e genero di Laura Minghetti; il barone Dietrich, teorico dell’arte tattica; il barone Hans, musicista e marito di Cosima Liszt, successivamente risposata a Richard Wagner; il diplomatico Heinrich, ministro degli Esteri di Prussia; il feldmaresciallo Karl, comandante d’armata nella Grande Guerra; oppure il conte Ludwig, fatto presidente della Slesia nel 1825. Ci avreste mai pensato: un trionfo stalinista in pianura ispirato da una dinastia di grandi prussiani, magari Junker oppure no?

Forse anche per questo Laura, pacifista/progressista intensa, si dissociò dall’Omonimo: non solo medaglia d’oro per meriti di mitra ma anche emulo del pensiero strategico prussiano.

A.M.Calderazzi

 

PER NON MORIRE, TUTTE, LE SINISTRE SCOPRANO LA DEMOCRAZIA DIRETTA

C’è il grande contrattacco in Francia della destra di Sarkosy. C’è in Italia il tambureggiare delle conferme che democrazia=impostura più ladrocinio, e che il Ventennio non era peggio del Settantennio. Si ingrossa nel mondo l’evidenza che tutto avanza -cominciando dalla ferocia di Boko Haram e dall’arroganza reazionaria alla Dick Cheney o alla Bibi Netanyahu- fuorché il ‘progresso senza avventure’ di Obama, Mattarella ed altri benpensanti. Che aspettiamo a ricrederci su quasi tutte le nostre certezze?

Per esempio. Che il mercato sia infallibile ed equanime nel temperare le disuguaglianze e moderare gli eccessi. Che ‘i diritti’ siano il valore dei valori. Che la democrazia liberale, pur coi suoi difetti, resti il meno peggio. Che la libertà garantisca la buona vita. Che la laicità valga più delle fedi. Siamo entrati davvero nel Terzo Millennio, ma da troppi secoli ripetiamo le stesse cose. Il capitalismo propaga benessere. Invocare la Madonna e i Santi propizia miracoli a conforto di chi soffre. Le sinistre amano il popolo.

Il più pernicioso degli inganni è quest’ultimo. Le sinistre non amano il popolo. Amano i propri miti, cominciando dalla presunzione d’essere portatrici di verità superiori. Amano praticare il settarismo, talché sono un paio di secoli che si scannano tra loro. Quando conquistano il potere il settarismo le costringe coi suoi delitti a farsi odiare: lo fecero i giacobini del Terrore 1793-94, lo fecero i bolscevichi, lo fece Stalin, lo fecero i partigiani quando prevalsero su nemici sfiniti.

Il bilancio finale per le sinistre è così disastroso che per saggezza esse dovrebbero annullarsi, ripudiare il retaggio e le glorie, sparire per rinascere totalmente cambiate. Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema hanno sì abiurato una fede torva, ma sono passati in un campo peggiore del loro: il campo del servaggio agli USA e del liberismo immorale. D’Alema pensa addirittura da operatore vitivinicolo. In sé questa conversione al fatturato è etica calvinista in confronto alla schietta ruberia che è il credo di quasi tutti i professionisti della politica.

Orbene: per un secolo i capi del defunto Pci hanno plagiato gli intellettuali, facendo di loro dei servi sciocchi o dei maiali di Circe. Prima di esalare l’ultimo respiro, i diadochi di Berlinguer non dovrebbero indurre i residui intellettuali organici a conferire i loro cervelli (e l’istinto di sopravvivenza) alla ricerca di un’idea nuova, opposta al marxismo-leninismo da obitorio, ma opposta anche al nichilismo proditorio di Napolitano & D’Alema? Nella moria delle ideologie otto-novecentesche, l’idea di fermare la metastasi dei politici di mestiere, cioè di cancellare la delega elettorale, è destinata a vincere sulla distanza: ma ha bisogno di molto tempo per imporsi. Se i Napolitano e i D’Alema si sono bruciati definitivamente, altri ex-dirigenti del Pci non troverebbero la forza di rigenerarsi come manager di reclutatori di una verità più giovane, quella di una Polis senza politici e di un comunitarismo senza comunisti portasfortuna? I tanti cattivi maestri che ancora dominano le cattedre, le case editrici, i giornali, i media e altri pulpiti, non si riscatterebbero approdando a un pensiero bruscamente nuovo, opposto sia al loro, che è pensiero della sconfitta, sia a quello dei reazionari, falsi vincitori?

Parliamo dei pochi ex-leader rossi cui sia rimasto qualche potenziale di influenza. Non di quei politici d’oggi -la sinistra Pd- che ancora prolungano il vecchio gioco del settarismo e che in realtà sono il nulla. I pochi intellettuali che sono con loro e da cui attendersi qualcosa, hanno perso la ragione a fare e a militare come se nulla fosse cambiato?

A.M.Calderazzi

QUANDO AMENDOLA TENTAVA DI RIABILITARE STALIN

Quarant’anni dopo la pubblicazione di A conquistare la rossa primavera (libro sottotitolato romanzo autobiografico) di Davide Lajolo (“Ulisse” come comandante partigiano), rileggo la Prefazione di Giorgio Amendola. L’ultimo paragrafo fa impressione. Dice: “Ugualmente schietto e sincero risuona (nella Resistenza -n.d.r.) il grido di Viva Stalin. I combattenti cadono al grido di Viva l’Italia e di Viva Stalin. La ristampa del libro di Ulisse ci permette di recuperare un linguaggio che era politico, non economicistico, era un linguaggio nazionale e internazionalista, che esprimeva la forza dei grandi ideali nazionali ed internazionalistici, di indipendenza e di pace, che guidarono i partigiani italiani. La critica a Stalin non deve fare dimenticare quello che egli allora rappresentava: l’URSS, l’Esercito sovietico, la vittoria di Stalingrado, la grande guerra patriottica del popolo russo e la coalizione antifascista mondiale”.

Quando il Partito comunista meritava, ad ogni modo otteneva, l’amicizia di molti che comunisti non erano, io ebbi alcuni contatti sia con Lajolo, sia con Amendola. Non condividevo il concetto, i fini e i metodi della Resistenza di cui i due erano stati protagonisti. Amendola aveva ordinato a Roma l’attentato di via Rasella, antefatto delle Fosse Ardeatine. Pensavo, e tuttora penso, che per via delle inesorabili rappresaglie germaniche i partigiani uccisero in tutta Europa più concittadini che tedeschi. Via Rasella resta per me un episodio terroristico, non la ‘azione di guerra’ che ai suoi autori fruttò lodi, medaglie, seggi parlamentari e altre ricompense di regime.

Tuttavia sia Lajolo che Amendola mi erano apparsi meritevoli della mia deferenza e simpatia. Ignoro ciò che pensassero di Stalin quando li incontrai, oltre un decennio dopo che il famoso Rapporto di Krusciov al XX Congresso del PCUS aveva rivelato i crimini di Stalin e lanciato la destalinizzazione. Mi chiedo che scriverebbe oggi il capo dei miglioristi del Pci sul feroce successore di Lenin. Si è arrivati a stimare a venti e più milioni le vittime dirette o indirette degli ordini di Stalin. Le vittime possono essere state meno, ma p.es. è oggettivo che non morirono di morte naturale virtualmente tutti gli artefici della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin a parte, più gli innumerevoli generali e gerarchi sacrificati nei grandi processi degli anni Trenta. Adolf Hitler spense meno vite di Stalin. Si oppone naturalmente che le circostanze erano diverse.

Lo erano, ma è difficile immaginare oggi un Lajolo o un Amendola che non ripudino il parossismo di delitti dell’uomo, Stalin, che contribuì in modo decisivo a uccidere l’idea comunista e a mobilitare durevolmente contro il comunismo i popoli che lo hanno sperimentato.

Giorgio Amendola suggellò la sua Prefazione sostenendo che “nel corso della Resistenza il popolo conquista la Patria e ne diviene la forza dirigente”. Ciò è naturalmente falso: il Pci e gli altri partiti dell’oligarchia cleptocratica divennero la forza dirigente. Lajolo non propone l’impostura del popolo vittorioso. Piuttosto un certo numero di volte addita le qualità e virtù dei comunisti, a quel tempo considerati schiera d’élite, falange di valorosi lottatori. In effetti i partigiani furono spesso eroi oltre che assassini. Lajolo menziona per esempio un suo zio operaio comunista di Alessandria, dove un bombardamento gli ha tolto la casa e l’unico figlio. Sostiene che lo zio operaio “lotta per attendere l’alba di un nuovo mondo”. Di un partigiano che ha avuto il braccio troncato riferisce le parole “Perdere un braccio è triste, ma sono un comunista e non ho paura”.

Ines ‘meravigliosa staffetta e telefonista partigiana che ha già sofferto la tortura dei fascisti e la prigionia’, chiama: “Il nemico ci piomba addosso da ogni lato, li ho a pochi passi. Non ho paura. Viva Stalin!” e chiude il telefono. Era assurdo che si chiamassero ‘combattenti per la libertà’ quei comunisti che inneggiavano a Stalin, arcinemico della libertà.

Ma torniamo ai (sobri) evviva di Lajolo. Entrati vittoriosi i partigiani a Torino, Ulisse nota: “Ci siamo incontrati con la classe operaia, con l’esercito possente della Fiat: Mirafiori, Lingotto, Spa, Fonderie. Ora mi accorgo che questo popolo condurrà avanti l’Italia”.

Un operaio di Mirafiori, padre di un caduto partigiano, risponde a Ulisse che cerca di consolarlo: “Non dirmi parola. Io capisco. Sono un partigiano della libertà da anni. Sono stato anche in carcere con Gramsci. Voi (della Resistenza) avete fatto avverare la profezia di Gramsci. Mentre eravamo trasferiti a un altro carcere vedemmo sfilare migliaia di giovani fascisti. Dissi a Gramsci che l’Italia di domani sarà fascista perché costoro hanno saputo avvelenarla nel sangue. E Gramsci, con voce calma: “Non sarà così. Dipenderà dal lavoro che sapremo fare. Quei giovani saranno con noi e ci aiuteranno a trasformare l’Italia”. Ne diceva e scriveva di balle, inutili quando non nocive, Antonio Gramsci!

Trascrivendo i non molti passaggi fideistici di Lajolo, il Viva Stalin della partigiana Ines è l’unico in cui mi sono imbattuto. Credo più a Ulisse che ad Amendola. Rivendicando la grandezza di Stalin il secondo esprimeva una fede avvelenata. Stalin fu, per numeri di assassinii, più spietato di Adolf Hitler. Oggi sappiamo che inneggiare a Stalin equivarrebbe a glorificare la ferocia in quanto categoria universale. I comunisti furono il nerbo e anche gli eroi di una causa sbagliata; pochi decenni l’hanno cancellata. Lajolo, più virtuoso dell’uomo che aveva voluto via Rasella, mentì a volte per amore.

Tacque, o non capì, che il sogno del comunismo fu spento già da Lenin, e assai più da Stalin. Lo ripropose menzogneramente la generazione di Gramsci e Togliatti; lo liquidò quella di Berlinguer e D’Alema; lo rinnegò in modo abietto Giorgio Napolitano, transfugo dal campo dei proletari a quello del New York Stock Exchange e dei droni di Obama.

A.M.C.

TROPPO BUONO IL MARX 2.O FRANCESE A CONTENTARSI DELLA DEMOCRAZIA

Uno che non abbia letto le 950 pagine de Il Capitale nel XXI secolo (titolo della traduzione italiana- Bompiani),e che non si proponga di farlo, in quanto poco attratto da alcuna rivisitazione di Karl Marx, sente l’obbligo di giustificarsi. Non si impegnerà sul pensiero di Thomas Piketty essendo convinto che la validità teorica di certi pensieri, persino sommi, sia di fatto irrilevante.

E’ invece decisivo capire chi porterebbe avanti in politica le teorie di Piketty. I precedenti fanno pensare che il braccio secolare del Maestro sarebbe, in Francia, il tradizionale progressismo a sinistra di Hollande: come a dire il quasi nulla. I precedenti sono, in particolare, che Piketty era stato consigliere economico di Ségolène Royal; e che, da presidente, Hollande si è rimangiato la promessa di una rivoluzione fiscale ampiamente ispirata alle proposte della Pikettynomics: “tassazione più progressiva non solo dei redditi, anche dei capitali; trattenute alla fonte; disincentivi alla ricchezza non guadagnata; controllo sul capitale”.

Dunque è verosimile che il marxismo XXI secolo sarà portato avanti dalla Gauche. Se così sarà, non avrà senso curarsene. Il sinistrismo alla Gauche, quello dei ‘diritti’ landinisti all’italiana, quello spagnolo del conato Zapatero, condannano all’insuccesso tutto ciò che toccano. Perché? Essenzialmente perché i sinistrismi sono sempre o insinceri o impotenti. Non sono credibili e non sono creduti. E’ fallito il comunismo serio, quello di Lenin e Stalin, dei Fronti popolari, delle grandi purghe e dei gulag; figuriamoci il gauchisme di Ségolène, Rodotà, Cuperlo, Camusso, di Sel e dei gruppuscoli che, come Il Manifesto, vivono un Avvento interminabile, l’attesa del ritorno del comunismo (versione terrazze romane/ombrelloni a Capalbio).

Nell’incipit abbiamo parlato di un generico “uno che non abbia letto, né intenda farlo, Il Capitale nel XXI secolo” . Volendo essere più specifici, tiriamo in ballo chi scrive questi mozziconi di righe. Costui sognerebbe misure più vicine ai gusti e ai criteri di Vo Nguyen (che come generale Giap umiliò la Francia e, infinitamente di più, gli USA) che alla linea di Piketty. Per riuscire, Giap si regolò all’opposto dell’economista, secondo il quale “la democrazia deve avere il controllo sul capitale”. La democrazia quale la conosciamo è, per il tedio e la diffidenza che ispira, certezza di insuccesso. La democrazia è, per esempio quella cosa per cui non si possono sbocconcellare di un decimo, a termini di diritti acquisiti, i più osceni tra i vitalizi dei nostri cleptocrati. Oppure scongiurare l’aumento della corruzione. Il metodo di Giap, più che sbocconcellare, cancellerabbe in toto i vitalizi, tranne quelli dei poveri assoluti. Meglio: Giap, che non si curava di democrazia, associerebbe cleptocrati ed ereditiere ai campi di rieducazione.

Dire male di questa democrazia è, come nel 1530 il fiorentino Francesco Ferrucci contestò a Fabrizio Maramaldo, “uccidere un morto”. Un morto è la democrazia che piace a Piketty, se vuole darle il controllo del capitale. Lungi dal vostro scribacchiante voler difendere il capitale: è questa democrazia che non merita di controllare alcunchè. Il montare delle disuguaglianze, l’immanità delle fortune ereditate o apertamente colpevoli sono consustanziali alla democrazia elettorale-partitica: consustanziali non solo agli Stock Exchanges di Londra e di New York, anche di dovunque si blateri di democrazia.

I controlli sul capitale che Piketty invoca, affidiamoli a Giap. Quelli operati dalla democrazia li conosciamo: alle ereditiere piacciono, e i tycoons con la mansion nel Connecticut non si lamentano.

Anthony Cobeinsy

MERITANO I CANUTS E I WEBER DELL’OTTOCENTO. I NOSTRI CASSINTEGRATI, NO

Siamo abituati a pensare i due mesi di stragi della Comune parigina, nel 1871, come la prima rivoluzione ‘bolscevica’ della storia: nell’ultima settimana le vittime furono 17 mila, 30 mila secondo altre stime. Le corti marziali condannarono duramente 35 mila persone, di cui almeno tremila alla deportazione nei bagni penali come la Cayenna. In tutto centomila morti, compreso l’arcivescovo di Parigi.

E invece la Comune non aprì l’era delle insurrezioni proletarie moderne. Quarant’anni prima furono i canuts, gli operai che a Lione tessevano la seta azionando a mano i telai del tempo, che alzarono nel sangue la bandiera della lotta di classe. Nel 1815 prendevano cento soldi al giorno. Nel 1830, diciotto. La concorrenza aveva colpito duro i produttori, ma per le famiglie dei tessitori era la fame vera. “Ora sono le fluttuazioni commerciali a regolare i destini del mondo” constatò uno scrittore dell’epoca. “I barbari che ci minacciano non sono nel Caucaso né nelle steppe tartare, ma nei nostri sobborghi manufatturieri. Privata di commercio, la nostra società è votata alla morte”.

I canuts si impadronirono brevemente della città, ma la rivolta fu schiacciata ferocemente.  E in seguito si costruirono attorno alla città tre grossi forti, anzi tre Bastiglie, per future repressioni.

Ebbene, anche se nell’Anti-Duering  Friedrich Engels scrisse che Lione aveva fatto la prima insurrezione operaia della storia (congiuntamente alla lotta dei cartisti britannici), persino gli storici sovietici si curarono poco dell’epopea lionese. Una Storia della Francia pubblicata in URSS nel 1973 dedicò alla Comune parigina 63 pagine, solo 2 al tentativo rivoluzionario di Lione.

Non dimenticò i tessitori della sua terra Gerhart Hauptmann, il grande scrittore e drammaturgo slesiano (1862-1946) cui nel 1912 andò il premio Nobel per la letteratura:  soprattutto per la tragedia  Die Weber ( I Tessitori) sulla rivolta dei lavoratori tessili  slesiani nel 1844, tredici anni dopo quella dei canuts. Anche questa insurrezione fu spenta nel sangue. Nel nome della verità naturalista, la prima stesura del dramma fu nel dialetto slesiano; il testo tedesco venne in seguito. Non per niente Hauptmann divenne con questo lavoro il bardo moderno della Germania. Esaltato anche dal regime nazista, quantunque il Nostro non fosse nazista. Signal,  rivista della propaganda hitleriana, non esaltava solo le grandi vittorie della Wehrmacht. Presentava con venerazione la casa slesiana dove il drammaturgo viveva prima dell’apocalisse del 1945.

Non sappiamo istituire confronti quantitativi tra la miseria e le tubercolosi dei Weber e quelle dei canuts, che in quindici anni avevano perso l’82% del salario. All’epoca il Welfare State non albeggiava. A Lione non era cominciata la socialità, modesta ma non irrilevante, di Napoleone III, sovrano che non chiudeva gli occhi sulla brutalità della industrializzazione. In Germania non era sorto l’astro di Otto von Bismarck, il quale si sarebbe fatto convincere da Ferdinand Lassalle a istituire la sicurezza sociale. L’aspro Junker prussiano non si inteneriva per gli umili. Però era il politico superiore a tutti, e faceva la cosa giusta.

Sono passati 170 anni dal dramma dei tessitori slesiani. Oggi nessun Weber che abbia voluto manca di una o più case di villeggiatura. Se non è alle prime armi ha la grossa berlina da viaggio, i figli laureati/diplomati, è partecipe o cogestore della sua fabbrica; la società lo protegge contro tutte le sventure che non siano senza rimedio. A Lione va un po’ meno bene, ma anche i canuts d’oggi sono privilegiati.

Da noi è quasi impossibile solidarizzare con le maestranze iper-organizzate che sono il ferro di lancia della mega-lobby dei lavoratori. E’ anche colpa loro se lo Stivale non ha la cogestione. Oppure se, stremata da un cassa integrazione che può arrivare al decennio, l’Italia non sussidia affatto le famiglie senza reddito. Esse sono i canuts e i weber atterriti del nostro tempo. Solo con loro vogliamo solidarizzare. Coi cassintegrati di lungo corso, no.

Nelle situazioni insanabili si vendano le case microborghesi con cantinetta, garage e mutuo. Facciano a meno degli sport costosi, di fumare e di rimpiangere le vacche grasse. Se le loro fabbriche sono al capolinea, insidiate o soppiantate da metà del globo, non facciano ridere coi cartelli ‘L’acciaio (o l’alluminio, o il volo balneare  per la Sardegna) non si tocca’. Concentrino lo sforzo sull’ottenere per le famiglie 700 euro al mese -veri, per tutto il tempo che servono e a carico dei soli alti redditi. Vadano a vivere in co-housing, condividano l’auto (una sola, non una per ogni membro adulto della famiglia)  con altri del condominio. Entrino nello stile di vita dell’avvenire: si può campare con parecchio meno che negli anni Novanta.

E si informino  su come andava ai canuts e ai weber di un tempo.

A.M.C.

MARX NON TORNERA’

UNA VIA DI SALVEZZA III

Richiami e invocazioni al Rivoluzionario di Treviri si fanno frequenti, e non è un buon segno: vuol dire che mancano idee nuove. Tuttavia questi richiami attestano che il vento sta cambiando; che il liberismo è parecchio meno perenne del bronzo; che forse non moriremo servi della gleba  mercatista/consumista. I nostalgici non si illudano che un imperatore Giuliano l’Apostata faccia risorgere il credo marxista, fatto di idoli e di falsi dei. Non si illudano nemmeno i tomisti del liberal-capitalismo.

Nel numero scorso di ‘Internauta’ (settembre) l’articolo “Se i ricchi non sborsano tornerà la lotta di classe” di Franco Soglian ha segnalato in dettaglio l’incisivo intervento su ‘Die Zeit’ di Uwe Jean Heuser, un liberale che sottolinea la sua estraneità al campo sinistrista: “Tenere duro su alti salari e più welfare porterebbe presto alla disoccupazione di massa”. Orbene Heuser avverte che “si riaccende la lotta di classe” e che i ricchi e i benestanti dovranno pagare parecchie più tasse. Heuser è categorico: i governi salvano le banche per difendere i patrimoni privati, ma “l’Occidente non può uscire dalla crisi mantenendo inalterato il sistema col quale è precipitato. Mai i paesi ricchi erano stati malmessi come oggi (…) Quando i conservatori cominciano a dubitare, qualcosa sta per accadere. Quando i ricchi raddoppiano i loro redditi, anche la democrazia è in pericolo. La sinistra ha dunque ragione?  No, o meglio solo in parte.”

Per Heuser “una grande ondata redistributiva investirà l’Occidente”. Tassare sensibilmente di più in alto sarà la via obbligata. Estremamente significativa la precisazione: “La sinistra ha solo qualche ragione. Per tassare i ricchi non abbiamo bisogno delle sinistre”.  (Se ci fosse tale bisogno, aggiungo io, i ricchi dormirebbero sonni tranquilli. Oggi le sinistre non realizzano più alcunché di importante. Quanti  prendono sul serio chi non è credibile?).

Forse sessantasei anni di trionfi del danarismo volgono alla fine. In particolare è il momento di chiudere un ventennio di festeggiamenti per la morte del comunismo come potere e come idea. Il comunismo è certamente defunto, ma qualcosa di meno feroce prenderà il suo posto come antagonista dell’egemonia dei soldi. Troppi tonfi borsistici, troppi downgrades, troppi dubbi sull’euro, sull’Europa, su un sistema che si credeva vittorioso per sempre, sulla crescita. Nell’immediato è la non-crescita a suscitare sgomento tra i conservatori, misto a una rabbiosa volontà di reagire. Si vedrà quanto fortunata.

Qualche rianimazione della crescita è possibile ma non sarà né generale né impetuosa sulla distanza. Ormai l’imperativo epocale è la decrescita. Il mondo occidentale si è sviluppato troppo; è ora di avviare lo sviluppo negativo. Due-tre generazioni fa il nostro Stivale era soprattutto abitato da poveri e da gentarella, ora pullula di Suv, barche e futili centri benessere. La retribuzione più alta era qualche decina di volte la più bassa, oggi è qualche centinaia di volte. Tutto ciò è pessimo:  si fermi ed arretri. Non tanto perché lo sviluppo ha devastato il pianeta. Il lago Aral, quarto al mondo, vasto come Piemonte Liguria Lombardia Trentino-Alto Adige insieme, è sparito all’85%: ucciso dall’uomo, soprattutto per produrre cotone ed altro, cioè per dare pane e benessere. Ma le nuove forze dell’economia globale non consentiranno più la perpetuazione del benessere occidentale.

Gli economisti, i politici, gli imprenditori, i sindacalisti del capitalismo ululano alla Luna la loro fame di crescita. Invece col tempo avremo una decrescita che giocoforza abbasserà l’occupazione e il benessere. Le difese del liberismo saranno soverchiate. Si imporrà un nuovo comunitarismo che garantisca il minimo vitale a tutti. Non sarà un collettivismo marxista e non sarà gestito dalle sinistre che conosciamo. Queste ultime, miniaturizzate, svolgeranno ruoli di nicchia.

Nascerà un settore di aggregazioni cooperative funzionali alla cogestione tra capitale e lavoro, lavoro ispirato anche a ideali solidali, antiedonistici, anticonsumistici. Sarà il socialismo egualitario dei kibbuz e dei monaci che prosciugavano le paludi (v. in questo numero “Guild Socialism contro le disfatte moderne dell’equità”).

Le sfere di libertà non potranno non ridursi. La disciplina dovrà prevalere sui diritti. Una comunità generale dalla forza indiscussa dovrà poter espropriare i redditi alti a favore dei senza reddito; e poter fissare, anche con le leggi suntuarie, regole che riducano i divari delle condizioni e i consumi. Sarà populismo? pauperismo? moralismo? Sì, anche.

A quel punto è evidente che il suffragio universale, il parlamentarismo, le Costituzioni liberali non reggeranno alle sfide. L’accoppiata capitalismo-democrazia elettorale ha allargato i divari invece di livellarli, da noi e più ancora negli USA, Eden della demoplutocrazia. Ma a questo paradosso generale si sono aggiunti in Italia paradossi particolari. Per esempio è lunare che lo Stivale, politicamente strutturato da una Costituzione osannata a vanvera, sia incapacitato a licenziare un governante che si è fatto sultano al tempo stesso dispotico e impotente a governare. Ci sarebbero le condizioni perché un Ataturk energico e noncurante della Costituzione deponesse agevolmente il sultano uscito di testa. L”esperienza di due o tre repubbliche insegna che il processo politico demo-pluto-cleptocratico non sa guarire le sue patologie.

A.M.C.

IL TOGLIATTISMO PRECORSE L’ETICA BERLUSCONIANA?

Solo un’ipotesi di lavoro. Il berlusconismo è un assetto segnato, oltre che dal leader carismatico, da un sistema di potere diffuso, da un ampio conformismo, da una struttura di  gravi disvalori. Ma tra il 1944 (rientro dall’Urss di Palmiro Togliatti), il 1964 (sua morte a Jalta) e il crollo della Prima repubblica la nostra sinistra ha conosciuto un leader carismatico, il Migliore; un sistema di potere diffuso; un pesante conformismo; una struttura di disvalori che il tempo, cioè la storia. ha messo duramente a nudo.

Ecco un’enunciazione a caso degli ideali di Togliatti. L’ilarità che la sua lettura suscita oggi, superiore allo sdegno, non può mascherare l’infamia dei principi affermati.  Nell’ottobre-novembre 1936 il n.10-11 de ‘L’Internationale Communiste’ recava l’articolo “Gli insegnamenti del processo di Mosca”: “E’ perché l’Unione Sovietica è il paese della democrazia più conseguente, dove i privilegi di classe sono stati distrutti, che i partiti estremisti della reazione e della guerra concentrano contro l’Unione Sovietica gli attacchi furiosi della loro stampa, si sforzano di distruggere la sua autorità sempre crescente, servendosi dei mezzi più ignobili e loschi. I banditi terroristi, smascherati grazie alla vigilanza degli organi di sicurezza dello stato proletario e annientati dalla giustizia proletaria, non furono altro che lo strumento della lotta disperata diretta dai fascisti contro l’Urss”. I banditi terroristi sono i trotzskisti  e i zinovievisti. “Qual è l’operaio, qual è l’amico sincero della libertà e della pace, che non capisce ciò che avrebbe significato per tutta l’umanità la realizzazione dei piani criminali di Trotski e degli altri banditi? La restaurazione del capitalismo in Russia! Coloro che hanno smascherato e annientato i banditi terroristi si sono resi benemeriti di fronte all’umanità intera. Il processo di Mosca è stato un atto di difesa della democrazia, della pace, del socialismo, della rivoluzione”.

“Ora, vi sono taluni che hanno osato parlare in difesa dei banditi terroristi, che hanno reclamato per essi delle ‘garanzie giuridiche’, che hanno tentato di strapparli alla condanna meritata che tutto il popolo esigeva contro di essi. Delle garanzie giuridiche? Non esiste al mondo che un solo tribunale il quale offra una garanzia assoluta di equità: è il tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, che ha soppresso le radici di tutte le ingiustizie. Le masse operaie comprendono le necessità che impone la lotta internazionale del proletariato. Capiscono che la resistenza dei residui delle classi privilegiate sconfitte e distrutte assume forme particolarmente disperate, proprio quando le vittorie della classe operaia rendono inevitabile la loro definitiva scomparsa”.

La firma sotto queste affermazioni non era di un qualsiasi funzionario del Comintern, ma di uno dei suoi massimi esponenti, Palmiro Togliatti capo del Pci, prossimo a diventare il fiduciario di Stalin nella guerra di Spagna, e poi fino all’ultimo il luogotenente forse più vicino allo Zeus del comunismo mondiale. A Stalin si attribuiscono alcuni milioni di morti. Fece ammazzare in particolare tutti i capi della Rivoluzione d’Ottobre e numeri altissimi di dirigenti, di militanti russi e stranieri, di ufficiali dell’Armata Rossa compreso il suo capo, maresciallo Tuchaceskij. I processi di Mosca furono solo una delle molte stagioni del Terrore staliniano, chiuso, entro certi limiti, solo dalla morte del Generalissimo.

Lo stesso Togliatti che nel 1936 esaltava l’annientamento degli avversari ad opera del “tribunale proletario, opera giuridica della rivoluzione, l’unica corte al mondo che offra una garanzia assoluta di equità” è l’appena insediato ministro del governo Badoglio a Salerno il quale, pochi giorni dopo l’assassinio (Firenze, 15 aprile 1944) di Giovanni Gentile, scrisse sulla ‘Unità’ di  Napoli una nota in cui definiva il filosofo ‘traditore volgarissimo’, ‘bandito politico’, ‘camorrista’, ‘corruttore di tutta la vita intellettuale italiana’, “Parlando di Giovanni Gentile, condannato a morte dai patrioti italiani e giustiziato cone traditore della patria, non riesco a prendere il tono untuoso di chi, facendo il necrologio di una canaglia, dissimula il suo pensiero e la verità col pretesto del rispetto ai morti”.

Togliatti, ha osservato in proposito l’amb. Sergio Romano, non si limitò a questo. Affinché il suo giudizio su Giovanni Gentile divenisse il giudizio della cultura comunista, egli volle che ‘Rinascita’ pubblicasse un articolo di Concetto Marchesi preceduto da una nota intitolata ‘Sentenza di morte’: l’articolo elogiava la sentenza “eseguita da giovani generosi. Per volere ed eroismo di popolo, giustizia è stata fatta”. L’eroismo di popolo si spinse a chiedere al filosofo, che rientrava a casa senza scorta, ‘Lei è Giovanni Gentile?’ Alla risposta, la giustizia proletaria del Gap fiorentino  ‘annientò’. Peccato che Enzo Enriques Agnoletti, a nome del CLN fiorentino, condannò senza mezzi termini l’uccisione di un filosofo insigne il quale si era ripetutamente adoperato a favore di avversari del fascismo morente.

Lo stile maramaldesco con cui Togliatti inneggiò al crimine di Firenze rafforza la sua immagine  quale uno dei massimi luogotenenti e sicari di Stalin in Italia, Spagna e altrove. Quasi un vice-Stalin fuori dell’Urss. Sergio Romano rimarcò che nella stessa primavera del 1944 Togliatti aggiunse un’azione “non meno brutale e spregiudicata” contro Benedetto Croce. “Brutalità e spregiudicatezza erano necessarie al disegno di Togliatti, perché dall’idealismo gentiliano e crociano si apprestava a recuperare materiali importanti per la variante italiana del marxismo-leninismo”. Quanto a brutalità l’uomo di Arcore, pur così lestofante, non è stato all’altezza del Precursore.

L’ex-ambasciatore a Mosca, naturalmente, sbagliava a considerare il comunismo stalinista una cosa del passato. Dimenticava che i popoli dell’Urss e dell’intero campo socialista planetario vivono un acerbo rimpianto del comunismo stalinista, di cui Togliatti fu quasi numero Due. E che alla prima occasione tenteranno di restaurare il regno della rivoluzione proletaria, munito di giustizia annientatrice come a Mosca nel 1936 e a Firenze nel ’44.

A partire dal secondo gabinetto De Gasperi,  Togliatti non fu più ministro (della Giustizia: non era stato un’autorità in materia di giustizia proletaria e di processi benemeriti?) ma il suo potere persino aumentò. Sistemò migliaia di suoi e sue nella cosa pubblica, facendo in modo che ci restassero in grande nei 47 anni che seguirono la sua morte a Jalta. Lo spirito/carisma del Migliore aleggia ancora sui massimi palazzi della Repubblica: non uno escluso.

Togliatti non dimenticò la sua signorile compagna Leonilde Iotti. Deputata alla Costituente a 26 anni (1946) e poi sempre rieletta, in totale 53 anni di carica, fino all’anno della morte (record assoluto); presidente della Camera tra il 1979 e il ’92, riverita da ogni parte quale First Vedova e come Signora della Politica. Nei nostri giorni di odii alla Casta, Nilde sarebbe un caso estremo di conflitto d’interessi, baronato, familismo, ecc.

Ma, per tornare al nostro incipit, quanti suoi e sue non ha innalzato l’Integerrimo da Arcore?

A.M.C.

PRESENTE AMARO

Un editoriale recente di G. Galli della Loggia ha descritto così l’errore che ha perduto il comunismo sovietico: non l’oppressione e il terrore ma “il credere che nel mondo ci fosse spazio per qualcosa di diverso dal capitalismo. Se l’Urss avesse mantenuto i Gulag e il Kgb ma lasciato perdere l’abolizione della proprietà privata, la bandiera rossa sventolerebbe ancora sul Cremlino”. Intanto non è vero che il mondo sia condannato senza remissione al capitalismo; e non è sicuro che il comunismo sovietico sarebbe caduto anche se non avesse praticato il terrore.

Ad ogni modo, stando alla logica del Nostro, il comunismo cinese -che non appare intento a ‘trovare spazio per qualcosa di diverso dal capitalismo’- non dovrebbe finire male. Eppure Galli della Loggia denuncia con asprezza l’oppressione praticata dal “comunismo di mercato” di Pechino. Essa non serve, di fatto, ai fini di quella sopravvivenza di cui i sovietici, arroganti ma ingenui, non sono stati capaci?

Sempre negli scorsi giorni Piero Ostellino ha lamentato che la crisi del berlusconismo stia producendo anche la tacita espulsione del pensiero liberale dal linguaggio politico e giornalistico (ma il berlusconismo, chiediamo, non è anche riproposta liberista-liberale?). Ad ogni modo, secondo Ostellino, dopo il tragico secolo dei totalitarismi i principi e i comportamenti liberali dovrebbero essere recepiti dalla storia una volta per tutte; invece “ci si vuole prendere la rivincita su un pensiero al quale si devono le libertà e il progresso di cui godiamo. Si vuole azzerare tutto per ricominciare da capo con una regressione nella teologia (sociale ed economica) medievale”.

Bravo Ostellino: senza volerlo ci addita la via. Se ciò che abbiamo avuto per tre secoli è stato un procedere verso queste libertà e questo progresso, meglio invertire la marcia, meglio riscoprire il Medioevo come fece, impetuosamente e con risultati grandiosi, il Romanticismo. Non c’è bisogno di dimostrare che la modernità non è tutta valore, tutta ascensione verso l’alto. Per non atrofizzarsi, i fori interiori, le coscienze, hanno bisogno ad intermittenza di ripiegamenti, di ritorni al passato. Poco male se il moto trisecolare verso il ‘progresso’ qua e là si ferma.

Teologia medievale, biasima Ostellino. Why not. Il Medioevo fu una delle grandi età dell’uomo, vissuta da menti pari alla sua, alla nostra. Altrettanta luce d’intelligenza quanta oggi. E veniamo al punto: fu ‘teologia medievale’ il comunitarismo, egualitario disciplinato e solidale, fiorito nei cenobi a partire da poco meno di un millennio e mezzo fa. La regola monastica faceva gli uomini eguali. Tutti mangiavano, indossavano, godevano o subivano ciò che passava il convento.

L’insopportabile mondo in cui viviamo, il mondo che idolatra il denaro, il successo, i consumi e le diseguaglianze che denaro successo e consumi generano, avrebbe giusto bisogno di un immenso lavacro, di un ideale ritorno alla ‘teologia medievale’ di Ostellino. La salvezza è una cosa seria. Senza salvezza, per definizione, c’è la fine. Se il futuro immaginabile ha più promesse per le macchine, per il Web e per il denaro che per l’uomo, come non cercare nel passato?

I divari nelle condizioni diventano baratri. E’ certo che nessuno dei valori moderni può ridurli:  i giochi del capitalismo e della modernità hanno regolamenti inflessibili; il comunismo è mancato a tutte le sue promesse. Dunque il solidarismo dei monaci medievali, un collettivismo estremo ma libero, è -con buona pace degli ultimi liberali- un paradigma ideale per il nostro tempo. In purezza irraggiungibile, ma prezioso come modello e come lievito. Inoltre, risultate vane e anche ridicole le lotte del sindacalismo antagonista, riemerge vendicato l’ipervilipeso corporativismo fondato sugli organismi d’arbitrato nei quali padroni e operai sono pari.

Recuperare alcune creazioni del passato è il solo antidoto al veleno ipercapitalista; altri non se ne conoscono. La redenzione di un capitalismo che si fa sempre più illogico e torbido verrà dal ripensamento di  categorie che credevamo confutate dal  Rinascimento edonista e dall’Illuminismo dei cinici.

Non sarà regressione, la riscoperta della “teologia medievale”. Sarà avanzamento e salvezza. Regressione sarà rassegnarci al pensiero e alle pratiche di un turbocapitalismo fatto di miserabili Suv per gli intonachisti, di supercompensi pari a  interi Pil  subsahariani per gli alti manager, tanto spesso artefici di fiaschi.

Il denaro si è fatto dominus di tutto, ma molte altre signorie e dominazioni sono cadute. Potrà cadere anche questa che uccide l’anima. Il sistema -gli idoli del capitalismo- attende una bonifica integrale alla Agro Pontino, per la quale le formule moderne non esistono. Esistono alcune -sobrietà, condivisione, volontariato caritatevole- finora oggetto di scherno in quanto inventate nel Medioevo, e dunque né laiche né progressiste.           

l’Ussita

In quest of an anthropological mutation

Richard Sennett is a renowned American sociologist who happens to be a leftist and the heir of a number of militant Communists. In 1936 his father went to Spain to fight the Francoist insurgents against the almost Communist Republic. Recently professor Sennett gave to an Italian Communist paper an extended interview at the London School of Economics. The core was: the international crisis will worsen soon because the ‘financial capitalism’ which started it is as unwinnable as the medieval Black Death. At being asked, what would he do to fight modern day’s Black Death, Sennett answered “I would nationalize the whole banking sector”.

Now, nobody can doubt an LSE academic’s capacity to obey to at least some logic. It’s therefore clear: Sennett implies that a true revolution would be necessary so that a strong government is able to nationalize the whole financial sector. Who will ever launch said revolution, after so many centuries of unsuccessful tries at the hegemony of money? Better, one and half century after Marx’ Manifesto and almost a century after the apparent victory of Lenin’s revolution?

Nowadays (when the typical compensation of a fair-size corporation is 500 times the one of a salaryperson, and when in special cases said compensation can be many thousand times the one of the lowest-paid, the prospect of any serious mitigation of such iniquities are chimerical) is any hope chimerical?

My answer- the calls to revolution, even to reasonable changes, come from the totally wrong persons. They come from the usual leftist intellectuals, politicians, journalists, film directors and actors. History has taken almost any credibility from this sort of people. When they speak or write, they may look or sound right. They may even be right. But most people, i.e. entire societies or masses, do not set value on them.
So, a completely different race or breed of humans is needed so that a new tiding or faith is announced. Modern history forbids that a better conception of associated existence may be called socialism. A new name must be found. Let’s temporarily call it semisocialism.

A true anthropological mutation is mandatory so that a different social ideal is conceived, a mutation away from the traditional leftist-progressive type. The missionary of a better faith than capitalism will not be the professional and the ambitious; but the Idealist, the Operator of Good. Aiming at a less-capitalist society, we must look at different purveyors of models, ideas, ends and means. If we don’t do this, we’ll die the victims of hypercapitalism. Leftists are on the payroll of conservation. A surgeon for the poor, a compassionate nurse, yes. Smart lawyers, committed literati, shrewd congressmen, no.

A.M.C.
da Daily Babel

RODOLFO MONDOLFO, NOSTRO RIFERIMENTO

Tra le malattie che hanno ucciso l’idea socialista e quella comunista primeggiano la voracità ladra degli appaltatori della prima, la ferocia dei gestori della seconda. Sapere questo non spegne il rimpianto di quando esistevano alternative all’ipercapitalismo, oggi esso stesso in cattiva salute.

Come ci disgustano, da una parte, la disonestà e disinvoltura del craxismo, del felipismo spagnolo, del blairismo, e dall’altra l’arroganza, il settarismo, l’inumanità, l’autolesionismo praticati da Lenin a Togliatti, da Thorez e dalla Ibarruri a moltitudini di intellettuali opportunisti, così ci cresce dentro l’ammirazione per le grandi figure del socialismo umanitario. Primo, Rodolfo Mondolfo il cui magistero abbiamo evocato nelle poche righe di presentazione di “Internauta”, un mese fa.

Col fratello Ugo Guido, anch’egli lavoratore nella vigna di Critica Sociale, Rodolfo ebbe la grandezza di contrapporsi immediatamente ai campioni del marxismo autodistruttivo: non solo Lenin e Stalin, anche il falso profeta Gramsci e il serpino Togliatti, poi i centomila sicofanti che schernivano il socialismo etico dai caffè di St.Germain, dalle terrazze romane, dalle tavole rotonde e dai teleschermi del sinistrismo insincero. Nel 1920 Gramsci rimproverava a Mondolfo che il suo amore per la rivoluzione fosse ‘grammaticale’ e irrideva alla ‘pedanteria professorale e pantofolaia che pretendeva di fissare limiti alle rivoluzioni’. Non avrebbe scritto, il fondatore de “L’Unità”, che il partito comunista doveva “prendere il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico”; così allineandosi a Stalin e a Zdanov?

Decenni dopo il tardobolscevico di rito milanese Lelio Basso sosteneva ancora che la causa primordiale della dittatura leninista-stalinista era stata ‘la minaccia di schiacciamento’ da parte delle potenze capitaliste, non il feroce imbarbarimento del Partito e la sua ‘funzione dominatrice’ sulle masse. Per quasi un secolo gli intellettuali ‘di tendenza’ (compresi i tanti che si erano adattati assai bene al fascismo) avevano insultato gli assertori alla Mondolfo di un socialismo per l’uomo, non per il Partito. E insultarono ancora quando, morto Stalin, il sistema moscovita continuò a stroncare con le armi a Poznan a Berlino a Praga a Budapest la velleità delle masse di rivendicare le loro esigenze reali.

L’uomo-Comintern Palmiro Togliatti pontificò che nel campo sovietico esistevano . Legioni di scrittori pittori registi di casa nostra inneggiarono a tali ridicole fandonie e vituperarono le invocazioni umanistiche di ogni possibile Mondolfo.

Conosciamo la fine ignobile/grottesca del comunismo. Peraltro ai combattenti dell’ideale si può addebitare di non aver capito fino a che punto il trionfo del capitalismo avrebbe fatto turpe l’anima ai socialisti. Non era mai accaduto che i portatori di una grande causa si trasformassero così fulmineamente in corruttori e in ladri. Forse i boys di Craxi e di Felipe Gonzales non furono più ladri di tanti luogotenenti di Aznar e Berlusconi; ma almeno questi due ultimi condottieri dell’ipercapitalismo non avevano e non hanno alcun obbligo di moralità. E nemmeno ne ha Tony Blair con la sua ricchezza spudorata e la sua livrea di casa Bush-Cheney. I Mondolfo, i Kautsky, gli Otto Bauer non seppero misurare né la forza corruttrice del benessere consumistico, né la tenuità etica di molti che si dicevano socialisti. Ed ecco Fernando Savater, brillante intellettuale spagnolo, rivendicare oggi (come il Niccolò Machiavelli ammiratore di Cesare Borgia): “I politici non hanno bisogno della morale”.

Oggi ‘socialista’ è una parola da non pronunciare a tavola. Semmai si potrà parlare di ‘semisocialism’ o ‘halbsozialismus’, evitando la lingua italiana e quella spagnola. Resta, anzi grandeggia, la dignità del comunismo umanistico additato dal visionario-realista Rodolfo Mondolfo. Per questo andremo ripubblicando qualche scritto antico di quest’ultimo. La nostra sodale Laura Lovisetti Fuà, nipote dei fratelli Mondolfo, ci ha passato alcune loro vecchie carte.

Nato a Senigallia nel 1877, il ventiquattrenne Rodolfo Mondolfo insegnava la storia della filosofia all’università di Torino, dove restò quattordici anni. Fu poi professore a Bologna 24 anni, in Argentina 12. Morì lì nel 1976. Negò l’imperante interpretazione materialistica del marxismo, che egli invece caratterizzò come filosofia attivistica e umanistica. Questa concezione liberale mise al centro di opere quali Il materialismo storico in F. Engels, di un secolo fa, e Sulle orme di Marx, del 1919. Nella filosofia antica rilevò, al di là degli schemi tradizionali, problemi e intuizioni del mondo contemporaneo.

Già nel 1919, poco più di dodici mesi dall’Ottobre rosso, Mondolfo vide con chiarezza inesorabile che il comunismo non poteva che essere dittatura, della classe dominante non del proletariato; e che sarebbe stato odiato e abbattuto dal popolo, anzi dai popoli. Si pensi a quella forma esasperata che fu il maoismo della Rivoluzione culturale. In Cina ha avuto luogo, per reazione, la più gigantesca palingenesi della storia: dalla persecuzione di chi, contadino possessore di un bue o professore di politecnico, era un ‘capitalista da schiacciare’, all’apoteosi finanziaria di oggi, che la Cina è arbitra della solvibilità dell’America sua debitrice. Anche questo era nell’analisi-profezia di Rodolfo Mondolfo.

Vivesse oggi, il loico veggente di Senigallia, forse saprebbe dirci se moriremo di ipercapitalismo. Forse ci insegnerebbe come riproporre una prospettiva di disincantata socialità, dopo 170 anni di errori e di tradimenti che hanno stracciato il concetto stesso di sinistra. Nei suoi limiti, la dottrina sociale di Leone XIII è sopravvissuta ben meglio del marxismo-leninismo trionfatore a chiacchiere, anzi a menzogne.

A.M.C.