IL REGIME BOCCHEGGIAVA MA LO SALVA LA PENSATA DI RE GIORGIO&RENZI

Per un tot di settimane e mesi, magari anni, il marasma preagonico del sistema risulterà fermato, persino mai cominciato. Trovato a giorni il Novello Sire, i giornaloni alla testa di tutti i media intoneranno Te Deum esultanti. Sembravamo perduti, invece abbiamo imboccato la strada della salvezza. Ce l’ha aperta un’idea di Quei Due: la repubblica ha tediato, semi-restauriamo il Regno.  Saldiamo il ciclo repubblicano a quello sabaudo della nostra storia; amalgamiamo la Più Bella delle costituzioni allo Statuto Albertino. Si fa una continuità ragguardevole, 167 anni. Il Risorgimento idolatrato dai nostri nonni più la belluina audacia della Resistenza, più le conquiste dei cassintegrati. 167 anni unificati sotto il bianco Stellone d’Italia.

Sorto monarchico (J’attends mon astre  fu antica divisa sabauda), lo Stellone -ricordiamolo- è nello stemma della Repubblica. Quest’ultimo non dovremo nemmeno cambiarlo, salvo ritocchi, se ufficialmente torneremo a Carlo Alberto (‘Anch’egli è morto, Dio, per l’Italia’  poetòCarducci). Di Statuti albertini ne avemmo addirittura due: il primo,  che Carlo Alberto  aveva octroyé da reggente di Sardegna, fu cancellato con sdegno da re Carlo Felice. Internauta ne celebrerà il bicentenario nel 2021.

Nessuna torsione eversiva in questa ricostruzione della nostra vicenda nazionale. Semplicemente Re Giorgio&Renzi profittano della lungimiranza dei padri e nonni Costituenti. Quelli avevano previsto che dopo settant’anni  lo Stivale non ne avrebbe potuto più dei partiti usurpatori e ladri della Casta; pertanto i loro giuristi scrissero una Costituzione manomorta, immodificabile, immarcescibile, ma pensata in modo da non farci correre il rischio di qualche correzione e novità. La Carta manomorta ha questo di provvidenziale: il popolo non sopporta più i politici che elegge (peggio per lui che li elegge, sapendoli farabutti e Proci), ma il congegno consente che essi governino senza consenso, contro il popolo.

Tale congegno, quasi il top della stabilità/governabilità, è stato testato con risultati lusinghieri nel biennio finale di Napolitano: al Paese, alla Plebe inferocita, si sono dati in pasto tre governi-kamikaze (Silvio-Monti-Letta) per poi insediarne un quarto senza confronti più gradevole, elettrizzante per chi volesse novità e rassicurante per chi le rifiutasse. Un’operazione degna del ‘connubio’ Cavour-Rattazzi (1853), premessa e anticamera  dell’Unità.

Renzi è lo statista occidentale che ha fatto più strada quasi senza  muoversi di un passo. Riforme una più clamorosa dell’altra, però impercettibili. Bizzeffe di innovazioni virtuali senza toccare una virgola della Costituzione; piuttosto valorizzando le prerogative monarchiche del Quirinale. Che c’è di strano o di male? Nel 1789 alcuni Fondatori cercarono sul serio di proclamare George Washington re degli Stati Uniti.

Tra un certo numero di giorni il connubio Renzi-re Giorgio verrà hopefully  allungato di sette anni. Colui/colei che salirà al trono sarà proclamato Risorsa della Patria, e per un po’ il Paese si calmerà. I media descriveranno la Risorsa come il compendio di quasi tutte le virtù, tempra, sapienza, calore umano, congenialità agli intonachisti come alle élites. Molti italiani patriottici alla Aldo Cazzullo riscopriranno lo Stellone ingiustamente dimenticato, così come nella limitrofa Francia è tornata di moda Marianna, giovane dea repubblicana, patrona tra l’altro dei vignettisti blasfemi e dei transgender del globo.

Il presupposto di sviluppi così costruttivi: la Casta si è ricompattata, superando le sue divisioni. La mano ferma e la moral suasion  le ha messe re Giorgio, il resto l’ha conferito Renzi. Minacciando di smantellare non tutto ma molto, poi non smantellando niente, Renzi ha rafforzato gli ormeggi e riparato le falle del traghetto “La Casta”. Ora galleggia bene, non minaccia più di affondare. Resterà quanto basta in cantiere, poi riprenderà il mare, più superbo di prima. L’unità dei politici di professione fa la forza.

Il colpo di genio è stato  far risultare che una componente monarchica fa bene alla repubblica. I partiti maneggiano e rubano, i politici peggio, ma nella Reggia sul Colle c’è  con la sua corte un dinasta che vigila e corregge. Perché correre l’avventura di istituzioni nuove, perchè rinunciare alle dolci certezze e magagne delle urne? Perché fare a meno delle prassi, delle tradizioni, convenzioni e concertazioni, degli andazzi persino? Le scarpe sformate sono le più comode.

Niente salti nel buio. Renzi ha dimostrato possibile di galvanizzare gli animi senza cambiare nulla: non un super o mini burocrate licenziato, non un vitalizio negato, non un

gioiello venduto, non un reato da carcere duro in meno. Questo l’apporto di Matteo; re Giorgio ha dato fideiussione di correttezza istituzionale. In compenso molti tratti stilistici sono cambiati: fresche Veneri capeggiano dicasteri e diplomazie  con guance tirabaci e glutei da paradiso delle urì, dunque nessuno sostenga che non accade nulla. Le riforme di Renzi, sempre integrali anzi micidiali, sempre rassicuranti, cambiano tutto senza cambiare nulla. Se arriverà il Quantitative Easing, cioè la Ripresa, il gioco sarà fatto.

La repubblica ‘alla monarchica’ di Adolphe Thiers dette alla Francia, sorella latina, un settantennio di Belle Epoque e prosperità. Se il nostro settantennio repubblicano si salderà

al Regno dei Savoia e al sesquimillennio di governo pontificio, sfuggiremo alle incognite delle novità grosse, terrorizzanti: in primis quella scelleratezza della democrazia diretta, senza urne, senza politici ladri e a vita!

Porfirio

ERA MALMOSTOSA, ORA STRARIPA DI ORGOGLIO L’ITALIA DI CAZZULLO E DEL COLLE

Noi studiosi del pensiero di Cazzullo e del Colle sapevamo quello che avrebbero enunciato, dopo la vittoria di una nazionale spagnola che, come con virile severità ha deplorato il Primo, “ha infierito” su di noi. Sapevamo che avrebbero alzato i ditirambi patriottici di quando compimmo i 150, un sesquisecolo articolato in quattro fasi luminose: sabauda, fascista, gappista-terrorista, demoplutocleptocratica. Citiamo Cazzullo: “Non divenne Campione d’Europa per caso l’Italia del 1968. Una grande generazione di calciatori era l’immagine dell’Italia uscita dal boom, approdata all’industria e al benessere dopo secoli di ristrettezze rurali. Una partita di calcio non cambia certo il destino (…) ma può segnare uno spartiacque”.

Cazzullo esalta la “gioia dei giorni scorsi, il senso di riscatto, l’orgoglio con cui in tanti stringevamo una bandiera a lungo dimenticata e cantavamo un inno sino a poco fa negletto. Ricorderemo queste notti come il momento in cui l’Italia cambiò umore. In cui un Paese spaventato e malmostoso ritrovò il sorriso e la fiducia in se stesso. E si rese conto che poteva riconquistare un posto tra le nazioni”. Interrompiamo brevemente per precisare: non è il figlioletto cinquenne di Cazzullo che scrive, bensì il Papà. Riprendiamo a riferire: “(E si rese conto) che poteva essere considerato per quello che è: la capitale dell’estro, della fantasia, della creatività. Ricorderemo con tenerezza e rimpianto l’estate del 2012, quando ci rendemmo conto chi siamo davvero e cosa possiamo fare. Gli italiani si riconoscono in questa Nazionale. Abbiamo ritrovato il sorriso e la fiducia in noi stessi”.

Uno che non abbia ritrovato quanto sopra si vergogni. Ma andiamo avanti a impatriottarci: “Certo, i quattro gol della Spagna bruciano. Ma prevalgono i sentimenti espressi dal Quirinale: orgoglio, fiducia in se stessi, senso ritrovato dell’unità. Non è un caso che sia di nuovo la figura di Napolitano a sintetizzare emozioni e valori comuni (…) Il principale merito della Nazionale è stato rappresentare il Paese che le sta dietro, interpretare il momento della storia dell’Italia. Avevamo davvero bisogno di un’iniezione di buonumore, ottimismo, consapevolezza di noi stessi. Ci fa bene ricordare che nel mondo globale non siamo sconfitti in partenza. Anzi la fantasia, l’estro, il genio rappresentano armi formidabili (…) Era inevitabile che da un Europeo carico di simboli uscissero significati validi anche per la nostra vita pubblica e per le nostre vite private. Possiamo andare fieri di noi stessi, di quello che sappiamo e possiamo fare”.

Difatti, diciamo noi, fu questo l’errore di Mussolini: per pervenire alla grandezza puntò su otto milioni di baionette, laddove avrebbe dovuto capitalizzare sulla Nazionale,  arma ben più formidabile delle portaerei nemiche. “Comunque vada la finale” il Bardo torinese assicurò il 29 giugno “usciamo vincitori dall’Europeo”. Precisando, profeticamente: “Nel calcio comandiamo noi”.

 

Se Cazzullo è l’aedo, il rapsodo del patriottismo (se non l’ha già fatto, il Quirinale dovrebbe assumerlo come ghost writer delle allocuzioni chauvinistes, così da alleggerire la fatica dell’insigne 87enne), Giorgio Napolitano fa sintesi più sofisticate. Però anch’egli ha un cuore, anzi è ‘cor cordium’. Secondo un cronista del ‘Corriere’, “al capo dello Stato viene un groppo in gola” nel confessare ai calciatori da lui ricevuti solennemente tra gli arazzi e i lacché “che non ha mai giocato al pallone”. Ma si discolpa: “Ho colto la passione che vi ha guidato, il senso della Nazione, l’amore per l’Italia”. La linea l’aveva tracciata il giorno fatidico che gli Azzurri avevano pareggiato a Danzica: “Nel modo in cui la Nazionale si è impegnata è una conferma dello spirito di dignità e consapevolezza nazionale che io e le istituzioni abbiamo voluto diffondere nel celebrare i 150 dell’unità d’Italia”.

Il Capo dello Stato dixit. Le Roi le veut. I valori calcistici e quelli nazionali si giustappongono, anzi sono tutt’uno. La squadra vince o pareggia, ed è la civiltà italiana che si asserisce e prorompe. La squadra perde,  e l’Italia si stringe ai ragazzi (che si immolano nelle Termopili di questo o quello stadio) e ritrova il senso della missione. Gli Undici, più il CT, le riserve, i massaggiatori e gli inservienti hanno compiuto il miracolo che proietta il Paese nella gloria. Là dove migliaia di menti creative/direttive della Penisola e delle Isole sono state umiliate e sconfitte, riescono 22 polpacci d’oro, 22 ghiandole surrenali e il genio strategico di Prandelli. Fortuna per il generale Bonaparte, poi imperatore di mezza Europa, che la coppa Europea non fosse cominciata. Quante umiliazioni si risparmiò!

Un ultimo punto. Al fischio di fine partita con la Roja i ragazzi di Prandelli non hanno tripudiato d’essere assurti alla gloria sbirciata da Cazzullo, e dunque di avere insaccato d’orgoglio 60 milioni di italiani. Si sono abbandonati ai singhiozzi, le guance rigate di lacrime, le gole strozzate dall’angoscia. Altro che Muro del Pianto! Altro che cordoglio dei nordcoreani alla morte del Caro Leader! I volti e i petti dilaniati dallo strazio hanno of course intenerito Cazzullo: “Non sono cinici miliardari”. Nostra traduzione: benché strapagati dai club, dagli sponsor e dalla pubblicità, i Lohengrin del calcio hanno un’anima, non solo le surrenali. Così non fosse, noi italiani non saremmo egemoni dell’estro, dello slancio e della creatività. Gli aveva dato di volta il cervello a Mario Monti, quando invocava un paio d’anni di sospensione del calcio plurimiliardario? Rischiò di farci cadere in depressione!

Torniamo allo Juvat vivere di Cazzullo. Abbiamo il sistema politico peggiore d’Occidente; l’etica pubblica più cariata al mondo; gli eletti quasi tutti ladri; un contesto che consente al Lubrico da Arcore, il governante più implausibile in assoluto, di “tornare”; abbiamo i corazzieri e i palazzi presidenziali più inutili; neghiamo i fondi all’oncologia pediatrica per non rinunciare agli F35; in definitiva abbiamo quasi tutte le turpitudini. Però il calcio, la dottrina Cazzullo e il Colle ci invasano di orgoglio: ci era mai capitato nei giorni di Augusto e di Nerva?

A.M.Calderazzi